1965-66

di Ezio Liporesi per Virtuspedia

 

ETTORE ZUCCHERI A PROPOSITO DELLA SQUADRA ALLIEVI

 

Questa squadra rappresentò la prima ventata di novità tecnica nell'ambiente bolognese. Erano "Guerrieri della Luce". Erano i ragazzi di Giomo e Lanfranchi. Erano generosi, lottavano ed erano vincenti. Rivederli com'erano mi commuove.

I RICORDI DI FRANCO LANFRANCHI

di Franco Lanfranchi - 18/11/2018

 

Cominciai nel 1958, giocavo playmaker e in squadra con me c'era Guandalini, dotato di un efficace tiro ad uncino ed appassionato di basket americano. L'allenatore era Lamberti, che inizialmente abitava in San Felice come me, poi si trasferì nei pressi del Tribunale e ci invitava a cena a casa sua per potere fare una riunione di squadra. Poi andai a Macerata e in una trasferta a Bologna incontrammo la Fortitudo allo Sferisterio e il playmaker che mi trovai ad affrontare era proprio Lamberti. Tornai a Bologna nel 1965 e cominciai ad allenare: feci il secondo di Augusto "Gianni" Giomo nella squadra allievi che vinse il titolo. Poi Gianni non volle più fare il capo allenatore delle giovanili, perché voleva dedicarsi pienamente agli ultimi anni da giocatore e così mi trovai ad allenare la juniores. Giomo era molto bravo e anche generoso di consigli per chi si avviava alla carriera di allenatore, fu lui a passarmi la passione per la zona press. A proposito di allenatori mi ricordo un consiglio che mi diede Tracuzzi, che non fu mai mio allenatore ma che era in Virtus quando arrivai. Mi disse che dovevo farmi dare del tu dai giocatori, perché se un giorno ti dicono "Sei un cretino" si può intendere come uno scherzo, ma se ti dicono "Lei è un cretino"...no. Tutti questi insegnamenti mi sono poi stati utili nella mia carriera di allenatore.

LA MEGLIO GIOVENTÙ

Un successo ottenuto ben cinquantaquattro anni fa. Stagione 1965-66: gli imbattuti Allievi bianconeri, guidati da coach Augusto Giomo, vincono lo scudetto di categoria dopo aver sconfitto nel torneo finale prima Vicenza, poi Torino e Brindisi. La Virtus arrivò al titolo con tredici vittorie e nessuna sconfitta. Solo Neri e Mora, di quella formazione Allievi, arrivarono in prima squadra

di Ezio Liporesi - Corriere dello Sport - Stadio - 07/05/2020

 

Nella stagione 1965/66: la Virtus allievi superò brillantemente la fase regionale e approdò alle finali nazionali di Arezzo. La prima sfida vide la Virtus affrontare e battere il Recoaro Vicenza per 62 a 45. Fu poi la volta del Crocetta Torino, sconfitto per 59 a 46. Più combattuta l'ultima gara, in cui i bolognesi s'imposero sulla Libertas Brindisi per 49 a 47. La squadra bolognese arrivò al titolo con un curriculum senza macchie: tredici vittorie e nessuna sconfitta.

Questi i campioni d'Italia: il capitano Stefano Pizzirani, Claudio Bernardi, Velio Boncompagni, Alessandro Chili, Marco Cuppini, Giuseppe Donati, Enrico Mora, Franco Nanetti, Roberto Neri, Giuseppe Rosa, Paolo Tinarelli e Andrea Verri. Allenatore Augusto Giomo, vice allenatore Franco Lanfranchi, dirigente accompagnatore Libero Milla. Augusto Giomo, per tutti Gianni, in quella stagione mise a segno anche 98 punti giocando in Serie A con le V nere, di cui fu il direttore d'orchestra dal 1962/63 al 1967/68. A soli ventotto anni si ritirò, ma nella stagione successiva continuò il lavoro nelle giovanili che aveva iniziato già così bene con quello scudetto. Nella stagione 1968/69 è il vice di Franco Sanguettoli alla guida della juniores che giunse quarta alla finale nazionale di Pisa. Nel frattempo un Giomo continuò a portare la V nera in giro per l'Italia anche in quel campionato: infatti arrivò alla Virtus, a sostituirlo come playmaker, il fratello Giorgio, che sarebbe restato in bianconero un solo anno. Augusto Gianni Giomo, scomparso nel gennaio 2016, era un giocatore dotato di cervello in campo e fuori: regista del gioco tutto fosforo e capace di farsi valere anche negli studi, una laurea in chimica e una in fisica. 131 presenze e 647 punti con la V nera sul petto, ma anche 50 presenze e due Olimpiadi (1960 e 1964) con i colori dell’Italia. Da allenatore una promozione con il Duco Mestre nel 1974 e una finale di Coppa Korac con l'Auxilium Torino. Gli rimase, però, anche il talento per scoprire e allevare giovani cestisti: il suo fiore all'occhiello è stato senz'altro Villalta, tirato su ai tempi di Mestre. Renato arrivò poi alla Virtus nel 1976: un ulteriore regalo alla Virtus e alla pallacanestro italiana di Gianni Giomo. E il vice Franco Lanfranchi? Lo racconta lui stesso: "A un certo punto Gianni non volle più fare il capo allenatore delle giovanili, perché voleva dedicarsi pienamente agli ultimi anni da giocatore e così mi trovai ad allenare la juniores. Era il 1967/68 e s'invertirono i ruoli: Giomo fece il mio assistente. Era molto bravo e anche generoso di consigli per chi si avviava alla carriera di allenatore, fu lui a passarmi la passione per la zona press. A proposito di allenatori mi ricordo un consiglio che mi diede Tracuzzi, che non fu mai mio allenatore ma che era in Virtus quando arrivai. Mi disse che dovevo farmi dare del tu dai giocatori, perché se un giorno ti dicono "Sei un cretino" si può intendere come uno scherzo, ma se ti dicono "Lei è un cretino"...no. Tutti questi insegnamenti mi sono poi stati utili nella mia carriera di allenatore".

La carriera in Virtus di quei tricolori: non approdarono mai alla prima squadra Bernardi, Boncompagni, Tinarelli, Verri, Donati e Chili (curiosamente il fratello di Alessandro, Giuseppe, vanta cinque presenze ufficiali nella squadra maggiore); disputarono solo amichevoli Pizzirani, Cuppini, Rosa e Nanetti (e anche in questo caso il fratello di Franco, Mario, collezionò tre presenze con i "grandi"); solo in due approdarono alla squadra dei "grandi": Neri, con nove partite e nessun punto segnato, cominciò con amichevoli nella stagione successiva a quella dello scudetto allievi e giocò la sua ultima partita ufficiale nel 1972/73; Mora, tra il 1966/67 e il 1969/70, giocò trenta gare mettendo a segno quattro punti, gli unici messi a referto da quei dodici giocatori con la Virtus senior.

Ecco il ricordo tricolore del capitano Stefano Pizzirani: "Sono passati un po' di anni, ricordo che non eravamo favoriti in quanto l'anno prima non avevamo fatto bene ma Giomo e Lanfranchi ci fecero fare pressing per tutte le partite e riuscimmo a vincere. Ricordo che Giomo durante la prima fase mi disse di tagliarmi i capelli perché avevo il ciuffo lungo ed io risposi che li avrei tagliati alla prima sconfitta. Ma non perdemmo mai e ad Arezzo non sapevo come fare per impedire ai capelli di andare davanti agli occhi. Fui il miglior marcatore di quelle finali in Toscana, alle quali erano presenti giocatori importanti, ad esempio nel Crocetta Torino giocava un certo Caglieris". Quel Caglieris che prima di approdare alla Virtus e diventarne uno dei più grandi playmaker di sempre, capitava spesso sulla strada delle V nere, in momenti cruciali e felici per i bianconeri: dopo quelle finali giovanili, agli spareggi salvezza di Cantù nel 1971, nei quali la squadra bolognese si salvò ai danni di Biella e Livorno, Carlo era nella squadra piemontese; poi nel 1974, quando la Sinudyne si aggiudicò la Coppa Italia nella finale a quattro di Vicenza, in semifinale superò il Saclà Asti di Caglieris. Tornando al 1966 è proprio Charlie a confermare che Pizzirani si dimostrò l'elemento di punta della Candy: "Ricordo che nella Virtus giocava un play molto bravo, il migliore della squadra che poi non ho mai incontrato sui campi. Dopo tanti anni ho scoperto che era Pizzirani che era stato trasferito a Chieti. In quella squadra che vinse il titolo, c'era anche Mora, che divenne poi il cognato di Serafini".

VILLALTA RICORDA GIOMO

L’ex presidente bianconero ci racconta chi era l’uomo che lo scoprì e lo portò a Bologna, dando il via a una splendida carriera

di Luca Muleo - Corriere dello Sport - Stadio - 07/05/2020

 

«Per molto tempo mi sono chiesto come cavolo facesse a ricordarsi il mio compleanno tutti gli anni». D’accordo, Augusto Gianni Giomo era meticoloso e rigoroso, e a Renato Villalta, la sua più grande scoperta, anche molto affezionato. Ma il trucco c’era, semplice quanto infallibile. Erano nati tutti e due il 3 febbraio, a quindici anni di distanza. Un segno del destino. «A lui devo tutto, sono di parte» racconta il grande campione ed ex presidente della Virtus che a 14 anni lasciò casa e famiglia per seguire il maestro a Mestre. «Fu bravo a convincere i miei, e bravi anche loro a guardare in prospettiva e farsi persuadere, all’epoca non era così scontato. Per me è stato insegnante e come un genitore. Giocatore e allenatore molto esigente, pretendeva ma sapeva dare tanto. Insisteva molto sul fatto che studio e sport dovessero andare di pari passo, cosa assolutamente vera».

SEI ANNI INSIEME. Da coach, Giomo era uno che sapeva guardare avanti, esattamente come in Villalta aveva scoperto quel giocatore che con il suo successivo trasferimento alla Virtus a metà degli Anni 70 avrebbe cambiato il basket bolognese e italiano. «Da grande atleta qual era» racconta ancora l’ex capitano virtussino, «curava molto il punto di vista fisico e mentale ancora prima che tecnico. Aveva idee assolutamente innovative per l’epoca, introdusse anche forme di meditazione. Si trovava sempre qualche passo avanti». Sotto molti aspetti. «Aveva conseguito due lauree, chimica e fisica-matematica, quello che studiava poi lo applicava nelle metodologie di allenamento. In campo proponeva un gioco molto veloce, ricco di pressing». Un giorno se ne uscì fuori con un’idea che poteva sembrare bizzarra, soprattutto per chi era alto oltre due metri e doveva giocare con una palla, mirando verso l’alto. «D’estate mi mise a fare lotta greco romana, così da imparare a prendere botte e migliorare le prestazioni atletiche. Ci allenavamo alla palestra Coni di Treviso, finito il basket ci faceva stare un’ora e mezza con i lottatori. Una cosa che mi ha aiutato molto, quelle posizioni ci davano elasticità e forza, alla fine aveva ragione lui». Non solo in quel caso. «Mi ha insegnato tante cose, il rispetto degli avversari per esempio». Una voce amica, da consultare quando l’avvocato Porelli cercò, con successo, di separare le strade di Villalta e di Milano, che era piombata con ancora più denaro dei bianconeri sul ragazzo di Maserada. «Certo che gli chiesi consiglio, e lui confermò la mia prima impressione. Meglio qualche soldo di meno a Bologna, ma un progetto come quello di Porelli che mi convinceva. Giomo mi raccontò dei suoi anni in Virtus, anche lui disse Bologna, togliendomi qualsiasi incertezza».

CAMPER. Finito il basket, s’era messo a girare l’Italia in camper. «Parlavamo di tutto. Entusiasta quando vide che iniziai a correre le maratone, questo mio mettermi alla prova lo esaltava. Era fatto così, bianco o nero, non aveva sfumature. E per questa sua franchezza i giocatori lo amavano molto. Quando Nicola, il figlio, mi avvertì della sua scomparsa, ero all’estero e non riuscì a essere presente ai funerali; ho questo grande rammarico di non averlo potuto salutare un’ultima volta».

 


 

GLI INFORTUNATI ALLE FINALI

di Liviana Maggiore - 03/08/2020

 

Nella finalie di Arezzo erano assenti Giuseppe Donati, per un infortunio al menisco, e Andrea Verri perché aveva il naso rotto a causa di una gomitata; Roberto Neri, invece, si fece togliere momentaneamente il gesso ad un braccio per non mancare in quell'occasione.