GIACOMO BORSARI

Nato a: Bologna

il: 07/03/1973

stagioni in Virtus: 1997/98 - 1998/99 - 1999/2000 - 2000/01 - 2001/02 - 2002/03 - 2011/12 - 2013/14

 

IL MASSEUR BORSARI LASCIA LA VIRTUS PER L'AMERICA'S CUP

tratto da Il Resto del Carlino - 13/07/2001

 

Un uomo in barca. Dopo aver centrato il grande slam, con l'aggiunta della Coppa Italia 1999 e un titolo italiano cadetti. Giacomo Borsari, uno dei due massaggiatori bianconeri, lascia. Giacomo, soprannominato Jack air Bag - ha 28 anni, da tre stagioni lavora per la Virtus e, nell'immediato futuro, oltre alla conclusione degli studi all'Isef, ha l'America's Cup, in Nuova Zelanda. Proprio così. Dopo tre stagioni vissute nel mondo della pallacanestro - resterà nella leggenda dello spogliatoio bianconero quella volta in cui fu legato e imbavagliato dalla coppia di goliardi Binelli-Danilovic - Borsari ha deciso di sperimentare una strada diversa. Maratoneta di buon livello - negli ultimi anni ha sempre preso parte, in compagnia di Giorgio Valli, alla Strabologna -, appassionato cestista e spericolato ciclista (si era iscritto a una prova che prevedeva una folle discesa lunga due chilometri con un dislivello mozzafiato), Borsari ha ceduto alle lusinghe dell'equipaggio svedese, che lo vuole come masseur per la proissima edizione dell'America's Cup. "Mi mancheranno i ragazzi e l'ambiente - commenta Giacomo - e il mio collega Silvano. Lascio dopo tre anni staorrdinari". Lascia da campione d'Italia e campione d'europa. La Virtus perde un massaggiatore, una persona affidabile, seria e scrupolosa. Ma si consola con un abbonato in più. "Faccio la tessera - chiosa - così continuerò a fare il tifo per i miei amici".

LA VIRTUS AFFRONTA I NODI GIGLI E POETA E INTANTO RIAFFIDA I MUSCOLI A BORSARI

di Francesco Forni - La Repubblica - 01/07/2013

 

La Virtus deve sistemare le grande con Poeta e Gigli, nonché rifare la squadra, ma almeno ha completato lo staff tecnico reinnestando un'altra gloria. Vecchia per modo di dire, perché è di ritorno nel gruppo "Jack" Borsari, 40 anni, già visto in bianconero come fisioterapista. Farà da coordinatore, l'uomo dei muscoli che entrò in Virtus nel 1997 e vinse il grande Slam del 2001, fattore aggregante del gruppo e tuttora legatissimo a Manu Ginobili, di cui è stato anche consulente e che lo fece invitare dagli Spurs per aggregarsi alla Summer League del 2006. Borsari, che lasciò con qualche dissapore dopo l'eliminazione con Sassari nei playoff 2012, ha Dna virtussino, è amato dalla curva, ma vanta esperienze variegate anche extrabasket: fu pure preparatore del team svedese Victory Challenge all'America's Cup del 2002 in Nuova Zelanda.

GIACOMO BORSARI, UN FISIOTERAPISTA BOLOGNESE IN NBA

tratto da bolognabasket.it - 25/10/2018

 

Giacomo Borsari, ex fisioterapista Virtus negli anni d’oro, da anni collabora con squadre NBA. In questa stagione – racconta a lettera 43.it – c’è stato un passo ulteriore. E’ stato infatti selezionato in un ristretto team di fisioterapisti che la NBA tiene a disposizione delle squadre che lo richiedono: due sono americani, uno russo, uno brasiliano e lui. La base sarà a New York, ma ogni volta che una squadra avrà bisogno dovrà raggiungerla in 24 ore: "Ritmi infernali. Ma facendo parte di un organo completamente nuovo, non so ancora bene cosa mi aspetta. Di sicuro conoscerò nuovi giocatori, sarà massacrante e fantastico allo stesso tempo".

PROFESSOR CAVIGLIA

Intervista a Giacomo Borsari. Il fisioterapista bolognese fa parte di uno staff composto da figure specializzate nelle varie parti del corpo. Lui, per esempio, risolve i problemi di tutte le caviglie dell'NBA. "Per la mia tesi di laurea in Svizzera i professori rimasero molto stupiti. Griffith mi faceva roteare con una mano dopo una vittoria. Una persona che ho conosciuto e che ammiro è Lebron James, è super. In NBA sono il consulente per la caviglia, è la mia passione. In aeroporto mi scambiarono per uno della nazionale USA di hockey"

 

Si chiama Giacomo Borsari e risolve problemi. Più specificamente, risolve problemi per quel che riguarda le caviglie infortunate dei giocatori NBA. Sembra strano, ma essenzialmente il bolognesissimo, classe 1973, “Jack”, come lo chiamano tutti, è l’esperto della caviglia, ed è inserito all’interno di uno staff composto da figure specializzate nelle varie parti del corpo. Nella sua vita non fa “solo” questo, visto che ha anche tre studi sparsi tra Castel San Pietro, Zola Predosa e Bologna, e la sua vita cestistica è cominciata alla Virtus Bologna. E quella in cui ha lavorato lui come fisioterapista non era una squadra qualsiasi, ma quella del Grande Slam, in cui si è trovato benissimo e ha potuto imparare tantissimi segreti. In seguito, l’addio alle Vu nere e le esperienze con il team svedese Victory Challenge in America’s Cup, il Gira Ozzano, la Virtus Siena, la Nazionale Over 50 e poi… il sogno americano nel campionato più importante del mondo, prima come fisioterapista ad Atlanta e a Chicago, poi come esperto delle caviglie di tutti i giocatori. Come funziona il tuo lavoro, attualmente? «In questo momento lavoro su pc. La gente mi chiama e mi fa vedere lastre, risonanze ed ecografie e io cerco di aiutare. Sono fermo ora, la mattina faccio il maestro elementare a mio figlio e fortunatamente ho un giardino grande in cui mi alleno. Inoltre, faccio parte dell’Associazione Nazionale Carabinieri e in questi giorni sto distribuendo cibo e mascherine alla popolazione. I miei tre studi li sto tenendo chiusi, anche perché ora mi sembra corretto nei confronti dei pazienti, e negli Stati Uniti non si può andare. Uso tutte le precauzioni, ma non si sa mai, vorrei aspettare ancora una settimana per riaprire». Riavvolgendo il nastro: quando hai ricevuto la chiamata dell’NBA? «Dopo che decisi di lasciare la Virtus, perché l’impegno in Europa è incredibile. Io da bolognese stavo nella mia città circa 80 giorni l’anno facendo il campionato di Eurolega, quindi affetti e tempo libero trovavano molto meno spazio. Non avevo più voglia di non farmi i weekend a casa e allora decisi di non fare più nulla, nel senso che continuavo i miei studi e basta». Poi che cosa successe? «La proposta arrivò da Atlanta, e da lì ho iniziato il mio percorso. Sono passato poi a Chicago e in seguito ho accettato la proposta dell’NBA di diventare il consulente per quanto riguarda la caviglia, che è un po’ la mia passione. I risultati sono stati buoni e tuttora continuo». Un paio di anni fa ti sei laureato a Losanna con una tesi dal titolo “Lesione di 2° grado e di nuovo in campo in 72 ore”. Com’è possibile, considerando che il tempo medio è di 18 giorni? «Aveva già il diploma in fisioterapia, ma volevo laurearmi. Così ho testato questo modo di lavorare con giocatori di basket, football americano e hockey su ghiaccio, ma anche su persone non necessariamente sportive. Effettivamente i risultati sono ottimi e i tempi sono più o meno quelli. Il segreto è aver provato e testato di tutto, dai materiali alle tecniche e poi aver avuto la fortuna di incontrare atleti che si confrontavano con me. Provavo su di loro e avevo un input diretto con le loro sensazioni. E questo puoi capire che aiuta mille volte di più: avendo tanto materiale tra le mani, alla fine sono arrivato al dunque». È stata una tesi che ha destato molta curiosità, immagino… «Rimasero tutti sbalorditi, compresa la mia commissione di laurea. Loro non se l’aspettavano e la cosa bella è stato il dopo laurea, che di fatto è durato più della discussione. Tra domande e curiosità dei professori, siamo rimasti a parlare per due ore e mezza, e quella è stata la cosa più bella». Entrando nello specifico, come funziona il tuo lavoro a distanza con i giocatori dell’NBA? «Io ricevo gli esami praticamente in diretta, e se lo staff medico della squadra lo ritiene opportuno, intervengo io. Nel caso ci si confronta via pc, prendo l’aereo e volo solo dove è necessario». E degli anni in Virtus che cosa ricordi? Sei rimasto legato a qualcuno? «Sono legato a molti di loro, a volte ci si sente, ma ognuno fa la sua vita, è normale che i membri di una squadra si perdano un po’ di vista, alla fine tutti gli anni diversi giocatori possono cambiare città, Paese o addirittura continente. Fa parte del gioco, ma quando ci si rivede dal vivo si è felicissimi». Ci si divertiva, in Virtus? «Puoi capire che stando sempre insieme bisogna trovare anche qualche giochino. Io in Virtus ero il più giovane e c’era il Binellone (Augusto Binelli ndr) che è sempre stato molto scherzoso. C’erano due assi e lui prese il nastro da fasciatura e mi legò a croce, mi crocifisse praticamente. Danilovic invece mi liberò, perché ok lo scherzo, ma bisognava allenarsi. Poi mi chiudevano dentro le ceste dei palloni e mi lanciavano da una parte all’altra del campo. I più scatenati erano Binelli e Griffith. Quest’ultimo mi prendeva su un braccio e mi faceva roteare sopra la sua testa quando vincevamo. Poi addirittura mi chiuse dentro un freezer». Un massacro, praticamente: e tu come ricambiavi? «Io rispondevo mettendo la vasellina dentro le scarpe, ma non quelle da gioco. Oppure mettevo la Coca Cola dentro le borracce, con i giocatori che non dovevano farsi scoprire e dovevano rimanere impassibili. Ad alcuni abbiamo sottratto le chiavi della macchina nuova e gliela abbiamo parcheggiata a 3 km di distanza facendo finta che fosse stata rubata. Ci divertivamo ». E in NBA con chi hai legato maggiormente? «Il rapporto tra le persone è diverso. Si esce meno fuori a cena dopo le partite o gli allenamenti e i rapporto interpersonali sono minori. Di sicuro, una persona che amo e che ho conosciuto è Lebron James: mi ha anche regalato la maglia che tengo gelosamente in casa. Io stravedo per lui, è un fenomeno assoluto, mi piace immensamente come persona e come professionista. È davvero super». E qual è l’aneddoto più divertente legato al mondo NBA? «Quando ero ad Atlanta, mi venne presentato prima delle Olimpiadi invernali di Sochi del 2012 questa stella dell’Hockey su ghiaccio della Nazionale americana. Non ricordo il nome, ma si era fatto male alla caviglia e mi dissero che praticamente senza di lui era inutile che partissero. Ovviamente mi chiesero gentilmente di vederlo e feci un buon lavoro, rimettendolo in sesto. Alla fine della visita rifiutai ogni tipo di pagamento, ma loro insistettero e allora chiesi il giubbotto della Nazionale americana. Il giocatore tentennò perché il giorno dopo doveva partire, ma il dirigente si attivò subito per farmelo avere della mia taglia. Due giorni dopo dovevo tornare in Italia, e ricordo che fui costretto a prendere l’ultimo aereo disponibile. Mi metto il giaccone e mi dirigo verso un aeroporto pieno di gente. All’entrata vedo che tutta la gente comincia a battere le mani urlando “Go! Go! Go!”. Sul momento non capivo, soprattutto perché tutti mi facevano largo continuando a sostenermi. Mi presento davanti al signore che doveva controllare i documenti e lui voleva abbracciarmi. A quel punto chiesi spiegazioni e lui mi disse: “È un onore, siamo tutti con voi!”. Dopo però controlla il mio passaporto e mi fa: “Ma come italiano…”. A quel punto dissi che io ero nel loro staff della Nazionale e da quel momento venni servito e riverito anche sull’aereo. Praticamente arrivai a Bologna con la pancia piena e quasi ubriaco, per la quantità di vino che mi avevano offerto».