AUGUSTO BINELLI

Gus Binelli in post basso durante un derby

 

nato a: Carrara (MS)

il: 23/09/1964

altezza: 213

ruolo: centro

numero di maglia: 11

Stagioni alla Virtus: 1980/81 - 1983/84 - 1984/85 - 1985/86 - 1986/87 - 1987/88 - 1988/89 - 1989/90 - 1990/91 - 1991/92 - 1992/93 - 1993/94 - 1994/95 - 1995/96 - 1996/97 - 1997/98 - 1998/99 - 1999/00 (recordman con 18 stagioni nella Virtus)

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 5 scudetti, 5 Coppe Italia, 1 Euroleague, 1 Coppa delle Coppe, 1 SuperCoppa

 

L’UOMO DEI RECORD

di Roberto Cornacchia - V Magazine dicembre 2008

 

Augusto Binelli, detto Gus, è un’icona virtussina che ha accompagnato almeno due generazioni di tifosi. Lo sto aspettando alla palestra della Virtus per l’intervista. Appena arriva, non faccio in tempo a rivolgermi a lui che il Paròn Zorzi, che probabilmente è la prima volta che lo vede da quando è venuto a Bologna, gli va incontro e gli dice: “Tu sei stato sfortunato (il termine usato in realtà è stato un altro…), se non fosse stata per quella regola…”.

La regola alla quale si riferisce il neo-senior assistant coach è quella in vigore ai tempi in cui Binelli, nella seconda metà degli anni ’80, ebbe la possibilità di trovare un contratto nella NBA: se avesse accettato un contratto da professionista al suo ritorno in Europa sarebbe stato considerato a tutti gli effetti come uno straniero. Erano ben altri tempi rispetto ad oggi dove giocatori di formazione europea vengono scelti a decine ad ogni estate e molti giocano nella maggiore lega statunitense con successo e Binelli è stato, in questo senso, un pioniere.

Ai primi degli anni ’80 Binelli era un giovane del vivaio Virtus al quale fronteggiare i pari età italiani non dava troppi stimoli: “Avevo perso la prima gara del campionato per un infortunio – ricorda Gus - e il coach mi intimò di recuperare segnando anche i punti che non avevo potuto realizzare nella partita persa. Allora gli proposi una scommessa, se non avessi realizzato 100 punti gli avrei pagato una pizza. E non la vinsi per due punti…”. A 16 anni indossò la prima canotta bianconera con la prima squadra: era la stagione in cui la Virtus del Duca Nero e di Marquinho disputò a Strasburgo la finale di Coppa dei Campioni contro il Maccabi: una finale che rimarrà impressa a tutti causa del fischio chirurgico di Van De Willige su un inesistente sfondamento di Bonamico e che generò nei virtussini una profonda ferita che per rimarginarsi richiese quasi un ventennio.

L’Avvocato Porelli ebbe l’idea di mandarlo a studiare negli Stati Uniti nell’intento di farlo crescere in un contesto più competitivo. Dopo averne discusso con la famiglia, Gus partì per la Lutheran High School di Long Island, vicino a New York. “Fu una bellissima esperienza – rammenta il centrone –, molto formativa sia sul piano tecnico che su quello umano. Innanzitutto il livello dei giocatori era molto più alto di quello al quale ero abituato: nel campionato giocavo spesso contro atleti afro-americani e in generale di un livello che in Italia non avrei mai potuto trovare. La mia high school giocava nella Seconda Divisione ma il secondo anno meritammo l’accesso alla Prima Divisione. Anche come persona ebbi modo di crescere: la lontananza da casa e dai miei familiari mi costrinse a vincere la mia timidezza e a darmi da fare”. Coach Mc Killop, che era conosciuto per essere un ottimo allenatore per i lunghi, utilizzava un metodo poco diffuso per inculcargli i fondamentali: sottoponeva Gus a lunghe sedute davanti… alla tv. Al termine della visione delle cassette con i movimenti dei migliori giocatori dell’epoca, Gus veniva portato in palestra dove doveva ripetere i movimenti visti fino alla perfezione. E se non li eseguiva come richiesto, veniva sottoposto di nuovo al ‘trattamento televisivo’. Ma giocare negli Stati Uniti era formativo anche sotto altri aspetti: “Ricordo di aver partecipato a diversi tornei, in particolare ne rammento uno che mi regalò l’emozione di giocare allo Spectrum di Philadelphia, allora la casa di Dr. J, davanti ad una folla immensa”.

Come accolsero i tuoi compagni questa rarità di un europeo giunto per imparare basket?

“Bene, mi trovai benissimo fin da subito, anche se ero uno degli unici due bianchi della squadra”.

A fine campionato, prima di rientrare in Italia, Gus restava ancora un po’ negli States per fare da dimostratore al camp tenuto dal suo coach: la pulizia dei movimenti, la mano vellutata e la perfezione stilistica dei fondamentali di Binelli sono proverbiali.

A proposito, è in questi anni che nasce il nomignolo di Gus. “Quando dicevo il mio nome ai compagni di squadra – ricorda Binelli – immancabilmente lo storpiavano e così, per far prima, hanno cominciato a chiamarmi ‘Goose’ che significa papero. Poi, una volta tornato in Italia il soprannome mi è rimasto ed è stato scritto Gus, che molti hanno cominciato a pronunciare Gas, all’americana…”

Terminata la seconda stagione di high school, il nome di Binelli era finito sul taccuino di diverse università statunitensi al punto che non avrebbe avuto che l’imbarazzo della scelta. Ma la Virtus non concesse il proprio benestare alla ripetizione dell’avventura americana anche perché, in un epoca in cui i giocatori erano ancora vincolati al cartellino, per la società capitanata dall’Avvocato avrebbe significato perdere qualsiasi diritto su di lui. A seguito del successo dell’esperimento virtussino, altre società italiane fecero in seguito lo stesso tentativo con dei giovani lunghi promettenti: ma Baldi e Sciarabba, che peraltro andarono all’università e non all’high school, non diventarono giocatori dallo stesso impatto.

Fu così che Binelli tornò in Italia e subito fu scudetto, quello della Stella. “Benché avessi già avuto qualche esperienza in prima squadra prima di partire per gli Stati Uniti, per me quello fu il vero battesimo del fuoco. Mi trovai a scontrarmi quotidianamente in allenamento con campioni esperti e vincenti: una volta, stanco di prendere delle botte, in particolare da Villalta, reagii e sferrai una gomitata al capitano. Forse non avevo calcolato bene la forza o forse lui non se l’aspettava proprio, visto che di solito subivo in silenzio. Fatto sta che crollò a terra, con uno zigomo sanguinante. Mi misi le mani dei capelli  pensando di avere esagerato ma Van Breda Kolff mi venne incontro e mi disse: ‘Era da due mesi che dovevi farlo…’”. Fu questo uno dei pochi episodi in cui Gus ebbe qualcosa da dire con qualcuno: è sempre andato d’accordo con tutti i compagni, gli allenatori, i dirigenti e i giornalisti. “Beh, a dire il vero c’era un giornalista col quale proprio non riuscivo ad andare d’accordo. Per fortuna ora è un pezzo che non lo sento più”.

Van Breda Kolff ha lasciato un ricordo piuttosto vivo in Binelli: “Era diverso dagli altri americani. A volte, per come capiva le situazioni, sembrava quasi avesse sempre vissuto in Italia. Persona di notevole spessore, oltre che un ottimo giocatore, non era assolutamente quel freddo professionista che veniva descritto. Ricordo una gara di Coppa Italia, che all’epoca si giocava a scudetto assegnato, in cui stavamo perdendo a causa anche della diminuita fame di vittoria che avevamo dopo aver vinto lo scudetto della Stella. Van Breda Kolff nell’intervallo prese la parola e ci ammonì tutti per lo scarso impegno. ‘Io sono qui per vincere’ furono le sue parole che ancora mi risuonano nelle orecchie. Fu soprattutto merito suo se completammo la splendida stagione con la vittoria della Coppa Italia”.

Dopo la Stella fu il tempo di Gamba allenatore e di stranieri come Sam Williams, Joe C. Meriweather, Marty Byrnes e Greg Stokes. Furono stagioni poco fortunate sia per la Virtus che per Binelli che cominciò a subire i primi di una lunga serie di delicati infortuni ma per la prima volta la società dimostrò di credere in lui scegliendo gli stranieri in ruoli diverso dal suo. Erano gli anni in cui la pallacanestro passava dai centri più di quanto non faccia oggi, e il big man era considerato imprescindibile. Gamba predicava contropiede e difesa a uomo e, fintanto che i giocatori ressero il ritmo, la Virtus sciorinò una delle pallacanestro più belle del campionato. Ma la benzina finiva prima del previsto e le stagioni si chiusero in maniera insoddisfacente. Una delle note positive che Gus ricorda fu l’arrivo di Kyle Macy: “Un professionista esemplare, lo sento ancora ogni tanto. Ora è il color commentator delle gare della Kentucky University, la stessa con la quale ha vinto un titolo NCAA. Certo che ora la sua pettinatura perfetta non è più quella di una volta…”.

Nell’estate 1986 Binelli venne scelto al secondo giro dagli Atlanta Hawks col numero 40, davanti a giocatori come Drazen Petrovic e Jeff Hornacek. Non furono certo i campionati disputati in Italia ad aver fatto breccia negli allora pochi scout americani che viaggiavano nel Vecchio Continente: fu il ricordo di quello che videro durante il periodo delle high school che gli fece meritare una scelta. Gus prese l’aereo e si presentò al camp della squadra di Atlanta. Erano gli Hawks di Mike Fratello, guidati in campo da Doc Rivers (ora capo-allenatore dei Celtics), che sotto canestro avevano il duro Kevin Willis e l’enorme Tree (nomen omen) Rollins, ma soprattutto che brillavano della luce emanata da un Dominique Wilkins al massimo del suo fulgore. Gus ebbe modo di misurarsi con i titolari solo durante gli allenamenti perché alle gare pre-stagionali prendevano parte solo quelli in prova come lui e i giocatori al primo e al secondo anno. “Nonostante questo, quando Wilkins venne a giocare in Italia, la prima volta che mi vide mi riconobbe subito e venne ad abbracciarmi”.

L’impressione lasciata da Gus fu positiva ma di europei in NBA se ne erano visti ancora pochissimi: all’epoca gli unici a giocare in NBA erano lo sfortunato spagnolo Fernando Martin e il bulgaro Georgi Glouchkov, in ruoli piuttosto marginali. Conseguentemente la dirigenza della squadra della Georgia non volle rischiare e il massimo che si sentì di offrire fu un contratto annuale. Come detto in precedenza, questo avrebbe significato perdere lo status di giocatore italiano ai fini del tesseramento in Europa e Gus non se la sentì di abbandonare il certo per l’incerto. Ricorda Gus: “Certo che se mi avessero offerto un triennale, avrei colto l’occasione al volo”. Più o meno la stessa cosa si ripeté due estati dopo: buona impressione, offerta di un contratto annuale e rientro tra le italiche sponde. Fu l’ultimo tentativo.

Gus rientrò in Italia e ad aspettarlo c’era un nuovo coach, un grandissimo ex-giocatore nel suo stesso ruolo, in teoria la persona più adatta per completare la sua maturazione tecnica. Ma le cose non filarono lisce: “Cosic è stato l’unico allenatore col quale ho avuto delle difficoltà. Aveva un modo tutto suo di concepire e di allenare la pallacanestro e non fui il solo a fare fatica a seguirlo. Spesso capitava che per dimostrare una cosa prendesse la palla, la facesse dicendo ‘Visto com’è facile?’ e non tornasse più sull’argomento ritenendo di averlo spiegato a sufficienza. Comunque se ho cominciato a presidiare con successo la posizione di post alto in lunetta lo devo soprattutto a lui”. Poi vennerono gli anni di personaggi come Bob Hill, “un grandissimo” lo definisce Binelli, Messina, Brunamonti e Sugar: “Un ragazzo stupendo, peccato che si sia fidato delle persone sbagliate”.

Ripercorrere la carriera di Binelli significa scorrere un ventennio di storia della Virtus: sfoglio su Virtuspedia tutte le formazioni in cui ha giocato e lui appare sempre in seconda fila, sempre in mezzo e immancabilmente il più alto. Eppure ad ogni mercato estivo, quando si prendeva il centro americano che doveva stargli davanti o a fianco nel ruolo, sembrava sempre che quello che stava per arrivare fosse un gigante. “è perché gli americani si misurano con le scarpe. Io sono quasi 214 cm, se mi misurassi come fanno loro sarei almeno 217 cm”.

Poi vennero le stagioni d’oro dell’epoca di Danilovic che coincidono anche con la completa maturazione di Binelli che, agevolato dalla presenza di stranieri più dalle caratteristiche di ala alta che di centro come Wennington, Levingston, Schoene e Binion, vive una seconda giovinezza, nonostante lo scalpo diventi sempre più bianco. Furono anche gli anni in cui la Virtus partecipò ad un paio di McDonald’s Open, i mini-tornei contro squadre NBA, nelle quali Gus offrì al mondo NBA un ulteriore saggio delle sue doti: ma ormai il “sogno americano” è stato definitivamente accantonato. Anche con Bill “Carabina” Wennington Gus si tiene saltuariamente in contatto: “Per uno strano destino anche lui fa il color commentator radiofonico per i Chicago Bulls” dice Binelli sorridendo.

Non pensiate però che Binelli si tenga in contatto solo con gli americani: Frosini, Coldebella, Danilovic, Villalta, Bonamico, Brunamonti sono tutti nel suo cellulare e ogni tanto lo sentono, così come gli ex-compagni della Nazionale dove la sua carriera è stata meno luminosa che in Virtus. I pari ruolo dell’epoca furono Ario Costa, Stefano Rusconi, Flavio Carera e un Roberto Chiacig agli inizi. L’apice della sua esperienza in canotta azzurra è stata la partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984.

Nella parte finale della carriera conquista i gradi di capitano, migliora come il vino buono e finisce regolarmente col conquistare sul campo più minuti di quanti si preveda a inizio campionato, anche da un coach notoriamente esigente come Messina. A coronamento di una carriera che sembra non finire mai, fa parte dello squadrone che domina in campionato e vince la prima, storica, Eurolega a Barcellona, a quasi 20 anni dalla beffa di Strasburgo. Come dimenticare l’inaspettata capigliatura bionda con la quale ha festeggiato l’agognato titolo?

Centro dalla tecnica individuale sopraffina e dalla mano vellutata, ha indubbiamente sofferto di un certo accanimento nei suoi confronti. Quante volte si è trovato con tre falli dopo 8 minuti? Quante volte i giornalisti gli hanno posto l’odiata domanda “Ma quando maturi?”. Ora che può voltarsi indietro per dare un’occhiata alla sua carriera, può sfoderare numeri da brivido: 18 stagioni in maglia bianconera (record della società), 5 scudetti (record eguagliato solo da un paio di giocatori degli anni ‘40/’50), 5 Coppe Italia, 1 Eurolega, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa per un totale di 13 allori (unico virtussino a poter vantare un palmares personale così ricco), record di gare giocate e di rimbalzi recuperati. Carta canta.

Una carriera tutta contrassegnata dal bianconero. Ma non sei mai stato in procinto di andare altrove, nessuno che ti abbia mai richiesto?

“All’epoca le società erano proprietario del cartellino e se qualcuno ti voleva doveva chiederlo alla società. E io non ho mai chiesto di andare via, anche se c’è stato un periodo in cui non mi trovavo bene ma per fortuna è finito presto”.

Inizia il nuovo millennio e, dopo aver chiuso la sua esperienza virtussina non senza qualche rimpianto, Binelli non appende le scarpe al chiodo ma continua a giocare nelle serie inferiori. Attualmente gioca ad Anzola in B2, con una media di 30 minuti, una decina di punti e una decina di rimbalzi ad ogni allacciata di scarpe.

“Ma fino a quando hai intenzione di giocare ancora?” gli domando.

“Non lo so, finché il fisico me lo consente e mi diverto continuo. Pensa che un po’ di tempo fa mi ha telefonato Hugo (Sconochini) invitandomi a raggiungere lui e Mario Boni a Piacenza...”

“Lo sai che John Fultz schiacciava a due mani fino a 45 anni? Ancora un anno e lo raggiungi”. “Beh, se è per quello schiaccio ancora all’indietro, ma sono avvantaggiato dall’essere più alto”.

La dinastia dei Binelli pare non fermarsi qua. Oltre al fratello Timante che disputò alcune stagioni in serie A con Livorno e Modena, c’è il figlio Andrea, promettente ala delle giovanili della Virtus.

“Com’è il rapporto con tuo figlio per quello che riguarda il basket?”

“Non parlo mai di basket con lui, almeno di mia iniziativa. Se proprio ne vuole parlare deve essere lui a cominciare il discorso. Del resto ha già un allenatore ed è giusto che si rivolga a lui, come fa di norma. D’estate, quando non si allena, è più facile che affrontiamo l’argomento. E magari gli faccio qualche dimostrazione come ai tempi di McKillop…”.

“Non ti piacerebbe fare qualcos’altro nel mondo della pallacanestro, oltre a giocare?”

“Mi piacerebbe allenare i ragazzi o magari fare l’assistant coach” e mentre dice questo guarda Boniciolli tenere il discorso pre-allenamento ai giocatori della Virtus odierna in inglese. E naturale giunge il suo commento “Ai miei tempi il coach parlava in italiano e ci pensava l’assistente a tradurre in inglese per i due stranieri…”.

 

È NATA UNA STELLA

di Tullio Lauro - Giganti del Basket - 31 Dicembre 1986

 

Sarzana, un'estate di molti anni fa, si sta disputando un torneo tra squadre di serie C. Al seguito della squadra di Carrara c'è un ragazzino lungo lungo. Ad assistere al torneo c'è anche un emissario della Virtus a caccia di talenti. Di talenti in campo non ne vede, ma tra il pubblico non fatica ad individuare il ragazzino filiforme. Gli si avvicina e inizia un colloquio un po' demenziale: "Sono un dirigente della Virtus Bologna, come ti chiami?". E Binelli che credeva di essere preso per i fondelli, risponde: "Ah sì? Lei è un dirigente della Virtus Bologna? E allora io sono Dino Meneghin".

E invece quel signore curioso, ma fortunato e attento era davvero un dirigente delle V nere ed infatti, dopo pochi giorni arriva davvero una lettera intestata Virtus Bologna in cui si convoca a Bologna il giovane Augusto per un provino. "Per me era una cosa incredibile" ricorda Gus iniziando il racconto della sua carriera. "Partii il giorno dopo".

L'avvocato Porelli sborsò una quarantina di milioni per questo toscano di Carrara che non era capace di fare molte cose ma il cui fisico, le cui mani, la cui faccia aperta, facevano presagire cose interessanti.

Il basket è entrato seriamente nella sua vita in questo modo, prima era solo sport, divertimento, non certo ragione di vita e tanto meno professione. Il padre, attualmente proprietario di una cava di marmo, era uno sportivo a tutto tondo: £Fin da piccolissimo mi ha fatto fare un po' tutti gli sport: calcio, pallavolo e basket" ricorda "e anche la boxe; ma a 8 anni ho perso il mio primo ed unico incontro con un mio amico che aveva sì un allungo inferiore al mio, ma aveva un paio d'anni in più. Comunque di fare a cazzotti da ragazzino mi è capitato altre volte: davanti alla scuola con mio fratello abbiamo fatto a botte con due che credevano di poterci prendere in giro per la nostra altezza". Tornando al basket il giovane pivot della Dietor segue la trafila di tutti, né più né meno: il minibasket due volte la settimana (il primo coach è Fabrizi) con il Carrara Basket; poi gli allievi, i cadetti e gli junior con il coach Mirko Diamante (quello che ricorda più spesso, forse perché fu quello che gli consigliò il basket come possibile professione). è di questo periodo il divorzio con Carrara per passare all'latra società cittadina, l'Audax. "Finita la terza media pensai di smettere, ma l'allenatore mi disse che la cava di marmo e il libretto di lavoro (che avevo già preparato) potevano aspettare e che lo sport era una prospettiva più interessante. Oggi lo ringrazio, ha avuto ragione".

Ma la strada di Binelli non si doveva limitare al tragitto relativamente breve che c'è tra Bologna e Carrara perché il Nuovo Continente stava in agguato dietro l'angolo. Cosa accadde? Accadde che il professor Nikolic viste le qualità e le difficoltà del ragazzino consigliò Porelli di mandarlo per qualche anno negli States a far pratica, a lavorare duro sui fondamentali per poi tornare più forte e più utile alla Virtus. Porelli accetta, ne parla coi genitori di Binelli (lui, Gus, aveva già detto entusiasticamente sì) che sono un po' indecisi, preoccupati, persino contrari. Ci vuole tutta l'opera di convincimento di Augusto perché cambino idea.

Tra l'invidia di qualcuno, lo scetticismo di altri e la paura dei genitori, parte il bastimento Binelli. La destinazione è la Lutheran High School di New York alle dipendenze del coach Bob McKillop per un'esperienza che segna profondamente la sua vita.

"È stato bellissimo" s'infervora nel racconto "lo rifarei di corsa. Mi ha migliorato e fatto crescere dal lato umano, pensate che già dopo due mesi ero un'altra persona, ero arrivato che non sapevo una parola di inglese e in due mesi ero già in grado di arrangiarmi. La scuola era dura per la lingua e poi se non avevi la media superiore al sette non ti facevano giocare. Io per evitare problemi avevo tutti voti superiori all'otto. In palestra ci stavamo tre ore al giorno".

L'immagine stereotipata dell'italiano piccolo e nero, con mandolino e pizzo, non ha tralasciato di perseguitare Binelli in quegli anni. La frase "ma tu non sei italiano" gli veniva ripetuta ad ogni angolo di strada, in ogni bar, da ogni ragazza appena conossciuta, ma nonostante questo piccolo pregiudizio il ragazzo Binelli, o l'uomo Binelli, era stato praticamente adottato dal suo coach McKillop e anche dalla famiglia di cui era ospite.

Perché Binelli torna in Italia, nonostante le molte offerte delle  università americane? "Io per la verità sarei rimasto volentieri, sapevo che in Italia non avrei avuto ancora molto spazio, mentre alla Virginia University mi avevano garantito il quintetto base e poi, secondo McKillop, loro avevano un allenatore adatto ai pivot. Porelli mi fece tornare e per me fu più drammatico del previsto, la sicurezza che avevo acquisito fuori dal campo, mi era rimasta, ma come giocatore ero tornato indietro". I primi due anni sono stati un'autentica sofferenza nonostante i rapporti con Bucci siano ottimi. Poi arriva Sandro gamba al quale Binelli manifesta oggi stima totale anche se non nasconde le cose che non gli vanno. "L'anno scorso non nego che ci siano stati problemi, ma una sola volta mi sono arrabbiato, quando il coach ha detto che mi ero montato la testa. Non era vero e gliel'ho detto. Ci siamo spiegati e tutto è stato dimenticato" racconta il pivot della Virtus e della nazionale. "D'altra parte Gamba credo sia uno di quegli allenatori che da giocatore consideri troppo duro, inflessibile, ma i cui meriti riesci a riconoscere solo quando sei più vecchio". E Sandro Gamba naturalmente non si smentisce, e di lui fa un ritratto lucido che proprio niente concede alla demagogia: "L'anno scorso era molto da spronare perché tendeva ad adagiarsi e ad accontentarsi di quello che riusciva a fare naturalmente. A furia di martellarlo con le buone e con le cattive, un po' da padre un po' da aguzzino, sta imboccando la strada giusta".

E che la strada giusta sia quella di Gamba lo dimostra anche il fatto che dai pochi minuti in campo l'ultimo anno di Bucci è passato ai 20 minuti a partita, fino agli oltre 25 di questo inizio di stagione. "Ora lavora meglio in allenamento" continua Gamba "È più continuo ma deve imparare a lavorare sotto fatica".

Ma a Bologna - così come accadrebbe ovunque - non possono andare tanto per il sottile, loro Binelli lo vogliono vedere in campo, fin dall'inizio sempre. Ma il momento di Gus di entrare nei primi cinque è arrivato secondo la programmazione di Gamba il venerdì precedente la partita con la Tracer. "L'ho fatto entrare nei primi cinque perché la Tracer aveva un quintetto adatto. Poi lui ha giocato bene" svela Gamba "e si è meritato il posto anche dopo".

Più colorito il racconto di Binelli: "Gamba ci dice il venerdì quali saranno i primi cinque della domenica e quel venerdì, quando gamba fece il mio nome, pensavo che si fosse sbagliato. Invece era vero".

Ma la storia di Augusto "Gus" Binelli non può essere completa senza ricordare il suo rapporto con la maglia azzurra. Escludendo il primissimo approccio con una formazione sperimentale guidata da Arrigoni, si passa subito a Sandro gamba che lo convoca - fra molti interrogativi dei critici in servizio permanente effettivo - al raduno pre-Stoccarda. "Non ci credevo, non ci credevo proprio, nemmeno nella prima convocazione" ricorda "avevo lavorato bene ma credevo proprio di non andare agli europei e ho ringraziato Gamba che mi aveva dato questa opportunità. La conferma nei dodici è stata una vera sorpresa e una cosa bellissima come il rapporto che si è instaurato con i vecchi, anche se mi hanno costretto alla matricola: 500 mila lire da pagare, parte delle quali, è servita per farmi una medaglia, l'altra se la saranno spesa loro...".

Passato il periodo Gamba-Nazionale, e iniziato quello Gamba-Virtus, per Binelli arriva il momento di confrontarsi con un altro "grande" della panchina, Valerio Bianchini, che nel frattempo aveva raccolto l'eredità di Gamba. L'evangelista lo chiama per i mondiali di Spagna, ma non c'è molto di positivo per il giovane pivot. "Ero stanco, non mi sentivo a posto, ero distrutto, non sono mai entrato nel clima giusto" ricorda con evidente dispiacere "ma se mi richiamerà non sarà più così.

I mondiali di Spagna, conclusi in maniera non certo eccellente per la squadra, e in maniera negativa per Binelli, sono però più importanti per un altro aspetto di questa "storia" di Binelli, per il suo aspetto "americano". Facciamo un passo indietro. "Ero in Grecia con la nazionale" racconta la speranza azzurra "e mi telefonò Viberti da 'Tuttosport' per dirmi che ero entrato nelle scelte di Atlanta. Credetti anche in questo caso ad un pesce d'aprile in ritardo, ma poi la notizia fu confermata. Rientrato in Italia ebbi il primo contatto con il g.m. degli Hawks che mi annunciò un incontro con Mike Fratello durante i mondiali". Tutti ricordano oggi le manfrine che si scatenarono sul caso Fratello-Binelli, persino gente scafata come Rubini perse per qualche giorno la testa, non parliamo di Porelli, o di Bianchini che cercò un'arrampicata di 5° grado sugli specchi per giustificare le prestazioni azzurre, dando la colpa ai... professionisti. Fatto sta che Binelli incontra, come era suo sacrosanto diritto, Mike Fratello. "Ho parlato con lui per più di un'ora, mi diede una specie di precontratto, la maglietta e mi disse dove dovevo presentarmi":

"Mi chiedi come si è comportato Binelli al camp? Semplice, Augusto Binelli è stato il miglior giocatore del camp di Atlanta e ricordati che c'era gente del calibro di Lorenzo Charles, Tisdale, Nevitt, Eugene McDoell e il sottoscritto", queste parole sono di Russ Schoene e si riferiscono al campo, anche lui convocato da Mike Fratello.

"Siamo rimasti lì sette giorni, dal secondo giorno entrai nel quintetto d'inizio con Magnifico primo cambio" ricorda Gus, che però confessa di non volere pensare ai pro, almeno per i prossimo due-tre anni. è un ragazzo intelligente, sa che andando al di là dell'oceano rischia molto e quindi è meglio il contratto sicuro con Porelli (100 milioni l'anno, lira più lira meno) che le possibili incognite della Nba.

È già un grande attaccante e in difesa sta migliorando, non ha modelli, anche se non nasconde le sue simpatie per Villalta e per Meneghin. è  un toscano di Carrara anomalo, timido, strano ("se vuole dire che non sono un attaccabrighe ci sto, ma se vuol dire che sono disposto a prenderle non sono d'accordo; chi va in campo per fare a cazzotti non mi è simpatico, ma sono capace di rispondere per le rime, non mi tiro certo indietro"). Il suo tempo libero ama passarlo con Silvia, ventenne fidanzatina con un impiego importante in una ditta di import-export e la padronanza di tre lingue. Poi gli amici, il cinema, la musica (Harold Robbins, specialmente). "Ma la cosa che mi piace di più è passeggiare per Bologna la sera, quando sono certo di passare quasi inosservato". Ed anche perché, così, la gente non gli chiede... lo scudo. Lo scudo, lo scudetto per chi non è di Bologna, lui prima o poi (meglio prima, chiaro), glielo darà, ma allora per stare tranquillo non dovrà più uscire di casa. E, ci dia ascolto, la "virtù" è meglio dei "falchi".

Uno score di una delle partite di Gus (e Magnifico) di pre-season Nba con la maglia degli Atlanta Hawks di Mike Fratello

ALL ITALIAN BOYS, MA IN AMERICA

di Walter Fuochi – La Repubblica – 04/02/1987

 

Scelto l'estate scorsa dagli Atlanta Hawks, primo giocatore italiano ad affacciarsi sulla Nba, il campionato professionistico Usa, Augusto Binelli non era un nome inedito per il basket americano. I Falchi di Atlanta gli hanno offerto un provino e un contratto: serviti, per ora, a rialzare il suo stipendio alla Dietor. Ma non lo conoscevano perché gioca in Nazionale o, qualche volta, fa 30 punti nel campionato italiano. La sua faccia affilata e i suoi 213 centimetri erano già negli elenchi dei talent scout e nel computer dei grandi club Nba cinque anni fa: quando Binelli, a 18 anni, giocava nella Lutheran High School. In America, a fare il professionista, prima o poi vorrebbe tornarci, dopo averci giocato al liceo, dall'estate '81 a quella '83: la Lutheran è una piccola e ricca scuola privata che fa il campionato delle "high schools". Laggiù a Brookville vicino a Long Island, in un villaggio residenziale con le casette a schiera immerse nel verde, l'aveva mandato la Virtus Bologna, la sua società. A studiare basket. Binelli, carrarese col padre in cava, avrebbe avuto un destino scolpito nel marmo delle sue colline, se qualcuno non gli avesse messo un pallone in mano. Oggi, oltre che un buon giocatore, si è rivelato un esperimento azzeccato: e sul suo solco di college e canestri, lezioni mattutine e allenamenti pomeridiani altri giovani giganti sono stati spediti alla scoperta dell'America, per farne campioni di basket.

(…)

 

AUGUSTO BINELLI

"Il chi è chi" 96/97, redazione Superbasket

 

Quante volte abbiamo detto: "Questa è la partita di Binelli" per poi accorgerci che non lo era mai ...

Nei primi sei-sette minuti di gioco è da NBA: punti, rimbalzi, stoppate, passaggi e ... falli, almeno tre. E le sue partite finiscono quasi sempre qui ... sembra che anche i figli e la moglie a casa gli fischino fallo e che lui non protesti neanche più ...

Vittima di frequenti acciacchi ...

Fa rabbia vedere un giocatore così bravo e dotato di talento e classe in qualunque zona del campo non incidere quasi mai come potrebbe ...

Sa fare tutto: tira dalla media, ha movimenti sopraffini vicino a canestro, corre bene, passa, difende, prende rimbalzi e stoppa ...

Se dopo l'high school avesse fatto l'Università in America sarebbe probabilmente diventato un'ala grande da quintetto nella NBA ... La dimostrazione? Le sue migliori partite le ha giocate nei due Mc Donald's contro Phoenix e Houston facendo restare a bocca aperta gli americani ...

Binelli ai tempi del suo "apprendistato americano" alla Lutheran High School

AUGUSTO BINELLI

di Emanuela Negretti - tratto da "EuroVirtus"

 

È il "Penna Bianca" dei canestri. Augusto Binelli, nato a Carra il 23 settembre 1964, ha indossato la canotta bianconera per la prima volta a soli 16 anni. Gus è sempre stato considerato un pivot dal grande talento, grazie ai suoi movimenti sotto canestro, alla sua agilità, alla mano vellutata con cui colpisce la retina. Giovanissimo, andò per due anni alla Luteran high School di New York.

Anche il mondo americano aveva notato questo tosto giovanotto italiano: gli arrivarono circa 400 offerte per studiare e giocare anche a livello universitario. Ma la Virtus, che puntava molto su di lui, lo bloccò (fosse andato al college la società italiana avrebbe perso i diritti), volendone fare il simbolo della Vu nera. Dopo il ritiro di Brunamonti ha ereditato la fascia da capitano: meritatamente si direbbe, visto che è il giocatore che vanta più presenze in maglia bianconera. Quest'anno infatti è il suo sedicesimo anno in Virtus. In estate Gus aveva accettato un posto in panchina, secondo le prime direttive non avrebbe dovuto avere un minutaggio troppo consistente, ma con il passare del tempo Binelli è diventato fondamentale negli schemi di Messina. Il capitano quando è chiamato in campo, che sia dall'inizio, che sia per i due minuti finali, risponde presente, offrendo prestazioni molto convincenti. Non pensa al momento del ritiro, ha ancora tanto da dare al basket, ma intanto ha aperto un pub, l'Overtime, in via Torleone a Bologna assieme all'amico e collega Lauro Bon. Alla sera, smessi i calzoncini e la canotta, si mette dietro il bancone a offrire birre e panini. è un oste gioviale, forse il più alto del mondo (2,15 m.). Intrattiene i clienti parlando di basket, ma non solo. Ha una splendida moglie, Silvia, che lo aiuta la sera in osteria,e due figli, Andrea e Giulia. Con loro stacca la spina, in casa si parla di tutto tranne che di palla a spicchi.

Binelli è sempre stato un atleta con la testa sulle spalle, la sua carriera è stata grandiosa, anche se costellata di infortuni, tanto da definirlo un uomo "bionico" per via delle ginocchiere, delle fasciature che per tanto tempo lo hanno accompagnato durante le partite. Da quest'anno tutto questo materiale lo ha lasciato da parte, utilizzando solo i soliti calzettoni lunghi. Ma la sera della vittoria della Coppa Campioni a Barcellona ha sorpreso un po' tutti: il capitano si è tinto i capelli di biondo.

Una sorpresa per il popolo bianconero e per gli addetti ai lavori. Gus ci ha spiegato il suo pazzo gesto come il pegno di una scommessa fatta forse ad inizio carriera: se avesse vinto questa benedetta coppa, avrebbe cambiato look. Ma finiti i festeggiamenti, anche i capelli sale e pepe di Binelli sono tornati al loro colore naturale. Finora ha vinto 4 scudetti (compreso quello della stella), 4 Coppe Italia, una Coppa delle Coppe e un'Eurolega. In azzurro invece ha giocato 101 partite segnando 575 punti e vincendo un bronzo agli Europei dell'85.

 

UN CAPITANO VINCENTE

di Luca Villani - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

Augusto, Gus. Penna binca: il capitano, il vecchio del gruppo per quello che riguarda gli anni passati in maglia bianconera. Dal carattere sempre allegro ed amante degli scherzi ai compagni. Si pensava che fosse un'annata al risparmio, soprattutto di energie, mentre Binellone di energie e di grinta ne ha messa tanta ed al momento giusto. Ei è calato nelle vesti del rifinitore quando serviva qualcuno sotto le plance che adagiasse le mani dentro il canestro avversario. Si è presentato svelto e sveglio quando il coach richiedeva spalle larghe ed esperienza in difesa. è stata veramente una grande annata per Gus: ha fornito al suo pubblico moltissimi minuti di alta qualità. Con i suoi calzettoni tirati su, fino al ginocchio, dal sapore di antico, regala ancora il gusto della continuità della storia della Virtus. In questa ha finalmente colto il tassello mancante al suo palmares, la Coppa dei Campioni e ha vinto un altro campionato. Indimenticabili i suoi capelli color oro dopo la vittoria a Barcellona. Una scommessa - ha detto - fatta parecchi anni fa e onorata quando ha alzato quella fatidica coppa, fatta di tanti sacrifici, ma affrontati con il solito spirito. Gus, però, non è solo un grande giocatore, è anche l'oste più alto del mondo. Nel suo pub, l'Overtime si respira sempre aria di basket, ma la temperatura è salita soprattutto la sera in cui ha organizzato una festa per celebrare la bellissima vittoria di Barcellona: locale pieno, flash che scattavano, foto a volontà e video che ripercorrevano le azioni di quella sera indimenticabile, la sera del 23 aprile. Insomma, forse si è stancato di sollevare coppe, ma se i risultati sono questi speriamo ci sia per tanti altri anni con lo stesso spirito e la stessa forza. Un capitano vincente.

Binelli, ormai con quasi tutti i capelli bianchi, in schiacciata

BINELLI: "HO VOGLIA DI VINCERE ANCORA"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 29/12/99

 

Alle soglie del Duemila la Kinder ha un capitano dalla zazzera pepe e sale. Un capitano che esordì in bianconero nel 1980, da cadetto, realizzando 98 punti alla malcapitata formazione avversaria della quale, negli anni, s'è persa la memoria. Si ricorda come andò, Augusto Binelli?

Mah, saltai per infortunio il primo incontro e l'allenatore mi disse che, nella gara successiva, avrei dovuto realizzare anche i punti che non avevo segnato nel primo confronto. Arrivai a 98: il coach si arrabbiò perché non ne avevo fatti cento.

Da quel giorno sono passati 20 anni. Avrebbe mai pensato di essere il capitano della Virtus del 2000?

Non pensavo nemmeno di arrivare in Serie A, all'epoca volevo solo divertirmi. Era una bella squadra, c'erano Ragazzi, Masetti, Lanza, Daniele. Arrivammo al titolo juniores.

Cosa si augura per il 2000?

Che la mia famiglia, e in modo particolare i bambini, Giulia, Andrea e Thomas Noah, stiano bene e che non abbiano problemi particolari.

Vi fermate a tre o....

No, con Silvia, mia moglie, abbiamo deciso di fermarci a tre.

Dalla sua famiglia, al basket. Che fa parte della sua vita, anzi, forse è la sua vita.

Mi auguro di vincere ancora. Giochiamo per questo perchè non siamo per nulla appagati.

Questa Kinder va ritoccata in corsa?

No. è una squadra buona con 12 giocatori. Abbiamo più di due elementi per ruolo, siamo ben coperti. Poi ci si è messa la sfortuna con gli infortuni di Hugo, Davide, Micheal. Ecco, ho un desiderio".

Quale?

Vedere questa squadra allenarsi per un mese di fila. Gli infortuni fanno parte del gioco, ma vorrei che questo gruppo potesse lavorare, come facciamo noi, per un mese intero, senza intoppi.

Dal 1993 in poi avete vinto almeno un trofeo all'anno.

È un bell'andare, vero? Puntiamo sempre in alto.

La Saporta Cup sarà vostra?

Non amo i proclami. Questo è un buon gruppo: lasciateci lavorare giorno per giorno e alla fine, ma solo alla fine, giudicateci.

 

BINELLI SALUTA, ORA GIOCA FUORI PORTA

di Francesco Forni - La Repubblica - 23/07/2000

 

Il blitz bolognese di Rigaudeau, il saluto e la nuova vita di Binelli, la bocciatura di Smodis, la convocazione in nazionale di Jestratijevic. Per essere un tranquillo, sonnecchioso sabato di luglio, ne sono successe fin troppe, ieri, tra Virtus e dintorni. Andiamo a leggere.
Dunque, nelle stesse ore in cui Binelli chiudeva in un albergo cittadino i suoi vent’anni di Virtus, arrivava in città Antoine Rigaudeau, a capire che ne sarà dei suoi. Il passaggio d’azioni da Cazzola a Madrigali, siglato venerdì, consegna ora la gestione di tutti i tesserati al nuovo presidente: e non pare dunque un caso che il francese sia piombato a chieder lumi. Ma non c’era con lui Ken Grant, l’agente, cioè l’uomo dei contratti, ed è pertanto difficile immaginare terremoti.
In attesa di aver questi lumi, il francese e noi, Binelli ha intanto fatto ciao con la manona. I suoi 20 anni tra giovanili e prima squadra sono un record di fedeltà nel basket italiano e forse mondiale, ingrandito anche da un altro primato: quello d’essere il bianconero più vincente di sempre. Augusto Binelli, toscano di Carrara, classe ’64, ossia primavere 36, è il virtussino che ha vinto di più nella storia del club: 5 scudetti, un’Eurolega, una Coppa Coppe e 5 Coppe Italia. Il prossimo anno giocherà fuori porta, a Castelmaggiore. E proprio il Castelmaggiore l’ha presentato ieri, nella sua nuova veste.
Il saluto alla Vu nera non ha avuto grande calore: Gus non rientrava più nei piani, però non ha fatto polemica. «Diciamo che è stato un addio tranquillo. Di partite di saluto non so nulla, e il ritiro del mio numero 11 mi pare improbabile. Ci sono pure poche maglie a disposizione...». Augusto un po’ di magone ce l’ha, ma non vuole bisticciare e lascia con tanti ricordi belli. «Ho avuto parecchi trofei, mi è mancata solo un’Olimpiade. Poi, c’è stata questa nomea di non avere i ‘maroni’. Tutti da me s’aspettavano 30 punti, se ne facevo 5 mi mettevano al muro. Ma ho giocato e vinto, ci ho messo pure tanta grinta. Due volte mi sono rotto un ginocchio per andare a caccia di palloni».
Qualche chicca. «Coppa Italia contro Caserta: Oscar faceva sempre canestro e Silvester mi disse ‘ci penso io’, mollandogli un cartone da spaccargli la faccia. L’arbitro non vide e Oscar smise. Qualche anno fa smontai una ruota dell’auto del professor Grandi: stava per partire, lo fermai appena in tempo». Binelli fu anche il primo italiano scelto dall’Nba. «Gli Hawks mi offrirono due volte (’87 e ’89) un anno di contratto a poco di più di quel che prendevo nella Virtus. Ma sarei poi tornato in Italia solo da straniero, così lasciai perdere».
Finale con quintetto ideale e altri Oscar. «Sul primo non ho dubbi. Brunamonti, Sugar, Danilovic, io e Clemon Johnson. Allenatore Bucci, vice Messina. Con questi non mi sbaglio. I più bravi che ho incontrato: Sabonis e Joe Barry Carroll». A Castelmaggiore Binelli ci vive da 11 anni, la scalata irresistibile del Progresso l’ha galvanizzato. «Mi hanno contattato un mese fa, quando finì con la Virtus. Sono gasato, conosco bene Brigo e Cempini, me ne ha parlato Bon, il mio socio nel pub. Sono pronto, vorrei fare altri 23 anni. Poi lavorare coi giovani, a Castelmaggiore».
Le altre due notizie. Per la rinuncia di Tarlac, Obradovic ha chiamato al raduno della nazionale jugoslava Jestratijevic, il giovane pivot della Stella Rossa già preso dalla Virtus. «Non è venuto a fare il tappabuchi, avrà le stesse chances degli altri», ha detto il coach e già questa sarà stata una soddisfazione. Infine, il consiglio federale ha bocciato ieri i ‘nuovi’ comunitari: in due parole, se Smodis (sloveno) vuol giocare nella Virtus dovrà andare in tribunale. È quel che intende fare.

AMARCORD BINELLI

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 20-07-2000

 

La Virtus senza Binelli non sarà più la stessa Virtus. Ma Binelli senza la Virtus cosa farà?

Sì vedrà. Non lo so. Senza Virtus è dura anzi, no. Quando me l'hanno detto ci sono stato male. È stato un bel colpo. Difficile da digerire. Ma ci sono riuscito.

Cosa pensa di fare, adesso?

Non lo so. Cercherò un altro club. L'avventura continua.

Ma fino a quando intende continuare?

Fino a quando mi sorreggerà l'entusiasmo. Nell'ultima stagione sono stato bene. Ho ancora voglia di giocare. Magari, poi, tra due anni mi ritiro.

Il ricordo più bello.

L'Eurolega. L'abbiamo inseguita a lungo.

Già, lei c'era anche nel 1981, a Strasburgo...

All'epoca ero solo un cadetto — avrei vinto un titolo juniores nel 1982 — che avrebbe fatto il decimo nella finale scudetto per l'infortunio di Marquinho. La vidi in tivù: ricordo solo l'ultima azione, Bonamico e quello sfondamento.

Il ricordo più brutto.

Non ricordo l'anno, ma fu l'eliminazione con Caserta. E io giocai pure male. E poi la finale di Saporta di quest'anno.

La partita più bella.

Tante. Ne rammento una contro Cantù: 18 punti e 18 rimbalzi. O i 30 realizzati a Venezia. Ma Dalipagic ne fece 70...

Il trofeo più sofferto.

Nessun dubbio. L'ultimo scudetto. Serie bellissima, tirata e successo solo in gara cinque, ai supplementari.

Un tempo si diceva: ottavo minuto del primo tempo, Binelli in panchina con tre falli...

Meglio non rispondere. O forse lo farò quando avrò smesso.

L'avversario più tosto.

Tkachenko, Joe Barry Carrol e Sabonis. I primi due, poi, li ho affrontati quando ero molto giovane. E il russo veramente era enorme. Più grosso di lui ricordo solo due cinesi ai mondiali militari. Uno di 2,30 e l'altro di 2,32.

Il compagno con il quale ha legato di più.

Tanti. Forse quasi tutti. Cito Wennington, Coldebella, Brunamonti.

Quello con il quale ha legato meno.

Nessuno. Ripeto: mi sono trovato bene con tutti.

L'allenatore.

Sto ancora giocando. Ne ho avuti tanti. I top sono stati Bucci e Messina. Ma anche Bob Hill era un grandissimo.

E il presidente?

Ne ho avuti solo due. Anzi tre, con Gualandi, che però restò poco. Nessun problema: Porelli e Cazzola grandissimi.

Fu proprio l'avvocato Porelli a spedirla negli Stati Uniti, alla Lutheran High School.

Già, mi fece quella proposta e dopo aver parlato con i miei genitori accettai. Spero di aver ripagato il debito morale contratto con l'avvocato. Spero di averlo ripagato con i successi.

Il tifoso che ricorda?

Il mio amico Sandro. Ha sempre fatto l'abbonamento alla Virtus solo perché c'ero io.

E adesso?

Mi ha assicurato che mi seguirà ovunque.

Il massaggiatore preferito.

Marco Balboni. Con lui ho passato tantissimi anni. Ma anche con Paolo Orsoni ho vissuto cinque stagioni indimenticabili. E lo stesso Silvano Piazza, che nell'ultimo campionato ha fatto il pendolare da Forlì, è stato una persona squisita.

Rimpianti?

Nessuno.

Gli infortuni.

Tanti. Ma per fortuna passati. Cinque interventi alle ginocchia.

Silvia, Andrea, Giulia e Thomas: cosa significa la famiglia per lei?

Tanto. è importante. Ti dà serenità. E non si parla di pallacanestro. Con mia moglie c'è un patto: se c'è il basket in tivù uno da una parte e uno dall'altra.

Da tre anni ha aperto un pub, Overtime, con Lauro Bon. Soddisfatto?

Sì. Vedo molta gente. Mi scarica. Soprattutto dopo un allenamento pesante.

Lei e la nazionale.

Un bronzo e 101 presenze. E il rammarico di aver solo sfiorato le olimpiadi.

Ma lei nella Nba ci sarebbe andato?

Mi hanno chiamato due volte. E per due volte ho detto no agli Atlanta Hawks e a Mike Fratello. Ma erano altri tempi: se andavi nella Nba potevi tornare indietro solo come straniero.

A chi andrà la maglia numero 11 della Virtus.

Non lo so. La daranno a qualche altro pivottone.

E la partita dell'addio?

Si fanno a fine carriera. Sto ancora giocando.

Quei calzettoni lunghi.

È obbligatorio per me. Da qualche anno ho problemi di vene varicose e utilizzo calze speciali. Prima li ho sempre tenuti calati sotto il polpaccio.

GUS

 

Gus è uno dei simboli della Virtus Bologna, dove ha giocato per quasi due decenni fino al 2000 e con la quale ha vinto cinque scudetti, cinque Coppe Italia, una Coppa delle Coppe e una Coppa dei Campioni (ora Eurolega).

Successivamente milita con Castelmaggiore (2000-01), Montegranaro (2001-02), Trapani (2002-2004).

Dal 2004 gioca con il CariCento, squadra della Serie B d'Eccellenza. Nell'estate del 2007 si è trasferito all'Anzola Basket, militante nel campionato di B2.

Augusto Binelli è stato il primo cestista italiano scelto in un draft NBA. Fu selezionato dagli Hawks di Atlanta nel draft del 1986 col numero 40 (secondo giro), ma non è mai approdato tra i pro. Tuttora gli Hawks detengono i suoi diritti. Adesso Gus gioca con me (anzi sono io che provo a giocare con lui ogni tanto), è arrivato ormai alla fine di una carriera invidiabilissima, tanti trofei, tante vittorie e tanti amici, persona davvero fantastica prima che ottimo giocatore, a 43 anni fa la differenza in b2 ed è un piacere fermarsi a parlare con lui alla fine degli allenamenti e farsi raccontare quello che succedeva nella Virtus quando ci giocava lui... gli aneddoti, le cazzate, è un grande, GUS GRANDE UOMO.

Simo16

BINELLI: «IL BASKET È LA MIA VITA: SMETTERE È IMPOSSIBILE»

di Alessandro Gallo -  Il Resto del Carlino - 18/09/2009

 

Dategli un pallone e un canestro: ne farete un uomo felice. Non si può spiegare diversamente la seconda (o sarà la terza?) giovinezza di Augusto Binelli, 215 centimetri per 118 chili ma, soprattutto, presto quarantacinquenne (festeggerà il compleanno il 23 settembre). Capitano della Virtus, tuttora recordman di presenze in bianconero (564 gettoni e 4.394 punti restando solo alle gare di campionato, ha vinto cinque scudetti (il primo nel 1984, l’ultimo nel 1998), una Coppa dei Campioni (la prima per la V nera, nel 1998), una Coppa delle Coppe (1990), una Supercoppa (1995) e Coppe Italia a iosa (1984, 1989, 1990, 1997, 1999). Augusto detto Gus continuerà a giocare a basket, dopo averlo fatto alla Lutheran High School negli Stati Uniti, Virtus, Progresso Castel Maggiore, Trapani, Cento, Anzola e, prossimamente, nelle fila della Salus, nel campionato di C dilettanti. Aveva pensato di smettere, poi, il pensiero di quel pallone che rimbalza sul parquet e la telefonata di un amico gli hanno cambiato la vita. O quantomeno quella di questa stagione.

Binelli, come l’hanno convinta?

Parlando di pallacanestro.

Ci hanno messo molto?

Mezzora, forse meno.

Il suo allenatore sarà Luca Ansaloni.

È uno dei motivi per cui ho deciso di continuare. Conosco Luca da una vita. In Virtus, qualche annetto fa, eravamo non solo compagni di squadra ma pure compagni di camera.

Non è che sfrutterà qualche aneddoto curioso per chiedere ad Ansaloni di lasciarla in campo?

Di ricordi ne abbiamo tanti. Anche qualche scherzetto, ma questa è una cosa che non farei mai.

Lei ha giocato nelle principali arene italiane, in quelle europee e pure quelle mondiali. Non si sente sminuito nei campetti di provincia?

Affatto. I campi sono tutti uguali. Due canestri, due tabelloni, le linee per terra a delimitare il campo. E poi non sono abituato a guardarmi alle spalle, sono proiettato nel futuro.

Campi tutti uguali, sicuro?

Dopo il primo approccio sì. Ma se giochi in un palazzo da 15mila posti c’è un po’ di differenza.

Il campo peggiore?

In genere quelli greci. Ci tiravano addosso di tutto. Ricordo quello del Paok Salonicco. Richardson che si fa largo nello spogliatoio e dice: Non ho paura, lasciatemi passare. Gli arrivò in testa di tutto. Rientrò precipitosamente.

I palazzi più affascinanti?

Il PalaDozza, sicuramente. E poi il Pianella di Cantù, dove esordii nel 1981, prima di partire per gli States.

Pochi lo ricordano, lei aveva la maglia numero 7.

Avevo poco più di 16 anni. Finii nei dieci, nella finale scudetto poi persa, perché si erano fatti male McMillian e poi Marquinho.

Poi l’esperienza negli States.

Mi ha aiutato molto.

È diventato un giocatore.

No, ho imparato a combattere con la timidezza. Avevo 16 anni ed ero alto 208 centimetri. Mi vergognavo un po’ per la mia altezza. Là, alla Lutheran High School, ero uno dei tanti. Superai la timidezza iniziale.

Fu Porelli a spedirla negli States.

Fu consigliato dal grande Nikolic. Mio padre Giovanni e mia madre Raffaella non erano d’accordo.

E lei?

Sarei partito anche subito. Alla fine mamma e papà si convinsero.

Lei fu scelto dalla Nba nel 1986.

Vero, dagli Atlanta Hawks al secondo giro. Ma le regole erano diverse da quelle attuali. Avessi giocato nella Nba una volta scaduto il contratto sarei stato equiparato a uno straniero. Non me la sono sentita.

I coach che hanno segnato la sua carriera?

Tanti. Alberto Bucci su tutti. Poi Ettore Messina e Bob Hill. Più recentemente, invece, Furlani a Cento, Trullo e Bernardi a Trapani. Lo stesso Coppeta ad Anzola. Sono stato molto fortunato.

Meno fortunato con la Nazionale.

È un tasto doloroso. Entrai in conflitto con un dirigente piuttosto influente. Si chiusero tante porte.

Ha vinto tanto con la Virtus.

A parte la Coppa Korac, che l’avvocato Porelli non amava, tutto il resto.

Per alzare al cielo da capitano la prima Coppa dei Campioni bianconera accettò di giocare come ala piccola nella sfida con la Fortitudo, successiva al neuroderby.

Se lo avessi saputo prima avrei giocato prima come ala. Mi piace anche adesso allontanarmi da canestro.

Il compagno di squadra, nel settore lunghi, più forte.

Nessun dubbio, Clemon Johnson, una forza della natura.

E come avversario?

Joe Barry Carroll, mi fece impazzire. Era davvero un giocatore Nba capitato per caso da noi.

Lo scudetto più bello?

Quello del ’93. Lo sento più mio. In quello della stella, dell’84, giocai pochissimo, ero un bimbo.

Le gare più entusiasmanti?

In occasione dei McDonald’s open, a Londra e a Monaco di Baviera. E quella volta che a Zagabria segnai 30 punti al Cibona.

La più brutta.

A Caserta. Non feci nulla. Avevo dei problemi in quel momento che non ho mai detto né svelerò mai. Ma giocai proprio male.

Il futuro come lo immagina?

Sono sposato con Silvia da 22 anni e abbiamo tre figli, Giulia di 20, Andrea di 18 e Thomas Noah di 9. Giocherò per la Salus e, intanto, ho iniziato un rapporto di collaborazione con Budrio. Seguirò un po’ il minibasket. A Budrio, intanto, ci sarà anche Andrea. Poi ho una collaborazione con la New Balance, relativamente al discorso scarpe.

Gira e rigira, sempre pallacanestro.

Non posso cambiare ora. Il basket resta la mia vita, lo dimostra quanto sia difficile smettere per uno come me. Ma quando sarò grande, magari, farò l’allenatore.