ALESSANDRO RAMAGLI

 

Ramagli alla palestra dell'Arcoveggio (foto tratta da www.virtus.it)

 

nato a: Livorno

il: 01/04/1964

Stagioni in Virtus: 2016/17 - 2017/18

statistiche individuali

DANIELE CAVICCHI

 (foto tratta da www.virtus.it)

Nato a: Bologna

Il: 17/06/1980

Stagioni alla Virtus (come viceallenatore): 2005/06 - 2006/07 - 2007/08 - 2011/12 - 2012/13 - 2013/14 - 2014/15 - 2015/16 - 2016/17

Biografia su wikipedia.it

palmares individuale in Virtus: 1 Coppa Italia di Serie A2, 1 Campionato di Serie A2.

 

È ALESSANDRO RAMAGLI IL NUOVO COACH DELLA VIRTUS

tratto da www.virtus.it - 26/06/2016

 

È Alessandro Ramagli il nuovo coach di Virtus Pallacanestro Bologna. Il tecnico livornese, 52 anni, è reduce da un’ottima stagione alla guida della Mens Sana Siena, che ha condotto al quinto posto del Girone Ovest della Serie A2 e agli ottavi di finale dei playoff promozione contro l’Andrea Costa Imola. Ramagli, che ha firmato un contratto biennale con opzione per il terzo anno, sarà presentato nella sede Virtus, in via dell’Arcoveggio 49/2, a Bologna, venerdì 1 luglio alle ore 16.

ALESSANDRO RAMAGLI è nato a Livorno l’1 aprile 1964. In una città profondamente appassionata di basket ha iniziato ad allenare, prima alla Libertas Livorno poi, dagli anni Novanta, alla Don Bosco nel ruolo di assistant coach. Nel 1999 subentra a Stefano Michelini come prima guida del Basket Livorno, portando la squadra ad un passo dalla promozione in Serie A1.

Nel 2000 passa alla Pallacanestro Biella, come vice di Marco Crespi. Insieme portano già alla prima stagione la squadra in massima serie, e l’anno dopo (2001-2002) Ramagli diventa capo allenatore. Resta alla guida di Biella fino al 2006, centrando il traguardo dei playoff in due occasioni: nella stagione 2002/03 (1-2 contro la Eldo Napoli negli ottavi) e nel 2005-06 (1-3 contro la Climamio Bologna nei quarti).

Nel gennaio 2007 viene chiamato nella panchina della Scavolini Spar Pesaro, in LegaDue, e dopo un cammino esaltante riesce nell’impresa di riportare la squadra in massima serie. Nella stagione 2007-2008 guida la Benetton Treviso. Nel gennaio 2009 sostituisce Franco Marcelletti sulla panchina della Trenwalder Reggio Emilia in LegaDue. Da fine novembre 2010 sostituisce Andrea Capobianco sulla panchina della Teramo Basket in Serie A, restando alla guida della squadra abruzzese fino al 2012.

Al timone della Scaligera Verona, in serie A2, dal 2012 al 2015, lo scorso anno ha firmato un accordo triennale con la Mens Sana Siena, dal quale si è svincolato per affrontare questa nuova avventura con la Virtus Bologna. Nel corso della carriera, Ramagli ha cresciuto il talento di tanti giovani che si sono poi affermati nel panorama della pallacanestro italiana: da Matteo Soragna a Jamel Thomas, da Marco Carraretto a Fabio Di Bella, da Andrea Michelori a Mario Austin, da Guillerme Giovannoni a Thabo Sefolosha, solo per citarne alcuni. È stato inoltre capo allenatore della Nazionale italiana Under 18, disputando gli Europei di categoria 2008.

 

VIRTUS, ECCO RAMAGLI. "SAREMO BATTAGLIERI, UMILI E UNITI"

tratto da www.virtus.it - 01/07/2016

 

Alessandro Ramagli entra nel mondo della V nera. Si presenta qui, nella sede di via dell’Arcoveggio, guardando da una enorme vetrata la palestra Porelli in cui lavorerà con un progetto di lungo respiro: ha firmato un biennale con opzione per la terza stagione, e significa che è con lui che questa Virtus vuole ripartire e costruire.

Se sarà A o A2 non si sa ancora di preciso. Ma si sa fin da oggi, ed è il gm Julio Trovato ad annunciarlo, durante la presentazione ufficiale ai media che viene aperta dall’intervento del presidente Alberto Bucci, che tanta di questa storia l’ha scritta, che il nuovo coach andrà avanti con lo staff che già sta lavorando con lui in questi uffici: Daniele Cavicchi, Cristian Fedrigo, Mattia Largo, il preparatore atletico Carlo Voltolini. “Staff tecnico di alto profilo”, le parole del Gm, “che qui ha lavorato con grande professionalità ed è pronto a condividere il progetto che abbiamo in mente”.

“Volevamo con noi un coach come Alessandro”, ha esordito il presidente Alberto Bucci, “e in grado di accompagnare anche i giocatori giovani che sono già con noi, aiutandoli nel viaggio verso la prima squadra. Lui ha fatto tanta esperienza, in tanti luoghi di basket. Aveva vent’anni quando io allenavo a Livorno, e da allora ha fatto molta strada e si è fatto valere, partendo dalle formazioni giovanili e arrivando su parquet di A2 e A1, con risultati ottimi. Perché, vedete, i risultati sono le vittorie ma non soltanto quelle, conta anche ciò si crea, il gruppo che si costruisce ogni volta. Lui in questi anni ne ha costruiti tanti, e dunque io e Julio ci siamo trovati subito d’accordo sul suo nome, questo ci aiuterà a creare subito il feeling giusto e a partire bene. Certo, la situazione è particolare, siamo in bilico tra due situazioni più o meno possibili, ora possiamo costruire uno scheletro ma certamente non potremo attrezzare una realtà senza prima sapere dove giocheremo”.

“Al primo incontro con Alberto”, conferma il Gm Julio Trovato, “abbiamo fatto alcuni nomi e su quello di Alessandro Ramagli ci siamo trovati immediatamente d’accordo. E in quella occasione ho confessato al presidente che avevo già cercato di portarlo con me in una precedente esperienza, non riuscendoci. Sono contento di poter finalmente lavorare al fianco di Alessandro, che ritengo un eccellente tecnico. Da qualche giorno ci stiamo confrontando anche sui giocatori che potrebbero vestire i colori della Virtus, è evidente che le due alternative che abbiamo davanti non ci lasciano spazi per trattative concrete, ma qualche telefonata abbiamo iniziato a farla e in questo momento condividiamo un’idea importante, quella che la nostra squadra dovrà avere voglia di lottare su ogni pallone e fare identificare ogni appassionato con questa voglia, e sul senso di appartenenza a questa società. Stiamo ragionando su queste cose, e sappiamo quello che dovremo chiarire ai giocatori che verranno a indossare questa maglia”.

Tocca, dunque, ad Alessandro Ramagli, che inizia con queste parole la sua avventura in casa Virtus.

“Non succede spesso di parlare davanti a tanta gente, e questo mi chiarisce subito in che luogo di basket sono arrivato. Non raccolgo un incarico banale, arrivo in una culla del basket europeo e italiano, allenare qui non lascerebbe indifferente nessuno. Credo che il nostro principale obiettivo dovrà essere quello di rimbalzare da una situazione complicata a un futuro in cui dovremo trovare la forza di ripartire e ricostruire. E qui i punti di forza mi sembrano evidenti. Il primo è rappresentato da un pubblico che non ha eguali in Italia per numero e competenza, e verso il quale dovremo lavorare con grande rispetto. Il secondo è una società che si sta riavvicinando, nelle sue varie componenti, alla gestione sportiva. Il terzo è rappresentato dal vivaio, e da una cura verso il settore giovanile che questa società, in ogni momento della sua storia, ha sempre tenuto in grande considerazione. Da qui dovremo ripartire, in cerca di nuove e importanti soddisfazioni. Oggi non sappiamo con quali tempi e quali modi, ma nella gestione delle nostre strategie appoggiarci su questi tre elementi fondamentali ci aiuterà a crescere forti”.

“Dovremo sempre ricordare di essere umili e uniti, in ogni momento della nostra rinascita. La pressione? So che ci sarà, me ne aspetto tanta perché questo non è un posto in cui la pallacanestro va nell’ultima pagina del giornale. Un po’ di allenamento l’ho fatto, in piazze come Pesaro, come Siena, ed è chiaro che alla Virtus e a Bologna sarà importante il rispetto della verità, quello che conta quando si stabiliscono gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli. Nel momento in cui alla gente parli rispettando queste verità, anche la pressione diventa sana, non un carico di responsabilità che ti piega le spalle ma una spinta che ti va fare passi avanti”.

“Io sono una persona molto pratica, in questo momento sono assolutamente tarato sulla A2 perché questo è lo stato sportivo che oggi ci siamo preparati ad affrontare. Noi non faremo passi che possano pregiudicare le nostre mosse, ci muoveremo con attenzione alle dinamiche che di volta in volta ci troveremo di fronte. Pensare con convinzione alla Serie A significherebbe, nel caso poi non arrivasse, aggiungere a un lutto sportivo che ha colpito questa società di recente un altro piccolo lutto da metabolizzare. Ecco perché voglio ragionare di A2, pronto ad affrontare quel campionato con la maggiore “cazzimma” possibile, con grinta e, appunto, umiltà. Ma tutti sappiamo che la storia di questo club dice che si dovrà stare altrove, non so se in una stagione, in due, in tre, o se davanti ci si aprirà la possibilità di poterlo fare subito. Di certo guardiamo a quel futuro senza metterci ansia da prestazione, ma programmando cercando di evitare errori”.

“Le dinamiche a cui ci troviamo di fronte in questo momento sono tante”, è la chiusura del Gm Trovato. “C’è il discorso delle squadre che si sono iscritte all’Eurocup, ci sono le fidejussioni presentate per la A, ci sono comunicati su cui io per scelta personale non mi baso, preferendo ragionare sui fatti, alla fine. Di certo, nessuno di noi cova false speranze, nessuno si inchioda su sogni che domani potrebbero cambiare, magari diventando delusioni. Lavoriamo su nomi che ci piacciono, e con la convinzione di poter costruire una squadra che possa piacere al nostro pubblico. E’ ai tifosi bianconeri che pensiamo oggi, al fatto che cercheremo di conquistarli. Più avanti, basandoci su queste idee e progettando con realismo, proporremo loro una campagna abbonamenti che dovrà dar loro soddisfazione”.

 

RAMAGLI: MI ASPETTAVO LA A2. LA VIRTUS PARTE AL CONTRARIO, DAI SUOI GIOVANI CIRCONDATI DA GIOCATORI AFFIDABILI

bolognabasket.it - 18/07/2016

 

Il coach della Virtus Alessandro Ramagli è stato intervistato da Luca Muleo su Stadio.
Ecco le sue parole:
Siamo già alla routine. Ma non c’è dubbio che questo sia un posto storico, suggestivo. Come ti giri vedi gente che ha scritto grandi pagine. Poi però questa storia deve continuare, è una bella sfida.

Che Virtus sarà? Una squadra che parte al contrario, cioè dall’idea di valorizzare i ragazzi del suo settore giovanile, vedere se hanno stoffa, e circondarli di giocatori affidabili, che consentano al giovani di sbagliate senza mandarli allo sbaraglio.

Americani allora. Una guardia e un lunga, due che sappiano giocare a pallacanestro intanto, che è la cosa più importante, anche di quanti punti e rimbalzi siano in grado di fare. Dovranno darci quelle competenze necessarie a completarci.

Già visti in Italia o in Europa? Non è una condizione necessaria. Poi che questi giovani siano guidati da chi ha già vissuto certe situazioni, sarebbe meglio. Ma non significa scartare un collegiale a priori. L’importante è avere un pacchetto equilibrato: se ci sono punte molto giovani, ne servono altre d’esperienza.

A2 ufficiale ormai. Per me non è stata una sorpresa. E d’altronde sono stato chiamato a guidare una squadra che doveva partecipale a questo campionato.

Che gloco proporrà? Nella mia idea c’è un gruppo capace di dare il 11O%. Ma questo lo dicono tutti, nei calcio, nella pallavolo, a biglie. La fisionomia tecnica e la faccia della squadra si possono capire solo quando nomi e cognomi saranno sul campo. Conta l’identità, chi non ce l’ha fallisce perché nessuno riconosce la squadda, e lei non si riconosce in se stessa. Costruirla sarà il nostra lavoro.

Si parte dopo ferragosto. Il programma è pronto.

Tante amichevoli? Di solito ne faccio giocare otto o nove, né più né meno degli altri. All’estate, come tutti i tecnici, tengo molto. Ma sarebbe un errore grossolano pensare che la squadra in campo alla prima il 2 ottobre possa essere la stessa di metà aprile. Bisogna essere pronti a cominciare certo, ma non è che il 2 ottobre ci giochiamo la Supercoppa.

E poi il lungo tormentone… Il derby lo dovrò scoprire, e anche i giocatori. Bologna sente il desiderio di viverlo con una partecipazione speciale. Noi, che ne saremo protagonisti, siamo i primi ad aver voglia di giocarlo. Una gara che può dare lustro a tutta la seconda lega, mi aspetto che ogni componente faccia in modo di renderlo indimenticabile, con grande partecipazione, coinvolgimento ma soprattutto grande correttezza. Per Bologna è l’occasione, da non perdere, di mettere in mostra il meglio e non il peggio.

Vale per tutta la A2 e le sue tante piazze storiche. Ci saranno molte realtà in grado di portare a palazzo 4mila persone. Il blasone c’è, in un contenitore diverso, con valori tecnici diversi. Però sarà certamente un campionato accattivante, coinvolgente.

 

Tutti sempre molto attenti nei timeout di Ramagli

RAMAGLI: DOBBIAMO CREARE QUEL FILO ROSSO CHE CONNETTE SQUADRA E SOCIETÀ. E L'UNICO RISULTATO CHE MI INTERESSA È IL NOSTRO

tratto da bolognabasket.it - 28/09/2016

 

Il coach della Virtus Alessandro Ramagli è stato intervistato da Luca Muleo su Stadio.
Ecco le sue parole:

Quando guarda le foto nella “Porelli”, una lo emoziona più di tutti. Spieghiamo? Sì, sono stato l’ultimo allenatore di Richardson.

Il leggendario Sugar. Giocatore e personaggio irraggiungibile. Negli anni ci siamo incontrati in più occasioni, ogni volta una gag.

Una su tutte? Summer League, stava seduto in alto, non l’avevo visto. Sento arrivarmi monetine addosso, una, due, tre, mi giro, lui stava con tutte le stelle NBA, grandissimi come Dennis Johnson. Fu affettuosissimo.

Lavorarci? Aveva 45 anni, era molto oltre il canto del cigno. Però rimanevano intatte le caratteristiche della persona e del giocatore. Ricordo a Ragusa, noi in grande difficoltà, lui tira da tre e non prende nemmeno il ferro. Il pubblico lo becca, Michael si gira verso la panchina e fece segno “a me”? Nei possessi successivi mise tre triple in fila, l’ultima da centrocampo.

E sul piano umano? Immarcabile. Capace di entrare in un negozio di borse per fare un regalo alla moglie e spendere 5 milioni.

Di Virtus parlava? Certo, è stata la sua resurrezione.

Quell’annata per lei invece fu la prima da capo. Ero ancora un ragazzo di bottega.

Cosa le manca di quei tempi? L’incoscienza. Di quella volta, e anche della prima a Biella. Da giovane è un bel requisito, ti butti, prendi e vai.

Con i piemontesi salvezza all’ultima giornata al PalaDozza, ballando sotto la curva Calori assieme ai tifosi biellesi.Vincemmo due gare in modo autorevole con Cantù e Milano. All’ultima Reggio perse a Livorno, eravamo salvi, una serata indimenticabile.

Le è capitato spesso di ballare sotto la curva? Spesso. Sono molto passionale, non ho paura di farmi coinvolgere, i momenti belli vanno vissuti. Si è tristi nei momenti tristi, in quelli belli si gode.

E quest’anno si torna al PalaDozza. E speriamo di godere. Derby a parte, è uno dei palazzi più fascinosi d’Italia, come quelle signore di una certa età che sanno sempre mettere trucco e vestiti nel modo giusto e sono ancora belle.

La Unipol Arena invece è da conquistare. Ho visto la Fortitudo in semifinale di Supercoppa. Ti dà la sensazione di essere un bel contenitore, una bella location, che meriterebbe di essere riempita il più possibile. Per il resto ha tutto: struttura, quel campo bianco e quel riflesso che ti mettono al centro, ti dà il piacere di giocarci. Speriamo di essere bravi a riempirlo, intanto di emozione e poi numericamente.

Sarà una delle chiavi principali. Sono d’accordo. Gli obiettivi sportivi li abbiamo illustrati, e non è mettere le mani avanti. Ma la prima, vera missione è creare quel filo rosso che connetta squadra e società ai tifosi. Se avremo centrato questo obiettivo, la stagione sarà stata positiva.

A cosa si può credere, di quanto visto in precampionato? A niente di quello che c’è sul tabellone. Quello che la squadra ha fatto vedere invece rimane. Abbiamo lavorato bene e tanto, senza inciampi sfortunati, e questo non succede spesso. Grazie a Voltolini e allo staff medico, nulla è successo per caso, fisicamente la squadra è pronta. Sul piano tecnico ho avuto risposte non scontate, siamo nuovi e potevamo fare più casino, invece quasi mai siamo stati pasticcioni.

Qualcuno dice corti. No, giusti per gli obiettivi. Cioè, intanto, valutare la consistenza dei nostri ragazzi. Avessimo voluto distruggere tutti, avremmo dovuto costruire un’altra squadra. Ma allora avremmo raccontato bugie. E’ inutile parlare di giovani se poi gli metti davanti otto senior.

Ha detto che ci sono i più e i meno pronti. No, ho detto che, come normale con i giovani, un giorno è pronto uno, un giorno è pronto l’altro. Noi abbiamo ragazzi classe ’98 e ’99, saranno under per un bel po’ di tempo, è lunga.

Piazza esigente, come digerirà le sconfitte? Quando dici quali sono gli obiettivi, e coi fatti dimostri di inseguirli, è bene ci siano persone pronte a spingerti. Se fai 7-2 è facile star vicini, importante è che lo siano dopo 2 sconfitte consecutive. Noi speriamo di vincere molto.

Torniamo a Livorno. Ancora rossa? Mica tanto. E’ stata sempre monocolore, poi improvvisamente una scelta diversa, di protesta. Dà l’idea del carattere dei livornesi: ti danno credito, ma non per sempre. Si è riconosciuto il valore dell’alternanza. E’ come in campo, se uno sa di giocare sempre 35′, finisce che si siede e fa due partite male.

Anche a lei piace l’alternanza? Chiariamo, sono livornese, cresciuto in quell’humus politico e me lo sento addosso. Ma non cieco di fronte a certe storture. Sento dire che gli ideali sono morti, invece credo sia importante averne uno dentro se stessi. E io ce l’ho.

E lo porta in palestra? Assolutamente sì. Non puoi essere diverso dalla persona che sei, nella vita professionale. Se hai i valori dell’uguaglianza, non è che fai basket e diventi disonesto. Si è uomini a 360 gradi, lo sport ne è una parte, una bella fetta. A volte questa coerenza è stata scomoda, anche.

Per esempio? Io sono uno molto disponibile, però poi se finisce, finisce per sempre. Certi estremismi non mi piacciono, da questo punto di vista sono poco livornese, se ti devo mandare a quel paese lo faccio, ma prima ci penso su.

Oltre al basket? La famiglia. Sembra scontato, non lo è quando per vent’anni li vedi una volta alla settimana. Mia moglie, i due figli, e i genitori. Poi qualche hobby. La lettura, lo sport stesso, a partire dal calcio. Al Dall’Ara andrò prima possibile.

Tifo? Tiepido milanista, e livornese non tanto tiepido. Guardo la Champions, City-United ma anche Crotone-Atalanta. E il posticipo alla radio, sempre.

Riferimenti? Sembra fatto apposta, ma è vero: stimo Donadoni. Al di là di essere stato un grande del Milan, e allenatore del Livorno, dove pure non è stato amatissimo, perché piacciono quelli che “fanno l’ottovolante”. Invece la squadra giocava bene, lui mi sembra uno di grande spessore, mai sopra le righe. Una persona alla quale è giusto ispirarsi.

Una cosa che non rifarebbe in carriera? Non vivo di rimpianti. E se ricordo, lo faccio in modo goliardico.

Prego. Al mio americano dello scorso anno, newyorchese molto vero (Darryl Bryant, ndr), chiedo di procurami quei quadroni di carta adesiva per pulire la suola delle scarpe. Lui mi fa: coach te lo faccio arrivare io, costa poco. Risposi, no guarda che non costa poco. Dopo qualche giorno si presentò con uno zerbino arrivato dagli Stati Uniti. L’ho conservato.

Qui per scrivere una pagina di storia? Spero di fare bene il mio lavoro. Non faccio lo storico, ma l’allenatore, con ambizione. Devi pensare a quello che puoi fare, non a quello che puoi lasciare, perché rischi di distrarti. Penso di aver lasciato qualche vittoria, i rapporti, o la crescita dei giocatori in ogni posto dove sono stato.

Se gli altri bloccheranno Umeh e Lawson? Dovremo girare un’altra pagina del libro. Qualche anticorpo l’abbiamo già mostrato, non ci sono stati solo loro in queste partite.

Sente l’emozione del debutto? Alleno dal ’96, l’emozione ci sarà ma la gestirò come sempre. Il grado emozionale della squadra invece lo scopriremo alle 18 di domenica.

Alle 20 guarderete i risultati della Fortitudo per prima? Mica mi voglio ammalà per la Fortitudo. L’unico risultato che mi interessa sarà scritto sul tabellone dove sto giocando.

 

RAMAGLI. "DOBBIAMO ATTACCARCI ALLE ENERGIE RIMASTE, PERCHÈ DA UN MESE NON POSSIAMO LAVORARE SUI  DETTAGLI"

tratto da bolognabasket.it- 08/01/2017

 

Le parole di Alessandro Ramagli alla vigilia della trasferta a Piacenza (domani, ore 20.45).

“E’ la prima partita del secondo turno di ritorno, sarà diversa dall’andata perché pare non ci sarà Bobby Jones per un problema ad un polso. E venendo a mancare un giocatore così importante gli altri tireranno fuori risorse mentali, perché prima di perdere con Treviso venivano da 4 vittorie consecutive e stanno facendo un gran campionato. Formenti è ancora fuori ma è stato rimpiazzato da Borsato, ora il problema Jones: hanno avuto infortuni, andranno sul mercato, ma sono comunque tra le prime del campionato, cosa che a inizio stagione era sussurrata ma che è giustificata dal roster. C’è Hasbrouck che conosciamo come ottimo attaccante, altri ben conosciuti, e quindi punteranno su Dincic, serbo che il nostro Petrovic conosce, o altrimenti abbasseranno il quintetto. E’ la loro prima senza Jones, non possiamo sapere come si adegueranno, e a maggior ragione noi dobbiamo pensare al nostro interno. Specie dopo la sosta, che ci ha portato a perdere qualche dettaglio, ma è da questo che dobbiamo ripartire: non lavorando insieme per 20 giorni qualcosa lo abbiamo perso. Non sarà la gara di domani, che arriva dopo il derby, ma in seguito avremo bisogno di tornare a lavorare insieme in modo specifico e preciso. Altrimenti le vittorie poi finiscono.”

Temi l’effetto pancia piena? “La squadra la conosco, le due partite post Europei le abbiamo vinte più con l’anima che non con la tecnica, per cui sono certo che noi l’anima le abbiamo, e le qualità morali per capire che non è la vittoria del derby, benchè importante, che cambierà le sorti del nostro campionato. Ma non ho risposte confezionate, poi non è solo una questione mentale, venerdì abbiamo anche speso tanto fisicamente. Noi di fatto non ci stiamo fermando dal 31 dicembre, di ritorno da Roseto, rispettando i nostri tempi, non mettiamo il naso fuori dalla palestra da nove giorni, e per questo dovremo attaccarci a tutto quello che ci è rimasto, specie le energie fisiche di chi in questi giorni magari ne ha spese un po’ meno. Dobbiamo essere come farmacisti, a dosare le forze sul bilancino: i ragazzi avranno ultimamente giocato poco, ma agli Europei ne hanno fatte sei in sette giorni… Sono tornati belli cotti, e ricordo che il passo successivo a cotto è rotto. Non è che le cose cambino da un momento all’altro, quindi è per questo che dobbiamo valutare le energie di tutti. Noi ora abbiamo una condizione fisica disomogenea, tra chi è fuori, altri a cui abbiamo tirato il collo, altri che stanno recuperando. E non possiamo far finta che queste problematiche non ci siano”

Ndoja? “Lui ieri ha fatto solo terapia, non so dire quale sia la sua situazione attuale, ma deciderà la visita di domani. Lui dopo la gara di Roseto non si è nemmeno messo le scarpe, in attesa del derby, e ora non so come stia.”

Il sostituto che identikit avrà? “Ancora non lo so, dipende dalla visita. Stesse fuori due mesi, cercheremo un certo tipo di giocatore. Se ci dovessero essere tempi inferiori, andremo avanti così, stringendo i denti e accettando le sconfitte”

Dopo il derby dove è che dovete migliorare? “Tecnicamente siamo stati sotto il nostro standard, e dobbiamo giocare meglio di quanto non abbiamo fatto venerdì o contro Roseto. Ma ho spiegato perché stiamo andando così, ci vuole solo pazienza, attesa per recuperare omogeneità di condizione, eventuali nuovi arrivi se Ndoja starà fermo a lungo, e poi ricominciare a lavorare insieme. Se stai un mese senza lavorare sui dettagli, lo paghi: perdi vantaggi su piccole cose, un recupero, una uscita da un blocco, e magari permetti alla difesa di recuperare. Sembrano stupidaggini ma non lo sono, e noi dobbiamo per forza riaprire un libro che avevo chiuso un mese fa. Poi dopo la gara con Imola in casa avremo la possibilità, speriamo, di fare quello di cui la squadra sente di avere bisogno. Non faccio il guastafeste, alleno, e dico che il nostro processo di miglioramento si è rallentato per motivi oggettivi. Chi vuole progredire deve avere i tempi di lavoro per poterlo fare, giocando sempre non riesci a farlo”

Avete preso molte triple, di recente. “Dobbiamo stare attenti a tante cose, appunto, i dettagli su cui dobbiamo lavorare in palestra. Anche una uscita da una azione, se non ci lavori, diventa un problema. Non siamo al bar, per evitare di prendere 14 triple ci vogliono tante piccole cose per marcare meglio i tiratori: con la lingua si difende su chiunque, lo farebbe anche mio padre, ma noi da un mese queste cose non le riusciamo a fare”

Il derby vi ha aumentato le sicurezze? “Non ci guardo più. Sappiamo, sapevamo che i rimbalzi potevano ad esempio essere un nostro punto debole a inizio stagione, e siamo riusciti a farlo diventare un nostro punto di forza. Ma ogni cosa, io la devo chiedere nei tempi giusti, ora continuo a dire che facciamo fatica”

Un giocatore in crescita è Spizzichini. “Per chi se ne intende, alcune sue difese valevano il prezzo del biglietto, anche se i biglietti costavano tante. Due chiusure su Ruzzier e Montano, oltre ad un tapin, sono state decisive. A volte noti che la partita ti sta scappando di mano, e io ho provato ad abbassare la squadra. Lui ha fatto tre azioni importanti, forse anche di più: ma è un giocatore che ogni giorno ci mette quasi un’ora per fasciarsi la mano e non solo, e migliorare dopo un inizio di partita non sublime non è facile. E lui ci ha messo un bel timbro”

ALESSANDRO RAMAGLI A TUTTO TONDO

tratto da bolognabasket.it - 16/03/2017

 

Il coach della Virtus Alessandro Ramagli ha rilasciato una lunghissima intervista ad Alessandra Giardini di Stadio, parlando a tutto tondo.
Ecco un estratto delle sue parole:

Quando mi ha chiamato la Virtus ci ho messo credo otto secondi a dire di sì. Poi c’è voluto del tempo perché ero sotto contratto con Siena, ma avevo deciso subito. Potevo dire di no alla Virtus?.

La sera che venne a firmare il contratto lo disse a Matteo Boniciolli, che è suo amico e allena l’altra Bologna. Era felice. Mi disse di venire la sera ai Giardini Margherita. C’era il Playground, e lui doveva prendere un premio. Passai la serata a parlare con Nicoletta, sua moglie. E mentre stavo tornando, Matteo mi telefonò. Mi disse: Nicoletta ha pensato che dovremmo andare a vivere assieme. Tu cucini, e io lavo e stiro. Te lo immagini? Già quando usciamo a cena c’è sempre qualcuno che ci guarda strano… L’allenatore della Virtus e quello della Fortitudo amici, chissà perché dev’essere così difficile.

Quando vi siete conosciuti? «La prima volta che abbiamo giocato uno contro l’altro fu a Livorno, lui allenava Udine. Non ho ancora capito come facemmo a perdere quella partita, una roba mai vista. Lui me lo chiede ancora ogni tanto: come hai fatto quella volta a non suicidarti? Siamo diventati amici l’anno in cui il settore squadre nazionali chiamò proprio noi due per dirigere un raduno di ’91 e ’92. Eravamo a Roccaporena, in un ex convento. Arriviamo lì e lui mi dice subito che vuole mettere gli allenamenti alle cinque e mezza del mattino. Io sono un tipo accomodante e gli vengo incontro: facciamo gli allenamenti alle sette e mezza. C’erano Polonara, Michele Vitali, anche Italiano. Lì nacque la nostta complicità, era come mettere insieme Stalin, lui, e Madre Teresa di Calcutta, io. Con Matteo mi diverto, e lui con me si calma. Siamo io la camomilla e lui il ginger. E quest’anno gli ho fatto un gran favore.

Sarebbe? «La nostra stagione inattesa gli è servita da pungolo. La Fortitudo va meglio così, a non giocare il ruolo della favorita».

Quando è arrivato alla Virtus ha sentito davvero il clima da veglia funebre? «Una depressione cosmica. Una roba mai vista».
E’ riuscito a riportare il sereno. E addirittura una coppa. «E’ stato bello. Adesso è chiaro che è una storia nuova. All’interno di una società che è stata la storia».

Si ricorda la prima volta a Bologna? «Avrò avuto dodici, tredici anni. Venivo a vedere le partite al PalaDozza con i tifosi della Pallacanestro Livorno, la seconda squadra della città, quella meno blasonata. Oggi vivo fuori porta Lame, a dieci minuti a piedi dal PalaDozza. Un luogo importante, non banale, che ha fatto la storia della pallacanestro italiana. E’ impossibile rimanere indifferenti quando entri lì. Ricordo una partita fra Livorno e Siena che si giocò in campo neutro al PalaDozza. Io avevo quindici anni, da Livorno arrivarono ventotto pullman, e io ero su uno di quei pullman. Vinse Siena però. Mi ricordo anche una partita contto la Fortitudo di Gilmore. Poi anni dopo quando allenavo Biella avevo un ds bolognese, Daniele Baiesi. Aniviamo qua la sera prima di una partita e mi fa: vieni, ti faccio vedere Bologna città d’acqua. Pensavo che mi prendesse in giro».

I canali ci sono, il mare purtroppo no. «Eh, ogni tanto con Matteo ci mettiamo a parlare del mare, di quanto ci manca. Il mare ce l’hai dentro, è l’anello di congiunzione con l’infinito. Quando ti metti lì hai davanti qualcosa che non finisce, stimola il pensare. E’ un amico con il quale ti puoi confidare, e col quale puoi stare da solo. Sì, quando non c’è ne senti il bisogno».

Come arriva il basket nella sua vita? «Tardi, avevo dieci anni. Ma è stata una folgorazione, la passione della mia vita. Ho giocato nelle giovanili, sempre a livello infimo».

Quando ha capito che non poteva vivere giocando a pallacanestro? «Subito. Però ho fatto tutta la trafila del basket amatoriale, quello che non finisce mai, quello che ha con sé sfumature gastronomiche e non solo. La partita è soltanto una scusa per il post-partita: un’osteria, una sagra, un ballo, una discoteca a Castiglioncello».

Quindi non balla soltanto sotto la curva? «No. Quando si è felici non c’è niente di male a ballare».

Che spazio ha la politica nella sua vita? «Molto importante. A Livorno c’è sempre stato un filo rosso molto stretto con la politica. Anche per le origini della città, lì la vita politica è sempre stata molto stimolata. Dovrebbe essere una delle arti più nobili, non solo etimologicamente, qualcuno che si fa carico della polis. Purtroppo da anni è stata derubricata a porcheria. E anche Livorno hai i suoi problemi. Quando non c’è alternanza è fatale che ci si appiattisca verso il basso».

Dove stiamo andando? «Quando avevo quindici, sedici anni sentivo davvero la spinta alla partecipazione. Mio figlio grande non ha neanche idea di cosa sia. Ho letto un piccolo saggio di Gabriele Romagnoli, che guarda caso è bolognese, sul coraggio declinato in diverse forme. La forma di coraggio più alta che ci sia è fare quello che deve essere fatto, sapendo anche che ci saranno delle conseguenze. Chi fa politica dovrebbe avere questa ispirazione».

La nostra generazione ha sbagliato tutto? «Molto. Siamo stati totalmente complici della gestione dello Stato fatta in un certo modo, la spinta che avevamo si è sopita, non ci siamo neanche sognati di ribellarci».

Ha capito perché? «Non abbiamo mai avuto fame, siamo figli di una generazione che ci ha spianato la strada, e forse era normale, loro uscivano dalla guerra e volevano altro per noi. Ma non ci hanno mai fatto diventare affamati, e nonostante questo ci è arrivato comunque qualcosa in tasca. Così abbiamo trasmesso ai nostri figli questa mancanza di fame. Quando ho letto “Gli sdraiati” di Michele Serra sono rimasto di ghiaccio».

Bologna ha passato anni molto pesanti. Lei come ricorda gli anni di piombo? «Come in una teca di vetro. Il monoteismo, diciamo così, rendeva Livorno non attaccabile, o almeno così abbiamo sempre creduto. C’era grande partecipazione, sempre, ma sapevi benissimo che mai e poi mai saresti stato toccato da certi eventi. Non c’era paura».

Quanto contano i soldi nella sua vita? «Non sono uno scialacquatore, ma i soldi non sono mai stati un’ossessione. Di sicuro non faccio una scelta professionale guardando solo ai soldi, perché non funzionerebbe».

Dal liceo classico alla panchina. Come ci si arriva? «Studiando fai fatica a trovare il tempo per lo sport. Per due anni non ho fatto niente, soltanto un po’ di corsa sul mare. Poi mi chiamò Mauro Bernardini, che era stato mio allenatore, e mi chiese di andare a dargli una mano. Avevo diciannove, vent’anni, e mi ero iscritto a Giurisprudenza. Non mi sono mai laureato, i miei mi avrebbero sparato… E’ che la legge non era la mia passione, non avrei mai fatto l’avvocato».

Che mestiere è il suo? «Insegno. E da insegnante di vita devi leggere le sfumature. Lo sport è una rappresentazione della vita, spesso i miei interventi non sono fatti sul campo ma fuori».

Come si vive una vittoria a diciassette-diciotto anni? «Vittoria e sconfitta sono compagne che quasi mai dicono la verità. Quando vedi che i ragazzi sono confusi gli devi trasmettere qualcosa, tu che ci sei già passato».

Se non fosse andata bene con la pallacanestro? «Probabilmente avrei provato a scrivere, di sport. In fondo lo faccio».
Prego? «Scrivo sulla lavagnetta». E ride.

Ho sempre letto molto, sono un lettore compulsivo. Se in casa non ho almeno due o tre libri che non ho ancora letto, esco e vado a cercarli. E poi sono onnivoro. Da Camilleri ai saggi di politica, ma anche i libri di sport. Adesso sto leggendo Legacy, sull’eredità lasciata dagli All Blaclcs. I miei figli purtroppo leggono poco, e questo è il prezzo da pagare quando stai tanto lontano da casa: avrei dovuto accompagnarli più spesso in libreria e perderli qualche volta là dentro. I bambini hanno bisogno di perdersi in libreria, stai sicuro che qualcosa si ritrovano sempre».

Il libro della vita? «Non ce n’è soltanto uno. Però non c’è la vita senza libri».

I giocatori leggono? «Qualcuno sì. Anche se l’impatto della tecnologia è stato devastante. E’ più facile vederli smanettare sullo smartphone piuttosto che un libro in mano. Però lo sport ha ancora l’effetto di istruire in qualche modo, se giocano a certi livelli qualcosa dentro lo devono avere».

Lei e la tecnologia? «Ho un rapporto di diffidenza. Ma non posso farne a meno».
Quando si rompe qualcosa in casa cosa fa? «Mi impegno, ma sono proprio scarso. Uno dei tanti che quando monta un mobile dell’Ikea alla fine si ritrova venti viti in mano».

I suoi amici che mestiere fanno? «I miei tre… fratelli sono medico, avvocato e dirigente d’azienda. Tutti ex compagni di squadra. Pochissimo tempo fa poi è successa una cosa molto bella. Sai gli amici del liceo, quelli che gli vuoi bene per sempre e poi inveci ti perdi? Un bruttissimo evento ci ha riavvicinati in cinque a gennaio, il giorno dopo il derby. Da allora non ci siamo mollati più, ed è stato come se non ci fossiamo mai persi».

Parliamo di Livorno. «Sono venuto su al Pontino, un quartiere del centro. Invece il mio babbo, Gino, è del famoso Ovosodo, quello del film di Virzì. Papà macellaio, un mestiere dove davvero puoi metterci l’arte, non tutti sono in grado di rendere un pezzo di carne roba viva. Anche la mia mamma, Marisa, è un’artista: prima di lavorare a scuola ha fatto la sarta. Lei sa esaltare la manualità in tutto quello che fa, anche in cucina».
E infatti lei assomiglia… «Come carattere sono identico a mio padre. Riflessivo, tranquillo, molto poco livornese in questo. Mia madre invece è una terrorista, una bomba inesplosa. Noi brontoliamo perché le strade sono rotte, lei esce e va a litigare dall’assessore».
Figlio unico. «Sì, però cresciuto in una famiglia comunque molto larga. Nonni, zii, cugini, abitavamo tutti nello stesso palazzo, una volta si mangiava di qua e una volta di là. Per stare da solo dovevo andare al mare, come si diceva prima».
Dalla mamma cosa ha preso? «L’ho guardata cucinare e qualcosa ho imparato. Non sono masterchef, ma insomma me la cavo. Più spesso preparo la carne, questione di famiglia, mi piace andare a fare la spesa nei negozietti, non al supermercato. Farei anche il pesce ma preparare pesce solo per me è una scocciatura. E’ dal ’99 che vivo praticamente da solo, a casa ci torno il giorno dopo la partita. Da Bologna è una passeggiata, faccio in un lampo».

Che cos’ha di speciale Livorno? «E’ la città più giovane della Toscana, nasce nel millecinquecento perché il porto di Pisa si era insabbiato e ci voleva uno sbocco al mare. Per popolare Livorno i Medici promulgarono le Leggi Livomine: chiunque era il benvenuto, quali che fossero la sua razza e la sua religione. E’ sempre stata una città aperta, non si facevano muri, non c’è mai stato un ghetto. Noi non siamo toscani, siamo livornesi».
Perché Livorno è così amata dal cinema? «Forse perché è una città dove fondamentalmente non si fa ‘na sega. Da Livorno vengono allenatori, giocatori, registi, comici. Ma anche artisti come Fattori e Modigliani. E’ un posto che stimola il talento, meno la laboriosità».
Tornerà a Livorno? «Voglio molto bene alla mia città, però ne riconosco i difetti. Lio sempre avuto la sensazione che prima o poi me ne sarei andato, magari per tornare. E un giorno tornerò, il pensionato lo farò a casa mia. Se non altro per il mare».

C’entra la pallacanestro anche nel matrimonio. «Con Claudia ci siamo conosciuti per… colpa del basket. Lei giocava, adesso insegna a scuola e nei centri di minibasket. Alberto ha diciassette anni, Alessio tredici, anche loro giocano, e non si sono mai spostati da Livorno».

Sono ormai diciotto anni che Alessandro Ramagli vive quasi tutta la settimana da solo per fare l’allenatore. «All’inizio i miei figli avevano un rapporto conflittuale con il mio lavoro, perché era la causa della nostra separazione. Poi si sono avvicinati, qualche volta si preoccupano troppo. Come tutti i ragazzi di quell’età frequentano i social, e a volte sono rimasti feriti da quello che leggono sul loro babbo, lo ne sono uscito, ho azzerato i social, è un gioco al massacro a cui non voglio partecipare».

Avere due figli adolescenti vuol dire guardare al mondo, e all’Italia, con un occhio ancora più preoccupato. «Mi piacerebbe creare un percorso per loro, ma credo che sarebbe la cosa più sbagliata da fare. Non sono mica il loro proprietario. Come si dice? I figli sono frecce, tu devi soltanto scagliarle e fare in modo che vadano più lontano possibile. Ma impedire che sbaglino non si può, non avrebbe senso».

Vorresti poterli aiutare, ma puoi soltanto immaginarli. «Il più grande ha preso una strada scientifica, lo vedo magari veterinario. Ha un talento innato per rapportarsi con gli animali. Non lo ha preso da me. Amo gli animali, ma se vedo un cane che ringhia sto alla larga. Alberto invece sembra San Francesco, una roba incredibile. Il piccolo è acuto e attento, gli piace raccontare, analizza e sintetizza, lo vedo un buon giornalista».

Non sembra proprio il lavoro del futuro «Io i giornali li leggo, mi dà sempre un brivido aprire il giornale la mattina. Certo non si può pensare di fare lo stesso lavoro di trent’anni fa: le notizie sono già passate in tivù e sui social, il giornale ti deve dare approfondimenti, analisi, storie, bella scrittura».

«Il calcio mi piace proprio tanto, guardo tutto, anche la Serie B. Nel ’72 ho fatto il primo abbonamento al Livorno, avevo soltanto otto anni. Un ricordo bellissimo è quello delle domeniche d’inverno, allo stadio, nelle giornate di libeccio con il plaid sulle gambe. Sono un tifoso vero del Livorno, ero pazzo di Protti, e un milanista annacquato. Come mi sono conciliato col fatto che Berlusconi era il presidente del Milan? Non mi sono conciliato, tutto qui».

Ma il calcio è una grande passione. «Grandissima. Se dovessi proprio scegliere fra vedere una grande partita di basket e una di calcio, credo che cercherei di fare un po’ di zapping ma alla fine sceglierei sempre il pallone. Mi ricordo quando tornavo a casa in macchina da Teramo e a un certo punto della strada prendevo le radio romane… pazzesco, parlano ventiquattr’ore al giorno di Roma e di Lazio». A Bologna c’è un allenatore che c’entra un bel po’col Milan, ma anche col Livorno. «Non sono mai andato a vedere il Bologna quest’anno, la domenica in genere giochiamo anche noi, altrimenti sono a casa, insomma non è ancora capitato. Ho grande stima di Donadoni, anche per quello che ha fatto da allenatore del Livorno. Ma a Livorno preferiscono altri tipi di persone, gli piacciono quelli che spaccano tutto. Il loro idolo è Osvaldo Iaconi, lo hanno messo in questo grande striscione con la falce e il martello e lo tengono là, sul piedistallo. Sono fatti così».

Il calcio a Livorno è passato inevitabilmente dai due Lucarelli. Alessandro o Cristiano? «Ecco, loro due sono fratelli ma sono davvero lo zenit e il nadir. Cristiano è passionale, istintivo. Alessandro mantiene sempre un grande equilibrio, infatti a Parma ha trovato la sua città ideale. Ma se sei un livornese scegli sempre Cristiano»

RAMAGLI: "NON PENSO A NESSUN TASSELLO, SONO BEN CONTENTO DEI MIEI 12 GIOCATORI E SPERO DI AVERLI TUTTI IN SLAUTE"

tratto da bolognabasket.it - 22/03/2017

 

Il coach della Virtus Alessandro Ramagli è stato ospite di Alessio De Giuseppe durante la trasmissione Quasi Goal su Radio Bologna Uno.
Ecco le sue parole:

Domenica l’obiettivo non è consolidare la vetta della classifica, ma arrivare a giocarci tutte le carte migliori quando si faranno i giochi, nei playoff.
E’ importante non per il primo posto, ma perchè è una delle tre trasferte che ci restano è noi vogliamo una bella vittoria in trasferta.

La partita di Coppa Italia secondo me è stata indicativa, loro hanno fatto vedere il tutto il loro repertorio, e noi il nostro. E’ stata una partita molto equilibrata, che loro hanno condotto a lungo alzando numero di possessi, e noi siamo riusciti a girarla quando siamo riusciti a limitarli sotto questo aspetto.

Chi temi di più? L’ambiente. Lì non ha vinto nessuno, a parte Treviso alla prima giornata di campionato. Hanno un pubblico con calore pazzesco. Si deciderà tutto su atteggiamento e intensità, e capacità di controllare le emozioni in un campo che sarà caldissimo e partecipe.

Javonte Green? Non ha bisogno di una difesa particolare, ma che non gli si regalino palloni facendolo correre in contropiede. La miglior difesa su di lui è attaccare bene.

La difesa sui tiri da tre? Da qualche tempo abbiamo qualche problema nella difesa sui tiratori, dobbiamo migliorare in fretta perchè quando le danze iniziano dovremo farci trovare pronti.

Ci sono passi avanti da fare? Bisogna farne ancora tanti – sotto molti aspetti – per arrivare al top ai playoff.

La situazione di Spissu? Oggi è ancora fermo con la febbre alta, vediamo.
Gli altri sono tutti disponibili, di quelli che devono recuperare condizione alcuni stanno migliorando velocemente, altri più lentamente, ma abbiamo tutto il tempo per metterci a posto – dal punto di vista tecnico e fisico – prima dell’inizio dei playoff.

Domenica contro Recanati rotazioni ampie e spazio per i giovani. In ogni partita si vorrebbe produrre il massimo per tutti i 40′ e per tutti i 12 effettivi, ma non sempre è possibile. Il nostro roster è costruito in modo tale che se in una partita si accorcia la rotazione nella partita dopo non si può fare, e il contributo dei giovani è fondamentale e lo sarà anche domenica su un campo difficilissimo, quasi inviolato, una gran bella partita da giocare.

Bruttini? L’avvio difficile è legato al fatto che è stato 5 mesi praticamente senza giocare. Gli abbiamo dovuto chiedere subito di giocare tanto per gli infortuni, nel momento in cui tutto si è consolidato ha fatto vedere le sue peculiarità. E’ un giocatore di grande utilità, che si distingue per le piccole cose. E le piccole cose sono quelle che fanno la differenza.

Un eventuale innesto prima dei playoff? Io non penso a nessun tassello, ho la mia squadra e sono ben contento dei miei 12 giocatori. Spero che la salute ci assista, vorrei vedere i miei 12 giocatori giocare tutti al massimo della loro condizione, cosa che finora non è mai accaduta. Io guardo al mercato dentro la mia squadra, non fuori.

 

RAMAGLI: "È STATA UNA STAGIONE SPECIALE. E ORA SI GIOCA PER VINCERE"

tratto da bolognabasket.it - 05/06/2017

 

Il coach della Virtus Alessandro Ramagli è stato intervistato da Luca Aquino sul Corriere di Bologna.
Ecco un estratto delle sue parole:

Sulla stagione, partita il 17 agosto. E’ stata una stagione speciale, perché abbiamo ogni volta raggiunto i traguardi prefissati. Cammin facendo sono diventati obiettivi intermedi, finché non abbiamo iniziato a pensare di poter puntare al bersaglio grosso che adesso è davanti a noi. Non ci raccontiamo barzellette, le aspettative erano diverse e la costruzione della squadra ad agosto ne è stata la diretta conseguenza. Nessuno di noi pensava di essere in finale il 3 giugno.
Quando sono cambiati gli obiettivi? Il momento cronologico è stato il cambio di proprietà. Stavamo facendo un campionato di eccellenza, la squadra era competitiva e allora ci hanno fatto capire che potevamo giocarci tutte le carte anche facendo ricorso al mercato.
C’è stato bisogno di un periodo di assestamento? Devi avere il fucile giusto, la mira attenta e la mano ferma. Non eravamo più la squadra sorpresa con i giovani da lanciare, le responsabilità salivano in maniera esponenziale. Servivano aggiustamenti, la struttura della squadra non la puoi rivoluzionare con un solo movimento di mercato disponibile. Se avessimo pensato di vincere dal primo giorno probabilmente le scelte sarebbero state diverse.

Su ciò che lo rende orgoglioso. Lo spirito della squadra e il modo in cui sta in campo, caratteristiche che hanno attirato l’affetto della gente. Non mi interessa l’organizzazione difensiva o l’extra-pass, quelli ce li hanno tutti, ma le emozioni trasmesse per attaccare a sé un pubblico all’inizio giustamente deluso e affranto. La gente si è innamorata di una squadra che si tuffa in campo dalla prima amichevole. Chiunque ci sarà in futuro e qualunque sarà la categoria è un DNA che non va disperso.

Sul rapporto coi tifosi e lo striscione prima di gara1 con Ravenna. Mi hanno emozionato. Quando arrivi alla Virtus hai la sensazione che il suo popolo sia elitario, dalla bocca buona, difficile da conquistare sul piano emozionale. Invece non è stato così, mi hanno fatto sentire uno di loro e loro un pezzo di me. Sono persone disposte a perdonarti una cazzata perché la fai con passione.

Sul momento critico dopo gara 2 con Casale. Ho un difetto, dico sempre la verità. Ho preso delle decisioni che si sono rivelate perdenti e quando succede è normale che la critica si scateni, anche se non c’è la controprova che facendo diversamente avremmo vinto. Non sono stari giorni facili, ma tutto per me è terminato dopo l’incontro con Bucci. Chiaramente quando leggi che viene messa in discussione la guida di una squadra che aveva fatto così bene rimani un po’ sconcertato. Lascia scorie come è normale nella vita di uno sportivo ma le risposte della squadra in campo e fuori sono state molto chiare.

Sulla finale. Un evento ancora più eccitante rispetto a tutti gli altri turni di playoff. L’obiettivo è lì, le finali si giocano per vincerle non per dire che siamo contenti di esserci arrivati. L’abbiamo detto anche prima della Coppa Italia. Con Trieste sarebbe una finale più ordinaria, con la Fortitudo ci sarebbe il carico da 11 del derby, si farebbe fatica anche ad andare a fare la spesa.

 

ELOGIO DI RAMAGLI, RESISTENTE DI STILE

di Walter Fuochi - repubblica.it - 21/06/2017

 

È stato bello, anzi stupendo, ma tutt’altro che facile. Potrebbe raccontarlo Alessandro Ramagli, ora che, dissolti i fumi della festa e asciugati i sudori della stagione, tutti ormai condividono il pensiero che il coach sia stato tra gli interpreti principali della stagione di trionfi. Un attore protagonista. Ma guidare la Virtus non è una passeggiata. Il peso del passato schiaccia, pure quando il presente è gramo.

Predecessori illustri ti abbracciano in campo, tu replichi con toscana ironia che non sei degno neppure d’accostarci il nome, ma dura da conquistare è anche la gente, quel popolo virtussino che le ha viste tutte e tante di più ne sa. Ramagli non gli ha imposto solo numeri eccelsi: tre vittorie ogni quattro partite (33 vinte, 11 perse), un playoff da 12 successi a 2, 9 hurrah di fila alla fine, 6 vittorie su 6 in trasferta. Ma l’ha preso anche con un suo stile di profili bassi, rigorosi, tenaci, combattivi. Traballò in corso d’opera, dopo il ko con Casale, ci furono spiegazioni forti in società, lui fece autocritica e proprio lì, datosi con franchezza, riscosse fedeltà dalla truppa. Il patto per la vittoria valse più di difese e attacchi, pure gestiti bene, le une e gli altri.

La Virtus è stata una macchina da canestri, ma s’era avviata sbarrando anzitutto gli usci, e così ha finito, nella simbolica gara 3 che ha visto il progressivo sfinirsi della vena triestina (19, 18, 17, 12 punti sui quattro quarti calanti). Verrà confermato, avendo mostrato di conoscere tutto l’alfabeto, ripulito in una carriera non splendente, ma onesta, di successi già colti (Pesaro, altra piazza dura) e falliti (Treviso, Verona). Merita, in ogni caso, di rigiocarsela qui.

RAMAGLI: “ASPETTAVO CHIAREZZA, OGGI CE N’È DI PIÙ. PRONTISSIMO A RIPARTIRE CON UNA VIRTUS FORTE"

tratto da bolognabasket.it - 25/07/2017
 

Il giorno dopo aver incassato la fiducia dal CDA della Virtus, coach Alessandro Ramagli è tornato a parlare.
Ecco un estratto di quanto dichiarato a Walter Fuochi, su Repubblica.

Sull’essere pronto a partire. Prontissimo. E se posso, per una volta, essere immodesto, meritevole di farlo, vinte lo scorso anno quasi l’80% delle partite. E se in quella promozione siamo stati tutti importanti, vorrei sentirmi non meno importante degli altri. Guidare la Virtus l’anno prossimo è la conseguenza, per me logica, di un’impresa per tutti inimmaginabile, un’estate fa.

Ieri uno snodo decisivo. Un passo avanti, in un club che ogni giorno va cambiando pelle. Il ponte di comando è diverso, tutti dobbiamo assimilare questa novità e capire come si interseca con le varie aree della società. Nulla di traumatico, ma di ogni processo in corso è normale che non tutto scorra sempre liscio. Da ieri, dopo le scosse d’assestamento, comincia il tempo di ripartire. Fra un mese lo faremo, con spinta e speditezza, contando di aver chiuso la squadra.

Sul lungo silenzio. Aspettavo chiarezza e oggi ce n’è di più. Poi, ribattere impulsivamente non avrebbe apportato nulla.

Sul sentirsi in discussione. Io non mi ci sentivo, dopo quella promozione esaltante, ma capivo che c’erano processi societari in corso, non legati a me e all’area tecnica. Era giusto aspettare, ora è giusto partire.

Sull’aspettarsi un prolungamento di contratto. Una diversa formulazione credo sia nelle cose. Arrivai dopo una retrocessione, con una squadra da costruire e quattro ragazzi del vivaio da far giocare. Ora devo guidare un gruppo forte e ambizioso. Non è lo stesso volante da tenere in mano. Tante parole e attestati di stima mi stanno gratificando, ma non nascondo che un gesto pratico, concreto sottolineerebbe questa stima. Del resto, del nuovo contratto esiste una stesura, e ignoro perchè tutto in CDA si sia fermato. Ma parto in ogni caso, al massimo delle mie capacità professionali, pure se oggi ho un contratto che prevede il premio salvezza. Convinto che un’intera stagione abbia detto che sono la persona giusta. Nonostante qualche cazzata che ho letto.

Esempio? Che ero sull’Aventino, perchè non ero alla presentazione di Aradori e Gentile. In quasi vent’anni di carriera, mai andato a una presentazione, se non perchè ero già lì: ad esempio, con Lawson un anno fa. Con Pietro ho parlato, Alessandro l’ho incontrato, cogliendo in entrambi la disponibilità giusta per partire. Mi basta. Se mi dicono di venire alle presentazioni, vengo. Di solito non lo faccio. Ma non accetto che ci si speculi.

Sulla Virtus 2017/18. Una squadra forte, cui ora trovare equilibri. Ma vale per tutte, non solo per la Virtus. Sono puzzle delicati, da costruire con attenzione. La buona convivenza sarà un risultato da raggiungere insieme, tecnico e giocatori.

Sul fatto di volerne solo uno tra Gentile e Aradori. Uno di loro due era la pietra di partenza. Non credevo, inizialmente, che le pietre sarebbero state due. Ora le ho e devo trarne il meglio. Ben vengano questi problemi: un rebus, loro due, lo diverranno per gli avversari, per noi saranno punti di forza.
Tecnicamente doppioni? No, anche se a volte pestano mattonelle simili. Ma questo può esaltare chi gli giocherà vicino.

I tre giocatori che mancano. Il play. Grande capacità gestionale, bravo a scegliere le opzioni offensive, con buona tenuta difensiva e, quando serve, il guizzo individuale. Il pivot. Che non chieda palle per sè, ma raccolga ciò che creano gli altri, forte a rimbalzo e in difesa, un portiere. E’ Lawal? Mettete pure la foto di Lawal. Infine, l’ala forte, che può pure arrivare alla fine, a completamento. Che conosca il gioco perimetrale e, dietro, cambi su tutti

Il quintetto base in A2 sarà la panchina della serie A. Di indolore non c’è mai nulla. L’ottica giusta sarà sentirsi un pezzo di Virtus, senza guardare ai minuti in campo. Ma varrà anche per i titolari: sentirsi un pezzo di progetto importante, non badare ai 5 punti in più o in meno. Così saremo una squadra vera. Non so per quali obiettivi: oggi non siamo completi noi, e non lo sono le nostre avversarie. Però non sta certo nascendo una squadra per salvarsi.

 

RAMAGLI: "IL PALADOZZA? TANTA ROBA"

tratto da bolognabasket.it - 24/10/2017
 
 

Il coach della Virtus Alessandro Ramagli è stato intervistato da Luca Muleo sul Corriere dello Sport.
Ecco un estratto delle sue parole.

Sulle aspettative di essere già così avanti. Questa squadra in attacco ha bisogno di cose semplici. Qualche preoccupazione poteva esserci sull’aspetto difensivo, che necessità di regole e lavoro. Invece ci siamo mostrati subito efficienti.

Le altre rivali? Chi sta in alto non mi sorprende, Brescia compresa. Venezia per me resta la più forte, Milano può diventarlo. Noi siamo dove abbiamo meritato, ancora dobbiamo incontrare le super eccellenze, comprese Avellino e Torino.

Per Venezia e Milano servirà la faccia migliore. Ai ragazzi, prima di entrare in campo con Sassari, ho detto che se sfidi te stesso quando le cose vanno bene sei pronto a fare un passo avanti.
Mai stato in testa alla classifica? Magari domenica, se vinciamo. Ma ora la cosa bella dev’essere sfidare Venezia. Dobbiamo avere l’acquolina in bocca di provare a battere i più forti.

Un paragone calcistico. A me il senso estetico dà sempre un brivido, perciò mi piacerebbe somigliare al Napoli. Non per il primo posto, ma per la qualità del gioco di squadra, l’ideale di ogni allenatore. Vorrei trovare il giusto connubio tra chi vince e diverte. Con Sassari siamo stati belli e divertenti.

Su Alessandro Gentile. E’ stato spesso oggetto di critiche, che toccano ai giocatori importanti. Ora è giusto sottolineare cosa sta facendo, non dire che è limitato perché non fa canestro da tre punti. Limitato per niente.
Posso incidere sul suo gioco? Io, lo staff e i suoi compagni possiamo essere facilitatori. Ma se lui non avesse la voglia di spaccare il mondo che ha, strappare rimbalzi, abbassare il sedere e difendere su quattro ruoli, parleremmo di niente.

Su Slaughter, collante del gruppo. Sono tutti disposti a mettersi dopo la squadra. Poi, se penso al prototipo di “team player”, faccio una foto al faccione di Marcus e lo metto sul giornale.

L’impatto del PalaDozza. Tanta roba. Quando esci da quella scala ti senti arrivare in testa il tetto. Sta facendo un po’la differenza. Sono state operate tante scelte importanti per il futuro della società. Ci sono 5500 persone, il ricambio generazionale è un passaggio importante. E tutti adesso vorrebbero venire in Virtus.

La prospettiva è europea. Come dicono gli americani, “il punteggio ci pensa da sé” Se fai le cose per bene, i risultati arrivano. Se rincorri solo il risultato, rischi di sbagliare. Qui c’è progettualità. Grazie al caffè Segafredo? Buono, una garanzia. Noi però non dobbiamo mai perdere il senso della sfida.

Sul mercato. Vogliamo un nome che ci dia un’aggiunta sul piano dell’equilibrio. Per ora la mini lista dei free agent era più ricca dei tagli NBA.

 

RAMAGLI: "VORREI CHE UNA CONFERMA FOSSE LEGATA AL PERCORSO CHE ABBIAMO FATTO E ALL'APPREZZAMENTO SULLA PERSONA

tratto da bolognabasket.it - 27/03/2018
 

Il coach della Virtus Alessandro Ramagli è stato intervistato da Walter Fuochi su Repubblica, facendo il punto sulla situazione attuale della squadra e anche sul suo futuro.
Ecco un estratto delle sue parole.

Per la Virtus il peggio è passato? Si può dire che nella stagione del ritorno in A, la Virtus è oggi in una buona posizione. Poi, in ogni stagione, ci sono ore belle e ore grame. Ma se guardo indietro non lo vedo un peggio, a meno di pensare che solo presentandosi con una Vu sul petto, si sia autorizzati a spaccare tutto. Eravamo una squadra nuovissima, di costruzione anche particolare, con giocatori italiani importanti, giocatori saliti dalla A2, americani complementari. Un rodaggio era normale, poi sulle ore difficili sono contati pure gli infortuni.
Il rinforzo sul mercato non è arrivato, ma con Pajola si è arrivati a 10 giocatori. Sì, Pajola ci può stare, e sul rinforzo non vorrei più dir nulla, dopo averne parlato dentro la società. E’ chiaro che, al completo, la squadra è competitiva. Ma 15 volte su 24 completa non lo è stata, e a volte con due, e non uno solo, pezzi in meno. Lì riflettemmo su un americano di garanzia, che poteva servire, dopo che – in precedenza – si era già parlato di un’addizione che avrebbe cambiato gli obiettivi, ma che il club non ritenne di fare. L’urgenza ora non c’è più. Poi, sul mercato, gli occhi sono sempre aperti.
Quante vittorie mancano per i playoff? Mai fatto calcoli. Mancano sette gare: possiamo vincerle o perderle tutte. A Cremona sarà durissima.
La conferma di Ramagli si gioca sul dentro o fuori dai playoff? Può essere, così va nel mio mestiere, anche se preferirei che, al di là dei risultati, pesassero su queste valutazioni i due anni di un lavoro che giudico buono. I cinquemila al palasport, l’entusiasmo ritrovato, un parterre che va riaccogliendo ospiti illustri dopo lunghe assenze sono dati che valgono quanto i risultati. E che si possono ascrivere al lavoro di un’area tecnica che, seguendo il carisma e la combattività di Bucci, un presidente che non devo certo spiegare io ai virtussini, ha fatto bene. Alberto è l’anima pulsante, con lui mi misuro ogni giorno, scambi veri, anche forti, perché capita di avere diversi pareri, ma poi scambi di idee puoi averli solo con chi ha idee. Ecco, vorrei che una conferma fosse legata a questo percorso, all’apprezzamento sulla persona. Poi so come va il mondo: nessuno ha obblighi con nessuno, ognuno farà le sue scelte come crede.

 

RAMAGLI: "CONTINUO A SENTIRMI FIGLIO DI BOLOGNA, E SONO VIRTUSSINO. SARÀ UNO DEI PRIMI RISULTATI CHE ANDRÒ A GUARDARE"

tratto da bolognabasket.it - 28/09/2018

 

Alessandro Ramagli, ex coach della Virtus che oggi sarà al Memorial Pajetta con la sua Pistoia, è stato intervistato da Luca Muleo su Stadio. Ecco un estratto delle sue parole.

Il nostro è un lavoro che ti mette sempre di fronte al tuo passato, soprattutto se hai allenato tanto. Di solito, se si ha buoni ricordi, ci si ritrova con piacere, Bologna non fa eccezione, anzi. Sarà bello rivedere persone con cui ho condiviso due anni importanti.
La sera di Reggio Emilia… Lo avevo detto mesi prima: il mio percorso non sarebbe stato determinato dal raggiungimento dei playoff. Sono convinto sarebbe stato così anche fossimo arrivati ottavi, mai pensato che quella gara fosse uno spartiacque. Erano già state fatte valutazioni, era giusto che in Virtus arrivasse qualcuno con un profilo diverso, si ricostruisse analizzando le esperienze vissute, quelle super positive come la promozione, quelle meno come il mancato playoff. Sono stati tutti spunti per far crescere la società e il club ha operato in questo senso. Se ripenso a Reggio non è stata certo una bella serata, però senza impatto decisionale.
La squadra è radicalmente cambiata, anche nella filosofia. L’estate scorsa c’era la formula italiana, perché si voleva che gli italiani rappresentassero il club. Ora si è andati su un gruppo europeo, per essere competitivi anche in Coppa, puntando su 6 stranieri. Di quel gruppo sono rimasti solo in 3, un cambiamento sostanziale, non di una sola persona. 
Una parere sulla Virtus attuale? Non l’ho ancora vista giocare, è chiaro che dal punto di vista della costruzione sembra molto forte. Ha deciso di abbracciare a livello regolamentare le giuste norme per chi vuole stare in alto, sia in Italia che in Europa, con i 6 stranieri. 
La cosa più bella rimasta da Bologna? Il rapporto con la città. Nonostante la “feroce” divisione cestistica, ho avuto rapporti stupendi con la gente che ha la Virtus nel cuore, ma anche con l’altra parte della luna. Ecco, mi sono sentito figlio di Bologna per due anni e continuo a sentirmi così, poi chiaro che sono virtussino. 
Mai alla Fortitudo, quindi? Il mondo bianconero mi ha dato tantissimo, ed è chiaro che con quel mondo devi fare i conti. Poi però la risposta non ce l’ho. Di solito nei confronti di un coach che ha rappresentato qualcosa, e penso che qualcosa di importante sia rimasto, anche dall’altra parte sarebbe una valutazione scomoda. Insomma, penso che la risposta sia un po’ implicita. 
Cose da cancellare? Il risultato sportivo del secondo anno, sarebbe stato il modo migliore sia per chi rimaneva sia per chi andava via. Mi lascia un rammarico, però non dev’essere un pensiero funesto, succede. Mi sarebbe piaciuto di più lasciarla con i playoff.
Cosa è mancato? La vita sportiva di un club vive tante fasi. Esaltante è stata quella della vittoria in A2, meno la serie A, complicata anche da cose di campo, tanti infortuni, partite importanti a cui siamo arrivati un po’ “impiccati”. Eppure è servito anche questo per programmare il futuro. Per uno con la V nera sul petto, conta più di tutto aver lasciato degli spunti che hanno consentito alla società di mettere insieme le valutazioni necessarie a crescere. 
Che obiettivi potrà avere questa Virtus? Non faccio proclami per gli altri, né pronostici, che fanno del male, e a me interessa il bene della Virtus. Dico solo che sarà uno dei primi risultati che andrò a guardare.

 

RAMAGLI: "DOMENICA SARÀ UNA SFIDA EMOZIONANTE. SACRIPANTI? LA VIRTUS È IN BUONE MANI"

tratto da bolognabasket.it - 13/12/2018

 

A pochi giorni dalla prima partita da ex contro la Virtus, abbiamo sentito Alessandro Ramagli.

Domenica sarà una sfida emozionante? “Emozioni piacevoli, la Virtus è una realtà che sento mia ancora adesso e reincontrarla è un piacere. Sono stato baciato dalla fortuna, spesso sono tornato in posti dove ero stato bene, e sono sempre state belle sensazioni, ricordi legati a luoghi e persone forti, e non essendo mai andato via sbattendo la porta ogni cosa è bella da rivivere”

Pistoia viene da un periodo positivo dopo un inizio difficile. “Non c’è una chiave per questo cambio di passo, un club deve avere la percezione di cosa stia facendo la squadra nel lavoro giornaliero: se hai la sensazione che manchi qualcosa, anche a livello umano, allora devi agire anche se sei primo in classifica. Se invece il gruppo di lavoro è sano, se ci sono buone connessioni tecniche e personali, non c’è bisogno di cambiare. Qua c’è stata la lungimiranza di chi vedeva come stavamo lavorando, ci sono state subito sei sconfitte consecutive, ma sappiamo quelli che sono i nostri obiettivi, ovvero la salvezza, e quindi non c’è stato nulla di particolare. Per fortuna poi è arrivata la vittoria di Sassari, in grande emergenza, a darci confidenza, ma questo avviene se il gruppo è sano. E da qui c’è stata l’inversione di rotta, niente altro: niente colpi di teatro, siamo e resteremo questi, ma ora più o meno dimostriamo di essere competitivi per quelli che sono i nostri obiettivi”

La Virtus al contrario non sembra stare benissimo. “Ho visto una squadra di talento, profonda, che al completo, ovvero con un giocatore importante come Martin, è stata competitiva con tutti. E che in Europa è al di sopra delle aspettative. Grave l’assenza di Martin, specie in difesa, ma in campionato ha giocato spesso contro squadre che la sopravanzano, quindi non ha avuto un calendario molto semplice. Chiaro che poi la Virtus ha avuto bisogno di adattarsi ad un tipo di gioco diverso, all’impegno infrasettimanale; non ha giocato bene contro Sassari, non stava facendo male con Pesaro, ma le squadre si consolidano con il tempo, e questo gruppo sta insieme da 4 mesi, non da 4 anni. Questo può essere il motivo dell’alternanza di risultati, ma non vedo una squadra in crisi o malata, solo una squadra che deve completare il processo di assestamento col tempo. Non vedo brutte facce, e la gara di ieri lo dimostra: ha tenuto il pallino del gioco, poi qualche episodio non è stato favorevole. Vorrei vederli tra un po’, e al completo”

Che persona e allenatore è Sacripanti? “Un professionista di cui ho grande stima, che conosco da 30 anni, che fa giocare bene e con organizzazione le sue squadre, che ha saputo far emergere talenti poco conosciuti o che ha saputo far rifiorire talenti un po’ persi. E’ una persona che sa parlare con la gente e con i giocatori, che ha un rapporto personale e professionale con tutti quelli che lo circondano. La Virtus è nelle mani di un eccellente professionista e di una persona per bene”

Nell’aver rimesso ‘la maglietta della Virtus al suo posto’ c’è anche il tuo merito. “Lo rivendico. Quando un gruppo di lavoro ottiene risultati vuol dire che tutti ci abbiano messo il proprio. E quando un allenatore si mette davanti alle esigenze della squadra e agli obiettivi del club vuol dire che sta dando il peggio di sé, cercando di trarre da una situazione la migliore esposizione possibile per se stesso e non esercitando correttamente il concetto di leadership. Io non sono così: se la Virtus è tornata in serie A, se ha saputo tornare a riempire un palasport meraviglioso come il Paladozza, se ha fatto una eccellente stagione non raggiungendo i playoff solo per differenza canestri, allora ci sono una componente di meriti e l’allenatore non ne fa difetto”

Pajola sta continuando ad avere molto spazio, ma a fasi alterne. Ci vuole pazienza? “Non si tratta di pazienza, ma solo di stabilire, per un ragazzo del ’99, il giusto percorso per far sì che possa esprimere il meglio di quello che è. Quando l’ho visto giocare ho visto un giocatore di personalità, che sa già mettere in campo le sue prerogative principali, che per forza di cose deve ancora migliorare il proprio bagaglio tecnico. Sa già dare una mano vera alla Virtus, e questo è stato il pensiero di chi lo ha voluto tenere. Se il suo percorso personale coincide con quello del club, allora si deve andare avanti e, ora sì, avere pazienza. Avessero deciso di fargli fare una esperienza diversa, di tanto gioco, avrebbero fatto altre scelte, ma io sono d’accordo su cosa hanno deciso su di lui.”

Quest’anno ci può essere una alternativa a Milano? “Secondo me no. Al netto di problematiche che ora ha, con l’assenza del suo secondo miglior giocatore, ovvero Nedovic, qualche battuta d’arresto la sta avendo. Ha qualitativamente la miglior struttura del campionato, ha il miglior know-how assieme a Venezia, e mi sembra inarrivabile. In una serie a 5 o 7 non è battibile, in una gara secca non è escluso che possa essere battuta, ma non in un playoff”

 

RAMAGLI:  IN VIRTUS ABBIAMO PIANTATO UN GERMOGLIO, E ZANETTI HA CREATO UN FIORE

tratto da bolognabasket.it - 14/06/2022

 

Alessandro Ramagli è stato ospite di Sport Club.

"Il mio anno in Virtus è stato quello del pane e salame, e del riavvicinamento dei giovani alla squadra quando forse altri non avevano accettato l’idea della retrocessione. Ma da lì è calata l’età media degli iscritti ai gruppi organizzati, ed è arrivata una proprietà ambiziosa con un pubblico rinnovato: così, con il germoglio piantato, il Dottor Zanetti ha creato un bel fiore. Io feci una prima annata meravigliosa, mentre la seconda fu l’esordio in A1 di una nuova società. Ho il rimpianto di non essere arrivato nei playoff, abbiamo avuto problemi di infortuni, ma ce la potevamo fare. Poi chiaro che io sarei andato via lo stesso, dato che il club voleva rinforzarsi le spalle con personaggi di appeal più internazionale, ma non l’ho visto come una mancanza di rispetto quando il normale cercare chi aveva spessore maggiore: evoluzione della specie, non mancanza di rispetto.
La finale scudetto? Milano sembra più pronta e cattiva dell’anno scorso, e la Virtus dovrà farsi trovare competitiva, adeguandosi al metro arbitrale perchè questa volta gli avversari non fanno sconti. In gara 1 gli arbitri l’hanno sfavorita, ma le grandi squadre devono essere capaci di abituarsi: all’inizio si mena, poi ci si regola. Come diceva mio padre, le prime si danno, le seconde si dividono. Poi se Baraldi ha parlato contro gli arbitri non penso lo abbia fatto per mettere le mani avanti, forse qualcosa all’orecchio gli era ronzato: gara 1 è sembrata la partita di Milano, per quanto è stato concesso, ma la Virtus si doveva abituare.
Milano e Bologna saranno il traino del movimento, da tempo infinito non c’erano due squadre in Eurolega: nessuno può avvicinarsi a loro come budget, ma possono essere qualitativamente rappresentative a livello continentale. Anche mille anni fa Varese e Milano tiravano le altre, benchè con differenze economiche diverse, e non penso che in Spagna o in Grecia le cose siano diverse. Lo scudetto però, per me, lo vince Milano: sono virtussino, spero diversamente, ma gli altri sono favoriti.
L’Eurolega? La Virtus è già squadra da playoff, considerando anche le vicissitudini delle squadre russe”.

RAMAGLI: LA MIA VIRTUS HA COSTRUITO UN LEGAME FORTE CON BOLOGNA. GRANDE AFFETTO PER ALBERTO BUCCI

tratto da bolognabasket.it - 21/06/2022

 

Alessandro Ramagli è stato intervistato da Alessandro Iannacci su Radio Nettuno Bologna Uno.

L’arrivo in Virtus.
“Nel 2016 mi chiamò Alberto Bucci, lo conoscevo bene perchè a sua insaputa negli anni a Livorno ero stato suo scout nelle competizioni europee, accompagnavo il suo assistente allenatore. Con Alberto ci fu un incontro molto cordiale, partimmo con l’obbiettivo di minima di far giocare i ragazzi del settore giovanile. Volevamo fare un bel campionato allestendo una squadra intelligente, non schiacciasassi. Il gruppo si dimostrò veramente forte, con le ultime aggiunte diventammo i favoriti per la promozione e quel traguardo non ci sfuggì”

Il rapporto con Alberto Bucci.
“Abbiamo litigato spesso, in senso buono (ride, ndr). Era una persona vulcanica, ti diceva dritto per dritto le cose che pensava. Abbiamo fatto diverse cene insieme, faccia a faccia, proprio per evitare fraintendimenti. C’era un grande affetto tra noi. Non dimenticherò mai la sua commozione nella sera di Trieste: Alberto aveva la giusta percezione che purtroppo la sua vita stava volgendo al termine e non avrebbe desiderato altro che lasciare la Virtus dove lui pensava che sarebbe dovuta essere. Quella sera sfogò tutta la sua commozione, fu una serata post promozione ricca di commozione, con poche parole e tante emozioni”.

La promozione.
“Solo alla fine parlarono di noi come i favoriti per la promozione. Durante una stagione ci sono sempre difficoltà, la squadra ebbe problemi fisici ma stava bene con la testa. Aveva la forza mentale di superare ogni ostacolo e la vittoria in Coppa Italia in un momento difficile della nostra stagione ne fu la riprova. Portammo a casa la promozione stemperando qualche tensione, soprattutto nei momenti brutti dei playoff come le sconfitte con Casale e Roseto. Alla fine vincemmo 3-1 entrambe le serie, poi fu una cavalcata perchè in quel momento della stagione eravamo diventati i più forti”.

La sua Virtus.
“Quella squadra di A2 è quella che più di ogni altra ha costruito un legame fortissimo con la città di Bologna. Veniva dalla brutta esperienza della retrocessione e aveva bisogno di farsi perdonare qualcosa dal suo popolo, anche se i protagonisti non erano gli stessi. Tra quella Virtus e la sua gente c’è stato un filo diretto, io e i giocatori venivamo fermati per strada, andavamo a cena con i tifosi. Questo non è più successo, anche perchè sono cambiati gli obbiettivi e gli interpreti”.

L’anno in Serie A con la Virtus.
“Era una società che stava cambiando pelle e interpreti. La squadra era stata costruita con qualche difficoltà, ma ritornare in A con la Virtus è stato qualcosa di indimenticabile. Non ho rimpianti, è un’annata che ci siamo goduti nonostante le difficoltà. Purtroppo non siamo riusciti a raggiungere l’obbiettivo dei playoff, ma li abbiamo persi per la differenza canestri. Probabilmente con qualche acciacco in meno nella seconda parte di stagione, soprattutto nei giocatori chiave, saremmo riusciti a centrare l’obbiettivo”.

Il rapporto con Bologna.
“Ho un legame molto bello con la città, sarei potuto tornare in qualunque momento. È un posto splendido con gente clamorosa. Bologna ha un legame con la pallacanestro che non ha pari in altre piazze. In questo momento è il vero cuore pulsante della pallacanestro italiana”

Il modo di allenare.
“Io sono molto poco tattico. Credo in altri aspetti del gioco come la tenuta difensiva di un gruppo e la responsabilità dei singoli. Credo anche che in un gruppo si debba stare bene sia dal punto di vista professionale che personale. Le mie squadre hanno sempre una buona difesa e una solida base di condivisione all’interno del gruppo squadra”


 

 

RAMAGLI: "LA VIRTUS MI E’ RIMASTA DENTRO"

tratto da bolognabasket.it - 14/10/2022

 

Alessandro Ramagli ha parlato a L’Arena.

"La Virtus più di altre mi è rimasta dentro. Perchè il posto è particolare, perchè Bologna è la capitale della pallacanestro. Bologna non mi è indifferente. Sarei bugiardo a dire il contrario".

 

CHE ACCOGLIENZA!

di Alessandro Ramagli - 29/01/2023
 

"Se trovi questa accoglienza significa che c’è qualcosa che va al di là del risultato sportivo e la vittoria del campionato. I ragazzi della curva e tutto il pubblico sono stati bellissimi, meravigliosi. E’ un ricordo che rimane nella parte del cuore dove si tengono le cose più care."