GIORGIO MORO

Rundo, Sacco (piegato), Beretta, Bertolotti, Albonico, Near, Zuccheri, Serafini,

Regno e Buzzavo minacciano ritorsioni contro il loro "aguzzino" (foto fornita dall'interessato)

 

GIORGIO MORO SI RACCONTA A VIRTUSPEDIA

di Roberto Cornacchia

 

Ero già allenatore della Virtus, sezione atletica, quando Porelli venne a chiedermi di prendermi cura del suo ultimo acquisto: Giorgio Buzzavo. Un ragazzone di 2 metri che, in precedenza, non aveva mai fatto la benché minima attività sportiva ed era letteralmente un pezzo di legno. Per un anno lavorammo più che altro sul fisico tralasciando la pallacanestro. Alla fine della stagione Buzzavo aveva compiuto dei progressi apparentemente miracolosi ma, conoscendo le basi di partenza, non c'era nulla di eccezionale. Porelli riuscì poi a rivenderlo per 30 milioni (una discreta somma all'epoca) dopo averlo pagato 3 milioni appena l'anno prima.

Fu così che entrai nelle sue grazie e mi chiese di aggregarmi alla prima squadra per occuparmi della preparazione atletica in aggiunta all'allenatore tecnico. Per quei tempi era un lusso per una squadra il potersi avvalere di un preparatore specifico che curasse i giocatori solo dal lato fisico. Porelli, anche in questo, era all'avanguardia.

Fino ad allora la preparazione atletica non solo era poco considerata, ma se ne occupava di solito il coach, assieme a tutto il resto. Difatti il primo allenatore con quale dovetti confrontarmi, Nello Paratore che aveva appena terminato la sua esperienza come Citì della Nazionale, non la pensava diversamente dalla maggior parte dei suoi colleghi. La stagione cominciò con il ritiro all'Hotel Zanarini di Riccione a ferragosto. Pensai: "...alla faccia della preparazione atletica in località in altura dove l'aria fresca e secca favoriscono l'esercizio e il seguente riposo (oltre ad offrire meno "distrazioni" di altro genere)…". Ma in realtà, anche questa fu una trovata geniale dell'Avv. Porelli che volle creare attenzione attorno alla squadra per reperire quegli “sponsor silenziosi” che sostenessero la squadra che per tutto l'anno giocò con le magliette bianche e la sola Vu nera sul petto.

Paratore, poco dopo l'inizio delle mie sedute giornaliere, regolarmente mi interrompeva e cominciava a lavorare con la palla, di fatto impedendomi di portare avanti il lavoro che ero stato chiamato a svolgere. Inoltre, questo comportamento di fatto mi esautorava agli occhi dei giocatori, i quali ovviamente erano sempre i primi a voler scansare i miei faticosi esercizi. Come era mia abitudine, redigevo relazioni settimanali sul lavoro che facevo e ma anche su quello che avrei dovuto svolgere: praticamente documentavo la mia impossibilità ad attuare un lavoro serio e redditizio. Non volendo tramare alcunché alle spalle del coach ma volendo comunque tutelare la mia professionalità, dissi chiaramente a Paratore quello che stavo facendo e gli chiesi dove mettere le mie relazioni. "Mettile in quel cassetto lì" fu la sua indicazione distratta. Qualche tempo dopo, a seguito di uno scorcio di stagione in cui a primi tempi discreti erano spesso seguiti delle riprese in cui la squadra, in chiaro debito d'ossigeno, veniva rimontata e spesso sopravanzata, Porelli mi convocò. Non potei che raccontare quanto stava succedendo e indicargli, dietro sua perentoria richiesta, in quale cassetto erano custodite quelle relazioni. Da lì a breve Porelli esonerò Paratore sostituendolo col binomio di assistenti costituito da Renzo Ranuzzi e Mario De Sisti. La prima volta che incontrai Paratore dopo quei fatti, la sua ovvia domanda fu: "Ma che ca**o hai scritto in quelle relazioni?"

In seguito a questo e ad altri episodi analoghi, Porelli mi rinfacciò spesso di essere stato il responsabile del licenziamento di tanti allenatori, ma so anche che l'Avvocato sfruttava questa arma per impedirmi di chiedere aumenti di stipendio. "Dovresti essere tu a pagarmi - splendido come sempre l'Avvocato - grazie a questo incarico alla Virtus ti stai facendo un nome e chissà quanto potrai scucire in futuro...". Non era certo il misero rimborso spese che mi elargiva la pallacanestro che mi dava da vivere: insegnavo Educazione Fisica in un Istituto Tecnico ed ero docente di Atletica Leggera all'ISEF di Bologna. I pochi soldi che mi procurava il basket venivano compensati dalla soddisfazione personale di far parte di un grosso club professionistico e dal partecipare alle trasferte, sia nazionali che internazionali, che esercitavano su di me una grande attrattiva. Ovviamente le trasferte aiutarono molto a cementare i rapporti con gli atleti, aspetto che ritengo imprescindibile per chi riveste il mio ruolo: essendo quello che più li faceva faticare, era necessario bilanciare la cosa instaurando dei buoni rapporti quando non proprio amicizia vera e propria. Ricordo ancora con piacere le accanite partite a carte durante i lunghi spostamenti così come le divertenti uscite notturne, specie all'estero, quasi mai autorizzate dal severo Avvocato.

Il ragazzo biondo alle mie spalle nella foto sopra è lo sfortunato Mike Near, un americano in prova. Oltre a non essere un fulmine di guerra in campo, non era nemmeno dotato di un carattere particolarmente forte e finiva regolarmente col diventare il bersaglio degli scherzi dei compagni. Più di una volta fu vittima del famigerato juke-box, uno scherzaccio di stampo militaresco durante il quale il povero Mike veniva chiuso, nudo come un verme, dentro ad un armadietto e costretto a cantare, previo bombardamento di diverse monete da cento lire che rappresentavano i gettoni per farlo funzionare. Dopo non molto venne rispedito al suo paese e si vide pertanto costretto a rispondere alla chiamata di leva per il Vietnam dove, dimostrandosi ancora una volta non baciato dalla sorte, cadde dopo pochi mesi (in realtà sopravvisse e divenne allenatore di un piccolo college - ndRC).

Dopo Paratore fu il momento del Prof. Tracuzzi, che già aveva lavorato in Virtus in una lunga e vincente parentesi di 6 stagioni nella seconda metà degli anni '50. A differenza del suo predecessore, Tracuzzi non era certo uno sprovveduto dal punto di vista della preparazione atletica. Diplomato all'ISEF e grandissimo conoscitore del gioco, sapevo che, con lui, non avrei dovuto combattere per fargli accettare certi concetti di preparazione. I problemi con lui furono di altro genere. Tracuzzi aveva una fortissima personalità e mal sopportava il mio affiatamento con i ragazzi che lui non riusciva ad eguagliare. Più di una volta cercò di inserirsi nei quartetti in cui si giocava a peppa (un gioco a carte) durante le trasferte ma Gigione Serafini, Gianni Bertolotti e Renato Albonico con me ormai facevano quartetto fisso e non rimaneva posto per lui. Col passare del tempo questa situazione logorò il nostro rapporto al punto che mi accorsi di essere sempre più spesso vittima di "errori di comunicazione": più di una volta mi presentai all'allenamento all'orario che mi era stato indicato, solo per scoprire che ormai era la seduta era quasi terminata. Di nuovo dovetti riferire all'Avvocato quanto stava accadendo e non escludo che tra i motivi che, dopo poco più di una stagione, portarono alla chiusura della seconda avventura virtussina del coach siciliano, ci fosse anche questo.

Un altro sul quale l'Avvocato mi diede mandato di lavorare fu Serafini. Porelli, amante delle scommesse, mi provocò: "Quanto credi di riuscire a far migliorare Serafini? Che risultati riuscirebbe a raggiungere dopo il tuo lavoro?". Io, forse un po' troppo ottimisticamente, promisi 12"90 sui cento metri (su una base di partenza di 17"), almeno m. 1,70 nel salto in alto (inciampava nelle sue lunghe leve già sul m. 1,10) e non ricordo più quale distanza nel lancio del peso. Venne il momento di controllare l'esito del mio operato e non mi sentivo più così ottimista come quando accettai la scommessa: se 210 centimetri per giocare a basket sono molto utili, per fare atletica sono un disastro. L'unica specialità che non dava preoccupazione era il lancio del peso. Gigione non era certo sprovvisto di forza fisica e questa, unita ad una maggior altezza dalla quale veniva scagliato l'attrezzo, gli permise di superare la previsione in scioltezza. Meno facile era mantenere il pronostico sui cento metri. Nelle prove dei giorni precedenti Gigi non era mai riuscito a stare sotto ai 13" sui quali mi ero impegnato. Speravo di potermela giocare barando col cronometro ma l'Avvocato, tutt'altro che sprovveduto, me lo rubò dalle mani e andò a piazzarsi sulla linea d'arrivo, dicendomi di dare il via che il tempo l'avrebbe preso lui. Ebbene, l'ammetto: barai spudoratamente. Poiché l'Avvocato stava fermo sulla linea d'arrivo non era in grado di vedere l'esatto punto in cui Gigi sarebbe scattato. E i metri che Gigi percorse quella volta erano sicuramente meno di 90... Fece 12"70!

Anche il salto in alto presentava delle incertezze: le lunghe leve di Gigi erano controbilanciate dal peso e dall'ovvia mancanza di agilità di un uomo della sua statura. Anche in questo caso ricorsi ad un piccolo inganno. I "ritti" dell'asticella della pedana del salto in alto al campo della Virtus partivano con una misurazione a 100 cm quando, in realtà, per la ruggine, ne erano stati segati 10 cm. Quando gli atleti dovevano allenarsi su una misura specifica sapevano tutti che avrebbero dovuto tenersi 10 cm più alti rispetto alla misura resa dall'asticella ma in quel caso mi guardai bene dal comunicarlo all'Avvocato. E anche questa prova venne superata con successo.

Una sera, dopo una partita di Coppa a Linz in Austria, io, il massaggiatore Facchini e Bertolotti ci lasciamo convincere dal Conte Montebugnoli, un consigliere/finanziatore della società che talvolta ci seguiva in trasferta con la sua auto, a fare una scappatella nei night di Vienna che distava 150 km. Avrebbe voluto unirsi alla comitiva anche il Colonnello Scirocchini, un altro dirigente/interprete che si univa alle trasferte millantando la conoscenza di una decina di lingue sistematicamente smentita dai fatti, ma essendo un rompiscatole lo lasciammo in albergo adducendo come scusa il numero dei posti auto. Tornammo che era già mattino e di fronte agli altri fingemmo di esserci appena svegliati come loro. Ma il Colonnello, risentito per l'esclusione, riportò tutto a Porelli. Il giorno seguente io non dovevo andare in palestra, a differenza di Facchini. Mi telefonò per dirmi di prepararmi perché l'Avvocato sapeva tutto e che gli aveva dato una pesantissima lavata di testa. Allora mi presentai all'allenamento l giorno successivo con una grossa fasciatura in testa e un'andatura claudicante. Nel vedermi così conciato l'Avvocato non poté esimersi dal chiedermi, come prima cosa, che mi fosse capitato per essere ridotto in quello stato. "Qualcuno deve aver fatto una soffiata a mia moglie a proposito della notte brava a Vienna. Lei si è imbestialita e mi ha rotto un piatto in testa. Credo che al Pronto Soccorso mi abbiano dato una dozzina di punti...". Porelli non poté fare a meno di scoppiare a ridere e allora seppi di averla fatta franca. Mi tolsi la fasciatura e ammisi l'invenzione. L'Avvocato continuò a ridersela. Ero riuscito a rompere il ghiaccio e a farla franca.

Tutto sembrò finire il giorno in cui l'Avvocato, in preda ad una delle sue consuete ricerche di spese da tagliare, mi disse: "Ogni trasferta mi costi 300mila lire tra alberghi e pasti. Quest'anno abbiamo 10 trasferte di Coppa e lasciandoti a casa risparmio 3 milioni". Questo a contratto già firmato. Protestai dicendo: "Avvocato non mi sembra corretto, io già guadagno poco ed ho firmato a quella cifra solo perché mettevo in conto la possibilità di viaggiare un po' all'estero sfruttando le trasferte della squadra". "Dai dello scorretto a me? - fu la piccata replica di Porelli - Sai cosa ti dico? In questa società, tra noi due, uno è di troppo e io non sono. Presentati domani mattina da me in ufficio". "Ho capito, avvocato, allora sono io!" risposi. Mi pagò solo 3 mensilità invece delle 12 pattuite adducendo il concorso di colpa nell'interruzione del rapporto. "E se non ti va bene, fammi causa" fu la sua ultima frase. Misi l'assegno nel taschino e me ne andai.

Essendo proprio all'inizio della preparazione atletica, dopo qualche tempo Ettore Zuccheri (anche lui insegnante di Educazione Fisica) mi telefonò disperato chiedendomi aiuto per quel compito che, secondo Porelli, qualcuno avrebbe dovuto curare al mio posto. Ovviamente dissi: "Ettore, non è per te, ma capirai, sono stato licenziato in tronco senza ragioni valide e adesso dovrei anche venirvi in aiuto?”

Poco tempo dopo venni invitato da Buzzavo al suo matrimonio e, non facendo più parte della Virtus, ero in un tavolo diverso da quello della squadra. Ad un certo punto la moglie di Porelli mi salutò con un sorriso e per caso incrociai gli occhi dell'Avvocato che mi chiamò al suo tavolo: "Allora, Moro, hai finito di rompere i co***oni?" fu il suo burbero approccio. Il caso volle che avessi ancora con me quell'assegno che, per non so quale motivo, non ero mai andato ad incassare. Glie lo mostrai e chiesi: "Cosa devo fare? Lo straccio?". Porelli sorrise, io strappai l'assegno e tornai di nuovo a far parte della famiglia Virtus.

Il meglio di tutti era Dan Peterson, un autentico vulcano di idee e grandissimo motivatore. Considero un privilegio il fatto di aver potuto lavorare al suo fianco per così tanto tempo.

Indimenticabili i cartelli che scriveva di suo pugno e che faceva affiggere all'interno della porta degli spogliatoi. Molto semplici e inequivocabili, non venivano mai citati dall'autore né durante gli allenamenti né prima della gara. Ma quando Dan, prima di una partita, parlava negli spogliatoi per spronare i giocatori, dietro alla sua piccola figura tutti potevano leggere il messaggio del momento e quando scendevano in campo era infervorati dalle sue parole e focalizzati sull'obiettivo da raggiungere scritto, in maniera lapidaria, sui suoi cartelli.

Fuori dal campo Dan era ugualmente interessante. Quando portava con sé la chitarra e si metteva a cantare le sue melodie country, qualsiasi cosa stesse succedendo, tutti si fermavano ad ascoltarlo incantati. Era un ottimo cantante e una persona gioviale.

Il suo unico difetto era l'ansia che lo attanagliava per ogni gara, indipendentemente dal fatto che fosse una proibitiva trasferta europea o una partita interna contro l'ultima in classifica. La notte precedente e quella successiva Dan non riusciva a prendere sonno e, quel che è peggio, non lo lasciava prendere a chiunque avesse la sventura di condividere la stanza con lui. Passava e ripassava ad alta voce tutti i suoi dubbi e, dopo la gara, anche dopo una vittoria con largo margine, si interrogava se quanto aveva fatto fosse giusto e su cosa avrebbe dovuto fare di diverso.

Questa ansia la soffriva anche durante la gara (come confermatomi anche da altri - ndb65), cosa che forse a molti sfuggiva. In panchina Dan era sempre quello più vicino al tavolo, a suo fianco John McMillen e poi io che facevo lo score della gara, su moduli appositi che mi aveva insegnato John a compilare.

Dan seguiva la partita come in trance e quello che in realtà aveva la freddezza per individuare le criticità sulle quali intervenire era sempre McMillen. Gli bisbigliava in un orecchio quello che secondo lui andava ritoccato dopodiché Dan chiamava time-out e spiegava impeccabilmente, con l'innata capacità di sintesi che gli è propria, il da farsi: quello che fuoriusciva dalle sue labbra durante i time-out si rivelava spesso così azzeccato e ben spiegato da aumentare la considerazione nei suoi confronti da parte degli atleti.

Una volta l'Avvocato se ne uscì con un'altra delle sue idee e assunse in organico anche un dietologo. Gli fece studiare la conformazione fisica di ogni giocatore e questi approntò per ognuno un peso-forma ideale. Il problema maggiore fu con Driscoll, che faceva fatica a rientrare in quel peso. E quando sforava al controllo, effettuato ad ogni allenamento, la "punizione" stabilita dall'Avvocato era sempre la medesima: 15 giri di corsa dell'ultimo anello del Palasport di Piazza Azzarita. Dopo un po' si verificò quello che temevo: Driscoll, per evitare quel martirio, cominciò a saltare i pasti, cosa tutt'altro che benefica da un punto di vista atletico, soprattutto nel periodo di preparazione. Non fu per niente facile far capire all'Avvocato di lasciarmi fare il mio lavoro senza ingerenze.

Tra i personaggi più particolari con i quali ho avuto a che fare c'è sicuramente Dado Lombardi, dotato di un talento enorme eguagliato solo dal suo smisurato ego. In quei tempi in allenamento si era trovata una nuova idea per sfruttare l'incredibile elevazione di Pellanera (vero nomen omen - ndb56). Dado, che aveva mani vellutate per tirare come per passare, lanciava la palla all'altezza del ferro e Pellanera la schiacciava al volo. Praticamente altro non era che un adesso comune alley-hoop una cosa che, a metà degli anni '60, vi garantisco che non si era mai vista. Venne provato qualche volta anche in partita e quelle volte che andava a segno immancabilmente piovevano scroscianti applausi. Poi, un giorno Dado capì che gli applausi, più che al suo bel passaggio, erano indirizzati allo strepitoso gesto atletico di Pellanera, poco più alto di m 1,90. Com'è come non è, da quel giorno i passaggi di Dado furono sempre un pelo troppo alti o un pelo troppo bassi, un pelo troppo in anticipo un pelo troppo in ritardo per sfociare una schiacciata di Pellanera. Ah, il Dado...

La rottura definitiva con la Virtus si verificò a soli tre mesi dalla prima. Il rapporto fra me e l'Avvocato era ormai compromesso, dopo quasi 10 anni di convivenza. La squadra vinse due partite in fila (Simmenthal in casa e Sapori Siena in trasferta) dopo un inizio piuttosto stentato. Nel sottopassaggio del palazzo di Siena Porelli mi disse: "Abbiamo preso un brodino, le cose cominciano a girare nel verso giusto!" ma la mia replica smorzò il suo entusiasmo: "Beh, insomma, non tutte!". "Cosa significa? Presentati domani nel mio ufficio!". Descrissi tutte le cose che, a mio parere, non stavano funzionando a dovere: la faccenda del peso di Driscoll, la prepotenza di certi buttafuori della società da lui spalleggiati (uno di costoro aveva tirato un pugno in faccia al massaggiatore prima di una partita) e la non dimenticata scorrettezza iniziale nei miei confronti. Fu così che, con mia sorpresa, quel padre-padrone interruppe il nostro lungo e oramai logoro rapporto.

Dopo la fine dell'avventura in Virtus, a Dado, ormai diventato allenatore, venne assegnata la panchina di Forlì. Mi telefonò e mi disse: "Non conosco nessuno qua. Avresti voglia di venire a darmi una mano?". Fui ben lieto di accettare il suo invito, se non altro per contraddire Porelli che, al momento del mio secondo e definitivo licenziamento, mi aveva detto che non avrei mai più lavorato nel mondo del basket. Cosa che invece avvenne, per maggior scorno proprio in compagnia di Lombardi che aveva cacciato dalla Virtus qualche anno prima.

Ma Dado non legò con l'ambiente romagnolo, in particolare con l'idolo locale, l'americano Mitchell e venne esonerato a metà campionato. Quando lo seppi lo chiamai e gli dissi che, visto che avevo avuto il lavoro grazie a lui, assieme a lui me ne sarei andato. Ma Dado mi rispose: "No, no, ufficialmente non sono stato esonerato, ma sono io che mi sono dimesso per motivi di salute. Se ti dimetti anche tu si scopre subito che è una balla". E così rimasi a Forlì per altre sei stagioni ancora. In seguito ci furono due "vergognose" annate in Fortitudo dove, almeno, non feci danni perché alla promozione del primo anno seguì una retrocessione e lasciai la Fortitudo nella serie in cui l'avevo trovata.

Nonostante la brusca uscita dalla Virtus basket, Porelli che in anni precedenti era stato presidente della Virtus tennis, telefonò agli allora dirigenti e disse: "Ho licenziato Moro per ragioni personali, però è bravo. Prendetelo voi!". E fu così che diventai preparatore atletico di Raffaella Reggi e Omar Camporese.

 

STASERA A SPALATO LA SINUDYNE DI CANTU'?

da Stadio - 12/02/1975

 

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Bologna - Roma, Roma - Zagabria, Zagabria - Spalato: tappe di una lunga attesa, riempita in qualche modo a seconda dei vari hobbie: Antonelli ha scattato una sventagliata di fotografie, ritraendo anche soggetti che in altre condizioni gli sarebbero apparsi insignificanti; Serafini, Albonico, Bertolotti e Moro si sono esibiti in poderosi "tressette", al termine dei quali il preparatore atletico ha letteralmente spennato i tre giocatori. "Ma è la prima volta e sarà anche l'ultima" ha sentenziato Serafini facendo capire, in maniera tutta emiliana (una maniera difficilmente raccontabile sui giornali) che ha vinto il giocatore più fortunato...

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Driscoll regge in braccio il figlio del prof. Moro

LA NORDA CONFERMA VITTORIO TRACUZZI

di P.F. - Il Resto del Carlino - 03/08/1971

 

Vittorio Tracuzzi allenerà la Norda anche nel prossimo campionato. Ogni "voce" diffusa nei giorni scorsi su un presunto allontanamento del tecnico bolognese si è quindi rivelata priva di fondamento, alla luce della riunione che il Consiglio direttivo della Norda ha tenuto ieri sera. Una riunione di breve durata. Il Consiglio ha deciso pressoché compatto la conferma di Tracuzzi, con il quale deve soltanto essere definito l'aspetto economico.

L'Avv. Gianluigi Porelli, commentando la decisione della Norda, ha detto: "Tecnicamente lo si è ritenuto l'elemento più adatto per una squadra come la nostra, che può essere vista solo in funzione di risultati non immediati". Porelli ha sottolineato in proposito che la Norda è di gran lunga la squadra più giovane della massima serie, con una media di 21 anni per giocatore! La conferma di Tracuzzi testimonia dei consensi che la sua opera ha raccolto l'anno scorso, al di là delle pecche che a volte gli si sono dovute imputare, specie sotto il profilo della conduzione delle partite. Problema importante sarà anche quello della preparazione atletica, che Tracuzzi non ha saputo curare efficacemente l'anno scorso, creando per di più le premesse di gravi contrasti con l'istruttore atletico Prof. Moro. Quest'ultimo - che al contrario aveva saputo impostare un efficiente programma, peraltro mai attuato per i contrasti con Tracuzzi - pare in procinto di abbandonare la società.

Dei giocatori, Rundo abbandonerà l'attività, per portare a termine gli studi. Zuccheri, lasciato libero, forse fungerà da allenatore delle squadre minori.

 

ALLA NORDA ESONERATO TRACUZZI

di Silvano Stella - La Gazzetta dello Sport - 17/11/1971

 

Esonerato Tracuzzi. La panchina di coach Tracuzzi è saltata alla 5a giornata di campionato. é il primo allenatore di questa stagione, a fare le valigie. Diciamo improvvisamente ma non inaspettatamente: il presentimento in un certo senso era nell'aria. Il verdetto di ? è scaturito questa mattina nella sede di Via Scolari, al termine di una vivace e animata riunione del Consiglio Direttivo della società bianconera. Il laconico comunicato ufficiale è stato però diramato soltanto in serata.

"Nel corso della riunione del consiglio direttivo della pallacanestro Norda - dice il documento - è stato deliberato l'esonero immediato del professor Vittorio Tracuzzi dall'incarico di allenatore della squadra. La stessa a partire da domani sarà guidata dall'allenatore delle formazioni giovanili professor Ettore Zuccheri, mentre la società si riserva ogni possibile soluzione".

Andiamo alla ricerca delle cause che hanno determinato l'esonero di Tracuzzi. Secondo l'opinione della società, il momento delicato della squadra richiedeva una netta decisa sterzata al vertice tecnico. La sconfitta di Venezia, e ancor più il grave passivo, ha gettato lo sconforto in tutto l'ambiente virtussino. Ma l'episodio in sé non è stato che la classica goccia che ha fatto traboccare il bicchiere. A monte esisteva già una situazione precaria, rapporti esasperati e una situazione essenzialmente tecnica per niente soddisfacente.

La società, inoltre, accusa Tracuzzi di mancata collaborazione coi preparatori atletici. Lo scorso anno avrebbe dovuto collaborare con il professor Moro il quale, ad un certo punto, fu però messo in condizione di rinunciare all'incarico. All'inizio di questa stagione si sarebbe espresso favorevolmente per affidare la squadra ad un nuovo preparatore e lui stesso avrebbe segnalato due nominativi uno dei quali quello del professor Garulli.

Tracuzzi e Garulli, entrambi autonomi nei campi specifici, dapprima hanno collaborato in tandem con ottimi risultati presentando al torneo di Borgotaro una squadra già sufficientemente registrata, ma successivamente non si sarebbero trovati più d'accordo sui programmi di allenamento. Da qui sono nati dissapori e polemiche che hanno coinvolto un po' tutti compresi i giocatori che si sarebbero lamentati dell'eccessiva preparazione atletica a discapito di quella tecnica. A questo proposito, tuttavia, la società assicura che di fronte alle 7-8 ore settimanali di preparazione si avevano non più di due ore e mezza di preparazione atletica.

Dopo la partita di Venezia, Tracuzzi è rientrato a Bologna soltanto questa sera. La notizia del "siluramento" gli è stata comunicata dal presidente Gandolfi alla palestra "Marconi", sede d'allenamento della squadra. Zuccheri oggi si trovava a Roma per gli esami di stato e soltanto domani assumerà la guida della compagine. Il suo incarico è soltanto provvisorio, ma stando ad alcune fonti potrebbe diventare definitivo. Alle prime armi come tecnico, Zuccheri ha infatti destato favorevoli impressioni per l'ottimo lavoro svolto nel settore giovanile.

Ora non si escludono provvedimenti anche a carico di taluni giocatori che avrebbero criticato i sistemi di preparazione attuati dal professor Garulli. In ogni caso la situazione interna permane piuttosto critica finché la società non riuscirà a ristabilire un dialogo tra i giocatori ed il preparatore atletico.

IO, DAN PETERSON, "IL SUICIDIO" E IL SUO PORTAFOGLIO

Giorgio Moro, preparatore atletico Virtus all’epoca di “Little Big Pete”, rievoca indimenticabili vicende bianconere

tratto da basket.ilpallonegonfiato.com - 26/04/2017

 

Dan Peterson mi ha dato il piacere di menzionarmi sulla Gazzetta, ma prima mi sento in dovere di ricordare l’Avvocato Porelli. Burbero com’era, mi ha sopportato 10 anni prima di cacciarmi (cambiando fior di allenatori e salvando il preparatore) e quando mi ha licenziato in tronco dal basket, e andato al Consiglio della Virtus Tennis e ha detto: “Ho licenziato Moro per ragioni personali, ma è bravo, prendetelo voi!”. Perché questo preambolo? Perché fra le tante cose straordinarie che ha fatto l’Avvocato, la più grande è stata quella di scovare Dan Peterson .

Ho lavorato con una ventina di allenatori diversi, ma, senza voler togliere nulla agli altri, Dan è stato il meglio in assoluto (dopo di lui solo Ettore Messina, sempre creatura di Porelli!). Andiamo per capitoli.

1°) SUICIDIO
La faccenda delle quattro sedie che Peterson ha raccontato alla Rosea non è opera mia (ma di Trachelio, mio collega milanese), io mi vanto di aver fatto conoscere a Dan l’avanti-indietro del campo che ormai tutti fanno. Quando lo feci fare per la prima volta al Paladozza, i giocatori si lamentavano e Dan chiese: “Come chiamate questo esercizio?” uno di loro (credo Bertolotti - nota di virtuspedia: in relatà fu Serafini) disse: “Ma è un suicidio!” e lui: “Ecco allora, d’ora in avanti si chiamerà SUICIDE!” (suicidio) e diventò con questo nome famoso in tutta Italia.

 

2°) MANO CORTA
Siamo in stazione a Bologna per andare in treno fino a Milano e poi in aereo a Leningrado per la coppa (trasferta di circa 4/5 giorni). Il treno era in ritardo (in quella trasferta tutto risultò in ritardo e tutte le coincidenze saltarono), Dan per riempiere il tempo mi dice: “Dai Moro che prendiamo un caffè, però paga tu perché mi sono dimenticato il portafoglio”. Oh, ribadisco; eravamo alla partenza e saremmo stati una settimana lontano da casa. Ergo, come dire: d’ora in avanti sono a tuo carico.

3°) GENITORI
La prima confidenza che Dan mi fece della sua famiglia fu che suo padre era un radioamatore accanito che via radio parlava con tutto il mondo. Quando i suoi genitori vennero in Italia a trovarlo io pensai di fare cosa a loro gradita accompagnandoli a visitare il mausoleo di Guglielmo Marconi a Pontecchio Marconi. Al ritorno, fermatomi a casa, mia moglie fece la cosa più semplice di questo mondo: offri un the a mamma Peterson. Il the delle 5 e il luogo dove è nata la radio incantarono i due vecchi irlandesi che, per tutti (dico tutti) gli anni a venire non dimenticarono mai, fin che sono rimasti in vita, di mandarci gli auguri di Natale con bellissimi pensieri. Caro Dan, due genitori da favola!

4°) NOTTI INSONNI
Più di una volta, durante tutti gli anni che siamo stati insieme ci è capitato (Dan ed io) di condividere la stanza d’albergo nelle trasferte di coppa. Se da un lato è comprensibile che la sera,(diciamo la notte) prima di una partita importante l’head coach possa essere preoccupato e teso per non lasciare niente al caso pur di affrontare nel migliore dei modi la gara del giorno dopo (e quindi notte in bianco) non è altrettanto normale che la notte successiva (vinto o perso che fosse risultato l’incontro) si facciano chiacchiere su chiacchiere su tutto. Ricordava i minimi particolari come se stesse rivedendo la registrazione televisiva del match. E il peggio era la domanda a sorpresa, quella ti fregava. Perché tu che stavi giusto appisolandoti, dovevi dare la risposta e la notte intanto se ne andava in bianco.