JOHN ROCHE

(John Michael Roche)

John Roche in palleggio

nato a: New York

il: 26/09/1949

altezza: 190

ruolo: guardia

numero di maglia: 8

Stagioni alla Virtus: 1977/78

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

 

Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Dan Peterson si ricorda di un buon giocatore, una guardia bianca di nome John Roche, che aveva meritato addirittura la copertina di Sport Illustrated quando era stato per due anni consecutivi nominato miglior giocatore della sua conferenze prima di intraprendere una discreta carriera pro. Una telefonata negli States e lui, preparati armi e bagagli, arriva a Bologna. Si porta appresso una fama curiosa "Roche era considerato litigioso" ricorda Gamba, che aveva avuto occasione di vederlo molte volte all'opera "La frase Andiamo fuori a fare a pugni era il suo interloquire più comune. È rimasto famoso un suo cazzotto a un compagno di classe che durante una lite aveva tirato fuori una pistola. E ancora, il pugno che tirò a John Mengelt e il calcio che sferrò a un avversario per un fallo di sfondamento".

 

IL RISCALDAMENTO DI SOJOURNER E MEELY

di Stefano Micolitti - indiscreto.it - 05/03/2004

 

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E i former Nets non sono finiti! A Bologna sponda Virtus arriva JOHN ROCHE, guardia stra-tecnica (come tutti gli stranieri Virtus di quegli anni) e tiratore straordinario. Capelli lunghi come Bucci ma fisico da impiegato di banca, jumper vecchio stile con release point davanti alla faccia. 317 partite ABA con 12.6 punti di media e 47% dal campo. 162 partite NBA con 8.4 di media e identica percentuale. Un solo anno a Bologna e poi la sua migliore stagione NBA a Denver con 11.4 e 48%.

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Roche supera in palleggio un avversario in Virtus - Cibona per il Trofeo Battilani - 07/10/1977

JOHN MICHAEL ROCHE: THE GRADUATE

di Michele De Rosa - www.bolognabasket.it - 05/04/2014

 

New York City inizio anni 50, la grande metropoli in divenire è lacerata da una sanguinosa faida tra bande di ebrei e irlandesi. In questo clima di tensione, una delle tante famiglie di immigrati trascorre le sue giornate nell’affollata 66° strada a Manhattan in cerca di fortuna. Ingredienti perfetti per un capolavoro cinematografico degno di Sergio Leone o Martin Scorsese; ottimi anche per raccontare una storia di basket.

Fisico imponente e arguzia sono caratteristiche importanti per sopravvivere in un ambiente ostico come quello newyorkese. Peculiarità latenti in John Roche, acerbo e ruvido ragazzino proveniente da un’onesta famiglia americana di ceto piccolo borghese. Nelle sue vene però pompa forte il sangue irlandese. All’epoca sono pochi gli spazi verdi dove passare il tempo libero e praticare attività fisica,”hockey su asfalto” alternato a rissa da strada sono gli unici sport “rionali” riconosciuti e praticati da tutti i ragazzi del quartiere. Roche, nonostante il fisico sottomedia, partecipa a entrambe le competizioni con grande vigore ottenendo il rispetto fra coetanei e non.

Il basket è ancora una chimera per lui, ma qualche tiro all’indirizzo di uno scatolone appeso a una ringhiera e le partite di CYO League, una specie di oratorio post-scolastico dove il rispetto delle regole e dell’avversario viene prima di tutto, li fanno incontrare. I primi veri passi nel mondo della pallacanestro li muove ufficialmente nei Cardinals di La Salle, squadra della omonima High School. Sotto gli esperti occhi del leggendario Dan Buckley, il giovane cestista assimila concetti e schemi in un brevissimo lasso di tempo. Il carattere a dir poco esplosivo abbinato ad ottima coordinazione ed atletismo consacrano Roche a leader naturale del team, ruolo diviso con l’amico Tom Owens, talentuoso big man proveniente dal Bronx. Il sistema di gioco ragionato e controllato, voluto da Buckley, calza loro a pennello: ritmi lenti alternati a tagli fulminei e blocchi granitici garantiscono una lunga serie di successi a La Salle. Attirati dalla striscia vincente, come le api dal miele, tra gli scout universitari si fa un gran parlare dei Cardinals, pochi però hanno visto le partite della compagine newyorkese, l’idea che la maggior parte di loro si fa sul talentuoso duo è basata sul passaparola. Roche ne esce ridimensionato, descritto come lento e facile da marcare.

Questo tipo di etichette non ha mai convinto Frank McGuire, navigato allenatore di South Carolina, a maggior ragione se il soggetto in questione ha le sue medesime origini irlandesi ed è cresciuto nella Big Apple. Sono circa 700 le miglia di distanza tra la High School e il College, un viaggio estenuante, ma il coach è deciso più che mai a visionare i prospetti, mettendo sotto la lente d’ingrandimento la giovane guardia. Lo scouting supera ogni più rosea aspettativa: John è un eccelso difensore ma soprattutto un’attaccante formidabile che lascia intravedere ampi margini di miglioramento. Sebbene la volontà di portare entrambi nella Carolina del Sud sia tanta, non può evitare lo scontro con l’agguerrita concorrenza della blasonata Università della Virginia. Quest’ultima ha già un accordo verbale con i due atleti e vuole concludere l’accordo nel post partita che la squadra gioca al Madison Square Garden e alla quale i nostri sono stati invitati ad assistere. L’ultima parola, dunque, spetta ai due giovani atleti e viene presa nell’esatto momento in cui i Cavaliers mettono piede in campo con indosso scarpe nere: Eravamo seduti più o meno in terza fila quando il team di Virginia è uscito dagli spogliatoi. In quel preciso istante Tommy si è chinato verso di me esclamando: “E’ finita, non andiamo più li”. Sorpreso domandai: “Come non andiamo più? sono un buon College, giocano in ACC.” In tutta tranquillità lui rispose: “Indossano scarpe nere, le scarpe nere fanno sembrare i miei piedi ridicoli. Io non indosserò mai scarpe nere”… racconterà Roche anni dopo. I piccoli dettagli fanno sempre la differenza…

È il 1968 quando due ragazzi nati e cresciuti nei sobborghi della Grande Mela diventano ufficialmente dei Gamecocks. South Carolina è la cenerentola della terribile Atlantic Coast Conference e la qualificazione alla fase finale del torneo NCAA è stata, fino a quel momento, una chimera. Il nuovo corso inaugurato da McGuire nel 1965 comincia a dare i suoi frutti. L’allenatore tatticamente è ineccepibile e adora responsabilizzare i suoi atleti e questo suo modo di intendere la pallacanestro fa breccia nella mente dei giocatori, il più recettivo è, manco a dirlo, Roche. Stimolato a far ricredere gli scettici, si danna l’anima in allenamento per colmare le sue lacune e affinare le sue qualità. Dopo un anno di duro lavoro in palestra e di apprendistato sul parquet, diventa un giocatore completo: il palleggio è migliorato sensibilmente e lo stesso si può dire della sua tecnica di tiro, in particolare da tre punti in cui è diventato un cecchino micidiale. Sempre combattivo e mai domo, è il leader riconosciuto della squadra: capace di gestire con grande personalità i ritmi di gioco su ambo i lati del campo.

Il pubblico del Carolina Coliseum impazzisce per questo smilzo fenomeno, la sua canotta numero 11 va a ruba e fuori dal palazzo è esposta perennemente una sua gigantografia. Il triennio speso da Roche al college corrisponde al periodo di maggior successo per l’università in ambito cestistico. Nel suo ultimo anno, può contare su un quintetto superlativo, disegnato su misura per lui dal lungimirante coach. Al suo fianco scendono in campo infatti Kevin Joyce, Tom Riker, Tom Owens e John Ribock (escluso quest’ultimo, tutti gli altri avranno solide carriere a livello professionistico), un manipolo di talentuosi energumeni pronti a sacrificarsi per il piccolo leader. South Carolina è riconosciuta da tutti come una squadra di talento e “molesta”; le risse con gli avversari sono all’ordine del giorno e nonostante i suoi compagni siano più forzuti, il più litigioso è proprio il longilineo John. Per lui ogni momento è buono per attaccar briga. Solo un suo infortunio (ai legamenti della caviglia) interrompe l’inarrestabile cavalcata dei Gamecocks nel torneo NCAA. Il successo finale non arriva, ma tante sono le soddisfazioni personali che John si toglie. Il palmares parla chiaro: 3 volte All American, 2 volte ACC player of the year (in entrambi casi sbaragliando una concorrenza fatta di futuri All-Star NBA). In futuro verrà inserito nella Hall of Fame dell’Università e la sua canotta numero 11 verrà ritirata. Red Auerbach, uomo poco avvezzo ai cerimoniali, lo definisce senz’ombra di dubbio il miglior All-around player collegiale, mentre il suo coach, o per meglio dire mentore, McGuire rivisita un famoso detto irlandese per congedarlo: “non cambierei lo sporco delle sue unghie per nessun altro giocatore al mondo”.

La cover dedicatagli da Sports Illustrated e una Laurea in Business Admnistration fanno calare il sipario sulla sua eccellente avventura universitaria; ad attenderlo c’è il draft, preludio obbligatorio al basket professionistico. La pallacanestro americana di quel periodo è un’evoluzione continua, ABA e NBA si sfidano quotidianamente nell’intento di prevalere l’una sull’altra e particolarmente aspro è lo scontro per l’acquisizione dei giocatori. Sono questi ultimi il vero e proprio ago della bilancia che decide il prestigio delle due leghe, liberi di accettare la miglior offerta disponibile ottenendo il più delle volte facoltosi contratti duraturi. Battaglia che non viene meno in sede di draft, lo stesso Roche è spettatore interessato e oggetto del contendere tra i Phoenix Suns (neonata franchigia NBA) ed i Kentucky Colonels (affermato squadrone ABA). La squadra dell’Arizona punta forte su di lui, tanto da spendere la 14° chiamata assoluta per averlo. Alla possibilità di giocare sin da subito in quintetto, la longilinea guardia antepone un ruolo di secondo piano nel campionato ABA, alle radici di quella che ai più sembrò una scriteriata scelta c’è la presenza del tiro da 3 punti (che in NBA arriverà solo nel 1979) aspetto del gioco in cui è un vero maestro.

La sua avventura con i Colonels però non dura neanche il tempo di un respiro, la squadra punta forte al titolo ed è farcita di campioni affermati (o in rampa di lancio come Dan Issel, Louie Dampier e lo stratosferico rookie Artis Gilmore). Non è certo il contesto migliore dove muovere i primi passi,e a farsi carico di questo compito sono i New York Nets, del nuovo coach Lou Carnesecca, alla ricerca di un backup della guardia titolare Bill Melchionni.
Per il rookie l’impatto con il basket pro non è dei più semplici e la prima stagione regolare scivola via con un rendimento altalenante. Nei playoff le cose cambiano radicalmente: complice un infortunio occorso alla guardia titolare, Roche trova spazio e fiducia per esprimersi al meglio e assieme al fenomenale Rick Barry, trascina i Nets ad un’insperata finale persa 4-2 contro gli Indiana Pacers. Prestazioni eccellenti a dissipare i dubbi iniziali sul suo impatto a livello professionistico. La nomina nel primo quintetto rookie è un riconoscimento naturale e doveroso per quello che ha dimostrato nei momenti delicati della post season. Roche spende altre 2 stagioni con la maglia dei Nets, collezionando una media di 13 punti e 4 assist a partita. Purtroppo però l’addio forzato di Barry rende la squadra molto più debole e la vittoria del titolo rimane un sogno.

Dopo un inizio carriera folgorante, il percorso tra i pro si fa decisamente complicato, nel giro di 2 anni infatti Roche cambia diverse squadre ma fatica a trovare un team disposto a puntare in maniera costante su di lui. Frenato da diversi infortuni veste e sveste, nel giro di un amen, le canotte di Kentucky e Utah Stars (al fianco del rookie Moses Malone). Come se non bastasse, nel 1976 la ABA perde “la guerra” nei confronti della NBA cedendo definitivamente il passo e molti giocatori, compreso Roche, sono costretti a cercarsi un altro team nell’unica lega rimasta. Su di lui puntano i Los Angeles Lakers, ma l’ennesimo infortunio ne mina l’avventura sin dagli albori, con i lacustri gioca appena 15 partite finendo con rescindere il contratto.
All’età di 28 anni, la sua vita arriva ad un importante bivio: rinvigorire la carriera di atleta o iniziare un percorso di studi in legge (altra grande passione).
E’ il 1977 quando un suo connazionale, tale Dan Peterson, in “Erasmus italiana” da circa 5 anni, lo avvisa delle modifiche apportate al vetusto regolamento del campionato nostrano (le squadre possono finalmente tesserare due stranieri) e gli propone un ruolo da protagonista nella sua squadra.

Senza pensarci troppo, l’atleta accantona (temporaneamente) i tomi di giurisprudenza, sensibilmente attirato da un’avventura in terra straniera. La via è scelta: nel suo futuro prossimo c’è ancora la palla a spicchi, la Virtus Bologna lo aspetta a braccia aperte… Il presidente Gianluigi Porelli e Peterson sono consapevoli che il roster attuale è discreto ma di livello chiaramente inferiore rispetto alle corazzate europee. Per spezzare l’egemonia lombarda in Italia e poter coltivare ambizioni continentali (vero obiettivo di Porelli) serve un innesto di assoluto valore nel ruolo play/guardia, considerato l’anello debole della squadra. Il sagace duo stila l’identikit del giocatore ideale: tanti punti nelle mani, ottima visione di gioco e grande esperienza tra i pro. Il coach di Chattanooga non ha dubbi e sa chi contattare: John Roche.

Il nuovo arrivato gioca senza il peso della leadership (destinata a Gianni Bertolotti, Terry Driscoll e Charly Caglieris), si presenta al pubblico bianconero con prestazioni eccellenti, quasi mai al di sotto dei 20 punti (senza il tiro da 3, in Italia arriverà solo nel 1984). Una prestazione da 30 punti nel suo primo derby ed una da 29 con tiro della vittoria a fil di sirena contro Varese, dissipano ogni dubbio sulle sue qualità anche nel più incrollabile degli scettici. Nonostante qualche prestazione altalenante, la stagione della Sinudyne scorre positivamente, lo stesso Roche dopo qualche fatica di troppo, riesce a trovare il giusto affiatamento con il suo pari ruolo Caglieris, quest’ultimo inizialmente restio alla panchina. La squadra gioca bene tanto da qualificarsi a un’insperata finale scudetto contro l’invincibile Mobilgirgi Varese e alla sua prima finale europea: la prestigiosa Coppa Coppe da contendere in una sfida tutta italiana con la ben più navigata Gabetti Cantù. Il sogno dell’avvocato Porelli e di tutti i tifosi bianconeri è ad un passo, la sorte però ha in mente altri scenari. Durante un allenamento, nei giorni antecedenti le finali, l’americano si infortuna ad una caviglia e sembra costretto a chiudere anticipatamente la stagione. Lui però non si arrende mai, è uno che nella vita lotta sempre al di sopra dei suoi limiti per ottenere ciò che desidera realmente ma, questa volta, niente happy ending. Il recupero avviene ma in maniera parziale (gioca al 60% delle proprie potenzialità), Roche stringe i denti e disputa entrambe le finali arrivando a 2 punti dalla Coppa Coppe e ad una onorevole sconfitta nella finale tricolore. I tifosi non gradiscono questa doppia sconfitta e, come sempre accade, hanno bisogno di un capro espiatorio su cui far ricadere le colpe. Roche è accusato di scarso impegno e interesse verso la causa Virtus, troppo occupato ad organizzare il suo viaggio di ritorno negli States. Il rapporto con i tifosi virtussini, non è mai stato idilliaco. Il suo carattere schivo ed introverso non è riuscito a far breccia nel cuore dei supporter, abituati da Fultz prima e Driscoll poi ad americani capaci di aizzare la folle e vivere la realtà bolognese in maniera viscerale e appassionata. Si conclude nel peggiore dei modi la sua avventura bianconera: nessun trofeo ad arricchire il suo palmares, indifferenza delle riviste specializzate e rancore dei fans.

Il suo ritorno in America non passa inosservato, la NBA posa nuovamente gli occhi su di lui, a volerlo fortemente stavolta è il capo allenatore di Denver, Donnie Walsh. I due si conoscono dai tempi di South Carolina (all’epoca Walsh ricopriva il ruolo di vice) e la stima è massima per entrambi. I Nuggets dell’epoca sono un team imbottito di stelle (Issel, Thompson, McGinnis English…) ed un solo pallone non basta per saziare il loro ego, alla squadra serve un “uomo d’ordine” con grande esperienza ad alto livello, capace di anteporre il bene della squadra alla gloria personale: John Roche. La sua avventura con la canotta delle “pepite” è in chiaroscuro: a un primo anno estremamente positivo con cifre individuali discrete ne seguono due a mezzo servizio per via di gravi infortuni alle già martoriate caviglie. La squadra, nonostante il grande talento a disposizione, stenta ad ingranare con risultati sempre ben al di sotto delle aspettative. La penuria di vittorie, l’invitabile declino fisico e i lunghi periodi di inattività assopiscono lentamente la sua passione per la palla a spicchi. Il mondo della pallacanestro non ricopre più un ruolo fondamentale nella sua vita, attirato sempre più da una carriera extra cestistica. Tra una seduta di riabilitazione e l’altra, infatti, John conclude il suo percorso di studi ottenendo il titolo di Juris Doctor (titolo equivalente a una laurea legge). Nella stagione 1981/82 gioca le sue ultime 39 partite da professionista, con in tasca l’abilitazione di avvocato, unico atleta fino a oggi ad aver calcato il parquet NBA con tale prestigioso titolo.

Termina cosi l’avventura cestistica di un ragazzo all’apparenza comune, un atleta a cui madre natura ha imposto discreti limiti fisici. Si ritira un uomo esempio di tenacia, serietà, grinta, orgoglio, capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo. La sua canotta appesa a quel famoso chiodo rimarrà per sempre chiusa a chiave in un armadietto, lasciando spazio ad altri grandi successi e riconoscimenti individuali, conquistati con una tetra tunica nera e un anonimo completo da tennis: ma questa è un’altra storia…

Michele De Rosa

7 maggio 1978 gara due di finale Virtus - Mobilgirgi 69-67: Roche va a canestro eludendo Ossola

JOHN ROCHE "CERVELLO" E PERSONALITÀ DA LEADER

Profilo umano e tecnico del secondo Usa della Sinudyne, l'uomo del giorno

di Maurizio Roveri - Corriere dello Sport - Stadio - 01/03/1978

 

Ha segnato 498 punti in 22 partite (con una media di quasi 23 punti per incontro), è di gran lunga il miglior realizzatore fra gli esterni - dietro del campionato italiano; con la percentuale del 52% è stato il terzo miglior tiratore da fuori dopo Laing e Morse e con l'87% risulta il primo "liberista" del campionato. Ha concluso l'A1 ben piazzato (quarto)  pure nella graduatoria degli assist. Con queste cifre John Roche, americano numero due della Sinudyne, è stato l'uomo di spicco della formazione guidata da Peterson nella prima parte della stagione bianconera.

Sapiente regista, abile tiratore dalla media e soprattutto dalla lunga distanza, gran maestro del palleggio, diabolico contropiedista John Roche assicura alla Virtus sicurezza, personalità, esperienza. È una vera guida, un leader. Tende un po' ad essere primattore, comunque senza mai atteggiarsi a "divo". Chiaro che di questi tempi, in cui John va davvero forte, la stella Roche nel suo splendore finisce per offuscare un tantino Caglieris e Antonelli i quali tuttavia, essendo giocatori di classe, riescono ugualmente a mettersi in evidenza e a raccogliere pure loro un po' di gloria.

Apparentemente esile, con un fisico da peso piuma, John Roche sorprende tutti quando da quel suo fisico minuto riesce ad estrarre energie in continuazione che producono vitalità atletica e tanto ritmo quaranta minuti su quaranta. E poi, quell'omarino di Roche è soprattutto un "duro". Ha carattere, orgoglio, personalità, mentalità vincente, tutte qualità che un allenatore come Peterson antepone ad altre più "visive" ma meno pratiche come lo spettacolo, i virtuosismi per deliziare la platea. Il "fumo" non interessa a Dan, a lui piace l'arrosto: scegliendo Roche il coach virtussino ha scelto l'uomo giusto.

Dicevamo che Roche in campo è un duro: per battere la Sinudyne bisogna passare sul suo corpo. È il match - winner capace di artigliare (freddamente, anche crudelmente) una vittoria ad un minuto dalla fine. È accaduto, ad esempio, nel derby con l'Alco quando nella bagarre finale salì lui in cattedra, lucidissimo, e glacialmente giustiziò la squadra di McMillen con una serie di tiri liberi. E poi contro la Girgi con quel canestro a tre secondi dalla fine. Con quella sua espressione sempre calma (è un tipo che non si scompone mai), con quel viso da ragazzo che dimostra ben meno dei ventotto anni che ha, John sembra un... santerellino. Ma l'espressione inganna. Roche è uno che in campo si fa valere, con le buone o con le cattive. È uno che non si tira mai indietro, ci sta alla battaglia e all'occorrenza anche mena: ma lo fa con astuzia, senza farsi vedere. Gli avversari lo rispettano: se qualcuno vuol fare il furbo con lui... trova pane per i suoi denti. Se qualcuno volontariamente dà due "botte" cattive a Roche, state tranquilli che prima o poi quel qualcuno se ne ritrova quattro fra capo e collo.

Giocatore intelligente, furbo, razionale, dal basket essenziale e senza fronzoli, Roche è stato giustamente definito l'intellettuale del parquet. È uno che sa sempre quel che deve fare. La chiarezza di idee è probabilmente il suo maggior pregio. Playmaker o guardia per lui non fa differenza: gioca magistralmente in entrambi i ruoli.

John Roche è un tipo che parla poco. Non ha ancora legato molto con i suoi compagni di squadra, in parte perché lui è un introverso, in buona parte perché ovviamente ancora non conosce la nostra lingua. Del basket italiano dice che è ad un buon livello ma che le squadre qui da noi fanno ancora troppa difesa a zona. Lui l'abolirebbe, come hanno fatto fra i professionisti in America.

John Roche afferma che le difese a zona non sono di suo gradimento, però col suo tiro da fuori quante "zone" ha già fatto saltare...

IL BLOG DEL COACH: JOHN ROCHE

di Dan Peterson - 05/11/2020

 

John Roche, un play-guardia di 189 cm, è arrivato alla Virtus Bologna per il mio ultimo anno come coach del club, nel 1977-78, che era il primo anno del ‘secondo straniero.’ Conoscevo Roche come giocatore, avendo visto lui a La Salle High School a New York City, poi a South Carolina, dov’è stato All-American, poi una prima scelta dell’NBA. Sapevo che lui non aveva giocato per un anno, 1976-77. Ma non mi importava questo fatto. Era esattamente ciò che mi serviva: un grandissimo… anzi, super tiratore da fuori, uno capace di giocare guardia come playmaker.  Insomma, due giocatori per il prezzo di uno.

Per di più aveva altre due grandi qualità. La prima, grande spirito agonistico. Anzi, pieno di rabbia agonistica, focoso, litigioso. Avevo paura di una sua espulsione sempre per una rissa. Anzi, l’ha avuto uno, non indifferente, con il gigante Bob Lienhard di Cantù. Poi, la seconda, un’intelligenza in campo al livello di genio. Prevedeva le cose. Bene, il suo infortunio a fine anno ci ha costato la finale della Coppa delle Coppe contro Cantù e la finale-scudetto contro Varese. Ma il suo gioco, il suo tiro e i suoi punti ci hanno portato lì.  Ha giocato super come play e come guardia, a fianco di Charley Caglieris.

Ma il più grande lavoro di John Roche è stato con Renato Villalta. Roche, che aveva giocato a La Salle e a South Carolina con il grande Tom Owens, che poi ha giocato a Fabriano, era il maestro assoluto di gestire il Pick & Roll, uguale a Mike D’Antoni! Perché lui aveva un micidiale tiro da fuori, dovevano marcarlo stretto. Quindi, Villalta gli piazzava un bel blocco. Poi, Renato faceva il taglio ‘banana’ verso la linea di fondo e Roche gli passava la palla per un comodo tiro in sospensione da 3-4 metri, la media distanza. Pian piano Renato diventava un’ala vera. Un capolavoro. Da vero ‘professore.’

Molto sottovalutato nel bagaglio tecnico di John Roche erano due cose. La prima, era un ottimo difensore e ha fatto grandi lavori contro giocatori tosti, come Pierluigi Marzorati, George Bucci, Charley Yelverton, Carlo Recalcati. Poi, era anche un ottimo rimbalzista. Poi, uno studioso. Quando è stato scelto dall’NBA, ha chiesto a Dick Van Arsdale, dei Knicks, chi erano i due migliori difensori-guardie nell’NBA. Risposta: “Oscar Robertson e Jerry West.” John pensava che Van Arsdale non avesse capito. Disse, non i migliori attaccanti, i migliori difensori.” Van Arsdale: “Ti ho detto; Oscar Robertson e Jerry West!”

E io ho ‘studiato’ John Roche, come studiavo Mike D’Antoni. Un giorno, gli chiedo com’era giocare per il grande Frank McGuire a South Carolina. Mi dice, “Partita per  il titolo del Torneo ACC vs. North Carolina. Chi vince va all’NCAA. Siamo sotto, -1, due secondi dalla fine. Palla a due, nostro Kevin Joyce, 190 cm, contro Lee Dedmon, 210 cm. McGuire chiama time-out. Cosa ci può dire? Dice, “Voglio ringraziare voi seniors per ciò che avete fatto per South Carolina. Ispirato, Joyce indirizza il tap a Tom Owens, che segna allo scadere di tempo per darci la partita.” Lezione memorabile.  


 

QUARANTATRÉ ANNI FA IL MASSIMO PUNTEGGIO DI ROCHE IN CAMPIONATO

di Ezio Liporesi  - 1000cuorirossoblu - 08/01/2021

 

8 gennaio 1978, la Virtus affronta in trasferta la Reyer, una delle sfide storiche della pallacanestro italiana. Le V nere sono reduci da tre vittorie, l'ultima delle quali nel derby del 4 gennaio, ma si presentano in campo menomate dalla situazione di Terry Driscoll, regolarmente nei dieci, ma non in grado di giocare. L'unico straniero in campo con i colori bianconeri è John Roche. L'americano, abituato a grandi bottini, segna in quell'occasione trentasette punti, conducendo la Sinudyne a una netta vittoria, 82 a 101, nonostante un primo tempo di sofferenza, chiuso avanti dai veneziani 33-30. Contribuiscono al successo bolognese anche i 22 punti di Villata, i 14 di Bertolotti e i 13 di Caglieris. Quel bottino di Roche fu il suo più alto in campionato con la Virtus.

 

Un paio di mesi dopo, John si supererà in Coppa delle Coppe, segnando 38 punti (con 16 su 22 al tiro) nella trasferta persa a Caen per 86-80, nel ritorno di semifinale; quella sconfitta contenuta, grazie alla precedente vittoria casalinga nella gara di andata con uno scarto di venti punti, qualificò le V nere alla finale. Roche era però anche un ottimo difensore e un buon passatore di palla, caratteristiche che ne facevano un giocatore completo, capace di giocare sia da playmaker, sia da guardia a fianco di Caglieris. Roche s'infortunò ad una caviglia in allenamento, verso la fine della stagione e fu proprio questo inconveniente a costringere la Virtus a giocare l'atto finale della Coppa delle Coppe contro Cantù e la finale scudetto contro Varese con John in non perfette condizioni e così le V nere dovettero accontentarsi del posto d'onore in entrambe le competizioni.

 

Reyer Venezia: Zennaro, Carraro 16, Walk 15, Dordei 10, Pieric 9, Suttle 13, Gorghetto 12, Silvestrin 3, Grattoni 4, Giaccon.

Virtus Sinudyne Bologna: Caglieris 13, Driscoll n.e., Villalta 22, Roche 37, Bonamico 9, Bertolotti 14, Pedrotti, Martini 6, Baraldi, Antonelli.

JOHN ROCHE

di Ezio Liporesi - Cronache Bolognesi - 25/02/2022

 

943 punti in 45 gare ufficiali, a oltre 20 punti di media, ma anche dispensatore di ottimi passaggi (fu con lui che nacque la mattonella di Villalta) e ottimo difensore. Insomma giocatore completo, capace di giocare sia da playmaker, sia da guardia a fianco di Caglieris. Segnò 37 punti in una vittoria a Venezia l'8 gennaio 1978, contribuendo a un largo 82-101. Ancora più pesanti i 35 che rifilò alla Gabetti Cantù il 23 aprile in gara due di semifinale playoff; due giorni dopo in trasferta ne segnò 23 e Caglieris 20, fecero letteralmente impazzire Marzorati e la Sinudyne trionfò 79-90 approdando in finale. In marzo a Caen realizzò il suo maggiore bottino in maglia bianconera, 38 punti (con 16 su 22 al tiro) nella trasferta persa a Caen per 86-80, nel ritorno di semifinale; quella sconfitta contenuta, grazie alla precedente vittoria casalinga nella gara di andata con uno scarto di venti punti, qualificò le V nere alla finale. Freddo nei minuti finali, in febbraio la Mobilgirgi inseguì e agganciò la Virtus a quota 82 e allora Roche palleggiò a lungo poi in sospensione realizzò allo scadere il canestro vincente. Gelido anche nelle gare calde, alla seconda giornata, il 30 ottobre 1977, nel derby in casa Fortitudo ne aveva infilati 30, in una stretta vittoria bianconera, 82-84. Giocatore anche focoso, tanto da arrivare quasi alle mani con l'americano della Fortitudo Cummings in una partitella d'allenamento. Roche s'infortunò ad una caviglia in allenamento, verso la fine della stagione e fu proprio questo inconveniente a costringere la Virtus a giocare l'atto finale della Coppa delle Coppe contro Cantù e la finale scudetto contro Varese con John in non perfette condizioni e così le V nere dovettero accontentarsi del posto d'onore in entrambe le competizioni.


 

25 MARZO 1978, ROCHE TRASCINA LA VIRTUS A SIENA

di Ezio Liporesi - 1000cuorirossoblu - 25/03/2022

 

Prima fase 1977-78: prima Varese con 36, seconda Cantù con 34 e terza la Virtus con gli stessi punti. Nel girone le V nere battono Siena, perdono a Varese, poi battono la Perugina Jeans Roma 97-84. A Siena, il 25 marzo occorre una vittoria e arriva 84-94, con 25 punti di Roche, 16 di Villalta e Bertolotti, 11 di Bonamico, 10 di Caglieris e 8 di Driscoll e Antonelli. Sconfitta poi in casa da Varese, la Virtus si guadagna la qualificazione perdendo di soli 6 punti a Roma, raggiunti ma non superati dai capitolini in virtù del doppio confronto. In semifinale le V nere elimineranno poi Cantù in tre gare, per poi perdere in altrettante la finale contro Varese.