RENATO VILLALTA

Renato Villalta a rimbalzo fra Bisson e Morse

nato a: Maserada sul Piave

il: 03/02/1955

altezza: 204

ruolo: ala

numero di maglia: 10 (ritirata)

Stagioni alla Virtus: 1976/77 - 1977/78 - 1978/79 - 1979/80 - 1980/81 - 1981/82 - 1982/83 - 1983/84 - 1984/85 - 1985/86 - 1986/87 - 1987/88 - 1988/89

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 3 scudetti, 2 Coppe Italia

 

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VILLALTA: UN RAGAZZONE CON I PIEDI PER TERRA

di Dino Meneghin - Giganti del Basket - giugno 1979

 

Quando i Giganti mi hanno proposto di iniziare questa rubrica l'ho fatto di buon grado e con l'intento di dare il mio contributo alla pallacanestro anche fuori dal campo, per una volta. Io non ho certo la presunzione di voler distribuire la verità su questo o su quello attraverso i miei giudizi voglio solo portare la mia testimonianza e le mie impressioni ai lettori, nella speranza che questo possa contribuire a far vivere loro lo sport che amano ancor più da vicino. Mi sono reso conto fin dall'inizio che non sarebbe stato facile: conosco bene il mio carattere e so che mi piace troppo parlare degli altri stilando giudizi. Certo che mai avrei pensato di soffrire per questo, di restarci male. E invece eccomi qua a parlare di un avversario forte, molto forte, proprio quando ho lasciato ad altri il compito di battersi con lui per conquistare quel titolo di campione d'Italia, che per noi di Varese avrebbe voluto dire la stella del decimo scudetto.

Se io parlo dei miei avversari, dei miei uno contro uno, lo faccio riportano le sensazioni che nascono gomito a gomito, spalla a spalla, dalla lotta per conquistare un centimetro di campo, un pallone vagante. Questo, per quanto riguarda Villalta, lo posso fare solo in parte, perché l'ultimo scontro, il più importante, l'ho visto da fuori, anzi, sono sincero, non l'ho neanche visto. E questo, ve l'assicuro, fa soffrire.

Renato è uno di quei ragazzoni veneti che non ti meraviglieresti di veder sollevare la macchina per posteggiarla, e questo non per ostentare forza o per esibizionismo, così, solo per comodità, magari. Ha l'aria di essere sempre tra le nuvole e questo inganna, sia in campo che fuori, perché invece ha i piedi ben piantati per terra e sa dove vuole arrivare. Diciamo che ha grinta e carattere sufficienti per conquistarsi le sue posizioni e in più nasconde il tutto sotto la sua aria scanzonata da ragazzotto veneto, aggiungendo così anche il fattore sorpresa. In campo tra noi è corsa qualche scintilla, e penso che ne correranno ancora anche se fuori siamo amici e non abbiamo nessun problema comunicativo. È inevitabile perché vogliamo vincere e non molliamo; è frutto principalmente del nostro carattere: istintivo, grintoso. Lui non si tira indietro, lotta e nella sua squadra è sicuramente il più coriaceo.

Tecnicamente credo che per lui l'arrivo a Bologna sia stato determinante. Se infatti è vero che ai tempi di Mestre era considerato uno spauracchio ben più temibile di quello che fece mostra di sé a Bologna, soprattutto il primo anno, questo non deve essere considerato come un calo di rendimento del giocatore o un ridimensionamento a contatto con il basket di vertice ma invece come il giusto prezzo da pagare in funzione di un capovolgimento delle proprie caratteristiche tecniche. Il Villalta di Mestre era forte, ma limitato alla zona bassa dell'area, ei pressi del canestro e preferibilmente nella zona e con i movimenti del pivot basso. Per quanto facesse tutto piuttosto bene e con una certa precisione nelle soluzioni ravvicinate, la sua statura, non eccelsa per il ruolo, lo avrebbe messo in crisi sia ai vertici del campionato italiano che in campo internazionale. Ora invece è in grado di spaziare in un'area molto più vasta del campo rendendosi pericoloso da sotto come dai cinque metri, scegliendo a seconda dell'avversario, la posizione in cui effettuare l'azione offensiva. Questo è sicuramente merito di un grande lavoro fatto sotto la guida di Peterson e al fianco di Terry Driscoll. Se a questo aggiungiamo poi che oggi ha come allenatore Terry Driscoll e gioca di fianco a Cosic, le spiegazioni al Villalta formato scudetto di quest'anno sono abbastanza evidenti.

Ho anche l'impressione che questi anni passati a lavorare seriamente per il proprio miglioramento e completamento tecnico, siano coincisi con una maturità generale che fa di lui un giocatore capace di amministrarsi e quindi di dare il massimo di sé stesso nei momenti importanti della gara, quando il suo apporto può essere determinante ai fini del risultato. Come attaccante ho già detto che si è completato molto e con il gancio, sua nuova e piuttosto precisa arma, copre quasi del tutto quello che è considerato il bagaglio tecnico di un'ala forte o ala pivot come credo sia più giusto consideralo oggi.

Ai rimbalzi soffre un po' la mancanza di qualche centimetro cui comunque sopperisce con una certa solideità nella presa di posizione e nel tagliafuori., ha mani forti e quando prende il pallone in mano portarglielo via è una bella gara. Ha discrete doti come rimbalzista d'attacco perché si butta con coraggio e la forza fisica lo aiuta a farsi largo tra spalle e braccia avversarie.

In difesa ho già detto che non ha paura, che non molla e questo è già abbastanza per distinguere un buon difensore da un mediocre.. Il resto lo fanno le doti fisiche, che Renato ha, e la concentrazione, che rientra nella capacità di soffrire e nella mentalità dell'atleta. Villalta è sulla strada giusta e questo potrebbe fare di lui in breve tempo (e forse questo tempo non è più futuro ma presente) il giocatore italiano più completo e più temibile.

Fuori dal campo è un buon ragazzo, gentile, ospitale, molto alla mano, come capita spesso a noi veneti e questo lo dico con una punta d'orgoglio. In Nazionale fa piacere averlo in compagnia e quest'anno credo proprio che bisognerà incominciare a tenerlo in considerazione per le sue doti cestistiche più che per quelle umane.

La razza Piave non molla, quest'anno tocca a lui cucirsi lo scudetto sulla maglia, l'anno prossimo dovrà difenderlo: anch'io sono razza Piave e anche a me piace tenermi uno scudo bianco rosso e verde sul petto.

 

RENATO VILLALTA

di Zelio Zucchi - Giganti del Basket - luglio 1979

 

Leacril o Duco che fosse, Renato Villalta in serie A giocava da poche domeniche e faceva sfracelli. Gli chiesi un breve appuntamento telefonico subito dopo il suo primo scontro con Meneghin e lo trovai molto squadrato, un tipo che sapeva cosa voleva e come ottenerlo. Poi lo rividi - in borghese io, mascherato da giocatore lui: tre minuti soli, mi pare, nell'intero torneo - agli Europei di Spalato-Belgrado. Un ragazzo chiuso, difficile da graffiare, pronto a rientrare nel proprio guscio con la prudenza di una lumaca. Infine, due estati fa, al Lido di Venezia, le prime confidenze. Accadde sulla spiaggia, quando Villalta venne ospitato, un pomeriggio, nella capanna pagata da Gorghetto e dai suoi amici e destinata stabilmente alle partite di scopa. La porta di quella capanna era sempre aperta: si chiuse soltanto dopo che ne era uscito Villalta, che evidentemente non rientra nella trilogia di esseri animati - cani, villani e nobili venessiani - che nella spicciola filosofia lagunare sono autorizzati a non chiudere mai le porte. Gorghetto non aveva parlato, da anfitrione discendente da nobile stirpe abituata ad aver a che fare con turchi e circassi, si muoveva con dignitoso distacco. E poi, l'entourage della Reyer non avrebbe mai perdonato al suo capitano eccessiva confidenza con uno che, per quanto da un anno a Bologna, per quanto sposato da poco con una lidense, era pur sempre un teragno. E aveva persino giocato a Mestre. Il teragno Villalta - cioè uomo di terra ferma, con evidente e congenita propensione alla cultura dei campi - alla sera uscì assieme a mia moglie e a me, c'era anche la fresca signora Villalta, andammo a Venezia dove, nelle calli vicine alla fondamenta Misericordia, Villalta doveva pur essere conosciuto. C'era, da parte di tutti i veneziani nei suoi confronti, un trattamento distaccato, eppure non insolente. Ma il gelato era davvero buono, la panna liquida macchiata dalle amarene sapeva di gusto speciale, e poi era buono anche il vino, infine fu deliziosa la pizza. Vennero, a poco a poco, le prime confidenze, la denuncia di certe antipatie, la signora Villalta soffriva di curinghite acuta, Renato non sapeva se ammettere la propria simpatia per queste tesi, o tenere un tono più distaccato. Poi rividi Villalta a Manila, quando il sole e la distanza facevano sentire tutti più amici. Oddio, i veneziani e i veneti, nei tempi dei tempi, avevano ben girato il mondo, ma forse, fin lì non erano proprio arrivati, anche se il Katai di Marco Polo non doveva essere molto distante. Parlare in dialetto - che Bariviera ha dimenticato, Meneghin non ha mai conosciuto, Carraro talvolta disdegna, Iellini talvolta si ricorda di ricordarlo, come Vecchiato - per Villlalta sembrava una liberazione, lui che con la moglie parla in italiano anche durante le telefonate transoceaniche. Dalle banalità ricavai l'impressione che stesse attraversando un periodo di maturazione, non soltanto tecnica. Per lui, c'era e c'è il bianco e il nero (guarda caso, i colori della Virtus: ma stavolta non c'entra), il grigio è assenza di colore, più che mescolanza di tinte. Chiamato a giudizi confidenziali su avversari e colleghi, era sempre misurato, talvolta in contraddizione con i suoi stessi interessi. Neanche nei momenti di estremo sconforto - ma ne ha? - o di eccelsa saturazione - ma ne ha? - usciva in dichiarazioni che non avrei potuto mettergli in bocca sul giornale. Di lui, le stesse cose mi ha detto Dan Peterson, nei raccontarmi anche quelle angolazioni, di Villalta, che io avevo sempre dovuto indovinare. è un ragazzo serio, di una pasta che hanno buttato via la formula. è un ragazzo che sa quello che vuole, che  pronto a imparare, a costruirsi. Da Maserada e poi da Mestre, mi dicono che era così anche a scuola. Peterson lo definisce un buon professionista: devo convenire che, con lui, anche le chiacchiere hanno una funzione utilitaristica, c'è sempre qualcosa da prendere, da imparare. A Bologna divenne grande amico di Zizone Serafini, che pure lo stava costringendo a cambiare ruolo e gioco. Quando Peterson gli spiegò che, con la sua statura, era meglio se cercava specializzazioni diverse, invece di contraddirlo come sarebbe normale per qualsiasi giocatore, incominciò a studiare da pivot che gioca anche in ala. Adesso, mi pare, è la vera novità della Nazionale che giocherà, a giorni, gli Europei. Giocatore costruito? In parte sì. Ma certi movimenti gli vengono naturali, o li ha imparati con i primi maestri. Ma per dire che non è tutta scorza, mi piace riferire una sua battuta: “sono proprio nato con la camicia (Leacril?), se non segno neppure un punto, divento Renato Zero”. Credo anche che, ultimamente, la maturazione lo abbia portato a maggior sicurezze, pur nell'affabilità antica. A Bologna, poco dopo aver dato la sopressata al Billy, è uscito dallo stadio a braccetto di Ferracini, le due mogli stavano aspettando assieme fuori, magari la gente aveva creduto, poco prima, che Villalta e Ferracini si odiassero a morte: non si sarebbero parlati per quanto tempo? O ancora: cosa hai detto all'arbitro, quando ti aveva fischiato il terzo fallo? “Cosa ho detto all'arbitro? Niente, niente. L'ho avvertito che gli si stava slacciando una scarpa”. Il furore agonistico si sgonfia al fischio finale e restano poi le solide amicizie. La freddezza del campione si nota quando la partita è calda, e uno che avverte l'arbitro: attento che ti si sta slacciando una scarpa, ha poi la freddezza per mettere a segno i sei canestri consecutivi che portano la Sinudyne a vincere a Milano e a conquistare lo scudetto. Cosa accadrà se Villalta, per l'ennesima volta, dovesse esplodere agli Europei? Proprio nulla. Quel ragioniere lì dà l'impressione di aver tutto pianificato, la vita gli scorre sulla pelle senza graffiarlo, non è un temperamentale, non è un elefante in cristalleria, è uno che le cose se le costruisce a poco a poco. E al Lido di Venezia, a 100 metri dalla casa dei suoceri, quest'anno la capanna se l'affitta da solo, o al massimo con l'amico Guadagnino, per non dover chiedere agli amici della Reyer alcun favore. Anche i teragni, dunque, sanno diventare razzisti alla rovescia.

Villalta tra Terry Driscoll e Gigi Serafini

GLI ASSI SI VEDONO NEI MOMENTI DIFFICILI

di Paolo Viberti - Superbasket - 31/12/1982

 

Il lunedì è quasi sempre giorno di riposo per i guerrieri del parquet di Serie A. In questo giorno odiato dai più, proprio quando il sudore ricomincia a rigare il volto di chi soltanto ventiquattr'ore prima se ne stava con le braccia incrociate a godersi il fine settimana, proprio di lunedì, dicevamo, i giganti robotizzati della “palla-a-spicchi” ritornano agli usi e costumi che ne fanno anche abili e gelosi custodi della propria vita privata. E di lunedì, quasi tutti i lunedì, Renato Villalta saluta familiari e amici bolognesi per rifugiarsi in quel di Maserada sul Piave, borgo natio. Così, senza attrito con il mondo petroniano né tantomeno per una sorta di polemica verso il presente. La fuga di Renato è un ritorno alle origini, il bisogno di tirare nuovamente una boccata di giovinezza, di sentire per un attimo necessariamente sfuggente l'atmosfera degli anni belli. I ricordi riaffiorano dietro ogni angolo: dai primi tiri dentro l'immancabile bacinella agli anni di scuola, al rifiuto categorico di indossare il grembiulino come tutti i compagni di classe per paura di sfigurare. Il maestro capì e il piccolo Renato continuò a frequentare le lezioni mantenendo sempre l'abito borghese. Un pizzico di altezzosità tutta particolare, lassù, dall'alto dei suoi centonovantacinque centimetri a soli dodici anni. Da allora il nostro eroe ne ha fatta di strada: ora è diventato il mostro sacro del basket nazionale, una stella con tante striature in… azzurro. Sono ancora in molti a sostenere che l'erede di Villalta nel ruolo di “power forward” debba ancora nascere. Almeno entro i confini del Bel Paese. E pensare che Renato “ala forte” non si era mai sentito: sin dai primi vagiti con palla in mano, il suo compito era quello di giocare il più vicino possibile a canestro, in qualità di centro. Grosso peso in difesa, dove la sua corporatura bucolica e le sue gambe ad arco gotico potevano garantire immediati risultati; un unico movimento assimilato in attacco, la cosiddetta scivolata a canestro. Sino a non molti anni fa, Renato Villalta “razza Piave” non sapeva fare altro. Eppure, il suo fisico da gladiatore sembrava fatto apposta per deporre magari con un pizzico di rozzezza quel melone nella retina. Con gesto atavico, quasi contadinesco. Ma nella faretra caratteriale di Renato c'erano doti nascoste di fermezza d'animo, di genetica ostinazione, di quella caparbietà che da sempre ha caratterizzato la già citata “razza Piave”. E così, il quasi sgraziato gladiatore Villalta seppe a poco a poco trasformarsi in un apprendista… cigno, da brutto anatroccolo che era. E lo fece con progressione stupefacente, trasformandosi in un niente nel più forte italiano “power forward”. Le gambe, perché negarlo, rimangono ad arco gotico e il tronco, anch'esso fedele alle origini, rimanda pur sempre al passato bucolico. Ma l'armonia dei movimenti, quella sì, ha subito una palingenesi quasi totale. Con la trasformazione venne anche la grande squadra. Villalta partì alla volta di Bologna da Mestre, dove era riuscito ad imporsi all'attenzione del basket vero, assai simile a quello che aveva visto in televisione anni prima. Allora era un certo Steve Hawes a far spalancare gli occhi del Renatone, quello stesso Hawes che entra ora nelle case di tutti i cestofili attraverso le teleriprese dei professionisti NBA, quello stesso Hawes che anni addietro incantava il pubblico italiano con delicati orpelli cestistici in quel di Venezia, allora targata Canon. Renato, dunque, approdò a Bologna per la cifra record di allora: 400 milioni compreso l'acquisto da parte del Mestre di Morettuzzo e Tommasini. Sotto le due torri fu allenato da Peterson, Driscoll, Zuccheri, Ranuzzi, Nikolic, Bisacca e ora Di Vincenzo. Si fregiò dello scudetto, riuscì a conquistarsi un posto fisso in Nazionale, perse di un niente la Coppa Campioni per uno sfondamento galeotto fischiato dal pestifero Van der Villige al suo compagno Bonamico. Così, sempre più in su, in un crescendo rossiniano, nonostante il destino lo aspettasse al varco, sorprendendolo in una delle cose più care e facendogli subire una brutta avventura dalla quale il Renato-uomo uscì con grande dignità. Parlare con Villalta è un po' come interloquire con ciò... che vorresti: la roca è secca, quasi baritonale, e lo sguardo ha la classica apertura di chi potrebbe dirti chissà che cosa, senza stupirti. Volto rotondo e zazzera a scodella, manone che sembrano stritolarti al primo contatto. Sorriso che sboccia improvvisamente, senza preamboli. Dopo lo jugoslavo Nikolic, il prof., l'americano Bisacca, l'avvocato. Ora il giovane Di Vincenzo, il medico. I giusti ingredienti per la dotta Bologna.

Tre personaggi abbastanza diversi tra loro - dice Villalta -. Nikolic non sapeva rinunciare alla sua innata filosofia del lavoro duro in palestra. Bisacca, al contrario, era particolarmente sensibile sul piano dei rapporti umani. Di Vincenzo, invece, è forse la somma dei due che l'hanno preceduto.

Vuoi dire che a te va bene proprio il giovane medico?

Sì. Non è un caso che da quando c'è Di Vincenzo alla guida della Sinudyne il mio rendimento sia migliorato parecchio. Ora giochiamo in un altro modo. Personalmente mi dedico molto alla squadra e ottengo risultati più lusinghieri anche nelle conclusioni.

Lo dice agitandosi davanti le manone, con una convinzione piena di partecipazione.

Penso di aver fatto sempre il mio dovere in campo. Fa parte del mio mestiere: non ho mai litigato con nessuno dei miei allenatori. Capisco che non è facile fare il tecnico: per nessuna ragione al mondo vorrei diventare coach. Restare nel basket magari: ma come attività collaterale. Chissà…

È un chissà pieno di curiosità e di timori…

Il futuro mi terrorizza. Anche se è innato nel mio carattere il desiderio di vivere ciò che non conosco. Il dopo basket si chiamerà famiglia e lavoro. Non so se sei al corrente della mia nuova attività extra pallacanestro. Ho un’azienda grafica:faccio carta velina, quella che s’insinua dappertutto, tra strati di cose diverse.

Da quando a Bologna è arrivato anche Roberto Brunamonti, è stato proprio Renato a prendere in cura l’ex-reatino.

Roberto ha una sensibilità tutta particolare. In questo siamo molto simili: è nata un’amicizia molto spontanea…

Cosa vuol dire per la Sinudyne l’era Di Vincenzo?

Significa aver ritrovato convinzione e voglia di vincere. Ti stupirò, ma nel discorso scudetto ci metterei anche la Sinudyne. Bada bene: non è solo questione di presunzione. Sono convinto di ciò che dico: questa squadra potrà dare fastidio ancora a molti. Una volta arrivati ai play-off, poi, cercheremo di non dimenticarci delle… buone abitudini.

L'INTERVISTA DEL MESE

di Enrico Fedrighini - Giganti del Basket - Maggio 1983

 

Tutto cominciò tredici anni fa, la mattina in cui la professoressa dell'Istituto Tecnico di Treviso ordinò ai propri alunni di acquistare un nuovo libro di matematica. A quel tempo Renato Villalta era un imberbe studentello (si fa per dire) di quindici anni, già pendolare tra Treviso e Maserada, il paesino sulle sponde del Piave dove era nato e dove da sempre viveva. Era già abbastanza famoso nella sua scuola, non tanto per i risultati ottenuti nello studio quanto piuttosto perché era sicuramente il ragazzo più lungo e secco che fosse mai entrato nell'istituto. Quando era in aula, seduto al suo posto, ricordava vagamente un pilota di go-kart molto famoso in quegli anni, con quelle gambe lunghissime rannicchiate contro l'addome che spuntavano fuori dal banco e che, una volta stese, seminavano il panico fra i compagni. Non era un grande atleta: lo sport preferiva guardalo alla tivù seduto in poltrona, solo occasionalmente tirava qualche calcio ad una palla.

Accade dunque quel giorno che Renato, ritornato a Maserada, si recò nella libreria per comprare il testo di matematica e il caso volle che proprio in quel momento si trovasse lì anche un dirigente dell'A.P. Treviso. Ragazzo - gli disse - è tempo che sfrutti tutti i tuoi preziosi centimetri. Lascia perdere il calcio e vieni a giocare con noi a basket".

"Bello, vero?" ricorda oggi Villalta, col suo accento quasi bolognese "Sembra una fiaba...".

Tredici anni sono passati da quel giorno; tredici anni durante i quali Villalta, dopo i primi passi compiuti a Treviso, venne prima chiamato a Mestre da Giomo, dove giocò dalle giovanili fino alla prima squadra, in serie B e poi in A, per passare quindi nel 1976 alla Sinudyne neo-campione d'Italia, cioè al basket professionistico vero e proprio. La cifra sborsata da Porelli per acquistarlo dal Duco, che per anni aveva rifiutato le numerose offerte piovute da ogni parte d'Italia, sfiorò i quattrocento milioni, cifra pazzesca a quei tempi.

A Bologna Villalta trovò Dan Peterson, Terry Driscoll, Bertolotti e tanti altri campioni: ma anche molti problemi...

"All'inizio - rammenta - mi trovavo completamente spaesato. Figurarsi: arrivavo da Mestre, da una società a 'conduzione familiare', e il primo impatto con il basket cosiddetto d'èlite fu traumatico. Bologna mi sembrava una città troppo grande per me, una metropoli, pensa un po'...". Ma tutto si supera, anche l'impatto con una città che, scambiata per una metropoli, si sarebbe più tardi rivelata, come afferma Villalta, "molto, molto provinciale".

Oggi Renato Villalta è un giocatore affermato, a ventotto anni ha raggiunto la piena maturità, come uomo e come atleta; assieme a Marzorati e Meneghin forma la colonna portante della Nazionale. è uno dei pochissimi giocatori italiani, secondo Sandro Gamba, in grado di 'fare la differenza'. Due scudetti vinti consecutivamente, una finale di Coppa dei Campioni persa per un soffio, l'argento Olimpico di Mosca; come se non bastassero i traguardi sportivi raggiunti fino a questo momento, lo ritroviamo oggi dietro una scrivania - posizione insolita per lui - nella veste di presidente dell'associazione giocatori, l'A.G.I.B.A., allo scopo di tutelare gli interessi dei suoi colleghi, soprattutto quelli meno famosi.

Ventotto anni appena compiuti, forse è ancora troppo presto per fare dei bilanci, anche se qualcuno sostiene che sia arrivato il momento per Villalta, di chiudere l'esperienza bolognese e seguire le orme di un altro grande campione, Dino Meneghin, andato a spendere gli ultimi spiccioli di carriera a Milano, nell'anonimato della grande metropoli.

Milano o Roma non fa differenza per me. Certo, a Bologna sto benissimo, in sette anni questa città mi ha dato grandi gioie e anche delusioni, gioco per una società che ritengo la meglio organizzata d'Italia. Forse arriverà anche per me il momento dell'approccio con la grande metropoli, lo sento, però prima vorrei togliermi alcune soddisfazioni in questa città, prima fra tutte la conquista del decimo scudetto. Sembra stregato...

Già... Da tre anni tutti vi danno favoriti per lo scudetto e voi deludete puntualmente...

Precisiamo: tre anni fa giocammo la finale di Coppa dei Campioni senza McMillian, poi la finale contro la Squibb senza stranieri. Mi sembra che basti a spiegare perché mancammo quei due obiettivi, che erano sicuramente alla nostra portata. Per quanto riguarda gli ultimi due anni... Effettivamente abbiamo deluso i nostri tifosi.

State viaggiando ad una media di due allenatori all'anno, uno per la prima parte del campionato, l'altro per i playoff. Può spiegarsi così la vostra crisi d'astinenza?

Le colpe andrebbero ripartite in egual misura fra i giocatori, l'allenatore e i dirigenti. Da noi c'è un problema... cioè, volevo dire, c'è questo di buono: le colpe vengono suddivise fra tutti, perché ognuno ha le proprie responsabilità.

Benissimo, adesso però cerchiamo di capire perché anche quest'anno una squadra formata da quattro nazionali e due americani non è andata più in là delle semifinali.

Sicuramente ci è mancato, in questi ultimi anni, un punto di riferimento fisso, un allenatore in grado di svolgere un lavoro continuo nel tempo. è stato un errore prendere Bisacca, c'erano altre soluzioni più valide di un ex-tecnico italo-americano che non lavorava in palestra da molti anni. Non credo che la Sinudyne, come qualcuno pensa, possa fare a meno dell'allenatore: questo sarebbe un sintomo di presunzione da parte nostra.

Comunque siete stati voi giocatori a ripudiare prima Nikolic e poi Bisacca. Nikolic, si dice, era troppo "duro" nei rapporti  umani; Bisacca invece, così come Zuccheri, era troppo amico dei giocatori, si fidava troppo di voi. Ma allora è proprio vero che la Sinudyne non è allenabile?

Io capisco benissimo i problemi di un allenatore: deve far coesistere dieci personalità diverse, trovando un 'modus vivendi' col quale si trovino tutti d'accordo. Però l'allenatore sbaglia quando pretende che tutti i giocatori ragionino come lui. Nikolic era proprio così: voleva imporre a tutti i costi la sua personalità, le sue idee, senza cercare accomodamenti con la squadra che allenava. Non lo critico certo dal punto di vista tecnico, cestisticamente è un super, però è molto carente dal punto di vista dei rapporti personali. Forse questo suo modo di fare andava bene una volta, ora le persone sono molto più intelligenti, i giocatori non vogliono farsi trattare come bambini.

Ma come è possibile che, da parte di giocatori professionisti - intelligenti e non bambini, come dici tu - ci siano queste crisi di rigetto nei confronti di allenatori che cercano di svolgere la loro professione come meglio credono?

Nikolic ci esasperava e Bisacca non era certo l'amico dei giocatori come qualcuno racconta in giro: quando tutto andava bene era simpatico, gioviale, ma quando le cose si mettevano male, quando perdevamo una partita diventava un'altra persona, sapeva punire, castigare. Qualcuno ha detto che, in realtà, noi della Sinudyne non abbiamo voglia di lavorare in palestra, q anche questo è falso. Con Nikolic abbiamo fatto un buon lavoro, potevamo vincere lo scudetto che non c'era dialogo... Pensa che dopo la vittoria di Madrid in Coppa dei Campioni, due anni fa, entrò improvvisamente negli spogliatoi mentre tutti noi stavamo festeggiando la prima prestigiosa vittoria in trasferta e urlò: "Ma state zitti, cosa fate? Non capite che loro soffrono di più se voi vi mostrate indifferenti?". E un'altra volta, dopo la vittoria di un punto a Cantù dopo due tempi supplementari nei playoff per lo scudetto, ci ritrovammo la mattina seguente in palestra per la riunione tecnica. Il professore si sedette e le uniche frasi che uscirono dalla sua bocca furono: "Tu hai sbagliato a fare il tagliafuori, tu invece hai sbagliato a tirare", e così via. Io, al posto suo, avrei urlato: "Bravi ragazzi, avete giocato una grande partita". Ma è acqua passata. con Di Vincenzo è stato tutto diverso...

E Di Vincenzo sotto quale voce l'avete schedato: allenatore duro o allenatore amico?

Credo che Mauro sia solo un buon allenatore, punto e basta. Noi della Sinudyne ci siamo resi conto, a nostre spese, che non può esistere amicizia tra allenatore e giocatori. Ricordo che quando giocavamo assieme, io e Driscoll eravamo molto amici, ci vedevamo spesso anche fuori dal campo. Ebbene; appena divenne il nostro allenatore, Terry cessò di essermi amico. All'inizio ci rimasi molto male, non capivo perché si comportasse così: oggi so che lo faceva a ragion veduta. E infatti con lui vincemmo ben due scudetti...

D'accordo, però allora c'era anche un certo Cosic in squadra. L'arrivo di Brunamonti non ha cambiato di molto il volto della Sinudyne; l'impressione è che la squadra manchi ancora di un leader vero e proprio, come lo era il vescovo mormone jugoslavo...

Con un leader non si vincono le partite se non ci sono i giocatori forti. Cosic lo rimpiango ancor oggi ma solo sotto il profilo tecnico. Non è vero che era lui il leader, e che la Sinudyne vinceva solo grazie a lui. All'inizio, quando arrivò in Italia, tutti dissero che era un ferrovecchio, poi lo esaltarono successivamente. Non siamo una squadra di marmocchi, siamo professionisti maturi che non hanno bisogno della 'chioccia': il cosiddetto leader può servire nelle squadre dove c'è gente giovane, inesperta, non nella nostra. Brunamonti è un buon giocatore, nessuno gli ha chiesto di essere un leader, non lo sarà mai: Roberto sta pagando lo stesso scotto che io pagai sette anni fa, quando arrivai a Bologna, nella grande squadra. è stato un anno transitorio per lui.

Di anni transitori, la Sinudyne, ne ha vissuti più d'uno nel corso di questi primi anni '80. Non credi che qualcun altro, oltre ai tifosi, potrebbe perdere la pazienza? Porelli ha confessato, in un'intervista rilasciata alla nostra rivista lo scorso anno, di aver commesso un errore affidandosi troppo al presunto senso di responsabilità e professionalità da parte di voi giocatori italiani: col risultato che la squadra ha rischiato più volte di disgregarsi. Siete dei mestieranti, non dei giocatori vincenti; per voi il basket è una prestazione lavorativa come un'altra, non un'attività finalizzata ad un unico risultato: la vittoria. Cosa pensa Villalta di queste accuse?

Sono prive di fondamento. L'accusa di scarsa professionalità, che rappresenta il succo di tutto il discorso, è semplicemente assurda. Noi giocatori conosciamo bene il valore del denaro: sappiamo che se non vinciamo non prendiamo i premi-partita. è per questo motivo che, tra l'altro, abbiamo deciso di chiudere definitivamente con l'esperimento dell'autogestione, tentato più volte nel corso delle coppe europee: alla fine, a rischiare eravamo solo noi giocatori, perché dovevamo partecipare agli oneri senza avere nessun premio in caso di vittoria. Squadra disgregata? Credo che un'amicizia non debba mai essere imposta. Con questo non dico che ci sono problemi con i miei compagni di squadra: dico soltanto che siamo amici sul campo e basta.

Ma insomma, ci sarà pure un motivo preciso per cui la Sinudyne non vince più, anche se non l'hai ancora detto...

Io spero soltanto che con Bucci la squadra abbia trovato l'allenatore giusto. La società finora ha sempre fatto pagare agli allenatori ogni colpa, anche se Bisacca non ha colpe se l'hanno chiamato ad allenare la Sinudyne. E il motivo è chiaro: dieci giocatori non puoi cambiarli improvvisamente, è meglio trovare l'allenatore capace di farli rendere tutti e dieci al meglio. Senza contare che anche noi giocatori abbiamo pagato gli errori nel vero senso della parola, cioè dal lato economico. Per rispondere alla domanda, dirò semplicemente questo: ormai sono da parecchi anni alla Sinudyne, ogni volta tutti dicono che siamo i più forti e si meravigliano se poi non vinciamo lo scudetto. Io invece comincio a pensare che finora tutte queste persone si sono sbagliate, e di grosso: è evidente che la Sinudyne non è forte come si crede, non è vero che ha i migliori giocatori a disposizione, ci sono molte squadre più forti della nostra.

L'accusa che ti dà più fastidio?

Molta gente è convinta che noi della Sinudyne ci preserviamo durante tutto il campionato in vista dei playoff: è un'idiozia.

Se è per questo, molti ti hanno anche accusato di giocare in maniera troppo dura, sporca, anche se poi sei il primo a lamentarti con gli arbitri...

Se ti riferisci alla famosa partita contro la Ford, ti dirò una cosa: spero che quei giornalisti che hanno descritto la nostra come una squadra di picchiatori cambino sport al più presto, è inutile che seguano il basket. La nostra è una disciplina dove agonismo e spettacolo sono una cosa sola, in tutti questi anni ho avuto sei denti spaccati e due volte il naso rotto, le botte si danno e si prendono: e non capisco perché, se ho la possibilità di vincere una partita usando la 'forza', giocando in maniera 'dura' ma sempre entro certi limiti, non dovrei sfruttare la mia potenza fisica in questo senso.

I maligni sostengono che la Sinudyne vive ancora di rendita sul lavoro svolto da Dan Peterson fino a qualche anno fa...

Non è vero. Certo, i due anni trascorsi con Terry in panchina non hanno visto grossi cambiamenti, e forse neanche quello con Zuccheri. Ma con Nikolic c'è stata una svolta, sotto tutti i punti di vista. Certo che Peterson era un grande psicologo, sapeva caricarci: Nikolic non gli era certo inferiore sotto l'aspetto tecnico, la sua psicologia però era un po' diversa...

Parliamo un po' della Nazionale. Riusciremo a cancellare il ricordo di Praga?

Ne sono convinto. Ho qualche problema fisico, noie ad un tendine, dovrei stare fermo un mese ma in Francia voglio assolutamente esserci, per riscattare la figuraccia che abbiamo fatto in Cecoslovacchia. A Praga siamo stati semplicemente vergognosi, a Parigi vogliamo conquistare una medaglia. E poi potrò finalmente prendermi un mese di riposo assoluto, come mi ha prescritto il medico. Ho parlato anche con gli altri compagni di squadra, in tutti c'è voglia di rivincita: sì, credo proprio che cancelleremo il brutto ricordo di Praga. Personalmente, devo ricambiare la fiducia che finora Sandro gamba ha avuto in me: di lui non posso parlare che bene, è un grande lavoratore in palestra e ti lascia vivere la tua vita fuori dal campo come meglio credi, senza creare problemi. Grazie al suo arrivo, ho avuto finalmente l'opportunità di giocare molto di più che in passato: l'appuntamento con gli Europei di giugno sarà l'occasione buona per dimostrargli che non si è sbagliato sul mio conto.

Parliamo ora del Villalta "impegnato socialmente": come presidente dell'A.G.I.B.A., l'associazione dei giocatori italiani di basket, ti sei già preso la tua bella razione di improperi: mancava poco che uno sciopero spaccasse in due il campionato...

La minaccia dello sciopero è stata una cosa incresciosa, lo ammetto, però evidentemente era l'unico mezzo valido per ottenere un incontro con i rappresentanti della Lega e della federazione, e discutere così i nostri problemi, le nostre proposte per superarli.

Qual è il vostro programma in proposito? Cambierà davvero qualcosa o saremo costretti ad assistere periodicamente a sceneggiate simili?

Lo scopo per cui è sorta l'A.G.I.B..A è la tutela degli interessi dei giocatori, soprattutto di quelli meno famosi, dei panchinari, perché non credo che Meneghin o Marzorati abbiano bisogno dell'A.G.I.B.A. per salvaguardare i propri diritti al momento della firma del contratto con le rispettive società. Intanto, abbiamo già ottenuto un risultato: dal prossimo campionato entrerà in vigore l'assicurazione obbligatoria per tutti i giocatori. Inoltre abbiamo ricevuto precise garanzie per la tutela nei palazzetti: il pubblico sarà più distante dal campo, in ogni Palasport ci sarà almeno un'ambulanza. Nei programmi futuri c'è la costituzione di un fondo di fine-carriera a carico sia dell'atleta che della società, e la realizzazione di un contratto-tipo per tutti i giocatori.

Ti stai preparando un futuro da sindacalista...

Non credo proprio. Sono titolare di un'azienda flessografica di Cesena, produciamo carta per confezioni; ho altri due soci, e tre operai che lavorano. Come vedi, sono già dall'altra parte della barricata...

 

Villalta sotto canestro

RENATO

di Luigi Vespignani - tratto da "Il cammino verso la stella"

 

Le braccia al cielo in segno di trionfo, il volto segnato dalla gioia e dalla commozione, gli occhi raggianti che non sanno trattenere la lacrima traditrice. La foto di quel ragazzone che ha appena espugnato il fortilizio di San Siro annientando l'esercito di quindicimila milanesi, ha fatto il giro di tutta Italia, documentando sulle pagine sportive dei quotidiani il decimo scudetto, e quindi la stella, del basket bolognese.

Maglia numero dieci, con una V che significa, al tempo stesso, Virtus e vittoria. è la maglia di Renato Villalta. il capitano che ha guidato lo storico arrembaggio. Villalta: uno nome che resterà tra i capisaldi della storia virtussina, accanto a quelli di Valvola e Palmieri, di Dondi e di Marinelli, di Ferriani e Rapini, di Alesini e Calebotta, che in tempi differenti e al fianco di altri leggendari primattori, hanno firmato episodi indimenticabili di classe sportiva e di dedizione societaria.

Villalta, il gigante di Maserada, ha firmato con i gradi di capitano l'appuntamento con la stella. Un rendez-vous indimenticabile perché, pur annegando nell'ottimismo e pur augurando alla Virtus un'altra catena di trionfi, bisognerà arrivare almeno al Duemila prima che un altro capitano bianconero possa fregiare la sua maglia con una nuova stella. Ma forse era destino che toccasse proprio a Villalta, campione immenso e uomo di alta statura morale, l'aggancio col decimo scudetto. Acquistato per poche centinaia di milioni, il cartellino di Villalta è stato il più consistente investimento della storia recente della Virtus. Forse neppure la palestra-gioiello dell'Arcoveggio subirà lievitazioni altrettanto consistenti. La cifra pagata per Villalta fu giudicata da alcuni come una "pazzia", da altri come una "pericolosa avventura". Oggi il cartellino del capitano bianconero non ha prezzo: c'è che è disposto a spendere autentiche fortune pur di averlo, ma la Virtus non molla il suo capitano.

Perdippiù Renatone a Bologna si trova benissimo avendo avviato in regione un'attività industriale che lo impegnerà a tempo pieno, fra qualche ano, quando appenderà le scarpette al classico chiodo. è anche questa una dimostrazione di intelligenza: pur nella pienezza della sua vita sportiva, Villalta guarda avanti, gettando le basi per il futuro, spaziando in direzioni che non sono sempre e soltanto pallacanestro. Esattamente come fecero alcuni campioni del grande Borletti, come Stefanini e Pagani, che oggi i miliardi li manovrano a palate.

Altre doti di Villalta: tempra ferrea e autocontrollo invidiabile. "Sono un professionista e sto alle regole del gioco. Per quaranta minuti, dall'inizio alla fine della partite, sopporto le stupide punzecchiature e le volgari insolenze. Anzi, non le sento nemmeno. Ma al 41° la musica cambia: al fischio di chiusura torno un uomo come gli altri e se debbo rispondere per le rime, non mi tiro indietro".

Villalta padrone dei propri nervi, dunque. Ma certe emozioni neppure lui riesce a nasconderle. Basta leggere questa frase tratta da un articolo scritto da Renato e pubblicata sul Resto del Carlino:" Debbo confessare una cosa, che mi fa venire i brividi anche soltanto nel raccontarla. Sandro Gamba ha detto che nel basket italiano tre giocatori sono tanto bravi da non poter avere controfigura: Marzorati, Meneghin e Villalta. Credetemi, è un'emozione ineguagliabile, che non dimenticherò mai".

 

RENATO VILLALTA

di Dan Peterson

 

Quando sono arrivato in Italia, alla Virtus Bologna, nel 1973, avevo già una piccola idea del meccanismo del mercato per i giocatori italiani, avendo lavorato in Cile che, più o meno, avevo lo stesso sistema. Ciò che mi mancava, invece, era una vera conoscenza dei giocatori italiani e loro disponibilità sul mercato. Il primissimo nome che è venuto fuori era quello di Renato Villalta, pivot di 2,04, solo 18 anni ma una macchina da canestri, un Trevigiano che giocava a Mestre sotto coach Gianni Giomo, ex-Virtus, grande insegnante dei fondamentali, quello che ha 'creato' Villalta.

Abbiamo seguito Villalta per tre anni. Finalmente, nel 1976, la famosa operazione: Villalta alla Virtus per soldi, il prestito di due anni di Pietro Generali e la cessione definitiva di Aldo Tommasini. Hanno detto che il tutto dato per Renato equivaleva a 400.000.000 di Lire. Ovvio, viene fuori il suo nuovo soprannome: ''Mister 400.000.000.'' Insomma, come mettere una zavorra attorno al collo di un ragazzo di 21 anni. Già per il suo nome, reputazione, statistiche, ecc., era già famoso e le aspettative di tutti erano altissime. L'avevo visto giocare diverse volte e sapevo una sola cosa: in Serie A-1, non può giocare pivot.

Infatti, il primo anno con me non è stato super per lui. Parlo del 1976-77, nella squadra Campione d'Italia. Gli ho chiesto di giocare come ala grande, snaturando il suo gioco. Risultati negativi: da 25 punti per partita a Mestre, a 8 punti per partita alla Virtus. Ma lui aveva grandi qualità oltre al basket. All'inizio del campionato, vinciamo una partita a Cantù. Cena dopo. Tutti in fretta a finire la cena e tornare a Bologna. Villalta: ''Oh, aspettate. Non sono così abituato a vincere una partita così importante in trasferta. Vorrei godere il momento ancora più a lungo.'' Ecco la mia prima fotografia dell'uomo.

Il secondo anno, 1977-78, è andato meglio. Il motivo è stato uno solo: John Roche. Se oggi il pick and roll fa moda in Italia, è dovuto a quello 'verticale' della Virtus con Charly Cagliers (play) e Terry Driscoll (pivot); e anche, dopo, quello 'orizzontale' (usato a Milano con Mike D'Antoni e Dino Meneghin) con John Roche e Renato Villalta. Roche ha beccato Villalta con centinaia di assist. Risultato: Villalta appare nelle statistiche di ''Tiro da Fuori.'' Fuori? Villalta? Quando mai? Beh, 'fuori' era anche un centimetro fuori dall'area di 3''. Poi, mese dopo mese, Villalta ha allungato quella distanza.

Mi è tornato, poi, tutto in faccia. Io sono venuto a Milano e Renato è rimasto alla Virtus. Diventò ciò che avevo immaginato: il Dave DeBusschere italiano, con grande tiro da fuori. Maledetto lui! Mi è costato due scudetti, nel 1979 e nel 1984. Tutto con il suo ormai micidiale tiro da fuori, poi diventato tiro da tre. Poi, non ha mai dimenticato i suoi movimenti da pivot, quelli di Gianni Giomo. è diventato Olimpionico, Campione d'Europa, quintetto base della nazionale. Ovvio, due dimensioni, quella di Gianni Giomo e quella di John Roche. Ringrazio loro due, e Villalta, tuttora per ciò che hanno creato per me.

RIASSUNTO A CURA DI LADYVNERE, TRATTO DA "IL BASKET - UNO SPORT CHE PUÒ INSEGNARE" DI RENATO VILLALTA

 

Renato Villalta nasce il 3 febbraio 1955 a Maserada sul Piave (TV). Alto 2,04, ecco come si avvicina al basket, nel racconto di Augusto Giomo:

Mi viene detto da Turchetto, un amico arbitro, che c'è un giovane alto di 13 anni a Maserada. Non perdo l'occasione di andare a verificare se l'informazione è vera, anche se il più delle volte l'età, ma soprattutto la statura, sono molto diverse da quanto detto. Questo giovane dev'essere veramente un gigante se può mettere le balle di fieno direttamente nel fienile senza usare la scala. Vado al paese, domando informazioni all'osteria per sapere dove abita e come si chiama. Alcuni ragazzi mi dicono che sicuramente si tratta di Renato, e che lo posso trovare nei campi con alcuni amici. "Ma Renato chi?" "Renato Villalta, quello che abita in Via Matteotti".

Vado dove mi è stato indicato e trovo quattro ragazzi: tra questi ne spicca subito uno, gambe storte, ben piantato, alto sul metro e novantatre-novantaquattro. Gli parlo, e lui si dimostra meno timido e imbarazzato di quanto pensassi. Gli spiego quali sono le mie intenzioni e se gli può piacere fare quattro tiri a canestro. "Per me va bene", mi dice "andiamo a casa dai miei a sentire cosa ne pensano". Mi fa piacere questa sicurezza, questa tranquillità nel provare, anche perché Maserada dista una quindicina di km da Treviso e quindi c'è più di un problema da risolvere. Parlo con i genitori e questi acconsentono al loro figlio di venire con me a provare e vedere se questo gioco gli può piacere. Li rassicuro che lo seguirò personalmente, pertanto lo accompagnerò da casa al campo e ritorno con la mia 600.

Andiamo in un campetto, il S. Cuore, all'apertp, non a caso dove io e mio fratello abbiamo cominciato a fare i primi tiri; la mia idea è quella di farlo divertire, di invogliarlo a giocare a basket. Non faccio nessuna fatica: si dimostra subito pieno di voglia di divertirsi senza eccessiva paura di sbagliare. Corre, salta (per modo di dire) e trova piacere in quello che sta realizzando. È fatta. La pallacanestro ha trovato in quel momento il suo campione. Averlo visto allora era un po' bruttino, con quelle gambe arcuate e i piedi storti, ma la voglia di fare tutto con gioia era veramente grande. (...)

Finalmente possiamo andare fuori al campo di atletica, ed andiamo a provarci su tutte le specialità. Che delusione! Un vero disastro! Nella velocità, per non arrivare sempre ultimo, ha dovuto travolgere il suo compagno di corsia. Dopo il primo anno passato a Treviso s'impone la decisione di scegliere la società che accompagnerà Renato nella sua carriera cestistica.(...) La decisione fu per Mestre. Il passaggio alle giovanili di Mestre coincise anche con la crescita a livello nazionale di questa società: cominciarono ad arrivare le prime finali nazionali giovanili, le prime convocazioni per i collegiali del settore nazionale e, come sempre, le prime difficoltà nel dover fare conciliare tutti i problemi che sorgevano... L'impatto con la prima vera convocazione a Cortina cominciò ad aprire i primi veri grossi problemi di identità di società e di programmi futuri per il giocatore. (...)

Nel giro di un anno Renato riuscì a perdere completamente la paura del contatto fisico, anzi a sfruttarlo così bene sia per ricevere il pallone che per proseguire nell'azione successiva e andare a canestro. Con quel movimento, trovò una miniera di punti e tiri liberi da effettuare. (...) La trafila nelle giovanili lo portò molto presto in prima squadra dove continuò l'evoluzione tecnico-tattica-atletica. Di pari passo vennero, sempre più pressanti, le richieste di trasferimento da parte di quasi tutte le società della massima serie. Ci fu il Simmenthal Milano che fece fuoco e fiamme pur di averlo: in effetti fu la prima a muoversi fin dal primo collegiale di Cortina, ma la sua concretezza "meglio un uovo oggi che la gallina domani" lo portò a seguire le fortune della società mestrina, trovando giorno dopo giorno la sua completa dimensione. L'annata trionfale per Mestre fu quella culminata con la promozione in serie A, in quel campionato Renato fece davvero sfracelli; la sua capacità di giocare spalle a canestro ci mise nelle condizioni di avere un'altissima pericolosità in attacco dato che la sua scivolata a canestro era veramente micidiale ed il suo tiro cominciava ad avere percentuali accettabili. Dai 5 metri la buttava dentro ormai con continuità (...)".

Poi, un bel giorno, la svolta. La racconta lui stesso: "Arrivò i primi di giugno la telefonata che aspettavo da tempo: "Troviamoci domani sera a Iesolo" mi disse Guido Fregonese (dirigente della Duco Mestre). Puntualmente il giorno dopo ci incontrammo in una gelateria. "Allora - mi disse Fregonese - ti abbiamo venduto: andrai a Bologna al Fernet Tonic". "D'accordo" risposi, anche se in cuor mio contavo in un'altra collocazione. Speravo in una grossa squadra, ma dopo tutto il Fernet Tonic [è la Fortitudo di allora, ndr] mi andava bene. Anche se era una neopromossa aveva grandissime ambizioni. Eppoi, a questo punto, pur di andare via da Mestre mi andava bene tutto. Mentre stavo per uscire dalla gelateria, Fregonese ridacchiando mi disse: "Ti ho preso in giro; è vero che ti abbiamo ceduto ad una squadra di Bologna, ma è la Virtus Sinudyne...". Mi parve di toccare il cielo con un dito, avevo dentro qualcosa che si agitava furiosamente. Era il 1976, avevo 21 anni. Si stava avverando il mio sogno: giocare in una grande squadra che, per di più, aveva appena vinto lo scudetto...".

Arrivò a Bologna accompagnato dalla fama di "mister 400 milioni". Era il primo giocatore di pallacanestro ad essere ceduto per una somma così ingente. Porta la Virtus, nelle sue 13 stagioni consecutive con la maglia bianconera, fino all'1988/1989, alla conquista di 4 scudetti e 3 coppe Italia, diventando per questo uno degli uomini-simbolo della sua storia. In casacca bianconera detiene il record assoluto di realizzazioni a quota 7306 (il migliore di sempre in carriera per un giocatore italiano) e di rimbalzi catturati con 3133, viaggiando ad una media di 15,5 punti e 6,6 rimbalzi di media a partita ed il 50,3% nei tiri da 2.

 

RAZZA PIAVE

di Gianfranco Civolani

 

Voi cosa intendete per mattonella, per esempio la piastrella di maiolica di un bel bagno? Errore, dicesi mattonella lo spazietto di un Palazzo dello Sport, lo spazietto nel quale e dal quale Renato Villalta faceva sempre paniere. Renatone Villalta contadino. Me lo dice lui non appena sbarca a Bologna da Mestre. Veniva dalla campagna trevisana, si era notevolmente affermato giocando pivot nel Duco, ne dava e ne prendeva senza fiatare e quando Dinone Meneghin gli ammollava qualche malevolissima gomitata nel costato o anche in bocca, lui Renatone cerva subito di replicare con i gesti se non proprio con quelle parole che gli restavano sempre a mezza lingua perché in campagna si usava faticare e non baccagliare. Arriva a Bologna per una barca di soldi (al Duco, voglio dire) e Little Dan Peterson è bravissimo a inserirlo gradualmente senza che gli altri (massimamente Gigione Serafini) si incupiscano più di tanto. E lui gironzola per la città con una moglie giovanissima e carinissima che "sta cercando di civilizzarmi" , confida lui senza giri di parole. Renatone Villalta poco a poco cambia pelle. Mi spiego: in campo non può più di tanto tener botta contro chi misura duedieci e rotti. E allora si sposta e così prende ugualmente i rimbalzi e mette a frutto un tiro che non è neanche un tiro perché è una schioppettata che fa tanto male agli altri. Dicono di lui: sì, tanto bravo, ma non corre e non salta mica. E lui: salto poco, ma bene. E non è vero che non corro. Corro tantissimo, ma molto piano e però corro sempre, fateci caso. Il carattere? Razza Piave, scriviamo tutti per comodità dialettica. Ma anche qui andiamo un po' più a fondo. Renatone ha una sensibilità spiccatissima e quando il suo primo matrimonio va a rotoli, cori infami lo solcano e direi che lo fortificano. Lui non batte ciglio, sopporta spartanamente anche quando potrebbe prendere per gli stracci gli imbecilli e una sera mi fa: "se quelli che mi urlavano certe robe sapessero quante volte le loro fidanzate e mogli con me, beh, mi hai capito...". Vero, le donne se lo mangiano e lui pian piano si toglie quella patina di pecoreccio (nel senso migliore dell'espressione, si badi) che si era portato dietro a Bologna. Renatone invecchia stupendamente, comincia a coltivare le amicizie giuste e a lavorare proficuamente anche fuori dal parquet. E si accendono discussioni sul miglior uomo del basket Virtus di sempre. Lui Renatone o sennò chi? Gioca fino a trentacinque anni sforacchiando il canestro preferibilmente - lo dicevo sopra - dalla sua sacra e inviolabile mattonella. Sì, i rimbalzi e la difesa, ma dategli palla e lui fa sempre ciuff. E intanto si fa vindice dei cosiddetti oppressi diventando anche presidente dell'Associazione Giocatori e in spogliatoio comincia a fungere da collante, lui che aveva come norma di vita il vivi e lascia vivere. Oggi Renatone è fuori. Una bandiera che è stata ammainata in Virtus anche perché a Villalta è venuta l'idea di intentare una causa legale per via - dice lui - di quattrini pregressi. E così lui è fuori, si diletta a volteggiare con i vecchietti della Sklero, fa insomma con qualche voluttà i tornei delle vecchie glorie e a quarant' anni ha una sua azienda e una nuova moglie che gli ha reso ancor più felice questa gaudiosa seconda vita. Io non so se Renatone abbia fatto bene o male a mettersi contro i sacri colori, fatti suoi e figuriamoci se mi intrometto. Ma il giocatore fu di enorme spessore, forse il più grande di tutti, facciamo un ex-aequo fra Marinelli, Lombardi, Brunamonti e Renatone, può andare? Non so se poteva e doveva essere più dolce con i sacri colori, davvero mi dispiace che in Virtus non gli abbiano riservato nemmeno un cantuccio dorato. Lui continua a venire alla partita, lui è un eroe del parquet, pardon, della divina mattonella. Quel che lui ha fatto per la Virtus e per l'Italia non si cancellerà mai. Oggi ha i capelli grigi e si è tolto la zazzerona che infrangeva tanti cuori più o meno solitari. Dicesi mattonella quel metro quadro dal quale Renatone faceva mille volte paniere, va bene così?

MAI PIÙ QUEL "10"

Villalta, addio dopo 13 anni e 3 scudetti. La Virtus decide di ritirare la maglia del capitano ceduto a Treviso. "Fosse dipeso da me avrei voluto chiudere qui a Bologna"

di Lorenzo Sani - Il Resto del Carlino" - 06/07/1989

 

Un addio senza lacrime, anche se sotto sotto ci si sente tutti un po' più vecchi. Renato Villalta ha lasciato Bologna. Il "10 bianconero" sarà ritirato, quel numero non apparterrà mai più a nessuno, secondo una prassi assolutamente anomala per la Virtus. Ma lo stesso distacco da Villalta, da una fetta di storia lunga 13 anni e tre scudetti è fuori dalla norma. Forse è vero che ai giocatori, nel quadro di un basket che ha cambiato pelle, non ci si dovrebbe affezionare troppo. Ma non c'è solo la logica, fortunatamente, che pompa sangue al cervello. È calato dunque ieri mattina attorno al mezzogiorno il sipario sulle V nere dell'ultima generazione, ma è un mondo intero che Bologna infila in uno scaffale. A pensarci bene della squadra che nel 1984 portò sotto le Due Torri la stella del decimo scudetto è rimasto solo Robby Brunamonti. Binelli, all'epoca ultimo del roster, era poco più che un ragazzo. Se vogy spingere la lama dell'analisi ancora più a fondo ci accorgiamo che dietro all'addio di Villalta, c'è anche la definitiva e reale uscita di scena di Gigi Porelli, figura altrettanto irripetibile per lo sport bolognese. I segnali sono tanti. Lo scorso anno l'avvocato per la prima volta firmò un contratto di due anni col capitano, oggi il capitano si toglie la maglietta bianconera per indossare i colori uniti Benetton. L'avvocato ha ripreso a tutti i costi Bonamico arrivando a pagarlo addirittura cinque giocatori, oggi Bonamico è a Forlì e con l'aggiunta di 100 milioni, al suo posto è arrivato Lauro Bon, 28 anni, gran tiratore in A2, debuttante nella massima categoria dei canestri. L'avvocato riportò a Bologna Peterson, celando dietro alle motivazioni logiche di questo remake anche certi valori affettivi che solo chi sa rischiare senza paura può avere. Ma oggi anche Dan ha staccato la spina.

Si ricomincia così dall'ultimo addio. Un addio che chiude un ciclo nel quale è rimasto prigioniero, forse solo per un altro anno, Brunamonti. È a lui, al suo miglior compagno di squadra, che Villalta lascia il testimone di capitano.

"Lascio la Virtus per una scelta tecnica della società e come tale va rispettata. Fosse dipeso  dalla mia volontà avrei finito la mia carriera a Bologna, ma i matrimoni si fanno in due. Sono dispiaciuto, è inutile nasconderlo, ma al tempo stesso lusingato di essere entrato a fare parte della Benetton".

Renato va a ruota libera. Si era preparato in un block notes qualche appunto, ma dall'inizio alla fine della chiacchierata non aprirà mai quel quaderno.

"Tutte le più grosse soddisfazioni le ho avute qui, ma credo di aver dato anche tanto. Il momento più bello è stato senza dubbio la conquista dello scudetto della stella: ha significato moltissimo per la città e per la società. Quello più brutto, la finale di Coppa dei Campioni persa per un punto a Strasburgo:.quel giorno mi sono sentito derubato".

Quale Virtus ricorda con maggior piacere?

"Quella di Bucci. Avevamo formato un gruppo nel vero senso della parola e poi lo scudetto vinto a Milano, espugnata due volte, con un'incredibile altalena di emozioni".

E il quintetto ideale, abbracciando questi 13 anni?

"Escludendo chi gioca oggi, direi senza dubbio Driscoll, McMillian, Cosic, Bertolotti e Caglieris"

Il miglior allenatore?

"Chi mi ha dato moltissimo, quando arrivai a Bologna sotto un'incredibile pressione, fu certamente Dan Peterson. Ma come si fa a non citare Driscoll, Bucci, lo stesso Hill, che reputo molto in gamba".

Non ne sono passati un po' troppi?

"Credo che una società non scelga mai contro i propri interessi. Giudicare col senno di poi è facile...".

Chi vuole ricordare o ringraziare in questo momento?

"Ma  un po' tutti, fai compagni ai tifosi, a Menozzi, Andalò, Balboni. Poi, certo non per ultimo, l'avvocato Porelli. Chi non lo conosce può anche trovarlo scontroso ed irascibile, ma io vi dico che è un gran personaggio".

Quando ha capito che non era più aria?

"La prima volta che ho parlato coi dirigenti, tre o quattro settimane fa".

Avrebbe mai pensato l'estate scorsa, firmando un biennale, che sarebbe stato il suo ultimo campionato in bianconero?

"Assolutamente no, anche perché era il primo contratto biennale della mia vita".

Due anni anche a Treviso, poi?

"Voglio solo finire bene. Anche per una questione di immagine spero di saper dire basta al momento giusto. Non scenderò in A2 o in B, ma un paio di campionati ad alto livello sento ancora di poterli fare, eccome".

Una stretta di mano, un sorriso per i fotografi, la parola fine. Così si chiude a Bologna l'era Villalta. Così vanno in archivio 13 anni, tre scudetti, ma soprattutto tanti, tantissimi ricordi. Con una semplicità francescana, talmente prova di enfasi da non riunire al tavolo di questa ultima cena nemmeno il presidente Francia. Per un addio che gli stessi dirigenti virtussini Gualandi e Mancaruso hanno definito un po' sottotono, le promesse di un abbraccio divrìerso in futuro. Un domani, che per molti altri versi, è iniziato quando Renato è per l'ultima volta uscito dalla porta della foresteria bianconera di via Cervellati lasciandosi alle spalle, nel confuso cocktail di sentimenti, anche un pizzico di amarezza.

 

RENATO UNA STELLA

Insieme a Villalta riviviamo i giorni dello scudetto, vinto dopo una durissima sfida con Milano: "La nostra forza fu credere sempre nel successo"

di Renato Villalta - VNere - 21/11/1990

 

Devo focalizzare una sola partita? Allora scelgo la gara della Stella, quella che nel 1984 ci ha regalato a Milano il decimo scudetto. Devo dire che quell'incontro l'ho ancora fotografato davanti agli occhi. La schiacciata negli ultimi secondi con la quale Brunamonti ha posto il sigillo al nostro trionfo, non la cancellerò mai dalla mia mente. Mi ricordo che tutti noi ci rivolgemmo verso i tifosi bolognesi, che ci avevano seguito nella trasferta al vecchio palazzone, quello col velodromo, poi, messo fuori uso dalla neve. Fu una soddisfazione incredibile, una gioia difficile da raccontare. Non ci credevano tantissimo. A Milano avevamo vinto la prima sfida della serie, allora al meglio delle tre partite. Poi la Simac ci aveva restituito il colpo, venendo a prendersi gara-due a Bologna. La sconfitta subita in casa aveva tolto a molti tifosi fiducia in un nostro nuovo exploit. Espugnare il parquet di Milano era impresa difficilissima, farlo per la seconda volta consecutiva in pochi giorni, addirittura ai limiti delle nostre possibilità. Nello spogliatoio però tutti noi eravamo convintissimi nei nostri mezzi, volevamo farcela e credevamo di avere ancora le frecce giuste nel nostro arco. La terza partita, insomma, assumeva davvero i contorni di una sfida impossibile. In quella Simac c'erano i D'Antoni e i Carr, gente con la quale non si poteva certo scherzare. Ricordo la determinazione che ci misero loro: fu enorme. Ma per la Simac non ci fu comunque niente da fare. Anche noi eravamo caricatissimi. La giornata per la Virtus cominciò presto, col ritrovo in piazza Azzarita. Milano era una di quelle trasferte che si affrontavano partendo in pullman, la domenica mattina. Poche ore di autostrada ed eccoci arrivati. L'atmosfera era elettrica. Quando incrociammo i  nostri tifosi, che ci incitavano in prossimità del palasport, capimmo di non essere i soli a crederci. Coloro che avevano affrontato per un'altra volta la trasferta evidentemente avevano fiducia nei nostri mezzi. E tutti noi volevamo ripagarli. All'ingresso sul parquet per il riscaldamento, rammento il gran frastuono dei fans milanesi, ma anche l'incitamento dei tifosi bianconeri. Poi la partita, il rush finale, il trionfo. Io giocai una buona gara offrendo il mio contributo al tabellino. Ma tutta la squadra si superò. Al ritorno, trovammo la scena indimenticabile di piazza Azzarita colma di tifosi che aspettavano il nostro pullman. Episodi raccontati mille volte, ma che nessuno di coloro che erano presenti quella notte potrà mai eliminare dai propri ricordi. Il trionfo della Virtus fu così l'apoteosi di tutta la città. In quella magica stagione vincemmo, oltre allo scudetto, anche la Coppa Italia, a suggellare il fatto che i più forti avevamo dimostrato di essere noi: la Granarolo di Brunamonti, Bonamico, Binelli, ma anche di Rolle e Van Breda Kolff, oltre a tutti gli altri.

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NELLA VIRTUS DEL FUTURO NON CI SARÀ PIÙ IL NUMERO 10

Sabatini pensa di ritirare ufficialmente la maglia di Villalta

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 11/03/2004

 

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L'obiettivo è ripresentare anche per la Fip, il marchio Virtus a tempo pieno. Un marchio "salvato" da Claudio Sabatini (un aspetto questo, che continuano a dimenticare quanti accostano il caso Virtus a quello della Fiorentina, retrocessa sul campo e fallita in tribunale) che rispolvererà tutti i suoi trofei. E le sue bandiere. E tra quei vessilli che campeggiano già ora, dalla volta del PalaMalaguti, si sono formati un paio di spazi curiosi attorno alla canotta numero "4", quella di Roberto Brunamonti, ritirata per sempre nell'autunno del 1996. ci sono due spazi accanto alla canotta del capitano, e uno di questi sarà occupato dalla maglia di Villalta. Ritirata ufficiosamente dopo il passaggio di Renato a Treviso e ricomparsa una prima volta a un torneo a Porto Rose, sulle spalle di Tullio de Piccoli.

Una storia, quella della maglia numero "10" - prima ritirata e poi rimessa in circolazione - che avrebbe poi proseguito la sua corsa sulle spalle di Hugo Sconochini, Sani Becirovic e Mladen Sekularac (nota di Virtuspedia: anche Matteo Panichi nel 1998/99). E il numero "10", appunto, è la canotta che avrebbe voluto indossare, una volta arrivato a Bologna, Agostino Li Vecchi. La maglia, gli è stato detto, è stata ritirata. Ora non essendoci legami particolari nemmeno con il vecchio Progresso Castel Maggiore, è chiaro che la maglia numero "10" tornerà d'attualità in estate per essere riconsegnata, definitivamente, al suo "legittimo" proprietario, Renato Villalta. Un aspetto, questo, che era stato illustrato la scorsa estate, proprio da Claudio Sabatini, che non aveva escluso altri "ritiri" eccellenti.

Dopo la "10" di Villalta, prossima al ritiro definitivo, per trovare posto lassù, accanto a quella di Brunamonti, restano nel mirino dell'attuale proprietario almeno altri due numeri.

Il "20" di Micheal Ray Richardson e il "5" di Predrag Sasha Danilovic.

...

Porelli, Villalta, Peterson e Bertocchi alla cerimonia di ritiro del n. 10

VILLALTA: "IO, ULTIMA BANDIERA"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 02/02/2005

 

Domani spegnerà la cinquantesima candelina. Mezzo secolo di storia val bene una maglia. Quella numero 10, ritirata ufficiosamente nel 1989 e rimessa in “commercio” (finì sulle spalle di De Piccoli) nel 1996. Claudio Sabatini, patron della Virtus, dovrebbe ritirarla definitivamente nei prossimi giorni.

Buongiorno, Villalta. Se dà un’occhiata alle sue spalle cosa vede?

La gobba. No, scherzi a parte, vedo un periodo della mia vita trascorso in maniera stupenda.

Ricorda il suo soprannome? Mister 400 milioni, pesavano tanto?

Ho pagato dazio. Anche se quei 400 milioni finirono a Mestre. Un trasferimento importante, anche perché in quel periodo mi cercavano altri. Offrivano somme più elevate, anche al sottoscritto. Ma sono arrivato alla Virtus. Ho capito che i valori erano anche altri.

Chi la cercò?

Milano. E il Fernet Tonic. Il primo contatto con Bologna avvenne proprio con il Gira. Provarono a convincermi in tutti i modi. Bussando alla porta della mia famiglia, facendo regali a mia sorella.

Arrivò in una Sinudyne scudettata, fortissimamente voluto da Peterson. Ci mise un paio d’anni per prendere le misure allo scudetto.

Ho cominciato male, con un paio di secondi posti. Milano, Varese e Cantù, in quel periodo, erano fortissime. Qualche soddisfazione ce la siamo tolta.

Cosa significa l’avvocato Porelli?

Tutto. Personaggio carismatico. Mi ha insegnato tutto, la sua filosofia. Non si può che parlarne bene.

Il suo ricordo più bello?

Lo scudetto della stella. Ma anche il primo non fu male.

Due vittorie al palazzone di San Siro che non c’è più.

Ricordo piazza Azzarita all’una di notte, piena. Migliaia di persone ad aspettare il pullman.

L’amarezza più dura da mandar giù?

Una parola non mantenuta, quando andai via da Bologna. E poi, sportivamente, Strasburgo.

Lei e il derby.

Ne ho giocati tanti. Era una gara particolare, perché al massimo si giocava tre volte in una stagione. Abbiamo passato dei periodi nei quali se ne giocavano tre al mese. La bellezza di questa sfida è che non è racchiusa in quell’ora e mezza al palazzo, ma nell’attesa. Più è lunga, più è bella. Ne ho giocati tanti. E tanti ne ho vinti. Anche se ne persi uno…

Il suo quintetto di sempre?

Che hanno giocato con me?

Chiaro.

Cosic, Mc Millian, Caglieris sono i primi tre. Poi ci metto Van Breda Kolff, Brunamonti, Bonamico, Clemon Johnson, Driscoll, Roche, Richardson. Non ho mai giocato con Danilovic, ma sono rimasto affascinato da lui.

Un tris di allenatori?

Peterson e Gianni Giomo. Ma anche qui l’elenco è lungo: Aza Nikolic, Renzo Ranuzzi, ancora Driscoll ed Ettore Zuccheri.

L’avversario più duro?

Johnson, quello di Napoli, magro magro. Sgusciava via come un’anguilla. E io facevo una figuraccia.

La nazionale?

Beh, due luoghi: Nantes e Mosca.

L’addio a Bologna e il trasferimento a Treviso, che pure era casa sua.

Mi chiesero di restare là i Benetton. Ma avevo dato la mia parola a Bologna e alla Virtus.

La Giba, il sindacato dei giocatori?

Io, l’avvocato Bertani e Martini. Un periodo carbonaro: in auto, dopo gli allenamenti, nella nebbia, per girare l’Italia. E spiegare l’importanza di certe cose.

Esistono ancora le bandiere?

Purtroppo no.

Cosa accadrà alla sua Virtus?

Mi auguro che torni in A. Sarebbe un bene per il basket italiano. Per il derby. E un premio a Sabatini che sarebbe così ripagato per la sua caparbietà e la sua cocciutaggine.

 

QUEL 10 PUÒ ESSERE SOLTANTO DI RENATO

di Gianni Cristofori - Il Resto del Carlino - 02/02/2005

 

V come Virtus o come Villalta. Fa poca differenza, Renato arrivò a Bologna nel '76 per una cifra folle (400 milioni) e da Bologna non se n'è più andato dopo aver iniziato la carriera a Mestre e dopo averla conclusa a Treviso, a un passo dal paese, Maserada, dove è nato il 3 febbraio 1955.

Ha smesso a 36 anni come miglior marcatore italiano di ogni epoca. Forse sarebbe valsa la pena ritirare allora la sua maglia e appenderla, accanto a quella di Brunamonti, alla volta del PalaMalaguti. Ma in realtà Villalta non se n'è mai andato dalla Virtus tanto che oggi, a 16 anni di distanza dall'ultima partita giocata in bianconero, ricopre la carica di vicepresidente della Virtus casa madre. D'altra parte quando un giocatore diventa una bandiera e la maglia si trasforma in una seconda pelle è inevitabile che da quel ruolo non possa abdicare.

La maglia numero 10 di Renato Villalta ha una storia particolare che lo stesso Renato raccontò in un libro autobiografico: "Al n. 10 sono affezionato e l'ho fortemente voluto. Da ragazzino vidi giocare con quel numero Steve Hawes a Venezia. E poi col numero 10 giocavano anche Rivera e Pelè...".

Per Villalta non fu così facile appropriarsi di quel numero quando arrivò alla Virtus perché quella maglia apparteneva a Marco Bonamico. Per sua fortuna proprio quell'anno il "marine" se ne andò per una stagione alla Fortitudo ma terminato il prestito e tornato in Virtus, Bonamico pretese il suo numero. Così, racconta ancora Villalta, ce lo giocammo a testa o croce. E vinse lui. Ma dall'anno dopo rinunciò al 10 (nota di Virtuspedia: dall'anno dopo Bonamico andò per due stagioni in prestito e solo quando tornò rinunciò al numero) che così tornò a me". E allora si capisce perché quel numero mai ritirato ufficialmente è stato e sempre sarà di Villalta, come è naturale per chi è stato protagonista di una grande storia.

"RENATO ERA GIÀ UN GRANDE. IO LO LANCIAI NEL SUO RUOLO"

I ricordi di coach Dan Peterson: "Pensai che era basso per fare il centro e lo allontanai dall'area. Ma trovò la sua mattonella da solo giocando "elle" con John Roche. Insieme a Meneghin è un simbolo"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 03/03/2005

 

La maglia di Villata farà compagnia, nelle volte del PalaMalaguti, alla canotta di Brunamonti. E forse un giorno bisognerebbe appendere un "pezzo" di panchina perché Dan Peterson alla Virtus ha portato in dote la prima Coppa Italia (1974), il primo scudetto dell'era moderna (1976) dopo i fasti della Sala Borsa, e pure la prima finale internazionale (Coppa delle Coppe, 1978). In attesa di sapere se Peterson entrerà di diritto tra le"Virtus legends", lo abbiamo importunato, sfruttandone le grandi doti di oratore.

Peterson, Villalta è un suo figlioccio. Giusto?

"Non voglio prendere meriti che non sono miei".

Di chi, allora?

"Quando arrivò a Bologna Renato era già il pezzo più pregiato del mercato. E l'aveva forgiato Gianni Giomo. I meriti sono suoi".

Lei, però, ha aggiunto qualcosa.

"Renato era un 2,03-2,04. Non poteva pivot in quel momento. La mia intuizione  fu di allontanarlo dal canestro, di trasformarlo in ala forte, alla Dave Debuschere poi..."

Poi?

"Poi fu bravo Renato a sopportare quel trauma. All'inizio soffrì tanto. Giocava spalle a canestro, lo portammo a giocare fronte a canestro. Giomo gli aveva dato una dimensione interna, noi lo completammo, dandogli anche quella esterna".

Fu lei, durante qualche allenamento, a individuare la famosa "mattonella" di Renato?

"No. Successe quasi per caso, durante la seconda stagione di Villalta a Bologna. Era il mio ultimo campionato, come guardia avevamo John Roche. E John chiamava il gioco "elle", con il quale doveva sfruttare un blocco di Renato. Ma Villalta, anziché avvicinarsi al canestro, si allontanava. Guardammo le statistiche: nel tiro da fuori - e ricordate che all'epoca non c'erano le triple - aveva il 56 per cento. Insistemmo, prese fiducia. Diventò Villalta".

Ma fu lei a volerlo o l'avvocato Porelli?

"Tutti e due. L'avvocato me lo segnalò, andammo a vederlo a Mestre. Come dicono negli States anche Ray Charles si sarebbe accorto del suo talento".

E Renato la ringraziò battendola due volte in finale, quando lei guidava Milano.

"Proprio così. Dalla sua mattonella non sbagliava mai. E ci fece tanto male".

Lei ha allenato anche Meneghin.

"Già, Dino, il monumento nazionale. Un simbolo. Ma anche Renato non scherza.

Farebbe parte del suo quintetto italiano?

"Certo. Meneghin pivot, Villalta ala forte, Bertolotti come ala piccola, Premier come guardia e Caglieris come play. Con Gallinari sesto uomo. E poi mi sono dimenticato Bonamico".

Cosa pensa del ritiro della maglia di Renato?

"Si tratta di un gesto giusto. È un simbolo, come lo sono stati Danilovic e altri campioni. Che non erano importanti per quanti punti segnavano, ma per come sapevano vincere. E poi significa che la Virtus ha memoria. Ha la memoria della sua storia e della sua tradizione".

La rivedremo in serie A?

"Me lo auguro, anche se Capo d'Orlando vola. Ma la Virtus avrà la forza, eventualmente, per vincere i playoff".

"RENATO PER ME NUMERO UNO. CON LUI FU UNA VIRTUS FELICE"

L'amicizia con l'avvocato Porelli: "Fra gli italiani è il migliore che ho avuto. Non lo ritengo mio figlioccio"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 04/03/2005

 

Gennaio 1996, nell'aula magna di Santa Lucia si celebrano i 125 anni di storia della Sef Virtus. Tanti premiati, anche dalla sezione basket, ma nell'elenco non è compreso il nome di Villata, all'epoca in causa con patron Cazzola. Renato, però, è presente tra il pubblico. C'è un cerimoniale e c'è un solo uomo che può rompere (avendone diritto) questo cerimoniale. Gianluigi Porelli si alza in piedi e chiama Villalta. "Non ci sono premi - dice l'avvocato - ma l'abbraccio a chi ha fatto la storia della Virtus non può mancare".

Nove anni dopo il pensiero di porelli non è cambiato.

Avvocato, Villalta è il primo giocatore della Virtus?

"Se parliamo di italiani non ci sono dubbi. Per me Renato è il numero uno".

Uscendo dai confini?

"Allora dico Cosic. E a livello mondiale poi Richardson".

Ricorda i festeggiamenti per i 125 anni di vita della Sef?

"Come no".

Lei "premiò" Villalta.

"Beh, premio...; fu un abbraccio. Che continuo a pensare che Renato meritasse".

Domenica ritireranno la maglia numero 10.

"Credo sia giusto, per tutto quello che ha dato alla Virtus".

Avvocato, sia sincero: per averlo versò veramente 400 milioni di lire?

"Sì. Soffrii moltissimo in quel momento".

Si è mai pentito di quella spesa?

"Mai. Perché Renato, poi, ha portato tanto. Come giocatore e come immagine".

Lo considera un suo figlioccio?

"No. Non ho figliocci".

Per Renato, però, lei è come un padre.

"Va bene. Ho una grande stima di Renato e continuo a pensare che sia il più grande giocatore italiano che io abbia mai avuto. Parlo della mia gestione, sia chiaro. Ma figlioccio, no".

Quale è stata la più grande soddisfazione che le ha regalato Villalta?

"É molto difficile dare una risposta del genere. Renato va inserito in un gruppo che di soddisfazioni, alla Virtus ne ha date tante. Lui ha portato tanto, anche dal punto di vista tecnico. Anche se poi Peterson lo inventò ala alta, trovandogli pure la famosa mattonella. Ma Renato era la Virtus".

Il vostro dispiacere più grosso?

"Nessun dubbio. Starsburgo. Arrivammo a quella finale privi del nostro miglior giocatore, McMillian, che s era infortunato a Brindisi. Poi c'erano condizioni ambientali tali che...la Fiba tollerò tutto, io non volevo nemmeno giocare. Furono proprio Renato e Martini a convincermi del contrario. Mario non era un fuoriclasse, ma uno che contava parecchio dentro il gruppo. Poi ho un altro dispiacere".

Quale?

"Ma è un'altra storia".

La racconti lo stesso.

"In Fortitudo, Luciano Conti stava passando la mano. Presi Ferro, che in quel momento ci serviva tanto, ma ignorai il suggerimento di prendere anche Magnifico. Fuori dalla porta ad aspettare c'era Skansi e Magnifico finì a Pesaro. Forse con Walter e Renato insieme avremmo vinto qualche scudetto in più. Ma non sono mancate le soddisfazioni. Feci quell'errore, ma non mancarono i colpi di culo".

Villalta?

"No, Renatoera già un campione che pagammo profumatamente a Mestre. No, il colpo fu Peterson, che all'epoca era uno sconosciuto. Ero già d'accordo con Rolly Massimino che poi non si spostò. E un legale americano, mio amico, mi disse di questo giovane tecnico che aveva appena guidato il Cile. Un bel colpo di fortuna per noi.

IL NUMERO 10 DI VILLALTA PER SEMPRE NELLA LEGGENDA

di Marco Martelli - La Repubblica - 04/03/2005

 

Il numero dei fuoriclasse e dei fantasisti, di Pelè e Maradona, di Baggio, Platini e millanta ancora, il numero dieci che di Basket City diventò un´icona, Renato Villalta se lo vedrà issare, domenica al PalaMalaguti, nella più classica delle cerimonie mutuate dagli Stati Uniti. Il "10" Granarolo s´affiancherà quindi al "4" di Roberto Brunamonti, attendendo l´arrivo di altre "Virtus Legends", a chiudere una collana che dovrà sfociare anche nel merchandising bianconero: il prossimo è il 20 di Michael Ray Richardson, poi il 5 di Danilovic, quindi l´11 di Cosic e Binelli. Oggi il primo passo: all´Ageop, si celebrerà il connubio istituzionale e benefico, poi domenica, ai bordi della partita con Pavia, si solleverà la maglia verso le volte di Casalecchio. Renato arrivò a Bologna nel 1976, ventunenne, da Mestre via Maserada sul Piave, paesino da tremila anime a 12 chilometri da Treviso. In cambio, un assegnone da 400 milioni. Ma il numero 10 dei suoi idoli, Gianni Rivera e Steve Hawes, libero il primo anno, venne discusso già alla seconda campagna. Marco Bonamico, che ne era stato il possessore, tornava da un anno in prestito alla Fortitudo e se lo giocarono a testa o croce: vinse il Marine, e così anche in Nazionale. Lo tenne un po´ (e Villalta ebbe l´11), ma dopo Mosca ´80 Bonamico si rifugiò nel celebre 15. La storia sportiva con la Virtus s´interruppe nell´estate del 1989, 13 stagioni dopo. Renato raggiunse la Benetton, dove due anni dopo smise di giocare. Quando però tornò per la prima volta al PalaDozza, l´8 novembre 1989, una sera in cui Sugar illuminò la scena, alla palla a due il numero 10 gli venne materialmente regalato, e simbolicamente ritirato, dal presidente Francia: un quadro con la maglia che nessuno usò più. Solo nelle intenzioni, però. Correva infatti il 1993, quando Villalta rivendicò dalla Virtus la posizione di ex lavoratore subordinato, quindi con diritto a un fondo pensione. Presidente della Vu nera era Alfredo Cazzola, che non prese bene la faccenda economica, tra l´altro piombata in casa Virtus durante la bufera per la schiena (e la successiva causa) di Cliff  Levingston. La riposta fu di rimettere in circolazione il numero 10. Il primo a rivestirlo fu Tullio De Piccoli, anno 1996. Poi venne Hugo Sconochini, che ci vinse uno scudetto, un´Eurolega, una Coppa Italia, infine Sani Becirovic e Mladen Sekularac, e vabbè. Domenica, quindi, sarà il secondo ritiro della maglia, fortemente voluto da Claudio Sabatini, che con Villalta ha un rapporto stretto, se proprio lui, dopo l´esclusione della Virtus nell´agosto 2003, chiamò Mr. Futurshow per scalare il Mortirolo della rinascita.

VITA DA VILLALTA, CUORE BIANCONERO

di Marco Marozzi - La Repubblica - 06/03/2005

Corre sollevando poco i piedi da terra. E così arriva dove vuole. Pensi di staccarlo e te lo ritrovi dietro, a fianco, davanti. 
Chissà se Renato Villalta, elegante bandiera della Virtus, era così da giocatore, adesso è così nella vita. Macina, dà serenità, non esagera, non si ferma, arriva a traguardi che sono tutti suoi. O al massimo dei suoi amici. E´ uno non competitivo non perché non sappia correre. Perché aspetta gli altri.
«Ve´ chi c´è? Villalta» lo ferma ancora la gente quando lo vede in tuta sotto i portici. E meno male che tutti - o quasi, a scanso di permali - riconoscono almen uno degli amici in sudata libera con lui. «E mo´ c´è anche Prodi». Passi per quel «anche». Il Professore è magnanimo per scelta costituzionale e quando corre con Renato Villalta sa di rischiare quarti d´ombra. Se non altro quella dei due metri e 4 in grado di sovrastare chicchessia. Prodi, che da politico si autodefinisce un diesel, è amico di vita e di corse di Villalta, torre da chilometri sicuri e tranquilli. «Una gran persona» dice di lui il Professore. E qui siamo nella banalità encomiastica. Più personale il seguito della considerazione: «E´ bellissimo che premino Renato dopo tanti anni. Vuol dire che è rimasto, resta, è entrato davvero dentro la vita di Bologna. Forse si poteva pensare a qualcosa di più italiano: il ritiro della maglia è un rito americano». Vabbè, ma il basket è uno sport made in Usa. «Vero. Però Renato è l´italiano che diventa un campione di pallacanestro. Da italiano». La palla, "l´arancia" è lontana. Villalta se la gode senza rimpianti. «Oddio, gli anni magari?». Forse nemmeno con vera nostalgia. Testa alta, sguardo in avanti. Fa l´imprenditore, una decina di negozi di abbigliamento casual, catena che va da Ascoli a Bologna. Con Prodi discute anche di economia molto aziendale: di magazzini, soglie da non superare, innovazione. Chiacchiere fra una corsa e un caffè. Mix solito: non fermarsi, non esagerare. Equilibrio difficile da trovare, un equilibrio che fa salda una vita. Socio è Mario Martini, compagno nella Virtus della stella, fianco a fianco in tutto il percorso dopo il basket. Villalta in questo è davvero veneto, uno da magari pochi rapporti ma buoni, duri. Come quello con Dino Meneghin suggellato da denti e punti: giocavano la finale juoniores, Varese-Duco Mestre, Meneghin tirò una gomitata terribile all´avversario, addio denti, Villalta fuori, rientra con una bocca da pugile suonato. Fa trenta punti. Da allora lui e Dino sono stati inseparabili. Un altro dei tempi "dell´arancia" è Francesco Petroncini, robusto giocatore della serie B. Tutta gente, per un verso o per l´altro, tosta. Con qualcosa da dire. Villalta può essere un amico profondo, non un amicone. Lo è stato nel basket, padre fondatore (e l´ha pagata) del sindacato dei giocatori: la palla è bella, bellissima, più bella se dietro ci sono la testa e i suoi diritti. Per questo Silvia Bartolini lo voleva assessore allo sport e turismo. «Mi emozionai, poi fummo sconfitti e pensai: proprio adesso che arrivo io». Crollo storico di Bologna la rossa, nello sport superstizioso c´è da toccarsi. «Macchè, ci si rialza e si riparte. Prodi mi piace per questo». Un´amicizia nata per la passione virtussina del Professore e dei figli, Angelo Rovati - allora presidente Lega Basket, ora reclame di nervi saldi nella squadra prodiana - portò Prodi negli spogliatoi. Da allora sono amiche le famiglie. Con parti, ancora una volta e una volta tanto, ribaltate. A chiedere «ma perché non mi telefoni?» è Prodi. A rispondere «non voglio disturbare» è Villalta. «Sono arrivato a Bologna che ero un ragazzo di campagna impaurito. Era il 1976. E ci sono rimasto. Felicemente». Qui ha trovato "l´anima gemella", la chiama proprio così: Manuela. Li sposò Renzo Imbeni, sindaco anche della stella e Renato era là, qualche giorno fa, a ricordarlo. Al matrimonio c´era Pier Ferdinando Casini, compagno di scuola della sposa contento di essere pure tifoso basket. Villalta ha percorso il parquet, per chi l´ha conosciuto dopo, come se da lì cercasse e trovasse anche la lezione per la vita futura. Molti amici se li trascina da allora, partiti con il basket, il basket non c´entra più nulla. Siano l´economista Clô o il fotografo Serra, Mascagni dell´Api o Albertini, editore d´arte, il notaio Vico e il banchiere Dallara, il gran vinaio Cesari o il grand´industriale Vacchi. Persino con Bucci e Porelli, storie della Virtus, la vita va ben oltre la palla. O con Dalla o con Mingardi. Poi c´è Lorenzo Sassoli, con cui si prepara la Maratona di New York e si discute di Piero Manai e di una pittura che Villalta ama. Ma di cui - come di tutti gli amori - non ama parlare con gli estranei.

 

VILLALTA PER 10 - RENATO PER TUTTI

Bianconero, 04/2005

 

6 marzo: segnatevi la data. Quel giorno è in programma il ritiro della maglia di Renato Villalta. E quel giorno Renato Villalta fa esordire il marchio che vedete in queste pagine: Virtus Legends è un ringraziamento alle leggende Vu nere, a giocatori ma anche tecnici, dirigenti, persino sponsor che sono diventati un classico a Bologna, del basket e non solo. Come tutti sapete, una maglia della Virtus è già stata ritirata ed è la numero 4 di Roberto Brunamonti.

Ma a questo punto potete anche sbizzarrirvi con la... numerologia Virtussina: il 5 ovviamente è Danilovic, il 6 Ginobili, il 20 Richardson, tornando indietro l’11 sono un amico che abbiamo perso, Kreso Cosic, e un altro che troppo spesso dimentichiamo, come se non fosse proprio Binelli il giocatore che con la Vu nera ha vinto di più.

Partiamo dal 6 marzo: gli amici di Renato, gente che con lui ha diviso anni di passione, e che magari oggi condivide una passione per il running, ma amici di Renato sono diventati in tanti negli anni in cui era impossibile non sapere cosa fosse e soprattutto dove fosse una certa mattonella, gli amici stretti di Renato, diciamo allora, hanno organizzato la giornata. Nessuna malinconia, anzi il piacere di essere parte di una festa un po' speciale: ci saranno delle bottiglie di quello buono, a ricordare che Villalta è sì bolognese doc, oggi, ma viene da Maserada; ci saranno delle magliette ricordo della giornata e sarà possibile addirittura per ogni tifoso presente al Palamalaguti realizzare una card con la propria foto a fianco di quella di Villalta, primo oggetto da collezione di una serie che ci auguriamo lunga. Soprattutto, il ricavato  dell’intera giornata andrà all’Ageop, nella scia di quell’impegno benefico che è di tutta la Virtus e di cui parliamo nel servizio d’apertura del giornale. Come potete partecipare anche Voi alla festa? Intanto, bisogna essere al Palamalaguti, ovvio, ma potete farVi anticipare da un messaggio che pubblicheremo in due pagine speciali del prossimo numero di Bianconero.

Per scrivere a Renato Villalta l’indirizzo è iovirtus@virtus.it; per sapere cosa scrivere dovete solo pescare nella Vostra memoria senza commettere l’errore di pensare a una vecchia gloria. Renato Villalta è la prima Virtus legend di una serie inaugurata proprio per avere il giusto orgoglio per la storia bianconera.

 

Renato Villalta nasce a Maserada di Piave  (Treviso), il 3 febbraio del 1955. Ala-pivot di 203 centimetri, inizia la carriera a Mestre e viene ingaggiato dalla Virtus nell’estate del 1976, per rafforzare la squadra appena laureatasi campione d’Italia. Nella sua prima stagione bianconera segna 359 punti, e fin dall’anno seguente diventa titolare inamovibile, con Peterson in  panchina. L’anno seguente, con Driscoll come coach, Villalta è il miglior marcatore (con 664 punti) della squadra che si aggiudica il titolo battendo Milano in finale. Nell '82/’83 diventa capitano della Virtus, e lo sarà anche nell’anno dello scudetto della Stella. Renato Villalta indosserà la maglia bianconera complessivamente per 13 stagioni consecutive, fino all’ultima gara con la canotta Knorr numero 10, datata 13 maggio 1989, terza gara di semifinale di campionato contro l’Enichem Livorno. I suoi numeri sono scolpiti nella storia della Virtus: per lui, 449 presenze e 7306 punti, oltre a 3 scudetti (1979, 1980, 1984) e una Coppa Italia (1984). In azzurro, vanta 208 presenze e 2277 punti: in bacheca, l’argento olimpico di Mosca nell’80 oltre all’oro europeo di Nantes nel 1983.

Villalta in passaggio

VILLALTA, 10 ALLA... SECONDA

di Franco Montorro - Bianconero, 5/2005

 

Nello sport questo succede con i numeri: dici 10 e, in casa Virtus, sei subito sotterrato dai ricordi. è il numero di Villalta, il primo colpo di mercato del basket moderno, il giocatore associato a una mattonella perché il tiro da quel punto del campo era il suo marchio di fabbrica, anzi il canestro da lì era il suo timbro vincente. E Villalta è anche il capitano della stella, del decimo scudetto. Passano gli anni ma le persone e le emozioni non si dimenticano per questo oggi che inaugura il programma Virtus Legends la Virtus si unisce alla città ricordando Renzo Imbeni: per noi, il sindaco della stella. Una leggenda, un classico cittadino, e non solo cittadino.

Nell’estate del 1976, il trasferimento di Renato Villalta da Mestre alla Virtus fa scalpore: 400 milioni, quando una tazzina di caffè costava 120 lire. Fatte le proporzioni, 3,1 milioni di euro di oggi o se preferite 6 miliardi di lire. Una lucidissima follia dell’avvocato Porelli, che innesta il giovanotto sul telaio di una Sinudyne fresca di scudetto, 20 anni dopo l’ultimo tricolore. Renato gioca da 5, ma Dan Peterson ha un’intuizione e lo sposta nel ruolo di ala alta. Perché al Villalta centro mancano centimetri e perché la sua mano morbida al tiro e i suoi gomiti duri a rimbalzo possono diventare da importanti a fondamentali, se impiegati più lontani da canestro. Così il numero 10 della Virtus diventa uno dei migliori d’Europa nel ruolo e il simbolo della Bologna Virtussina, sempre presente e tratto d’unione fra l’epoca di Driscoll in campo e poi in panchina (due scudetti in due anni); nelle stagioni controverse di Bisacca, Zuccheri, Ranuzzi e Nikolic; da Cosic e Caglieris a Brunamonti e Van Breda Kolff. “Renatone” anche in Nazionale diventa un punto fermo e conquista un argento olimpico e nel 1983 l’oro europeo di Nantes, prologo alla stagione dell’eccellenza, quella che si conclude il 27 maggio 1984 con la conquista della Granarolo dello scudetto della stella. Una gara 3 che come dato statistico più rilevante propone il 12/15 di Villalta. Che ha una posizione di tiro preferita, una “mattonella” spostata di una trentina di gradi rispetto al fronte a canestro e a quattro-cinque metri dal ferro, da dove lascia partire in arresto e tiro parabole che un collega americano, uno di quelli rari in Europa all’epoca, definisce “sweet as a peach”, dolce come una pesca. Renato, re assoluto di Bologna, vince. In pubblicità si diceva: basta la parola. Nello sport questo succede con i numeri: dici 10 e, in casa Virtus, sei subito sotterrato dai ricordi. è il numero di Villalta, il primo colpo di mercato del basket moderno, il giocatore associato a una mattonella perché il tiro da quel punto del campo era il suo marchio di fabbrica, anzi il canestro da lì era il suo timbro vincente. E Villalta è anche il capitano della stella, del decimo scudetto. Passano gli anni ma le persone e le emozioni non si dimenticano per questo oggi che inaugura il programma Virtus Legends la Virtus si unisce alla città ricordando Renzo Imbeni: per noi, il sindaco della stella. Una leggenda, un classico cittadino, e non solo cittadino. ancora un bronzo con la Nazionale, poi più nulla pur restando un’icona e non solo a livello locale. Nel 1986 per Zanichelli esce addirittura un libro firmato da lui (“Il Basket, uno sport che può insegnare”) con prefazione di Romano Prodi e postfazione di Lucio Dalla. Nel 1989 l’epilogo della carriera non è in maglia virtussina, il trasferimento a Treviso che con il senno di poi è facilmente paragonabile alla fine di un’epoca anche per tutta la pallacanestro italiana. L’esperienza Messaggero Roma sta cambiando le carte in tavola (le carte dei contratti, soprattutto) le bandiere iniziano a essere scambiate, ma la Virtus ricompensa Villalta con il ritiro del suo numero 10. Un’iniziativa che viene poi clamorosamente sconfessata anni dopo da Alfredo Cazzola. Succede infatti che per ragioni di rivendicazioni economiche il neosindacalista Villalta si metta a tirare per la giacchetta il nuovo proprietario della Virtus che, fumantino, prima di parlare con i legali, riassegna quel numero 10 ad altri nuovi giocatori (toccherà a Sconochini, ad esempio), sconfessando la storia e scontentando gli umori dei vecchi tifosi. Un torto al personaggio, al quale ora viene posto rimedio unendo la maglia di Villalta alla 4 di Brunamonti, l’unica altra finora ritirata dalla Virtus. Finora: perché anche il 5 di Danilovic, l’11 di Cosic e di Binelli e il 20 di Richardson prima o poi (prima di tutte, quella di “Sugar”) diventeranno un’esclusiva legata ai campioni che l’hanno indossata, creando anche un giro di merchandising contraddistinto dal marchio “Virtus Legends”. Nel corso di Caffè Maxim- Edimes, domenica 6 marzo, è prevista la cerimonia di esclusivizzazione del numero 10, iniziativa fortemente voluta da quel Claudio Sabatini che di Villalta è stato grande tifoso e che oggi vuole ricompattare antichi e nuovi simboli del “Virtus Pride”. Una festa con magliette ricordo e la possibilità per i tifosi di realizzare una card con la propria foto insieme a Villalta. Il ricavato andrà all’Ageop. Villalta oggi? è un affermato imprenditore. Da poco rientrato nel basket col Gira Ozzano, di cui è vicepresidente, dopo che nel ‘99 si era candidato per la lista Musacchia, avversaria a quella di Maifredi nella corsa alla presidenza federale.

L'INTERVISTA: RENATO VILLALTA

di Vincenzo Ritacca - V Magazine febbraio 2009

 

Renato mi ha dato l'ok, "Proprio perché sei tu" - mi ha detto - "dai incontriamoci oggi pomeriggio alle 17;00, no però forse è meglio domani sera, non puoi? Allora facciamo lunedì alle 07:30" - alla fine fortunatamente per me, che non amo le levatacce, ci si incontra sabato pomeriggio alle 17:15, ora del tè, alla pasticceria Amalfi - "però offri tu, Vincenzo!"

E così è stato, finalmente ci sediamo ed incominciamo a chiacchierare, come due vecchi amici (anche perché lo siamo) e Renato parte, è un fiume in piena, ma una corrente piacevole, una piena forte ed imponente, arguta e ricca di aneddoti spiritosi e sconosciuti, un Renatone sincero e vero, insomma il mio vecchio amico ritrovato, ma partiamo in ordine.

Hai iniziato a giocare a pallacanestro perché? Dove? Grazie a chi?

Un giorno ero in una cartoleria di Maserada, entrò per caso un arbitro di pallacanestro, amico di Augusto Gianni Giomo, che vistomi così alto, a 13 anni ero già alto 1,93, e ben messo mi chiese se giocavo a pallacanestro o se mi sarebbe piaciuto provare a giocare, detto fatto ne parlò con Giomo che di lì a pochissimo mi venne a trovare e mi portò a provare, i miei primi allenamenti, alla A.P.T. Treviso.

Io abitavo a 13-14 km da Treviso, mi veniva a prendere e mi portava a giocare, il campo "storico", all'aperto, era il Sacro Cuore, dove andavano a giocare "i buoni" di allora, in inverno invece si andava alla palestra Coni di Treviso. Ho continuato un anno intero  con questo avanti indietro da e per Treviso, per i miei genitori però la cosa più importante era la scuola, dovevo prendere la licenza media. Giomo intanto era diventato allenatore del Mestre (promosso dalla serie C alla B), allora pensa un po' come sono cambiate le cose, Treviso era una società satellite del Mestre. Mi viene proposto, intanto ho conseguito il diploma di licenza media, di continuare ad essere allenato da lui, coach della serie b,a Mestre. Mi iscrivo così all'Istituto Geometri di Treviso, dove Giomo insegna, ed inizia "senti che vita facevo, stai attento eh!". Mi alzavo alle 06:30 a Maserada, facevo 1,5 km a piedi per prendere il pullman che passava alle 7:15, con quello dopo un tragitto di circa mezz'ora arrivavo a treviso, ore 7:45 scedevo dalla corriera, attraversavo la strada e prendevo al volo l'autobus con il quale dopo circa 15 minuti arrivavo alla scuola per Geometri. Uscivo da scuola alle 13:00, stessa trafila della mattina, conseguentemente arrivavo a casa circa alle 14:30, mangiavo, riprendevo la corriera per Treviso, stesso tragitto della mattina solo che questa volta sceso alla fermata finale del bus facevo 500 metri a piedi, fino alla stazione ferroviaria, salivo così verso le 16:30(16:45 sul treno per Mestre. Arrivato in stazione prendevo il bus per Marghera Zona Industriale, dopo 3-4 fermate, l'autobus finiva il suo tragitto ed io a piede mi facevo 1,5 km per arrivare alle 17:45/17:50 al Cral o Dopolavoro Sportivo della Montedison (il Mestre allora era sponsorizzato Fluobrene gruppo Montedison), mi cambiavo e facevo allenamento con le giovanili del Mestre fino alle 19:45/20:00.

Il buon coach Mazzoleni, finito l'allenamento mi accompagnava alla Palestra del Coni di Mestre, dove faceva l'allenamento la prima squadra con Giomo, lì mi sciroppavo un altro allenamento dalle 20:00 alle 22:00, doccia e Giomo mi riportava a Maserada a casa, in auto dove arrivato alle 23:00/23:15, affamato come un lupo, divoravo anche i muri allora, morale questo programmino per un anno, risultato a scuola BOCCIATO! Ma io AMAVO dannatamente la pallacanestro, erano anni eroici anche per le condizioni nelle quali di disputavano certi incontri all'aperto, con massaggi fatti con l'alcool, mani spellate, ma tutto si sopportava ormai contagiati da quel morbo che si chiamava pallacanestro. I miei genitori, ti puoi immaginare come si arrabbiarono, minacciarono di dire stop al basket, ma quel grande allenatore, nonché grande uomo che era ed è Augusto Gianni Giomo, parlò con i miei genitori, mi trovò una sistemazione a Mestre e così a quindici anni iniziai ad abitare fuori casa. La "sistemazione" a Mestre merita però qualche ulteriore dettaglio. Il Palazzo nel quale sarei andato ad abitare, apparteneva ad una famiglia facoltosa di Mestre, caduta però in disgrazia, che aveva pensato di affittare alcune camere e prendere "a pensione" me ed un altro giovane giocatore, Alberto Facco, con il quale dividevo la grande camera che ci era stata assegnata. La famiglia era composta da marito, moglie e un figlio maschio di circa 25/30 anni, un po' strano per non dire toccato, il suo massimo divertimento infatti era costituito dall'aprire improvvisamente la porta delle camere e far finta di spararti!

La signora doveva anche prepararci da mangiare, ed infatti faceva sempre e solo spaghetti al pomodoro, spesso arricchiti ed insaporiti da strani "ingredienti". Se poi cia ggiungi il fatto che tutto, cibi e bevande, erano rigorosamente segnati (il livello delle bottiglie con il pennarello e il cibo marcato e sigillato) ne viene come conseguenza che il nostro primo impegno era "raggirare l'arpia", cancellare i segni da lei fatti, vuotare le bottiglia e riempirle di altri liquidi e via di seguito. Fortunatamente ognuno di noi ha un angelo custode ed io, fortunato, trovai nell'accompagnatore della prima squadra di Mestre, il sig. De Battista ed in sua moglie la sig.ra Cecilia, i miei angeli protettori, perché non avendo figli si affezionarono a me, e quale figlio, seppur adottivo non avrebbe sempre dato la massima soddisfazione ad una cuoca eccezionale come la signora Cecilia, ed io cuore ed anche fame ne avevo tanta! Intanto studiavo, mi allenavo con la prima squadra, serie B, mi diplomavo ed incominciavo a partecipare ai miei primi ritiri con la Nazionale. L'anno successivo la società mestrina mi mise in un appartamento da solo, era terminato l'anno spaventoso di carestia, ma non persi l'abitudine, che cuore ingrato avrei avuto, e così continuai la sera ad apprezzare la compagnia e la cucina dei coniugi De Battista. L'anno successivo iniziarono i primi canti delle sirene relative alle cosiddette "società maggiori", ma questa è un'altra storia, in un'altra intervista.

Qualche anno fa, quando nel corso di una delle nostre storiche chiacchierate, ti chiesi quale fosse stata l'emozione più forte, legata al mondo dello sport, che tu avevi provato, mi confessasti che era stato finire la tua prima maratona di New York. Allora restai confuso, come, uno come te, Renato, amato ed odiato, da chi vive di pallacanestro, tu che avevi vinto campionati, coppe, titolo europeo, partecipato ad olimpiadi, tu che avevi giocato contro i professionisti americani, rispettato anche da loro tanto da guadagnarti il soprannome di hard rock, mi spiazzavi in questa maniera! Pensai, te lo confesso, ti fosse venuta una sorta di rigetto per questo mondo, che a mio parere ti aveva così poco rispettato, poi invece tu, da veterano di tante battaglie, mi hai spiegato, mi hai fatto capire...

Vedi Vincenzo, durante la maratona, primo o ultimo che tu possa essere, quando cossi non puoi mentire mai, soprattutto a te stesso, devi essere onesto, ti metti alla prova, ti metti in gioco, si è tutti uguali, non contano i soldi o altro, se non ne hai più da spendere resti lì, non hai scuse, se invece trovi energie e risorse le trovi solo in te stesso e se ci riesci è una gioia immensa, un orgoglio che non si può descrivere, ti confesso, non me ne vergogno, quando sono arrivato in fondo, quando ce l'ho fatta, mi sono messo a piangere, c'ero riuscito!

Adesso chiacchierando ed avendo fatto riemergere tempi passati ed altrettanto sofferti, mi hai confessato che fra i tuoi ricordi indelebili ci sono anche la tua promozione in serie A con il Duco Mestre e la conquista, come capitano, dello scudetto numero 10, quello della stella, come poter dimenticare la profonda emozione provata, vedendo Piazza Azzarita stracolma di tifosi, al vostro rientro da Milano, erano ancora, dopo ore e ore, tutti lì che vi aspettavano, per dimostrarvi il loro affetto ed il loro orgoglio. Ti senti ormai bolognese dopo i tanti anni passati qui, oppure le radici si fanno ancora fortemente sentire?

Sono a Bologna dal 1976, tanti ricordi, gli affetti, mi sento ormai Bolognese a tutti gli effetti, a Treviso vado molto di rado, tutto, troppo mi lega ormai a Bologna.

Qual è o quali sono le cose più care che ti tieni stretto, come ricordi della tua "vita cestistica"?

Sono esteriormente un po' orso, ma sono legato moltissimo a persone ed a fatti legati al mio periodo cestistico bolognese, ricordi che tengo stretti nel mio cuore, relativi all'indimenticabile periodo trascorso in Virtus, fino al giorno prima di quella fatidica frase di Porelli che disse "vendo la Virtus".

E per quanto attiene alla vita, agli affetti?

Sono innamorato e geloso (da intendersi relativamente alla privacy) della mia famiglia. Per quanto attiene invece alle amicizie, apriamo una parentesi doverosa sul termine "amico", forse a Bologna spesso usato a sproposito e del quale si abusa con un po' troppa disinvoltura, per me l'amicizia è un aspetto della vita veramente fondamentale, è al primo posto, ad un amico non devo e non mi deve chiedere scusa, non riesca a farne senza, ma di amici veri forse non riesco ad arrivare cinque, conoscenze tante...

L'allenatore che ricordi, che stimi, con il quale hai avuto il miglior rapporto?

Sono tre quelli che ricordo maggiormente, Gianni Augusto Giomo, Dan Peterson e Asa Nikolic.

Facciamo un gioco, chiudi gli occhi, io ti suggerirò un'immagine e tu dimmi cosa ti viene in mente, cosa ti ricorda, dai fai uno sforzo, lo so che è tardi, ma porta pazienza!

Un pallone da calcio.

La rovina degli sports minori.

Un uomo affaticato, sudato, stanco si appoggia ad un muro.

Un maratoneta, la stanchezza che senti, pesante e meravigliosa, dopo 4 o 5 ore di corsa.

Un gruppo di persone sedute attorno ad un tavolo, carte da gioco.

Il tempo libero, gli amici, giocare, ridere, scherzare con loro, senza alcuna differenza, sensazione di libertà assoluta, che bei giorni passati con gli amici in quel modo.

Un'arancia, uno stuzzicadenti, un tovagliolo di carta.

Mi presentavo così accessoriato a casa di un paio di amici, quelli veri, e dicevo "io ho portato la mia parte, stasera mangio qui" e si finiva la serata in allegria e semplicità.

Un uomo e una donna si abbracciano.

Il gesto più naturale del mondo, amore, affetto, tenerezza, penso di essere un romantico anche io.

Un bimbo piccolo che guarda in alto e con la mano protesa.

Penso ai miei figli Andrea e Virginia, quando da piccoli cercavano la mano del loro papà, grande grande, che poi si chinava verso di loro, penso che forse ho giocato di più con mia figlia Virginia, arrivata diversi anni dopo Andrea, quando era piccola, questo perché quando il maschio era piccolo ero ancora tanto impegnato con la pallacanestro, per questo con lui forse ho giocato meno. Verso tutti e due ho comunque un dubbio, quasi un rimpianto, forse avrei potuto e dovuto giocare di più, bisogna stare con i propri figli il più possibile.

Il tuo più grande difetto?

Sono permaloso, non amo l'ipocrisia in generale, amo la sincerità e la lealtà. La vita al riguardo insegna molto, il tempo ti fa capire, il mio sogno? L'esperienza di adesso ritornando ai miei 25/30 anni.

Domandona finale, perché non ti vedo più alle partite della Virtus?

Perché non mi riconosco più nella Virtus di oggi, non vedo più il vero spirito Virtus, quello per intenderci, di Porelli, le famose regole non scritte, ma indelebili, proprie della Virtus, rispettate da tutti, se tanti giocatori volevano venire nella Virtus, pur prendendo meno soldi, un motivo ci sarà stato! Oggi vedo molta apparenza, troppe parole, troppe polemiche, troppo spesso si finisce sulle pagine dei giornali, ma non certo per i risultati ottenuti sul campo, i tempi saranno anche cambiati, però... Tutto questo come ti ho già detto non mi piace. Per questo motivo preferisco guardarmela e tifare in tv.

Colgo adesso l'occasione per mandare un caro saluto ed un abbraccio a tutti i tifosi della Virtus, e sempre e comunque Forza Virtus!

 

Villalta nella Hall of Fame italiana

VILLALTA E CAGLIERIS NELLA HALL OF FAME

tratto da pianetabasket.com - 09/12/2013

 

Nel Salone d'Onore del Coni, al Foro Italico, festeggeremo il "Basket Day". Servirà a celebrare l'ingresso nella Hall of Fame italiana della cosiddetta classe 2013 e cioè Carlo Caglieris, Renato Villalta, Catarina Pollini, Valerio Bianchini, Sandro Galleani, Gino Burcovich (alla memoria) e la squadra nazionale che nel 1983, trent'anni fa, regalò per la prima volta all'Italia il titolo europeo.