GIANNI GIARDINI

Gianni Giardini ai tempi dello sponsor Dietor (foto fornita da Gianni Giardini)

 

nato a: Catania

il:

Stagioni alla Virtus: nel settore giovanile dal 1978/79 al 2006/07

 

UN TRINOMIO NON SCOMPONIBILE

di Ezio Liporesi per Virtuspedia - 25/10/2018

 

Possiamo contare i giocatori della Virtus, gli atleti delle giovanili, ma non potremo mai ad arrivare a contare tutti coloro hanno un debito di riconoscenza verso un uomo che ha fatto la storia della Virtus, della pallacanestro, della città di Bologna e della vita di tanti, sempre restando lontano dai riflettori, ma lasciando un segno indelebile nella crescita di bambini, divenuti ragazzi, poi uomini grazie anche al suo insegnamento. Proprio per questa sua ritrosia alla vetrina, questa pagina ha tardato tanto a nascere, anche Virtuspedia voleva rispettare la filosofia di un uomo nato per offire il suo prezioso apporto lontano dalle prime pagine dei giornali. Ha attraversato quasi trent'anni di storia delle V nere, ha vinto titoli, ha insegnato non solo il gioco, ma anche regole di vita, è stato un punto di riferimento per chi ha avuto la fortuna di averlo come allenatore, con la pallacanestro e la Virtus ha formato per quasi tre decenni un trinomio non scomponibile. Quando arrivò era già il mitico Zorba che aveva allenato la Vulcal, la squadra della parrocchia della Santissima Annunziata, dove tra gli altri giocava Massimo Sacco, era già stato al Gira e alla Fortitudo, ma poi la Virtus è stata la sua casa, il punto di arrivo di un amore pienamente corrisposto. Ho avuto la fortuna di assistere a suoi allenamenti e tra un consiglio, l'appasionata cura nell'insegnamento di un fondamentale, una citazione aulica, traspariva la sua umanità, il suo carisma, la sua figura di poeta della palla a spicchi. Abbiamo tardato fino ad oggi, ma se il suo nome è tra quelli che più compare nel nostro sito, se la sua figura brilla in una numero elevato di fotografie, ora non possiamo più attendere e sentiamo la piacevole necessità di rendergli omaggio: tutti in piedi per Gianni Giardini.

GIARDINI: INSEGNO AI BAMBINI COME ARRIVARE IN AZZURRO

Di Marcello Degli Esposti - Il Resto del Carlino - 04/03/2008

 

Che Gianni Giardini non potesse stare lontano a lungo dal campo di basket lo pensavano in molti. Quando e dove lo avremmo rivisto allenare restava un mistero. Dopo aver fatto e vissuto la storia del basket bolognese dal 1964, Gianni, dall'ottobre 2007, aveva lasciato la Virtus, società con la quale aveva vinto tanto. Ora, dopo un anno di pausa, lo ritroviamo in palestra con il minibasket del Castiglione Murri; a divertirsi, a fare divertire, a insegnare sport ai ragazzini del 2001.

"Diciamo che la voglia di allenare non mi era mai passata anche se quest'anno non l'ho poi vissuto tanto male. Ma un giorno ho letto sul Carlino dei 40 anni del Castiglione Murri. C'era una foto di Dan Peterson con Massimo Sacco, giocatore che allenai e che, partito da questa società, allora Vulcal, raggiunse la serie A. É stato come un messaggio: ho capito che quello era il mio posto, là dovevo tornare per chiudere il cerchio della mia storia".

Una storia lunga. Come ha iniziato?

"Era il 1964. A quei tempi il basket stava prendendo piede ma non esisteva una vera attività giovanile. Tutto ruotava attorno alle parrocchie, frequentavo quella della Annunziata. Un giorno ci venne l'idea di iscriverci a un vero campionato e padre Ludovico Ferrari diede a me l'incarico di allenare il nostro gruppo di ragazzi. La squadra, chiamata Vultur, partì dalla prima divisione e con fortune alterne continuò fino al 1969 quando dall'unione con la parrocchia di Castiglione nacque la Vulcal che scalò in pochi anni dalla prima divisione alla serie C. Dal '64 al '79 non lasciai mai quella realtà anche se nel contempo allenai due anni in Fortitudo (72-74) e feci due stagioni, come assistente, in A nell'allora Fernet Tonic (75-78). Dal '79 mi dedicai solo al settore giovanile della Virtus".

Quasi trent'anni nelle giovanili Virtus. Quali sono i giocatori che ricorda con più piacere?

"Beh, le prime soddisfazioni vennero con Massimo Sacco, Franco Rizzardi e Mario Ghiacci, partiti dalla Vulcal e arrivati in serie A. Ricordo poi Albertazzi, del '57, anch'egli in A con Fortitudo e Ferrara. Nel Fernet Tonic allenai Meo Sacchetti, arrivato in Nazionale. Vidi giocare, ma non allenai mai direttamente, il giovane Stefano Pillastrini alla parrocchia di San Savino, a Corticella. Per Emilio Marcheselli dovetti recarmi personalmente a Budrio per sbloccare un problema di cartellino. Davide Bonora l'avevo visto giocare da piccolo con la sua scuola durante il trofeo Seragnoli. Provai ad avvicinare Davide al basket ma lui non ne voleva sapere, voleva giocare a calcio. Poi pian piano lo feci giocare durante gli allenamenti del fratello maggiore e dopo un po' Bonora scelse il basket. Anche lui è finito in Nazionale. E così via via fino a Belinelli che vidi giocare una volta a San Giovanni e che mi colpì subito per il talento offensivo".

Torniamo a lei, Gianni. Quali sono le motivazioni e le soddisfazioni che la spingono ancora, giorno dopo giorno, a entrare in palestra?

"La motivazione per me resta sempre la stessa, indipendentemente dalla squadra che

seguo, dalla società in cui alleno. È la soddisfazione di vedere i miei ragazzi crescere nella tecnica, nel fisico e nella mente all'interno del gruppo".

Cos'è l'allenamento?

"Quando iniziai, era per me solo trasportare in campo le nozioni tecniche in mio possesso. Poi capii che è molto di più. È la rappresentazione dell'energia trasmessa dall'allenatore alla squadra. Ora credo fortemente che la palestra sia il luogo in cui si progetta e si costruisce giorno dopo giorno un sogno in cui tutto il gruppo si deve riconoscere".

I primi gruppi da lei seguiti erano i '47, ora lavora con i 2001. Come sono cambiati i ragazzi e com'è dovuto cambiare lei?

"Credo che i bambini siano cambiati solo apparentemente. La storia e la società si depositano sopra, ma il bambino è sempre lo stesso. Compito di un istruttore è incidere su quei sentimenti che sono da sempre gli stessi: felicità, gratificazione, obiettivi, gioia per un successo o dispiacere per una sconfitta. Questo è quello che, pur adattandomi ai tempi, ho sempre cercato di fare: creare un rapporto con i ragazzi tale che vedano in me l'interprete e il complice del loro entusiasmo".

Sembra tenere molto a questo concetto.

"È così. Il nostro obiettivo è far germogliare nei ragazzi una gran passione, non secondaria e non imposta. L'allenatore, in questo, è una figura chiave. Anche l'educazione, che in palestra è tra i nostri compiti principali, non deve essere imposta né deve soffocare la loro personalità. Deve essere la conseguenza di un sano rapporto di gruppo, all'interno della squadra. Per questo ho sempre cercato di pormi non di fronte, bensì al fianco dei miei ragazzi".

 

Gianni Giardini, Il Tiro

di Ettore Zuccheri - 24/02/2014
 
 

Giardini, il filosofo dei fondamentali, ama il tiro come “la sete l’acqua” oppure “come la vela il mare”, perché , a suo dire, è di gran lunga il fondamentale più importante. Leggendo questo articolo comprenderete che è anche un poeta.

 

Essendo l’allenatore che ha sempre e solamente allenato giovani ,ha fatto dei fondamentali la sua ragione di vita in palestra , per farli apprendere con partecipazione mentale. Di lui , allievi e genitori parlano con la luce del sentimento, col cuore in mano, consapevoli della grande fortuna di averlo incontrato. Non ci credete?

LA RETINA E LA STELLA

Tiro, “Ovvero, Il grande fascino delle stelle cadenti.

Rappresentano il tentativo etereo e velleitario di svegliare l’attenzione, di fare chiarezza o almeno di non creare ulteriore apatia o confusione sul fondamentale “Tiro”, che anni di luoghi comuni, equivoci, approssimazioni hanno offuscato e confinato da “novella cenerentola” ai margini della nostra attenzione e del nostro impegno.

Relazionarvi sul tiro credevo fosse molto più semplice, ma dopo alcuni momenti di riflessione mi sono accorto di trovarmi in mezzo in un insieme di argomentazioni che spero di avere organizzato secondo qualche criterio di logica e comprensibile chiarezza.

E di interesse comunicativo. Comunque sono qui e mi riferisco al tiro dai bambini agli adulti.”

 RICHIAMANDO L’ ATTENZIONE SU:

1. ALLENAMENTO = Viaggio nell’energia umana;
2. TECNICA = Il Massimo con il Minimo;
3. PERIODIZZAZIONE = Magico incontro (Flirt)
4. TIRO = Lampo dall’Istinto;
5. PARABOLA = Collegamento con l’Aldilà

ALLENAMENTO

“E’ un viaggio attraverso l’Energia Umana che , partendo dalla fisiologia rincorre l’incanto del Sogno”

Una riflessione  un po’ paternalistica e provocatoria rivolta in particolare ai giovani allenatori. Ma poi esistono i giovani allenatori? Oppure sono gli allenatori dei giovani?

“Se l’allenamento è un percorso, ascoltami! , giovane allenatore. Se ti accorgi di essere da tempo fermo sulle tue posizioni, se la tua curiosità di conoscere e proporre il gioco si è attenuata, se il tuo impegno sta declinando verso la “grigia routine”, attento! Perché può iniziare il tuo lento decadimento che presto intaccherà il tuo entusiasmo, le tue motivazioni, la tua passione. Reagisci! Riparti! Rituffati nel gioco! Ti accorgerai che c’è sempre qualcosa di nuovo e sconosciuto da scoprire”

Domanda:
“L’allenamento tecnico del tiro migliora le percentuali di realizzazione?”
Risposta:
“Assolutamente, no!!!” “Bisogna distinguere l’allenamento tecnico dall’allenamento competitivo”

1. L’allenamento tecnico è l’attività che mira ad impostare , migliorare, affinare, correggere e tenere pronto (memoria muscolare) il gesto tecnico.

Stimola elementi “propriocettivi” (interni) dell’atleta, come la coordinazione, l’equilibrio, la sensibilità ( allungamento e padronanza del gesto), la memoria muscolare (capacità di reperire e riprodurre rapidamente il gesto acquisito).

I parametri fisiologici sono minimamente sollecitati. La partecipazione emotiva è pressoché nulla.

Sintetizzando l’allenamento tecnico si scrive con il corpo e s’identifica nel gesto. L’allenamento tecnico più corretto e redditizio a livello evolutivo è a secco , cioè:

• Esecuzione del gesto tecnico senza palla;
• Esecuzione mentale del gesto in stato di rilassamento

Entrambi, meglio farli dopo che il giocatore si è auto-osservato nell’esecuzione del gesto tecnico in esame.

2. L’allenamento competitivo è l’attività di preparazione che ha lo scopo di migliorare la prestazione dell’atleta.

Stimola elementi “extracettivi” dell’atleta nel caso del tiro (parabola, distanza, direzione, lateralità) anche propriocettivi (cuore, anima) perché l’interessamento emotivo deve essere elevato e crescente.

 

Sintetizzando, l’allenamento competitivo deve coinvolgere gli strati più profondi della personalità dell’atleta, si scrive col cuore e con l’anima e s’identifica nella prestazione. E’ facile riprodurre l’allenamento competitivo in palestra

Per adesso, distinto l’allenamento tecnico dall’allenamento competitivo, mi preme affermare che l’allenatore ,che deve intervenire con esercitazioni tecniche , laddove la prestazione del giocatore scade , è fuori strada e sta perdendo tempo!!!!

A meno che il giocatore non sia fuori di testa, ma in questo caso più che l’allenatore dovrebbe intervenire lo psicologo.

TECNICA

Il massimo con il minimo, cioè la realizzazione ottimale, massima di un gesto con l’impiego minimo delle risorse.

Domanda: “Chi sono i giocatori in possesso di una tecnica migliore nei fondamentali?

Risposta: “Essendo i fondamentali del basket essenzialmente coordinativi risultano migliori tecnicamente i ragazzi meno dotati di forza che, a parità di coordinazione hanno appreso i fondamentali, sfruttando “millimetricamente”  le loro scarse risorse di forza per conseguire quel gesto.”

Domanda: “E’ giusto correggere tecnicamente all’infinito un giocatore e innervosirsi di fronte ai suoi miglioramenti inadeguati rispetto alla nostra richiesta?”

Risposta: “Assolutamente no!!!” Perché alla base del gesto tecnico dell’atleta c’è, nella sua mente, una personale immagine ideo-motoria e così pure nella mente dell’allenatore.

Le due immagini ideo-motorie non sono simmetricamente né riproducibili , né sovrapponibili, né realizzabili (anche per una diversità fisiologica) quindi l’allenatore deve avere una equilibrata determinazione alla correzione.

Il giocatore stesso, inoltre, se ha la possibilità di vedersi, rimane sorpreso dalla sua diversità esecutiva.

Le migliori e più efficaci correzioni sono quelle visive che comportano una presa di coscienza e un conseguente aggiustamento dell’immagine ideo-motoria nell’atleta stesso. L’uso della videocamera, nell’allenamento a secco è un’operazione saggia.

PERIODIZZAZIONE

Magico incontro (flirt) tra grande prestazione (femminile) e grande evento sportivo (maschile), quindi si possono naturalmente combinare, direi “sposare”. Una delle caratteristiche fondamentali dell’allenamento è la “progressività” intesa come graduale progressione:

Dal leggero…..all’intenso
Dal facile…..al difficile

L’esperienza ha dimostrato come non sia possibile procedere con un innalzamento, tendente all’infinito, dei carichi di lavoro (difficoltà e intensità) ma i risultati migliori si ottengono con una programmazione ciclica quando l’allenatore è abile nel programmare intervallando nel tempo il più esattamente possibile. 

Negli sport di squadra la “Periodizzazione” è molto difficile (ma non impossibile) da realizzarsi, dovendo riferirsi a più atleti impegnati, si contemporaneamente, ma avendo caratteristiche fisiche molto diverse (play, pivot) ed anche impieghi molto diversi.

Pensare  alla corsa del Pivot e a quella del play.

Il tiro , a mio parere, è l’unico fondamentale programmabile con più precisione ed esattezza perché “questo è, e questo rimane”, nel senso che “bisogna buttarla dentro!” 

La realtà attuale d’allenamento al tiro , purtroppo, è molto approssimativa nel nostro movimento. I sintomi evidenti di un cattivo allenamento sono:

1. Grande variabilità di prestazione durante l’annata sportiva
• Buone percentuali quando il giocatore è in buona forma;
• Cattive percentuali quando il giocatore scade atleticamente.

2. Difficoltà  di mantenere una buona prestazione quando gli impegni agonistici sono elevati e ravvicinati. Se si allena il tiro da Agosto (inizio attività) a Maggio (conclusione attività) sempre allo stesso modo, talvolta aggiustando solo nella quantità e varietà degli esercizi si ottiene uno scadimento di prestazione. Programmando ed alternando con ragione “quantità” e pressione psicologica (bisogna allenarla) sul tiratore si può invertire la tendenza e cioè mantiene un buon livello di prestazione.

LA MIA PROPOSTA

Il mesocolo, ovvero il periodo mensile. Considerando il periodo agonistico di una squadra Settembre-Maggio , di nove mesi (megaciclo) e supponendo gli impegni agonistici massimi siano sul finire della stagione: imposto:

Settembre-Ottobre-Novembre= Perodo Elegance (chiamatelo come volete): cura del gesto tecnico nella “quantità” e “pressione psicologica minima
Dicembre-Gennaio-Febbraio: periodo “Armony” con cura della prestazione nella “qualità”:
-Realizzazioni definite;
-Realizzazioni definite con Pressione Psicologica Media
Marzo-Aprile –Maggio= Periodo Competition : cura della prestazione nella qualità:
-Pressione psicologica elevata
-Realizzazioni in Serie
-Realizzazioni in Serie e a Tempo

Nei Mesocicli impostare i Microcicli (le settimane) con due-tre allenamenti. Con gli stessi ceriteri dei Mesocicli: 2 settimane oppure 3 con carichi a crescere e 1 a scaricare. Esempio di 2-1 Esempio di 3-1

PARABOLA

Collegamento con “l’Aldilà”. Si può anche intendere con il Paradiso (realizzazione del canestro) oppure Inferno (errore)

Fin dai primi allenamenti è importante sensibilizzare e allenare i ragazzi alla “Scoperta” e “Padronanza” della “Parabola” prevedendo esercitazioni di tiro con parabola Bassa-Media-Alta e anche centri perseguibili in “linea retta”.

Definire con vigore che il punto di mira su cui concentrare l’attenzione e riferirsi: è il punto mediano posteriore sul cerchio e non come ho sentito consigliare da alcuni allenatori il punto mediano anteriore del cerchio.

Perché? Nella nostra millenaria evoluzione il concetto di parabola è stato acquisito in tempi secondari e relativamente recenti e ci trasmette nell’immaginario in concetto di andare “aldilà” , di scavalcare qualcosa che si frappone  tra noi e l’obiettivo.

Il fare centro, per i nostri avi, ai primordi, era scagliare una freccia, un dardo in linea retta sul bersaglio. Solo successivamente abbiamo acquisito il concetto di fare centro con l’uso della parabola.

E’ bene suggerire ai ragazzi il punto di Mira sul canestro: dietro , non davanti, perché sarebbero stimolati nel loro primordiale concetto di “mira” nel senso rettilineo ed ,attratti, tirerebbero senza parabola.

 

Curiosita’: perché i grandi tiratori da lontano colpiscono così tanto la nostra fantasia e rimangono così indelebili nella nostra memoria? Perché a fine partita chi ha tirato da lontano ci fa pensare che abbia realizzato maggiormente rispetto a chi ha realizzato da vicino?

E’ la grande magia del basket, del tiro, delle sue parabole (Stelle cadenti).

Lo spettatore che assiste alla gara, appoggia e viaggia con la sua ansia e la sua immaginazione sulla parabola di tiro. Il tempo che intercorre fra il rilascio della palla da giocatore e il raggiungimento del canestro è eterno e sofferente.

Nella nostra memoria i ricordi vengono ingigantiti ed indimenticabili. Sono quelle traiettorie. I gradi tiratori, un mito.

FINALMENTE , IL TIRO

Ovvero, “Lampo dall’istinto” per riaffermare un dominio su:

1- Se stessi (sentimento);
2- Sul canestro ( Spazio);
3- Sull’avversario (Tempo);

A- Realizzare un canestro da fuori è molto più facile del previsto, se si pensa che:

1- Il canestro ha un diametro di 46 cm ed è fermo!!! Risulta quasi 2 volte il pallone (Adulti)
2- Il pallone “Mini” ha un diametro di 22 cm e pesa 400g. circa
3- Il pallone per adulti ha un diametro di 24 cm e pesa 600g circa

B- Motivazioni

Perché una persona impegnata nel tentativo di fare centro attira la nostra attenzione? Perché, poi, quando fa centro ci sentiamo emotivamente coinvolti partecipando con un senso di inconscia gratificazione?
Il tirare ed il conseguente fare centro, che sia nello sport od altra attività è un “gesto simbolico” che fa riemergere dall’inconscio  della nostra memoria storica, il “senso antico della sopravvivenza” che rappresentava allora il far centro e ci gratificava perché:

1. Era garantita la provvista elementare;
2. Era garantita la nostra incolumità dall’assalto di qualche aggressore.

ALCUNE CONSIDERAZIONI IMPORTANTI

1. Evitare che i ragazzi tirino abitualmente con indifferenza o sufficienza (esempio nell’attesa dell’inizio dell’allenamento);
2. Non inserire esercizi di tiro come pausa tra esercizi intensi di allenamento in modo da evitare il messaggio: tirare0tempo di recupero;
3. L’allenamento di tiro va inserito all’inizio dell’allenamento quando le strutture fisiche e nervose del giocatore sono ancora intatte e particolarmente recettive;
4. E’ corretto suggerire il tiro al giocatore; E’ giusto che il giocatore pensi di tirare e fare canestro? Assolutamente no!!!

DEFINIZIONE CONCETTI

Il tiro non è un’azione razionale ma un gesto istintivo da “pescare” in quella zona “grigia” al limite della consapevolezza dove l’istinto si può fondere con Sicurezza,determinazione,cuore e anima.

Sono i tiri “ignoranti” di Basile , tanto per intenderci. Attenzione perché i bambini, bombardati di divieti non sempre opportuni, sono pieni di paure di sbagliare.

Questo però è un discorso generale che bisogna cercare di superare educando ad una mentalità più positiva. Nei ragazzi, molto spesso, la buona prestazione al tiro deriva dal successo dei primi tentativi, cioè hanno bisogno di una conferma, di rassicurare se stessi.

5. Il tiro dipende dal talento? Assolutamente no!! Certo , non tutti siamo uguali, una differenza nella predisposizione naturale, psicologica e fisica ad una attività esiste, ma oggi con i “carichi”, la “specificità”, “l’intensità di allenamento”, “la buona attitudine” di un atleta, se correttamente allenato, supera di “gran lunga” la prestazione di un talento male allenato e comunque le differenze fra talento e il “normodotato” si possono e si devono ridurre nettamente. Il buon allenamento fa miracoli!
6. Apprendimento e velocità di esecuzione del gesto tecnico. Ogni ragazzo ha una velocità di esecuzione nell’apprendere che deve essere rispettata. Una volta accertato che il livello di apprendimento è soddisfacente, occorre stimolare ad esecuzioni al massimo della loro possibile velocità. Questo perché, ad ogni livello di velocità, vengono assimilati degli apprendimenti che devono essere “resettati” ogni volta che si eleva la velocità di esecuzione. Non c’è alcun collegamento tra i diversi livelli di velocità esecutiva. Il giocatore, inoltre, è poco disponibile mentalmente a “frantumarsi” un proprio fondamentale per ricostruirlo ad un livello superiore di velocità (vive di rendita).
7. Consideriamo più propriamente il tiro in senso “tecnico-tattico”. Il tiro non è solo un fondamentale (il più importante) , ma una “strategia”, una “filosofia” del gioco di attacco. Se parliamo di tiro, richiamo con fermezza l’attenzione sui dettagli.

DETTAGLI

• La ricezione della palla in termini di:

1. Spazio= Più vicino, più alte le percentuali e con un minimo di affaticamento;
2. Tempo= Riguarda il passatore che deve sapere di non fare aspettare il tiratore. Buona circolazione di palla=Buone percentuali di tiro
3. Il corpo del tiratore è: correttamente posizionato a canestro e particolare attenzione alla mano Dx con le dita rivolte verso l’alto, pronto al tiro (mani in agguato)

• Il Rimbalzo. Per quanto bravi al tiro, ci saranno (speriamo pochi) rimbalzi, su cui bisogna lottare accanitamente per giocarsi la partita. Attenzione ai movimenti suggeriti ai giocatori. “Lato debole”, MAI in allontanamento da canestro! Il rimbalzo è la sintesi del gioco di squadra, la massima espressione di “coesione” della “compattezza” esistente tra i giocatori. E’ l’esaltazione della “umiltà” , della “collaborazione”, della “disponibilità” agli altri. (Recuperare una palla per concedere un altro tiro alla propria squadra, rimediare ad un errore per far tirare, magari, un compagno).

• Tecnica Del Tiro. Sorvolo su : a)-Tecnica, che tutti conoscete; b) Punto di partenza del pallone. Alto o basso, per me è ininfluente. Direi alto solo nel tiro in sospensione.

• Sensibilità-Sensazioni. La sensibilità del movimento è molto importante per potersi ripetere e auto-correggersi e dipende dalla padronanza che il giocatore ha della propria catena cinetica (successione e qualità delle contrazioni dei gruppi muscolari che intervengono per determinare il movimento) .

Il tiro è “un’onda contrattile” che da tonica di sollevamemnto sale dalle gambe (piedi) in rapida continuità lungo tutto il corpo divenendo sempre più morbida e leggera di “accompagnamento” fino al rilascio della palla dai polpastrelli. Ricordo le tre “S” del giocatore di basket:

1. Mente=Sveglia
2. Gambe=Solide
3. Braccia=Sciolte

• Sensazioni= Allenarsi al tiro è anche impadronirsi e memorizzare quel senso gratificante di “armonia-leggerezza” che invade il giocatore al momento del rilascio della palla per cui avverte di avere realizzato prima ancora che la palla sia entrata a canestro.

• Lettura psicologica del tiro
1. Gambe= sono sede della decisione;
2. Braccia= sono sede della decisione+fermezza

ALLENAMENTO PRATICO

Materiale occorrente
1. Palloni 20-25 anche da MiniBasket e Pallavolo
2. Contenitore di palloni
3. Coni segnaposto
4. Cronometro e cordella metrica
5. Videocamera (se possibile)

S’inizia con un test di 50 tiri , 10 per ogni posizione del “5 fuori”. Posizioni fisse , misurate esattamente.

• Il test è ripetuto a distanza di un mese;
• I risultati vengono esposti e comunicati a tutta la squadra;
• Premio (da stabilirsi) al migliore in assoluto, oppure al miglior “incremento”, oppure al “più continuo” come somma di risultati mensili.
• Lo scopo è creare “motivazioni” e “competitività” sul tiro

ESERCIZI 
1. Velocità da fermo;
2. Direzione in movimento con arresto a 2 tempi;
3. Distanza in movimento con arresto 1 tempo;
4.Lateralità con movimento e arresto 2 tempi;
5. Memoria Muscolare con slalom in libertà ma con l’obbligo di alternare tiri da vicino , lontano, destra e sinistra

PROGRAMMAZIONE: Mensile 2-1 (Due mesi in crescita e uno in scarica)

1. Elegance
2. Armony
3. Competition

PROGRAMMAZIONE: Settimanale 3-1 (Tre settimane a crescere , una scarico)

FUORI PROGRAMMA

1. Allenamento al tiro libero. Non è più facile perché manca il difensore. E’ un tiro difficilissimo perché speciale. Non si può presentarsi e tirare senza avere verificato la posizione dei piedi, le mani sulla palla, la posizione di partenza. Il respiro è importante: inspirare , ma espirare non completamente. Deve essere fatto tutto come nell’attuazione di un rito.
2. Il tiro da vicino in corsa , ma anche con arresti.

“Termino con la speranza che una “stella” (…almeno una…) entrando nelle “retìna”, si sia impressa nella vostra “rétina” (dell’occhio); se così non fosse , è stata, comunque, una bella serata di basket con tutti Voi. Grazie . Gianni”