QUESTA GIOVANE VIRTUS CENTENARIA

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - Gennaio 1970

 

Alzi la mano chi - a Bologna - non ha avuto la Vu nera sul petto. Conto le mani levate: pochissime. E dunque Virtus significa pur qualcosa da queste parti. Laddove Virtus si riallaccia all'interpretazione letterale dei latini. Virtus che non vuol mica dire virtù, Virtus che significa viceversa valore. Valore a tutti i livelli, valori intrinseci ed estrinseci.

In città il seme della Vu nera si è sparso ovunque. Ci sono industrie, opifici, cliniche, piccoli e grandi fori di giustizia e la Vu nera campeggia, nel passato e nel presente. In Parlamento il sottosegretario Giovanni Elkan - oggi presidente della SEF Virtus - rispolvera ogni tanto la vecchia foto dell'atleta virtussino in rettifilo. Era l'Elkan dei beati vent'anni, si capisce.

Illustri professionisti come Vanni Canepele, Galeazzo Dondi e Giorgio Neri hanno le abitazioni decorate di coppe e affini. Nel mondo dell'industria più propriamente detta la matrice è ancor oggi ben evidenziata. E cito solo taluni esempi: la famiglia Seragnoli (G.D.), i Garagnani (Renana Assicurazioni), i mantovani (costruzioni). E procedo. Vorrei pure fare la conta di chi in qualche modo non ha addentellati con qualche sezione di mamma Virtus. Piero Dalla Verità fa il grande nume nella sezione basket, Luciano Boccanera è socio della sezione tennis, eccetera.

Ecco, mi pare davvero che sia il caso di fermare qui il discorso. Dire Vu nera è dire un qualcosa che si è innestato da decenni nei gangli vitali di questa città. D'altronde il fatto si spiega: fra due anni esatti la Virtus sarà centenaria. Sarà grande festa, s'intende, e al festone non potranno partecipare i fondatori. Ma ci saranno le prove probanti nel tempo, le testimonianze viventi di cosa fu e di cosa rappresentò un certo simbolo in epoche diverse, in situazioni politiche ed economiche profondamente dissimili.

Nel quadro di queta glorificazione di mamma Virtus vediamo come si inserisce la sezione basket. Entro subito in argomento: la sezione basket si inserisce nel migliore dei modi. Si inserisce a livello di élite, si inserisce cioè facendo incetta di risultati, vincendo, rivincendo e stravincendo.

Pare che la prima attività in palestra risalga al 1927. Santa Lucia mon amour. In quella palestrazza posta proprio a metà dell'antica Via Castiglione il gran capo Buriani (presidente SEF Virtus per ventiquattro anni di seguito, dal '21 al '45) decide con Negroni, Fisher e Palmieri di dar vita pure a questa branca sportiva. Detto e fatto. Un paio d'anni per fondare le strutture, un altro paio d'anni di campionati minori e infine nel '33 la prima vittoria di un certo peso: il titolo assoluto di seconda divisione. Vale la pena ricordare i nomi degli alfieri: Marinelli, Vannini, Reggiani, Cenacchi, Rossetti, Foschi, Xajr.

L'anno dopo c'è la vittoria ripetuta, ma in prima divisione, leggi Serie B di oggi. Entrano in squadra anche Valvola, Palmieri, Paganelli. Primo campionato in serie maggiore nel '35. Si affacciano Girotti, Dondi, Stallone. Palmieri è allenatore-giocatore. Subito un terzo posto, mica male. Meglio ancora l'anno dopo: secondi assoluti. E qui comincia la lunga marcia. Meglio dare le cifre: trentadue campionati di Serie A con sei scudettoni sul petto. Il primo titolo nel '45, l''ultimo nel '55, dieci anni dopo. Sei scudetti, dicevo. E tredici secondi posti, otto terzi posti, due quarti posti, due sesti. Una sola annata balordissima, una sola in più di trent'anni. L'annata passata, sissignore, l'annata Skalecky. E mai una retrocessione. Sono benemerenze che si commentano da sole.

Poco importa se talvolta la Vu nera è stata accantonata in ossequio a certe combinazioni commerciali. Abbiamo avuto le gassose (Idrolitina e Oransoda), la Minganti, il brodo in dadi (Knorr), le lavatrici (Candy). Ma i dirigenti sono sempre stati di provata matrice virtussina e quasi tutti i giocatori sono stati conservati nel capitale della SEF Virtus. In sostanza: abbinamenti episodici, contingenti. Accordi commerciali che non sono mai riusciti a dissimulare una realtà societaria sedimentata nel tempo, corroborata da quarant'anni di vita di una piccola mamma (la sezione) e dai cent'anni della mamma più grande.

E fu così che un bel giorno Giangluigi Porelli decide di santificare la Vu nera. Torna agli antichi amori. Capisce che le strutture sono antiche, non più rispondenti all'esigenza del nostro tempo. "Sono tornato alla gloriosa Vu nera - fa Porelli - perché non ho trovato un abbinamento che potesse veramente modificare la nostra situazione. Anzitutto dovevo recuperare taluni giocatori che non erano più nostri e poi mi proponevo di creare tutta una certa reviviscenza attorno alla vecchia bandiera. Ho sottoscritto per un'intera stagione una cambiale in bianco. Cosa significa Virtus per la nostra città? Ma la riprova di quel che significa ce la danno i fatti. In quale altra città italiana si sarebbero potuti reperire i finanziatori che io ho trovato? È bastato suonare la diana della Vu nera e mi sono piovuti addosso i soldi che mi occorrevano per portare avanti una certa politica validamente interlocutoria".

Chiedo a Porelli quali siano le strutture in prospettiva. "Chiaro che un altr'anno la pecetta-Virtus non potrà più bastare. Mi sto dando da fare per trovare una ditta che faccia al caso nostro, che si butti nel basket per elezione, che abbia voglia di allacciare rapporti pluriennali. Per quest'anno ammetto di avere giocato d'azzardo. Nella prossima stagione devo, assolutamente devo, raccogliere i frutti di una buona semina. Lei mi dice: e le strutture? Beh, modestamente penso di averle adeguate ai tempi. Il basket italiano ha problemoni grossi così: i rapporti con le industrie, i rapporti con la TV, il problema dei vincoli. Può darsi che a gioco lungo certo mecenatismo si possa anche rivelare estremamente nocivo, ecco un altro problema che a tempo debito scotterà. Comunque è evidente che il basket è in continuo fermento. Noi abbiamo realizzato sedici milioni di soli abbonamenti, un record nazionale, almeno fino ad oggi. La Virtus adesso ha le strutture idonee per intrecciare un certo tipo di discorsi. Noi siamo presenti a tutti i livelli, ma ai nostri discorsi di principio manca in questo momento una sicura contropartita pratica. La prossima stagione, ripeto, faremo le verifiche definitive".

Virtus croce e delizia, nei secoli dei secoli. La rabbia di chi tanto ha vinto, il dispetto di chi fatica a tenersi a galla in una disciplina sportiva livellata ancor più di altre. Al di qua e al di là dei seriosissimi discorsi di programmazione e di infrastrutture, penso che tutti in città siamo tributari di qualcosa alla vecchia mamma. Nel novembre del '35 la Virtus di Dondi e Palmieri iniziava il suo primo Campionato di A. In quel preciso momento nascevo io. Se permettete, questo è un aggancio che mi dice qualcosa...

E PAR LA MI BELA BALA...

Era il grido di battaglia dei cestisti:

di Giulio Cesare Turrini - Il Mito della V Nera - 1971

 

ll Palazzo dello Sport ha avuto una mamma che si chiamava Sala Borsa ed abitava proprio in centro, e una nonna che si chiamava Santa Lucia e stava un po’ più in là, in via Castiglione. Una, tutta presa dagli affari. L’altra, per molto tempo dedita a pratiche religiose e solo dagli anni costretta a strizzar I’occhio allo sport e agli atleti. Santa Lucia, sapore di cose vecchie, di cose buone. Cose di prima della guerra, come si dice: di prima di due guerre. Una chiesa riservata al culto per due secoli e dissacrata in occasione della terza guerra d’indipendenza, nel 1866. Sei anni prima, con I’avvento dell’Italia a Bologna, le scuole di Santa Lucia dei Barnabiti erano state erette a Ginnasio Municipale; ed ora il Municipio veniva ad occupare la Chiesa di Santa Lucia per adibirla a deposito succursale del Corpo di Amministrazione del Regio Esercito. Nel ‘73, con un rogito del notaio Giuseppe Verardini l’Amministrazione Comunale che divenne proprietaria ai sensi dell’articolo 20 della Legge 7 luglio 1866 sulla soppressione delle corporazioni religiose. Così, la grande navata che per due secoli aveva riecheggiato la parola dei più grandi predicatori della Chiesa del Gesù, primo fra tutti Giorgio Giustiniani, risuonò delle voci dei soldati di Vittorio Emanuele ll e, dal maggio 1873, delle grida dei ginnasti della VIRTVS, preparati da Emilio Baumann: il Municipio aveva trasformato la vecchia Chiesa in palestra. Ormai era dedicata allo sport, la Chiesa che Girolamo Rainaldi, « architetto del popolo e del Papa », aveva edificato nel diciassettesimo secolo improntandola al grandioso stile barocco romano dell’epoca: la prima pietra era stata posta il 2 aprile 1623 e il 25 maggio 1659 la bellissima Chiesa era stata aperta al culto. Così, è in Santa Lucia che nasce - nella scia delle altre pratiche sportive - la pallacanestro bolognese. Due balconate sui lati lunghi, come interminabili pulpiti; e solo alcuni anni dopo una gradinata di legno alle spalle di uno dei canestri. Nelle nicchie degli altari laterali, gli spogliatoi di fortuna. Un pavimento irreprensibile. Un vago sapore claustrale. I giocatori con la canottiera bianca e la grande « V » nera, i calzoncini pure bianchi. Giancarlo Marinelli che li sopravanza nella statura e nella baldanza atletica, una controfigura di Piola. Il mento pronunciato di Venzo Vannini, il naso di Mino Girotti; Paganelli e Dondi dell’Orologio. Un quintetto di ferro, solo a vederlo. Prima di cominciare, si raggruppavano al centro del campo, a cerchio, si chinavano, e lanciavano il grido di guerra con intenzioni propiziatorie:

« E par la mi bela bala

un occ’ am bala

un occ’ am bala

am bala un occ’

un occ’, un occ’, un occ’... ».

ll Borletti di Milano col suo magico quintetto (Castelli, Brusoni, Paganella, Conti, Marinoni) che collezionava scudetti). La Ginnastica Triestina di Caracoi, Bessi, Bocciai; una sua favolosa esibizione alla Santa Lucia, una specie di primizia, un gioco secco, fiondato, passaggi tesi e violenti. La Reyer di Venezia, un’altra partita che fece epoca, Garbosi svenuto per la stanchezza e deposto ai piedi di un altare. Marinelli e Vannini figure indimenticabili; e con loro Dondi, Paganelli, Girotti e Valvola, Rossetti, e poi Gianfranco Bersani, fino a Rapini, subito prima di passare alla Sala Borsa. Giocavano per nulla, ovvio. ll loro presidente era Alberto Buriani, grande patriarca di tutta la VIRTVS, forse I’uomo di sport più schietto che Bologna abbia espresso. « Un giorno - ricorda Girotti - Buriani ci dice: ragazzi, siamo sempre terzi o secondi, e intanto lo scudetto lo vincono quelli di Milano. Se vincete il campionato, giuro che vi organizzo un bel pranzo. E sotto il piatto forse ci metto qualcosa ». Bè, non siamo mai riusciti a vincere il campionato. Ci siamo riusciti nel ‘46 e Buriani era morto da pochi mesi. Ecco, quello che abbiamo guadagnato ». La palestra coagulava la passione sportiva del rione. Non è soltanto che i giocatori di quella VIRTVS (e di quella subito successiva di Sala Borsa, per quattro volte consecutive campione d’Italia) fossero tutti di Bologna; erano addirittura tutti del quartiere di via Castiglione, di via del Cestello, di via Cartolerie. Nel giro di poche centinaia di metri erano nati e cresciuti. ll caso del povero Gianfranco Bersani è sintomatico. I suoi avevano una bottega nella piazza della Chiesa, gli studenti del « Galvani » e dell’« Aldini » passavano di lì prima di entrare, per prendere la liquerizia e il « sugobachetto », delizie delle generazioni precedenti a quella del juke-box. Così, Bersani (che era nato con una malformazione a un braccio; e sport, fin lì, non ne aveva fatto davvero) era entrato nella Santa Lucia a vedere quelli che si allenavano. Una sera aveva chiesto: « mi prendete con voi », Si era messo in mezzo, aveva imparato, era divenuto virtussino e poi campione d’Italia e nazionale. Poi la guerra, come una lunga ustione. Santa Lucia è un magazzino militare e deposito della Croce Rossa. Per alimentare le cucine e scaldarsi, vengono bruciati i documenti dell’archivio storico della VIRTVS. La guerra finisce e la VIRTVS non ottiene la restituzione, cambia casa, va in Sala Borsa. La pallacanestro, per suo conto, cambia nome: si chiama basket. Una pallacanestro che parla straniero e fa un po’ la schizzinosa. Nasce il « pivot ». A Santa Lucia avevamo creduto che Marinelli fosse semplicemente un centrattacco. Nuove regole, nuovi termini. Le ginocchiere. Le divise più eleganti. Nasce anche una rivalità cittadina, col Gira il cui esordio nel grande basket è fragoroso, gli americani Germain e Mascioni contrassegnano un’epoca in cui non è ancora necessario essere soprattutto alti: Muci nel Gira, Ranuzzi nella VIRTVS lo provano. ll gioco mantiene una percentuale di improvvisazione, di contropiede, di estro. ll ricordo della Sala Borsa è più vicino e stressante. Le tribune al piano terra, quelli della prima fila di sedie con i piedi sulla linea laterale; e soprattutto le due balconate, con la gente che picchia contro le balaustre e urla, un frastuono pazzesco nel quale perdono la testa (e la partita) quelli del Borolimpia, che poi diventerà Simmenthal (Stefanini, Romanutti, eccetera), quelli della Ginnastica Roma (Tracuzzi che gioca col manuale e spiega il basket americano, l’altro Cerioni, Primo), quelli della Reyer, insomma tutti. « Certe volte credevo di diventare matto - dice Ranuzzi - e mi capitava di non essere tanto sicuro che dovevo mirare a quel canestro, anziché all’altro. Una volta mancavano due minuti alla fine, vincevamo di venti punti, ma non mi fermavo, sembravo impazzito, viene Vannini e mi fa: calmati, abbiamo già vinto ». Se la Santa Lucia era stata I’approdo dei padri pellegrini della pallacanestro, fu il basket di Sala Borsa a contagiare senza rimedio i bolognesi. Due epoche, due momenti diversi. Certo, per chi va verso il mezzo secolo, il pathos della Santa Lucia non è dimenticabile. Non c’era il floting, il playmaker, il forcing, non c'erano gli «assist». Non c’era il tabellone elettronico. Di arbitri ne bastava uno, si poteva tirare anche un solo «personale», si poteva dimenticare la lezione teorica (che non c’era stata). Non si sapeva cosa fossero « i lunghi », ma solo che Marinelli era più alto degli altri. C’era spazio per tutte le espressioni dell’animo, fino al leggero sadismo della « melina ». Era un basket in crescenza, sincero, sentito, naturale. E dopo venne I’altro basket, quello che vedete.