DICHIARAZIONE D'AMORE

DANIELE BAIESI

Sei stata il mio primo, vero amore. E forse anche il più grande. Ti ho conosciuta una sera d'inverno, quando con mio padre, praticamente ancora lattante, ti vidi nella bomboniera di Piazza Azzarita, incrociare lo sguardo con, ironia della sorte, la di allora truppa piemontese. Erano gli anni della Berloni Torino, e non ho memoria per ricordare se Federico fosse già seduto accanto al Professore, o se Paolo Rossi fosse già Pablito. Ma poco importa, poi; diventai tuo amante per caso, o per sbaglio, come sibilava a denti stretti la tua gente, perché, dicevano alcuni, "gli altri diventano tifosi Fortitudo perché non trovano biglietti per entrare qui". Dicevano. Non ci ho mai né creduto né pensato più di tanto al significato di quel luogo comune, ma ricordo che percorsi la strada opposta; pochi mesi prima, il mio vecchio aveva pensato di portare mio fratello e me a vedere una partita. Scontro al vertice, Bologna Latte Sole contro Reggio Emilia. Già, era la Fortitudo, e se quel giorno il babbo non avesse trovato il "tutto esaurito" ai botteghini del Madison, probabilmente ora racconterei un'altra storia. Il destino apparecchiò altri tavoli, grazie a (o per colpa di) quel che il babbo spacciava per il cognato di Renato Villalta (balla clamorosa, sbugiardata anni a venire) che ci prestò il suo abbonamento. Rimasi colpito, in quel primo appuntamento galante della mia vita, dalla tua sobrietà, dal suo fascino e dal tuo distacco, e da una storia che era per me misteriosa, che fui capace di comprendere solamente anni dopo. Perché ti amavo non l'ho mai capito, diversa dai miei cliché, un po' come quelle Gradische di felliniana memoria, donne altezzose ed irriverenti, oggetto di scherno e chiacchiere e invidie e gelosie, di chi vorrebbe ma non può. In due parole, quelle che non ti cagano. Se la bellezza è negli occhi di chi guarda, tu eri l'oggetto del mio desiderio, un sogno che prima o poi sapevo si sarebbe avverato; fu amore a prima vista, quella sera, tanto che a breve, con uno scudetto ed una stella in mezzo, diventai tuo amante discreto ed appassionato, sofferente adolescente che non potevi corrispondere. E come potevi, nemmeno sapevi che faccia avessi, io. Ma come si fa a spiegare cos'è l'amore; retoricamente provai, in uno scritto di tanto tempo fa, con "sentimento e ragione", ciò che rende razionale l'irrazionale. Tutto ciò che vola sulle ali di una passione, ma neanche allora ci ero vicino. Il basket era quella passione, ma potreste metterci quel che volete: il risultato non cambia. Da quel giorno, da quando ho cominciato ad invecchiare con te, mantenendo quel distacco che oramai è paradossalmente a parti invertite, son sempre stato al tuo fianco. Hai scandito tutte le belle esperienze della mia vita, lenito le sofferenze dei giorni peggiori, feticcio di difficili amori adolescenziali prima, sana passione per emozionarti due ore in una settimana di corsa poi. Proprio passione e voglia di futuro mi infilarono poi tra i tuoi chansonniers, un privilegio di nulla per chi ti aveva nel cuore, per narrare le tue gesta, e con esse quelle dei tuoi figli più nobili. Il Capitano, lo Zar, il Fenomeno, ed un Ettore sempre in lacrime per qualcosa. Ma vincente, e tuo storico amante, sedotto anni prima del sottoscritto, ed abbandonato poi. Dopo baci ed abbracci, arrivarono ben presto giorni di cenci e stracci, quando vendesti l'anima a chi, per averti tutta per sè, ti sedusse mostrandoti oro incenso e birra, per farti poi precipitare in un baratro senza ritorno. Fu appena un battito d'ali più tardi, e fu a dispetto di coloro che ti hanno amato davvero, che per amore ti mettevano in guardia dai pericoli di quella relazione, tutta miele, canditi, e pennellate di unto, ma sotto la quale covava il fuoco della menzogna, il pericolo dell'inganno, il cancro dell'egoismo. Ti sei consegnata a quel che credevi l'uomo della tua vita, mani e piedi, tradendo amici, amanti e figlia, rinnegandoli e denigrandoli, rivendicando il tuo diritto ad essere felice come meglio credevi, precipitando però in fretta in un vortice di lussuria da cui ti risvegliasti, e con te la tua gente, solo mesi dopo, quando ormai le notti che avevi riempito con fuochi d'artificio ti avevano lasciato niente. Nemmeno più figli ed amanti, che si fecero, in un estremo e sofferto gesto d'amore, da parte. Nemmeno gli spiccioli. Niente. Quanto mi ha insegnato il film della tua lunghissima agonia, di cui fui anche, mio malgrado, comparsa. Eri già lontana, per me, quando chiedesti aiuto, quando accanto ad "esaurito" non campeggiava più da un pezzo il "tutto", bensì il mio nome. Gli amici di un tempo mi dicono che sei in salute, che te la passi piuttosto bene, e che altri, dopo di me, si sono innamorati del tuo fascino, senza però sapere che questo fascino è ben diverso da ciò che rapì la mia generazione 25 anni fa. Mi dicono tu abbia sedotto uomini importanti, tra gli stessi ed altri, come ai bei tempi. Forse, quel sogno che non si è avverato torna ora per darmi la caccia; o forse è solo una bugia, come ogni sogno che non si avvera.
Per me sei l'amante che tradì. Cara Virtus "di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello", continui a turbare le mie notti, ma cosa è rimasto di allora dimmelo un po' tu. Forse che non amerò mai nessuna quanto ho amato te, si dice sempre in fondo, ma, da tempo, quell'amore è morto disciolto in lacrime. La gelosia però non mi appartiene, e come ad ogni amante che ti tradisce, non posso comunque non augurarti di rifarti una vita felice.

 

DAN PETERSON

presentazione di "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

"La Virtus è una fede". Lo dice uno striscione appeso in alto ad ogni partita che gioca la Virtus Pallacanestro a Bologna. Ed è vero. Non è necessario essere italiano per capire questo, visto che non lo sono io. Non è necessario essere bolognese per capirlo, visto che non lo è Tullio Lauro, autore di questa opera. È facile parlare della lunga tradizione, della grande storia o della affascinante cultura di questa società che è "proprietà" di un'intera città. Ed è vero. L'ho sentito anch'io, anche se la mia esperienza Virtussina è stata breve, solo cinque anni, e vissuta in un solo settore della società, quello della pallacanestro. Ma è di pallacanestro che si parla qui dentro: il matrimonio fra uno sport, una società e una città. Tradurre questi sentimenti, o feeling, se preferiamo l'americano, dall'aria che si respira alla parola scritta sulla carta non è un'impresa facile. Invece, Tullio Lauro è riuscito a inquadrare tutto, in una vera opera d'amore. La tradizione della Virtus, più specificamente della Virtus Pallacanestro, è come ogni altra tradizione: c'è voluto tempo, pagato in cose che non sono tangibili. Questa è la storia di quella "conquista" e di altre della squadra che è stata il mio primo amore cestistico. E sarà anche l'ultimo, perché la Virtus è una fede.

 

GIOVANNI ELKAN

Ha superato i cent'anni!
È questo un traguardo notevolissimo per ogni essere vivente e per qualsiasi branca dell'attività umana. Lo è particolarmente per una società che, in ogni epoca, è vissuta solo col sostegno di chi ama lo sport, per un Organismo che opera nel settore con principii non limitati all'agone, ma rivolti ad un'educazione completa del giovane, con valori culturali e civili, per formare un cittadino sano ed onorato.
Emilio Baumann La volle fattore prettamente educativo, La volle aperta a tutti i ceti, quindi libera da ogni vincolo, La volle per un unico scopo: sviluppo fisico-morale della gioventù e per questi cento anni chi gli è subentrato alla guida ha seguito fedelmente la strada da Lui prescelta ed additata.
Come concetti fondamentali la Virtus del 1871 è uguale a quella del 1971.
Spesso il Suo cammino ha trovato ostacoli difficilissimi da superare, mai si è arrestata e questi cento anni costituiscono una sorprendente continuità.
Questo è dovuto soprattutto all'entusiasmo che ha suscitato sempre nella cittadinanza, vero affetto per cui, anche quando i risultati non erano di piena soddisfazione, i virtussini rimanevano e rimangono sempre fedeli alla "V" nera e continuano a sostenerne i colori.

 

"CON LA VU NEL CUORE"

di Gianfranco Civolani - prefazione de "I cavalieri della Vu Nera. I 125 anni della SEF Virtus attraverso i suoi campioni"

 

Noi passiamo e trapassiamo. La Virtus no, mai. Spiego come, quando e perché quella V mi è entrata nel cuore e così rendo anche omaggio alla memoria di mio padre. Gli anni Quaranta, subito nel dopoguerra. A Porta d'Azeglio giocavano a pallacanestro i ragazzi della sezione socialista Matteotti, ricordo i fratelli Bertelli, Rinaldi e uno dei Sangirardi. Quei ragazzi spesso vincevano. Non erano grandi sfide, ma comunque meglio vincere. Poi una sera mio padre mi disse che potevo anche stare a casa perché contro la Matteotti c'era nientepopodimeno che la Virtus, la grande Virtus. E l'indomani ancora mia padre mi raccontò che ovviamente non c'era stata partita, peccato e pazienza, ma insomma era la grande Virtus e amen. Ecco, così mi entrò nel midollo quella V. E subito cominciai ad andare in Sala Borsa e poi in Via Valeriani alla Virtus tennis poiché lì si giocava anche la Davis con i fratelli Del Bello di biancovestiti e di azzurro fasciati. Il resto è storia e appunto felice memoria. E adesso non chiedetemi quanti e quali allori in centoventicinque anni la Vu nera abbia conquistato. Mille, diecimila, centomila.

Che cos'è la Virtus? Un'idea, una Grande Idea. E così abbiamo cercato di raccontare una gloriosissima storia attraverso le gesta di una ventina di personaggi (i Cavalieri) che sono diventati un simbolo, l'Alfa e l'Omega di una galassia già tanto esplorata e ancora così imperscrutabile se è vero che noi passiamo e trapassiamo e la Virtus no, mai.

 

...UN AMERICANO...

di Dan Peterson - da "Il Mito della V nera 2"

 

L'unica cosa che sapevo di Bologna quando sono arrivato in Italia per parlare con l'avvocato Gian Luigi Porellli, il 6 giugno 1973, era che la mia confraternita universitaria, Kappa Sigma, dichiarava di aver avuto radici nel 1400 proprio in quella città, quando un gruppo di studenti formarono una "società segreta" contro il "cattivo" Governatore di Bologna, Baldassarre Cossa.

Della società sportiva Virtus non sapevo proprio nulla. Questo infatti non mi impedì, però, di compiere un viaggio da Santiago, Cile, dove allenavo la nazionale cilena, a Bologna, per parlare con la Norda della possibilità di allenare la squadra. In tutte le mie trattative, il nome Virtus non era mai saltato fuori una volta. Fino al giorno in cui firmai il mio contratto.

Poche ore prima di ripartire per il Cile, per completare il mio lavoro laggiù, Porelli mi schiaffò in mano un volume enorme, stampato due anni prima, nel 1971, per commemorare il centenario della Virtus. Mi disse: "Ora sei l'allenatore della Virtus!"

Mi domandai "Non è Norda il nome della squadra?"

Comunque presi in mano questo quintale di carta.

La mia ignoranza sulla Virtus non impedì all'avvocato Porelli di bombardarmi di informazioni al suo riguardo: "Caro Peterson, la Virtus è una grande società". Avevo capito. "Questa società ha oltre 100 anni di storia": Perfetto. "Questo libro è stato pubblicato due anni fa, durante il 100° anniversario della Virtus". Pensai: "Forte anche in matematica, l'Avvocato: 1871 + 100 = 1971!".

Porelli mi ssfogliava il libro, mi indicava personaggi nelle varie foto, mi raccontava tutto in un inglese con un accento tipicamente italiano, ma perfetto. Ero io che non capivo perfettamente. Mi dissi: "La mia squadra di baseball, i Chicago Cubs, festeggerà 100 anni fra tre anni, nel 1976, ma non penso che i loro dirigenti sbatteranno in mano alla gente un peso come questo".

in ogni caso, notando che il volume era di altissima qualità di stampa e di contenuto, lo curai bene, portandolo in aereo con me, ben incartato, pronto per essere messo su una mensola nella mia biblioteca e immediatamente dimenticato. La verità: altroché aprirlo, maledii il suo peso ogni volta che dovevo alzare la mia valigia. Non dico cosa pensai dell'avvocato Porelli!

Un mio problema con il libro stava nel fatto che, allora, non leggevo neanche una parola in Italiano. Ero come uno scolaro dell'asilo: potevo guardare le foto e basta. Poi, vidi una foto di non tanti anni prima, di un giocatore di basket con una "V" gigantesca sulla divisa di gioco. Mi chiesi: "Il nome? Norda? Dov'è? Ha un nome o no?".

Pian piano notai altri dettagli, soprattutto che il nome dello sponsor cambiava, ma la "V" rimaneva sempre. Una luce: Virtus era la società madre, lo sponsor era un figlio adottivo. Con queste poche "lezioni", mi ritenevo abbastanza un autodidatta per capire un po' dell'ambiente in cui mi ero cacciato. Ma che importava? Il mio lavoro era allenare! O no?

Poi, la mia "vera" educazione inizià quando arrivai a Bologna il 3 settembre 1973, per iniziare gli allenamenti della squadra. Ogni giorno capivo sempre più l'italiano. E ogni giorno capivo di più che la mia squadra era la Virtus prima di ogni altra cosa e che c'era un grande attaccamento alla squadra fra i cittadini di Bologna.

Le prime partite in casa mi davano un'altra lezione. In un momento difficile, quando ci vuole quel sesto uomo che si chiama "pubblico", la tifoseria alzava una coro: "Virtus! Virtus!". Questo semplice fatto mi aveva colpito tremendamente. E avevo visto la squadra "sentire" questa "voce", questo "richiamo". Cominciavo a capire ciò che significava la "V" nera.

Come ogni quadro importante, l'arte è nel dettaglio. Bene, nell'opera bellissima della mia illuminazione di ciò che era la Virtus, c'erano mille piccoli pezzi che formavano un collage a cui aggiungere un qualcosa ogni giorno. Il risultato era che non dicevo mai alla squadra: "Noi siamo la Sinudyne". Dicevo sempre: "Noi siamo la Virtus! è un onore indossare questa divisa!"

In questo sono tradizionalista. Ogni volta che fanno la più piccola modifica alla divisa dei miei Chicago Cubs (20 anni fa hanno aggiunto le strisce sulla divisa di casa!), mi incavolo non poco. Dirmi che hanno fatto una cosa simile è come dirmi che hanno sfregiato un monumento religioso. E provai la stessa sensazione per i colori della Virtus.

Guai toccarli!

 

ROBY E ETTORE: GRAZIE

tratto da Il Resto del Carlino - 23/07/2002

 

Fino al 31 luglio faranno parte integrante della Città dei Canestri. E chissà, magari, forniranno anche spunti per riflessioni e discussioni. Bologna è tappezzata dai poster che contengono i ringraziamenti di 85 tifosi della Virtus (su tutti Romano Bertocchi, editore della rivista "Bianconero" e Italo Vezzali) a Ettore Messina, Roberto Brunamonti e Roberto Dorigo che hanno dato tanto alla causa della Virtus. Messina oggi è a Treviso, Brunamonti a Roma e Dorigo continua a rivestire un ruolo di primo piano nella Ferrero. Ma il basket, ahinoi - e la Virtus è ancora senza sponsor - è lontano.


Il ringraziamento dei tifosi (foto tratta dai microfilm de Il Resto del Carlino)

www.virtus.it - 23/08/2016

 

È stato il primo, esattamente come un anno fa. Alle 14 di ieri, all’apertura ufficiale della campagna abbonamenti per la stagione 2016-2017, Giancarlo Marchi era già nella sede Virtus, in via dell’Arcoveggio, per rinnovare il suo abbonamento e quello del figlio Luca, da anni presenze fisse nei distinti. Questione di fede, ed è una fede che viene da lontano.

“Dalla prima esperienza virtussina di Terry Driscoll”, sorride Giancarlo, mostrando come un mazzo di carte un bel numero di tessere delle passate stagioni. “Era il 1969, direi che ne ho viste tante. Tra poco sarà mezzo secolo di fedeltà, ed è qualcosa che diventa parte di te. Poi è arrivato Luca, quando è diventato un ragazzo gli ho trasmesso la passione e adesso la partita della Virtus è anche un momento da condividere”. Nell’anno di ripartenza, Giancarlo e Luca sono pronti. “Se è passione, è per sempre”, recita il motto della nuova campagna abbonamenti. Loro non hanno mai avuto dubbi che fosse così.

 

IL PRIVILEGIO DI TIFARE PER LA SQUADRA DELLA PROPRIA CITTÀ

di Ezio Liporesi - Cronache Bolognesi - 08/07/2022

 

Non sono tra quelli che sostengono che uno debba tifare per la squadra della propria città. Solitamente ci si innamora di certi colori in età abbastanza giovane e comunque è un trasporto che può nascere per tanti motivi e se la propria preferenza ricade su una squadra che gioca a tantissimi chilometri dalla propria casa non c'è nulla di male. Considerò però un privilegio, una fortuna essersi innamorati dei colori di una squadra che porta il nome della propria città e che la rappresenta fuori dai confini cittadini. Si ha infatti la possibilità d'incontrare i propri beniamini: un tempo, a Bologna, era facile vedere Marino Perani con la sua auto personalizzata rossoblù, Mirko Pavinato scendere per via Marchetti o al supermercato o in giro per la città; in tempi più recenti, Milos Teodosic e Stefan Markovic in centro, Alessandro Pajola un sabato mattina a far colazione in via San Vitale la mattina dopo una sua grande partita, Daniel Hackett a porta D'Azeglio in una mattinata domenicale; vedere allo stadio Sasha Danilovic, oppure Toro Rinaldi e Vic Luciani,  vedere alle gare di basket Nico Dominguez, Arthur Theate, Gary Medel o Marco Di Vaio; poi ancora Elisabetta Tassinari, Ivana Dojkic, Maria Laterza, Giulia Ciavarella, Francesca Pasa, Valeria Battisodo, Sabrina Cinili, Alessandra Tava, Cecilia Zandalasini e la team manager Roberta Resta a vedere gli uomini, Julian Gamble e Kyke Weems a vedere la femminile; ritrovare tanti protagonisti dello sport locale al Playground dei Giardini Margherita in estate, in campo o tra il pubblico; avere Danilo Pileggi nel banco dietro il primo giorno della maturità; uscire dallo stadio da bambino con Pirein Genovesi; vedere nei ristoranti, negli uffici, nei bar le maglie dei giocatori e il gol di Ezio Pascutti all'Inter di testa in tuffo nei quadri appesi alle pareti dei locali; assistere allo spettacolo dell'Asinelli, la più alta delle Due Torri, colorata di rossoblù quando vince il Bologna o bianca sullo sfondo della nera notte per il centenario della SEF. Ritrovare i luoghi storici: nella zona dell'Ospedale Maggiore i Prati di Caprara, dove il Bologna cominciò, fuori Porta San Donato l'edifico dell'Osteria del Mondo che si trovava nella zona del Mondo, che inglobava l'attuale via Mondo e andava fino a via del Terrapieno e al Mondo c'era il campo di Villa Maccaferri dove la Virtus aveva il campo e dove si disputò il saggio per i bimbi di Fiume con le prime gare di Baschet ball; il Mondo però toccava anche l'attuale via Paolo Fabbri dove oggi c'è il murales che ricorda la Cesoia, primo vero campo del Bologna; in via Garibaldi, un tempo via San Domenico, è nata la SEF Virtus (anche se le denominazioni sono state tante prima del nome definitivo), proprio dove c'è il tribunale dove il Bologna è rinato dopo il fallimento; in Piazza Minghetti, un tempo Piazza del Francia c'era la Chiesa di Sant'Agata (dove ora c'è il Palazzo delle Poste) che fu sede della palestra Virtus dal 1871 al 1873; in via Valeriani c'è ancora il complesso del Ravone campo della SEF Virtus fin dal 1920, ma lì abitava anche Arpad Weisz, l'allenatore che dallo scudetto passò alla tragedia di Auschwitz; in via Murri la Piscina dello Sterlino, dove un tempo c'era lo stadio omonimo, campo del BFC dal 1913 al 1927, una zona, come detto,  dov'era facile incontrare anche Mirko Pavinato capitano dell'ultimo scudetto del Bologna; in via Castiglione la chiesa sconsacrata di Santa Lucia, che fu sede della Virtus dal 1873 al 1944 (tranne una piccola interruzione in occasione della prima guerra mondiale); la Virtus inizialmente la condivideva con la Lega per la formazione del Popolo fondata da Giosué Carducci, Quirico Filopanti e Raffaele Belluzzi; in via San Vitale l'albergo dove si fermò Raffaele Sansone all'arrivo in città, quella Bologna dove poi ha vissuto, gli ultimi anni nella zona di via Milano; in Piazza Malpighi al numero 4, c'era la sede Virtus e l'omonimo circolo e tante sono le sedi della Virtus e del Bologna dislocate per la città; in via Riva Reno la casa di Ezio Pascutti, a due passi dal Palasport, casa Virtus di tanti successi; percorrere via Galliera vuol dire pensare al trio omonimo; Mario Alesini, Nino Calebotta, Achille Canna; in via Faustino Malaguti abita un giocatore delle V nere e vi aveva vissuto Giacomo Bulgarelli, prima di trasferirsi in zona San Ruffillo (da ragazzo aveva abitato in zona Mazzini); in centro in Sala Borsa la Virtus pallacanestro creò il mito e in via San Gervasio giocò la prima partita nel 1930; poco più in là in via San Felice si allenavano le giovanili bianconere negli anni '50, mentre la prima squadra aveva come campo di allenamento la palestra del Liceo Righi; in via Boldrini c'era la maglieria di Renato dall'Ara; in via Clavature il negozio di Angelo Schiavio, in via Orefici il Bar Otello, allo stadio Dall'Ara il Bologna gioca ancora dal 1927, ma ci giocò qualche gara anche la Virtus nel campo ricavato alla Piscina, fuori Galliera c'è un'altra palestra storica della Virtus, quella delle scuole Marconi, utilizzata a cavallo degli anni '70 e siamo vicini alla stazione dalla quale tanti giocatori sono arrivati e partiti, ma che dal 1980 per noi bolognesi non è più solo luogo di collegamento col mondo ma fa parte del nostro cuore ferito, dall'esplosione di quella bomba che colpì tutti noi e alla quale la città reagì in tutte le sue componenti. Uscendo appena dai confini cittadini Casalecchio, che non è stato solo il luogo del campo Virtus, ma anche ritrovo dei ragazzi del Prof Enzo Grandi che di Bologna e Virtus come preparatore fu bandiera; ma Casalecchio è anche un altro luogo che conserviamo nel cuore con il suo ITC Salvemini che nel 1990 fu tragicamente sventrato da un aereo e proprio i giocatori del Bologna dalla vicina Casteldebole furono tra i primi a portare soccorsi, che tanti riuscirono a salvare, ma non dodici ragazzi che tutti portiamo nel cuore. A Zola nacque Vittorio De Simoni, uno dei sei ragazzi dell'atletica che diede vita alla sezione pallacanestro della Virtus. Poi le intitolazioni riportano alla mente i ricordi: Il Giardino Giacomo Bulgarelli, l'area verde situata tra via Andrea Costa e via della Certosa; la Rotonda Fulvio Bernardini in via Andrea Costa nei pressi dello stadio, la Rotonda Angelo Schiavio, dentro i cancelli del Dall'Ara, ingresso Curva Bulgarelli, la Rotonda Amedeo Biavati alla confluenza fra via San Donato, via Ristori e via dell’Artigiano; via Ondina Valla tratto di strada compreso tra la rotonda Lavoratori licenziati per rappresaglia e la rotonda Dante Canè; via Emilio Baumann, tratto di strada compreso tra via Marchetti e via Varthema; il Campo Baumann in via Bertini fuori Porta San Donato, verso quel Pilastro che riporta alla mente uno dei tanti eventi luttuosi perpetrati dalla banda della Uno Bianca, un'altro colpo mortale che subì la città, ma al quale reagì ancora con grande partecipazione; passaggio Claudia Testoni, area pedonale interna al giardino della Lunetta Gamberini che dall'ingresso di via Carlo Sigonio scorre parallelamente a Largo Cardinale Giacomo Lercaro; passaggio Giuseppe Dordoni, area pedonale interna al giardino della Lunetta Gamberini che inizia e finisce su passaggio Giorgio Neri sviluppandosi in senso circolare; lo stesso passaggio Giorgio Neri, area pedonale interna al giardino della Lunetta Gamberini che dagli ingressi di via degli Orti si sviluppa in senso circolare attorno ai campi da tennis; giardino Orlando Sirola che costeggia via Agucchi ed è l'ex centro sportivo che aveva lo stesso nome della via. A Casalecchio via Guglielmo Giovannini che porta dalla rotonda di Ceretolo all'Unipol Arena, che fu casa Virtus. Sono solo alcuni esempi, ma la cosa però più affascinante è il vivere tutti i giorni i luoghi che hanno avuto un significato nella vita sportiva della squadra e ad ogni angolo della città vivere e sentire la vicinanza a quei colori, portare gli amici a visitare quei luoghi, festeggiare i successi nei ristoranti cittadini e seguendo i pullman scoperti con i giocatori, andare nelle meravigliose biblioteche cittadine a cercare documenti e cimeli, andare a trovare le vecchie glorie e i parenti di coloro che non ci sono più e ascoltare aneddoti e ricordi. Tutto ciò fa da collegamento emozionante tra una partita e l'altra.


 

 

Mario Corticelli lasciò il basket agonistico da bambino, dopo essere capitato casualmente ad un provino Fortitudo, essere stato preso ed aver rifiutato la chiamata. Poi anni dopo è divenuto allenatore nelle minors. Mario rifiutò quella corte perché grande tifoso Virtus.

SERATA AI GIARDINI

Fuori il Mulino Bruciato dell'Ataman delle Due Torri

di Ezio Liporesi

 

Una serata di splendida normalità al Playground dei Giardini Margherita. In prima serata s'incontrano l'Acqua Cerelia Riguzzi Assicurazioni, a cui serve una vittoria per accedere ai quarti del torneo giunto alla quarantesima edizione ed intitolato a Walter Bussolari, e la storica formazione del Mulino Bruciato Csi Bologna, più volte in passato sul gradino più alto del podio, ma già eliminato in questa edizione. Sulla panchina della squadra che non ha più nulla da chiedere al torneo c'è l'Ataman delle Due Torri, Mario Corticelli, che con grande professionalità guida i suoi ragazzi fin dall'inizio come se fosse la finale. Già nel dare le ultime disposizioni prima della palla a due traccia sulla sua lavagnetta numerosi schemi con alcuni dei suoi giocatori un po' distratti e altri molto attenti, ma con gli occhi un po' fuori dalle orbite; il conciliabolo dura talmente tanto che deve intervenire il sempre superlativo Federico Fioravanti a chiamarli in campo e a chiedere al coach spiegazioni di cotanta eloquenza: giustamente Corticelli spiega di aver dato le necessarie disposizioni tattiche. La gara è equilibrata per pochi minuti, poi l'Acqua Cerelia Riguzzi Assicurazioni di coach Rizzi prende il largo, ma Corticelli, davanti ai suoi genitori, agli amici e agli antichi sostenitori del Mulino Bruciato, con grande partecipazione incita i suoi, richiama l'attenzione degli arbitri a volte un po' distratti e continua a trasmettere schemi sulla lavagnetta ad ogni timeout e pausa tra un quarto e l'altro. Nonostante l'impegno dei giocatori e del loro allenatore la formazione di Corticelli sprofonda sotto un divario sulla trentina di punti, ma non si scoraggia e nel finale ha un bel sussulto che riduce lo scarto a ventidue punti, 77-55, che non sarà un equilibrato doppio 7-5 su un campo da tennis, ma salva la dignità degli sconfitti, nel senso più nobile e sportivo del playground dei Giardini.

Mario Corticelli catechizza i suoi (Foto scattata dall'impareggiabile Luca Cocchi)

 

 

I LIPORESI, UNA DINASTIA VIRTUS

Tutto nasce da Alfeo Liporesi scienziato della matematica, politico e appassionato di basket
di Ezio Liporesi - Basket Vision - 21/08/2022
 

Questa è  una sorta di omaggio a chi mi ha avviato alla Virtus. Mio padre era del 1922. Seguiva la Virtus fin dalla Santa Lucia e attraverso Sala Borsa e Palazzo dello Sport ha assistito alle gare dei bianconeri fino a quando si disputarono a Casalecchio. L'aveva avviato alla passione sportiva suo zio, Alfeo Liporesi, classe 1891, che tra l’amore per la scienza (era ingegnere ma fu anche invitato al Congresso Internazionale dei Matematici che si tenne a Bologna nel 1928), l’interesse per l'arte che lo portava spesso a viaggiare, con particolare predilezione per Parigi, la passione per la politica (morì nel 1947 subito dopo aver parlato ad un comizio), trovò il modo di fare appassionare i nipoti (non aveva figli) al Bologna calcio e alla Virtus. Mia madre era del 1934, figlia di Alfredo Gherardi, che insieme alla moglie gestiva il Circolo Virtus di piazza Malpighi 4; fu abbastanza naturale per quella che sarebbe diventata mia mamma, essere assidua spettatrice delle partite delle V nere in Sala Borsa. I miei genitori si conobbero nel 1955 ma mio padre doveva aver adocchiato la futura moglie già un anno prima, visto che nel novembre 1954 inviò una cartolina dalla stazione di Avignone al caro Alfredo sottolineando "e a tutta la famiglia". Erano i tempi della Virtus di Tracuzzi, che in Sala Borsa conquistò i titoli del 1955 e 1956. I miei si sposarono nel 1960 e la Virtus ha fatto da sottofondo alla vita di famiglia (ricordo ancora più delle gioie l'aria tetra ai tempi degli spareggi salvezza del 1971 a Cantù). Mia sorella ed io cominciammo presto a seguire le V nere anche in trasferta, poi così fecero i nostri figli e la partita ha continuato a essere un rito familiare. La sede Virtus e l’annesso circolo si spostarono ma i miei nonni materni continuarono a vivere a due passi da piazza Malpighi, in via San Felice 2: mio nonno è scomparso nel 1978, ma fino all'ultimo mi chiedeva della Virtus e di Porelli. Mio padre è mancato nel 2005 amorevolmente curato dalla mia mamma, la quale per tanto tempo mi ha chiesto notizie dei vecchi giocatori della Virtus che aveva conosciuto, ma spesso la mia risposta era che non c'erano più e allora a un certo punto smise. Nel corso della loro vita avevano infatti conosciuto molti personaggi della Virtus: Gigi Porelli, Gigi Rapini (come dimenticare le sue massime “il playmaker non deve palleggiare, deve far correre la palla”, “le squadre forti sono quelle che vincono in trasferta”), i fratelli Dino e Dario Zucchi, Giancarlo Marinelli, Galeazzo Dondi Dall’Orologio, Giulio Battilani, che mi regalò un bellissimo poster Norda con i giocatori rappresentati in fase di gioco, i fratelli Carlo e Cesare Negroni; quando passavamo da Rimini andavamo a trovare Cesare che lavorava alla Sacramora e aveva un bel motoscafo rosso con cui amava uscire in mare, ma puntuale si presentava in Piazza Azzarita a Bologna per le partite della Virtus e così fece anche il 26 novembre 1980 per un Virtus-Cantù dopo il quale un infarto lo portò via. Ora che anche mia madre è mancata, le ceneri dei miei genitori, Giovanna e Luciano, voleranno insieme in un luogo a loro caro, come da ultimo desiderio che hanno espresso e io (che ho seguito molte tracce familiari, infatti mia moglie è parigina e la Francia è diventata una mia seconda patria, insegno da oltre trent’anni matematica) continuerò a scrivere di Virtus anche in loro ricordo.

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