TIFOSI FAMOSI

Lucio Dalla ha un passato nelle giovanili della Virtus

 

L’INTERVISTA DEL MESE: LUCIO DALLA

di Dario Colombo – Giganti del Basket, marzo 1980

 

La cosa, in genere, funziona così. Non appena la Sinudyne passa in vantaggio Lucio Dalla si alza dalla sua poltroncina nelle immediate vicinanze della panchina degli ospiti e, rivolgendosi al signore che sta seduto tre posti più in là, gli urla: “Tobia, sto raccogliendo delle firme per non farti più entrare al palazzo, dal tanto che sei incompetente. Guarda qui che squadra!”. A quel punto il volto di Tobia si fa ancora più rosso, i muscoli facciali si tendono tutti come corde di violino per poi esplodere sistematicamente in un: “Fuori la pilla, io non faccio mica delle storie, se sei così sicuro di questa squadra tira fuori la pilla e scommetti sul risultato finale”. La pilla, per chi non l'avesse capito, sono i soldi, la lira, il vile denaro. Tobia, invece, è il nome del manager di Lucio Dalla, il cantautore dell'anno, l'uomo che ha ricreato il mito del cantante italiano di successo, considerato già bell'è morto e sepolto. Ma, molto probabilmente, la parte più ingrata e pesante del suo lavoro il bravo Tobia non la fa quando si mette al tavolo di Gianni Ravera o di qualche importante personaggio della RCA piuttosto che della RAI-TV, bensì proprio la domenica quando, dalle 17,30 in avanti, Lucio Dalla si siede nella sua poltroncina di fianco alla panchina degli ospiti ed inizia la sua ora e mezza di sofferenza per la Sinudyne. Da quel momento Tobia non è più un manager ma un parafulmine: è su di lui che si scarica tutta la tensione, la gioia e il dolore che il basket ogni domenica procura al piccolo grande Dalla. "Perché Tobia lo fa apposta a tifare per tutto quello che non è bolognese" si arrabbia il cantante "senza capire che questa è la più grande squadra che il basket italiano potenzialmente abbia mai avuto". "Lui pensa che io ce l'abbia con la Sinudyne" confessa Tobia "ed invece non si rende conto che io lo faccio per cercare di riportarlo entro i confini dell'obiettività, che lui supera abbondantemente ogni volta che entra al palazzo. Ditemi voi come si fa a dire che questa è la più grande squadra che il basket italiano abbia mai avuto...". E la faccenda va avanti in questi termini anche nel dopo-partita, quando in genere si finisce tutti alla corte del bravo "Cesàri" (con l'accento sulla à, mi raccomando) dove, davanti ad un piatto di lasagne ai funghi, la, discussione può arrivare a sfiorare anche la zona match-up o l'attacco shuffle. Perché la verità vera, non quella di Dalla né quella di Tobia, è questa: nel metro e sessanta di altezza del cantante Lucio Dalla è condensato il prototipo, il modello super raffinato e privo di contaminazioni dello sportivo bolognese e più in particolare del tifoso di basket bolognese. Nessun argomento cestistico per lui è tabù, la competenza viene data come per scontata e direttamente legata al fatto di vivere a Bologna. Una competenza, però, che deriva dall'amore viscerale per questo sport: e se sulla prima si può discutere ed avere qualche dubbio sul secondo, chiunque conosce Dalla, dopo cinque minuti sarebbe pronto a mettere la mano sul fuoco. L'unico poster che una rivista di musica ha dedicato al cantautore bolognese lo ritrae in tenuta da basket, maglia, pantaloncini, adidas e l'immancabile basco. Perfino un  settimanale austero come l'Espresso, che a Dalla ha riservato una copertina e un'intervista a firma Giorgio Bocca, non ha potuto fare a meno di pubblicare una sua foto in mezzo ad un gruppo di giocatori di basket. E allora?

"E allora la verità è che io sono un grandissimo giocatore di basket, un talento naturale incredibile” afferma Dalla. “Ci sono dei momenti in cui davvero faccio delle cose notevoli. Fino allo scorso anno, quando giravo per i palazzi dello sport a tenere dei concerti, portavo sempre la roba e stavo delle ore da solo sul campo a tirare. Ho delle medie notevolissime, anche dalla grande distanza: una volta a Cantù, Lienhard mi è testimone, feci un 10 su 11 da otto metri impressionante”.

Allora la Sinudyne ha risolto un eventuale problema del playmaker? “Mah, sicuramente no, perché la mia statura è quella che è e quindi come giocatore sono ormai tagliato fuori. Rimango comunque un grande allenatore e non è escluso che per sfizio, se me lo posso permettere, prima o poi lo faccia. Capisco sempre in anticipo le cose che stanno succedere in campo. Ho inventato uno schema che ho chiamato 'Rollerball' che non esito a definire rivoluzionario: lo stesso McMillian, a cui l'ho spiegato, mi ha detto che molte squadre pro americane adottano qualcosa di simile. Comunque per ora non posso anticipare niente perché sarà la grande rivelazione della mia squadra di amici nelle prossime partite…”.

Dalla al posto di Driscoll: cosa avresti fatto? “Mah, sai, è difficile, anche perché in un anno sono scoppiati alla Sinudyne tanti problemi che normalmente non si presentano in tre anni. La condizione di Bertolotti, gli infortuni, le polemiche interne… Più che un problema tecnico quello della Sinudyne è un problema psicologico: ed è questa forse l'unica cosa in cui per me difetta Driscoll. Mi sembra che manchi di quella aggressività e di quel temperamento che sono indispensabili al giorno d'oggi per guidare una grande squadra. Diciamo che per me il tipo ideale per la Sinudyne potrebbe essere Lombardi. Non lo dico perché io sono stato uno dei suoi più grandi ammiratori quando era giocatore, ma perché mi sembra che tutto sommato un tentativo si potrebbe fare. Certo, lui ha anche delle altre caratteristiche che probabilmente creerebbero dei problemi di natura diversa: però mi sembra che il gioco potrebbe valere la candela”.

E comunque tu che modifiche porteresti a questa squadra? “Facciamo due discorsi. il primo è quello dei giocatori che uno ha sempre sognato e che vorrebbe vedere nella sua squadra anche se sa che non li avrà mai: e allora dico Meneghin, dico anche Sacchetti, uno che mi è sempre piaciuto. Poi c'è l'altro discorso, quello della squadra ideale sì ma non troppo: magari con un po' di buona volontà la si può fare ed anzi, potrebbe anche verificarsi che si faccia. E qui dico un’auspicabile formazione della Sinudyne 1980-81, qualora restasse uno straniero: Tom McMillen, Bonamico, Villalta, Caglieris e Ferro”.

Ferro? “Ferro è una mia scoperta di alcuni anni fa, quando ne parlavo tutti mi ridevano dietro, adesso è uno dei giocatori più spettacolari del campionato. Si muove come un americano, ha un talento cestistico superiore alla media, ha un grandissimo equilibrio psico-fisico: manca ancora un po' in difesa. però già rispetto all'anno scorso ha fatto dei progressi notevolissimi. Avrebbe bisogno per venir fuori completamente di un grande allenatore, perché McMillen, pur bravissimo, forgiatore di giovani non è. Probabilmente se alla Mercury ci fosse ancora Nikolic, Ferro sarebbe già diventato da tempo un uomo da nazionale”.

Allora non è vero che il pubblico di Bologna è così competente come si vuol far credere, se solo tu ti sei accorto di Ferro… “Io giro anche per gli altri campi d'Italia e devo dire che, rispetto alla media, il pubblico di Bologna è un pubblico attento. Però, avendolo giocato e seguendo il basket con un'attenzione assolutamente critica, cioè non partecipante nel senso negativo del termine, devo dire che sono in pochi anche a Bologna a saper dire 'ecco stanno difendendo a zona', 'ecco quello è un buon difensore' e via dicendo. Del resto io preferisco il basket in assoluto a tutti gli altri sport proprio perché presenta questa vasta gamma di situazioni per cui non ti puoi fermare soltanto al risultato, anche se è quello che conta. In una partita ci sono tanti momenti che nel calcio e nel ciclismo per esempio non ci sono o sono due-tre, contro i cento che si possono vedere e scoprire in un incontro di basket. Ed è proprio facendo riferimento a questa capacità di scoperta che dico che anche il pubblico di Bologna, pur avanti rispetto a quello di altre città, ancora competente in maniera definitiva non è”.

Lucio Dalla: fino a che punto il basket è uno spettacolo in assoluto e fino a che punto non hanno contribuito a renderlo tale gli stranieri? “Devo dire, francamente, che fino a qualche anno fa ero abbastanza polemico e contrario alla presenza degli stranieri, soprattutto di due per squadra. Anche per delle ragioni sentimentali: io sono amico di gran parte dei giocatori italiani e mi sembrava poco bello il fatto che loro venissero confinati in una posizione di secondo piano rispetto ai giocatori stranieri, in tutti i sensi. Poi invece sono successi alcuni fatti che mi hanno costretto a cambiare idea e a rivedere la mia posizione generale nei confronti del problema stranieri. Uno di questi fatti è stato per esempio l'arrivo di Jim McMillian a Bologna. L'inserimento di McMillian è stato un fatto sconvolgente perché lui ha dimostrato che si può fare nel primo tempo 7 su 7 e poi nel secondo decidere di fare solo degli assist ai compagni senza che per questo il gioco, lo spettacolo ne risentisse: e allora ti rendi conto che il tutto va rapportato al valore degli stranieri che hai. Con un americano come lui anche i giovani vengono valorizzati ed hanno la possibilità d'apprendere delle cose utili, con altri americani invece la situazione mi dà onestamente fastidio”.

Ma allora, vedendo le cose da questa prospettiva, ti va bene qualsiasi soluzione politica: due americani, due americani e un oriundo, tre oriundi e via dicendo… “Io sono un uomo di spettacolo, quindi l'unica cosa che secondo me conta alla fine è la capacità di una squadra di produrre uno spettacolo all'altezza. Siccome io tengo alla promozione del basket al pari di tutte le altre cose che mi stanno a cuore, penso che solo attraverso un aumento dello spettacolo si possa accrescere il livello di diffusione del basket, pure già alto. Per esempio io troverei altamente qualificante e positivo il fatto che qualche società riuscisse a mettere assieme una squadra fortissima, strepitosa, con dieci fuoriclasse, che s'inserisse a livello promozionale in tutto quello che già si sta facendo, anche se il basket ha già raggiunto livelli addirittura superiori a quelli che le sue strutture in teoria gli potrebbero permettere. Questo, però, lo ripeto, non deve togliere stimoli a tutte quelle iniziative che possono servire ad aumentare lo spettacolo. Una delle ragioni per cui mi sono riavvicinato alla Mercury sta proprio nel fatto che la squadra di McMillen offre un grandissimo spettacolo, cosa che invece non ha mai fatto la Sinudyne quest'anno. Questo deriva dal fatto che i due americani della Mercury sono due buoni americani; che non soffocano il ruolo e la personalità degli italiani; che infine tutti hanno la mentalità giusta per produrre spettacolo. Loro infatti giocano per vincere ma per vincere facendo spettacolo: invece la Sinudyne non fa nascere niente, se si esclude forse Cosic che è uno showman. Io lo chiamo "Cimiteria" perché lui è sicuramente il giocatore più improbabile che si sia mai visto: eppure inventa delle cose bellissime, delle volte lo sento venire avanti in contropiede cantando, insomma è l'unico che possa suscitare dell'entusiasmo nel pubblico, il quale altrimenti deve affidarsi a leggere tra le righe di una partita gli eventuali motivi di soddisfazione”.

Ma allora questo amore viscerale per la Sinudyne…? “È un amore assoluto, fin da quando avevo 11 anni tifavo Virtus, per me vederla giocar bene è come ritornare ad avere 11 anni, è come se mi ricrescessero i capelli… Eppoi, al di là di tutto è una squadra fortissima, non ci sono discussioni su questo”.

Quanto conta Dalla nella Sinudyne? “No, niente per l'amor di Dio. Sono buon amico di Porelli, ma non ne approfitto. Ecco, senza voler far torto ad altri dirigenti, Porelli è un uomo che ha sempre avuto come obiettivo quello dello spettacolo da migliorare, da creare quando era il caso. Credo che lui sia avanti dieci anni rispetto agli altri. Adesso abbiamo concepito una cosa assieme, una specie di basket-spettacolo da mettere a punto e di cui per ora non posso rivelare altri particolari”.

Perché? “Perché altrimenti ce lo copiano a Milano…”.

Allora rimane questa gelosia, questo complesso nei confronti di Milano… “Non è gelosia, è una rivalità che tra l'altro fa benissimo: a Milano ci sono tifosi della Sinudyne, a Bologna ci sono tifosi del Billy come Tobia: è un modo come un altro per instaurare dei rapporti, dei legami tra la gente”.

Dal particolare all'universale: ci si ritrova a parlare di legami tra la gente in nome dello sport, proprio nel momento in cui lo sport sta per essere usato come arma di divisione tra i popoli… “Guarda, io sono filoamericano, per una certa tradizione apparentemente irrazionale, legata alla musica, al basket, perché penso che gli Stati Uniti siano una nazione democratica: però se loro mi boicottano le Olimpiadi è il più grosso scandalo che si sia mai visto. Ma come: mi vengono a parlare di distensione e poi fanno una cosa di questo genere che è contro qualsiasi concetto di distensione. Boicottare le Olimpiadi non ha alcun peso politico né alcun senso civile. Del resto, il pensare che questo tipo di azione possa svolgere una funzione propagandistica efficace all'interno dell'Unione Sovietica è un'illusione bella e buona: l'URSS ha ormai collaudato dei meccanismi di oppressione e di limitazione delle idee tali per cui è certo che anche questo tipo di propaganda verrebbe in qualche modo fuorviato e limitato. Quindi il tutto si risolverebbe in un'azione di propaganda interna al mondo americano e a quello occidentale più in generale”.

Ma tu ci credi ancora a queste Olimpiadi o no? “Io non ho mai creduto al significato mitologico dello sport e quindi ad un certo modo di presentare anche le Olimpiadi. Credo per che lo sport possa essere un'arma incredibile di aggiramento di taluni blocchi altrimenti considerati insormontabili, quando si faccia riferimento però all'uomo-atleta nudo, non rivestito di ideologie, preconcetti e via dicendo, ma dal puro e semplice desiderio di superare un suo simile, di soddisfare un'esigenza antropologica che è innata in ciascuno di noi e che nello sport può trovare la sua collocazione più adatta”.

Questo è dunque il motivo principale per cui tu vivi in un certo modo lo sport oppure il tutto trova origine anche nell'ambiente in cui sei cresciuto e vivi tuttora? “Il mio rapporto con lo sport nasce da un fatto ben preciso e cioè dal vivere a Bologna. Questa è sicuramente la città più sportiva d'Italia: per quanto riguarda il basket posso dire che non c'è quartiere che non abbia i suoi due-tre campi più o meno coperti, in cui magari c'è sempre un tabellone da sistemare ed un cerchio da sostituire ma che però sono meglio di niente. Noi - intendo io ed i miei amici - abbiamo cambiato almeno trenta volte il cerchio dei canestri sul campo dove giochiamo in collina: lo mettiamo e di notte ce lo rubano, però chi se ne frega: quando vogliamo giocare non dobbiamo far altro che comprarne uno nuovo ed il campo c'è. idem per i campi da calcio, da tennis e via dicendo. inoltre tutti i miei amici sono della mia stessa generazione, hanno iniziato a fare sport assieme a me quindi sentono quello che sento io, vivono le mie stesse emozioni, assieme a loro continuo un certo discorso iniziato tanti anni fa. Per tutti noi la domenica è magica, ma non perché si va a vedere il Bologna o la Mercury o la Sinudyne: ma perché crea fenomeni di aggregazione che sono assolutamente irripetibili. Poi magari si evolvono in forma violenta: però anche questo se vogliamo è comprensibile, fa parte del gioco, perché è falsa la retorica pacifista che si porta dietro da sempre il mondo dello sport. Quest'ultimo è per sua natura antagonismo, lotta, tentativo di supremazia: e talvolta è inevitabile che degeneri”.

Eppure nelle tue canzoni non c'è traccia di questa passione, il basket per esempio non è mai comparso. “Io penso che due amori così grandi come quello per la musica e quello per il basket non vadano contaminati. Mi piace tenerli separati, continuare a pensarli così come li ho pensati finora senza crearmi il problema di farli stare assieme. Del resto c'è stato chi ha scritto una canzone sul basket: è stato Baglioni, con "Il pivot", una canzone tra l'altro molto bella”.

E però il basket ha influito e influisce sulla tua vita di cantante: dicono che organizzi le tue tournée in modo da trovarti a cantare nelle città dove gioca la Sinudyne… “Di sicuro c’è una cosa: che per il periodo dei playoff io non prendo impegni. Poi se posso cerco di trovarmi dove gioca la Sinudyne, altrimenti vado a vedere anche altre squadre”.

Non hai mai temuto di compromettere la tua figura di cantante almeno presso i tifosi avversari della Sinudyne? “No, nel modo più assoluto. La gente vede che io giro per tutti i campi, sono uno a cui piace in fondo in fondo il bel gioco, lo faccia il Billy o la Sinudyne. Quindi i tifosi di Varese che qualche anno fa sfasciarono la macchina (tra l'altro di un mio amico) con cui ero andato alla partita, dimostrarono di non aver capito niente del Lucio Dalla tifoso di basket: allora cosa dovrei fare io con l'auto di Tobia, che viene al palazzo per tifare contro la mia Sinudyne?”

UN VIRTUSSINO PARTICOLARE

di Lucio Dalla - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

Forse era scritto così che la Virtus dovesse vincere tutto, nonostante una Fortitudo strepitosa ed eroica, nonostante Myers sempre meno italiano e sempre più planetario, stellare, probabilmente non se lo aspettavano in molti tranne a Bologna. Non me ne viene in mente nessuno, me compreso, che alla partenza del campionato si immaginasse un finale così incredibile, così epico e oltre lo sport, dai toni quasi omerici con gli dei sulla nostra testa a muove gli eroi e a divertirsi facendoci divertire, a confondere la logica, il cronometro, e la nostra stessa fede nei colori fino al punto, se mai fosse possibile, di andare oltre il tifo per sognare uno scudetto diviso in due e o per tutte e due le squadre. Io le cinque partite le ho vissute così soprattutto le ultime due tifando per Achille Danilovic e per Ettore Myers, per Aiace Savic e Ulisse Rigaudeau come per Patroclo Rivers. Lo sport che è quasi sempre bello a volte diventa anche sublime, va oltre i meriti dei suoi eroi e dello stesso pubblico, magari cancella città che fino a ieri erano leader con siccità di basket che le fa scomparire per concentrare tutta la sua spaventosa bellezza in una sola città anche se da sempre capitale del gioco più belo, più intelligente, più contemporaneo che esiste. Non vado quasi mai a vedere il derby al palazzo, non mi va di vedere una delle due squadre, delle mie squadre, perdere ma se vi dico che il pomeriggio della quarta partita avevo un concerto e che per non perdere neanche un minuto del secondo tempo in tv ho accelerato tutti i tempi delle canzoni fino a suonare e a cantare le ultime tre quasi a 78 giri avete un'idea di come non solo io ma tutti a Bologna abbiamo vissuto questa epopea.

Ci siamo divertiti e ai tifosi della Fortitudo dico che la squadra è al massimo e potrà vincere contro chiunque, spero che Seragnoli faccia ancora parte del quintetto base il prossima anno perché è anche il suo cuore che ha fatto diventare grande la squadra, ringrazio Abbio che è stato forse l'uomo determinante, Danilovic che ha cominciato a vincere il giorno che è nato, Myers perché se rinascessi vorrei essere come lui, Nesterovic che, nonostante quel piccolo ma visibile difettuccio che è l'altezza, ci ha fatto vedere come in un anno si diventa campioni, Messina che ha pilotato la nave spaziale come una bicicletta ai giardini Margherita, Cazzola che ci ha regalato un bel giocattolo e alla fine anche Tobia che da tanti anni mi porta al palazzo e che, dopo tanto tempo non ho capito ancora per che squadra tiene.

 

IL RICORDO DEL CESTISTA CARERA: DALLA VOLEVA FARE IL MIO PLAYMAKER

di Marco Sanfilippo - L'Eco di Bergamo - 12/03/2012

 

Flavio Carera, classe 1963, cittadino, cresciuto nel settore giovanile dell'Alpe Bergamo è senza alcun dubbio il più importante cestista bergamasco di ogni epoca. Nella sua lunga carriera, che l'ha visto vestire per 129 volte la maglia della nazionale, ha portato per cinque stagioni consecutive, tra il '92 ed il '97, la maglia bianconera della Virtus Bologna. 

Quel periodo è stato foriero di grandi risultati sportivi per le «vu nere» felsinee, che tra il '93 e il '95 conquistarono tre scudetti, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana nel '96; in prima fila a festeggiare le vittorie della Virtus c'era sempre Lucio Dalla, bolognese doc, appassionato ed acceso tifoso del Bologna Calcio e della Virtus, di cui era storico abbonato nel parterre. 

«Ho avuto il piacere e l'onore di conoscere Dalla già prima di approdare alla Virtus» racconta Carera. «Durante la mia militanza a Livorno, con la Libertas. Il tramite fu Alberto Bucci, bolognese ex coach virtussino e suo amico. Durante la mia esperienza bolognese ho iniziato a frequentarlo. Probabilmente per il mio modo di giocare, di comportarmi sia dentro che fuori dal campo, Lucio ha sempre avuto, sia durante le interviste televisive che sui giornali, parole di stima e simpatia nei miei confronti, naturalmente ricambiate da parte mia». 

Carera ha anche un ricordo personale particolare di Dalla: «Nel 2001 giocavo a Montecatini Terme. Durante un suo concerto al Pala Terme mi invitò sul palco. Fu molto simpatico e spiritoso; accennando alla differenza di altezza tra noi due - io sono 2,06 metri, lui 1,60 - disse che i piccoli, nella pallacanestro, si occupano della costruzione del gioco mentre a noi giganti spettava soltanto la lotta fisica sotto canestro. «Sono il più grande playmaker di sempre, ma mi frega l'altezza», una sua famosa frase.

LA STORIA DELLA VIRTUS

di Gianfranco Civolani - Il Resto del Carlino – 05/08/2003

 

Era appena finita la guerra, il basket lo si giocava solo là dove c'era un pavimento con due canestri montati alla 'brava' e alla sezione (del Psu, partito socialista unitario) Matteotti di Porta d'Azeglio c'era la squadra (appunto la Matteotti con i fratelli Bertelli e i Sangirardi) e i cosiddetti sfidanti. La Matteotti basket vinceva spesso, ma una sera toppò di brutto, solo 13 punti contro 45.
Mio padre — iscritto a quella sezione — il giorno dopo mi disse: «Non vale, avevano di fronte la grande Virtus». E fu così che mi innamorai perdutamente per la seconda volta (l'anno prima mi ero invaghito del Bologna calcio) di una squadra che non avevo ancora visto giocare. Ma rimediai subito e purtroppo toccai con mano il fascino delle vu nere quando appena quelle vu nere avevano conquistato il quarto scudetto consecutivo. Sì, perché di pallacanestro a Bologna se ne era parlato per la prima volta alla fine degli anni '20 quando si cominciò a sforacchiare il canestro sotto le volte più o meno celesti della chiesa di Santa Lucia. E nel '35 la Virtus era approdata alla prima divisione (oggi A-1) e c'era già stato un derby con la Fortitudo 18-5 per la Virtus.
Ecco, dal '35 fino al rombo dei cannoni, la Virtus non aveva primeggiato perché comandavano la Reyer (Venezia) e l'Olimpia (Milano) e però si trattava solo di aspettare e subito nel '45 i nostri eroi — che pestavano i campi in terra rossa della Sef Virtus in via Valeriani — vinsero il primo titolo a Viareggio. E il viaggio di ritorno fu tutto un programma. Un pullmino che attraverso il passo della Collina sbuffava e rantolava e tutti a far baldoria mostrando anche il sedere nudo (e qui Gelsomino Girotti era il più scatenato) o gridando frasi oscene ai viandanti di Ponte della Venturina o ai cittadini di Porretta e di Vergato. Il primo quintetto: Dondi, Vannini, Bersani, Marinelli e Rapini. E gli altri: Girotti, Calza, Cherubini. E il coach? Ma quale coach, c'era il cambista (si chiamava Foschi) che faceva da accompagnatore e che appunto faceva i cambi suggeriti poi da Dondi e da Vannini perché se i cambi non erano per la quale, partiva il solito «te ti 'vut sampar fer l'esen» e insomma Foschi obbediva e schivava le orecchie del somaro.
Per qualche anno di seguito — dicevo — furono successi a catena, ma poi campioni come Dondi, Marinelli e Vannini si ritirarono e c'era sempre l'Olimpia Milano fra i piedi così io mi ritrovai in sala Borsa a soffrire perché non solo la Virtus non vinceva più, ma nel frattempo a Bologna era stato fondato il Gira (in onore del ciclista Girardengo) e stava spopolando anche la MotoMorini e insomma la Virtus si piazzava seconda o terza e ringraziare. Ma agli inizia degli anni '50 arrivò a Bologna Vittorio Tracuzzi, detto «il Moro» per via dei pelacci che aveva sul torace, un truce siciliano (messinese) che cominciò a tracciare il solco con le sue idee geniali (per esempio la zona 1-3-1 altro che quella di Peterson a Milano) e poi gli arrivi del gigantone Calebotta — figlio di un papà diplomatico dalmata —, di Canna e di Alesini e l'esplosione del bolognesissimo Germano Gambini, fecero tornare il tricolore a Bologna e furono due successi in serie e non tre perché lo strampalato Tracuzzi — con la sua Virtus in vantaggio su Milano di 15 punti — cambiò tutto il quintetto nell'apoteosi e Milano inchiodò la Virtus ai supplementari, vinse e si pappò uno scudetto già perso.
Poi per la Virtus arrivarono gli anni meno succosi, con Milano e Varese che dominavano con una bolletta sempre più galoppante. E meno male che negli anni '60 si profilò l'uomo della Provvidenza, un mantovano che inceneriva il prossimo con i suoi occhi di brace e anche con qualche robusto ceffone dato più o meno al momento giusto. Gigi Porelli mise le cose al punto zero, salvò la gloriosa Virtus dalla retrocessione allo spasimo, firmò un bel patto di cambiali («Non dormivo la notte» — dice ancor oggi), ma con lui in sella e con lo sconosciutissimo Dan Peterson in panca e peraltro con buoni giocatori si ritornò ai vecchi fasti, per un bel po' di scudetti (e vale ricordare il bostoniano Terry Driscoll, due su due e record del mondo come allenatore) e il resto è anche storia recente. Coppe internazionali (tre), scudetti a raffica con Alberto Bucci e con Ettore Messina e mentre la proprietà della Virtus veniva trasferita dal grande Porelli (diciamolo: il miglior dirigente della Virtus basket di sempre) ad Alfredo Cazzola, la lunga linea di insuccessi non veniva mai intaccata.
E l'investitura del giovane Ettore Messina (portato a Bologna proprio da Porelli e destinato al settore giovanile) fu davvero casuale. Allenava l'americano Bob Hill (quello che viaggiava sempre con l'abito di vigogna grigia sulla gruccia) e io scrissi che Messina era già pronto per subentrare. Il buon Ettore mi mandò una lettera di ringraziamento, ma il presidente (Paolino Francia) mi disse: «Un attimo di pazienza, non precipitiamo le cose». Ma le cose le precipitò proprio Bob Hill. Si accasò nell'Nba e così Messina diventò il coach della Virtus per un gran colpo — come direbbe il poeta — 't'inchiappa'.
Però che rabbia, che malinconia e che vergogna vedere la Virtus ridotta in questo stato da un uomo solo. Il grande Slam? Facile fare la ruota del pavone con Messina in plancia. E quanti struggenti ricordi per chi ha sempre avuto la Virtus nel cuore. E quanti personaggi.
Gigi Rapini che inventò l'uncino dopo averlo studiato in costa Azzurra, Giancarlo Marinelli che inseguiva tutte le sottane d'Europa, Nino Calebotta che misurava (ai quei tempi) più di due metri che a Bologna veniva chiamato «Filuccone» o «gran Camillo», Achille Canna che in coppia con Mario Alesini sfrecciava come Schumacher, Dan Peterson che si presentò a Bologna vestito come una rock-star, Gigi Porelli che combatteva il mondo intero, Alfredo Cazzola che prendeva per gli stracci chiunque gli stesse sull'anima, gli immensi Sasha Danilovic e Creso Cosic che nessuno di noi nostalgici potrà mai più dimenticare, Lombardi - Brunamonti - Villalta che ci hanno fatto tanto sognare e Manu Ginobili che balzava lassù nell'empireo. E Madrigali che ha fatto peggio della grandine, della siccità, di un ciclone caraibico e di un esercito di voraci cavallette.
Ricordo lo scudetto della Stella, Barcellona, Vitoria, Firenze (c'era Sugar, un immortale). Dei quindici scudetti ne ho vissuti ben undici, dieci di più di quello scudettone del Bologna calcio che ho vissuto e celebrato nel '64.
Risorgeremo? Si, ma non so quando. E chiamerei a raccolta Porelli, Cazzola e quant'altri. E però avrei un desiderio: non vedere mai più questo Madrigali in un'arena sportiva.

I GIGANTI DEL BASKET: PEPPINO CELLINI

di Dan Peterson - basketnet.it

 

Beh, forse il termine 'gigante' fa impressione quando si tratta del piccolissimo Peppino Cellini, per anni una voce giornalistica del basket a Bologna. Ovvio, non ha mai giocato a basket ma, come le persone intelligenti, l'ha studiato attentamente, abbastanza per sapere qualcosa. Era anche un grande ascoltatore, quindi imparava lezioni da giocatori, dirigenti, allenatori, giornalisti, addetti, tifosi e chissà chi altro che è passato al suo negozio di gioielli in Via Clavature 6 a Bologna, quasi sotto le Due Torri, posizione perfetta per un Bolognese ad hoc.
Mi ha aiutato durante i miei primi tempi a Bologna. Diverse volte sono andato a cena con lui e Silvano Stella de La Gazzetta dello Sport. Eranodei geni per trovare le piccolissime trattorie fuori città dove si mangiava da Dio e... si pagava poco! Da loro due, ho capito diverse cose non del basket, ma dell'Italia, di Bologna, della mentalità. No, loro due non hanno mai messo dito nel mio lavoro, mai chiesto un parere su qualcosa, mai offerto un'opinione su una mia scelta, mai criticato o elogiato qualcuno. Da loro due capivo la grandezza dei Beppe Lamberti, dei Gigi Porelli, dell'On. Giancarlo Tesini e altri. Università di vita.
Peppino era anche spiritosissimo. Durante il mio primo anno a Bologna, avevo letto che un allenatore di Serie A è stato affiancato da un altro allenatore. Non capivo la parola affiancato. Passo in negozio a Peppino: "Peppino, cosa vuol dire la parola affiancato?" Lui, "Caro Dan, affiancare vuol dire uccidere." Io, incredulo: "Davvero?" Lui, "No, Dan, tu sei troppo ingenuo. Vuol dire che l'allenatore in panchina è ormai morto, che la società non ha fiducia in lui, che hanno messo uno a suo fianco per fare il suo lavoro." Sono lezioni di Italiano e di vita che sono difficili da dimenticare.
Peppino voleva che il Basket City andasse bene, sia Virtus che Fortitudo. Ovvio, i Virtussini l'hanno accusato di simpatizzare per la Fortitudo e viceversa. Posso dire questo: non vero. Ma quando abbiamo vinto la Coppa Italia a Vicenza nel 1974, per andare nella Coppa delle Coppe, con viaggi in aereo all'estero l'anno dopo, proprio sul campo di Vicenza, gara appena finita, vedo un Peppino impazzito, facendo l'aeroplano, come Montella, urlando, "Cominciamo a volare!!!!!" Ancora, ho avuto bisogno di spiegazioni. Ettore Zuccheri, mio vice: "Coach, per le trasferte in coppa, si va in aereo!" Ah. OK.
Peppino ha poi litigato con tutti. Lui amava l'Avv. Porelli ma, prima del mio arrivo, avevo scritto un titolo a 9 colonne: "Avvocato, vattene!". Insomma, odio-amore fra loro due. E Porelli, con lo studio legale non 100 metri dal negozio di Peppino, passava quasi ogni giorno. Sul muro del negozio, c'era una piccola balalaika russa a 6 corde. Porelli, giocando sulla poca altezza di Peppino: "Peppa, per te, quella lì è un violoncello!!!". Risata da spaccare i muri. Ecco il mio ricordo di Peppino: Amicizia, Umorismo, Competenza, Passione, Imparzialità. Il vero Piccolo Grande Uomo del Basket Italiano.

Peppino Cellini assiste al riscaldamento della Candy

CEV, BOLOGNA E VIRTUS NEL CUORE: "AL DALL'ARA IL SINDACO SONO IO"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 09/05/2012

 

“Al Dall’Ara non c’è storia. Lì il sindaco sono io. O almeno lo sono della curva Andrea Costa”. Maurizio Cevenini, l’amico Cev, onnipresente – “ho tre o quattro cloni, che utilizzo a seconda delle manifestazioni” – scherzava sempre sul suo amore per lo sport, sulla sua passione per il Bologna Fc 1909, sul suo tifo per la Virtus Basket, che non gli impediva di pensare, in una città alle prese con le divisioni create dal derby, anche alla Fortitudo. Tifoso bipartisan verrebbe da dire oggi. Cravatta rigorosamente rossoblù per ricordare il suo Bologna. Il posto fisso in tribuna, al Dall’Ara, ma pure all’Unipol Arena, per seguire la Virtus. Speaker di un derby di basket di vecchie glorie giocato alla Fiera, all’aperto, con Danilovic e Myers, Abbio ed Esposito.
Una parola e un sorriso per tutti. Le ultime alla StraBologna, poche settimane fa. Sul palco, insieme agli sportivi. Lui che lo sport lo faceva davvero. “Nazionale” dei consiglieri: maglia rossoblù, sguardo alto, libero vecchia maniera. Deciso magari nel tirare un “calcione” all’avversario di turno, ma senza cattiveria, con il sorriso sulle labbra, chiedendo pure scusa. Era stato il primo a lanciare la Nazionale dei consiglieri: stagione 1995/96. Le sfide, prima di ogni gara ufficiale del Bologna, tra i consiglieri rossoblù e quelli avversari. Il modo migliore per lanciare un messaggio di fair play tra realtà fieramente divise, il modo per avvicinare le famiglie allo sport, vedendo quei consiglieri, apparentemente così lontani dalla vita quotidiana, in realtà così vicini, in maglietta e calzoncini.Rossoblù tutto d'un pezzo, anche durante le ultime vicende che avevano portato il club (con il presidente Porcedda) a un passo dal baratro. Un pool di imprenditori, capeggiati da Giovanni Consorte, aveva salvato il club. Il progetto prevedeva la creazione di una serie di realtà legate al club: Maurizio Cevenini era diventato, quasi per acclamazione, il presidente, il garante, dell'associazione dei tifosi.

Poche settimane fa, alla StraBologna si era messo a parlare con alcuni ragazzi della Fossa dei Leoni. Scontato l'argomento: il PalaDozza, la Fortitudo e Sacrati. Perché il dono che aveva Maurizio era davvero raro. Oltre a essere sempre presente aveva la capacità e l'onestà intellettuale di stare ad ascoltare, sempre, il suo interlocutore. Prima ancora di StraBologna aveva avuto tempo di far festa al PalaDozza, per la Coppa Italia conquistata dalla Libertas Bologna. "Sono qui in questo momento - diceva abbracciato al patron della Libertas Fabio Landi -, ma almeno non posso essere accusato di un tifoso occasionale. Quando posso, praticamente sempre, non perdo nemmeno una partita della Libertas". Girava con una Smart bianca con due fasce rosse e blu sulle fiancate, per ricordare, ovviamente, la vecchia maglia del Bologna di fine anni Sessanta e inizio anni Settanta. A un matrimonio, uno dei tanti celebrati, trovatosi a cospetto di un "ragazzo" del '64 non aveva potuto fare a meno di ricordare l'anno dell'ultimo scudetto del Bologna.

Ma la passione per lo sport lo portava un po' ovunque. Anche nei "campetti" di periferia. Così, a marzo, non aveva saputo dire no alla richiesta di Stefano Landuzzi e Lele Frignani, rispettivamente presidente e vice presidente delle Blue Girls Bologna, la squadra di softball delle Due Torri, neopromossa in A1. Maurizio s'era tolto la giacca, aveva arrotolato le maniche della camicia (ma la cravatta rossoblù doveva restare al suo posto), aveva infilato un guantone per il primo lancio inaugurale. Senza paura di fare brutte figure perché sapeva che, comunque, il suo sorriso e la sua disponibilità erano armi vincenti.

L’unica cosa sulla quale non transigeva era la maglia da gioco. Che doveva essere rossoblù. E per riconoscergli tanto la passione quanto la leadership i compagni non avevano impiegato molto a consegnargli pure la fascia da capitano. Perché sapevano che quel ruolo era in buone mani. Capitano della Nazionale, sindaco della curva: sempre presente in qualsiasi manifestazione sportiva. Il vuoto che ha lasciato già si sente.

Il politico Cevenini e il cantante e show-man Andrea Mingardi (foto tratta da www.virtus.it)

LE V NERE SON TORNATE

di Andrea Mingardi - Bianconero - gennaio 2005

 

Fine ed inizio anno: auguri e tempo di bilanci. Dopo la tempesta bisesta e madrigalesca abbattutasi sulla Virtus è giunta l'ora di fare alcune riflessioni. Claudio Sabatini, con un carpiato di difficoltà 3,5 e una respirazione bocca a bocca, ha miracolosamente salvato la vita alla Signora dei canestri. Suo padre sarebbe orgoglioso di lui. L'indifferenza della precedente amministrazione comunale, insieme al fuggi fuggi degli... imprenditori locali, ha dato il segno di un momento storico-economico in ui pare sia più facile trovare qualcuno che dia fiducia alle Lecciso che sostegno per un pezzo di storia italiana. Se ci mettiamo anche una frangia di personaggi in seno alla federazione che non vedevano l'ora di vederci in difficoltà, il film è presto fatto. Al di là degli avvoltoi più o meno famosi che si masturbavano neanche tanto di nascosto di fronte al disastro "parmalattiano" bianconero, devo convenire con che parecchi "cugini" invece erano segretamente rammaricati per la nostra penalizzazione. Una cosa è vincere con una gara e un'altra è senza di noi. Grazie, cari "cugini" e complimenti per la vostra squadra giovane, bella e, perché no, anche un po' Virt...uosa. Savic, Smodis e company, per ora avete vinto là come me a... Sanremo!

Vedi che bello sfottersi? In fondo, noi noibli... decaduti, parenti momentaneamente in disgrazia, giocatori di borsa che hanno comprato delle "Seat pagine gialle", sentiamo già l'odore del derby, il sapore delle vigilie e il gustop di ritornare ad essere la capitale del basket. Ma la strada è lunga e irta di insidie.

In campionato di A2 non fa sconti. Bisogna vincere, arrivare primi e tutti sono contro di noi. Giustamente. Batterci, può salvare l'immagine di una squadra e il suo stesso campionato. Quindi dopo i recenti rimpalli, deve farsi largo nella mente dei ragazzi, non sicuramente di Consolini che ha già capito tutto e fa il pompiere, che sarà dura e, ogni partita, ogni tiro, ogni palla, potrebbe fare la differenza. Sabatini, il presidente, il coach, Faraoni, il team, la Carisbo e gli sponsor, li vedo come un pugle in clinch, chiusi in una difesa granitica, senza pazzie, fronzoli ma pronti per colpire l'avversario dove fa male. Dobbiamo lasciare il blasone a casa e lottare come minatore per scavare il tunnel che ci porterà alla luce. A mani nude, con una determinazione operaia e un'umiltà che le settemila persone, a proposito, grazie a tutti, non dovranno mai far perdere al progetto con futili richieste di "schiacciate" e passaggi dietro alla schiena.

Perora, pale e cipolla, poi si vedrà. E sarà ancor più belo, perché la rinascita non verrà da magnati che hanno bisogno di fatture di scarico, non da intrallazzatori che identificano nello sport la possibilità di un indotto personale, non da professionisti del settore che cercano, a loro vantaggio, di rivitalizzare società moribonde per rivederle in plus valenze, ma da qualla sorta di public company tanto auspicata da Claudio che, di fatto, si sta verificando. Migliaia di infermieri sono al capezzale di una splendida donna che sta riprendendosi alla grande. Per amore, perché le parliamo ad un orecchio e la accarezziamo raccontandole storie neanche tanto remote. Lei ha già preso colorito e spesso sorride, non sempre ma spesso. La malattia poteva essere letale ma ora siamo una società, una squadra, abbiamo tutti i nostri trofei belli in bacheca e la memoria in noi è viva e rivendica il posto che le spetta. Quando? Se ogni giorno segni un progresso non è poi così importante quanto. Ora siamo sicuri che succederà.

Pochi giorni fa ero ad Atlantic City per un paio di concerti. Ho acceso la tv americana e la prima immagine impattata è stata quella di Ginobili che passava la palla a Nesterovic. Un tuffo al cuore. Cari Sasha, Sugar, Roberto, Renato, Marko, Ettore, caro Alfredo, credetemi è stato un attimo e poi ho pensato subito a... Peluss! Di due cose con sicuro, che "Pelo" difenderà la mia... famiglia c che, via Ferrara, Fabriano e Capo d'Orlando, stiamo tornando!

Bolognesi, al vespro accendete la radio "Ascolta si fa Sera... gnoli", conversazione di Padre Andrea Mingardi: "Ricordatevi, presto gli ultimi torneranno ad essere i primi e quindi, d'ora in poi nessuno dorma tranquillo".

Forza Virtus!!!!!!!!!

 

«LA VIRTUS È UN ROCK»

di Massimo Selleri - Il Resto del Carlino - 04/08/2013

 

Un nuovo inno per la Virtus. Lo comporrà e lo canterà Andrea Mingardi, il noto artista bolognese che della sua passione sportiva per la V nera, insieme con quella altrettanto nota per il Bologna Fc, ha sempre fatto un motivo di vanto. «Sono onorato - spiega Mingardi - che mi sia stato chiesto di scrivere una canzone che caratterizzi questo new deal bianconero. Dopo il regno di Claudio Sabatini, ora alla guida della società c'è una persona a cui sono legato da grande affetto e di cui ho una grande stima dal punto di vista umano e sportivo. Questa persona ovviamente si chiama Renato Villalta, il capitano della stella nonché l'attuale presidente della società».

Può anticiparci un frame di questo inno?

Ci sto ancora lavorando. La musica si svilupperà su due linee: il rock classico e una melodia che sia molto orecchiabile e che accompagni i giocatori durante la presentazione. Il testo si baserà su una serie di episodi che caratterizzano la nostra storia e le parole saranno molto caratterizzanti, in modo tale che i Forever Boys lo possano subito cantare.

Il derby è compreso in uno di questi episodi?

Per il momento no perché attualmente la partita con la Fortitudo non c'è. Noi virtussini siamo molto dispiaciuti di questo e speriamo che presto questa gara si torni a giocare. Quando succederà aggiungeremo una nuova parte come segno di welcome back per un appuntamento che ha dato emozioni uniche a tutta la città.

Voi artisti bolognesi come affrontavate il clima del derby?

«Nessuno di noi ha mai fatto grande mistero della sua fede cestistica. È sempre stata sotto la luce del sole. Gaetano Curreri ad esempio è notorio che tifi per la Fortitudo, ma noi virtussini ci siamo sempre sentiti superiori perché avevamo il numero uno, vale a dire Lucio Dalla. Era un playmaker molto veloce e abbiamo anche giocato insieme prima che io tra pallacanestro e calcio decidessi per il pallone e andassi nelle giovanili del Bologna.

Per che cosa si caratterizza quello che viene definito lo stile Virtus?

Non credo che esita uno stile bianconero, mentre penso ci sia ancora oggi un modo legato all'avvocato Porelli. Noi siamo stati radiati nell'estate del 2003 e grazie all'intervento di Claudio Sabatini siamo immediatamente ripartiti. A differenza del Bologna che quando era in serie C ha perso le giovani generazioni di tifosi che si sono legati ai grandi club come l'Inter o la Juventus. La V nera, invece, non ha perso il suo appeal e ha continuato ad attirare nuovi tifosi.

Quindi la società in questi anni non si è svirtussinizzata?

No, ma è vittima di quella che potremmo chiamare la sindrome dello scudetto vinto dal Bologna nell'ormai lontano giugno del 1964. A noi bolognesi piace giudicare l'attuale squadra rossoblu pensando ai criteri di allora. Così è anche per la Virtus: in alcune occasioni ci siamo permessi di criticare giocatori del calibro di Marko Jaric e Antoine Rigaudeau. Nel caso del francese all'inizio eravamo diffidenti pensando che cosa potesse venire di buono da un giocatore storto, mentre oggi ci accontenteremmo della sua metà destra. D'altra parte una tifoseria che ha vissuto tante emozioni come il canestro da quattro di Sasha Danilovic, oggi può permettersi di voler bene alla squadra pur criticandola in alcune occasioni.

Ha già rinnovato l'abbonamento?

Certo. La partita per me è l'occasione di incontrare tanti amici con una stessa fede. Io ho avuto la fortuna di vedere la Virtus a fianco dell'avvocato Porelli e il solo fatto che pensasse che io avessi composto la canzone Gig pensando a lui è una cosa che ancora oggi mi riempie di orgoglio.

È fiducioso sul futuro bianconero?

Sì. Intanto perché penso che peggio dell'anno scorso sia impossibile fare e poi penso che la presenza di Renato Villalta e di Bruno Arrigoni siano una garanzia. Dopo tanti anni di esperimenti non riusciti, quest'anno credo che tre americani buoni li riusciremo a prendere anche noi e questo farà la differenza. Sono convinto che quest'anno ci divertiremo.

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 27/12/2014

 

C’è sempre una prima volta. Anche per un artista navigato come Andrea Mingardi, uno che sa ancora vivere di passioni ed emozioni. Come quella di cantare l’Inno nazionale davanti al pubblico della Unipol Arena, prima di una partita della sua squadra del cuore, la Virtus. Come si fa negli States, un mondo a cui Andrea è legato da sempre, per scelte musicali ed artistiche.

È stato toccante, davvero. E comunque, una sfida. C’è differenza, in queste cose, tra Italia e Stati Uniti. Quando fai partire l’inno, da noi, senti subito un po’ di odore di retorica. In Usa affronti l’evento con gioia, qui con una sorta di rispetto. Credo che la mia versione “soul”, che mi impensieriva perché non sapevo come sarebbe stata accolta, abbia fatto capire che non c’è retorica nel nostro inno, ma solo orgoglio, senso di appartenenza a una Nazione e ai colori di questa squadra. Una forma di rispetto che viene dall’anima, non dalla politica o dalle istituzioni. È dentro di noi.

L’appartenenza ai colori della Virtus. Bell’argomento, proviamo a raccontarla dall’inizio?

Da ragazzo uscii da una brutta forma di tonsillite, una malattia che mi impediva di correre, e improvvisamente cominciai a crescere di colpo. A dodici anni ero già altissimo, e scoprii lo sport praticato. Prima di diventare portiere nelle giovanili del Bologna, ho giocato a basket in quelle della Virtus. L’amore è iniziato così, e si è sviluppato in Sala Borsa.

Il “posto dei canestri” per i bolognesi, prima che tutto si trasferisse in piazza Azzarita.

Lì, ragazzino, incrociai i miei primi idoli. Calebotta, Canna, Alesini… E lì incontrai per la prima volta Lucio Dalla, che aveva tre anni meno di me, poco più di un bimbo, e la nostra passione comune all’inizio fu lo sport. Iniziavamo entrambi a frequentare il mondo della musica, ma non sapevamo l’uno dell’altro. Tanto che, ricordo ancora, qualche anno dopo ci incontrammo in un locale dove cantavo, e Lucio mi disse “non sapevo che tu cantassi”. “E io non sapevo che tu suonassi”, gli risposi. A unirci furono calcio e pallacanestro, prima ancora del nostro mestiere…

Il calcio e il Bologna sono passioni di cui ha parlato e scritto, ultimamente anche col volume “Cuore Rossoblù”, uscito prima di Natale per Minerva Edizioni e lanciatissimo. La sua Virtus non l’ha ancora messa nero su bianco…

Perché se scrivessi “Cuore bianconero” in giro per l’Italia penserebbero che tifo per la Juve, e questo non mi va proprio… Scherzi a parte, di aneddoti ce ne sarebbero. Io ho sempre amato la pallacanestro, mi dà piacere seguirla e sono andato, da virtussino doc, a vedere spesso partite di Fortitudo e Gira. Amo i gesti, la tecnica, la velocità. E ho i miei idoli, come tutti. Dopo i tempi della Sala Borsa ci sono stati quelli di Fultz, Bertolotti e Serafini, poi mi sono goduto personaggi come Brunamonti, Cosic, come Sugar che mi ha dato emozioni paragonabili a quelle che ho provato vedendo giocare Ginobili in bianconero.

La più grande, quella indelebile?

Come per tutti i virtussini, dico il “tiro da 4” di Sasha Danilovic. Per mille motivi, su tutti il fatto che da quella partita eravamo già fuori, avevamo perso. Non lo dico con crudeltà, ma ricordo i tifosi della Fortitudo che avevano già quasi un piede in campo, pronti ad esplodere di gioia. Avrei fatto lo stesso, e per loro dev’essere stato un momento tremendo. Sì, per me i momenti incancellabili dello sport bolognese sono due: lo scudetto del Bologna nel ’64 e il tiro da quattro di Sasha.

Rimpiange quei tempi?

Mi piace vivere il presente. Diciamo che me li sono goduti, e non è da tutti. Dicono che il tifoso virtussino sia molto critico, per quello che ha vissuto. Ma io ricordo che anche allora si storceva il naso quando arrivava un periodo negativo. Succedeva anche ai tempi del Bologna di Bulgarelli, Nielsen ed Haller. A volte non ci si rende conto della felicità, quando ci si vive immersi.

La Virtus di oggi che sensazioni le dà?

Rispetto al recente passato, in questa squadra intuisco grandi capacità di corsa e margini di miglioramento ancora indecifrabili. Vedo gente che corre, salta, si sacrifica, dà una precisa idea di gruppo. Ma non possiamo sapere dove arriveranno alcuni di questi giocatori. Magari qualcuno fallirà, ma fanno pensare a una crescita possibile e alimentano le speranze. Ray è un campione vero, un ragazzo come White mostra già un gran talento, lo stesso Gilchrist atleticamente è una forza, se comincia a prenderci un po’ sotto canestro quanto può crescere? Poi ci sono Imbrò e Fontecchio, che rappresentano il futuro per il movimento. Credo che con un po’ di continuità questa squadra possa fare buone cose. Per questo vorrei che a fine stagione si ripartisse tenendo conto di questo nucleo, senza altre rivoluzioni.

Gianluca Pagliuca (foto tratta da www.virtus.it)

tratto da PAGLIUCA, IL BOLOGNESE GRANDE CON LA SAMP

di Giuseppe Bagnati - La Gazzetta dello Sport - 24/10/2008

 

DA BOLOGNA A VIAREGGIO - "Ho cominciato nell’anno in cui l’Italia ha vinto i mondiali, nell’82". Pagliuca scala tutte le categorie giovanili fino ad arrivare alla Primavera. "Ma giocavo anche a tennis e basket. Sono da sempre tifoso della Virtus e adesso che sono libero vado sempre in parterre assistere alle partite delle V nere". Una brutta prestazione del portiere titolare della Primavera gli spiana la strada. "Il mio allenatore Renzo Ragonesi mi dà fiducia". La Sampdoria mette gli occhi su questo ragazzo di 1,90 e lo chiede in prestito per il torneo di Viareggio. "Verrò premiato come miglior portiere del torneo e la Samp cede in finale soltanto all’Inter".

 

IL FAN PAGLIUCA: «TRISTI LE SEDIE VUOTE MA LA CARICA TORNERA'»

di Elisa Fiocchi - Il Corriere di Bologna - 10/06/2009

 

Gianluca Pagliuca, ex portiere del Bologna nonché tifoso Virtus, lei ha staccato il biglietto per i playoff o ha seguito il trend della maggioranza degli abbonati?

Sono venuto a vedere la prima partita in casa contro Treviso, non la seconda ma solo perché ho avuto un impegno. Non sarei mai mancato.

Che ha pensato dinanzi ai tanti abbonati rimasti a casa?

Ho notato fin da subito il palazzo mezzo vuoto, sembrava una gara invernale di Eurochallenge, non la volata playoff per lo scudetto. Mi è dispiaciuto molto, non fa parte dello stile Virtus.

Come se l'è spiegata una così ampia defezione?

Non voglio credere che sia tutta dovuta a una questione economica. La vera causa è da ricercare nel finale di stagione della squadra, dove la Virtus ha perso le ultime quattro o cinque partite, compresa l'ultima di campionato in casa contro Treviso: un vantaggio scialacquato nel finale e un terzo posto sfumato a quinto. Il pubblico ha cominciato a smettere di credere e sostenere la squadra.

Crede che le voci di mercato a stagione in corso abbiano influito sul disamore della tifoseria?

In parte, ma Boniciolli ha comunque le sue responsabilità oggettive. Oggi sono davvero contento per coach Lardo, è una bella persona e non potevamo ripartire in maniera migliore.

E Sabatini?

Mi auguro non venda, alla Virtus ha fatto molte più cose buone che cattive e quest'anno ha messo assieme un'ottima squadra. Non dimentichiamoci che ci hanno "rubato" la finale di Coppa Italia di un punto contro Siena, per non parlare di quella gara di campionato con il fallo su Boykins. Da lì è scattata tutta l'amarezza. Poi abbiamo vinto l'Eurochallenge, che sarà la coppa del nonno ma è pur sempre un trofeo. Purtroppo il finale di campionato non è stato positivo, altrimenti si starebbe parlando con toni ben diversi.

Il futuro della Virtus le sembra più nebuloso?

Io sono convinto che faremo bene, anche con un budget ridotto. Stando alle ultime voci, si spenderà meno. Ma credo che possano arrivare ugualmente risultati buoni e pure che al pubblico virtussino tornerà ogni entusiasmo.

PAGLIUCA: IO COME MORANDI PER IL BFC. SPERO CHE POETA E GIGLI RIMANGANO. SABATINI VA RINGRAZIATO, SENZA DI LUI NON CI SAREBBE LA VIRTUS

www.bolognabasket.it - 30/05/2013

 

Gianluca Pagliuca è socio della Fondazione Virtus e rappresentante dei soci sostenitori in consiglio di indirizzo. L’ex portiere è stato intervistato da Stadio.
Ecco le sue parole:

Rappresentante dei soci sostenitori. Che effetto mi fa? Bello, è un ruolo nuovo, diciamo che mi sento a casa. Sono entrato ufficialmente a far parte della famiglia. Sento questa nuova responsabilità, ma per la Virtus questo e altro.
Villalta ha detto che sarò l’uomo immagine del club? Lo ringrazio, sono belle parole, fanno piacere, significa che si fidano.
I miei compiti? Semplicemente quelli di uomo immagine, insomma, non ho l’esperienza degli altri, dovrò cercare sponsor, presenzierò ai CDA, diciamo che mi piacerebbe essere per la Virtus quel che Gianni Morandi è per il Bologna.
Da dove partire per la rifondazione Virtus? Beh intanto un po’ di cose sono cambiate. Dal punto di vista tecnico credo che il passaggio decisivo sia la scelta dei nuovi americani.
Quest’anno è andata buca? Non hanno inciso, anzi direi che il problema della stagione storta - aldilà degli infortuni - sono stati gli americani sbagliati. Con tre americani veri, di quelli che spostano gli equilibri, non saremmo certo arrivati terzultimi.
Dove si pescano tre americani buoni? Io intanto preciserei che bisogna prenderli a costi contenuti. In ogni caso ci penserà il nuovo DS...
Arrigoni? A me Arrigoni piace molto. Ma aldilà di chi verrà dovrà essere uno con l’occhio lungo, capace di trovare giocatori utili e magari poco conosciuti. E poi c’è un’altra cosa. Sono d’accordissimo con la linea verde. Abbiamo tanti giovani validi, ragazzi che già quest’anno hanno gravitato attorno alla prima squadra. Saranno fondamentali per ripartire.
Al momento certezze tecniche non ce ne sono? Ma arriveranno. Lo dico subito, spero che Poeta e Gigli rimangano da noi. Sarà importante averli nell’anno della rifondazione. Per la loro qualità, il carisma, il peso specifico. Sono due guide, ci servono.
Cosa penso di Bechi? Tutto il bene possibile. Mi piace, lo apprezzo per quel che ha fatto, non era affatto facile. Ha centrato l’obiettivo che gli chiedevano: la salvezza.
Un momento in cui ho avuto paura di retrocedere? Certo, c’è stato. Mi sono detto: questa è una di quelle stagioni dove tutto va a rotoli, qui andiamo giù senza neanche accorgercene. L’abbiamo scampata bella.
Cosa ha portato di nuovo Renato Villalta? È appena arrivato, diamogli tempo. È un uomo di spessore, conosce l’ambiente, la pallacanestro italiana è la sua casa. Di certo si può dire che ha portato ottimismo in tutto l’ambiente.
C’era molta delusione in giro? A me sono piaciute molto le parole dei Forever. Aldilà degli uomini, la cosa fondamentale è la Virtus.
È un buon inizio? Quando c’è un rapporto di fiducia è sempre un buon modo per cominciare una nuova avventura. Però, visto che c’è stata una fase di passaggio, vorrei spendere due parole per Claudio Sabatini. Lo voglio dire chiaro: se non ci fosse stato Sabatini oggi la Virtus non ci sarebbe più. Non dimentichiamo quello che ha fatto per dieci anni. E sono stati anni difficili, complicati. Claudio ha ricostruito la Virtus. Certo, qualche errore c’è stato, quello è inevitabile. Ma se peso le cose positive e quelle negative, beh sono molte di più quelle positive. Per questo mi spiace quando si dice che sono stati anni fallimentari. Non è affatto vero, ricordiamoci come eravamo messi dieci anni fa.
In cosa dovrà distinguersi la Virtus dalle altre squadre? Ci siamo sempre distinti. Ora l’importante è dimostrare che siamo una società sana, con dei valori. I giocatori devono trovare gratificazione nel venire alla Virtus non tanto perchè si guadagna, ma perchè è la Virtus, un club che ha una storia gloriosa alle spalle e un futuro che vuole essere vincente.
Cosa serve per vincere? E chi lo sa? Non sempre la chimica delle vittorie è la stessa. Bisogna costruire una buona squadra, e ripeto - partendo dagli americani - ci deve essere una società solida alle spalle, e poi serve fortuna. Guardate Roma: sono stati bravissimi, ma vi ricordate come erano messi all’inizio dell’anno? Manco dovevano esserci. Ora sono in semifinale con la finale lì, a portata di mano. Questo per dire che ogni stagione fa gara a sè.
Bisogna creare le premesse per fare bene? Quelle ci sono. Mettiamola giù così: le persone ci sono, la buona volontà pure. Se oltre a queste componenti avremo fortuna anche nello scegliere gli uomini giusti, allora la Virtus qualcosa di buono potrà farlo...

UOMINI DI BASKET - A TU PER TU CON GIANLUCA PAGLIUCA

Abbiamo intervistato l'ex portiere della nazionale che ci ha raccontato diversi aneddoti sulla sua passione per la pallacanestro

di Massimo Mattacheo - wwwbasketindside.com - 22/03/2017

 

Una passione per la pallacanestro che nasce fin da quando era ragazzo, cosa normale per chi cresce a Bologna: abbiamo intervistato Gianluca Pagliuca, ex portiere di Sampdoria, Inter, Bologna e Ascoli, oltre che della Nazionale. Ci ha raccontato del suo tifo per la Virtus, dei grandi giocatori che ha visto passare a Bologna, oltre a un curioso e divertente aneddoto legato alla stagione ’98, quando difendeva i pali dell’Inter.
Ciao Gianluca, quando nasce la tua passione per la pallacanestro?
“Fin da quando ero ragazzo, a Bologna è normale che ci si avvicini alla pallacanestro. Ho iniziato a seguire la Sinudyne Bologna, fin dagli anni Settanta sono sempre andato al palazzetto. Poi ricordo con piacere la Buckler e la Kinder: sono stati anni ricchi di soddisfazioni, in cui ho visto giocare diversi giocatori molto forti”.

Hai seguito solo la Virtus o segui anche altro nella pallacanestro?

“Io sono virtussino fino al midollo, però adoro anche l’EuroLega, più che la NBA. Mi piace guardare il basket europeo perché è un gioco più fisico, vedo squadre che difendono. La NBA è bella da vedere nel momento in cui ci sono le Finals, lì le squadre giocano per davvero: io gioco anche a Bologna nel CSI, mi piace ed è un gioco molto fisico, molto simile a quello dell’EuroLega. Ho sempre seguito anche la Serie A ma quest’anno, essendo virtussino, la sto seguendo meno rispetto al passato”.

A proposito di basket americano, cosa pensi dell’All-Star Game? Pensi sia utile solo per lo spettacolo?

“Sì, è utile per lo spettacolo. Mi diverto a vederlo però penso che la NBA sia davvero bella nel momento in cui le squadra arrivano ai playoff: durante la stagione i giocatori non difendono molto. E’ un meccanismo molto legato allo spettacolo, soprattutto per quanto riguarda il campionato regolare”.

A proposito di Virtus, c’è un’annata che ricordi con piacere?

“Sicuramente la stagione 1997/98, quando abbiamo vinto la nostra prima EuroLega in finale contro l’AEK Atene. Poco dopo abbiamo trionfato anche in campionato contro la Teamsystem, con la partita del tiro da 4 punti di Danilovic”.

Hai seguito la pallacanestro a Bologna e la Virtus in particolare per tanti anni. C’è un giocatore di cui hai un ricordo in particolare?

“Ti posso dire Renato Brunamonti, Villalta, Danilovic e Ginobili. Sono stati tutti grandi giocatori con la maglia della Virtus: Brunamonti ha dato tanto, ma senza dubbio Danilovic è stato incredibile, ha vinto Scudetti ed EuroLega: è stato un giocatore molto forte, tornando a Bologna dopo la sua esperienza in America ed essendo ancora decisivo”.

Tu che li hai visti giocare entrambi, quali sono le differenze tra Danilovic e Ginobili? A livello di carisma, talento e altro.

“Penso che a livello di carisma Danilovic sia imbattibile, Ginobili aveva meno carisma di lui. Ginobili arrivò alla Virtus che era un giocatore giovane, vero che anche Sasha quandò arrivò a Bologna la prima volta era giovane, ma aveva già avuto diverse esperienze e si era rivelato un giocatore dal carisma molto forte. C’è da dire anche che Danilovic aveva la capacità di rendere al meglio anche sotto pressione: quando doveva segnare un canestro importante lo metteva sempre. In questo è stato incredibile”.

A proposito di Sasha: da bolognese e virtussino, come hai vissuto il momento dell’annuncio del ritiro?

“E’ una cosa che era già nell’aria, probabilmente Danilovic non aveva più la determinazione necessaria e ha preferito lasciare nel momento in cui era all’apice della carriera e aveva vinto tutto. Penso avesse capito che in quella squadra ci sarebbe stato meno spazio per lui, forse avrebbe giocato pochi minuti, quindi ha deciso di lasciare. La Virtus aveva già Rigaudeau, arrivarono Griffith e Jaric, era in atto un processo di cambiamento e Danilovic decise di lasciare”.

C’è un aneddoto particolare legato a una partita che ricordi?

“Sì, mi ricordo la partita di EuroLega tra la Kinder e la Teamsystem, nella stagione 1997/98. La partita della rissa di EuroLega: io ero in parterre a quella gara. All’epoca giocavo nell’Inter e avevo chiesto il permesso di potere andare a Bologna a vedere la partita – si giocava di martedì o di giovedì – e l’allora allenatore della squadra, che era Gigi Simoni, non mi diede il permesso per andare. Allora c’era TELE+, le telecamere mi ripresero e mi inquadrarono: quando tornai, l’Inter mi fece una multa. Era marzo e ci stavamo giocando lo Scudetto: a pensarci adesso viene da ridere, ma allora andò così”.

 

Alberto Tomba (foto tratta da www.basketnet.it)

TOMBA: “GRANAROLO, FAI UN GIRONE DI RITORNO COME LE MIE SECONDE MANCHES…”

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 23/01/2015
 


Se a qualcuno fosse sfuggito, segnaliamo che il più grande atleta italiano del Ventesimo secolo tifa Virtus. Ed è una cosa fantastica: per lui, che nel giugno scorso si è visto assegnare questo riconoscimento dal Coni, votato da appassionati di sport e da tanti atleti di vertice che hanno deciso che è stato il migliore di tutti loro. Ma anche per il mondo bianconero, che si tiene stretto questo figlio della pianura che ha saputo dettare legge tra la gente di montagna.

Alberto Tomba, il più grande sciatore che abbiamo avuto la fortuna di vedere in azione, sorride se gli ricordi i suoi incroci con la V nera. Perché i suoi anni migliori, a rileggerli, coincidono con un grande periodo della sua squadra del cuore. Tra 1987 e 1998, un elenco di successi da far paura. Per Alberto: tre ori e due argenti alle Olimpiadi, due ori e due bronzi mondiali, una Coppa del Mondo generale e otto di specialità, 50 vittorie e 89 podii in gare di Coppa del Mondo. Per la Virtus: quattro scudetti, una Coppa delle Coppe, tre Coppe Italia e una Supercoppa italiana, chiudendo con l’Eurolega, la prima della sua storia, nel ’98. Bologna e i suoi campioni non le raccontavano, le storie di sport. Le scrivevano.

È stata una grande avventura, più di quanto mi aspettassi. Ed è durata a lungo, forse anche perché ho saputo prenderla a modo mio, sempre divertendomi e senza farmi schiacciare dalla pressione. Sono fatto così, da sempre. Con la Virtus di quei tempi ci dividevamo le pagine dei giornali, ma io sono tifoso da molto prima. E finché gli impegni con lo sci non mi hanno portato in giro per il mondo, sono stato un “sostenitore praticante”. Da ragazzino andavo al PalaDozza, che allora era semplicemente il palasport di piazza Azzarita, quasi ogni domenica.

Anche perché l’amore per la Virtus si respirava praticamente in casa.

È così. Mio zio Fiero Gandolfi è stato presidente dal 1971 al 1976. Sono anni di formazione, per un bambino: se ti appassioni a un simbolo, a certi colori, te li porti addosso per tutta la vita. E così è stato anche per me. Ho iniziato a frequentare il palazzo, appunto. Finché non ho preso la strada dei monti…

In realtà, la passione l’ha riportata altre volte a bordocampo, nonostante tutto.

Ci sono tornato, certo, e anche quando ero lontano tenevo monitorata la situazione, anche se magari non era semplice come oggi, con internet e i social che ti tengono aggiornato in tempo reale. Erano anni belli, intensi. Come tanti, ho “sbandato” per un giocatore come Sasha Danilovic, mi sono innamorato del suo spirito vincente.

E nel tempo siete anche diventati amici, perché tra i grandi campioni nasce quasi sempre un’empatia che li fa sentire in qualche modo simili.

Lo considero un amico, sì. Ci sentiamo spesso, anche l’anno scorso quando la società ha ritirato il numero 5 mi ha cercato, ma io ero da qualche parte nel mondo, impegnato per campagne promozionali. In un paio di occasioni sono stato al centro di eventi legati allo sci a Belgrado, lui mi ha raggiunto e siamo andati a cena insieme. Ne ricordo una, cinque anni fa, in cui portò con sé Nole Djokovic e passammo una serata indimenticabile.

Quando lei frequentava il PalaDozza in campo c’era Renato Villalta. Oggi lo ritrova come presidente. Che ne pensa?

Anche Renato è un amico, una grande persona. Poi, certo, non è che arriva un grande della pallacanestro al timone e di colpo la squadra si rimette a vincere tutto. Ci vuole tempo, pazienza. Non è stato un momento facile per la Virtus, è ancora delicato a quanto capisco. Ma lui ha esperienza, da giocatore ha fatto quello che ha fatto e nella vita professionale ha saputo dire la sua. È una garanzia.

Sta seguendo la stagione della squadra?

Mi informo sempre. Siamo lì, nel gruppone, non vedo squadre stellari a parte Milano e le primissime. Ora c’è da affrontare Sassari, che è seconda in classifica e molto solida. Sarebbe bello fare un bel colpo, come con Reggio Emilia. Fin qui, soprattutto in casa, la Virtus è stata una squadra di giovani lottatori. Sai cosa mi piacerebbe? Che nel girone di ritorno questi ragazzi facessero qualcosa di simile a quello che facevo io nelle seconde manches delle mie gare. Hai presente?

Eccome. Chi le ha dimenticate, quelle seconde manches. Significherebbe arrivare chissà dove… Ma la Virtus di Villalta e Valli vuole costruire, prima di tutto. Piccoli passi, ma significativi.

E fa bene. I progressi, soprattutto nello spirito di gruppo, si vedono. E allora è giusto provarci, gara dopo gara, magari senza fare troppi calcoli di classifica. Io facevo così, sciavo prima di tutto per il gusto di farlo.

Prometta che ci tornerà, a vedere la Granarolo dal parterre della Unipol Arena.

L’inverno è ancora bello pieno, per fortuna. Sono impegnato nella promozione di diverse località sciistiche, nei prossimi giorni sarà a Monaco di Baviera, ad una fiera in cui la Mico lancerà un nuovo underwear firmato da me. Viaggio in Francia, Svizzera, andrò anche in Bulgaria per la Coppa del Mondo. Vivo ancora tanto tempo della mia vita in montagna, sarà per questo che ho acquistato solo case in posti di mare per i momenti di riposo…

Quindi, la promessa?

Ci sarò, sicuro. Anzi, facciamo così, lasciatemi mandare un messaggio ai ragazzi: fate in modo di avvicinarvi il più possibile ai playoff, fatemi sognare che poi arrivo a darvi la carica.

Parola di Alberto Tomba. Il migliore di tutti. Campione di un secolo di sport. Bolognese. Virtussino.

 

Paolo Negro con la maglia del Bologna

PAOLO BIANCO... NEGRO

di Jorge De Carvalho - Bianconero n. 8/anno 2 - aprile 1998

 

Grande virtussino!

Sì, può scriverlo, che sono un gran virtussino. Magari non tutti lo sapevano fino a quando non mi hanno visto in tivù con il cappellino della Virtus, dialogando con Bulgarelli che invece è dell'altra sponda.

Ma tu sei vicentino. Come hai fatto a diventare tifoso bianconero?

Tutta colpa della mia fidanzata Lara, che è bolognese e grande tifosa della Virtus.

Raccontaci tutto...

Beh, quando ho iniziato a frequentare Lara giocavo allora nel Bologna, e un po' alla volta ho cominciato a guardare la Virtus. Poi sono diventato tifoso, ma un tifoso proprio DOC.

Un po' come Tarossi per i cugini?

Non so bene quanto sia tifoso lui, per quanto mi riguarda ti dico che se in televisione c'è il calcio e la Virtus, non c'è dubbio, io guardo la Virtus.

Quando hai iniziato a seguire la squadra, chi ti impressionava di più come giocatore?

Nessuno in particolare, non avevo punti di riferimento. Per me contava la squadra e più sono passati gli anni più sono diventato tifoso.

Anche quando sei partito da Bologna?

È chiaro, anche se ora non è facile vederla dal vivo. Ogni occasione però è buona. Per esempio quest'anno l'ho vista due volte qui a Roma e ogni volta che c'è la partita in tv soffro moltissimo. Per esempio, sai che sia Mancini che Ballotta tengono per la Fortitudo!? Dopo l'ultimo derby che abbiamo vinto li ho fatti "morire". Ho attaccato i fogli dei giornali con il risultato dentro lo spogliatoio. Non puoi capire che goduria!

In questa stagione così importante per le V nere, quale dei nostri giocatori vedi più simile a te come giocatore e atleta?

Per me è difficile scegliere, conta soprattutto la squadra, ma se devo farlo, direi Abbio, che è un ottimo difensore e utilizza benissimo il fisico quando gioca.

La stagione sta volgendo alla fine e la tua Virtus è impegnata su importanti fronti, sia in Europa che in Italia. Pensi di trovare il tempo per andare a vedere i bianconeri?

L'Eurolega penso che la vedrò in televisione perché la Lazio oltre che in campionato e molto impegnata anche con le finali di coppa UEFA e Coppa Italia. Per quanto riguarda la serie della finale scudetto tutto dipende se verrò o meno convocato per i mondiali di Francia. In ogni caso starò comunque lì a soffrire e a fare un GRAN TIFO PER LA VIRTUS!

  

Giancarlo Marocchi e Oscar Magoni

UNA STAGIONE VISSUTA INTENSAMENTE

di Jorge de Carvalho - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

Come la stagione di vittorie più prestigiose della Virtus ha fatto gioire e soffrire il mondo del calcio nell'anno dei mondiali di Francia '98. Il riferimento è sin troppo facile da indovinare, perché a difendere le reti degli azzurri di Maldini c'è un Virtussino, Gianluca Pagliuca. Si è dovuto accontentare di guardarli in tivù, Danilovic e soci durante la conquista della Coppa dei Campioni ma per lo scudetto la storia è stata diversa, Gianluca era sul parterre del PalaMalaguti, a soffire (non è stato facile assorbire due sconfitte consecutive in casa) e a gioire (tantissimo) alla fine di gara cinque e un supplementare.

C'era anche Andrea Tarozzi durante le finali. Teso, speranzoso, anche festante quando poco prima del termine di gara 4 e 5 il titolo sembrava verso la "sua" F scudata. Poi la tristezza del titolo sfumato per un niente ma anche l'orgoglio di stare dalla parte della squadra che più ha messo in discussione la supremazia dei bianconeri.

Questa volta Paolo Negro non ha dovuto guardare la sua squadra del cuore in televisione. Era lì, a Casalecchio, in carne ed ossa (Maldini non l'ha portato ai Mondiali. Speriamo non se ne venga a pentire!). Ci siamo visti prima dell'inizio di gara3 e sorrideva. A fine gara ci siamo incrociati in silenzio. Poi, dopo il messo miracolo di gara4 con la bomba di Abbio che obbligava Basket City al quinto ed ultimo sforzo, l'operazione si è invertita. Poche parole prima della "bella" e poi il naturale sfogo gioioso quando la Fortitudo capitolava sotto i colpi di Sasha nel supplementare. L'ho perso di vista poco dopo il fischio finale e lì per lì mi è venuto in mento che non vorrei essere nei panni di Mancini e Ballotta (tifosi biancoblù) quando dovranno ritrovare Paolo nello spogliatoio laziale.

Già lo si sapeva di capitan Marocchi (grande stagione la sua con la maglia rossoblù), ricorderete le sue parole "quando vivi a Bologna devi scegliere ed io ho scelto la Virtus!", ma di recente ho saputo che anche Oscar Magoni (quello mai dato in formazione dai media ad inizio stagione ma che poi si impone sempre come titolare inamovibile) è inclinato verso i colori bianconeri della Virtus. Per i due annata da ricordare, sia per il girone di ritorno dei rossoblù che per i trionfi della Kinder.

Ultimo appunto. Gara 5 di finale. Il momento era quel piccolo intervallo tra la fine del secondo tempo e l'inizio del supplementare di Dnailovic. Il pubblico si stava ancora riprendendo dalle forti emozioni che gli ultimi secondi (del secondo tempo) avevano riservato, facendo pendere il favoritismo da una e dall'altra parte ad ogni rovesciamento di fronte. Io tornavo di corsa dalla sala stampa. Era il momento della palla a due che poi ha deciso il titolo. C'era uno spettatore che scendeva velocemente le scale della tribuna sopra il parterre e mi sembrò si avviasse verso l'uscita.

Era Marco De Marchi. Gli anni con la maglia del Bologna gli hanno lasciato la passione per la Fortitudo e lui, che era lì a tifare per la squadra che non ha vinto, incredulo per il fallo di Wilkins, su Sasha e per la palla persa di Rivers sull'ultimo assalto al canestro bianconero, se ne andò, prima della fine.

Vitali, ex-sindaco di Bologna e senatore

Introduzione al libro "IL MITO DELLA VNERA 2"

Walter Vitali, all'epoca sindaco di Bologna

 

Bologna la dotta, la rossa, la grassa e... la cestistica.

Il basket - termine inglese ormai imprescindibile che ha sostituito pallacanestro, parola che a sua volta prese il posto negli anni '50 della vecchia espressione palla al cesto - fa ormai parte del sangue che scorre nelle vene di Bologna.

E in qualche modo davvero il basket mobilita al meglio le virtù dei bolognesi: non violenza, senso critico e competenza, partecipazione, amore per il bello e il ben riuscito.

Il basket è uno sport meraviglioso, e la Virtus ha il merito storico di averlo regalato per sempre a Bologna.

Al di là della scelta contingente del tifo, i bolognesi che amano lo sport non possono non dirsi virtussini. Non per gli innumerevoli trofei vinti dalle "V" nere, ma per la cultura sportiva globale che questa gloriosa società ha immesso nella tradizione di Bologna da oltre un secolo.

La Virtus ha anticipato con la sua attività polisportiva la modernità della vita sociale quale oggi la conosciamo, dove l'attività fisica ha recuperato il suo valore di virtù, superando la svalutazione del corpo che la cultura tardo-romantica aveva introdotto nelle abitudini e nei comportamenti dei cittadini.

La storia dello sport italiano è debitrice a questa società che, prima fra tantissime, ha compreso che tutto quanto è giusto realizzare nel mondo è già realizzato nello sport come attività completa: parità di condizioni, lealtà reciproca, promozione dei migliori, rispetto dell'avversario, sforzo collettivo per un fine condiviso.

è con grande orgoglio cittadino, prima che di bolognese e di sportivo, che saluto questa iniziativa, che vuole ricordare a tutti un percorso entusiasmante, per rilanciare nuovi nobili entusiasmi nel cuore dei giovani e di noi tutti.

Silvia Noè, politica e sventolatrice di pellicce

L'INTERVISTA: SILVIA NOÈ

di Alessio Torri - Bianconero 1/2005

 

Gradita ospite di “Bianconero”, a raccontarci la sua virtussinità è oggi la Dott.ssa Silvia Noè, presidente di Unionapi, libera associazione costituita dalle API - Associazioni Territoriali delle piccole e medie imprese dell'Emilia Romagna. Comprendente oltre 3.500 imprese con circa 80.000 dipendenti, Unionapi opera in stretto rapporto con le Api Territoriali, che in ogni città offrono servizi alle aziende associate e contribuisce alla definizione di strategie ed obiettivi comuni, intervenendo direttamente sulle tematiche che riguardano l'intero sistema produttivo regionale.

Da dove nasce la passione per la Virtus?

Più che passione oserei dire che è una questione di DNA! In famiglia, e più precisamente mio padre è sempre stato virtussino.

Quali i nomi, i momenti, le situazioni del mondo bianconero a cui è più legata?

Brunamonti per la sua classe. Villalta per il suo tiro dalla mattonella. Richardson per la sua estrosità. Danilovic per la sua grinta. Ginobili per il suo talento. Messina per la sua professionalità.

I momenti positivi?

Tutti gli scudetti, in particolare l’ultimo col miracolo del basket: il “tiro da 4” di Danilovic; il candelotto dello stesso Sasha durante la semifinale a Monaco contro la Fortitudo; tutta l’avventura di Barcellona e la trasferta di Vitoria.

Quelli negativi?

In primis la morte di Chicco Ravaglia, l’uscita di Messina dalla società, l’esclusione della Virtus dalla serie A per le recenti vicende finanziarie.

Già in passato s’è mostrata sensibile alle esigenze dei giovani con iniziative legate alle scelte scolastiche. Oggi lo stesso Palamalaguti sta pian piano divenendo motivo di aggregazione per famiglie, luogo sicuro in cui portare i figli, facendoli crescere con quella cultura sportiva (dal rispetto per l’avversario fino al sano valore della competizione) talvolta obliata. Una Sua valutazione in merito al progetto messo a punto e sviluppato dalla stessa Virtus Pallacanestro verso un nuovo approccio al Palasport, attraverso attività collaterali.

Apprezzo e stimo tutti coloro che pongono al centro delle loro iniziative i giovani e le famiglie. E’ molto bella l’idea della Virtus di invitare i bambini alle gare di basket, così aiutano le famiglie ad avvicinare i propri figli ad un ambiente sano come quello sportivo.

Una buona fetta del pubblico bianconero è oggi composto dal gentil sesso, sfatando l’antico luogo comune che stadi e palasport siano ambienti prettamente maschili. Come si pone innanzi a tale prerogativa?

La passione non ha sesso, in particolare verso lo sport. Se il basket ti piace, tanto più a Bologna, si va a “palazzo”. È un altro il palazzo in cui le donne fanno più fatica ad entrare, e si trova a Roma!

Dopo le note vicissitudini oggi la Virtus Pallacanestro sta via via recuperando tutti quegli antichi valori di cui è sempre stata portatrice. In campo e fuori. Come contestualizzare questo rinnovato ottimismo nell’ottica di un movimento sportivo invece in chiara difficoltà nel coinvolgere il mondo imprenditoriale?

L’imprenditore ha sempre considerato lo sport uno strumento interessante per veicolare un marchio. Oggi però, la congiuntura economica porta l’impresa ad essere più attenta verso le forme di investimento tecnologiche piuttosto che promozionali.

Infine un augurio per questo 2005 virtussino.

Prima di dirle cosa mi auguro per il 2005, desidero ringraziare Claudio Sabatini e tutti coloro che l’hanno aiutato a recuperare la nostra mitica Virtus. E poi l’augurio che il 2005 ci riporti a casa: in serie A! Incrociamo le dita.

Ma questa non è una squadra, è un Virtuseidon!

E LE STAR DISSERO CHE...

di Mario Amorese e Piergiorgio Pastonesi - Giganti del Basket - Maggio 1984

 

...

Gigi e Andrea, attori comici: "Siamo sfegatati tifosi della Granarolo, e speriamo in un finale in crescendo della Virtus. Il nostro grande auspicio è che la cabala giochi a favore della Granarolo. Non c'è niente da fare: la passione per la Virtus è troppa. Anzi, noi siamo in lista d'attesa per avere tessere o biglietti per il Palasport di Piazza Azzarita. Purtroppo in questo periodo siamo sempre in giro per lavoro e non riusciamo ad andare a vedere le partite della nostra squadra del cuore. Va aggiunto che la Simac straccerà tutte le altre squadre, arriverà alla finale e si troverà di fronte probabilmente la Granarolo. Speriamo che non stracci anche lei".

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Il filosofo Stefano Bonaga

BONAGA: «NOI SIAMO L'ETERNO RITORNO»

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 03/12/2005


Stefano Bonaga, docente di antropologia filosofica alla facoltà di Scienze della Formazione dell’Alma Mater Studiorum e tifoso Virtus: domani sarà in piazza Azzarita?

No. Guarderò il derby alla televisione.

Possiamo chiederle una definizione filosofica di Virtus?

Prego?

Sì. Virtus e Fortitudo, due società rivali. Due club diversi e, forse, anche due modi differenti di affrontare la realtà, le discussioni.

Possiamo farlo, ma prima dovete concedermi un’opportuna premessa.

Ovvero?

Passatemi la battuta. Proviamo a trovare una definizione adeguata, diciamo così, senza perdere mai di vista il senso del ridicolo, pur ricorrendo a un linguaggio filosofico.

Per lei la Virtus è…

Per me è l’eterno ritorno dell’essere. In contrapposizione alla Fortitudo, che può essere considerata il divenire. La Virtus ritorna sempre. Lo dimostra, risultati alla mano, il suo ritorno in serie A. Lo dimostra questo primo posto.

Se l’aspettava una Virtus così in alto?

Non me l’aspettavo io, ma non credo nemmeno fosse nei pensieri del più ottimista dei tifosi. E che la Virtus sia tornata così in alto è una conferma, in fondo, del suo carattere sacro. La Virtus è stabile, la Fortitudo volatile. Me lo faccia dire, ripeto, senza prendersi troppo sul serio. Detto questo, però, resta anche la mia soddisfazione di una squadra che ha ritrovato il primo posto. Di una squadra che, appunto, è tornata là dove doveva essere.

Pronostico secco su questa sfida che una città aspetta?

No. Lasciamo perdere i pronostici.

Giorgio Bonaga ai Giardini Margherita nella squadra delle Vecchie Glorie, sullo sfondo Paolo Moretti (foto tratta dal Corriere di Bologna)

GIORGIO BONAGA E LA VIRTUS

www.virtus.it - 03/04/2015

 

Accademico, pensatore libero, acuto e mai banale, bolognese che conta senza pretenderlo, affascinante crocevia di scienza e filosofia, convincente senza mai prevaricare. Sportivo vero, naturalmente: per trascorsi, passione e mentalità. Segni particolari? Virtussino nell’anima.

Ci è cresciuto, Giorgio Bonaga, con la canotta e la fede bianconera addosso. In quei favolosi anni Sessanta a metà dei quali approdò anche alla prima squadra. “Stagione 1964/65. Ero “aggregato”, allora si diceva così. Giovane all’ultimo anno tra gli juniores, in prima squadra c’erano Giomo, Calebotta, Pellanera, Alesini, e poi Dado Lombardi che segnava a raffica. L’anno dopo misero dentro Giovanni Dondi Dall’Orologio, che era il figlio del presidente, e la strada si chiuse. Io ero cresciuto nel vivaio, mi ero fatto tutta la trafila fino alla categoria juniores. A quel punto successe che la squadra della GD, che si stava mettendo in luce, ricevette il sostegno di Isabella Seragnoli e sotto l’egida della casamadre Gira fu attrezzata per una Serie B di livello. Finii in quel gruppo, dove ricevetti i miei primi soldi, che mi facevano anche comodo. Fin lì avevo giocato per la gloria, cominciai a farlo anche per “vil danaro”. Roba da 300mila lire al mese, che per un ragazzo di vent’anni erano una bella sommetta”.

Venne fuori lì la famosa litanìa. “Bonaga è meglio di Raga”…

Già, opera di Tullio e Maurizio Ferro. Noi della GD giocavamo alle 15, prima della Fortitudo. Iniziarono con quella cantilena che richiamava a Manuel Raga, il messicano di Varese, grandi doti atletiche e un’elevazione mai vista. Io molto discretamente cercavo di farli smettere. Perché era chiaro che Raga era molto, ma molto meglio di Bonaga.

Perché, che giocatore era Bonaga?

Diciamo di medio livello, ma con una mia popolarità. Ma soltanto perché ero piccolo… Ero molto veloce, questo sì. Avevo caratteristiche di dinamismo che per quei tempi erano inadatte. Insomma: quasi nessuno aveva un’accelerazione del genere, ma tanto poi dovevo fermarmi, perché era un basket lento. I lunghi, allora, dovevi aspettarli. A Calebotta dicevo sempre: Nino, ti chiamerò “controflusso”, ti trovi sempre in attacco quando difendiamo e in difesa quando attacchiamo. Ma la realtà è che lui era un grande lungo, per quell’epoca.

Dopo, la Virtus è diventata la passione da coltivare.

È rimasta, direi. Come la pallacanestro. Anche se adesso a palazzo ci vado poco, e c’è stato un lungo periodo in cui avevo proprio smesso. Lo ammetto, sono uno di quelli che pensano che il terreno che aveva generato Basket City si sia un po’ sgretolato sotto i nostri piedi, e non è colpa di questo o quello ma di un declino generalizzato che è passato anche da qui. Il basket europeo, e quello italiano in particolare, oggi hanno giocatori di livello medio rispetto a un tempo. Giocatori atleticamente fortissimi, intendiamoci, perché questo da noi è diventato uno sport superatletico ma molto meno tecnico. Ripeto, è un problema generale. Non voglio fare l’analista, o esaltare una nazione che non amo necessariamente in tutte le sue espressioni, ma è un fatto che negli Usa l’idea sana è che dovendo catturare il consenso, tutto il mondo che ruota intorno a una disciplina viaggia nella stessa direzione. Da noi una squadra come Siena, vincendo sette campionati di fila, al di là di quello che c’era dietro, ha fatto l’interesse di una sola società, non di un intero movimento, distruggendo piazze storiche.

È un fatto, però, che adesso l’abbiamo rivista alla Unipol Arena.

“La passione non svanisce mai. E penso che Renato Villalta e quelli che lavorano con lui si stiano impegnando enormemente per dare una strada alla Virtus. Sì, mi sono riavvicinato a partire dalla partita in casa con Milano della passata stagione, tra l’altro vinta contro ogni pronostico. E anche quest’anno va così, ogni volta che vado a palazzo vedo la Virtus vincere. A Renato ho detto che mi dovrebbe dare un’indennità da talismano, ma lui dice che i bilanci della società non lo permettono. Me ne farò una ragione...

Cosa le piace, di questa Virtus?

Non pretendo che sia come quella degli anni di gloria. Erano altri tempi, e io sono stato fortunato a vedere da vicino il Paradiso. In questa vedo più continuità rispetto agli anni scorsi, senso del gruppo. Elementi incoraggianti per un tifoso. Ho visto vincere partite casalinghe con carattere, personalità. Poi, magari in trasferta si fatica perché lì per vincere devono funzionare simultaneamente molti fattori, nel basket di oggi se ti siedi per sei o sette minuti dal punto di vista dell’agonismo perdi il treno. Poi, anche se è vero che in generale gli italiani tendono ad avere un ruolo sempre più subalterno, qui c’è attenzione per loro, e un ragazzo come Fontecchio ha potenziale, è già in grado di prendere l’iniziativa e anzi per me dovrebbe farlo con sempre maggior frequenza.

Ha idee su questo basket in difficoltà?

Per affezionarsi a una squadra, occorrono tre condizioni. Che vinca tanto, che valorizzi i giovani, che resti la stessa per diversi anni. Oggi raramente se ne trovano almeno un paio insieme. Manca una formazione. Non solo per i giocatori, ma per dirigenti, arbitri, giornalisti, spettatori. Quella formazione per me si chiama scuola. È la scuola che lavora su centinaia di migliaia di ragazzi, e nei paesi in cui c’è una grande cultura sportiva ha la funzione di crescerli. Mi chiedo, perché le federazioni non fanno una battaglia affinché al posto di una incolore ora di ginnastica a scuola non si insegni davvero lo sport? L’istituto scolastico dovrebbe essere un “supermercato” che offre una base, le società sportive dovrebbero poi avere la possibilità di selezionare, non prendendosi a carico lo sviluppo di un gruppo di ragazzi per forza di cose più limitato nei numeri. In questo modo potrebbero sbocciare talenti veri, ma anche buoni arbitri, buoni dirigenti, buoni cronisti. Una questione di cultura sportiva.

Virtus nel cuore. E il resto del basket?

Faccio parte di un gruppo di fanatici degli Spurs. Io, mio fratello, un gruppo di amici che si buttano giù dal letto di notte per vedere e raccontarsi quella che per me è la migliore squadra del mondo. Attenzione: non sto parlando dei singoli, ma della squadra. Il gruppo.

Il posto dove Ettore Messina ha scelto di allargare gli orizzonti della sua già enorme conoscenza.

C’è buona Virtus anche a San Antonio. Bello, no?

Colomba ai tempi in cui allenava il Bologna Calcio

COLOMBA: "DOPO L'INDIA, ORA SCOPRO LA VIRTUS"

 

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 19/12/2014

 

Alla sua vita piena di calcio mancava proprio questo. Un'esperienza all'estero. Così, Franco Colomba, alle spalle diciassette anni da calciatore professionista (otto dei quali vissuti con addosso la maglia del Bologna, 168 partite in tutto da rossoblù) e ventiquattro da tecnico passando da Salernitana, Reggina, Vicenza, Napoli, Livorno, Avellino, Cagliari, Verona, Ascoli, Bologna, Parma e Padova, non ci ha pensato su più di tanto quando gli hanno dato l'occasione di andare a fare il "pioniere" in un campionato nuovo di zecca, pieno di ambizioni ed esotico quanto basta. In quattro e quattr'otto ha fatto le valigie, destinazione Pune, India, la città dove Osho Rajneesh insegnava che "l'amore è l'unica religione. Tutto il resto è soltanto spazzatura". Due milioni e mezzo di abitanti, ma calcisticamente un posto dove tutto è ancora da scrivere. E lui ci ha messo la firma, per primo.

A Pune non c'è alcuna tradizione calcistica, niente al confronto di città come Calcutta o Goa, dove vanno anche in sessantamila a vedere una partita. Però quando è nata la Indian Super League la società locale ci si è trovata dentro. Partendo in svantaggio sugli squadroni, un po' come l'Empoli ai tempi della Serie A, o il Castel di Sangro che arrivò come la squadra dei miracoli tra i cadetti nel 1996. Ho fatto da apripista, e ho anche avuto il piacere di allenare mio figlio Davide. Non è stato semplice, a volte ho avuto la sensazione di fare l'allenatore nei ritagli di tempo, perché c'era soprattutto da organizzare partendo da zero. Dare tempi, superare i problemi di logistica e gestione quotidiana di tutti quei momenti che nel nostro calcio sono routine, ma laggiù sono novità assolute. Alla fine la squadra è cresciuta, ha giocato fino all'ultima giornata per un posto nei playoff, perdendolo con qualche rammarico ma con la consapevolezza di aver vissuto una stagione positiva.

Belle sensazioni, insomma. E un'esperienza che arricchisce, Da portarsi dentro con orgoglio.

L'India è un paese pieno di fascino, ma anche di contraddizioni. Vive di situazioni opposte ed estreme, la povertà ti salta addosso ad ogni angolo di strada, ma a farle da contraltare c'è una società, certamente meno numerosa, che naviga nel benessere anche esagerato, a volte. E' un paese che vuole crescere, e ha deciso che il calcio può essere uno strumento per questa crescita, per guadagnare posizioni e considerazione a livello internazionale. Ed è anche, per molti, un business importante.

Natale con i tuoi, come si dice. Magari pensando a un ritorno.

Non lo escludo, vedremo se la cosa andrà avanti. Ma se ne parlerà nel 2015. Quello è un campionato che ha tempi brevi, condizionato com'è da monsoni e clima tropicale. Intanto, sono qui e torno nel mio giro di sempre.

A Bologna, più vicino anche al basket. Sport che l'ha sempre affascinata. E a una squadra verso la quale non ha mai nascosto la sua simpatia.

Sono cresciuto nel clima del derby, le storie nate dalla lunga sfida tra Virtus e Fortitudo sono pagine intense dello sport cittadino. Devo dire però che sono diventato un frequentatore di palazzetti quando allenavo a Reggio Calabria, e là ho visto venire alla luce il talento di Ginobili, oltre a veder giocare gente come Delfino e "Micio" Blasi. Quando sono tornato a Bologna, ho preso una strada precisa. Mi sono avvicinato alla Virtus. Non posso dire da tifoso accanito, ma da appassionato sì. Non esperto, ma curioso del basket. È un gioco che mi affascina, mi appassiona, mi piacciono i suoi cambi di ritmo, e il fatto che non ci sia mai nulla di scontato. È un gioco che va di corsa, apparentemente senza darti il tempo di pensare, e invece dietro c'è tanto ragionamento.

Al timone della Virtus, da un anno e mezzo, c'è una sua vecchia conoscenza, Renato Villalta.

Un amico. Siamo coetanei, classe 1955 e lui è nato appena tre giorni prima di me. Abbiamo condiviso, da atleti, un lungo periodo dello sport bolognese, fino ai primi anni Ottanta. Poi lui restò e io presi altre strade, da giocatore. Che dire? Credo che sia semplicemente l'uomo giusto al posto giusto. Se si dice Villalta, nel mondo del basket, resta poco altro da dire. È uno che ha fatto la storia di questo sport. Ha dato tanto da giocatore, e ora tutto quello che ha immagazzinato lo sta dando alla Virtus da dirigente. Ed è una ricchezza.

Andrà a salutarlo, alla Unipol Arena?

Sì, ho voglia di rivivere il clima delle partite. Andrò presto a vedere questa nuova Virtus di Renato. E a fare il tifo per il suo progetto.

Davide Cassani, bianconero dentro e fuori (foto tratta da www.radiointernationalbologna.it)

CASSANI: “TRENT'ANNI DI AMORE PER LA VIRTUS. E ORA TORNO A PALAZZO”

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 05/12/2014

 

I romagnoli amano la loro terra, e Davide Cassani non fa eccezione. Ma quando si tratta di passione sportiva, lui che dello sport è stato un protagonista vero non ha dubbi: prende la via Emilia in direzione Bologna. Nel calcio, i suoi colori sono il rosso e il blu. Nel basket, il bianco e il nero. Da sempre. Il Bologna e la Virtus li ha seguiti, dalla tribuna, ogni volta che il suo “mestiere” di ciclista glielo ha permesso. E anche adesso non è meno impegnato: dopo quindici anni di professionismo, è stato uno dei più apprezzati commentatori televisivi per la disciplina che ha praticato ed amato, e la sua esperienza e competenza lo hanno portato a ricoprire, dallo scorso gennaio, il ruolo di Ct della Nazionale. Insomma, il tempo resta tiranno, ma non cancella le ragioni del tifo.

Ero ragazzino, quando mi sono innamorato di quella che allora era la Sinudyne. Ero sportivo praticante, ma anche appassionato degli altri sport, mi piaceva sfogliare i giornali e tuffarmi dentro cronache e storie. Non ero particolarmente esperto di basket, mi piaceva vederlo, ma sono sempre stato campanilista e per me era naturale rivolgermi a Bologna, città che amo. È stato così anche quando ho deciso che nel calcio la mia squadra del cuore sarebbe stata il Bologna. Mai avuto un ripensamento, nel bene e nel male sono sempre stato rossoblù.

Della Virtus ha vissuto il meglio, dalla Stella agli anni d’oro di Sasha e compagni.

Sì, me la sono goduta. Negli anni Novanta abbiamo fatto sentire la nostra voce in Europa. Anche il derby era diventato roba internazionale, perché di fatto metteva di fronte due tra le squadre più forti del continente. C’era sempre lo spirito del campanile, la differenza è che avevamo addosso gli occhi di tutti. Un fenomeno cittadino era diventato storia e presente del basket, e questo ha rafforzato il ruolo di Bologna come luogo di grande cultura cestistica. Ma non sono uno di quei tifosi che si affacciano al davanzale quando la giornata è limpida. Ho seguito e amato la Virtus anche dopo la caduta che è seguita ai grandi trionfi. Ogni tanto qualcuno mi fa notare che sono quasi quindici anni che non si vince nulla. Vero, ma io ricordo sempre che sono quindici anche gli scudetti che abbiamo in bacheca. Vuol dire tanto, la storia. Tornare in alto è sempre complicato, ma quando hai quella parti più sereno. Hai un patrimonio tra le mani.

L’amore per Bologna lo ha dimostrato anche quando stava sui pedali.

Lo sanno tutti che, dopo i Mondiali (nove edizioni disputate, ndr) la gara che ho amato di più è stata il Giro dell’Emilia. Da ragazzo “marinai” addirittura la scuola per venire a vedere l’edizione del 1976, quella vinta da Roger De Vlaeminck, con l’arrivo in via Indipendenza. Non a caso quella classica l’ho vinta tre volte, e non a caso quella del 1995 è stata anche l’ultima vittoria tra i professionisti.

C’è una vecchia storia, a proposito di quel successo: arrivò dopo un… permesso speciale.

La Nazionale stava partendo per la Colombia, che quell’anno era sede del Mondiale. Andai a parlare con Alfredo Martini, che mi considerava un punto fermo di quel gruppo, e gli chiesi di poter rimandare la mia partenza. C’è l’Emilia, gli dissi, lasciami gareggiare lì: lo vinco e poi vi raggiungo. Alfredo sorrise e mi disse di sì, io tenni fede alla promessa. Ma ho altri ricordi legati a quella corsa: quando la vinsi per la prima volta, nel 1990, al traguardo c’era mio figlio Stefano, che aveva appena compiuto un anno. Indimenticabile.

Alla guida della Virtus, da un anno e mezzo, c’è un suo “collega” maratoneta: Renato Villalta.

Renato è uno sportivo vero, o meglio ancora è un grande uomo di sport. Come maratoneta ha tutto il mio rispetto, perché mi ha sempre sorpreso anche solo il fatto che riesca a portare la sua stazza, e quel peso che ovviamente è legato all’altezza, in giro di corsa per quarantadue chilometri. Già quella non è un’impresa semplice. Da tifoso, posso dire che sono felice di avere un presidente così. Uno che sa abbinare passione a competenza. Costruisce seguendo un progetto preciso, e anche se non è facile si iniziano a vedere i frutti del suo lavoro. La vittoria di domenica scorsa contro Reggio Emilia, una delle squadre più attrezzate del campionato, è stata esaltante.

C’è mancato poco che lei potesse viverla direttamente a palazzo.

La società mi aveva invitato, e ho fatto di tutto per esserci. Ero a due passi, impegnato con le premiazioni della Federciclismo regionale a Zola Predosa. Purtroppo all’ultimo momento non sono riuscito a infilare nella mia giornata bolognese anche il passaggio alla Unipol Arena.

La vedremo a bordocampo domenica prossima?

Sto cercando di tenermi libero per qualche ora. Spero di farcela. Ma una cosa posso assicurarla fin d’ora: se non sarà domenica, quest’anno a palazzo ci tornerò. Voglio riprendere a vivere le emozioni che mi dà la Virtus, da vicino.

 

Silvia Mezzanotte, voce dei Matia Bazar

MEZZANOTTE AMMETTE: «TIFO PER LA V NERA»

Il Resto del Carlino - 14/02/2015


Mentre la Virtus si sta allenando al gran completo, la società sta lavorando sempre più alacremente per rendere sempre più un evento singolare la raccolta fondi abbinata a Telethon. La scelta della cantante Silvia Mezzanotte, voce dei Maria Bazar, come interprete dell'Inno d'Italia può in prima battuta sembrare estemporanea, ma in realtà è spesso all'Unipol Arena anche se la sua è una presenza molto discreta.

La passione per la V nera me l'ha trasmessa mia sorella. Siamo spesso in parterre e vedere lo spettacolo di una partita mi affascina. Sono sempre stata un'amante di sport completamente diversi, come il pattinaggio artistico o la danza aerobica. Altri mondi. Non potrei mai seguire il calcio perché non mi ispira. Invece, il basket ha gesti atletici che mi appassionano. E se a compierli sono giocatori che indossano una canotta bianconera, sono più felice.


L'arbitro di calcio Rizzoli in parterre (foto tratta da www.sportando.net)

RIZZOLI: "LA MIA FEDE PER LA VIRTUS E LE SFIDE CON COLLINA"

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 27/02/2015

 

Che poi, io non ho mai capito che gusto ci sia a fare l’arbitro.

Lo dice un tifoso del Bologna, aspettando insieme ad altri in osteria che Nicolò Carosio inizi a raccontare quello che diventerà il leggendario spareggio del ’64. A dirla tutta, siamo dentro a un film celebrativo (“Il cielo capovolto”, scritto da Cristiano Governa ed Emilio Marrese, regìa di Paolo Muran) e la trovata geniale è quella di far recitare questa frase, in un riuscitissimo cameo, a colui che l’Istituto Internazionale di Storia e Statistica del Calcio ha eletto miglior arbitro al mondo nel 2014. Nicola Rizzoli, l’uomo che ha diretto la finale del Mondiale 2014 tra Argentina e Germania. Bolognese, virtussino.

Partiamo da questa domanda, allora: che gusto c’è a fare l’arbitro?

La verità? Ogni tanto me lo chiedo davvero. Credo dipenda dai risultati che uno raggiunge, come in ogni campo. Se hai delle buone performances, c’è senza dubbio la soddisfazione di contribuire a far rispettare le regole, dando il tuo meglio.

Che cosa ha portato Nicola Rizzoli così in alto, in questa professione delicata e difficile?

Credo che un arbitro moderno debba soprattutto conoscere il gioco, e questo vale nel calcio come nel basket. Deve respirare l’ambiente, sentirsi parte di ciò che sta dirigendo. Non basta aver letto e imparato a memoria un manuale di regole. Il gusto è questo, alla fine: rendere un servizio per cui sei apprezzato dagli stessi protagonisti della partita.

Essere riconosciuto come miglior arbitro dell’anno mondiale dall’IFFHS fa parte di questa meravigliosa sensazione.

È il riconoscimento più bello, ambitissimo per chi ama la propria carriera. Ma anche quello dell’AIC, l’associazione italiana dei calciatori, mi ha dato grande soddisfazione, perché ad assegnarlo sono giocatori e allenatori, cioè quelli che stanno in campo. Ecco: questo, per me, significa essere parte del gioco.

Quando ha deciso che in campo la sua parte sarebbe stata questa?

Non è che avessi l’obiettivo di arbitrare. Anzi, io stavo tra i calciatori. Avevo quattordici anni e giocavo nel Lame Ancora. Mi piaceva capire quello che stavo facendo e sono sempre stato curioso, così approfittai di un lungo stop per infortunio per addentrarmi nelle regole, seguendo un corso. È stato un caso, ma quelli che erano dall’altra parte della scrivania videro in me qualcosa di buono, e fecero di tutto per tenermi con loro. Il resto l’ha fatto la mia voglia di migliorare. Io sono sempre in competizione con me stesso, se vado in piscina e faccio dieci vasche la volta dopo voglio farne almeno undici. È andata così anche con il percorso arbitrale.

Avevano la vista lunga, quei maestri.

Persone capaci. Non è un caso se due dei tre arbitri che hanno diretto finali mondiali escono dalla scuola bolognese. Collina e il sottoscritto, dopo Gonella. Anche se Pierluigi, che pure oggi è il mio capo, ha diciamo un piccolo difetto…

Ci lasci immaginare…

È fortitudino, come si sa. E quando si parla di pallacanestro, sono belle discussioni. Ricordo che una volta, durante un raduno a Sportilia, mi trovai a giocare un “baskettino” 3 contro 3, e di là c’erano Collina, Mazzoleni e Romeo, tutti fortitudini. Fu una sfida agguerrita, da gomiti alti. Roba da farsi male…

Siamo arrivati a parlare di basket, e di Virtus.

Passione nata da ragazzino. Avevo dodici anni e andavo a palazzo con mio fratello. Prendemmo subito la strada bianconera, e non era tradizione di famiglia, i miei non seguivano il basket. Ora mio fratello lavora anche in Granarolo, direi che non si può chiedere di più a un virtussino…

L’amore per la Virtus, secondo Nicola Rizzoli.

Ho amato tantissimo le squadre di Ettore Messina, il miglior tecnico in circolazione. Uno che ti fa capire cosa sia la gestione di un gruppo. Dai suoi scritti ho tratto insegnamenti fondamentali anche per la mia professione. La mia passione, in realtà, è nata dai tempi delle bandiere, da Villalta e Brunamonti, ma mi restano nella mente le imprese di Richardson, talento incredibile, e naturalmente sono innamoratissimo della Virtus di Danilovic. Credo che tra i momenti più belli della nostra pallacanestro ci siano le sfide tra Sasha e Carlton Myers nei derbies. Io sono uno di quei virtussini che si augurano il ritorno in A della Fortitudo, perché i ricordi più belli nascono da lì, da quella sfida. E la gente che era sugli spalti al “derbyno” degli Under 19 al PalaDozza dimostra la voglia di ritrovare quel clima che aleggia in questa città.

Contro Cantù era a bordocampo. Tornerà alla Unipol Arena per la sfida con Pistoia. Che cosa pensa della Granarolo di oggi?

Quest’anno, per via delle designazioni, non ero mai riuscito a vedere la squadra dal vivo, prima di Cantù. C’è voluto un infortunio, per fortuna ormai risolto, per riuscirci. Nonostante stesse facendo già bene, in quella partita la Virtus mi ha stupito, vincendo con sicurezza contro una squadra così fisica e preparata. Su tutti, mi ha impressionato Fontecchio, per l’impatto che ha avuto sulla gara, da giocatore maturo. Ed è ancora un ragazzo. Se diventa un leader completo, e quella sera ha giocato con una determinazione unica, può diventare il fulcro di un gruppo importante, una certezza per il futuro. Poi, spero sempre che Imbrò faccia quel salto di qualità che per me è nelle sue corde.

Insomma, impressione più che positiva.

Sono ottimista. È un bel gruppo, dimostra solidità mentale, è stato impostato nel migliore dei modi da Giorgio Valli, che merita la fiducia che la società gli ha dato rinnovandogli il contratto.

A proposito. Proprio Valli, qualche tempo fa, parlò del rapporto con la classe arbitrale, spiegando che le parti dovrebbero incontrarsi, discutere, conoscersi più spesso, non una sola volta all’anno e per poche ore. Che ne pensa?

“Discorso di una maturità incredibile. Da tempi non sospetti dico che gli arbitri di una città dovrebbero allenarsi con le squadre della città, soprattutto se fanno parte della stessa categoria. Questo farebbe bene a tutti. Riuscire a parlare la stessa lingua porterebbe beneficio sia ai giocatori che agli arbitri. Se ci si capisce, tra l’altro, ci si innervosisce meno. E si gioca, e si dirige, meglio.

www.virtus.it - 23/11/2013
 
 

Galeotto fu… il genero, ovvero Francesco Gazzaneo, ex calciatore e oggi imprenditore di successo, che militò nel Bologna tra il 1983 e il 1986, risalendo con la squadra in Serie B e giocando in tutto 87 partite in maglia rossoblù. E’ stato lui, virtussino dentro, a convincere un’icona della storia del Bologna ad avvicinarsi alla Virtus. Ed è così che, per curiosità nei confronti del basket, il grande capitano del Bologna dell’ultimo scudetto, Mirko Pavinato, ha fatto il suo “debutto” alla Unipol Arena per assistere alla partita vinta contro l’EA7 Milano. Ed evidentemente la curiosità sta iniziando a tramutarsi in qualcosa di più, dal momento che uno dei grandi campioni che hanno scritto un pezzo di storia rossoblù tornerà a bordo campo domani, in occasione della sfida con l’Umana Reyer Venezia.

Per Virtus Pallacanestro Bologna è un onore avere tra il suo pubblico il Capitano. Con la speranza che la sua presenza diventi una bella abitudine, per viaggiare insieme verso il 2014, quando ricorrerà un anniversario importante: quello dei cinquant’anni da quel 7 giugno 1964, il giorno in cui, nello spareggio dell’Olimpico a Roma, il Bologna di Fulvio Bernardini battè 2-0 l’Inter di Helenio Herrera, conquistando il suo settimo e ultimo scudetto.
Con Mirko Pavinato, il Capitano, in mezzo al campo.

 

Francesco Gazzaneo, il dottor Gianni Nanni di Isokinetic, Renato Villalta, Franco Colomba e Nicola Rizzoli (foto Stefano Santi/Virtus Pallacanestro)

QUELLI CHE IL CALCIO... QUESTA VOLTA PUÒ ATTENDERE

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 02/03/2015

 

Il “deb”, questa volta, è stato Franco Colomba. Quest’anno il tecnico bolognese, che il Bologna lo ha anche guidato (oltre a Napoli, Parma, Livorno, Reggina, Cagliari e tante altre squadre in Serie A) non era ancora riuscito a vedere la sua Virtus dal vivo a palazzo. Fino a Natale era troppo lontano, impegnato con il Pune City nella nuovissima Superlega indiana di cui è stato uno dei pionieri. Finalmente, ieri è riuscito a presentarsi in parterre (“seppure perdendo il primo quarto per colpa di un incidente sullo stradone che porta ad Anzola… ma ho visto tutte le cose migliori, alla fine”). E ha assicurato che tornerà, perché lo spettacolo di questa Granarolo gli è piaciuta.

Seduto accanto a lui Nicola Rizzoli, che a questo punto ha già messo in archivio due presenze, e due vittorie: contro Cantù e contro Pistoia. Se il miglior arbitro del mondo, bolognese e virtussino doc, sia anche un talismano per la V nera non è dato sapere. Di certo, il suo stop per infortunio è per fortuna un brutto ricordo, e da adesso Nicola dovrà rispondere nuovamente alle designazioni. “Vorrà dire”, scherza, “che mi farò assegnare partite a mezzogiorno, per poter correre in fretta alla Unipol Arena. Una Virtus come questa vale mille corse…”

Francesco Gazzaneo, ex rossoblù (87 presenze nel Bologna tra il 1983 e il 1986), ma anche ex di Avellino, Pisa, Empoli e Cosenza, è invece un fedelissimo. Non ha perso una partita casalinga, quasi sempre accompagnato dal suocero Mirko Pavinato, una leggenda per chi ama i colori rossoblù, capitano dell’ultimo scudetto, quello del 1964.

 

Pirro Cuniberti

ADDIO A PIRRO CUNIBERTI, AMICO DELLA VIRTUS E DELL'AVVOCATO PORELLI

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 05/03/2016

 

Ci ha lasciati la notte scorsa un grande artista bolognese, che ha illuminato con la sua opera il panorama dell’arte italiana. Pier Achille Cuniberti, per tutti semplicemente Pirro, si è spento all’età di novantadue anni nella sua casa, immersa in quella Bassa che aveva sempre amato, lui che era nato a Padulle di Sala Bolognese. Allievo di Giorgio Morandi, amico fraterno di Enzo Biagi, con cui collaborò anche al Resto del Carlino quando il grande giornalista ne divenne direttore, grande pittore e disegnatore influenzato negli anni giovanili dal lavoro di Paul Klee, Pirro Cuniberti era anche un appassionato di pallacanestro, sulla quale imbastiva lunghe discussioni con gli amici Concetto Pozzati e Giorgio Bonaga. Ed un amico vero della Virtus.

Era stato l’avvocato Gigi Porelli a riconoscerne il talento puro, e a chiedergli addirittura di collaborare col mondo della V nera. Così, Cuniberti aveva ideato il restyling del palasport di piazza Azzarita, oggi PalaDozza, e addirittura creato con il suo caratteristico e inconfondibile stile, una mascotte per la società. Insieme a Concetto Pozzati collaborò anche al volume “Il mito della V nera”. Restando poi sempre in stretti rapporti con l’Avvocato, come succede tra giganti che fiutano il reciproco talento.

Pirro si definiva “un provinciale, tanto innamorato di Bologna da non averla mai lasciata”. E Bologna aveva risposto organizzando la prima mostra per il grande pubblico dodici anni fa, in occasione dei suoi ottant’anni. Tra le tante opere che ci ha lasciato, quelle più immediate nella percezione comune: il logo di “Bologna 2000”, Città europea della cultura; le meravigliose creature della fantasia con cui aveva illustrato il libro “Stranalandia” di Stefano Benni.

La Virtus Bologna si unisce al dolore della moglie, delle figlie e di tutta la famiglia, per la scomparsa di un grande uomo e di un’artista che ha reso grande Bologna nel mondo.

 

L'artista di fama internazionale Concetto Pozzati (foto tratta da www.virtus.it)

di Marco Tarozzi - ww.virtus.it - 14/03/2016

 

Da quanto tempo non si vedeva a palazzo, per assistere a una partita della Virtus, non è ben chiaro. Niente date precise, neppure nella memoria degli amici più cari. C’è chi dice addirittura un quarto di secolo. Probabilmente, qualcosa di meno. Certo è che ritrovare il maestro Concetto Pozzati, grande artista di spessore internazionale e cuore bianconero, alla Unipol Arena, ieri sera è stata una bella emozione.

“Da quanto tempo non venivo a vedere una partita dal vivo? Non so, io dico almeno da una ventina d’anni. Era un altro basket, ovviamente, e a quello di oggi confesso di non essere molto abituato. Però ho ritrovato certe sensazioni, prima tra tutte quella sofferenza quando sei lì a sperare che alla tua squadra vada tutto come deve andare. Questo contava, contro Varese: vincere, prendere questi benedetti due punti. E ce l’abbiamo fatta”.

La vita sportiva di Concetto Pozzati è nata e cresciuta in Virtus. In bianconero ha fatto la trafila delle giovanili, finendo aggregato alla prima squadra tra il 1953 e il 1955. La Sala Borsa era il suo regno, e lui ricorda ancora, lo ha fatto tante volte, “quel posto meraviglioso dove giocavi con la gente a un passo, e il tifo era fatto di rumori continui e martellanti che stordivano gli avversari. La Virtus è stata la mia casa sportiva, poi ho giocato alla Reyer Venezia, ma soprattutto intorno ai ventiquattro anni ho dovuto decidere se fare il giocatore o il pittore. E ho fatto la mia scelta”.

Senza mai abbandonare il mondo dei canestri. Seguendolo, da fuori ma non troppo. Talvolta anche dalla panchina: con la squadra dell’Accademia di Belle Arti, il Pozzati coach ha vinto tre titoli universitari, ed altrettanti li ha messi in bacheca ai leggendari Playground dei Giardini Margherita. Lo avevamo rivisto, a dicembre, alla Cantina Bentivoglio, alla serata organizzata da Obiettivo Lavoro che aveva richiamato tanti virtussini di ieri e di oggi. Il ritorno alla Unipol Arena coincide con una sfida che richiama un passato di gloria, Bologna contro Varese, “e anche se le cose cambiano, l’ho detto, sono venuto da tifoso per veder vincere la Virtus, e torno a casa contento”.

Sorridono gli amici intorno, da Paolo Magnoni, regista delle reunion dei Maturi Baskettari, a Giorgio Bonaga, che prima di diventare uno stimatissimo professore era quello “che gioca meglio di Raga”. Il Maestro è tornato, raccontando col suo sguardo profondo e carismatico una storia oltre lo sport di altissimo significato: ordinario di pittura prima ad Urbino e poi nella sua città, all’Accademia di Belle Arti, protagonista di mostre internazionali, cinque prestigiose partecipazioni alla Biennale di Venezia. Tuttavia, lasciando ancora trapelare quella passione per la pallacanestro e per la Virtus che, speriamo, lo porterà di nuovo nella casa bianconera. Facciamo finta che quello di ieri non sia un ritorno casuale, ma piuttosto una promessa.

Benché dichiaratemente virtussino, Guazzaloca non s'è mai visto al palazzo da sindaco (foto tratta da www.bolognabasket.it)

ADDIO A GIORGIO GUAZZALOCA, SINDACO "SPORTIVO"

Gianluca Grassi - https://bolognasportime.blogspot.it - 27/04/2017

 

Si è spento a 73 anni, dopo lunga malattia, Giorgio Guazzaloca, Sindaco di Bologna del 1999 al 2004 (primo della storia a strappare la città al monopolio della sinistra), ex macellaio, da sempre personaggio di spicco nella vita pubblica del capoluogo emiliano. Un Guazzaloca anche molto affezionato al mondo dello sport e in particolare ai colori del Bologna calcio, di cui era grande tifoso e nel cui settore giovanile aveva militato per breve tempo sul finire degli Anni 50 (quando si narra che le sue qualità avessero colpito l'allora responsabile Amedeo Biavati): all'epoca risale la sua amicizia con l'indimenticata bandiera rossoblù Giacomo Bulgarelli, uno stretto rapporto che si era consolidato con il passare degli anni, testimoniato pure dalle accanite sfide a carte che non di rado li vedeva protagonisti all'Osteria del Sole di Vicolo Ranocchi, magari in compagnia di Lucio Dalla.

Assiduo frequentatore del Dall'Ara, Guazzaloca seguiva inoltre con interesse la pallacanestro, tifando Virtus ma non disdegnando di incontrare e applaudire campioni della sponsa opposta Come Carlton Myers. Al di là delle sue idee politiche, economiche e sociali, se ne va un uomo che ha sempre rappresentato con orgoglio e fedeltà la sua inguaribile "bolognesità".

ADDIO A ROBERTO KERKOC, CUORE VIRTUSSINO

Ufficio Stampa Virtus pallacanestro - 01/08/2017

 

Se ne è andato in maniera dannatamente rapida e crudele, a soli cinquantasette anni di età, Roberto Kerkoc, imprenditore bolognese titolare di Tecnoform. Un cuore virtussino che ha avuto negli anni diversi incarichi in enti e istituzioni pubbliche. È stato vicepresidente di Bologna Fiere, consigliere e in seguito vicepresidente vicario in Unindustria, ha ricoperto ruoli importanti in Confindustria, ed era tuttora componente del consiglio di presidenza di Confindustria Emilia.

Virtus Pallacanestro Bologna si stringe alla famiglia ricordando un grande amico ed un tifoso generoso e sincero della V nera. Il funerale di Roberto Kerkoc si terrà giovedì 3 agosto alle 11 nella basilica di San Domenico.

Ezio Pascutti, bomber del Bologna FC degli anni '50/'60, tifoso della Candy

 

Luca Cecconi, ex calciatore e allenatore di calcio (foto tratta da www.virtus.it)

 

Gigi Maifredi, ex allenatore di calcio

 

Pierferdinando Casini festeggia l'Eurolega

 

Prodi, amico di Villalta, per il quale ha scritto la prefazione del suo libro

 

Gianfranco Fini, bolognese e virtussino

 

Diego Abatantuono a palazzo, ha figli virtussini e anche lui simpatizza (foto tratta da www.virtus.it)

 

Anche se non dalla nascita, l'ex-Miss Italia Susanna Huckstep si dichiara virtussina

 

Sergio Cofferati, un altro ex-sindaco tifoso virtussino

 

Il parterre ingentilito dai testimonial VidiVici: Simona Badescu, Ciccio Graziani ed Elena Santarelli (foto tratta da www.virtus.it)

 

Parterre: Marco Mazzocchi (foto tratta da www.virtus.it)