ETTORE ZUCCHERI

(giocatore)

Ettore Zuccheri nella stagione 1969/70 (foto tratta da Giganti del Basket)

nato a: Budrio (BO)

il: 01/06/1943

altezza: 191

ruolo: esterno

numero di maglia: 7

Stagioni alla Virtus: 1959/60 - 1960/61 - 1961/62 - 1962/63 - 1963/64 - 1964/65 - 1965/66 - 1966/67 - 1967/68 - 1968/69 - 1969/70 - 1970/71

biografia su wikipedia

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ZUCCHERI: L'UOMO NUOVO DEL BASKET BOLOGNESE

di Franco Vannini - aprile 1962

 

Se anche la Virtus deve rigiocare contro la Stella Azzurra, il massimo campionato di basket può considerarsi chiuso per i bolognesi. L'attenzione è ora rivolta a due avvenimenti di grande importanza per gli amanti della pallacanestro: lo spareggio fra Ignis e Simmenthal per il tittolo di campione d'Italia e il torneo europeo giovanile che si disputerà a fine aprile al Palasport con la partecipazione delle rappresentative di Polonia, Cecoslovacchia, Francia, Spagna, Tirchia e Italia.

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Nella formazione italiana che partecipa al torneo internazionale troviamo, unico bolognese, anche Ettore Zuccheri.

Zuccheri è un giovane (è nato infatti nel '43) affermatosi nella Virtus quest'anno. Costituisce l'unica nota lieta in una squadra che ha disputato un modesto campionato e rappresenta veramente l'uomo nuovo del basket di casa nostra e merita senz'altro la convocazione nella rappresentativa giovanile.

Se l'aspettava la convocazione? "A dire il vero ci speravo".

Se non andiamo errati è da molti anni che gioca a pallacanestro nonostante la sua gioavne età. "Ho cominciato a giocare a Budrio all'età di nove anni, giocavo perché mi piaceva; a quindici passai alla Virtus nelle formazioni giovanili ed ora sono qua. Ho militato l'anno scorso nella rappresentativa giovanile italiana". Questa, in breve, la presentazione "cestistica" di Ettore Zuccheri.

Allarghiamo ora un po' il discorso e passiamo a parlare della Virtus, del campionato di quest'anno. "Siamo stati sfortunati. All'inizio ci è venuto a mancare Alesini e siamo andati un po' male, ma ci siamo ripresi nel girone di ritorno". È molto diplomatico nella risposta. E del suo comportamento? "Mi sembra di essere andato abbastanza bene".

Rimarrà nella Virtus anche nel prossimo campionato? O meglio, le piacerebbe cambiare società? Zuccheri dice di trovarsi abbastanza bene alla Virtus e che non desidera cambiare. Ora pensa a giocare e ad imparare.

Crede nella crisi del basket italiano? "Non credo, già le prove della nazionale italiana in Jugoslavia sono da considerarsi abbastanza buone, anche se siamo stati sconfitti".

E della crisi a Bologna?

"Penso che non si possa parlare di crisi. Il fatto che fra i giovani sia stato chiamato solamente io non vuole dire che non ce ne siano altri molto bravi: non sono stati convocati perché da poco hanno superato il limite di età".

Lei sarebbe favorevole che gli stranieri tornassero a giocare nel nostro massimo campionato? "Sì, senz'altro".

Ettore Zuccheri a 18 anni è già in Nazionale giovanile (1961)

ZUCCHERI, RECUPERO MIRACOLOSO

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - marzo 1970

 

Lo chiamano Saccarina e mi domando il perché. O forse Zuccheri è poco, è ordinaria amministrazione. Saccarina, d'accordo, è qualcosa di più dolcificante e di più tossico al tempo stesso. Insomma Saccarina mi ricorda i surrogati e i surrogati non sono proprio la stessa cosa dell'originale, del modello.

Ho impostato la faccenda del nomignolo perché a mio avviso non si rende omaggio a sufficienza alla eclatante resurrezione dell'Ettore. Basta andare indietro col tempo. L'Ettore piantona l'avversario, non gli dà spago, gli mette la sordina anzitempo. Zuccheri anticipa l'evoluzione del basket, lui e Giomo senior, devo aggiungere. Difesa e piazzati, e Kucharski mi vuol dimostrare che il basket più autentico è quello dell'Ettore, mica quello del Lombardone.

Verità e balle: il basket più autentico è questo e quello, l'artigiano che si compendia con l'orefice, vecchia storia. Succede peraltro che un certo giorno saltano tremila legamenti nel ginocchio di Zuccheri e cominciano i guai a catena. La regola dell'Ettore che non tiene più botta diventa un canone fisso. Insomma una gran perdita per il basket italiano. L'atleta non ha nemmeno venticinque anni e deve ammainare bandiera. Fa il trainer a Budrio, medita seriamente di piantar lì col basket d'eccellenza.

Poi il miracolo. Prima i legamenti saltano, ma capita che qualcuno indovina i nodi giusti e il ginocchio riprende a funzionare. La cosidetta rieducazione è lunga, sofferta, laboriosa. Ma la resurrezione è più esaltante, s'intende. Saccarina ritrova il gusto di certe battaglie. Con Paratore la responsabilizzazione tocca punte massime. Giometto se ne è andato, Leombroni resta nelle salmerie e dunque chi porta avanti la palla in tandem con Cosmelli? La porta avanti Ettore, mi dicono in società. Resto perplesso, non credo granché alla persistenza di Zuccheri a certi livelli. E mi sbaglio. Intanto Paratore destina sempre l'Ettore al controllo del playmaker avversario. Un lavoro sfibrante, ma di altissima soddisfazione. Il controllo del playmaker o del cecchino. Il controllo di Iellini, di Raga, di Recalcati, di Gennari. Zuccheri torna ad assuefarsi a quel basket concepito in anticipo su tanta altra gente, a quel basket di difesa che non deve essere un ossequio alla moda, bensì un modo di pensar basket cucito sulla pelle.

E poi il piazzato, quando occorre. Morale: dieci punti a partita, controllo spietato dei califfoni, enorme contributo alla causa comune. Saccarina non si scompone più che tanto. È un dialettico misurato, un uomo portato alle analisi più ponderate. Ha preso moglie, insegna educazione fisica. Non si è inurbato, non è calato fra noi. Se ne resta a Budrio, non si contamina. Viaggia verso i ventisette anni, promette di restare in trincea ancora un bell'arco di tempo.

Dice soltanto: "Il basket io l'ho sempre concepito in una certa maniera. Oggi rigioco come ai tempi gloriosi. Ho ritrovato il mio versante più autentico, il basket di fatica, le partite che si vincono dalla cintola in giù, nella propria metà campo, ancor più che sotto il canestro degli altri. Cosa mi sarebbe piaciuto avere? Beh, qualche centimetro in più, la possibilità di sare una mano sui rimbalzi".

Porelli ha il contagiri scarico. Fa osservare che la squadra gli è un po' franata nelle mani. Vero e non ero. Lombardi e Cosmelli sono sempre due grosse cose, Serafini sta diventando un grosso personaggio e poi c'è Zuccheri, un capitale completamente ritrovato, il miglior acquisto della Virtus porelliana 1970. Chi avrebbe potuto più crederci? Eppure, se il Driscoll Terry da venticinquemila dollari l'anno accusa acciacchi e non recupera e non esalta, se il Nanni da tot milioni veleggia a strappi, non male e non bene, ecco Ettorone Zuccheri, zero lire, cure ortopediche escluse, che dà, a motori in panne, un contributo sostanziale ai remi della barca virtussina.

Ci sono tanti modi di definire la nuova Virtus. Ne propongo uno, questo: Virtus con Saccarina.

 

Zuccheri penetra dal fondo

Tratto dal sito Allenatori Pallacanestro Giovanile

(https://www.allenatorigiovanili.it)

 

“Mi definisco un giocatore, non un allenatore! Quella dell’allenatore, o meglio dell’istruttore è una strada che ho intrapreso, anche con risultati soddisfacenti, per infortunio e perché complementare alla mia professione di Insegnante di Educazione fisica.

Ma mai ho cercato o pensato di essere professionista del Basket perché lo trovo in contraddizione con la mia personalità o meglio coi difetti della stessa. La mia grande aspirazione è sempre stata la famiglia che ho sempre visto in conflitto con la passione del basket. Passione da sognatore, una spinta onirica che ancora mi trasporta sul parquet, ma sempre da giocatore “prestato” ad allenare. Certo che ho qualcosa da dire anche come Coach, ma sempre con i riferimenti dell’ “io” giocatore.

Ho appreso il gioco da solo, riproducendo sul campetto quello che vedevo fare dagli altri, ma dopo averlo “visto” con gli occhi del ragazzino che sogna. Mi rimaneva impresso in sogno il flash della partita, i movimenti “visti” insieme all’attimo della loro esecuzione.

Il grande Beppe Lamberti mi vide e, per farmi giocare negli Juniores della Virtus, mi ospitava a casa sua, la sera degli allenamenti, perché io venivo da Budrio, dalla campagna. Avevo 15 anni ma giocavo con i miei compagni più grandi, diciottenni. Nel 1960, a 17 anni, ho esordito in Serie A con la Virtus, con gli Olimpionici di Roma verso i quali non ero per nulla intimorito. Il caro amico Achille Canna (Capitano alle Olimpiadi di Roma) ricorda ancora quando lo battevo con una finta di corpo a cui davo seguito al “tunnel”…! Un episodio che lo faceva imbestialire. Lo facevo giocando a calcio, figuratevi con le mani! Ben presto nella Nazionale giovanile attiravo le ire del grande Nello Paratore che riteneva la mia tecnica, appresa dagli altri, troppo ricca di “preziosismi”; li riteneva inutili.

Una volta in allenamento mi minacciò di rispedirmi a casa, ma io puntualmente li riproponevo, tutti, in partita, e con successo. Ho compreso così che spesso gli allenatori la pensano allo stesso modo: l’importante è fare canestro, sul come ci può essere spazio... Cosi mi fece esordire a 18 anni in Italia-Yugoslavia (93-90) a Bologna. Non mi fece giocare, ma ero pronto. Lo stesso anno Eduardo Kucharski, allenatore della Virtus 1960, mi faceva giocare per annullare i migliori realizzatori delle varie squadre italiane. La nazionale Yugoslava di allora era fantastica, ricordare i loro nomi mi fa ancora rabbrividire.

Eppure mi sentivo pronto ed oggettivamente lo ero.

Ho avuto una carriera da giocatore dove i vari Coaches che mi allenavano mi hanno sempre chiesto di risolvere certe situazioni senza mai darmi suggerimenti. Ero autonomo in campo. Vedevo ed agivo.

Pensare era troppo lento. Le tattiche che si fanno ora c’erano anche allora, nulla è cambiato nell’essenza del basket. Ci preparavamo in allenamento ed io scrivevo tutto in un quaderno. Ero sempre pronto, come un allenatore in campo. Ho sempre ascoltato il mio Coach, ma sapevo anche che gli avversari avrebbero distrutto quello che noi preparavamo in allenamento. L’attimo in cui gli altri vanificavano del nostro attacco era il mio momento, facendo qualcosa che gli avversari non potevano sapere perché frutto del mio repertorio personale. La sorpresa e l’imprevedibilità paga sempre.

Da diciassette a ventidue anni ho giocato come protagonista, poi il ginocchio saltò e l’ortopedia allora non esisteva, nel senso che ti ingessavano un mese e per te era finita. Rieducazione? Dovevi arrangiarti. Io l’ho sempre fatto giocando, ma in quel caso ero spacciato. Ho ripreso a studiare, giocando non ero più lo stesso, sembrava la fine dei sogni. Invece quando nella vita si chiude una porta, ecco un “portone” che si apre. Trovo Cristina, mia moglie, che è molto meglio di segnare 40 punti in una finale...!!!

Basta col basket giocato, comincio ad allenare. Juniores Virtus 1972. Subito campioni d’Italia. Moltissimi allievi approdano in serie A. Poi, come assistente di Dan Peterson, vivo tre anni dentro un sogno. Mi chiamano al Fernet Tonic, terza squadra di Bologna: dalla “B” saliamo subito in “A”, con uno squadrone che faceva paura: Massimo Masini, Romeo Sacchetti, poi Frediani, Anconetani…! Quindi, nel ‘76, Dan mi richiama: “Coach, torna con noi questa è la tua società!”

Con Dan sono stato fino al suo esonero. Nel 79-80 e 80-81, insieme a Driscoll, vinciamo lo scudetto. Ho avuto l’onore di allenare il grande Kresimir Cosic, il più grande straniero (a mio avviso) mai approdato in Italia. E’ il fiore all’occhiello della mia vita di allenatore.

L’anno successivo 80-81 come capo allenatore (da solo) ho compreso che, quando la squadra non ha la “chimica” giusta si va alla deriva. Scontato, vero? Via Cosic, la squadra fu fatta malissimo. Comunque imbattuti in coppa e terzi in campionato decisi per le dimissioni, con grande amarezza.

Come tutti i cavalli che decidono di correre da soli, visto che allo stesso modo ero diventato giocatore ed allenatore “ruspante”, decisi di cambiare la meta del mio essere allenatore. Dare uno scopo diverso al lavoro di Coach. Ricominciare da capo senza andare più alla ricerca del campione, ma utilizzare il basket per far crescere insieme i ragazzi. Far superare loro la fase critica quando, per la soddisfazione dei propri bisogni primari in chiave affettiva e relazionale, un ragazzo decide che il gruppo sostituisca la famiglia.

A Granarolo, sempre nella “bassa” bolognese, ho maturato il proposito che i miei giovani giocatori, per quanto validi, potessero avere un percorso di crescita lontano dalle “sirene” delle società di serie A, troppo spesso dispensatrici di sole frustrazioni per chi non sia realmente di primissima fascia. La prima meta doveva essere quella di costruire un gruppo di amici del basket. Tenerli insieme per superare la fase critica della loro crescita psicologica. Un livello di obiettivo più alto del semplice allenare, un valore educativo da raggiungere.

Il collante? Spesso la vittoria. Ho compreso che l’ortodossia del basket proposta da molti allenatori spesso comporta elementi di frustrazione per i ragazzi, ed eventuali vantaggi ai soli allenatori. Chi imposta le cose secondo questa logica lavora per sé stesso e non per il futuro del giocatore. Non sono tanto gli allenatori ad insegnare la strada per diventare giocatori di serie A, quanto il sogno dei ragazzi, avendone il talento. Non solo posso portare il mio esempio, ma anche quello di tanti altri giocatori. Gli allenatori possono solo essere di complemento a questo percorso e far qualcosa di importante per la formazione futura di quei ragazzi che, per loro caratteristiche, devono evolvere in modo significativo la loro dimensione di gioco per poter ottenere dei risultati da adulti.

Troppo rischioso o troppo difficile? Non credo che le sconfitte siano strumento di crescita. Sicuramente più la vittoria che la sconfitta ha il potere di far diventare un gruppo di ragazzi “squadra vera”. Creare il gruppo per far vivere “bene” un difficile, contraddittorio e talvolta rischioso periodo della vita era la vera meta, la scelta del Campionato a cui partecipare il semplice mezzo di questo percorso. Non ci riuscii a Granarolo perché occorre la fedeltà dei genitori che, purtroppo, perdono facilmente la testa al richiamo delle “sirene”. E quando uno cede, spesso il contraccolpo sfalda anche il gruppo…

Alleno ora a Budrio da 5 anni. L’anno scorso abbiamo aderito con entusiasmo all’idea dell’amico Maurizio Massari di fondare un progetto insieme, partendo dalla condivisione di questi presupposti e dal fatto che le sicurezze acquisite andassero combinate con opportunità di confronto e crescita. Chiamammo il progetto InBin, Insegnare il Basket Insieme. Grazie a questo percorso, siamo riusciti a tenere lontani i nostri giovani dalle grosse società permettendogli comunque opportunità di alto profilo. Sono un gruppo fantastico che stiamo traghettando, tenendoli insieme, per superare il mare di difficoltà della vita di oggi. Diamo a loro la possibilità di confronto con altri giocatori, quelli più bravi della regione. Siamo convinti che lontano dalle grosse società, attraverso l’opportunità di rimanere protagonisti del loro percorso di crescita, abbiano più opportunità di diventare giocatori veri, ma, chiaramente, dipenderà soprattutto da loro. Sostegno tecnico e possibilità di allenamento di ogni tipo non mancheranno. Lo devono solo sognare, avendone il talento.”

Dan Peterson nel Convegno sul Settore Giovanile tenutosi a Reggio Emilia durante le Finali Nazionali U21 2007, ha detto di Ettore:

“Dai nostri settori giovanili sono usciti i migliori allenatori attualmente sulla scena: penso a Ettore Messina, a Sergio Scariolo. Ma ci sono anche altre figure e altre storie. Penso ad un altro Ettore con cui ho lavorato sempre a Bologna, Ettore Zuccheri, che, da eccellente allenatore che era, ha consapevolmente deciso di essere istruttore di settore giovanile e di formare, a livello di base, i giocatori di domani. Solo questo può realmente sviluppare il futuro: eccellenti istruttori che si dedichino lontano da riflettori, risultati ed affermazione personale al lavoro di base. Ed in questo, Ettore Zuccheri è un esempio per tutti.”


 

In maglia Candy contro l'Ignis

IL MATCH DELLA MIA VITA: 9 SU 9 E MILANO FINI' KO

di Ettore Zuccheri - VNere - 07/10/1990

 

Scusatemi ma non sono Peterson. Nel senso che non ho una filosofia della memoria come ha lui. Dan ti sa raccontare quasi tutte le partite che ha vissuto in panchina, io a malapena ricordo tutti i nomi dei compagni di una certa annata. Perché ho sempre preferito guardare avanti. Di ricordi buoni ne ho. E anche tanti. Perché, ad esempio, non potrò mai scordare la partita che nel '66 giocammo in casa contro il Simmenthal  che poi avrebbe vinto lo scudetto a tavolino per la posizione irregolare di Tony Gennari nello spareggio, vinto sul campo dell'Ignis Varese. Contro Milano, che aveva Rubini in panchina e schierava un quintetto con Pieri, Riminucci, Vianello, Masini e Thoren, quella Virtus targata Candy, con Alesini allenatore, vinse 90 a 68, chiudendo il conto dopo otto minuti della ripresa. E molti meriti furono miei. Giocai una gara senza errori. Non solo: selezionai perfettamente i miei tiri, nove in tutto. E tutti a bersaglio. 18 punti pesantissimi, anche perché il mio contributo fu soprattutto difensivo, dovendo correre dietro ad un tipo come Pieri che non era certo da trascurare. Alla fine il miglior realizzatore fu Dado Lombardi, con 33 punti, ma i giornali mi celebrarono come l'uomo decisivo. Quando parlo di partita senza errori devo necessariamente ricollegarmi a quelli che erano gli equilibri della nostra squadra all'epoca. Io, che per poter giocare in serie A mi ero dovuto trasformare in un difensore (lo spagnolo Kucharski, il mio allenatore, mi disse: "Vuoi giocare? Allora difendi sui migliori"), non avevo troppi spazi in attacco. Giocavo con Lombardi, un giocatore-libreria come lo definì Paratore, perché sapeva fare tutto benissimo, ma faceva una certa cosa soltanto quando voleva lui, proprio come quando si consulta un volume alla volta.

Dado voleva soltanto tirare. Con gente come lui a fianco non potevo sempre prendermi responsabilità di tiro. E me ne sarei accorto sempre di più col passare degli anni. Perché la situazione non è affatto migliorata. Nel 69-70, l’ultima mia stagione conclusa con un grave infortunio, in panchina arrivò Nello Paratore, un tecnico che sviluppava un basket fatto di uno contro uno, creando spazi per l’uomo migliore.

Quando era in Nazionale, il coach faceva lavorare la squadra per Lombardi, che ritrovò poi alla Virtus. Ma quell’anno arrivò anche un certo Terry Driscoll, e Paratore decise di creare spazio proprio per l’americano. Figuratevi che tragedia per Lombardi; figuratevi il sottoscritto, che con Cosmelli aveva il compito di portare la palla avanti e distribuirla. Andò a finire che Lombardi venne a ricevere direttamente le rimesse. Questo per spiegare che tipo di equilibrio c’era a quei tempi. E che valore avessero avuto in quelle condizioni i nove tiri, tutti segnati, al Simmenthal qualche anno prima.

Zuccheri, a Milano, penetra nella difesa del Simmenthal (foto fornita da Ettore Zuccheri)

IL COMPLEANNO DI ETTORE ZUCCHERI, UNA LEGGENDA TRA LE V NERE

di Ezio Liporesi - 1000cuorirossoblu - 01/06/2020

 

Una delle leggende delle V nere: proveniente dal settore giovanile Ettore Zuccheri disputò 12 stagioni in prima squadra, attraversando tutti gli anni '60, dalla stagione 1959/60 a quella 1970/71. Nessun titolo vinto, ma tanti campionati ai vertici e la conclusione della sua carriera vale quanto un trofeo: al termine di una stagione oltremodo tribolata le ultime gare di Zuccheri furono quelle degli spareggi a Cantù, nei quali la Virtus ottenne una sofferta salvezza ai danni di Biella e Livorno. Riavvolgendo il nastro si ritrovano gli anni delle giovanili: nel 1958/59, con la squadra juniores allenata da Beppe Lamberti, giunse quarto alle finali nazionali di Padova; nella stagione successiva, la stessa formazione salì di un gradino nelle finali di Milano. In quella stessa annata sportiva fece anche una presenza in prima squadra, contro la Libertas Livorno il 10 ottobre 1959, in una gara vinta dalle V nere 78-60. Nella stagione seguente qualche presenza in più e anche l'esordio in Coppa dei Campioni, che in quell'anno la Virtus disputò al posto del Simmenthal. Poi Zuccheri divenne una pedina fondamentale, specializza sempre di più le sue caratteristiche difensive, anche perché, per esempio, nella sua carriera agonistica con la V sul petto ha sempre come compagno Lombardi (a parte l'ultima quando Gianfranco passò in Fortitudo) che amava molto tirare e segnare, molto meno impegnarsi a difendere il proprio canestro. Questa propensione alla difesa, non impedì a Zuccheri di disputare una memorabile partita contro il Simmenthal, il 13 febbraio 1966. Si giocava la quindicesima giornata, i milanesi erano appaiati all'Ignis in testa alla classifica e lo sarebbero stati anche al termine del campionato, con lo spareggio vinto da Varese e lo scudetto verso Milano per la posizione irregolare del varesino Reggiani. Era il Simmenthal epico allenato da Rubini, un quintetto con Pieri, Riminucci, Vianello, Masini e Thoren, che in quella stagione vinse anche la Coppa dei Campioni; quel giorno a Bologna, però, non ci fu storia. Lombardi mise a segno 33 punti, ma il giocatore chiave fu proprio il numero sette bianconero che, oltre a marcare Pieri, mise a segno 18 punti, con un perfetto 9 su 9 al tiro. Fu un trionfo per la Candy: 90 a 68. Zuccheri giocò anche in nazionale, mettendo a segno 104 punti in 20 gare distribuite tra il 1963 e il 1965, quindici delle quali nel primo anno, con la partecipazione ai giochi del Mediterraneo di Napoli e a Campionati Europei. Nei primi, che ebbero luogo a settembre, Ettore portò a casa la medaglia d'oro, battendo la Spagna 97 a 91 nella finale disputata al Mario Argento. Solo un dodicesimo posto, invece, agli Europei in Polonia il mese successivo, ma nella gara contro Israele Ettore realizzò 15 punti, suo maggiore bottino azzurro. Zuccheri già mentre giocava si dedicava ad allenare i piccoli dei primi cesti, ma fu dopo l'abbandono dell'attività agonistica (aveva ripreso da un brutto infortunio ai legamenti del ginocchio, ma il fisico non gli permetteva più l'atletismo di prima e, dopo quella sofferta salvezza smise relativamente giovane) che si dedicò pienamente al settore giovanile. L'inizio fu eclatante: subito lo scudetto Juniores nelle finali nazionali di Castelfranco Veneto. Era la Virtus dei Benelli e del figlio d'arte Stefano Ranuzzi, che avrebbero vinto con la Virtus la Coppa Italia nel 1974, dei Sacco e dei Martini, campioni d'Italia in bianconero nel 1976 e il secondo anche nel 1979 e 1980. Superato il girone con avversarie Napoli, Pescara e Gorizia, la squadra bolognese superò in semifinale la Forst Cantù dopo un supplementare per 94 a 85, con 41 punti di Sacco, poi in finale la Mobilquattro Milano 79 a 69, con 26 punti di Benelli e 22 di Sacco. L'anno dopo sfiorò il titolo cadetti con in squadra Bonamico e Valenti, che poi portarono alla Virtus, rispettivamente, due e quattro scudetti, oltre a qualche Coppa Italia; ma c'era anche un altro figlio d'arte, Andrea Rapini e quel Marco Sanguettoli, che sicuramente apprese da Zuccheri (oltre che dal padre Franco, a sua volta allenatore delle giovanili bianconere) molti trucchi del mestiere sui quali costruire una carriera di affermato allenatore dei giovani. Dopo una felice parentesi al Gira (dei Masini e dei Sacchetti), rientrò alla base: nella Sinudyne campione d'Italia si era liberato il posto di vice di Peterson, John McMillen era infatti andato ad allenare la Fortitudo, e allora fu Ettore a occuparlo. Era già il Professor Zuccheri, diplomato all'Isef, insegnante a scuola. Furono due stagioni di secondi posti in campionato, ma anche dell'esperienza in Coppa dei Campioni e in Coppa delle Coppe, quest'ultima persa per soli due punti nella finale di Milano. Partito Dan per andare ad allenare l'Olimpia, Zuccheri restò a fare il vice di Driscoll e furono due scudetti, mentre andò meno bene nelle coppe europee. Partito anche Driscoll, per Ettore si aprirono le porte della prima squadra. Purtroppo non c'era più Cosic in campo, giocatore considerato da Ettore il più grande straniero mai giunto in Italia. Il doppio impegno campionato - coppa è sempre impegnativo. Nella competizione nazionale dopo un'iniziale difficoltà, tre sconfitte nelle prime quattro gare, la squadra si riprese e con la vittoria di Torino dell'11 gennaio il record era di 15 vinte e 8 perse. Meglio erano andate le cose in Coppa dei Campioni. Vinto il girone eliminatorio a punteggio pieno con sei vittorie, le V nere iniziarono il girone finale con due grandi imprese: a Mosca e in casa con quel Maccabi che poi avrebbe vinto la Coppa proprio in finale contro la Sinudyne a Strasburgo. In totale otto vittorie in otto gare. In totale 23 vittorie e 8 sconfitte, 74,19% di partite vinte. Tuttavia i 36 punti di Villalta a Torino (mai Renato ha fatto meglio con le V nere in serie A) non bastarono a salvare la panchina di Ettore, il cui destino era già stato deciso. Fu l'accoppiata Renzo Ranuzzi - Nikolic a chiudere la stagione con due finali per una Virtus menomata da una serie sfortunatissima d'infortuni. Quando lascò la panchina delle V nere Ettore aveva solo 37 anni, ma già una carriera ricchissima di esperienze. Da allora ha continuato a dispensare la sua saggezza cestistica ai giovani (con cui ha svolto un lavoro lontano dalle luci della ribalta ma altrettanto importante) e a chiunque abbia il piacere di ascoltarlo e leggerlo.