COREY BREWER

(Corey Lavelle Brewer)

nato a: (USA)

il: 02/01/1975

altezza: 186

ruolo: playmaker

numero di maglia: 6

Stagioni alla Virtus: 2004/05

 

COREY BREWER ALLA VIRTUS

www.virtus.it - 19/07/2004

 

La Virtus Pallacanestro ha raggiunto un accordo per la stagione 2004/2005 con il giocatore Corey Brewer, playmaker americano di 188 cm, proveniente dall’Estudiantes Madrid. Il play arriverà in Italia prima del ritiro della squadra.
Nato il 2 gennaio 1975 a West Memphis, in Arkansas, Brewer ha frequentato la high school locale. Le prime cifre rilevanti della sua carriera risalgono al ‘95/’96, al Carl Albert College, con 26.6 punti a partita. Nelle due stagioni successive gioca a Oklahoma, NCAA: primo anno a 17.5 punti e 3 assist, secondo a 20.8, piazzandosi ventesimo nella classifica marcatori della storia del college con 1211 punti i 2 sole stagioni. Con la selezione statunitense, vince, nel 1997, la medaglia d’oro alle Universiadi disputate a Trapani. Nel ’98 viene draftato dai Grand Rapid Hoops, in Cba, al secondo giro con il numero 13, e successivamente dai Miami Heat, al secondo giro, con il numero 51: opta per la Cba, e chiude l’annata ai Grand Rapid Hoops con 8 punti a gara.
Brewer passa le due stagioni seguenti tra New Jersey Shorecats (USBL), New Mexico Slam (IBL, 11 punti e 5 assist a incontro) e Pennsylvania Valley Dawgs (USBL). Nell’estate del 2000 gioca la Summer League con la casacca dei Raptors, poi tenta la sua prima esperienza nel basket europeo, proprio in Italia: con la Fila Biella vince il campionato di LegaDue, con 17.3 punti e 4.3 assist di media.
Nel 2001-2002 passa al Caja San Fernando Siviglia, in ACB, disputando 34 partite, alla media di 19 punti e 3 assist: chiude poi l’annata negli Oklahoma Storm, in USBL, vincendo il titolo della Lega. L’estate seguente viene arruolato dall’Adecco Estudiantes Madrid, e vi resta per due stagioni, togliendosi grandi soddisfazioni. Nel 2002/2003 raggiunge la semifinale del campionato iberico e quella dell’Uleb Cup, con cifre di tutto rispetto: 14.6 e 1.7 assist nelle 10 partite di Uleb, 13.7 e 1.3 assist nelle 32 partite di ACB. Nella scorsa stagione, sotto la guida del giovane coach Jose Vicente Hernandez, raggiunge la semifinale di Uleb (con 12.7 punti a match) dopo un girone eliminatorio caratterizzato da 9 vittorie e una sola sconfitta. Qui, è ancora una squadra spagnola, il Real Madrid di Maljkovic (l’anno precedente era stato il Pamesa Valencia), a fermare l’Estudiantes alle porte della finale. Brewer e compagni si prendono la rivincita in ACB, eliminando il Real 3-1 nei quarti; poi, proseguono il cammino battendo 3-2 il Tau in semifinale e cedendo al Barcellona, nella finale per il titolo, soltanto in gara 5, per 69-64. Per Brewer, le medie dell’ultima stagione spagnola, sono, in 34 incontri, di 10 punti, 2 recuperi e 1.3 assist.

Brewer batte Maresca in penetrazione

CORE(Y) IMPAVIDO

di Marco Martelli - Bianconero 02/2004

 

Corey Brewer non è mai stato un tipo tranquillo, né uno che si tirava indietro, né uno che aveva paura di vita e cambiamenti. Forse solo oggi, a 29 anni, comincia a ponderare il suo futuro, contando su una carriera che già gli ha dato tanto e che – lui spera – possa avere in Bologna un’altra parentesi importante, magari vincente. Brewer, nella sua trafila sportiva, ha già vinto: Miami l’aveva scelto (Draft 2000, numero 51), ma l’Europa l’ha adottato, prima esplodendo con Biella, poi portando l’Estudiantes alla finale scudetto in Spagna, roba che dalle parti di Calle Serrano non s’era mai vista. L’ultimo traguardo è stato un traguardo per Brewer stesso, la vittoria di un basket grintoso, giocato con le unghie e coi denti, cui Corey e Felipe Reyes erano splendide icone. Ora, Brewer, ha ripreso dove aveva finito, con le unghie e con i denti, depredando e mandando fuori strada gli avversari finendo quasi per andare fuori da solo, tra falli, tensione e furore. E’ stato sempre un suo pregio, quello del furore, ma anche un difetto. E sarebbe facile disgiungere l’uno dall’altro nelle vittorie e nelle sconfitte, ma Corey, bene o male, n’è sempre uscito a testa alta. Ha sempre avuto pazienza e voglia di fare. Fare ad esempio 460 miglia da West Memphis, Arkansas, la cittadina di 28mila anime in cui è nato, per iniziare gli studi a Corsicana, Texas. Era il 1994, lui entrava al Navarro Junior College e i suoi primi avversari si chiamavano Tyler Apaches, Angelina Roadrunners, Lon Morris Bearcats, Paris Dragons, Panola Ponies.. Iniziò a vincere, portando in bacheca il titolo della Texas Eastern Athletic Conference. Ma di baseball, mica di basket. Mazze e palline, però, non erano tutto, e si dannava anche sul parquet, a 14 punti e 7 rimbalzi di media, servendo spesso Ruben Garces, che curiosamente, oggi, gli ha preso il posto di USA all’Estudiantes. Ma Brewer voleva di più, e non impiegò molto a farsi altri 400 chilometri avvicinandosi a college più prestigiosi: passando per il Carl Albert Junior di Poteau, Oklahoma, sobborgo da 8200 residenti, la destinazione ovvia era ormai University of Oklahoma. Un biennio, quello 1996-1998, di grandi onori. Nel primo anno, lo votano miglior esordiente nella Big12, finisce point guard nel miglior quintetto della Conference (24.3 ppg, 6.7 rpg) e, con la rappresentativa universitaria, vince le Universiadi di Trapani ’97, in squadra con Earl Boykins e Bryce Drew. Nel secondo, è il terzo marcatore della Big 12 dietro Cory Carr e Tyronn Lue, è ancora nel miglior quintetto, chiude 20esimo ogni epoca tra i realizzatori di Oklahoma. Giocando solo due anni. Scelto e poi scartato da Miami, la sua forza fu l’umiltà, lottando nelle leghe minori: CBA e USBL, ma soprattutto New Mexico Slam, nella IBL, quando Brewer mostrò nervi saldi, ma non saldissimi. Dal Capodanno 2000, passato con la moglie e pargolo a West Memphis, a 450 chilometri da Albuquerque, tornò in ritardo, e coach Whisenant non la prese benissimo: “Niente 4 allenamenti, niente 5 partite”. Multato di 1600 dollari, il secondo ritardo gli fu fatale: il suo contratto da 50mila dollari fu tagliato, poi rifirmato tre giorni dopo, previo pentimento. Arrivò ai playoff, contro gli odiati Bandits di Las Vegas: guerre stellari, che già in gara1 finirono al supplementare. Gli Slam, sotto di 3, avevano l’ultimo tiro: Brewer, oltre l’arco, venne toccato, nessuno fischiò. Partì l’ira funesta. Trattenuto a fatica da compagni e arbitro più lontano, mentre intorno invadevano il campo, Corey bisticciò con un tifoso e, nella foga, mollò un cazzottone non indifferente all’ufficio stampa di Las Vegas, che provava a sedare il marasma: fu citato per aggressione semplice, ma il più sfigato fu l’addetto stampa, che oltre a  beccarsi un taglio sulla palpebra, fu fermato come presunto fomentatore della rissa... Ma sul campo, Corey Lavelle Brewer è così, voglioso della vittoria e teso come una corda, spesso al limite dello scatto di nervi: lo sanno bene anche altri, come Robert Gasparotto, praticamente investito in un Biella-Castelmaggiore del 2001, ma anche Federico Marin di Varese, che da una partita di Uleb Cup uscì con 1 punto a referto e 7 in fronte, dopo aver fatto conoscenza col gomito del virtussino. Sarà stato un periodo un po’ nervoso, per Corey, che un paio di settimane prima, contro Roseto, mollò un gancio a Callahan e “passeggiò” sulla faccia da bimbo di Teemu Rannikko. Se lo ricorderà Melillo, che per Brewer chiese due anni di squalifica. E se lo ricorderà anche Enzo Amadio, allora patron di Roseto, che dichiarò, in una perla d’annata, di essere fermamente intenzionato a “portare Brewer davanti ad un tribunale internazionale per chiedergli i danni, e con lui i vertici dell’Uleb e gli arbitri, che sono evidentemente corrotti: non è un mistero che in certi ambienti la corruzione dilaga”. D’altronde, Brewer, non è mai stato un tipo tranquillo.

COREY BREWER: "È STATO BELLISSIMO RIPORTARE IN SERIE A UN CLUB DI GRANDE BLASONE COME LA VIRTUS"

tratto da bolognabasket.it - 12/06/2017

 

Corey Brewer, eroe della promozione della Virtus nel 2005, è stato intervistato da Luca Aquino sul Corriere di Bologna.
Ecco una sintesi delle sue parole:

Com’è possibile che la Virtus sia tornata in A2? Il club, la città e i tifosi meritano la serie A, spero vincano la finale.
Il tiro finale nel 2005? Ricordo ancora molto bene quei momenti, ho conservato i ritagli di giornale di quell’anno, a volte li guardo e mi commuovo. Presi subito palla, ero convinto di poter battere il difensore anche sulla mano debole e andò proprio così. Fu un sollievo, una liberazione, non volevamo andare a gara4. Avevo già vissuto quei momenti, al primo anno in Italia vinsi il campionato con Biella.
In quel gruppo tutti avrebbero potuto prendersi il tiro decisivo, avevamo tanti giocatori di valore come Guyton, Davison, Boni. Segnare quel canestro cambiò tutto, ci fece vincere il campionato e in città tutti erano felici. Avevamo riportato dove meritava un club di grande blasone che ha mandato tanti giocatori in NBA. Far parte della sua storia fu bellissimo.