MASSIMO ANTONELLI

 

nato a: Roma

il: 16/06/1953

altezza: 193

ruolo: guardia

numero di maglia: 6

Stagioni alla Virtus: 1969/70 - 1970/71 -  1971/72  - 1973/74 - 1974/75 - 1975/76 - 1976/77 - 1977/78

(in corsivo la stagione in cui ha disputato solo amichevoli)

statistiche individuali del sito di Legabasket

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto, 1 Coppa Italia

MASSIMO ANTONELLI

yearbook 1974/75

 

Massimo Antonelli, dietro a quella faccia da hippy, quella barba spesso incolta e quei capelli un po' lunghi, nasconde un magnifico carattere. Antonelli è approdato alla Virtus quattro-cinque anni fa. Fu scelto per il settore giovanile. Tracuzzi si accorse subito che questo ragazzo di 1,93 piuttosto che le doti del pivot, ruolo in cui giocava, o dell'ala, ruolo cui aspirava, aveva innate le doti del playmaker dalla grande personalità. Fu facile per Tracuzzi convincere Massimo della necessità di un cambiamento radicale e il cambiamento, grazie alla grande volontà di Antonelli, fu rapido ed efficace.

Fu mandato poi a Pescara a maturare, ma lì Antonelli, oltre a portare la locale squadra junior alle finali nazionali, fece tanta panchina. Poteva essere un anno da dimenticare, ma Antonelli nella sua vita vuole sempre fare dei passi avanti e si dichiarò complessivamente soddisfatto dell'esperienza pescarese. Tuttavia, nonostante le richieste di rinnovo di prestito da parte del Pescara, Antonelli fu dirottato a Vigevano dove Massimo, com'è noto, ha poi disputato il migliore campionato della sua vita, quel campionato che gli è valso il ritorno all'ovile con la qualifica di "giocatore ormai maturo per la Virtus".

Il primo anno-Sinudyne per Antonelli è stato certamente durissimo. All'inizio Peterson non lo ha praticamente considerato. Ha passato la prima parte del campionato a far panchina o a fare brevi apparizioni. Peterson parlava di mancanza di mentalità e di certi difetti da togliere. Poi all'improvviso Antonelli ha cominciato a giocare, a segnare, a mettersi in luce. E Peterson sorridendo ha ammesso che non si sarebbe aspettato dei miglioramenti così rapidi e un così grande spirito di reazione da questo ragazzo. Antonelli appunto ha confermato di avere un gran carattere e di voler diventare assolutamente un grosso giocatore. Le sue doti, adesso che è più tranquillo, in campo si notano ancora di più: la sua splendida personalità, il suo tiro, il suo passaggio sempre pulito e mai arrischiato sono le cose che Peterson ammira di più e che serviranno ad Antonelli per occupare stabilmente il posto lasciato libero da Gergati nel quintetto base.

Antonelli in contropiede contro la Mobilquattro

 

COSMELLI E ANTONELLI, L'OGGI E IL DOMANI

di Giuseppe Galassi - Il Resto del Carlino - 01/04/1974

 

Massimo Antonelli, classe '53, 1,93 playmaker: ovvero il domani. Il ragazzo è nato a Roma nel quartiere di Centocelle: ha l'aspetto e le vesti di un pastore mormone, tanto da sembrare un personaggio della serie fortunata dei Bonelli, autori di Tex Willer. Figlio di un appuntato dei carabinieri, ha peregrinato per l'Italia, a ruota di un padre in continuo spostamento. Prima a Rieti con Sinkovic, poi ad Altopascio, poi ancora Chieti dove Paratore lo vide e lo convocò per un collegiale di giovanissimi. Ancora "stage" a Riccione, questa volta insieme a Benelli, Martini, Beretta. Alla Virtus arrivò Tracuzzi "moro di Messina" e lo volle con sé, prima negli juniores e poi in panchina con la prima squadra.

Il nostro "mormone" non aveva pace: volle andare nella Pescara dolce al suo cuore instabile. Fu accontentato, ma l'anno dopo si trovò a vestire la maglia dell'Ivlas. Porelli aveva capito le eccezionali qualità e la classe del suo pupillo e si limitò a darlo in prestito.

Peterson, al suo arrivo in terra bolognese, lo visionò e non ebbe dubbi: "Diventerà un punto fermo della squadra - disse - Lo voglio subito con me". Antonelli è un figlio dei fiori: gira in Dyane, proprio perché non può fare a meno di una vettura per i suoi trasferimenti a Firenze, dove studia architettura. Di lui, l'avvocato Porelli afferma: "L'Antonelli vero, il fuoriclasse, lo si vedrà l'anno prossimo".

...

CITTADINO DEL MONDO

Massimo Antonelli: "Assomiglio a Belmondo e a Recalcati, mi piacciono i viaggi e le donne, studio architettura, forse farò il barman, forse il petroliere... Per il quasi-playmaker della Sinudyne (uomo nuovo, ad alto livello) l'Italia è bellissima, ma "stretta"

di Gianfranco Civolani - 1975

 

È titolare fisso di una squadra (la Sinudyne) da primissimi posti nella poule-scudetto, è sicuramente una delle più stimolanti realtà di questo campionato. Si chiama Massimo Antonelli, ha ventuno anni, ma chi lo conosce appena un minimo? Ecco appunto l'occasione per colmare una lacuna, potrei dire: un individuo diverso da tanti altri, un ragazzo non banale, intelligente. Ma preferisco farlo parlare, vorrei che insomma attraverso il dialogo venisse fuori il personaggio per intero. E dunque conosciamolo, conoscetelo.

Massimo Antonelli, schedina personale...

"Sono nato a Roma il 16 giugno del '53. Ho cominciato a giocare da bambino ad Altopascio. Perché ad Altopascio? Perché mio padre era appuntato dei carabinieri, la mia famiglia si trasferiva spesso qua e là e insomma per un certo periodo ho soggiornato ad Altopascio".

Dopodiché?

"Dopodiché quattro anni a Chieti. Un bel giorno mi chiamano a fare un provino per la Virtus. O meglio: allestiscono un provino per tale Marzoli. Aggregano abbastanza casualmente anche me e Leombroni. Andiamo a Roma, all'Acquacetosa, a farci vedere da Paratore. Sai come succede in certi casi: quel Marzoli viene scartato, io e Leombroni evidentemente siamo apprezzati, ci meritiamo un altro provino e finisce che la Virtus mi prende e mi tiene due anni negli juniores. Ce n'è ancora: vado in prestito un anno a Pescara, ma l'anno dopo uno a Vigevano. Siamo già più o meno al presente. L'anno passato son tornato alla Virtus e adesso in pratica è il mio secondo anno di Serie A".

Che studi hai fatto, che studi fai?

"Sono geometra e sono iscritto alla facoltà di architettura, a Firenze".

Architettura perché?

"Così, un po' perché mi piace, un altro po' perché penso che una laurea possa sempre servire. Ma non ho mica le idee chiarissime. So che fra qualche anno in Italia non ci sarò più...".

Come sarebbe?

"Mi piace conoscere popoli, gente. Adorerei visitare l'Africa, l'Asia, l'Australia. Se fra cinque o sei anni sono ancora sulla cresta dell'onda nel basket, allora chiaro che continuo a giocare in Italia. Altrimenti no, a un piccolo ruolo non saprei rassegnarmi, farei le valigie, lascerei perdere tutto e me ne andrei a girare il mondo".

Avrai pure qualche traguardo immediato...

"Sì, certo, giocare sempre meglio".

E i traguardi meno immediati?

"Sono traguardi che non hanno a che vedere con la pallacanestro. Io sono sicuro che all'età di trent'anni sarò molto lontano da qui. Forse farò il petroliere, forse commercerò in noccioline in Brasile, magari farò il barman per poter vivere, magari farò anche l'architetto, può darsi".

Parliamo del giocatore Antonelli. Cosa ti manca per essere un campione?

"Tante cose: il passaggio smarcante alla Caglieris, la convinzione nell'entrata, un palleggio più sicuro con il sinistro. Del resto, io sono un tipo tagliato su misura per giocare in appoggio al playmaker. Ripeto: un playmaker non si improvvisa, ora faccio soltanto il possibile".

Cosa manca alla Sinudyne per essere da scudetto?

"Questione di mentalità e di concentrazione...sui tempi lunghi. Teniamo botta per un mese, ma non per due, ecco il nostro tallone d'Achille".

Come finirà questa poole?

"Non faccio pronostici per principio. So solo che noi finiremo tra le prime".

Hai qualche modello?

"Il giocatore cui mi pare di assomigliare di più forse è Recalcati. Un modello? Sì, un misto di Iellini-Brumatti-Marzorati. Dici che ho esagerato?".

Che ricordo hai dei vari allenatori che hai conosciuto?

"Un magnifico ricordo di Sinkovic, in tutti i sensi. Ho conservato cordialissimi rapporti di stima e di amicizia anche con De Sisti".

Dimmi qualcosa di Peterson...

" È un uomo che a giusta ragione pretende sempre moltissimo".

Vorrei il tuo pensiero in merito a quella famosa polemica sugli allenatori stranieri...

"Polemica sommamente strumentale, polemica artificiosa montata da certa gente per mettere in crisi qualche squadra che poteva dar fastidio a questa gente...".

E un parere sulla nuova formula dei campionati?
"Giochiamo tanto, forse troppo. Subentra inevitabilmente una certa stanchezza psicologica sul finire della prima fase. Come ovviare all'inconveniente? Mah, probabilmente incentivando in più modi tutto quel che succede in quella prima fase".

Saresti favorevole al professionismo dichiarato nel basket?

"Favorevolissimo. Siamo strani animali sociali, noi giocatori di basket. Paghiamo regolarmente le tasse, ma in quanto formalmente dilettanti siamo troppo scarsamente tutelati. Guarda un po' il primo esperimento dell'Associazione Giocatori: un disastro. Fossimo professionisti, saremmo tutelati come si conviene".

Dimmi come vivi.

"Da solo e stando in mezzo alla gente. Sono scapolo, ho un appartamento per me, ma adoro stare con il prossimo. Leggo e studio, mangio in una trattoria specialissima dove si fraternizza fra studenti, la sera sto in brigata, magari capito sempre in qualche festa...".

Ti piace ballare?

"No, non è questione di ballare. Una festa è sempre occasione di fare nuove conoscenze, italiani, stranieri, uomini, donne....".

Ecco, le donne, Antonelli e il pianeta donna...

...

Ti interessi di politica?

"Un po'".

Qualche personaggio politico che ammiri?

"Nessuno. Ho una notevole disistima per i politici".

Altri sport che ti piacciono?

"Ne ho praticati molti: pallavolo, calcio, tennis, equitazione. Mi piacciono come e più del basket".

Hai provato qualche particolare sensazione viaggiando?

"Io voglio viaggiare tutta la vita. Per ora le sensazioni più intense le ho provate in Finlandia. Un mondo nuovo, meraviglioso".

Il giocatore Antonelli è contento di sé stesso?

"Non si può essere mai contenti".

Ci pensi alla Nazionale?

"Sì, ma senza sbavare. Se ogni anno miglioro, il resto viene da sé. Ma il più appunto è riuscire a migliorare".

E l'uomo Antonelli è un uomo soddisfatto?

"No, assolutamete. Come si può essere soddisfatti di sé stessi a ventuno anni. Ho fatto dieci o venti esperienze, ne voglio fare altre mille".

Ti proclami cittadino del mondo?

"Sì, mi sento cittadino del mondo, nel senso che questa Italia mi sta stretta, la conosco molto bene, l'ho viaggiata in lungo e in largo, insomma questa Italia è bellissima, ma la mia vita non si può fermare qui".

Ricordo una tua dichiarazione di qualche mese fa. Dicesti su un giornale: io sono un brutto che piace...

"Smentisco. Guai deprezzare il prodotto. Scrivi semmai che sembro proprio Belmondo sputato".

ANTONELLI

di Walter Fuochi - fuochi.blogautore.repubblica.it - 17/10/2017

 

L'uomo di Castelvolturno che corre già più avanti dello Ius soli, chiedendo ai governi politici e sportivi che la sua squadra di figli di immigrati possa giocare contro coetanei altrettanto italiani, e solo un po' meno scuri, si chiama Massimo Antonelli, e noi quassù lo conosciamo bene, chi è corso più avanti con gli anni, perché non ha sempre fatto il coach del Tam Tam Basket, ma era un tizio che vinceva scudetti e indossava maglie azzurre, in una sua dolce prima vita targata Virtus.

Che ora è come se Conte, Allegri o Montella si fossero messi ad allenare ragazzini in palestre di quartieri con più miseria che nobiltà, anziché avviarsi sui marciapiedi del calcio che li hanno portati dove sono. Max ha scelto così, e se lo fa da vent'anni dev'essere contento così. Si era già inventato, per insegnare i fondamentali ai piccoli, un sistema, già molto esportato, di sposare il basket alla musica, mettendo le casse a bordo campo e alzando il volume. Ora si batte per altre storie, già finite su tutti i tg. Ce la farà, anche stando sempre dietro, nelle foto di gruppo.

Arrivato ai suoi bei 64, la faccia aperta da Belmondo invecchiato che all'epoca faceva favoleggiare di notti senza fine nella casa allegra di via delle Rose, Max Antonelli era stato uno dei protagonisti dello scudetto della Virtus del '76: con lui, allenati da un Dan Peterson ancora fresco di Cile e ancora ignaro di bollicine milanesi, Caglieris, Driscoll, Serafini, Bertolotti, Valenti, Bonamico, Martini, Sacco, Tommasini. Era un grande tiratore da tre quando ancora non esisteva il tiro da tre. Un tiratore di striscia, quando ancora non strisciavamo su questo lessico appiattito. Lucio Dalla, sodale dell'irripetibile Bologna di notte che mescolava arti e mesteri, l'aveva soprannominato, misteriosamente, "la Morte", credo per quel suo irrompere silenzioso, felpato, ma non meno letale, in partite fin lì spesso nemmeno sfiorate. Mario Martini tramanda di un time out di sue furiose manate sul petto, la cui parola più dolce fu "svegliati", e di lì a seguire una fila di canestri senza più errori, a ribaltare non so quale partita.

Max ruppe poi con Porelli, per soldi. Meglio, per status legato ai soldi. Allevato nella mitica foresteria retta dalla signora Paola, e di lì arrivato in quintetto e in nazionale, aveva bussato alla porta dell'avvocato per uno stipendio da quintetto e non più da ragazzo del vivaio. Si trovarono dopo giornate di Aventino a una metà strada che non soddisfece nessuno. Un altro paio di stagioni e Antonelli uscì di casa (prima Mestre, poi Napoli, il posto in cui vivere, da allora), mentre la Virtus s'ingrandiva arruolando altri assi, da Villalta in poi. Strade diverse.

Max l'ho rivisto da Cesari un anno fa, imbiancato e asciutto, alla cena dei quarant'anni dopo, voluta pure, dai vecchi ragazzi, con gli stessi piatti da stomaci ventenni di una volta. I reduci di uno scudetto insperato e gaudioso ancora carichi di passione, lui ancora scapolo mai pentito di qualche altare disertato prima dell'ultimo tiro, preso dai racconti di quel basket vagamente missionario praticato oggi per gli ultimi. Oltre la legge, più avanti della legge, per non arrendersi nell'adeguare questa alla vita, e non viceversa, ed evitare che al via dell'ennesimo campionato i tuoi bambini ti guardino e ti chiedano: perché noi non giochiamo?

 

 

IL RECORD VIRTUSSINO DI MASSIMO ANTONELLI

di Ezio Liporesi - 1000cuorirossoblu - 03/07/2020

 

Cresciuto nelle giovanili bianconere, Massimo Antonelli fece le sue prime apparizioni in prima squadra nelle stagioni 1969-70 e 1970-71, poi andò due anni in prestito, il primo a Pescara e il secondo a Vigevano. Aveva lasciato la Virtus sull'orlo del precipizio, salva solo dopo gli spareggi di Cantù e, quando tornò, ritrovò invece una formazione molto più solida che vinse la Coppa Italia e fu quinta in campionato. L'anno dopo si salì di un gradino e per Max ci fu anche l'esordio in Europa, nella Coppa delle Coppe (fu anche per la Virtus la prima esperienza europea guadagnata sul campo, la Coppa dei Campioni del 1960-61 fu infatti disputata in sostituzione del Simmenthal campione). È nel 1975-76 che Massimo esplode letteralmente come giocatore: fa, infatti, parte del quintetto che vince il titolo tricolore. Dopo il terzo posto nella prima fase, le V nere vincono le prime tredici gare della Poule scudetto arrivando al titolo, per poi perdere l'ultima ininfluente partita. Guardia dal tiro implacabile, Antonelli fu soprannominato "La Morte" da Lucio Dalla, per la sua freddezza nell'eseguire quel fondamentale; Peterson lo utilizzò in qualche occasione anche da playmaker. Proprio nella poule scudetto diede il meglio di sé: passò da una media punti di 12,72 a una di 16,78, superando tre volte i venti punti, che erano stati il suo massimo nella stagione regolare. Ne realizzò 21 contro i campioni uscenti di Cantù, 26 nel derby di ritorno vinto al supplementare, in una gara che Max aveva cominciato malissimo, poi 27 contro la Canon Venezia, ma fu fondamentale anche nelle due gare decisive vinte contro Varese. In quella stagione la Sinudyne disputò anche la Coppa Korac. Dopo due facili vittorie negli ottavi di finale, le V nere affrontarono il girone che qualificava la vincente alle semifinali. Per ottenere i due punti occorreva vincere il doppio confronto. I bolognesi esordirono a Varna, in Bulgaria, il giorno dell'epifania del 1976, con una vittoria per 80 a 71. In quell'occasione Antonelli mise a segno 36 punti, che sono il punteggio più alto ottenuto da un giocatore della Virtus nelle due apparizioni in quella manifestazione. Record che resterà imbattuto perché oggi quella coppa non si disputa più. Massimo segnò 28 punti anche nella vittoria 98 a 75 contro il Partizan che ribaltò il meno 17 di Belgrado. Lo stesso punteggio Max lo ottenne nell'ultima gara a Leverkusen, mentre in quella d'andata contro i tedeschi ne realizzò 24. In semifinale non bastò vincere a Spalato di nove punti, perché poi le V nere persero in casa di tredici e furono eliminate. Nella stagione successiva la Virtus arrivò seconda e fu un tiro libero di Max a mandare le V nere in finale, spareggiando la bella di semifinale al Pianella contro Cantù, il lunedì di pasqua del 1977. Altro secondo posto nel 1977-78, ma l'apporto di Max soffrì della preparazione saltata per questioni contrattuali. Emigrò poi a Mestre e, successivamente, a Napoli. Oggi Antonelli si occupa ancora di basket con Tam Tam Basketball, un'associazione che permette di fare basket a tanti ragazzi che altrimenti non ne avrebbero possibilità, offrendo oltretutto un appoggio psicologico ove necessario. Il progetto più innovativo, e per distacco, della pallacanestro italiana negli ultimi anni.

 


 

IL BLOG DEL COACH: MASSIMO ANTONELLI

di Dan Peterson - 31/10/2020

 

Massimo ‘Max’ Antonelli ha giocato per me tutti i cinque anni alla Virtus Bologna, 1973-78. Antonelli, una guardia alto 194 cm, era un tiratore micidiale, sempre in sospensione. Aveva una tecnica perfetta. Sapeva segnare con un tiro in ricezione oppure in palleggio-arresto-tiro. Poi, sapeva quando saltare per il tiro: quando il difensore non poteva reagire. Come il mitico Jerry West dei Los Angeles Lakers, non faceva capire se si sarebbe alzato dopo un palleggio, dopo due palleggi o dopo tre palleggi. Infatti, non l’ho mai visto stoppato. Sempre con un tiro senza ostacolo, come nelle foto. Massimo Antonelli è stato anche l’uomo del tiro più importante, insieme a Gianni Bertolotti. Anzi, dallo schema ‘3,’ loro uscivano e la difesa non sapeva quale prendere! Poi, con due cecchini così, l’altra squadra non poteva giocare a zona perché Max e Gianni erano apriscatole contro le zone. Insomma, Max era un arma tattica notevole. Era anche forte in contropiede. Se il nostro play, Charley Caglieris, lo trovava davanti con un passaggio, Max raramente andava fino a canestro per un appoggio in terzo tempo, così rischiando una stoppata in faccia. Anzi, faceva ricezione-palleggio-arresto-tiro e canestro in sospensione. Nella nostra grande vittoria a Varese per chiudere il discorso-scudetto nel 1976, Massimo Antonelli è stato determinante. Era marcato da grandi difensori, come Marino Zanatta e Aldo Ossola. Quindi, non ha forzato niente. Ma, quando eravamo sotto di -7 nel primo tempo, Max ha fatto il canestro che ci ha dato ossigeno. Quando volevamo chiudere il conto a fine gara, Max ha segnato quel canestro per darci la gara, 83-76. Nel discorso su Mario Martini, ho già menzionato come Antonelli ha chiuso il Derby cardiopalma con la Fortitudo con 9 canestri in fila, tutti dalla lunga distanza, per darci la vittoria, 84-81, dopo un tempo supplementare. Max era anche un personaggio. Ho già parlato di quando portai il quintetto base al ristorante Rodrigo. Come detto, una condizioni: se tutti non c’erano entro le 20.30, niente cena e mi alzavo e andavo a casa!  Erano le 20.27 e c’erano tutti … meno Antonelli. Panico fra Bertolotti, Caglieris, Serafini e Driscoll. Allora, cominciano a farmi domande sul basket!  Driscoll e Bertolotti in primis! “Coach, come giocheremo contro la MobilQuattro Milano?” Mi hanno ‘distratto’ per qualche minuto. Alle 20.34, arriva Antonelli. Bertolotti a lui: “Deficiente!” Poi, con lui presente, non potevo annullare nulla.  Il cameriere ha preso nostre richieste! Dopo la carriera, Massimo Antonelli è diventato proprietario-protagonista di ‘Music. Basket,’ facendo giro di ogni provincia dell’Italia, facendo quasi tutti i camp di basket.  Nonostante i suoi 67 anni compiuti, Massimo Antonelli scende in campo per dimostrare tutto. Ovvio, quando lo vedo, gli dico: “Max, fai i fondamentali meglio oggi rispetto a quando ti allenavo io! Com’è questa storia?” Mi risponde, “Coach, il tempo fa maestro.” Bene, sarà pure famosissimo oggi per sua ‘Music Basket.’ Ma, per me, sarà sempre “Il Fucile,” l’uomo del tiro della partita. E della vittoria.


 

MASSIMO ANTONELLI E TAM TAM SU BASKET 108

di Ezio Liporesi - Cronache Bolognesi - 06/11/2020

 

Domenica 11 ottobre la trasmissione Possesso Alternato ha registrato una puntata, andata in onda su Basket 108, con ospite Massimo Antonelli ex giocatore della Virtus vincitrice dello scudetto nel 1976, ma ancora protagonista nel mondo della pallacanestro con tante iniziative nel dopo basket giocato.

"La Virtus mi mandò a svezzare due anni in prestito in Serie B, il primo a Pescara e il secondo a Vigevano, dove con De Sisti feci un grande campionato. Tornato a Bologna soffrivo nel dover partire dalla panchina, ma Peterson ebbe un colpo di genio, mi trasformò da playmaker in guardia, togliendomi molte responsabilità, mi preparò anche molti giochi fatti di blocchi per liberarmi al tiro, fatte le dovute proporzioni un po' come Robertson a Miami. Quando la partita era punto a punto e andavamo in attacco, nel silenzio si sentiva "Vai La Morte": io non capivo chi fosse, ma dopo una partita in cui avevo dato un contributo decisivo alla vittoria Lucio Dalla si svelò e mi parlò del mio tiro, "Niente di più gelido e freddo della morte". In realtà ero molto emotivo, ma la tensione e la paura mi hanno anche aiutato nei momenti importanti della vita, non solo nella pallacanestro, a trovare la calma necessaria per affrontarli. A proposito di emotività emblematico fu il derby dell'anno dello scudetto. Iniziammo male ed io in particolare. Peterson chiamò timeout e prima che iniziasse a parlare Martini mi scosse, inveendo contro di me perché stavo giocando male e, dopo il timeout non sbagliai più niente, vincemmo al supplementare e andammo poi a conquistare lo scudetto. Oggi nella pallacanestro c'è una maggiore conoscenza del corpo, ma anche l'aspetto tecnico è migliorato. Il gioco è più veloce, ma c'è più uno contro uno, a nostri tempi si tendeva più a cercare di liberare il compagno al tiro con il passaggio. Interessato dal linguaggio del corpo iniziai l'esperienza di Music Basketball Method: la musica aiuta un atleta a prolungare per più tempo un esercizio. L'introduzione di questo metodo ha avuto successo e l'ho portato anche all'estero: un metodo importante per migliorare i fondamentali della pallacanestro che va a supporto di quello tradizionale. La musica sempre più veloce permette di far arrivare l'atleta al suo massimale. I giocatori non conoscono i propri limiti, pensano di essere già arrivati, ma in realtà stanno sottostimando le proprie possibilità. La musica aiuta anche il tempismo nel fondamentale del passaggio: il pallone deve arrivare al momento giusto, come faceva a Bologna un grande passatore come Caglieris. Adesso invece mi occupo di Tam Tam Basket fondato il 22 ottobre 2016 a Castel Volturno, dove c'è una grande comunità di immigrati africani e abbiamo coinvolto  i ragazzi di queste famiglie. Siamo in cinque, oltre a me Antonella Cecatto, Pietro D'Orazio, Guglielmo Ucciero e mio fratello Prospero, l'unico che non viene dal basket. È la voglia di restituire qualcosa all'ambiente che ci ha cresciuto. Un progetto nato sportivo è diventato anche sociale. Abbiamo una quarantina di ragazzi ma contiamo di aumentarne il numero. Permettiamo di fare sport a ragazzi che non potrebbero permetterselo. Il primo anno quando li andai ad iscrivere al campionato scoprii che c'era, a livello giovanile, una norma che impediva di schierare più di due stranieri per squadra e i nostri giovani, sebbene nati in Italia, erano figli di stranieri e quindi non italiani essi stessi. Cominciò una battaglia anche mediatica su giornali e tv, in Italia e anche all'estero. La Federazione fece una deroga per farci giocare, poi dopo due mesi il governo introdusse la norma che un cittadino da più di un anno in Italia e che qui frequenta la scuola nello sport può fare sport come italiano. Oggi circa un milione di persone pratica attività sportiva grazie a questa norma, che ha preso il nome di "Salva Tam Tam Basket". Questa esperienza mi ha convinto che quando si è nel giusto, è legittimo lottare per i propri diritti. La Federazione ha poi eliminato il limite di due stranieri nei campionati regionali, anche se è rimasto a livello nazionale e questo ancora un po' ci penalizza. Il mio sogno è includere ancora più ragazzi, di fare un complesso sportivo, ma vogliamo dare sempre qualità, per questo necessitano fondi. Siamo in cinque soci, ma dobbiamo anche ringraziare tanti che ci hanno sostenuto con donazioni e con incitamenti a continuare. E in questo momento sentiamo ancora più forte il nostro impegno ad aiutare a crescere i ragazzi di queste famiglie che hanno avuto tante difficoltà nel recente lockdown. La pallacanestro ha bisogno di rinnovarsi. Al Palazzo dello Sport di Bologna, da Andalò, feci la prima riunione, per fondare l'Associazione Giocatori, ma le società del mondo del basket non sono riuscite a creare le entrate necessarie per fare vivere bene il movimento. Il momento migliore fu quando c'era Porelli, il mio "nemico" quando mi ritrovai a fare una rivendicazione salariale, ma anche colui che era capace di vendere il prodotto pallacanestro. Per trovare nuovi giocatori bisogna crescere la base, bisogna alimentare la passione dei ragazzi e reclutare, aiutare le iniziative come Tam Tam, vederle come opportunità, non ostacolarle. Anche i ragazzi che non diventeranno giocatori, potranno in futuro essere appassionati, abbonati, sponsor, e così via. Il mio ideale del gioco è rinchiuso in un concetto con cui vorrei chiudere questa intervista: la spettacolarità del gioco è direttamente proporzionale alla velocità della palla e degli atleti".