QUESTA GIOVANE VIRTUS CENTENARIA

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - Gennaio 1970

 

Alzi la mano chi - a Bologna - non ha avuto la Vu nera sul petto. Conto le mani levate: pochissime. E dunque Virtus significa pur qualcosa da queste parti. Laddove Virtus si riallaccia all'interpretazione letterale dei latini. Virtus che non vuol mica dire virtù, Virtus che significa viceversa valore. Valore a tutti i livelli, valori intrinseci ed estrinseci.

In città il seme della Vu nera si è sparso ovunque. Ci sono industrie, opifici, cliniche, piccoli e grandi fori di giustizia e la Vu nera campeggia, nel passato e nel presente. In Parlamento il sottosegretario Giovanni Elkan - oggi presidente della SEF Virtus - rispolvera ogni tanto la vecchia foto dell'atleta virtussino in rettifilo. Era l'Elkan dei beati vent'anni, si capisce.

Illustri professionisti come Vanni Canepele, Galeazzo Dondi e Giorgio Neri hanno le abitazioni decorate di coppe e affini. Nel mondo dell'industria più propriamente detta la matrice è ancor oggi ben evidenziata. E cito solo taluni esempi: la famiglia Seragnoli (G.D.), i Garagnani (Renana Assicurazioni), i mantovani (costruzioni). E procedo. Vorrei pure fare la conta di chi in qualche modo non ha addentellati con qualche sezione di mamma Virtus. Piero Dalla Verità fa il grande nume nella sezione basket, Luciano Boccanera è socio della sezione tennis, eccetera.

Ecco, mi pare davvero che sia il caso di fermare qui il discorso. Dire Vu nera è dire un qualcosa che si è innestato da decenni nei gangli vitali di questa città. D'altronde il fatto si spiega: fra due anni esatti la Virtus sarà centenaria. Sarà grande festa, s'intende, e al festone non potranno partecipare i fondatori. Ma ci saranno le prove probanti nel tempo, le testimonianze viventi di cosa fu e di cosa rappresentò un certo simbolo in epoche diverse, in situazioni politiche ed economiche profondamente dissimili.

Nel quadro di queta glorificazione di mamma Virtus vediamo come si inserisce la sezione basket. Entro subito in argomento: la sezione basket si inserisce nel migliore dei modi. Si inserisce a livello di élite, si inserisce cioè facendo incetta di risultati, vincendo, rivincendo e stravincendo.

Pare che la prima attività in palestra risalga al 1927. Santa Lucia mon amour. In quella palestrazza posta proprio a metà dell'antica Via Castiglione il gran capo Buriani (presidente SEF Virtus per ventiquattro anni di seguito, dal '21 al '45) decide con Negroni, Fisher e Palmieri di dar vita pure a questa branca sportiva. Detto e fatto. Un paio d'anni per fondare le strutture, un altro paio d'anni di campionati minori e infine nel '33 la prima vittoria di un certo peso: il titolo assoluto di seconda divisione. Vale la pena ricordare i nomi degli alfieri: Marinelli, Vannini, Reggiani, Cenacchi, Rossetti, Foschi, Xajr.

L'anno dopo c'è la vittoria ripetuta, ma in prima divisione, leggi Serie B di oggi. Entrano in squadra anche Valvola, Palmieri, Paganelli. Primo campionato in serie maggiore nel '35. Si affacciano Girotti, Dondi, Stallone. Palmieri è allenatore-giocatore. Subito un terzo posto, mica male. Meglio ancora l'anno dopo: secondi assoluti. E qui comincia la lunga marcia. Meglio dare le cifre: trentadue campionati di Serie A con sei scudettoni sul petto. Il primo titolo nel '45, l''ultimo nel '55, dieci anni dopo. Sei scudetti, dicevo. E tredici secondi posti, otto terzi posti, due quarti posti, due sesti. Una sola annata balordissima, una sola in più di trent'anni. L'annata passata, sissignore, l'annata Skalecky. E mai una retrocessione. Sono benemerenze che si commentano da sole.

Poco importa se talvolta la Vu nera è stata accantonata in ossequio a certe combinazioni commerciali. Abbiamo avuto le gassose (Idrolitina e Oransoda), la Minganti, il brodo in dadi (Knorr), le lavatrici (Candy). Ma i dirigenti sono sempre stati di provata matrice virtussina e quasi tutti i giocatori sono stati conservati nel capitale della SEF Virtus. In sostanza: abbinamenti episodici, contingenti. Accordi commerciali che non sono mai riusciti a dissimulare una realtà societaria sedimentata nel tempo, corroborata da quarant'anni di vita di una piccola mamma (la sezione) e dai cent'anni della mamma più grande.

E fu così che un bel giorno Giangluigi Porelli decide di santificare la Vu nera. Torna agli antichi amori. Capisce che le strutture sono antiche, non più rispondenti all'esigenza del nostro tempo. "Sono tornato alla gloriosa Vu nera - fa Porelli - perché non ho trovato un abbinamento che potesse veramente modificare la nostra situazione. Anzitutto dovevo recuperare taluni giocatori che non erano più nostri e poi mi proponevo di creare tutta una certa reviviscenza attorno alla vecchia bandiera. Ho sottoscritto per un'intera stagione una cambiale in bianco. Cosa significa Virtus per la nostra città? Ma la riprova di quel che significa ce la danno i fatti. In quale altra città italiana si sarebbero potuti reperire i finanziatori che io ho trovato? È bastato suonare la diana della Vu nera e mi sono piovuti addosso i soldi che mi occorrevano per portare avanti una certa politica validamente interlocutoria".

Chiedo a Porelli quali siano le strutture in prospettiva. "Chiaro che un altr'anno la pecetta-Virtus non potrà più bastare. Mi sto dando da fare per trovare una ditta che faccia al caso nostro, che si butti nel basket per elezione, che abbia voglia di allacciare rapporti pluriennali. Per quest'anno ammetto di avere giocato d'azzardo. Nella prossima stagione devo, assolutamente devo, raccogliere i frutti di una buona semina. Lei mi dice: e le strutture? Beh, modestamente penso di averle adeguate ai tempi. Il basket italiano ha problemoni grossi così: i rapporti con le industrie, i rapporti con la TV, il problema dei vincoli. Può darsi che a gioco lungo certo mecenatismo si possa anche rivelare estremamente nocivo, ecco un altro problema che a tempo debito scotterà. Comunque è evidente che il basket è in continuo fermento. Noi abbiamo realizzato sedici milioni di soli abbonamenti, un record nazionale, almeno fino ad oggi. La Virtus adesso ha le strutture idonee per intrecciare un certo tipo di discorsi. Noi siamo presenti a tutti i livelli, ma ai nostri discorsi di principio manca in questo momento una sicura contropartita pratica. La prossima stagione, ripeto, faremo le verifiche definitive".

Virtus croce e delizia, nei secoli dei secoli. La rabbia di chi tanto ha vinto, il dispetto di chi fatica a tenersi a galla in una disciplina sportiva livellata ancor più di altre. Al di qua e al di là dei seriosissimi discorsi di programmazione e di infrastrutture, penso che tutti in città siamo tributari di qualcosa alla vecchia mamma. Nel novembre del '35 la Virtus di Dondi e Palmieri iniziava il suo primo Campionato di A. In quel preciso momento nascevo io. Se permettete, questo è un aggancio che mi dice qualcosa...

Fultz a canestro mentre Bertolotti e Ferracini osservano nel torneo del centenario della Sef Virtus

(foto tratta dall'Archivio SEF Virtus)

E PAR LA MI BELA BALA...

Era il grido di battaglia dei cestisti:

di Giulio Cesare Turrini - Il Mito della V Nera - 1971

 

ll Palazzo dello Sport ha avuto una mamma che si chiamava Sala Borsa ed abitava proprio in centro, e una nonna che si chiamava Santa Lucia e stava un po’ più in là, in via Castiglione. Una, tutta presa dagli affari. L’altra, per molto tempo dedita a pratiche religiose e solo dagli anni costretta a strizzar I’occhio allo sport e agli atleti. Santa Lucia, sapore di cose vecchie, di cose buone. Cose di prima della guerra, come si dice: di prima di due guerre. Una chiesa riservata al culto per due secoli e dissacrata in occasione della terza guerra d’indipendenza, nel 1866. Sei anni prima, con I’avvento dell’Italia a Bologna, le scuole di Santa Lucia dei Barnabiti erano state erette a Ginnasio Municipale; ed ora il Municipio veniva ad occupare la Chiesa di Santa Lucia per adibirla a deposito succursale del Corpo di Amministrazione del Regio Esercito. Nel ‘73, con un rogito del notaio Giuseppe Verardini l’Amministrazione Comunale che divenne proprietaria ai sensi dell’articolo 20 della Legge 7 luglio 1866 sulla soppressione delle corporazioni religiose. Così, la grande navata che per due secoli aveva riecheggiato la parola dei più grandi predicatori della Chiesa del Gesù, primo fra tutti Giorgio Giustiniani, risuonò delle voci dei soldati di Vittorio Emanuele ll e, dal maggio 1873, delle grida dei ginnasti della VIRTVS, preparati da Emilio Baumann: il Municipio aveva trasformato la vecchia Chiesa in palestra. Ormai era dedicata allo sport, la Chiesa che Girolamo Rainaldi, « architetto del popolo e del Papa », aveva edificato nel diciassettesimo secolo improntandola al grandioso stile barocco romano dell’epoca: la prima pietra era stata posta il 2 aprile 1623 e il 25 maggio 1659 la bellissima Chiesa era stata aperta al culto. Così, è in Santa Lucia che nasce - nella scia delle altre pratiche sportive - la pallacanestro bolognese. Due balconate sui lati lunghi, come interminabili pulpiti; e solo alcuni anni dopo una gradinata di legno alle spalle di uno dei canestri. Nelle nicchie degli altari laterali, gli spogliatoi di fortuna. Un pavimento irreprensibile. Un vago sapore claustrale. I giocatori con la canottiera bianca e la grande « V » nera, i calzoncini pure bianchi. Giancarlo Marinelli che li sopravanza nella statura e nella baldanza atletica, una controfigura di Piola. Il mento pronunciato di Venzo Vannini, il naso di Mino Girotti; Paganelli e Dondi dell’Orologio. Un quintetto di ferro, solo a vederlo. Prima di cominciare, si raggruppavano al centro del campo, a cerchio, si chinavano, e lanciavano il grido di guerra con intenzioni propiziatorie:

« E par la mi bela bala

un occ’ am bala

un occ’ am bala

am bala un occ’

un occ’, un occ’, un occ’... ».

ll Borletti di Milano col suo magico quintetto (Castelli, Brusoni, Paganella, Conti, Marinoni) che collezionava scudetti). La Ginnastica Triestina di Caracoi, Bessi, Bocciai; una sua favolosa esibizione alla Santa Lucia, una specie di primizia, un gioco secco, fiondato, passaggi tesi e violenti. La Reyer di Venezia, un’altra partita che fece epoca, Garbosi svenuto per la stanchezza e deposto ai piedi di un altare. Marinelli e Vannini figure indimenticabili; e con loro Dondi, Paganelli, Girotti e Valvola, Rossetti, e poi Gianfranco Bersani, fino a Rapini, subito prima di passare alla Sala Borsa. Giocavano per nulla, ovvio. ll loro presidente era Alberto Buriani, grande patriarca di tutta la VIRTVS, forse I’uomo di sport più schietto che Bologna abbia espresso. « Un giorno - ricorda Girotti - Buriani ci dice: ragazzi, siamo sempre terzi o secondi, e intanto lo scudetto lo vincono quelli di Milano. Se vincete il campionato, giuro che vi organizzo un bel pranzo. E sotto il piatto forse ci metto qualcosa ». Bè, non siamo mai riusciti a vincere il campionato. Ci siamo riusciti nel ‘46 e Buriani era morto da pochi mesi. Ecco, quello che abbiamo guadagnato ». La palestra coagulava la passione sportiva del rione. Non è soltanto che i giocatori di quella VIRTVS (e di quella subito successiva di Sala Borsa, per quattro volte consecutive campione d’Italia) fossero tutti di Bologna; erano addirittura tutti del quartiere di via Castiglione, di via del Cestello, di via Cartolerie. Nel giro di poche centinaia di metri erano nati e cresciuti. ll caso del povero Gianfranco Bersani è sintomatico. I suoi avevano una bottega nella piazza della Chiesa, gli studenti del « Galvani » e dell’« Aldini » passavano di lì prima di entrare, per prendere la liquerizia e il « sugobachetto », delizie delle generazioni precedenti a quella del juke-box. Così, Bersani (che era nato con una malformazione a un braccio; e sport, fin lì, non ne aveva fatto davvero) era entrato nella Santa Lucia a vedere quelli che si allenavano. Una sera aveva chiesto: « mi prendete con voi », Si era messo in mezzo, aveva imparato, era divenuto virtussino e poi campione d’Italia e nazionale. Poi la guerra, come una lunga ustione. Santa Lucia è un magazzino militare e deposito della Croce Rossa. Per alimentare le cucine e scaldarsi, vengono bruciati i documenti dell’archivio storico della VIRTVS. La guerra finisce e la VIRTVS non ottiene la restituzione, cambia casa, va in Sala Borsa. La pallacanestro, per suo conto, cambia nome: si chiama basket. Una pallacanestro che parla straniero e fa un po’ la schizzinosa. Nasce il « pivot ». A Santa Lucia avevamo creduto che Marinelli fosse semplicemente un centrattacco. Nuove regole, nuovi termini. Le ginocchiere. Le divise più eleganti. Nasce anche una rivalità cittadina, col Gira il cui esordio nel grande basket è fragoroso, gli americani Germain e Mascioni contrassegnano un’epoca in cui non è ancora necessario essere soprattutto alti: Muci nel Gira, Ranuzzi nella VIRTVS lo provano. ll gioco mantiene una percentuale di improvvisazione, di contropiede, di estro. ll ricordo della Sala Borsa è più vicino e stressante. Le tribune al piano terra, quelli della prima fila di sedie con i piedi sulla linea laterale; e soprattutto le due balconate, con la gente che picchia contro le balaustre e urla, un frastuono pazzesco nel quale perdono la testa (e la partita) quelli del Borolimpia, che poi diventerà Simmenthal (Stefanini, Romanutti, eccetera), quelli della Ginnastica Roma (Tracuzzi che gioca col manuale e spiega il basket americano, l’altro Cerioni, Primo), quelli della Reyer, insomma tutti. « Certe volte credevo di diventare matto - dice Ranuzzi - e mi capitava di non essere tanto sicuro che dovevo mirare a quel canestro, anziché all’altro. Una volta mancavano due minuti alla fine, vincevamo di venti punti, ma non mi fermavo, sembravo impazzito, viene Vannini e mi fa: calmati, abbiamo già vinto ». Se la Santa Lucia era stata I’approdo dei padri pellegrini della pallacanestro, fu il basket di Sala Borsa a contagiare senza rimedio i bolognesi. Due epoche, due momenti diversi. Certo, per chi va verso il mezzo secolo, il pathos della Santa Lucia non è dimenticabile. Non c’era il floting, il playmaker, il forcing, non c'erano gli «assist». Non c’era il tabellone elettronico. Di arbitri ne bastava uno, si poteva tirare anche un solo «personale», si poteva dimenticare la lezione teorica (che non c’era stata). Non si sapeva cosa fossero « i lunghi », ma solo che Marinelli era più alto degli altri. C’era spazio per tutte le espressioni dell’animo, fino al leggero sadismo della « melina ». Era un basket in crescenza, sincero, sentito, naturale. E dopo venne I’altro basket, quello che vedete.



 

Sergio Vitali, Giovanni Cocchi, Foschi, Gabriele Baroni, Giampiero Forni, Andrea Gaggioli della squadra allievi alle celebrazioni per il centenario

(foto tratta dall'Archivio SEF Virtus)

IL CENTENARIO DELLA VIRTUS PALLACANESTRO

 

Bologna, 17 settembre 2026 – 17 settembre 2027 –

Da oggi comincia il viaggio verso i 100 anni della Virtus Bologna. Esattamente un anno ci separa dal nostro Centenario. Una storia iniziata nel 1927, nel cuore di Bologna, e cresciuta attraversando generazioni, campioni, vittorie, sconfitte, rivoluzioni e momenti che sono diventati parte della V nera e dei propri tifosi.

Il 17 settembre 1927, al Littoriale di Bologna, prendevano il via i Campionati Assoluti di Atletica in quella che per la sezione fu la prima uscita al di fuori degli allenamenti.

Il claim del Centenario è “Tutta la vita”. Una frase che racconta la Virtus prima ancora di celebrarla: perché l’amore per la Virtus attraversa il tempo – passando da una generazione all’altra – diventando parte della vita delle persone e della città.

“Tutta la vita” è anche una delle canzoni di uno dei simboli più autentici e universali di Bologna: per questo Virtus Bologna annuncia anche una collaborazione con la Fondazione Lucio Dalla, con l’obiettivo di raccontare e valorizzare il rapporto profondo tra il cantautore, Bologna e la Virtus in quello che sarà un incontro tra due patrimoni della città. 

Il viaggio verso il Centenario avrà anche un nuovo simbolo, con il logo ufficiale “Virtus 100”. Il nuovo logo sarà presente lungo tutto il percorso del Centenario, diventandone il segno distintivo di una stagione irripetibile.

Durante questo intero anno il Centenario non andrà soltanto celebrato, ma raccontato. Durante tutta la stagione, la Virtus ripercorrerà la propria storia attraverso cinque ere, per far sì che il mito possa diventare ancor di più identità e orgoglio in ogni tifoso. Durante l’anno dunque la comunicazione seguirà lo stile grafico dell’era in cui sarà. La prima era (1927-1945) è partita durante la preseason.

Al racconto delle cinque ere si affiancherà un secondo grande progetto: i 100 momenti più importanti della storia della Virtus, vale a dire cent’anni raccontati attraverso cento istanti. Ogni momento verrà pubblicato nel giorno esatto in cui quell’evento si è verificato, seguendo il calendario della storia virtussina. Dal primo al centesimo, il calendario diventerà così un archivio vivo della memoria della Virtus. Un progetto pensato non soltanto come un conto alla rovescia verso il 17 settembre 2027, ma come un modo per arrivarci giorno dopo giorno, ricordo dopo ricordo.

Ma un anno così importante dovrà essere vissuto con attività, iniziative, incontri e sorprese che accompagneranno la stagione e che scopriremo lungo il racconto tramite i volti e le voci delle persone che hanno fatto la storia della V nera. Saranno loro, insieme ai tifosi e a tutta la comunità virtussina, a rendere il Centenario una storia da vivere e non soltanto da ricordare.

Il Centenario sarà quindi un viaggio dentro ciò che la Virtus è stata, ciò che è diventata e ciò che continuerà ad essere. Un racconto per far sì che la Storia della Vu nera possa appartenere a chi l’ha vissuta, a chi l’ha raccontata, a chi l’ha sostenuta, a chi l’ha tramandata e a chi la vivrà domani per TUTTA LA VITA.

LE ERE

1a ERA – A TACHÈN DAL CMINZÈPPI

La storia della Virtus e l’incontro con la pallacanestro. Dal 1871, con la nascita della “Società Sezionale di Ginnastica in Bologna” fondata da Emilio Baumann, ai primi canestri del 1927. Dalla promozione in massima serie nel 1934, fino ai vertici del basket italiano. È l’inizio di una nuova storia, destinata a diventare una delle più importanti dello sport bolognese e nazionale.

 

La storia della Virtus inizia ben prima di quella della Virtus Pallacanestro, in un tempo in cui il concetto moderno di sport non esisteva ancora. La Bologna degli anni ‘70 del XIX secolo è una Bologna che inizia a confrontarsi con il concetto di “tempo libero”, una nuova esigenza nata con la società di massa. In questo contesto Emilio Baumann fonda la “Società Sezionale di Ginnastica in Bologna”, l’antesignana della SEF Virtus. 

È il 21 marzo 1868 e alcuni amici sono seduti al bar di via Drapperie, nel pieno centro di Bologna. Questi amici, mossi dalla spinta di Baumann, hanno appena deciso che Bologna debba avere la propria società di ginnastica. La seconda data di questa storia è il 17 gennaio 1871, quasi 3 anni dopo quella poco più che chiacchierata al bar in centro. Sono passati soli pochi mesi dalla Breccia di Porta Pia, giusto per dare un riferimento temporale di quanto questa storia sia cosa vecchia. Durante una riunione indetta e presieduta da Emilio Baumann presso un’aula delle Scuole Tecniche San Domenico, oggi Istituto Pier Crescenzi, nasce ufficialmente la “Società Sezionale di Ginnastica in Bologna”.

Da quella data la polisportiva cresce sempre più: una storia più che cinquantennale quando i primi atleti della vu nera iniziano a fare i primi canestri. L’Italia intera è provata dalla fine della Grande Guerra e segnata dalle tensioni crescenti che porteranno Mussolini e il Fascismo al potere. Il volano per l’arrivo del basket in Europa è l’ingresso degli USA nella WW1, cosa che porta i soldati americani a far conoscere il loro nuovo gioco ai giovani europei. Essendo Bologna una città universitaria, al termine della guerra sarà una delle città che vivrà un proliferare di interesse per la disciplina tra tornei universitari e non solo.

La sezione di pallacanestro nasce ufficialmente solo nel novembre 1933, proprio l’anno in cui sta iniziando la velocissima caduta di Arpinati (il podestà di Bologna che ebbe l’illusione di fare di Bologna la Capitale dello Sport italiano); ma la palla al cesto in Virtus arriva ben prima: siamo alla metà degli anni ’20 e alcuni tesserati dell’atletica leggera vogliono provare un gioco per alternare all’impegno principale “serio” e competitivo un’attività più “ludica”. I ragazzi iniziano così questa avventura, con un fare disimpegnato ed extra-agonistico, senza avere la consapevolezza di stare dando vita a una delle storie più importanti e vincenti dello sport bolognese e nazionale. I primi canestri del mito della Virtus vengono tirati nel 1927 nella palestra storica della società dell’ex chiesa sconsacrata di Santa Lucia e la prima uscita coincide con i Campionati Assoluti di Atletica al Littoriale (oggi Renato Dall’Ara) disputatisi dal 17 al 20 settembre.

La Virtus disputa tornei e campionati a livello regionale dal 1930 al 1934, anno in cui la sezione di pallacanestro partecipa al suo primo campionato ufficiale in prima divisione, riuscendo al primo tentativo a raggiungere la promozione in massima serie grazie ad un canestro nel finale contro l’Unione Sportiva Milanese . 

Nell’aprile 1935, anno della prima stagione nel massimo campionato nazionale di Pallacanestro, la SEF Virtus viene “fusa” con Bologna Sportiva, la polisportiva ideata da Arpinati comprendente il Bologna che torna autonomo con la fine politica dell’ex capo del PNF bolognese. L’arrivo nel massimo campionato non sarà una comparsata per la Virtus dato che non abbandonerà più la massima serie fino agli eventi del 2003, per motivi esterni al campo di gioco. La squadra fin dal primo anno si pone stabilmente nei primissimi posti della classifica, senza però mai riuscire a laurearsi campionessa nazionale, avendo la sfortuna di collezionare la bellezza di sei secondi posti e due terzi posti in otto anni di fila tra il 1935 e il 1943, anno della sospensione dei campionati per la guerra. Il risultato è ancora più incredibile se si pensa che in questi otto anni l’organico è fondamentalmente composto da soli bolognesi, i quali dedicheranno l’intera carriera alla causa bianconera. Capitanati da Venzo Vannini, i bolognesi Athos Paganelli, Galeazzo Dondi, Giancarlo Marinelli, Gelsomino Girotti e Lino Rossetti prima conquistano la promozione poi, per otto anni, fin dal primo anno, lottano per il titolo. Dal 1935 al 1939 allenatore è Vittorio Ugolini, per poi vedere sulla panchina bianconera Guido Foschi, dopo un anno con Lino Rossetti giocatore-allenatore.

Con la fine della guerra nel 1945 torna la Libertà e inizia un’altra importante stagione per le vu nere: quella del passaggio dal dilettantismo al professionismo.
 

 

2a ERA – L’ARRIVO DEL BASKET

Il passaggio dal dilettantismo al professionismo. Dalla Salaborsa, con il rito delle “cinque della sera” e la prima età d’oro, al nuovo Palazzetto dello Sport. Dagli anni degli sponsor e dei nuovi giocatori fino al 1968–1969, lo spartiacque che apre una nuova fase nella storia delle Vu Nere.

La seconda era sancisce il passaggio dal dilettantismo al professionismo. Il ritorno alla Libertà nel 1945 non è privo di difficoltà, ma ben presto l’Italia riparte con grande slancio. La qualità della vita del ceto medio e popolare migliora progressivamente, accompagnando il Paese nel pieno del cosiddetto “boom economico”. In tutto l’Occidente si afferma una crescita economica senza precedenti, capace di trasformare profondamente i consumi e gli stili di vita. Anche la pallacanestro non rimane estranea a questo cambiamento. Da semplice attività sportiva e ricreativa, il gioco inizia progressivamente a confrontarsi con nuove dinamiche di mercato: il pubblico, gli sponsor e il denaro diventano elementi sempre più importanti. Emergono così fenomeni fino ad allora poco conosciuti, come i trasferimenti dei giocatori, l’arrivo degli “stranieri” e la crescente necessità di vincere. Per rimanere ai vertici non basta più il talento: occorre diventare professionali. È proprio in questo contesto che nasce il professionismo nella pallacanestro. Il dilettantismo non è più affare dei grandi.

La storia impiantistica della Virtus è un perfetto termometro dell’interesse verso lo sport da parte della cittadinanza e delle istituzioni. Dopo la guerra il Comune requisisce Santa Lucia e la Virtus usa come casa provvisoria nel 1945 la piscina coperta dell’ex Littoriale, rinominato dopo la liberazione Stadio Comunale. Nel 1946 la Virtus si sposta presso la Sala Borsa. Durante le mattine della settimana, e in special modo il venerdì, lavorano gli agenti di cambio e si danno appuntamento i contadini e i mediatori di sementi, animali, frumento e frutta per le contrattazioni del venerdì. Terminata la settimana lavorativa e il frenetico ultimo giorno della settimana, il sabato pomeriggio è dedicato all’allestimento delle gradinate e di poche poltroncine per i più abbienti. La domenica è invece il giorno delle partite, con il primo pomeriggio che vede protagoniste le formazioni giovanili, per poi giungere all’appuntamento principe con il match delle “cinque della sera”. Negli anni i bianconeri condivideranno la massima serie e l’inusuale e affascinante palcoscenico della Sala Borsa a settimane alterne con il Gira, l’Oare, la Moto Morini e la Fortitudo. Affascinante per lo sviluppo verticale dei loggioni riservati ai tifosi, per l’inusuale contesto e per il “campo in piastrelle” con la fantasia a rombi geometrici che subito richiama alla mente l’iconico parquet incrociato del Madison Square Garden. Come si è già anticipato, la Sala Borsa diventa il simbolo dell’epoca d’oro della pallacanestro bolognese; dato che in quel decennio fondamentale per il basket felsineo nell’arco 1946-1956 la Virtus vince 6 scudetti, di cui 4 consecutivi dal 1945-46 al 1948-1949.

Nonostante lo scenario suggestivo, la Sala Borsa comporta però delle problematiche di carattere pratico e di non facile risoluzione. Ma il cambio è soprattutto mentale: la pallacanestro ormai è diventata grande a Bologna. Nasce ai vertici la necessità di una risposta alla problematica degli spazi sportivi. Il progetto e la realizzazione del Palazzetto dello Sport (oggi PalaDozza) fanno da apripista in Italia come modello di edilizia sportiva, diventando il riferimento per lo stesso Palazzo dello Sport per le Olimpiadi di Roma, proprio come il Littoriale lo era stato per la gran parte degli stadi della sua epoca. Ribattezzato da molti come “l’astronave” per la cupola e le luci, la palestra inaugurata il 9 agosto 1956 viene presto rinominata anche “Madison di Piazza Azzarita”, in onore del Madison Square Garden di New York.

Quella della Virtus di questi anni, a livello sportivo, è certamente una storia a due velocità. Una ripartenza sprint che brucia tutte le concorrenti e porta i petroniani ad un filotto di successi che inaugura la prima età dell’oro bianconera; poi seguita da anni di rincorsa alle ricche lombarde di Milano, Varese e successivamente Cantù. La ricetta segreta del primo ciclo vincente è il bilanciamento perfetto tra navigati veterani vogliosi di conquistare il primo titolo dopo troppe delusioni e giovani promettenti. Fondamentale per la crescita dei giovani talenti è la squadra B da cui emergono diversi elementi della prima squadra. Giocatore simbolo della Virtus di questi anni è Giancarlo Marinelli, capitano delle Vu nere per 20 anni dal 1932 al 1952. Gli anni ’50 tornano ad essere un tabù dal punto di vista dei risultati (nonostante riesca a fare una doppietta nel biennio 1955 e 1956), dato che la Virtus arriverà per ben 7 volte seconda. Sono i primi anni in cui si incomincia a perdere la parte ludica e inizia a imporsi la natura più moderno-sportiva; cioè, il fatto che le squadre e i loro allenatori iniziano a curare maggiormente la preparazione della tecnica del giocatore e delle tattiche di squadra. Un altro aspetto che segna un cambiamento è il fatto che dal 1950 al 1956 la Virtus disputa e vince 7 tornei amichevoli all’estero (tra l’altro gli unici 7 vinti fuori dall’Italia nella sua storia). In un tempo in cui non c’erano ancora le coppe europee furono i primi significativi trionfi fuori dai confini.

Un altro passaggio verso il professionismo è rappresentato dalle sponsorizzazioni. La prima storica partnership delle Vu nere sono le bolognesi Officine Minganti nel 1953. Il maggior richiamo di pubblico spinge infatti le società a ricercare finanziamenti per mantenersi su livelli che portino visibilità e tifosi. Questo aprirà un tema tra 1962-69 con l’ingresso prima di Knorr nel 1962-65 e poi di Candy nel 1965-69, dato che si assiste a un prepotente ingresso degli sponsor. Lo sconvolgimento della divisa si realizza prima con Knorr che fa richiamare il proprio logo tramite maglia gialla, calzoncini verdi ed epurazione della V; poi con Candy, dalla maglia azzurra e il pantaloncino rosso. È dopo questi anni che il tema della tutela dell’identità prende piede in Virtus, con portabandiera della “virtussinità” l’avvocato Porelli. È grazie a questa maggior liquidità che la società può finanziare, proprio nel 1953, l’arrivo di talentuosi giocatori provenienti da fuori Bologna come Achille Canna, Antonio Nino Calebotta, Gianfranco “Dado” Lombardi e Corrado Pellanera che negli anni faranno la storia della società. Gli anni successivi saranno quelli delle lombarde con una Virtus obbligata a rincorrere, complice la maggior forza economica delle contendenti al titolo, fino alla stagione 1968-1969 che segna uno spartiacque decisivo nella storia della Vu nera con l’arrivo dell’Avvocato. Ha lì inizio la terza era.

 

 

I 100 MOMENTI

1/100 – 3 agosto 1947

La Virtus è Campione d’Italia per la seconda volta.

Il primo posto nel girone finale a quattro squadre e le rinunce di Ginnastica Roma e Reyer Venezia consegnano ufficialmente il secondo tricolore della storia bianconera.

 

2/100 – 30 agosto 1998

Dopo aver conquistato il titolo di Campione d’Europa per la prima volta, la Virtus sfida Verona, vincitrice della Coppa Korac, nel Trofeo Europa. A Verona, le Vu Nere si impongono 61-58, aggiungendo un altro trofeo alla storia bianconera.

 

3/100 – 14 settembre 1996

Dopo 14 stagioni in bianconero, Roberto Brunamonti saluta il basket giocato con una partita d’addio speciale: un tempo con la canotta Virtus e uno con quella della Nazionale. La sua numero 4 verrà ritirata, ma il legame con la Virtus continuerà ancora negli anni successivi, prima da dirigente e poi da allenatore.

 

4/100 – 16 settembre 1993

Dopo il +2 dell’andata sul campo della Fortitudo, la qualificazione agli ottavi di Coppa Italia è ancora tutta da giocare. Ma al ritorno non c’è storia: la Virtus domina il derby e vince 101-60.

Un +41 che, ancora oggi, rappresenta il massimo distacco mai registrato in un derby tra le Vu Nere e la Fortitudo.

 

5/100 – 16 settembre 1995

Ancora fresche del 3-0 alla Benetton che a maggio è valso il terzo Scudetto consecutivo, le Vu Nere travolgono ancora una volta Treviso.

A Casalecchio, la Virtus conquista la prima edizione della Supercoppa. Orlando Woolridge viene premiato come MVP.

 

6/100 – 18 settembre 1995

Per la prima volta la Virtus gioca una gara di campionato al PalaMalaguti di Casalecchio, scelta temporanea dovuta ai lavori in corso in Piazza Azzarita.

Le Vu Nere travolgono Pistoia 102-78, trascinate dai 30 punti di Komazec e dai 24 di Woolridge.

 

7/100 – 21 settembre 2021

A due mesi dal 4-0 in finale Scudetto contro Milano, la Virtus torna a conquistare la Supercoppa dopo 26 anni.

Jaiteh domina sotto i tabelloni, ma è Pajola a prendersi il titolo di MVP della manifestazione, con 14 punti e 7 assist senza errori al tiro.

 

8/100 – 23 settembre 2021

La Virtus femminile conquista il primo trofeo della sua storia: la Supercoppa Italiana

A Pordenone, le Vu Nere battono Schio 70-65 e conquistano il trofeo al termine di una finale combattuta.

A guidare la Virtus è Lauren Cox, MVP della finale con 21 punti e 11 rimbalzi.

 

9/100 – 24 settembre 2023

Un weekend magico per la Virtus. Dopo il successo delle ragazze, il giorno prima, anche gli uomini conquistano la Supercoppa.

Dopo aver superato Milano in semifinale, le Vu Nere travolgono Brescia 97-60 e conquistano la quarta Supercoppa della loro storia, la terza consecutiva.

A guidare la Virtus è Toko Shengelia, MVP della finale con 15 punti, 12 rimbalzi, 7 falli subiti e 4 assist.

 

10/100 – 29 settembre 2022

La Virtus replica il successo dell’anno precedente e conquista la sua terza Supercoppa.

Dopo aver battuto Milano in semifinale al supplementare, le Vu Nere superano in volata Sassari in finale e alzano nuovamente il trofeo.

Semi Ojeleye viene premiato come MVP della manifestazione.

 

HALL OF FAME VIRTUS 100

 

Nasce ufficialmente la Virtus 100 Hall of Fame, un progetto pensato per celebrare dal corso di questa stagione tutte quelle persone che hanno contribuito a scrivere la Storia della Virtus Pallacanestro Bologna, rendendola una delle realtà più importanti e riconoscibili dello sport italiano ed europeo. Campioni indimenticabili, allenatori capaci di lasciare un segno profondo e figure che, dentro e fuori dal campo, hanno contribuito alla crescita e al successo della Società.

Durante la regular season, in occasione delle partite casalinghe di LBA ed Eurolega, il popolo bianconero della Virtus avrà la possibilità di rivivere assieme il mito assieme ai protagonisti che lo hanno reso tale. In ogni gara sarà dedicato uno speciale momento della partita alla celebrazione e premiazione della leggenda bianconera che entrerà a far parte della Virtus 100 Hall of Fame. Un viaggio nella memoria che accompagnerà la stagione, partita dopo partita.

 

 

HALL OF FAME - VIRTUS 100

La prima Leggenda ad entrare nella Virtus 100 Hall of Fame è Alessandro Abbio.

Un riconoscimento per celebrare chi ha lasciato un segno indelebile nella storia bianconera.

Benvenuto nella Hall of Fame, Picchio.

 

 

 

La seconda Leggenda a entrare nella Virtus 100 Hall of Fame è Achille Canna.

Un riconoscimento per celebrare chi ha lasciato un segno indelebile nella storia bianconera.

Benvenuto nella Hall of Fame, Achille.