STAGIONE 1983/84

 

Bucci, Daniele, Villalta, Binelli, Rolle, Van Breda Kolff, Messina

Valenti, Fantin, Bonamico, Lanza, Brunamonti

 

Granarolo Felsinea Bologna

Serie A1: 2a classificata su 16 squadre (22-30)

Play-off: CAMPIONI D'ITALIA (6-9)

Coppa Italia: VINCENTI (9-11)

 

N. nome ruolo anno cm naz note
4 Roberto Brunamonti P 1959 192 ITA  
5 Domenico Fantin G 1961 196 ITA  
6 Piero Valenti P 1956 183 ITA  
8 Matteo Lanza G 1964 194 ITA  
9 Ian Van Breda Kolff A 1951 200 USA  
10 Renato Villalta A 1955 204 ITA  
11 Augusto Binelli C 1964 211 ITA  
12 Elvis Rolle C 1958 205 USA  
14 Alessandro Daniele C 1963 206 ITA  
15 Marco Bonamico A 1957 200 ITA  
  Gianluca Trisciani P 1961   ITA  
  Maurizio Brunelli A 1965   ITA  
  Clivo Righi C 1966 204 ITA  
             
  Alberto Bucci All     ITA  
  Ettore Messina ViceAll     ITA  

 

Partite della stagione

Statistiche di squadra

Statistiche individuali della stagione

Giovanili

IL FILM DELLA STAGIONE

di Ezio Liporesi per Virtuspedia

 

Parte Fredrick, si affida il comando in regia a Brunamonti e arriva come secondo americano accanto al confermato Rolle, Jan Van Breda Kolff, dopo una lunga esperienza NBA. In roster anche Binelli reduce dall’esperienza americana (aveva esordito nella finale del 1981 contro Cantù). In panchina il nuovo allenatore Bucci, di scuola Fortitudo, reduce da grandi stagioni a Rimini e Fabriano. L’assistente è un giovane Ettore Messina. L’obiettivo dichiarato è la stella. Il campionato parte con la vittoria contro Cantù, nella quale la Virtus dimostra grande solidità, nonostante tutti restino abbondantemente sotto il 50% al tiro, tranne Bonamico che ha al suo attivo un 10 su 15 al tiro e 27 punti. Altra partita di grande spessore a Livorno, dove i bianconeri, guidati da Villalta, 24 punti, conducono la partita e anche nei rari casi in cui i padroni di casa sorpassano, li sopravanzano nuovamente, 83-80 il finale. Solo alla distanza viene domata la resistenza della Febal Napoli al Palasport, poi un successo senza troppi patemi a Trieste, con 25 punti di Rolle e 26 di Bonamico, il quale invece comincia con uno 0 su 9 la partita contro la Berloni, ma ciò non impedisce alle Vu nere di centrare la quinta vittoria consecutiva, senza soffrire neppure la difesa a zona, spesso in passato indigesta; tutto il quintetto in doppia cifra, 24 Rolle, 19 Villalta, 17 Van Breda, che aiuta in maniera impeccabile Brunamonti nella regia, 14 Bonamico che si è ripreso nel corso dell’incontro e 10 lo stesso Brunamonti. Prima di incontrare i torinesi la Virtus aveva terminato vittoriosa a punteggio pieno anche il girone di Coppa Italia, che ricompare dopo dieci anni (l’ultimo successo nel 1974 fu della Virtus); 4 nette vittorie contro Fortitudo e Mangiaebevi Ferrara.

Sconfitta amara a Brescia per 93-92, la cui causa va cercata non tanto nei troppi punti subiti, ma soprattutto negli errori commessi nel finale, quando a due minuti dalla fine i bianconeri si erano trovati sul più quattro. Riparte il cammino vincente, grazie anche al doppio consecutivo turno interno: contro Forlì, Rolle ha tre falli dopo otto minuti ma Binelli lo sostituisce con autorità, accumulando però quattro falli in pochi minuti e allora tocca a Daniele entrare al suo posto. La Granarolo procede comunque sicura fino al 68-49 di metà ripresa, quando però i romagnoli hanno un sussulto che li porta  a meno otto; si tratta solo di un fuoco di paglia, i bianconeri chiudono agevolmente sul 96-78. Altro largo successo casalingo contro Milano, priva di entrambi gli americani, ma anche i due USA della Virtus non fanno sfracelli; Rolle ha di nuovo tre falli dopo otto minuti e gioca solo 14 minuti realizzando quattro punti e non è tanto più incisivo Van Breda (8 punti), seppure sempre prezioso punto di riferimento del gioco. Determinanti risultano la velocità di Brunamonti (14 punti), il contropiede di Fantin (12), la freddezza di Valenti (4), l’ardore di Villalta, impreciso al tiro con 7 su 17, ma produttivo con 19 punti, 10 rimbalzi e una grande difesa contro Meneghin, la precisione di Bonamico, 28 punti con 14 su 20 al tiro, di cui 10 su 13 da fuori. Binelli realizza 6 punti ma come nell’incontro precedente gioca solo dieci minuti perché limitato dai falli e allora di nuovo Bucci fa ricorso a Daniele che si trova a suo agio nel clima battagliero dell’incontro, realizzando 4 punti. Sono già quindici i punti di divario all’intervallo e 21 alla fine. In trasferta contro Fabriano i bolognesi sembrano controllare agevolmente l’incontro, più dieci a metà primo tempo, più otto all’intervallo, ma poi  i locali rimontano fino ad arrivare a una sola lunghezza al 37’ e qui ci vuole la freddezza della Virtus per uscire vittoriosa 71-68; il migliore è il capitano Villalta con 23 punti. Facile successo contro la Binova, 113-100, con Rolle a quota 24, Villalta 21 e Van Breda 19; l’incontro permette anche a Villata di superare i 6000 punti in serie A.

Arriva la seconda sconfitta a Roma, dopo aver dominato l’incontro, fino al 52-36 nel corso della ripresa, poi la Virtus rimane intrappolata nella zona di Bianchini e un'incredibile rimonta capitolina porta le squadre al supplementare, dove il BancoRoma vince 87-85, nonostante i 23 punti di Brunamonti e i 20 di Bonamico. Arriva a Bologna, guidata in panchina dall’ex Nikolic, una Scavolini determinata che comanda tutto il primo tempo, ma al 4’ del secondo Zampolini, Magnifico e Sylvester sono gravati di quattro falli e così la Granarolo passa a condurre di nove punti che sarà anche lo scarto finale, grazie al predominio sotto i tabelloni delle Vu nere che respinge i pesaresi quando si avvicinano nuovamente a tre lunghezze; 23 punti e 10 rimbalzi per Rolle, 23 e 7 per Villalta. La Virtus comanda la classifica con 20 punti, mai ha fatto così bene nell’era playoff.  Il predominio a rimbalzo (49 contro 24) e la precisione al tiro (34 su 58) sono i fattori principali della vittoria a Caserta: maestoso Van Breda Kolff, 8 su 9 al tiro, 4 su 4 ai liberi, 9 rimbalzi, 2 stoppate e 20 punti, ma molto bene anche Rolle con 7 su 9 e 13 palloni arpionati sotto canestro. Distacco record, 52 punti, nel 111-59 rifilato a Gorizia nel primo incontro del 1984, contro una squadra che finora aveva subito solo 70 punti di media; Bonamico è costretto in panchina da uno strappo ascellare, ma sono ben sette i bianconeri in doppia cifra tutti con oltre il 60% al tiro guidati dal sesto uomo Fantin con 20 punti (6 su 10), poi Villalta 18 (8 su 13), Van Breda (7 su 7) e Binelli 16 (6 su 7), Brunamonti 13 (6 su 8), Rolle 12 (6 su 9) e Lanza 10 (3 su 4), per una percentuale di squadra superiore al 70%. Il titolo d’inverno è dei bolognesi con un turno d’anticipo.

A Varese la Virtus soffre, finisce sotto di 14 punti nella ripresa, recupera fino ad impattare a 16 secondi dalla fine sul 96-96, ma sulla sirena è Anchisi a infliggere alle Vu nere la terza sconfitta. Rolle è il migliore dei suoi con 28 punti e 9 rimbalzi. A Cantù i bianconeri franano già nel corso del primo tempo a meno 25 e l’87-72 non dice tutto sull’impotenza dei bolognesi in questa seconda sconfitta consecutiva in terra lombarda. Riscatto immediato contro Livorno, con un’altra bella prova di Rolle, 23 punti con 10 su 12 da sotto e 16 rimbalzi; in apertura di ripresa i bolognesi si portano sul +19 per poi vincere agevolmente 89-75. Il mal di trasferta comincia a divenire un problema: umiliante la batosta subita a Napoli, 115-105, surclassati da un Johnson ispiratissimo, autore di 47 punti; solo 10 i punti di scarto finali, ma sono stati anche 19. Il primo posto si allontana, ma proprio dopo la sconfitta di Napoli Porelli conferma che Bucci sarà l’allenatore anche della stagione successiva. Inversione di rotta in casa contro Trieste, decisiva la supremazia a rimbalzo e la difesa, solo 71 i punti subiti a fronte dei 108 realizzati, con sei giocatori in doppia cifra. In settimana la Virtus riceve Varese, per la gara di andata degli ottavi di Coppa Italia: gara intensa, con i bolognesi che vanno sul 42-32 sul finire del primo tempo, ma Varese all’intervallo ha dimezzato il divario; di nuovo più nove per la Granarolo nel secondo tempo a più riprese, ma i lombardi riescono a contenere lo scarto finale in soli sette punti, in attesa del ritorno. A Torino riemergono i problemi; Rolle, dopo una settimana passata a curarsi la caviglia dolorante, sfodera una bella prestazione segnando 20 punti, Villalta fa altrettanto, ma la Virtus regge solo un tempo, il primo chiuso a più uno sul 52-51. Nella ripresa le polveri si bagnano e i bianconeri realizzano solo 34 punti uscendo sconfitti 92-86. Un gran primo tempo contro Brescia, fa andare al riposo le Vu nere sul 52-32, che si dilata a 55-32 in apertura di ripresa, ma un passaggio a vuoto di 4 minuti riporta gli avversari a meno 11, un difetto che si ripropone per i bianconeri, anche se questa volta non ci sono ulteriori danni, vince la squadra di Bucci 97-82, con ancora sei giocatori in doppia cifra. La vittoria di un punto a Forlì, 74-75, sembra invertire la rotta delle sconfitte esterne in campionato; Van Breda sembra dover marcare visita per l’incrinatura del pollice destro, che gli ha impedito di allenarsi in settimana, invece è presente ed è anche il migliore dei suoi con 17 punti. Forlì avanti di uno all’intervallo, poi Bologna sul 69-64 a sei minuti dalla fine, Forlì di nuovo a più uno sul 72-71 al 36’, ma la Virtus riesce faticosamente, con un parziale di 4-0 siglato da Rolle e Valenti, a portarsi sul 75-72 a 41 secondi dal termine e qui Bucci rinuncia per la prima volta ai tiri liberi per conservare il possesso, con in campo il doppio playmaker, Brunamonti e Valenti; rinuncerà altre tre volte a 11, 7 e 3 secondi dal termine sul 75-74 portando la squadra al faticoso successo.

La settimana successiva la sconfitta a Milano contro la capolista, dopo aver a lungo condotto, lascia in tutti l’impressione che si possa vincere in casa Olimpia; infatti i bianconeri restano in vantaggio per quasi tutto il match, più undici a metà ripresa e ancora 60-57 a tre minuti dalla fine, ma qui Bologna si ferma, Milano piazza un 8-0 e finisce 65-60 per i meneghini. Il migliore dei virtussini è Villalta con 22 punti. Altalenante il ritorno degli ottavi di Coppa Italia: prende il largo la Virtus sul 19-12, ma Varese rimonta e passa a condurre 27-23 per poi a portarsi sul più sette a inizio ripresa, pareggiando il divario dell’andata, ma il 13 su 16 della Virtus nei primi undici minuti del secondo tempo porta le Vu nere non solo a passare il turno, ma ad aggiudicarsi anche l’incontro, finisce 93-86 per i bolognesi, con Bonamico che segna 12 punti negli ultimi 5 minuti, anche se il top scorer è Rolle con 20. Soffre la Granarolo nel primo tempo contro Fabriano, con i marchigiani avanti più volte di 8 punti, poi la Virtus passa a  condurre per la prima volta al 15’ sul 25-24, grazie a un libero di Binelli, va al riposo sul 33-29 per poi vincere agevolmente 80-64. Chiave del match sono i rimbalzi, 51 a 31 per i bolognesi, 17 a 5 quelli offensivi. Altra vittoria in trasferta a Bergamo, ma più complicata di quanto dica il 97-84 finale, infatti nonostante i vari tentativi di fuga dei bolognesi, al 36’ il punteggio è ancora incerto, la Virtus conduce di soli tre punti, poi riesce a staccarsi; 27 i punti di Rolle, 24 quelli di Bonamico. Autoritaria vittoria sul BancoRoma, in una partita che offre qualche patema solo a metà ripresa quando i romani recuperano dal 65-52 al 69-63, ma i bianconeri, guidati da un super Villalta autore di 28 punti, controllano l’incontro con sufficiente sicurezza. A Pesaro il protagonista è Bonamico, sia perché con 22 punti permette alla Virtus di stare incollata agli avversari trascinati da un indemoniato Duerod, autore di 39 punti, sia perché sull’85-84, a 5 secondi dal termine, gli viene fischiata un’infrazione di passi che toglie ogni speranza di vittoria ai bolognesi e provoca l’espulsione del Marine per proteste.

Il 28 marzo, nell’amichevole contro Reggio Emilia, Binelli si frattura il secondo metatarso del piede destro, per lui 25 giorni di gesso, che uniti alla successiva rieducazione, mettono a rischio la sua presenza per l’inizio dei playoff. Contro Caserta la Virtus tira solo col 55% dalla lunetta, sbagliando ben 15 tiri liberi, e col 42% dal campo, 0 su 9 per Bonamico (squalificato ma in campo grazie al pagamento della penale) e 1 su 8 per Brunamonti, meglio fa Villalta con 9 su 19 e 20 punti, Fantin con 6 su 10 e 18 punti, Van Breda con 6 su 9 e 13 punti e Rolle con 6 su 10 e 16 punti con anche 18 rimbalzi; proprio il dominio sotto i tabelloni è la chiave del successo, addirittura sono 28 i rimbalzi offensivi. Da sottolineare anche la difesa di Van Breda su Oscar che costringe il brasiliano a tirare con il 35%. Partita non bella ma due punti pesanti per la classifica. Nell’andata dei quarti di finale di Coppa Italia, la Virtus, dopo dieci minuti di equilibrio, dal punteggio di 20-20, si stacca nettamente e chiude sull’88-69,  trascinata da Rolle e Bonamico, autori di 16 punti, ma soprattutto da Villalta implacabile al tiro coi suoi 28 punti. Il capitano fa ancora meglio a Gorizia, dove ne segna 34 dei 79 che i bianconeri registrano sul tabellone a 29 secondi dalla fine, contro i 69 degli avversari, quando l’arbitro Paronelli viene colpito da un oggetto lanciato dagli spalti e decreta insieme al collega Casamassima di sospendere l’incontro, che verrà poi omologato col risultato conseguito fino a quel momento. Forti dei 19 punti conquistati all’andata il ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia a Roma si rivela quasi una formalità, anche perché sul 22-22 la Virtus in due minuti piazza un parziale di 11 punti che praticamente chiude i conti. Nella ripresa i romani sorpassano, ma i bolognesi riescono ancora a mettere la testa avanti a un minuto dalla fine sull’83-79, poi i capitolini hanno un’ultima reazione che li porta a condurre sull’88-87 che chiude l’incontro, anche perché allo scadere Brunamonti sbaglia tre tiri liberi. Per la Granarolo una sconfitta dolce che apre le porte della semifinale. L’ultima di regular season contro Varese non ha storia, 45-25 all’intervallo, 67-42 a metà ripresa e solo nel finale il divario scende fino al definitivo 91-78. Villalta e Rolle i migliori con 20 punti, rispettivamente 10 su 16 e 8 su 13 al tiro. Le sei vittorie nelle ultime sette partite portano i bianconeri alla pari sul secondo gradino della classifica con Torino, ma lo scarto canestri coi torinesi nei confronti diretti assegna il posto d’onore alla Virtus.

Nei quarti dei playoff contro Napoli come previsto è assente Binelli e Rolle ha tre falli dopo sei minuti, ma con in campo Daniele (alla fine 7 punti e 8 rimbalzi per lui) per il resto del primo tempo, la Virtus confeziona il break che la porta sul 43-25 prima ancora dell’intervallo. Punteggio finale di 96-77 con una vera prova corale di squadra, con miglior realizzatore Villalta con 21 punti. Il ritorno è molto più equilibrato, all’intervallo Bologna conduce di uno, ma nella ripresa prendono il sopravvento i locali che si portano sul più nove e la Virtus riesce solo a ridurre il distacco all’88-86 finale. Nota positiva il rientro nei dieci di Binelli, anche senza mettere piede in campo. Il grande primo tempo di Van Breda, 20 punti per lui alla fine, frutta il break che porta la Virtus sul 20-10 con 11 punti firmati dall’americano; è la svolta dell’incontro, infatti lo stesso divario lo troviamo all’intervallo sul 43-33, solo un punto in meno al termine, 77-68. Molto bene anche Bonamico con 17 punti, frutto di un ottimo 8 su 11 al tiro e anche 5 assist. In semifinale la Virtus offre un’ottima prestazione casalinga contro la Berloni Torino e nonostante l’espulsione al 12’ di Bonamico (insieme al torinese Ray) si porta in vantaggio nella serie. Fino a quel momento il Marine aveva realizzato 10 punti, ma Fantin non lo fa rimpiangere, chiudendo con 18, meglio fa solo Villlata con 20 e insieme scardinano la zona avversaria messa in campo da Guerrieri per quaranta minuti. Bonamico deve però saltare la partita di ritorno, avendo già usufruito della possibilità di pagare la penale; quando poi Van Breda, complice anche un fallo tecnico, colleziona quattro falli nei primi due minuti e mezzo le speranze bolognesi sembrano affievolirsi, ma sono brillantissimi Brunamonti e Fantin, rispettivamente con 29 e 20 punti e Bucci non ha paura di buttare nella mischia anche Binelli, Lanza, Daniele e Valenti, così la Virtus torna in quella finale che aveva mancato nelle ultime due stagioni.

L’esplosione di Fantin in questi playoff fa ben sperare per l’imminente gara uno contro la Simac. Infatti è una delle armi che permettono alla Virtus di trionfare nella prima partita di finale a Milano, facendo saltare la 1-3-1 di Peterson; con lui i grandi protagonisti sono Villalta e Brunamonti. Parte meglio la Simac, 27-20 al 10’, poi quando Peterson ordina la 1-3-1 forse per chiudere l’incontro, offre la possibilità alla Virtus, con un parziale di 20-8 di passare in vantaggio per 40-35; il tempo si chiude comunque ancora con i milanesi avanti di uno, ma sarà l’ultima volta, infatti nella ripresa subito un 4-0 per i bianconeri che vanno sul 44-41 e continuano la marcia con dieci realizzazioni nei primi undici tentativi del secondo tempo, grazie a Villalta che inizia benissimo la ripresa, 24 punti a referto, poi contro la difesa di Peterson Fantin realizza tre tiri eludendo le braccia protese di Gallinari, quindi è il turno di Bonamico e ancora di Brunamonti, 20 punti, che ha risposto da par suo alle realizzazioni di D’Antoni e ha diretto il gioco, con l’aiuto di un preciso Van Breda. Al 12’ si era sul 70-65 per la Granarolo, l’Olimpia rientra sul 71-72, ma la Virtus mantiene i nervi saldi e grazie anche alla precisione dalla lunetta (14 su 15) vince meritatamente per 86-82. Da sottolineare anche la percentuale del 61% dal campo. Il mercoledì successivo una Virtus ancora imbattuta in casa potrebbe vincere lo scudetto, ma avanti di dieci punti nel primo tempo, nonostante l’espulsione di Meneghin a metà ripresa, non riesce a staccare i milanesi. L’ultimo vantaggio lo firma Brunamonti a 5’ dalla fine, ma sono i milanesi a vincere 75-71. Meneghin viene squalificato per tre turni e nella bella del 27 maggio i bianconeri conducono l’incontro con sicurezza contro una Simac mai doma. Milano conduce solo per i primi minuti, poi la Virtus mette la freccia, 31-21 al 12’, ma solo più 4 all’intervallo, 55-43 al 25’, però Simac a meno due sul 65-63 al 33’, poi più volte a meno uno sul 71-70, 73-72 e 75-74 quando a 29 secondi dalla fine, il capitano Villalta, vero trascinatore con 25 punti frutto di un ottimo 12 su 16 al tiro, perde un pallone e il fallo successivo manda Bariviera in lunetta, ma il doppio errore riconsegna la palla alla Virtus. Fermato il cronometro a dieci secondi dalla fine da un fallo milanese, Bucci decide per la rinuncia ai liberi e la schiacciata di Brunamonti firma il 77-74 e consegna definitivamente lo scudetto e la stella alla Virtus. Brillanti sono le luci della stella a San Siro come brillanti sono le luci del palasport, qualche ora dopo nella notte, accese dal custode Andalò per omaggiare i neo campioni che tornano in Piazza Azzarita attesi da una folla oceanica.

Si festeggia, ma c’è ancora da disputare la Coppa Italia. La finale viene intanto assegnata a Bologna, un motivo in più per cercare di arrivarci. Il 3 giugno, in un giorno in cui Bologna festeggia anche la promozione della squadra di calcio in serie B, il palazzo dello sport è tutto bianconero e tricolore per festeggiare i neo campioni prima della semifinale con Treviso. Una Virtus scarica e stanca fatica molto per guadagnare un più tre non certo rassicurante per il ritorno. Il migliore realizzatore è Van Breda con 20 punti. La Virtus ha condotto con vantaggi minimi e a 1'14” dalla fine Treviso arriva a meno uno sull’81-80, poi Marietta a 35” dalla sirena fallisce il sorpasso, ma i trevigiani a 9 secondi dalla fine sono ancora alla minima distanza sull’83-82, quando Brunamonti si guadagna e realizza i liberi del più tre finale. A Treviso comandano i veneti nel primo tempo con un vantaggio di dieci punti, che aumenta ancora nel secondo, ma poi i bianconeri hanno la forza di rimontare fino al meno uno che li qualifica per la finale del 9 giugno contro Caserta. La finale è tiratissima, con scarti minimi, anche se la Virtus, priva di Fantin febbricitante ma con un ottimo Bonamico autore di 20 punti, prova a scappare già sul 19-12, ma solo nel finale prima sul 66-60, poi sul 74-66 e quando il tabellone segna 80-74 a un minuto dalla fine sembra aver partita vinta; un tiro affrettato di Villalta e un’infrazione di campo di Van Breda Kolff consegnano però sul più due Virtus l’ultimo pallone ai campani che sbagliano il tiro del pareggio e permettono a Brunamonti di conquistare il pallone che rimane tra le sue mani fino alla sirena, sancendo l’accoppiata scudetto-Coppa Italia.

Ottima la stagione di Villalta, al suo terzo scudetto, stavolta da capitano, implacabile e migliore realizzatore dei suoi nelle due vittoriose trasferte di Milano, come lo era stato già a San Siro nella gara che aveva assegnato lo scudetto del 1979, insomma un Renato “stellare”. Bellissima l’annata di Brunamonti, con le due gemme delle vittorie in trasferta in gara due a Torino e in gara uno a Milano, rispettivamente contro Caglieris, il playmaker che a Bologna tanto era stato rimpianto e contro il mostro sacro D’Antoni, una doppia sfida vinta che lo consacra campione. Bonamico decisivo in molti frangenti vince lo scudetto della maturità, dopo quello vinto da ragazzo nel 1976. Van Breda, imprescindibile nell’organizzazione del gioco, sempre la cosa giusta al momento giusto, un tiro, un rimbalzo, un assist. Dominatore sotto i tabelloni Rolle, solo in qualche occasione penalizzato dai falli, come pure Binelli, alla sua prima positiva stagione di una lunga serie nei dieci titolari, dopo la fugace apparizioni in panchina in gara due e tre delle finali 1981; l’infortunio nel finale della stagione regolare lo ha sicuramente limitato nei playoff. Quando i falli hanno costretto in panchina Elvis e Gus, importante l’apporto di Daniele, soprattutto in gara due a Torino. Arma decisiva il sesto uomo Fantin, fondamentale nei playoff, preciso tiratore soprattutto in semifinale e finale. Quarto scudetto per Valenti, dopo i tre da vice Caglieris, questo da rilievo di Brunamonti, non solo un portafortuna: decisivo nella vittoria di Forlì, che chiudeva una serie di sconfitte esterne, ma anche in tanti convulsi finali, anche come spalla di Roberto per controllare il possesso di palla. Chiamato in campo ha dato il suo contributo al titolo anche Lanza, addirittura in doppia cifra nella gara record contro Gorizia. Scudetto subito alla prima panchina Virtus per l’allenatore Bucci, come era stato nel 1979 per Driscoll, e come allora conquistato a Milano. Alberto guida con sagacia ed entusiasmo la squadra, formando un gruppo coeso, capace di vittorie di carattere, ma anche frutto di bel gioco. Per lui bolognese, quindi profeta in patria, le perle sono le vittorie conquistate con un perfetto attacco alle zone della Berloni e della Simac; alla guida dei suoi giocatori viene ottimamente supportato dal giovane assistente Ettore Messina, anch’egli debuttante in Virtus. Le due vittorie in campionato e Coppa Italia sono per entrambi solo l’inizio di una felice serie.

Villalta, Van Breda Kolff, Bonamico, Fantin, Valenti, Brunamonti, Lanza, Rolle, Daniele, Binelli

GRANAROLO BOLOGNA

Giganti del Basket - Ottobre 1983

 

Quando nel 1980 la Virtus abbinata Sinudyne vince con Driscoll in panchina il suo secondo scudetto consecutivo tutti ipotizzarono un trionfale cammino per le V nere bolognesi, con il raggiungimento del glorioso traguardo della stella dei dieci scudetti. Invece il bel meccanismo per varie ragioni si bloccò e nelle tre stagioni consecutive il titolo sfuggì a dispetto delle previsioni unanimi degli addetti ai lavori. Crisi tecnica, valzer di allenatori, cambi di stranieri, ma la stella si trasformò in chimera irraggiungibile. Quest'anno la Virtus dopo dieci stagioni di matrimonio con la Sinudyne, cambia sponsor. l'Abbinamento è con un'altra ditta dell'hinterland bolognese, il Consorzio Produttori Latte Granarolo Felsinea, al quale va ad aggiungersi nel capitolo variazioni anche l'arrivo di un coach di estrazione bolognese, Alberto Bucci che ritorna a giocare in casa dopo dieci anni d'esilio: "Sono felicissimo del ritorno nella città che amo, e ritengo di avere l'occasione giusta. Non mi sento in cima ma lavorare alla Virtus è certamente motivo d'orgoglio, è un punto d'arrivo nella carriera di un allenatore guidare una formazione così blasonata e dovrò dimostrare coi fatti di essere all'altezza per questo incarico. La squadra che abbiamo allestito è competitiva, sicuramente più equilibrata, senza le passate alternanze di rendimento. Una squadra così forte non può non lottare per lo scudetto".

ATTACCO. Bucci sta lavorando per costruire un organico, proponendo ai giocatori varie soluzioni per tutti? Non ci saranno giochi fissi, né soluzioni obbligate, ma equilibrio per i cinque del quintetto in campo a seconda della partia o dell'avversario. Voto: 8.

DIFESA. Abbastanza aggressiva, pressione sulla palla, iniziative personali visto che Bucci considera i suoi ragazzi buoni difensori. Difesa a zona mobilissima, senza subire la pressione avversaria con anticipi centrali. Voto: 8.

ALLENATORE. Bucci dopo l'esperienza in Fortitudo nelle giovanili sostituì nel campionato 73/74 a metà campionato Guerrieri esonerato. Nella stagione successiva passò a Rimini in serie D. In un crescendo rossiniano in 5 anni venne promosso consecutivamente fino a raggiungere l'A2. Trasferimento a Fabriano nell'Honky e nuova promozione questa volta in A1, con ingresso ai playoff. Una scalata per gradi, guadagnata sul campo e ora la bacchetta di direttore bianconero. Voto: 8.

STRANIERI. Sotto le plance torna Elvis Rolle dopo la parentesi alla Summer League di Los Angeles per i soliti provini per i professionisti dell'NBA. è alla terza stagione in Italia. L'altro Usa è un ex pro, Jan Van Breda Kolff, lunga milizia nell'NBA e ultime stagioni nei Nets. Guardia ala, uomo squadra, dovrà riadattarsi al clima partita, altruista non forza mai un tiro. voto: 8 1/2.

ACQUISTI. Alla fin fine l'unico acquisto è stato l'americano, visto che gli altri arrivi sono solo ritorni all'ovile. Piero Valenti, play delle stagioni degli scudetti dietro a Caglieris, dopo un biennio a Trieste sarà l'uomo in più, che il coach ha voluto inserendolo primo nella sua lista per la nuova stagione. Rientrano pure alla base il pivot Daniele in prestito a Rieti, il giovane Augusto Binelli, 2.10 pivot della Nazionale juniores, dopo due anni alla Lutheran High School. Voto: 8.

CESSIONI. Generali passa all'Indesit Caserta, è il trasferimento boom dell'estate bolognese. Pietro non poteva adattarsi oltre a giocare come cambio e d'altra parte la Virtus doveva provare i suoi giovani pivot. Parte pure il cecchino Zam Fredrick, gran tiratore ma individualista. Masetti al Mangiaebevi, Goti alla Bic, Ragazzi alla Febal Napoli e Govoni al Montegranaro di Michelini. Voto: 7 1/2.

Con Villalta e Bonamico si può metterla sul fisico, come ebbe a lamentarsi Cantù (foto Giganti del Basket)

CON LE SPALLE AL MURO

di Enrico Fedreghini - Giganti del Basket - Novembre 1983

 

Aprile 1980, Palasport di Cucciago: il parquet del Pianella è ormai un mare compatto di teste sopra le quali sventola ogni tanto un tricolore, mentre McMillian viene portato sulle spalle dai tifosi fino agli spogliatoi. Un temerario 'aficionados' della Virtus, decisissimo ad effettuare il rituale taglio della retina, viene risucchiato da un gruppo di esagitati canturini. La Sinudyne di Terry Driscoll ha appena vinto lo scudetto per il secondo anno consecutivo, il non della sua storia e, mentre dallo spogliatoio bolognese giungono le urla di gioia dei giocatori, i giornalisti che stanno già dettando i pezzi alle proprie redazioni non sembrano avere dubbi: è iniziata l'era-Virtus, è nata la nuova squadra destinata a dominare la scena del basket degli anni ottanta. Quattro nazionali fra i giocatori italiani: Villalta, Caglieris, Generali, Bertolotti senza contare Bonamico di ritorno a Milano; due stranieri del calibro di Cosic e McMillian: non esiste in Italia una formazione così forte, per avere la stella del decimo scudetto sulle proprie maglie dovrà pazientare solo un altro anno e poi sarà finalmente sua...

Ottobre 1983: è cominciato il campionato di serie A. Numerose squadre possono vincerlo, una sola non può assolutamente perderlo: la Virtus Granarolo Felsinea Bologna. Negli ultimi tre anni ha cambiato cinque allenatori, sostituito tre stranieri e vinto nulla. Sfortuna, mancanza di una guida tecnica 'omogenea', concorrenza sempre più agguerrita, incapacità nel sostituire un leader come Cosic: tutti motivi che possono spiegare certi traguardi falliti per un soffio (come la Coppa dei Campioni persa malamente a Strasburgo contro il Maccabi e la finale-scudetto contro la Squibb, giocata senza gli infortunati Marquinho e McMillian), ma che non bastano più se diamo un'occhiata ai risultati deli ultimi due anni: un'eliminazione in semifinale ed una addirittura nei quarti di finale, ad opera di Scavolini e Ford. Alla tanto amata Virtus, i tifosi bolognesi chiedono di cancellare i tristi ricordi delle ultime tre stagioni; le partite importanti perse di un punto, gli screzi fra giocatori e con il tecnico, la media di due allenatori esonerati all'anno. La Virtus deve vincere: in fondo è l'unica squadra, assieme alla Berloni, in grado di schierare, accanto ai due stranieri, tre giocatori della Nazionale maggiore. Porelli, che da almeno quattro anni non segue più dalla panchina le partite della 'sua' Virtus, tale è la sofferenza che gli procura la tensione nervosa, è come al solito esplicito: "Non abbiamo nessun obbligo, se non nei confronti dei nostri tifosi. Non credo ai pronostici della vigilia fatti dagli addetti ai lavori: Bianchini da anni afferma che dovremmo dominare il campionato ma credo che lo dica anche per convenienza. Lo so, non possiamo più fallire: io sono pessimista di natura, però mi sembra che le premesse siano buone. E poi non dimentichiamo che non giochiamo solo noi, la mancanza di risultati può essere demerito nostro oppure merito degli avversari. Abbiamo perso due titoli, uno con Peterson e l'altro con Ranuzzi, perché avevamo gli americani infortunati". D'accordo, però altre volte la squadra ha perso pur giocando con la formazione al completo; piuttosto, da quando Cosic ha lasciato Bologna sembra essersi rotto quel meccanismo che, col vescovo mormone in lunetta a distribuire assist in attacco e a sbarrare la strada in difesa, faceva funzionare la squadra a meraviglia... Porelli esita un attimo, con gli occhi fissa il vuoto e mormora: "Eh, quello era un genio del basket, un uomo dotato di un'intelligenza al di sopra della media... I giocatori, durante la sua permanenza, si erano anche deresponsabilizzati perché lui era talmente immenso da pensare anche per gli altri quattro. In questo senso, paradossalmente, può aver nuociuto alla squadra". Scherzi a parte, ad aver nuociuto alla squadra sembrano essere stati i continui cambi di allenatori... "Basta con questo luogo comune, secondo il quale cambiare un allenatore è male. Perché è un male? Se vedo che un tecnico non è all'altezza io, che devo prendere le decisioni in questa società,  lo mando via. Io non prendo allenatori in prova, si badi bene: per principio, chiunque arriva alla Virtus ne diventa allenatore a vita: la sua effettiva permanenza, però, dipenderà poi dal modo in cui lavora. Posso cambiare quanti allenatori voglio, anche venti in una stagione se lo ritengo opportuno. Bucci? Mi sembra un buon allenatore, ma se fra due mesi dovessi ricredermi manderei via anche lui". Domanda: ma qui gli allenatori della Virtus sono i soli responsabili delle decisioni tecniche? "Certo, se escludiamo i due americani, che scegliamo di comune accordo. Una sola volta ho dato piena libertà ad un allenatore in questo senso e me ne sono pentito amaramente".

Alberto Bucci, da quest'anno alla guida di una delle più prestigiose - e non certo più facili - panchine del nostro campionato, appare abbastanza fiducioso. "Non voglio parlare del passato di questa squadra, non sono cose che mi riguardano. So che dobbiamo vincere e credo che alla fine potremmo essere noi i primi della classe. Ho trovato una squadra un po' divisa, sto creando un 'gruppo' nel vero senso della parola. Alla Granarolo non serve una stella da trenta punti a partita come era Fredrick, che giocava per sé lasciando solo le briciole alla squadra. Zam avrà anche vinto qualche classifica personale però la Virtus con lui non ha vinto nulla. Per questo abbiamo scelto Van Breda Kolff. Forse non saremo la formazione più alta del campionato, però abbiamo giocatori 'pesanti' e tecnicamente siamo superiori a tutti". Qualche critico ha già scritto che alla Granarolo Felsinea di quest'anno manca il gioco-spettacolo; Bucci e Porelli ci ridono sopra, sapendo bene che l'unico spettacolo gradito dal pubblico sono i due punti in classifica, anche in una città esigente, dal punto di vista cestistico, come Bologna. "Posso contare su molte alternative tecniche - riprende l'allenatore - ho a disposizione guardie veloci come Brunamonti, Fantin e Valenti mentre sottocanestro dispongo di Villalta, Rolle e di un certo Binelli che, anche se deve fare esperienze, in futuro potrebbe formare, assieme ad Elvis, un muro invalicabile sotto i tabelloni". Un ruolo fondamentale, nel gioco della squadra di Bucci, verrà ricoperto da Marco Bonamico: potrebbe essere lui la vera sorpresa di questa Granarolo attesa al varco da tutti. Saprà identificarsi nel ruolo di sesto uomo che il suo allenatore ha deciso di affidargli? Diventerà il "John Havlicek" del nostro basket o, se preferite, il Marino Zanatta dei nostri giorni? Bucci è convinto di sì: "Ho già spiegato quest'estate, a Marco, in che modo desidero impiegarlo. Lui si è subito detto disponibile, rimandando però ogni decisione definitiva a dopo la verifica in campionato. Ora che ha capito che il sesto uomo non è il rincalzo che entra quando un giocatore ha commesso il terzo fallo, ma è il 'titolare aggiunto' in grado di dare una svolta tattica alla partita nel momento in cui fa il suo ingresso in campo. Posso avere un quintetto alto e pesante schierando Bonamico guardia al posto di Fantin, posso velocizzare la manovra sostituendolo con Villalta nel ruolo di ala, posso alternare con lui Van Breda Kolff senza che la squadra ne risenta minimamente. Insomma: ho sei titolari a disposizione ma soprattutto un gruppo unito, anche se andiamo sotto nel punteggio non perdiamo la calma, stringiamo i denti per limitare i danni e poi recuperiamo il distacco, a differenza di quanto avveniva forse in passato". Bucci è ottimista, Porelli ha ricominciato a soffrire per i suoi ragazzi. E se anche quest'anno dovesse andar male? "Andar male, per noi, vuole dire arrivare come minimo fra le prime quattro. E i tifosi non mi sembra che ci abbiano mai abbandonato; abbiamo sempre il tutto esaurito, per questo, l'obbligo di vincere sorge solo nei loro confronti. E se un giorno la piazza si mostrasse insoddisfatta, allora sarei il primo a rendermene conto: vorrebbe dire che ho fallito, e che devo dimettermi. Ma fino a quel giorno, il responsabile, nel bene e nel male, rimango solo io...".

 

A QUATTR’OCCHI CON BUCCI

di Stefano Germano – Superbasket – 15/03/1984

 

Alberto Bucci, coach emergente tra tutti quelli della nouvelle vague e Valerio Bianchini, coach già emerso e guida del Banco: tra i due una bottiglia divino e, da parte sia dell'uno sia dell'altro, la voglia di rispondere in assoluta sincerità ad una mitragliata di domande.

(si riportano le sole risposte di Bucci)

1) Soddisfatto della tua carriera? Assolutamente in quanto, sia sul piano tecnico sia su quello dei rapporti umani, ho sempre avuto esperienze assolutamente positive.

2) Soddisfatto della tua squadra? Sì, perché nel complesso ha fatto quanto le chiedevo malgrado un periodo negativo: un campionato, ad ogni modo, si valuta su tutti i mesi che dura: sino ad ora ne ho avuti cinque positivi e uno negativo e mi auguro che le cose cambino in meglio.

3) Soddisfatto dall'ambiente in cui lavori? Nel modo più assoluto perché l'accordo con i miei collaboratori è perfetto e lo stesso discorso vale per la società.

4) Quale differenza c'è tra lavorare in una piccola squadra e in una grande? La differenza è soprattutto sul piano psicologico in quanto una piccola squadra richiede, come traguardo massimo, la salvezza e qualche exploit estemporaneo mentre la grande squadra ha sempre e soltanto obbiettivi di vertice come la promozione se è di A2; il titolo se è di Al.

5) Se potessi cambiare gli stranieri, chi cambieresti? Sono troppo contento di quelli che ho per pensare a questa eventualità: Rolle, infatti, è in classifica in molte specialità e Van Breda è l'uomo più indicato per una squadra come la Granarolo.

6) Se potessi cambiare gli italiani, chi cambieresti? Visto che tre dei cinque del quintetto base sono nazionali, cambiare in meglio sarebbe troppo difficile per cui…  tengo quelli che ho.

7) Secondo te, come deve essere composta una grande squadra? Da grandi giocatori che però abbiano equilibrio e mentalità in quanto è proprio la mentalità a fare la differenza

8) Chi è il più grande allenatore del campionato? Sicuramente Peterson.

9) Chi è il più grande giocatore del campionato? Meneghin

l0) Chi è il più grande allenatore italiano di oggi? Bianchini.

11) Chi è il più grande allenatore in assoluto? Fare un solo nome significa far torto a qualcuno: nelle varie epoche. Quindi, dico Peterson, Nikolic, Bianchini e, ancora prima, Primo (chiedo scusa per il bisticcio).

12) Cosa invidi maggiormente al tuo interlocutore? L'esperienza e la mentalità vincente maturate alla guida di squadre di alto livello e che gli consentono di ottenere sempre il meglio dai suoi anche nei momenti più difficili.

13) Cosa manca alla tua squadra in questo momento? La consapevolezza nei propri mezzi che sono assolutamente notevole ancorché, a volte, inespressi.

14) Scovolini e Benetton sono senza dubbio le grandi delusioni dell’A1 e dell’A2; perché? Parliamo della Scavolini: ha cambiato tre allenatori e questo influisce; adesso è arrivato Nikolic e la squadra deve soffrire. Indubbiamente, a Pesaro hanno perso fiducia nei propri mezzi: partiti per vincere lo scudetto, ora debbono lottare per non retrocedere e queste sono cose che difficilmente si accettano. Per di più, i due stranieri sono tutt’altro che dei crack. Per la Benetton, il problema Jerkov è stato determinante in quanto, in A2, più che il fioretto serve la baionetta. E Jerkov non è certamente uno che vada all’assalto!

15) Qual è il ranking attuale delle prima di A? Quello che indica la classifica per le prime otto.

16) Quali saranno le big four?

Simac, Berloni, Hranaroli, Jolly.

17) Quale finale prevedi? Più che prevedere una finale me la auguro: Simac-Granarolo.

18) Con quante probabilità a testa? Cinquanta e cinquanta.

Brunamonti sfugge a Jones della Bic Trieste

IL MATCH DELLA MIA VITA: MILANO DA BERE

di Alberto Bucci - VNere - 23/12/1990

 

Di indimenticabile, nel corso della mia carriera virtussina, non c'è stata solo una partita, ma un intero campionato: un anno sportivo vissuto in maniera splendida insieme a ragazzi esemplari. Alla stagione 1983-84 sono legati i miei ricordi più belli e anche quelli più brutti: tutti, comunque, riconducibili alle partite con la Simac Milano, la nostra Avversaria con la "a" maiuscola.

Rammento che nel corso della stagione regolare disputammo al Palazzone di San Siro una delle gare più scadenti in assoluto, con molto nervosismo e delle percentuali di realizzazione davvero ridicole. 65-60 fu il risultato finale, roba, con tutto il rispetto, da basket femminile. Nel corso del viaggio di ritorno, sul pullman che ci riportava a Bologna, i miei giocatori si impegnarono in una specie di giuramento comune: "Mister" fu più o meno il succo del discorso generale "ti promettiamo che torneremo ancora a Milano, quest'anno. Sarà per giocarci lo scudetto e stai sicuro che non perderemo più". I ragazzi furono di parola, me ne resi conto quando cominciò la prima parita di finale, contro la Simac.

Un'altra partita, in tutti i sensi, rispetto alla prima: la Granarolo non voleva perdere e non perse, disputando una gara perfetta sotto tutti i punti di vista, forse la migliore della mia gestione, sicuramente quella che io ritengo meglio interpretata.

Di quella serie finale si conosce ormai tutto. Io posso solo confermare la veridicità di un aneddoto che prese a circolare dopo la vittoria del titolo. Come tutti ricordano, la Virtus vinse lo scudetto dopo essere stata sconfitta in gara due, a Bologna, e aver violato ancora il palasport avversario.

Il giorno dopo la debacle casalinga mi ritrovai con i giocatori per un allenamento. Era un giovedì: dopo la vittoria della domenica precedente molti l'avevano immaginato come il giorno del trionfo: invece era il "day after" di una cocente delusione. Sotto le volte del palasport di Piazza Azzarita i musi lunghi si sprecavano: le parole, invece, erano assenti del tutto, o quasi. Fu un giocatore, Brunamonti, a interrompere quella atmosfera pericolosa (perché sembrava preludere alla rassegnazione) tirandomi per un braccio e indicandomi il soffitto dell'impianto. "Ehi, coach, vedi quella luce lassù?". "No, non vedo niente", risposi io. "Ma dai, Alberto, guarda bene: lassù c'è una stella!". Fu una battuta previdenziale: ci abbandonammo tutti a una risata e riprendemmo il lavoro con uno spirito totalmente diverso: caricati e fiduciosi di poterci ripetere. Così fu, infatti, ma questo lo sapete fin troppo bene. I miei ragazzi avevano giurato il vero: quell'anno, Milano, se l'erano proprio bevuta.

 

IL MATCH DELLA MIA VITA: RENATO UNA STELLA

di Renato Villalta - V nere - 1990

 

Devo focalizzare una sola partita? Allora scelgo la gara della stella,quella che nel 1984 ci ha regalato il decimo scudetto. Devo dire che quell'incontro l'ho ancora fotografato davanti agli occhi. La schiacciata negli ultimi secondi con la quale Brunamonti ha posto sigillo al nostro trionfo, non la cancellerò mai dalla mente. Mi ricordo che tutti noi ci rivolgemmo verso i tifosi bolognesi, che ci avevano seguito nella trasferta al vecchio palazzone, quello col velodromo, poi, messo fuori uso dalla neve. Fu una soddisfazione incredibile, una gioia difficile da raccontare. Noi ci credevamo tantissimo. A Milano avevamo vinto la prima sfida della serie, allora al meglio delle tre partite. Poi la Simac ci aveva restituito il colpo, venendo a prendersi gara-due a Bologna. La sconfitta subita in casa aveva tolto a molti tifosi fiducia in un nuovo nostro exploit. Espugnare il parquet di Milano era impresa difficilissima, addirittura ai limiti delle nostre possibilità. Nello spogliatoio "però" eravamo tutti convintissimi nei nostri mezzi, volevamo farcela e credevamo di avere ancora le frecce giuste nel nostro arco. La terza partita, insomma, assumeva davvero i contorni di una sfida impossibile. In quella Simac c'erano i D'Antoni e i Carr, gente con la quale non si poteva certo scherzare. Ricordo la determinazione che ci misero loro: fu enorme. Ma per la Simac non ci fu comunque niente da fare. Anche noi eravamo caricatissimi. La giornata per la Virtus cominciò presto, col ritrovo in Piazza Azzarita. Milano era una di quelle trasferte che si affrontavano partendo in pullman, la domenica mattina. Poche ore di autostrada ed eccoci arrivati. L'atmosfera era elettrica. Quando incrociammo i nostri tifosi, che ci incitavano in prossimità del palasport, capimmo di non essere i soli a crederci. Coloro che avevano affrontato per un'altra volta la trasferta evidentemente avevano fiducia nei nostri mezzi. E tutti noi volevamo ripagarli. All'ingresso sul parquet per il riscaldamento, rammento il gran frastuono dei fans milanesi, ma anche l'incitamenti dei tifosi bianconeri. Poi la partita, il rush finale, il trionfo. Io giocai una buona gara offrendo il mio contributo al tabellino. Ma tutta la squadra si superò. Al ritorno, trovammo la scena indimenticabile di Piazza Azzarita colma di tifosi che aspettavano il nostro pullman. Episodi raccontati mille volte, ma che nessuno di coloro che erano presenti quella notte potrà mai eliminare dai propri ricordi. Il trionfo della Virtus fu così l'apoteosi di tutta la città. In quella magica stagione vincemmo, oltre alla scudetto, anche la Coppa Italia, a suggellare il fatto che i più forti avevamo dimostrato di essere noi: la Granarolo di Brunamonti, Bonamico, Binelli ma anche di Rolle e Van Breda Kolff, oltre a tutti gli altri.

Adesso le vie del basket mi hanno portato a Treviso, lontano da Bologna che rimarrà comunque la mia città. Alla Benetton c'è tanta voglia di vincere, diventare grandi. Ora in squadra con me c'è Vinnie Del Negro, giocatore di talento straordinario. I suoi cambi di accelerazione sono prodigiosi e soprattutto imprevedibili. Dopo qualche problema fisico mi sono rimesso e spero di poter dare un buon contributo. Ah, dimenticavo: qui da noi c'è anche Cirelli, l'ex segretario della Fortitudo, un ragazzo con cui - nonostante... il suo passato - si sta bene. La Knorr continuo a seguirla da lontano: credo che abbia le carte in regola per poter fare un buon campionato, dire la sua quando ci sarà da stringere i denti. In Europa, poi, la vedo favoritissima. Non sarebbe davvero male se si potesse fare il bis dopo la Coppa delle Coppe dell'anno scorso...

 

Daniele, Villalta, Binelli, Rolle, Van Breda Kolff

Bonamico, Brunamonti, Valenti, Lamza, Fantin

sulla panchina Virtus

TRATTO DA "IL MITO DELLA V NERA 2"

 

Per la Virtus è tempo di cambiamenti. La Sinudyne ha lasciato l'abbinamento, e le è subentrata la Granarolo Felsinea. Nuova coppia in panchina: Alberto Bucci, bolognese di scuola-Fortitudo, formatosi a Rimini e Fabriano, ed Ettore Messina, allievo di Zorzi e Mangano.

Generali va a Caserta; la guardia-ala Ian Van Breda Kolff rileva Fredrick e rientrano Valenti da Trieste e Daniele da Rieti.

Il campionato '83-'84 parte con cinque successi di fila, cui fa seguito uno stop a Brescia, alla sesta giornata. Poi la marcia riprende sicura: Palasport inviolato, otto sconfitte esterne, secondo posto in regular season.

Ammessa direttamente ai quarti, la Granarolo debutta nei play-off il 29 aprile, con un chiaro successo su Napoli. Poi una sconfitta di due punti al "Mario Argento" e la vittoria di nove, in casa, nella bella. In finale c'è la Milano di Peterson. Gara 1, al Palazzone, è un capolavoro: 5 giocatori in doppia cifra, Villalta e Brunamonti su tutti. è vittoria della Granarolo per 86-82.

Gara 2, tre sere dopo, in Piazza Azzarita: nonostante l'espulsione di Meneghin, che gli costerà tre giornate di squalifica, la Simac si prende un'inattesa rivincita. Uomo-partita è Enrico Boselli.

Gara 3: il Palazzone di san Siro è colmo. A Granarolo, intanto, il CERPL, ovvero i soci della Granarolo Felsinea, stanno facendo la loro festa e si incollano davanti al televisore per seguire la diretta della partita. La stella sarà un po' anche loro, che vivono quell'evento in modo tanto passionale.

La Granarolo resta praticamente sempre in vantaggio. Chiude sopra di 4 il primo tempo e vince, alla fine, di 3. Quando Brunamonti, a 1' dalla fine, deposita a canestro, quasi volando, il pallone che lui "sa" essere quello della vittoria, uscendo da una seri di blocchi a metà campo, si volta verso la "torcida" bianconera ed esulta: è la Stella che sta arrivando.

È il 29 maggio 1984.

Intanto a Bologna, Amato Andalò ha acceso tutte le luci del Palazzo e in Piazza Azzarita ci sono già oltre 5.000 persone che aspettano gli eroi di San Siro. Vincere contro Milano dà un gusto particolare, vincere una Stella capita una volta nella vita.

Ecco il pullman, sono loro. Una notte indimenticabile. Una notte bianconera.

E non è finita. Il 9 giugno la Granarolo conquista anche la Coppa Italia, battendo per 80-78 l'Indesit Caserta.

Bonamico in rovesciata contro Woods di Napoli

LA STELLA

di Gianfranco Civolani - da "Euro Virtus"

 

Tu fra Di Vincenzo e Bucci chi sceglieresti? Mi dice Porellone una sera. "Be' io, fammici pensare un attimo, io credo che una pausa di riflessione...". Ah, bene mentre tu rifletti, io ha già preso Bucci e dopodomani lo presento in conferenza-stampa, mentre tu rifletti.

Mauro Di Vincenzo è sbalzato di sella e arriva il biondino della Bolognina, l'Alberto Bucci che da ragazzo si era preso il suo bravo diploma da odontotecnico perché a lui Alberto gli piaceva tanto il basket, ma lui era stato sfigatissimo fin dalla culla, era stato colpito da poliomielite e insomma altro che basket giocato, figuriamoci.

Un bel diploma e i bimbi della Turris svezzati appunto per via di quell'antico amore. E l'assistentato in Fortitudo con Guerrieri head coach. E un'atroce retrocessione all'ultima palla (cesto da metà campo di tale Paolo Rossi, io c'ero quel giorno) e poi una lunga gavetta a Rimini e a Fabriano per riconquistare certe vette.

C'è il pelandrone Elvis Rolle (detto Banana) sotto le plance e c'è Van Breda Kolff (oriundo olandese, figlio di un preclaro allenatore di college) ad aiutare Roby Brunamonti a portar palla.

Com'è l'incedere? Andante mosso, belle cose a più riprese, ma anche qualche stecca in casa d'altri. Ma si arriva ai playoff e si arriva al megascontro con Milano, Granarolo Virtus contro Simac Milano, se guardiamo un attimo anche ai signori che sponsor che sputano moneta.

In panca a Milano ci sta Dan Peterson, sì, quello che aveva i bragoni a palloncino prima di riverginarsi a Bologna in lungo e in largo. Gara-uno, vince la Virtus là. Gara-due, sarà il trionfo totale. E viene cacciato Dino Meneghin perché strepita un po' troppo e raddoppia la razione con l'arbitro Vitolo il quale lo castiga immantinente. Bene, ma la Virtus in quel preciso momento si inceppa, Van Breda eccetera non spara un tiro, vince Milano e siamo proprio rovinati in vista di gara tre. Sì, Dinone Meneghin viene giustamente appiedato, ma insomma si gioca a Milano e c'è una mannaia sulla testa delle Vu nere.

Match palpitante, si gioca sul filo. Siamo in diretta d'arrivo, Brunamonti porta la Virtus in vantaggio, dai che è fatta. Porellone in un angolo è cianotico.

Due liberi per loro, siamo sull'orlo del delirio. Tira Barabba Bariviera, uno che in genere li imbuca. Padella più padella fa la stella, per noi. Datemi il pallone, urla Porelli. Avvocato, eccoti la palla e goditela, gli fa Bananone Rolle. Van Breda - solitamente glaciale - regala un sorrisone, gli altri ululano mentre Milano è annichilita.

A notte fonda siamo tutti in festa in Azzarita Square. Il mitico Amato Andalò illumina il Palasport a giorno, è lo scudetto della stella, la notte è così breve e piccola, ma notte è breve e lunga, la notte - quella notte - è così piena di stelle.

Alberto Bucci è il profeta, Brunamonti - Villalta - Bonamico - Van Breda - Rolle - Fantin - Binelli - Valenti - Lanza e Daniele sono gli uomini d'oro, Achille Canna è il tessitore, il prof. Grandi, il Dott. Rimondini e Balboni sono anche loro gli officianti migliori.

E in una polvere di stelle io rivedo Roby Brunamonti che ci dà il canestro Superstar e rivedo Van eccetera che non sbaglia un colpo e Renatone Villalta che sultaneggia nella sua magica mattonella e il Marine Bonamico che sperona anche le corazzate e Bananone Rolle che si arrampica con i tentacoli e soprattutto rivedo il bimbo della Bolognina dolente e sofferente, il bimbo della Bolognina schienato da un destino cinico e baro, il bimbo della Bolognina Alberto Bucci che ha saputo sovvertire un mondo cane, il bimbo della Bolognina travolto da un mare di felicità e in una polvere di stelle.

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Vittoria in gara uno di finale al Palazzone di Milano

SUPERSTAR

di Gianfranco Civolani – tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

In una polvere di Stella Roberto Brunamonti schiaccia e schiaffa dentro la palla del trionfo. Schiaccia e schiaffa allo spasimo, ma cosa importa? È il ventisette maggio dell'ottanta quattro, Palasport di San Siro, attorno all'ora di cena.

Gigi Porelli è quasi cianotico. Se Barabba Bariviera butta dentro quei maledetti liberi, dopo chi la gioca la palla dell'ipotetico sorpasso?

Non sarebbe giusto, non è giusto, si tormenta Porelli muovendo la gambetta senza ritegno. Barabba sbaglia i due liberi. Dio è giusto, questa è la prova che è giusto, prorompe il duce truce.

“Avvocato la vuoi la palla della vittoria?” gli fa quasi emergendo da una nuvoletta lo strampalato Elvis Rolle. Porellone si rianima subito. Stringe in seno il pallone stellare e forse versa una lacrima, magari gridando che si suda tanto e che sembra quasi di lacrimare.

L'avventura era cominciata di mezza estate. Per vincere il decimo scudetto, gli dicevo, bisogna che nel momento topico tu la pianti di andare in America. E tu - mi fa una sera Porelli - chi prenderesti come allenatore? “Ma vedi, il problema é complesso…” “Già, così complesso che comunque io ho scelto Bucci e domattina faccio la conferenza-stampa”.

Alberto Bucci non era un bambino propriamente felice. Gli altri sgambillavano sui prati verdi, lui no. Esiti da poliomielite, una gamba molto malmessa. Ma quel bambino ha il basket nelle arterie e nelle vene. Ha un idolo che si chiama Paolo Vittori, vecchio Simmenthal. Alberto Bucci fa un po’ di studi (si specializza come odontotecnico), ma a diciotto anni va a spezzare pane e companatico per i virgulti della Turris. Quel claudicante ha dei numeri, dicono tutti in giro e un bel giorno mi informano che quel tizio con la faccetta da seminarista se l'è pappato la Fortitudo. Farà le giovanili e se occorre farà pure l'assistente. Procediamo per sommi capi. Fa l'assistente di Guerrieri e ottiene i galloni di allenatore capo quando in società mozzano il capo al buon Dido. Ma il Bucci poi lo bruciano. La squadra rotola giù giù e per Bucci no, non c'è più posto in Fortitudo. E allora lui va a Rimini e fa cose abbastanza gloriose con due cipolle e tre patate, ma il signor Bucci non tiene pedigree e dunque si accomodi, prego, per far posto all’illustre Taurisano chiarissimo docente a Cantù. Bucci si rimette in marcia, si infila nell'occhio della provincia più provincia (Fabriano) e ancora una volta torna all'onor del mondo in pompa magna. E da lì lo ripesca un Porelli in crisi di identità. Per spiegare meglio: sono anni che Gigi Porelli viene accusato di fare a pezzi tutti gli allenatori che gli capitano sotto i ferri… Basta così, Bucci sarà il profeta di questa Vu nera targata Granarolo-Felsinea. E sia chiaro che Bucci resterà con me nei secoli dei secoli, tuona il ras. E nel frattempo approda a Bologna un navigato campione di pelle bianca. Si chiama Jan Van Breda Kolff ha chiarissime ascendenze olandesi, è figlio di un rinomatissimo coach e ha giocato splendidamente con i pro del New Jersey.

Cosa manca a questa Virtus per conquistare la stella? Non manca nulla, bisogna scriverlo prima e bisogna dunque dar atto al grande capo di aver messo in pista il meglio del meglio. E se poi la concorrenza è capace di metterti sotto, poco male, vorrà dire che non c'è limite all'eccellenza e alla strapotenza.

La Virtus di Bucci non fallisce un colpo in casa, ma fuori, bé, fuori i leoni talvolta belano, proprio così. E Milano Simac ha grossi bordelli con i suoi americani e Torino Berloni idem come Milano e insomma la Virtus ha l’obbligo morale di veleggiare tranquilla e serena in mare aperto e invece no, invece alla lunga veleggiano quelli di Milano, e come veleggiano e come staccano tutti gli altri…

La Virtus perde a Roma, Porelli chiama a raccolta un po’ di giornalisti e fa l’annuncio solenne, questo: “Se i giocatori fanno i furbi, li caccio tutti e mi tengo Bucci, sissignore, e anzi il Bucci io l’ho appena confermato anche per l’anno prossimo”.

I giocatori non fanno i furbi. Marciano spediti, ma semplicemente c’è chi marcia ancora più forte e meno male che nel confronto diretto con Torino la Virtus si è avanzata un piccolo margine che in teoria vuol dire tantissimo.

Via con i play-offs, fuori Napoli. Mica alla grande, ma comunque fuori Napoli al terzo match. Poi fuori Torino e questa volta alla grande, alla grandissima. Tocca a quelli della Simac. Hanno spazzolato Cantù in due sole gare, ahi che dolori solo a pensarci…

Garauno, come si dice in gergo. La Virtus gioca come si gioca in Paradiso. Milano ha gli artigli, ma Bologna è appunto toccata dalla grazia divina e le rituali zone di Dan Peterson sono tagliate a fettoni.

Garadue a Bologna, sarà il match dell’oceanica consacrazione? A ripresa inoltrata Milano perde l’incommensurabile Meneghin. Costui va fuori per cinque falli e ne dice di tutti i colori agli arbitri Vitolo e Duranti. I due sicari del potere grigio - sentenziano subito in casa Simac - hanno confezionato la sentenza in anticipo. Ma qui la Virtus si impiomba, Milano spolvera per esempio un Boselli che spaniera da ogni dove e l’urlo resta nella strozza di settemila anime.

Garatre, Meneghin si è beccato tre turni di squalifica e non c’è. Milano prepara un bell’ambientino. Porelli si è trovato coinvolto in una piccola rimpatriata dopo il match di garadue. Orrore, Porelli ha mangiato la pizza insieme agli arbitri e chissà che bieche trame sono state ordite…

Meneghin si becca quel che si becca perché per urli, schiamazzi, ruggiti e sacramenti c’è un tariffario abbastanza preciso. E Milano insegue il miracolo e la Virtus in garatre sta avanti di tanto e di poco e Robertino Brunamonti fa in combutta con il proteiforme Van Breda le pentole e i coperchi. E a meno di trenta secondi dalla fine la Virtus è in testa di un punto, ma se Barabba Bariviera segna i due liberi? Avrei comandato a Bonamico di tentare l'uno contro uno oppure avremmo fatto spazio a Villalta, dirà poi Bucci a babbo morto. Tutto vero, tutto giusto, ma se Barabba, mamma mia su quali imperscrutabili sfumature può ruotare una Stella, vi rendete conto?

Piazza Azzarita di notte è il paradiso degli eroi. Amato Andalò fa sfavillare di luci il Palasport perché ci deve essere spettacolo no-stop, spettacolo e sipario aperto. La piazza brulica e spasima, i reduci da Milano raccontano le gesta, io c’ero, tu c’eri? Io no che non c'ero, boja d'un boja…

C'erano loro, l'epico Renatone Villalta, Marco Bonamico speronatore irrefrenabile, Bob Brunamonti così lindo e pregnante, Van Breda Kolff tutto cerebro e sangue blù, Elvis Rolle torrenziale e torreggiante, Domenico Fantin percorso dal moto perpetuo, Piero Valenti capace di indovinare d'acchito le cadenze più intonate, Gus Binelli e Sandro Daniele così puntuali nei ricorrenti interventi in causa e Matteo Lanza sempre pronto per ogni emergenza. E poi ancora il grande nume (Porelli), il fine tessitore (Achille Canna), il professor Grandi, Balboni, il medico dottor Rimondini, eccetera. E lui, Alberto Bucci, il bambino che sognava una qualche buona stella e che la sua stella l'ha finalmente interiorizzata e conquistata, con questa Virtus Superstar.

AMARCORD

di Luca Sancini - La Repubblica - 30/05/2007

 

«Ventitré anni fa, già. Il 1984. E come si fa a dimenticarsela quella sfida Milano-Bologna, quel maggio in cui vincemmo lo scudetto della stella? Io no di certo, la storia ce l'ho ancora tutta in testa». «Finale contro la Simac. Fortissimi, basta leggere: Meneghin, D'Antoni, Bariviera, Carr. Aggressivi, duri, esperti. E bella in casa loro, se ci sarà. Saliamo per gara 1, tanti parlano di scudetto già assegnato, io però ho belle sensazioni. Lo spogliatoio è unito, la squadra è buona. Brunamonti, Bonamico, poi è arrivato Van Breda Kolff, smistatore fenomenale, uno che tiene cucita la squadra coi suoi passaggi e sa darti la palla coi giri giusti. E Rolle, sotto canestro, è una pantera. In semifinale abbiamo battuto la Berloni di Morandotti e Sacchetti. Giocando bene, tranquilli. E ci ha fatto morale».

«Gara 1 l'abbiamo preparata bene, per tutta la settimana. Di là c'è Dan Peterson, la sua 1-3-1 sta facendo impazzire tutti. Ma Bucci non è uno che dorme e pure Messina, il secondo, sta al suo posto ma consigli al capo ne dà. E Alberto li ascolta. Allora, ci diciamo in palestra, qui Brunamonti e Van Breda la devono far girare veloce, poi la palla va in angolo: o esco io, se Meneghin me lo permette, o esce Fantin. Lì sono scoperti: se iniziamo a far canestro, ce la giochiamo».

«Palla a due, pensieri a zero. Ho fatto tante partite internazionali, Olimpiadi e Mondiali, però questo palazzone di S. Siro è davvero grande, pare aver tutta Milano sulle gradinate, un frastuono continuo. Noi in nero, al solito, fuori casa. Milano contro Bologna, la storia della pallacanestro. Il nostro motivo in più è che questo sarebbe il decimo scudetto. Ne parliamo poco, tra noi, ma sappiamo che la società ci spera: la stella da cucire accanto alla Vu nera sarebbe, per l'avvocato Porelli, il suggello più prezioso. Ma sta zitto pure lui e io, che sono il capitano, provo a non pensarci ma la testa finisce lì».

«Partita. Capiamo subito d'aver fatto bene i compiti: esco io, esce Fantin, Van Breda e Roby ci armano, puntiamo, spariamo. Canestro. Se sbagliamo, la piglia Rolle. Una volta, un'altra ancora. Grandine. Fosse già la stagione dopo, quella in cui misero il tiro da tre, soffriremmo pure meno: tiriamo da lontano, ma ne facciamo tanti che ci bastano. 86-82, sul pullman verso Bologna è già festa. Milano non fa più paura, ci aspetta il Madison da far saltare di gioia. Invece perdiamo gara 2 (75-71), nonostante Meneghin si faccia buttar fuori. Orecchie basse, bella a S. Siro, e il giorno prima, in pieno allenamento, alzo la testa e urlo: Guarda, guarda. Tutti col naso all'insù e io: ma non la vedete lassù la stella? Bucci mi manda a quel paese, eppure il giorno dopo a Milano, 27 maggio, 77-74, la stella atterra veramente. Sul petto di tutti, ma soprattutto sul mio, capitano di quella Virtus».

Così parlò Renato Villalta. Ventitrè anni dopo.

 

DOMENICA DI GRANDE SPORT E DI ATTESA IL 20 MAGGIO 1984

di Ezio Liporesi - Radio Digitale - 22/05/2020

 

20 maggio 1984. Bologna ospita la terza tappa del Giro d'Italia: un circuito cittadino con arrivo a San Luca. Il primo a tagliare il traguardo è Moreno Argentin, mentre a Digione l'eterno Niki Lauda, su McLaren, vince il Gran Premio di Formula Uno davanti a Patrick Tambay su Renault, che era partito in pole. Anche le squadre di Bologna sono impegnate in scontri cruciali. I rossoblù, sprofondati in serie C, lottano per la promozione e guidano la classifica al pari del Vicenza con 43 punti, segue il Parma a 42 e il Brescia, quasi tagliato fuori e tenuto in corsa solo dalla matematica, a 39. Nella terzultima domenica di campionato, in programma in questa domenica di primavera, il calendario pone di fronte le prime quattro della classifica: il Bologna ospita le rondinelle, il Parma riceve il Vicenza. Al Comunale, che due settimane dopo, proprio in occasione dell'ultima giornata, verrà intitolato a Renato Dall'Ara, Cadè manda in campo Bianchi M., Bombardi, Logozzo, Donà, Fabbri, Ferri F., Gazzaneo, Paris, Frutti, Facchini, De Ponti.

Il Bologna viene da due pareggi deludenti, 2-2 a Fano e 0-0 in casa con il Legnano, che è costata anche l'espulsione, con relativa squalifica, di Livio Pin e l'allenatore del rossoblù sposta Gazzaneo al suo posto, a sua volta rimpiazzato nel suo ruolo di filtro dal rispolverato vecchio capitano Adelmo Paris. La squadra accusa un'evidente stanchezza, ma occorre l'ultimo sforzo. Al quinto minuto Franco Fabbri tira una delle sue punizioni e gonfia la rete. Al quattordicesimo della ripresa bel suggerimento di Gazzaneo, velo di Gil De Ponti e implacabile sinistro incrociato di Facchini, che mette al sicuro il risultato. Luciano segnerà un gol ancora più pesante, decisivo per la promozione, due settimane dopo. Al 33' della ripresa Giancarlo Marocchi sostituisce De Ponti e, dieci minuti dopo, Antonio Bianchi rileva l'autore del secondo gol, poi la gara va in archivio, mentre il Parma stritola il Vicenza 4 a 1. Bologna solitario in testa con 45 punti, davanti ai parmensi con 44 e ai veneti con 43. La promozione, riservata alle prime due, è molto più vicina.

Poi i virtussini che non sono a Milano corrono subito davanti ai televisori: la Virtus infatti scende in campo in gara uno di finale contro la Simac. Le V nere tornano all'atto conclusivo del campionato dopo aver disputato le prime cinque finali di playoff e dopo aver mancato le ultime due. L'espulsione di Bonamico in gara uno di semifinale contro la Berloni e la sua assenza per squalifica nel secondo incontro hanno fatto fiorire un grande Domenico Fantin che risulta una delle armi fondamentali anche a Milano per fare saltare saltare la 1-3-1 di Peterson. Gli altri grandi protagonisti sono Villalta e Brunamonti. Parte meglio la Simac, 27-20 al 10’, poi quando Peterson ordina la zona 1-3-1 forse per chiudere l’incontro, offre la possibilità alla Virtus, con un parziale di 20-8 di passare in vantaggio per 40-35; il tempo si chiude comunque ancora con i milanesi avanti di uno, ma sarà l’ultima volta, infatti nella ripresa subito un 4-0 per i bianconeri che vanno avanti sul 44-41 e continuano la marcia con dieci realizzazioni nei primi undici tentativi del secondo tempo, grazie a Villalta, 24 punti a referto, che inizia benissimo la ripresa. Poi contro la difesa di Peterson Fantin realizza tre tiri eludendo le braccia protese di Gallinari, quindi è il turno di Bonamico e ancora di Brunamonti, 20 punti, che ha risposto da par suo alle realizzazioni di D’Antoni e ha diretto il gioco, con l’aiuto di un preciso Van Breda. Al dodicesimo 70-65 per la Granarolo, ma l’Olimpia rientra a meno uno, 72-71. Le V nere mantengono i nervi saldi e grazie anche alla precisione dalla lunetta (14 su 15) vincono meritatamente per 86-82. Sette giorni dopo, un analogo trionfo consegnerà loro la stella. Questa prima gara fu una grande partita, le due squadre, non essendo ancora all'appuntamento decisivo, senza il nervosismo dell'ultimo appello, diedero il meglio del loro repertorio, in particolare i bolognesi disputarono una gara meravigliosa, con il 61% dal campo.

È NATA UNA STELLA

27 maggio 1984, una data da ricordare. Esattamente 36 anni fa le V nere conquistarono a Milano  il decimo scudetto, al termine di una finale combattutissima
di Ezio Liporesi - Corriere dello Sport - Stadio - 27/05/2020

 

Milano 27 maggio 1984, tardo pomeriggio. La stagione di pallacanestro sta per volgere al termine. Le gloriose Virtus e Olimpia, le squadre più vincenti del basket italiano si stanno contendendo lo scudetto. La Simac ha vinto la stagione regolare davanti ai bolognesi, poi sono arrivate alla finale, nella quale hanno vinto entrambe in trasferta. La Granarolo si è fatta preferire, è stata molti più minuti in vantaggio: ha prevalso comandando con autorità gara uno, nella quale ha mostrato una bellissima pallacanestro; ha ceduto dopo essere stata a lungo avanti sul campo amico; poi ha condotto la gara decisiva sulla falsariga della prima partita, subendo nel finale la rimonta dei padroni di casa. Bonamico ha segnato i tiri liberi del più tre a quarantasette secondi dalla fine, ma Carr, su rimbalzo d'attacco ha riportato Milano a meno uno, poi la Simac ha recuperato palla, su una gestione non felice delle V nere, Bariviera ha subito il fallo di Villalta e deve andare in lunetta. Ora tutto quello che è successo prima non conta più, mancano ventinove secondi al termine e il titolo tricolore può andare da una parte o dall'altra, impossibile fare un pronostico. I milanesi contano sull'inerzia a favore dopo la rimonta, nonostante l'assenza di Meneghin, espulso in gara due e poi squalificato, si trovano vicinissimi agli avversari e con l'opportunità di poterli superare; molti bolognesi si aggrappano a un ricordo: due anni prima, quando vestiva la maglia di Cantù, nel secondo supplementare della bella dei quarti di finale, sul più quattro per i padroni di casa della Squibb, Renzo sbagliò tre tiri liberi (vigeva la regola del due su tre, in altre parole quando si falliva uno dei primi due tiri si aveva una terza possibilità); la Sinudyne rimontò e guadagnò le semifinali. Ora però c'è in ballo una posta ancora più alta, lo scudetto. Bariviera, detto Barabba, stella della pallacanestro, vincitore di scudetti e coppe (a fine carriera non ne mancherà nessuna nella sua bacheca), protagonista anche di derby con la Virtus quando militava nel Gira, targato Fernet Tonic, e in maglia azzura famoso per il canestro decisivo che diede la vittoria all'Italia sugli Stati Uniti ai mondiali di Lubiana nel 1970, ha in mano un pallone che scotta. Il primo libero tocca il ferro e schizza via, il secondo va sul primo ferro, poi sul tabellone, di nuovo sul ferro, infine finisce nelle mani protese di Elvis Rolle, che cattura così il tredicesimo rimbalzo della sua partita, inutile dire che è il più importante. Immediato scarico a Brunamonti, passaggio a Van Breda Kolff, che gli restituisce il pallone. Il numero quattro della Granarolo parte in palleggio e serve Bonamico posizionato oltre la linea di metà campo. Il marine effettua una finta, poi con un paio di palleggi si dirige verso la lunetta e serve Van Breda appostato nei pressi della linea mediana; l'americano passa a Villalta in angolo, che incrocia con un calibrato passaggio lungo la diagonale della metà campo di attacco della Granarolo indirizzato al playmaker bianconero, che attende sull'altro angolo, avente come lati la linea mediana e quella laterale, di fronte al punto dove si trova il numero nove USA delle V nere. Roberto riceve in salto e al volo, senza rimettere i piedi a terra, in questo particolare gioco dei quattro cantoni, indirizza la sfera in orizzontale verso Van Breda, sul quale si avventa Bariviera che commette fallo. Sono passati diciannove secondi dall'inizio dell'azione, ne restano dieci quindi da far trascorrere con ansia per gli ospiti o in cui sono riposte le residue speranze di ribaltare il risultato per la squadra di casa. Sulla panchina bianconera Fantin, Binelli, Daniele e Lanza si lasciano andare già a qualche prematuro gesto di esultanza, mentre l'allenatore Bucci, al posto di Rolle, manda in campo Valenti, che è a un passo dal vincere il suo quarto scudetto, perché ormai l'obiettivo è di conservare il pallone e di rinunciare ai tiri liberi. Sul parquet con Piero c'è il resto del quintetto base, per le cui mani è passata l'azione precedente, dopo il rimbalzo di Elvis. Milano ha in campo D'Antoni, Boselli, Premier, Gallinari e Carr. Se la vostra vita dipendesse dalla rimessa in gioco di un pallone da pallacanestro non esiste migliore idea di affidarla a Van Breda Kolff e questo Alberto Bucci e il suo vice Ettore Messina, non dovevano certo aspettare questo 27 maggio per saperlo. Infatti è proprio Jan a metà campo ad occuparsi della ripresa delle ostilità. D'Antoni rimane sui blocchi di Villalta e Bonamico mentre Brunamonti dalla sua metà campo di difesa si lancia come un fulmine in quella di attacco, Van Breda, sotto le braccia protese di Carr, schiaccia il passaggio a terra per il suo compagno che, indisturbato, vola a schiacciare nel canestro avversario. Il punteggio di 74-77 rende inutili il successivo tiro di D'Antoni e il susseguente rimbalzo di Van Breda Kolff, ormai lo scudetto è della Virtus, il decimo titolo tricolore per le V nere, quello della stella. Iniziano i festeggiamenti per la squadra e per i tanti tifosi bianconeri giunti a Milano, mentre anche a Bologna si scatena la festa, che avrà il suo apice in piena notte, all'arrivo del pullman della squadra in una piazza Azzarita, stracolma di gente entusiasta, quando l'indimenticato custode, Amato Andalò, accese le luci del Palasport per festeggiare degnamente i neo campioni d'Italia.

"LA PRIMA COPPA NON SI SCORDA MAI"

"La prima volta Van Breda Kolff per spronare tutti minacciò di andarsene"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 02/02/2007

 

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La prima coppa, però, non si scorda mai. Bucci torna al 9 giugno 1984.

"E come potrei. Era la Virtus che aveva appena vinto la stella. Van Breda Kolff fu chiarissimo, perché la squadra era ancora inebriata dal titolo. "Coach, sono qua per vincere, diversamente torno a casa". E che il gruppo fosse un po' svagato lo testimonia un altro aneddoto. "In finale, con Caserta, non partii con Brunamonti, sapete perché? Fu lo stesso Roberto a suggerirmelo. "Alberto, non sono concentrato, fai cominciare Valenti". Poi, da grandissimo professionista, durante il match Roberto è servito, eccome se è servito".

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TRE VOLTE 3 GIUGNO

di Ezio Liporesi - Corriere dello Sport - Stadio - 03/06/2020

 

Domenica 3 giugno 1984, una di quelle domeniche che rimangono scolpite nella memoria di chi ha cuore le sorti dello sport bolognese. Anche uno solo dei tre avvenimenti che si svolsero quel giorno a Bologna, meriterebbe un'inquadratura particolare, il susseguirsi serrato di quegli eventi rese la città palcoscenico della storia sportiva petroniana. Un passo indietro di trentasei anni. Nella mattinata si svolge la cerimonia d'intitolazione dello Stadio Comunale a Renato Dall'Ara, presidente per trent'anni dei rossoblù, cinque scudetti, una Coppa dell'Europa Centrale, il Torneo dell'Esposizione di Parigi, gli allori più importanti, ma anche una Mitropa Cup e una Coppa Alta Italia. Tantissimi i rossoblù di un tempo presenti all'avvenimento: Bulgarelli, Pavinato, Fogli, Negri, Schiavio, Pascutti, Cervellati, Pivatelli, Marchi, Marchese, Pagotto, Malagoli e la lista potrebbe continuare. Viene anche scoperto il busto di Dall'Ara, opera di Paolo Todeschini, scultore, ma anche ex rossoblù. La data non è stata scelta a caso, vent'anni prima nella sede della Lega a Milano, alla presenza del presidente dell'Inter Angelo Moratti e del Presidente di lega Giorgio Perlasca, il cuore di Dall'Ara, già in condizioni di sofferenza, aggravate dalle losche trame ordite alle spalle del Bologna, culminate nel famoso giallo del doping, cedette. Nella tragedia della perdita umana, il lutto prendeva contorni ancora più dolorosi considerando che mancavano quattro giorni alla conquista di quello scudetto che il Presidente aveva tanto inseguito. Ora la sua città d'adozione (era nato a Reggio Emilia il 10 ottobre 1892), a vent'anni dalla morte e a mezzo secolo dall'assunzione della massima carica in seno alla società, dava il suo nome a quel tempio sportivo che tanto aveva rappresentato nella sua vita. Il campionato di Serie C uno, categoria nella quale erano precipitati i rossoblù, impensabile da concepire anche solo qualche anno prima, ha riservato una coincidenza affascinante: nel pomeriggio di quel 3 giugno è infatti in programma in quello stesso impianto l'ultima giornata di campionato, un Bologna - Trento che avrebbe fatto accapponare la pelle al grande condottiero Dall'Ara, ma che nel 1984 rappresenta, se vinta, la partita che proietterebbe la squadra di casa in serie B. L'allenatore Cadé schiera: Bianchi M., Bombardi, Logozzo, Donà, Fabbri, Ferri, Paris, Pin, Frutti, Facchini, De Ponti. Sugli spalti trentamila persone in trepida attesa. Il Trento è ultimo in classifica, staccatissimo, da tempo retrocesso, ma il calcio e lo sport sono troppo ricchi di risultati clamorosi per fare stare tranquillo il tifoso rossoblù. E, infatti, gli ospiti non sono per nulla arrendevoli e la squadra di casa fatica a trovare la via della rete. Finalmente al quarantaquattresimo del primo tempo, la svolta è firmata da Luciano Facchini, estroso centrocampista che chiuderà il campionato con sette reti, secondo goleador rossoblù in quel torneo, dopo il centravanti Sauro Frutti, capocannoniere del Bologna con sedici gol all'attivo. Il numero dieci della squadra allenata da Cadè trova un sinistro dal limite imprendibile per il portiere avversario e porta la propria formazione in vantaggio. Al ventesimo della ripresa Giancarlo Marocchi subentra a De Ponti e sei minuti dopo Gazzaneo prende il posto di Donà, ma il risultato non cambia più e il popolo rossoblù può fare festa. Poco dopo ha inizio al Palasport di Piazza Azzarita la semifinale di andata di Coppa Italia tra Virtus e Benetton Treviso. L'incontro ha un significato che oltrepassa il valore della posta in palio, è infatti l'occasione per festeggiare i bianconeri che sette giorni prima hanno trionfato a Milano, conquistando il decimo scudetto, quello della stella. Il palazzo dello sport è tutto bianconero e tricolore per festeggiare i neo campioni d'Italia prima della partita. Il colpo d'occhio e il tripudio generale quando la squadra sale la scaletta che collega gli spogliatoi al campo sono l'apoteosi di un clima di entusiasmo che dura da una settimana, tanto naturale quanto difficile da gestire per dei giocatori che devono ancora concludere la stagione. Gli atleti e lo staff tecnico della Granarolo, però, vanno a cercare le ultime risorse nella loro sete di vittoria e nella grande professionalità. Una Virtus scarica, stanca, ma orgogliosa, fatica molto per venire a capo degli avversari. Il migliore realizzatore è Van Breda Kolff con venti punti. La Virtus conduce con vantaggi minimi e a un minuto e quattordici secondi dalla fine Treviso arriva a meno uno sull’81-80, poi Marietta a trentacinque secondi dalla sirena fallisce il sorpasso, ma i trevigiani a nove secondi dal termine sono ancora alla minima distanza sull’83-82. Decisivo Brunamonti, bravo a guadagnarsi e realizzare i liberi del più tre finale. Un vantaggio per nulla rassicurante in vista del ritorno in terra veneta, ma almeno arriva la vittoria e non si rovina il clima di festa di quella giornata. Tre giorni dopo le V nere riusciranno in trasferta a limitare la sconfitta ad un solo punto e a guadagnarsi l'accesso alla finale in programma a Bologna il sabato seguente, quando la Granarolo Felsinea battendo Caserta, conquisterà anche la Coppa Italia e porterà così a termine una stagione trionfale. Questo sarebbe, però, venuto poi, quella sera del tre giugno Bologna si accorse della storicità del momento: il suo stadio che aveva ampiamente superato il mezzo secolo era stato intitolato doverosamente al più grande dirigente che abbia mai avuto la squadra di calcio della città e oggi, trentasei anni dopo quell'intitolazione, nel suo nome quello stadio porta ancora bene le sue novantatré primavere; la gloriosa squadra rossoblù era riemersa felicemente dagli inferi della terza serie; l'altrettanto nobile squadra cittadina contraddistinta dalla V nera sul petto aveva festeggiato il raggiungimento del traguardo del decimo scudetto e di quella stella che ancora oggi accompagna il simbolo della Virtus Pallacanestro.

LA COPPA DIMENTICATA

35 anni fai, esattamente il 9 giugno 1984, la Virtus vinse un titolo che rimase schiacciato, nei ricordi, dalla conquista della stella, avvenuta meno di due settimane prima. Riviviamo quella Coppa Italia, anche e soprattutto come omaggio all'allenatore che la conquistò: Alberto Bucci.

di Ezio Liporesi per Virtuspedia - 09/06/2019

 

Virtus 1984: inevitabile andare con il pensiero alla conquista della stella, a quel campionato percorso senza sconfitte in casa per 18 partite, poi, dopo il blitz di Milano, con la vittoria in gara uno di finale, la sconfitta casalinga proprio nel giorno che poteva dare il titolo, poi la reazione tornando a sconfiggere la Simac a domicilio e conquistando il decimo titolo. Ma quella stagione non finì lì. C'era una Coppa Italia da completare. La Coppa nazionale era andata in letargo per dieci lunghi anni, dopo quel 1974 che aveva visto proprio la Sinudyne, guidata in panchina da Peterson al suo primo anno a Bologna, conquistare un trofeo a diciotto anni dall'ultimo scudetto, vinto nel 1956, quando ancora si giocava in Sala Borsa, anzi quelli furono gli ultimi rimbalzi di un pallone a pochi metri dalla fontana del Nettuno. Le V nere avevano vinto quella coppa nella finale a quattro di Vicenza, sconfiggendo in finale la Snaidero Udine, che aveva fatto fuori la favorita Ignis Varese in semifinale. Ora, dopo 10 anni, ci si ritrovava a disputare un secondo trofeo nazionale, oltre al campionato. Dopo l'assegnazione dello scudetto rimanevano da giocare semifinali e finale, prevista per il 9 giugno a Bologna. La squadra di Bucci ci era arrivata concludendo a punteggio pieno il girone emiliano, disputato con gare di andata e ritorno tra settembre e ottobre e nel quale figuravano anche Fortitudo e Mangiaebevi Ferrara; negli ottavi i bianconeri avevano fatto fuori Varese, vincendo di 7 punti sia in casa a febbraio, che in Lombardia un mese dopo; nei quarti, disputati ad aprile, con andata e ritorno a distanza di una settimana, il 4 e 11 aprile, a soccombere era stato il Bancoroma, campione d'Italia in carica e laureatosi campione d'Europa pochi giorni prima, il 29 marzo. Bologna regolò la questione nella gara di andata, vinta 88-69 e la sconfitta di un punto a Roma fu assolutamente indolore. Dopo la conquista dello scudetto, il 27 maggio, quelle gare di coppa ancora da disputare erano viste come un peso supplementare non molto gradito, dopo un campionato e dei playoff molto tirati e tesi. La gara di andata delle semifinali è in programma il 3 giugno con la Granarolo Felsinea che riceve la Benetton Treviso, non ancora la squadra grande protagonista dei due decenni successivi, ma una squadra che viaggia da due stagioni nei bassifondi di A2, dopo aver disputato un campionato di A1. Gli stranieri sono Solomon e Jones, il capitano un antico ex della Virtus, Tojo Ferracini, poi ci sono Melillo, Minto, Vazzoler, Marietta. La città di Bologna, quella che ama la V nera, è ancora inebriata e distratta dai festeggiamenti per il titolo vinto sette giorni prima. Oltretutto quel 3 giugno la città sembra più concentrarsi sul calcio: in mattinata viene intitolato lo stadio comunale a Renato Dall'Ara, scomparso esattamente venti anni prima a quattro giorni dallo spareggio che diede il settimo scudetto al Bologna; nel pomeriggio un gol di Luciano Facchini riportò il Bologna in serie B, dopo un anno passato a rincorrere palloni sui campi di serie C. Giusto il tempo di minimi festeggiamenti e si è già dentro il Palasport di Piazza Azzarita. Quando i dieci bianconeri salgono la scaletta, in rigoroso ordine di maglia, Brunamonti, Fantin, Valenti, Lanza, Van Breda Kolff, Villalta, Binelli, Rolle, Daniele e Bonamico, ci si accorge che la voglia di festeggiare i protagonisti dell'impresa è ancora viva e che l'apparente distrazione della città era solo un prendere fiato per manifestarsi in una nuova catarsi affettiva: tutto il palazzo era un tripudio di vessilli, in un alternarsi di tricolore e bianconero,  abbinamento reso ancora più splendente dalla luce di un'imminente estate che filtrava dalle tende. La Virtus conduce con vantaggi minimi e a 1'14” dalla fine Treviso arriva a meno uno sull’81-80, poi Marietta a 35” dalla sirena fallisce il sorpasso, ma i trevigiani a 9 secondi dalla fine sono ancora alla minima distanza sull’83-82, quando Brunamonti si guadagna e realizza i liberi del più tre finale. Il migliore realizzatore bolognese è Van Breda con 20 punti, seguito da Bonamico con 17, per una vittoria che non rassicura in vista del ritorno, ma si tira un sospiro di sollievo per avere evitato una sconfitta che avrebbe un po' rovinato la festa. Tre giorni dopo si è a Treviso e la Benetton fiuta la grande impresa contro una Virtus stanca e le cose sembrano andare veramente così: comandano i veneti nel primo tempo con un vantaggio di dieci punti, che aumenta ancora nel secondo, ma poi i bianconeri con il carattere e la difesa hanno la forza di rimontare fino al meno uno, 69-68, con gli stessi protagonisti sul tabellino bolognese, ma a parti invertite: è il marine a realizzarne 20, l'americano si ferma a 18. La Virtus approda alla finale, in programma 72 ore dopo. L'avversario è Caserta, altra forza emergente del basket italiano, che ha appena concluso il suo primo campionato nella massima serie: ci sono Gentile e Carraro, i brasiliani Oscar e Marcel, anche qui un ex della Virtus, Pietro Generali. La finale è tiratissima, con scarti minimi, anche se la Virtus, priva di Fantin febbricitante ma con un ottimo Bonamico autore di 20 punti, prova a scappare già sul 19-12, ma solo nel finale prima sul 66-60, poi sul 74-66 e quando il tabellone segna 80-74 a un minuto dalla fine sembra aver partita vinta, anche perché siamo nell'ultima stagione prima dell'avvento del tiro da tre punti. Caserta però non ci sta, si porta a meno quattro; Villalta si trova libero sulla sua famosa mattonella e si fa ingolosire, dopo avere distrutto la 1-3-1 di Peterson, dopo avere segnato da quella posizione valanghe di canestri, mai e poi mai pensa di sbagliare e invece accade, i campani dimezzano ancora il distacco e sono a meno due. La mente di Van Breda Kolff, una delle intelligenze cestistiche più fini che hanno vestito la divisa con la V sul petto, è offuscata dalla stanchezza e l'americano riceve palla con un piede a destra e uno a sinistra della linea che divide in due il campo: infrazione indiscutibile e palla ai campani: ora la coppa la Virtus se la deve guadagnare con la difesa e lo fa bene, costringe l'Indesit a un tiro forzato, la palla respinta dal ferro schizza verso Brunamonti che si aggomitola sul pallone e lo nasconde per far passare i pochi attimi che mancano alla sirena finale: vince Bologna 80-78 e si conferma detentrice della Coppa Italia. Il sospiro di sollievo, i festeggiamenti con la coppa alzata dal capitano Villalta sembrano denotare quasi che la voglia di non perdere quel trofeo fosse più grande del desiderio di vincerlo, ma a distanza di anni occorre riconoscere la grande impresa: fu la prima volta che la Virtus conquistò più di un trofeo nella stessa stagione. Capitò poi solo altre 4 volte, nel 1989/90 con i successi in Coppa Italia e Coppa delle Coppe, nel 1997/98 con l'accoppiata Eurolega - scudetto, nel 2000/01 con il grande Slam, Coppa Italia, Eurolega, scudetto e, con peso specifico minore, nel 2016/17, con Coppa Italia e campionato entrambi di Legadue. Chi sono gli allenatori legati a queste imprese? Ramagli lo ha fatto in seconda serie, Messina ne è stato il protagonista tre volte, ma Bucci fu il primo (con Ettore vice).

 

 

L'APPETITO VIEN MANGIANDO

Una squadra affamata di successi. Nel 1984, l’obbiettivo da centrare è lo scudetto della stella, ma questo non impedisce ai bianconeri di  aggiudicarsi pure la Coppa Italia, il 9 giugno, battendo in finale Caserta
di Ezio Liporesi - Corriere dello Sport - Stadio - 09/06/2020

 

Dopo qualche edizione, la Coppa Italia di pallacanestro, nata nel 1967-68, andò in letargo. L'ultima edizione, prima della momentanea cancellazione della competizione, se la aggiudicò la Virtus nel 1974, prevalendo nella finale a quattro di Vicenza. La coppa nazionale non si disputò più per un decennio e ricomparve solo nel 1983/84. Le V nere targate Granarolo Felsinea si presentarono al via, quindi, da detentrici del trofeo. Dovettero subito affrontare un girone tutto emiliano, disputato con gare di andata e ritorno tra settembre e ottobre e nel quale figuravano anche Fortitudo e Mangiaebevi Ferrara. Dopo alcuni mesi, il 9 febbraio e l'8 marzo, le due gare contro Varese, valide per gli ottavi di finale, non costituirono un problema per i bolognesi: due successi con punteggi quasi identici, 94 a 87 a Bologna, 93 a 86 in Lombardia. Nei quarti, disputati ad aprile, con andata e ritorno a distanza di una settimana, il 4 e l'11, i bianconeri di Bucci si trovarono di fronte il Bancoroma. La squadra di Bianchini, campione d'Italia in carica, si era laureata campione d'Europa pochi giorni prima, il 29 marzo. Bologna regolò la questione nella gara di andata, vinta 88-69 e la sconfitta di un punto a Roma non pregiudicò il passaggio alle semifinali. Questi impegni s'incastravano tra le giornate di campionato, in cui la Virtus veleggiava nelle prime posizioni: erano pratiche da sbrigare senza troppo distogliere il pensiero da quello che ormai era l'obiettivo principale della stagione, la conquista del decimo scudetto. Proprio la gara di Roma si giocò quattro giorni prima dell'ultima partita di regular season: una vittoria 91 a 78 contro Varese che consegnò alla Virtus il secondo posto, dietro alla Simac Milano e a pari punti con la Berloni Torino, che le V nere si misero alle spalle grazie al doppio confronto (più quattordici a Bologna, meno sei in Piemonte). Furono playoff trionfali per la Granarolo, 2 a 1 nei quarti contro Napoli, due vittorie in semifinale contro la Berloni e poi il 2 a 1 contro i milanesi, siglato da tutte vittorie in trasferta. Fu il raggiungimento dello scudetto della stella, celebrato e festeggiato, ma non troppo, proprio perché capitan Villalta e compagni dovevano ancora disputare le fasi finali di Coppa Italia. Un palasport vestito a festa accolse le V nere il 3 giugno per la semifinale di andata contro la Benetton guidata dal capitano Tojo Ferracini, che aveva giocato nella Virtus, allora sponsorizzata Norda, nelle due stagioni che precedettero la conquista della prima Coppa Italia. C'era più voglia di festeggiare la conquista di sette giorni prima che di preoccuparsi della questione agonistica e infatti i trevigiani, in quella stagione dodicesimi in serie A2, costituirono un ostacolo molto più duro del previsto per i neo campioni d'Italia. In un finale concitato la Virtus riuscì a prevalere 85 a 82, un punteggio per nulla rassicurante in vista del ritorno di tre giorni dopo. La Benetton fiutò la grande impresa contro una Virtus stanca e le cose sembrarono andare veramente così: al comando i veneti nel primo tempo con un vantaggio di dieci punti, che aumentò ancora nel secondo, ma poi i bianconeri con il carattere e la difesa trovarono la forza di rimontare fino al meno uno, 69-68, sufficiente per aprire le porte della finale, in programma 72 ore dopo. Come avversario l'Indesit Caserta di Gentile e Carraro, dei brasiliani Oscar e Marcel, ma anche di un altro ex della Virtus, il bolognese Pietro Generali. Granarolo incompleta: assente il febbricitante Fantin, grande protagonista dei playoff bianconeri. Le V nere allungarono subito, 19 a 12, ma poi la gara continuò su un piano di sostanziale equilibrio. Il primo tempo si chiuse sul 38 a 36, ma la Virtus, pur conducendo sempre con scarti minimi, non riuscì a dare un'impronta decisiva alla partita. Sembrò farlo solo nel finale: un primo allungo sul 66-60, poi sul 74-66 e quando il tabellone segnò 80-74, a un minuto dalla fine, l'assegnazione della Coppa Italia parve decisa, ma Caserta reagì e si portò a meno quattro; Villalta libero sulla sua famosa mattonella tirò a colpo sicuro ma fallì e così campani si portarono a un solo canestro di distanza. Van Breda Kolff ricevette palla con i piedi a cavallo della linea mediana del campo: infrazione indiscutibile e possesso a Caserta. Qui la Virtus si affidò alle ultime risorse disponibili e difese benissimo, costringendo gli avversari ad un tiro forzato che venne respinto dal ferro. Il più lesto a impossessarsi del prezioso pallone fu Brunamonti che lo trattenne e lo nascose per far trascorrere gli ultimi attimi che mancavano alla sirena finale: 80 a 78 per Bologna, che si confermò detentrice della Coppa Italia. Una vittoria che i bianconeri sentivano quasi come un obbligo, ma che rappresentò il degno corollario di una stagione bellissima. Quando Villalta alzò la Coppa in pochi si resero conto del grande evento: fu la prima volta che la Virtus conquistò più di un trofeo nella stessa stagione. Capitò poi solo in altre quattro occasioni, nel 1989/90 con i successi in Coppa Italia e Coppa delle Coppe, nel 1997/98 con l'accoppiata Eurolega - scudetto, nel 2000/01 con il grande Slam (Coppa Italia, Eurolega e scudetto) e nel 2016/17, con Coppa Italia e campionato di Legadue, naturalmente di peso specifico minore. Solo tre gli allenatori legati a queste annate felicissime: Ramagli in Legadue, Messina per ben tre volte, ma Alberto Bucci (con Ettore vice) fu il primo nel 1984 a riuscire nell'impresa.

Ecco il tabellino della finale.

Virtus Granarolo Felsinea: Brunamonti 10, Brunelli n.e., Valenti 4, Lanza 3, Van Breda Kolff 19, Villalta 14, Binelli, Rolle 10, Bonamico 20, Daniele n.e. Allenatore Alberto Bucci.

Indesit Caserta: Gentile 12, Carraro 14, Simeoli 8, Donadoni 12, La Gioia, Mastroianni n.e., Ricci 4, Generali 4, Oscar 22, Marcel 2. Allenatore Bogdan Tanjevic.

VIRTUS E FORTITUDO NELLO STESSO GIRONE DI UNA COPPA ITALIANA ANCHE NEL 1983

di Ezio Liporesi - 1000cuorirossoblu - 07/09/2020

 

Solo nella stagione 1983/84 Virtus e Fortitudo furono inserite in uno stesso girone di qualificazione di una Coppa italiana: il raggruppamento era strutturato con gare di andate e ritorno e si trattava della Coppa Italia. In quell'occasione era presente nel gruppo anche la Mangiaebevi Ferrara. La prima gara vide le V nere vincere a Ferrara per 85 a 80 con 28 punti di Bonamico. Poi finalmente il derby il 22 settembre: in casa Yoga vinse la Granarolo Felsinea in modo netto, 99 a 79, con tutto il quintetto in doppia cifra: Rolle e Villalta a quota 18, Van Breda 15, Brunamonti e Bonamico 14. Il grande mattatore della gara di ritorno contro la Mangiaebevi (nel frattempo, dopo la fine delle gare di andata era iniziato anche il campionato) fu invece il sesto uomo, Domenico Fantin, autore di 25 punti, il contributo più cospicuo al netto successo dei bianconeri, 117 a 101. A questo punto la squadra di Bucci guidava la classifica del girone con sei punti, davanti alla Fortitudo con quattro e Ferrara definitivamente ferma al palo. Per qualificarsi, alla Fortitudo sarebbe servita, nel derby del 26 ottobre, una vittoria con oltre venti punti di scarto, per raggiungere i bianconeri e ribaltare il divario della gara di andata, ma naturalmente in un derby non si stanno a fare calcoli: trascinata da Villalta, autore di ventitré punti, le V nere vincono anche questa partita per 92 a 76 e chiudono il girone a punteggio pieno, qualificandosi per la fase successiva. La Virtus, intanto, ha collezionato quattro successi consecutivi anche in campionato e ottiene il quinto il 30 ottobre contro la Berloni Torino. Cadrà il 6 novembre, a Brescia, per 93 a 92, dopo nove successi consecutivi nelle gare ufficiali d'inizio stagione. La Coppa Italia riprende a febbraio con formula ad eliminazione diretta: i bolognesi eliminano in successione Star Varese (gara di ritorno in marzo), il Bancoroma in aprile e, dopo avere conquistato lo scudetto della Stella, la Benetton Treviso a inizio giugno. Il giorno nove dello stesso mese completano una stagione felicissima battendo Caserta nella finale di Bologna.

IL 9 OTTOBRE 1983 LA PRIMA VITTORIA DI BUCCI IN TRASFERTA IN UNA GARA DI CAMPIONATO

di Ezio Liporesi - 1000cuorirossoblu - 09/10/2020

 

Era il 9 ottobre 1983 e si giocava la seconda di campionato. La Virtus aveva già vinto due gare di Coppa Italia, a Ferrara di cinque punti e in casa Fortitudo di venti, inoltre si era aggiudicata la partita d'esordio della stagione regolare contro Cantù. Ora, la squadra allenata da Bucci doveva affrontare la prima gara in trasferta, in quella Livorno che poi sarebbe stata un'altra delle tappe fondamentali della carriera di Alberto. La squadra era ampiamente collaudata: i confermati Villalta, Bonamico, Rolle, Fantin, Brunamonti; quattro vecchie conoscenze della Virtus cresciute nelle giovanili come Valenti, già vincitore di tre scudetti e una Coppa Italia con i bianconeri, rientrato dal prestito a Trieste, Binelli, con già due presenze in Serie A ai tempi della finale scudetto 1981, tornato da due anni di apprendistato in America, Lanza e Daniele, già campioni d'Italia juniores con le V nere nel 1982, quando alle finali nazionali di Pesaro giocò al loro fianco e risultò decisivo anche Binelli, autore di 22 punti sia in semifinale sia in finale; l'unica novità è Jan Van Breda Kolff, giocatore affidabile con una lunga esperienza Nba alle spalle. Assistente del nuovo allenatore Bucci è Ettore Messina.

Alla fine la Granarolo l'ha spuntata, 83 a 80 sulla Peroni, faticando molto ma meritandosi i due punti con un eccellente primo tempo, quando ha accumulato anche 10 punti di vantaggio (28-38 al 19'31, poco prima dell'intervallo a cui si è andati sul 30-38), e una maggiore lucidità nei rari momenti in cui la squadra toscana ha sorpassato e negli ultimi secondi. La Peroni aveva, infatti, cominciato benissimo il secondo tempo, sorpassando dopo 5'13", sul 47-46, poi di nuovo sul 60-59. A questo punto Bologna piazzava un parziale di 0-6 in 58 secondi e si portava sul 60-65. Gli uomini di Bucci hanno a lungo dominato i rimbalzi, contenendo bene ed andando a canestro a ripetizione con un Villalta trascinatore (24 i punti del capitano). La Peroni si è battuta bene soprattutto con Restani (30 punti), Jeelani (21, ma ben limitato da Van Breda) e Fantozzi (17), ha rimontato nella ripresa con la zona-press ordinata da Ezio Cardaioli. Nel drammatico finale (78-76 per i bolognesi a 45" dal termine) la Granarolo ha avuto la meglio: un libero di Van Breda Kolff e un canestro di Villalta hanno fissato il punteggio finale, 80-83. Tutto il quintetto bolognese è andato in doppia cifra: oltre a Renato, Bonamico ha messo a segno 15 punti, i due americani 12 e Brunamonti 10. Quest'ultimo ha diretto benissimo le operazioni, contro le difese a zona della Libertas, la due-tre, la tre-due e la press già citata.