CHRISTIAN DREJER

L'elegante Principe Danese in penetrazione

nato a: Fredriksberg (DAN)

il: 08/12/1982

altezza: 205

ruolo: ala

numero di maglia: 9

Stagioni alla Virtus: 2005/06 - 2006/07

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

 

VIRUTS, PRESO CHRISTIAN DREJER

www.virtus.it - 02/08/2005

 

Il giocatore Christian Drejer ha firmato un biennale con la Virtus Pallacanestro. Ala danese, nato a Frederiksberg l'8 dicembre 1982, misura 205 centimetri per 95 chili: nel 2004 è stato scelto col numero 51 dalla franchigia Nba dei New Jersey Nets, e nell'ultima stagione e mezzo ha giocato nel Barcellona.
Grande promessa nel SISU Copenaghen, (miglior giocatore danese a 31.6 punti di media nel 2002), si trasferisce al college in America: quasi due anni di NCAA con Florida, a 7.1 punti di media, e nel febbraio 2004 passa al Barcellona, viaggiando a 4.9 di media in ACB.
Zare Markovski commenta così il secondo acquisto bianconero di agosto: " Con Drejer – dice il coach – abbiamo firmato un contratto biennale perché siamo convinti che sia una scommessa da accettare insieme: se lui vuole tornare in quella Nba che finora ha soltanto sfiorato, lo potrà fare a pieno titolo se sarà capace di essere protagonista da noi nei prossimi due anni. Siamo sicuri di prendere un buon giocatore, che ha vissuto due anni all'ombra di Bodiroga, ma che in questa squadra può essere importante, tanto da essere in grado di realizzare 15 punti a partita".

MARKOVSKI: "DREJER IL NOSTRO INVESTIMENTO"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 20/08/2005

 

Pronti a soffrire. Ma fino a un certo punto. Lo si capisce quando il patron, Claudio Sabatini, presentando i nuovi arringa la folla (tra questi anche il presidente del Consiglio della Provincia, Maurizio Cevenini, il numero uno del Coni, Renato Rizzoli, e Marco Minella, segretario generale della Camst). «Ci aspetta una stagione di sofferenza». Breve pausa, poi l’annuncio. «E una salvezza dignitosa». Una signora, con tono pacato, alza la manina e dice: «Beh, se viene qualcosa di più tanto meglio». Pronti a lottare su ogni campo, ma con l’ambizione di ritrovare i playoff. Lo si capisce dall’affetto riversato su un Pelussi tirato a lucido («sono 110 chili, pronto per tornare a mangiare tanta pasta»), l’unico a scatenare sia un’ovazione sia un coro.
Christian Drejer, uno dei nuovi, si guarda attorno incuriosito. Per lui la Virtus è ancora la Kinder. Ricorda un try out — l’aveva seguito Roberto Brunamonti — all’inizio del 2002. «Quando c’era Jaric», dice Christian che per Markovski è la grande scommessa. Zare dipinge il danesino così: «Tecnicamente è perfetto, anche se a Barcellona non ha avuto molto spazio. Bodiroga, stesse caratteristiche fisiche, gli ha fatto ombra. Ora tocca a lui. Deve dimostrare qualcosa alla Nba, che due anni fa lo ha scelto. Per noi è un rischio calcolato: il talento non si discute. La scommessa, semmai, è sul minutaggio». Minutaggio che il biondino dovrà spartirsi con Marko Milic. Per questo, quando indica l’identikit della guardia titolare (non sono escluse sorprese a giorni), Markovski non ha dubbi. «Cerchiamo un buon difensore, uno che sappia penetrare, uscendo dai blocchi, in coppia con Drejer. Uno che possa allontanarsi dal canestro, sfruttando l’arresto e tiro, quando impiegato insieme con Milic». C’è anche un’età ideale — «28 anni? Magari» e dei tempi fissati per averlo. «Non abbiamo fretta. Del resto come altri club aspetteremo i reduci dagli europei». Calendario alla mano significa che Zare vorrebbe averlo per metà settembre. Intanto questo periodo di assenze gli servirà per sperimentare alcune situazioni. La prima riguarda Begic. «Sulla carta è il nostro +1 — commenta —. Aspettando Lang avremo modo di visionarlo a lungo». L’altro ‘esperimento’, vista l’assenza della guardia titolare, sarà l’impiego a tempo pieno (durante le amichevoli) di Rodilla come ‘due’.

 

ALLA SCOPERTA DI CHRISTIAN DREJER

di Marco Martelli - La Repubblica - 15/10/2005

 

Disseminata di carezze e delusioni, speranze e progetti poi abortiti, arrivata all’ennesima svolta pur se l’anagrafe conta solo 22 anni, la carriera di Christian Drejer ha imboccato Bologna e la Vu Nera, e avuto già, in questo posto, un acuto da titolo. 29 punti contro l’Upea, 5/6 da tre, movenze che ne fanno forse il giocatore più elegante della serie A: così, il danese vuole spiccare il volo e ammonisce invece chi gli chiede dei soli 6 punti di Milano. «Non sono soltanto un giocatore da casa, e lo dimostrerò. Qui mi trovo bene, è un gruppo che ha fame. Siamo solo all’inizio».
è già un bell’inizio. Christian da Hellerup, sobborgo a 8 chilometri da Copenaghen, parla a pochi metri dallo spogliatoio, in via dell’Arcoveggio. «Mi ricordavo la palestra», dice camminando sulla moquette che tre anni fa non c’era, sedendosi e raccontandosi: dal talento che sbocciava a Copenaghen fino al duro legno della panchina a Barcellona. Della nuova campagna Virtus è lui la scommessa più ardita. Stavolta non può davvero sbagliare.
«Ho scelto Bologna perché la conoscevo e m’ha interessato da subito: tornata in A, la spinta era quella giusta. A Barcellona c’era tutto da perdere e niente da vincere: qui è tutto da conquistare. Fare parte di una squadra che si sta ricostruendo è una grande sfida». Di sfide ne ha già lanciate tante: al basket europeo, ai college americani, all’Eurolega. Ha più perso che vinto, e se in tutte le storie, o le vite, esiste uno spartiacque per scavare un ‘prima’ e un ‘dopo’, Christian Drejer spera di averlo già vissuto e cancellato.
7 novembre 2002, Gainesville, Florida. Allora diciannovenne, Drejer era appena diventato un "Gator" di Florida University, aveva giocato un’amichevole da 13 punti e 5 assist e non attendeva che l’inizio della stagione. Un rimbalzo in allenamento gli fu fatale: ricadde, il piede sinistro girò sopra quello di un compagno. Fu l’inizio di una lunga pena. «Nessuno pensava fosse un infortunio così serio, nemmeno io. Non so come, ma si formò un ascesso: dovetti operarmi più volte, e non uscivo dall’ospedale. Ci restai tre settimane, persi 15, forse 20 chili. Pensai alla mia carriera, al mio futuro immediato e a tutte le aspettative che c’erano su di me. Tornai dopo due mesi, ma non ero al massimo. E per tutti non ero più io».
In Florida Drejer c’era planato dalla Danimarca, figlio di due cestisti: papà Jens, primario all’ospedale della capitale, e mamma Mette, entrambi ex nazionali. Non solo: le due sorelle, Caroline e Charlotte, oggi 24 e 18 anni, sono pure loro nella selezione. A 6 anni, Christian aveva già in mano un pallone, a 14 esordiva in Nazionale, a 15 conosceva Julie, la deliziosa studentessa in legge che l’accompagna a Bologna, e a 17 esplodeva il cestista: 17 punti a gara nel SISU, addirittura 31 l’anno dopo. Arrivarono le offerte: Benetton, Maccabi, Panathinaikos. E la Virtus.
«Arrivai qui a maggio, dopo la finale di Eurolega persa, per due giorni di test con Messina. Ma, come altri atleti danesi, decisi per il college: è un mondo eccitante, quasi più seguito della Nba, e scelsi Florida perché c’era un progetto vincente». Che però non vinse. Passò il primo anno a rieducarsi («Non riuscivo a far nulla, neanche a schiacciare sulla gamba sinistra»), il secondo a cercare il rilancio. Andò meglio. «Ma niente era come me l’ero aspettato: anch’io posso correre e tirare su e giù per il campo, ma non è il mio stile. E ci vuole tempo per recuperare dopo un infortunio di tre mesi: la gente però non capiva, pensava che stessi bene per giocare, ma così non era. E anche per questo decisi di lasciare».
Nel febbraio 2003 bussa il Barcellona: contratto 2+2, un milione di dollari complessivo per le prime due stagioni. I media americani furono scandalizzati: mai nessuno se n’era andato a metà stagione. «è una mentalità tutta diversa, tanto che quel casino mi sorprese. Era un bel contratto, ma non fu una questione di soldi: a Florida non stavo più bene, e come quando vai a scuola, se i primi due anni vai malissimo è poi dura recuperare. I 5 mesi con Pesic furono duri, ma stupendi: aveva grandi piani per me, e quando se ne andò fu il marasma». Nel primo sprazzo blaugrana, Drejer andò 6 volte sopra i 20’: nel secondo, 4 volte in un anno intero. «Una stagione orribile: eliminati ovunque. E con tanti campioni, l’allenatore delle giovanili non poteva reggere. Onestamente, pensavo che Savic e Ivanovic mi tenessero, ma è andata meglio così: sono nel posto che volevo».
La Virtus l’ha ingaggiato con un triennale da 450 mila euro: dopo la seconda stagione è prevista un’uscita Nba, dove lui nel 2004 fu scelto da New Jersey. «Il mio sogno è sempre quello, è chiaro, ma la mia sfida è essere importante per la Virtus. E non ho rimpianti: non fu un errore andare a Florida, e non ho la presunzione di pensare che, senza quell’infortunio, sarebbe andata diversamente. Non credo m’ abbia girato la carriera, di sicuro ha avuto effetti sul mio futuro: per quello sono finito a Barcellona, e pure quella scelta non fu sbagliata. Ora voglio ripartire da qui». Come inizio, promette. Markovski, sulla rampa che porta in sede, gira gli occhi e se lo gode.

 

DREJER, L'AMERICA È QUI

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 08/11/2005


Ventinove punti li aveva già confezionati. Alla prima apparizione al PalaMalaguti ne aveva insaccati altrettanti nel canestro dell’Upea. Se per ottenere una prova occorrono tre indizi, Christian Drejer, danese di 22 anni e 205 centimetri, è vicino a entrare nella storia della Virtus. O, per lo meno, a ricordare ai sostenitori della V nera gli assi del bel tempo che fu.
Difficile scomodare paragoni anche se l’etichetta migliore, che pure lo rende ancor più indecifrabile, gliela affibbia Pino Sacripanti, coach di Cantù. «Drejer? Non sai se è un due oppure un tre. E quando credi di averlo capito, ecco che lui ti punisce giocando spalle a canestro». Per Markovski, invece, ha giocato per due, «da vero americano». E se il paragone non fosse irriverente (e deprimente), si potrebbe ripescare una vecchia immagine di Boscia Tanjevic, che qui ha allenato. Di Sekularac (poi sparito) disse che era in grado di muoversi in tutte le posizioni del campo. Di sicuro Christian vuole riuscire laddove Mladen ha fallito. I detrattori (del danese) dicono che non sia da battaglia: contro Cantù s’è preso la squadra sulle spalle quando il pallone scottava.
Il giovanotto, che ha preso casa a Castel Maggiore ed è fidanzato con Julia (studia giurisprudenza in Danimarca), è un predestinato. Papà Jens, primario all’ospedale di Copenhagen e la mamma, Mette, sono ex nazionali di basket. Le sorelle di Christian, Caroline (24 anni) e Charlotte (18) nascono con un pallone a spicchi tra le mani. Come Christian, che comincia a palleggiare a 6 anni e, a 14, si trova in nazionale. Cresce a Hellerup, otto chilometri da Copenhagen: a 17 anni segna 17 punti per gara. L’anno dopo la media sale a 31: di quel danese dai modi gentili e dai tratti alla ‘Beautiful’ cominciano a interessarsi in tanti. Virtus compresa.
«Arrivai all’Arcoveggio nel 2002 – racconta – dopo che la Kinder aveva perso la finale di Eurolega con il Panathinaikos». La Virtus lo avrebbe tenuto: lui decide di andare negli States, per indossare la canotta di Florida University. Il 7 novembre di tre anni fa il mondo gli crolla addosso. Ricade con il piede sinistro, su un compagno. La caviglia fa crac. Il mondo da favola di Chris assume i connotati dell’incubo. «Resto in ospedale per venti giorni – rammenta – perdo 15-20 chili. Quando torno, dopo due mesi, dicono che non sono più io». In Florida cominciano a guardarlo con sospetto. E lo amano meno quando lui decide di accettare le proposte del Barcellona. Il contratto è un 2 (anni)+2 che promette, per il primo biennio, un milione dollari. Il talento è fuori discussione, ma davanti c’è l’icona Bodiroga. Lo cercano Roma e Brunamonti che resta uno dei suoi più grandi estimatori (e ogni domenica sera controlla le sue statistiche): in estate il Barcellona lascia scadere l’opzione sul biennio successivo. Lui, che nel frattempo (estate 2004), è stato scelto al draft Nba dai New Jersey, può sfogliare la margherita. E accetta il triennale (da 450 mila dollari con Nba escape al termine della seconda stagione) della Virtus.
«Sono contento di essere qui, il posto giusto dal quale ripartire. Voglio essere importante per questa Virtus», ripete. Anche se l’altra sera, dopo aver realizzato 29 punti, preferiva parlare di un compagno, English. «Arriverà il suo momento», le parole di Christian. Che non sarà un duro, ma che nel gruppo ci sa stare con ottime cifre: 16,7 punti; 2,6 rimbalzi e 3 assist per gara. Con il 51,9 per cento da tre, il 50 da due e il 94,1 dalla lunetta.

 

DREJER, NON PIU' PALLIDO, SOLO PRINCIPE

di Marco martelli - La Repubblica - 29/03/2006


Catapultato dalla Danimarca a Bologna, via Florida e Barcellona, Christian Drejer vive, in queste settimane, la sua miglior parentesi in carriera. Da amletico "pallido prence", secondo facili suggestioni letterarie, è passato oggi, a 23 anni, ad un ruolo di protagonista: che gli viene dipinto addosso non più solo per il potenziale, ma anche, e finalmente, per legittime conquiste sul campo. Secondo realizzatore della Virtus a 13.9 punti, Drejer è andato in doppia cifra in 11 delle ultime 12 gare: nelle prime 13, gli era capitato appena 6 volte. E, a scacciare i maligni, comincia a carburare anche lontano da casa: Siena, per dire, un partitone. Lui come la VidiVici.

Drejer, il momento è magico. Proprio mentre lei ingrana, a 17.4 di media, la Virtus s'impenna.

Nelle ultime dieci partite, più d'un giocatore è migliorato, non solo io. In campo sappiamo chi può segnare, chi deve avere la palla, come fare il passaggio giusto. La chiave sta nel miglioramento di tutti, non di Drejer e basta. E siamo più convinti anche in trasferta. Ho capito che non ci sono risultati scontati, e se a Teramo sei molle, perdi. Le ultime due ci danno fiducia.

Cos'è cambiato?

Credo nulla, è un processo naturale. Miglioriamo tutti, anche nelle piccole cose, e ci conosciamo meglio. Siamo partiti benissimo, eravamo anche in testa, ma in una lega così non puoi pensare di rimanerci fino alla fine. Abbiamo avuto il nostro momento negativo, ora ci siamo riprendendo.

Anche lei l'ha avuto. A Reggio Emilia, 2 punti e 3 falli in 8', più i rimbrotti del patron, toccò il punto più basso.

Era un periodo negativo per tutti. E dopo la Benetton, per tutti avremmo dovuto vincere a Reggio. Ma Reggio gioca una delle pallacanestro migliori, lì hanno perso tutte le grandi. Quanto a me, quella gara e quella con Livorno m'hanno insegnato tanto. Dovevo abituarmi alla gestione e alle richieste del coach. Avevo problemi di falli, non riuscivo ad entrare in partita facendo su e giù dalla panchina.

Da Markovski sta imparando ad essere incisivo anche in brevi tratti. Ha una media di quasi 14 punti in meno di 23'. Tra i primi 40 marcatori del campionato, lei è quello che gioca meno.

È strano, ma non ci guardo. Giocare quei minutimi soddisfa comunque, perché ciò che fa la differenza è la fiducia dell'allenatore. Ho imparato da tutti quelli che ho avuto: da Pesic, uno molto esigente, a Billy Donovan, mio coach a Florida, che con la Final Four raggiunta sta dimostrando a tutti la sua bravura. Markovski ha una mentalità tutta sua: è rigido, ma è aperto di mente, lascia libertà e ripone fiducia. In estate, io volevo una squadra che credesse in me e mi desse minuti per dimostrarlo. Qui l'ho trovata.

Ha detto: "Ci stiamo costruendo gli obiettivi giorno dopo giorno". Sabatini dice che la Virtus è da settimo-nono posto. Per lei?

Difficile da dire. Abbiamo vinto a Siena, ma sono ancora convinto che non siamo migliori di club che hanno 10-12 giocatori pagati più di tutti noi. Oggi siamo terzi, un grande risultato. Ma viviamo alla giornata.

Il segreto, allora, dove sta?

Nello spirito, senza dubbio. Come in ogni sport, compreso il calcio, non vince sempre la squadra con undici stelle. È questione di chimica e chi l'ha costruita è il nostro coach. Siamo insieme dall'inizio e abbiamo unito le personalità, dentro e fuori dal campo.

Fuori, appunto. Dopo 5 mesi, come va con Bologna?

Sono stupito ed entusiasta. Vengo da Barcellona, dove c'è una buona base di tifosi, ma averne 8-9 mila ogni partita è la scintilla che ti esalta e ti fa capire di essere importante. Bologna ha una rivalità grande per la città stessa. Non importa se uno è tifoso di Fortitudo o Virtus, è la rivalità stessa che ti fa abbracciare questo sport. Il derby? Ci sono ancora due partite, entrambe difficili e importanti. Poi, è chiaro, io non vedo l'ora di rigiocarlo.

UN’INTERVISTA A CHRISTIAN DREJER

di Enrico Faggiano e Bruno Trebbi - 19/01/2007

 

Christian Drejer, genio e sregolatezza. Dopo mesi di discontinuità, il giocatore danese pare finalmente aver trovato quella continuità che era sempre mancata.

So che uno dei miei problemi è la discontinuità, ma sono ben protetto da una squadra che, rispetto allo scorso anno, ha giocatori migliori e una panchina più lunga. Tanti possono avere ottime serate, e se io non sono in vena ci sarà sempre qualcuno dei miei compagni che farà bene.

Che differenze vedi tra questo gruppo e quello dell’anno scorso?

Nella passata stagione avevamo una discreta chimica di squadra, ora però siamo riusciti a migliorare ancora, e questo è un fatto molto importante che può spiegare questo nostro buon inizio. Noi cerchiamo di dare sempre il massimo, giorno dopo giorno. Però non sarei così negativo nei commenti su quanto fatto l’anno scorso: stavamo andando molto bene, poi gli infortuni ci hanno fermato.

A proposito di chimica di squadra, cosa pensi del nuovo innesto Ilievski?

Dopo aver giocato insieme a lui a Barcellona, penso proprio che sia una ottima point guard, tecnicamente completa. Si sta inserendo bene, per cui sono felice del suo arrivo a Bologna.

Cosa ti aspetti dal campionato? è lecito sognare per i tifosi?

Siamo una buona squadra, ma il campionato è ancora molto giovane, e da qui in avanti non possiamo sapere cosa può succedere: per esempio basta un infortunio e possono nascere problemi. Bisogna guardare soltanto alla partita successiva, senza pensare né alle Final Eight né a qualcosa che non sia, prima di tutto, il raggiungimento dei playoff. Adesso è ancora troppo presto per fare qualsiasi previsione.

A questo punto d’obbligo un parere sulla prossima avversaria, Teramo.

È una di quelle squadre, come Scafati, che può essere pericolosa in ogni suo giocatore, e che ci può mettere in difficoltà. Penso che abbia una classifica bugiarda rispetto a quanto vale.

IL BUON MOMENTO DI CHRISTIAN DREJER

di Bruno Trebbi - bolognabasket.it - 15/03/2007

 

Dopo la splendida prova nel derby, in casa Virtus Christian Drejer è l’uomo del momento.
Il giocatore danese si è incontrato oggi coi giornalisti, interrompendo momentaneamente il silenzio stampa che regna tra i bianconeri.
Ecco le sue parole:
“Per noi è stato difficile giocare dopo la delusione della Coppa Italia: è vero che non partivamo per vincerla, ma visto come è andata è stata una occasione persa. Abbiamo passato un mese difficile, ma giochiamo un campionato di alto livello, e ogni partita nasconde insidie; non mi sembra
giusto essere ‘uccisi’ mediaticamente dopo aver perso su un campo difficile come quello di Cantù. C’è stata poi la brutta partita contro Roma, anche mia, benchè mi sia trovato ad affrontare un avversario come Lorbek in un
ruolo nel quale non sono abituato a giocare. Dopo quella partita c’era tanta pressione dall’esterno, ma anche dall’interno: volevamo fare bella figura in Fiba Cup, giocare al massimo ad Ankara per chiudere 2-0 ed evitare quindi
una nuova trasferta in Turchia. Con la giusta concentrazione da parte di tutti ce l’abbiamo fatta e siamo riusciti a superare il brutto periodo, chiudendo quindi la serie di sconfitte consecutive.
Ora andiamo avanti, ci sono ancora due mesi e può succedere di tutto, ora siamo tra i migliori, speriamo soprattutto di non avere problemi fisici”.
“Per quanto mi riguarda, al derby ho giocato una grande partita, ma penso non sarà possibile per me giocare sempre allo stesso modo. Io sto cercando di lavorare sulla continuità, il mio difetto. E’ difficile spiegarlo: può essere che non riesca ad entrare in partita quando ho problemi di falli, o quando non riesco a prendere il ritmo fin dal primo quarto; è vero che la squadra è fatta in modo tale per cui ognuno può essere protagonista, ma so che personalmente devo crescere. Voglio migliorare anche nell’1vs1 e al tiro. Però non dimentichiamoci che il basket è uno sport di squadra, per cui il collettivo viene sempre prima di tutto”.
“Il mio futuro? Spero di restare, così come se arrivasse la qualificazione in Eurolega penso che ci sarebbe veramente da divertirsi. Poi penso che io e la Virtus abbiamo delle cose in comune: il nostro matrimonio è arrivato quando sia io che la squadra venivamo da momenti non positivi, io che uscivo da un infortunio in Florida e da una stagione negaiva a Barcellona, mentre la Virtus arrivava dalla LegaDue. Ci siamo aiutati a vicenda per tornare in alto, e per questo vorrei restare. Io qui sto avendo le mie rivincite dopo anni non positivi, e questo è solo la mia seconda stagione ad alto livello: ho un ottimo rapporto con il coach e con tutto l’ambiente, anche se per ora penso solo a giocare partita per partita”.

 

lL DANESE: «PILLASTRINI VOLEVA TENERMI, LA SOCIETA' INVECE NO»

di Daniele Labanti - Corriere di Bologna - 07/08/2007

 

E pure il Principe se n'è andato. Ormai la «rivoluzione» è quasi completa e anche le piroette di Drejer scivolano nel passato, per far posto al nuovo «progetto» virtussino. Del duello fra il danese e Markovski, s'è ormai scritto tutto: Zare non si fidava più, aveva trattato la cessione a Natale, dopo che l'estate scorsa il club aveva rifiutato offerte da 600 mila euro, e la semifinale di Fiba Cup ha chiuso definitivamente i rapporti. C'è stata, invero, anche la tribuna nella prima gara di playoff contro Biella: l'ultima tappa d'una storia complicata, che aveva spinto Drejer fuori dalla squadra.

Ma vorrei guardare avanti, ora. Quella è stata una delle decisioni che non ho capito, ma è il passato. In fondo, i due anni alla Virtus sono stati buoni.

Ma anche, per lei, altalenanti. Da un lato le partite opache, dall'altro la difficoltà a seguire i sentieri tattici del coach.

Ci sarebbero molte cose da dire. Gli alti e bassi sono conseguenza di miei errori ed errori di altri. La situazione per me non è mai stata ottimale.

I rapporti a un certo punto si sono deteriorati.

Fare polemica ora sarebbe facile. Dico che non tutto è andato come avrebbe dovuto, che le responsabilità non sono da una parte sola. Ho sbagliato qualcosa, ma ho anche giocato partite importanti.

In estate è subentrato l'intervento ad un piede, che la società non ha gradito.

Non potevo far altro. Alla Virtus ho avuto parecchi infortuni ma ho continuato a giocare, ho stretto i denti. Dovevo operarmi. Ora sto bene, sono in forma e pienamente recuperato: non vedo l'ora di giocare.

Aveva già deciso di lasciare la Virtus?

Tanti pensieri mi ronzavano in testa: da un lato restare, per riscattarmi, dall'altro cambiare aria, perché ne sentivo il bisogno. Quando è arrivata l'opportunità di andare a Roma, ho scelto. È una squadra ambiziosa, con uno staff eccellente e con l'obiettivo di vincere.

E con Repesa, un allenatore «duro».

Se mi hanno scelto e credono in me, è la soluzione migliore. Io sono felice di andare a Roma e di mettermi in gioco al livello più alto in Italia.

E la Virtus?

È stato un anno bello per le finali che abbiamo giocato, ma difficile. Pillastrini mi aveva detto che era intenzionato a tenermi, il club ha deciso diversamente. Sono successe tante cose strane prima e dopo la fine del campionato, è stato meglio per me andarmene.

A Roma non ci saranno happy hour né allenamenti in piazza.

Sabatini è il proprietario e mette i soldi, giustamente fa quello che vuole. Certe cose non sono ridicole solo se si vince, per fortuna noi vincevamo.

Insomma, quando sfiderà le Vu nere avrà qualcosa da dimostrare?

Non ho rivalse, voglio solo riabbracciare gli amici e molto, da quanto leggo, è cambiato. La Virtus è stata importante per me e i tifosi mi mancheranno. Bologna resta la città migliore per un giocatore di basket.

Drejer a canestro in semifinale scudetto contro Milano

 

DREJER: "SCUSATEMI, NON CE LA FACCIO PIÙ"

di Marco Martelli - La Repubblica - 25/04/2008

«Sono a Copenhagen, non sto facendo molto». La voce è spenta, sfibrata. Christian Drejer, l'ex Principe danese della Virtus, la novità fiammante del mercato 2005, quello del ritorno in A, il ragazzo che nell'ultima estate, ceduto a Roma, avrebbe voluto riscattarsi, non gioca più a basket. L'avrebbero salutato volentieri, i tifosi che furono ammaliati dalle sue movenze, rivedendolo dopodomani in città, attore fra i tanti di Virtus-Lottomatica. Ma da un mese, ormai, la sua vita è altro. Ha chiuso con la pallacanestro, a 26 anni ancora da compiere, piegato dai dolori alla caviglia sinistra, operata già quattro volte. Dopo l'ultima, a Bologna in dicembre, non ce l'ha più fatta. E ha detto basta. «È stata dura - racconta al telefono -, ma dovevo farlo. Per me, per la mia salute, per la mia vita. Non è stato un problema di Bologna o di Roma, il fatto è che soffro da sei anni. Dopo quel folle infortunio a Florida, il mio piede non è più stato lo stesso. Ho provato di tutto, dagli specialisti alle iniezioni, dalle operazioni al giocare sul dolore. Nessuno trovava cos'era, io continuavo ad aver male, ed è difficile rimanere saldi quando tanti, nel frattempo, giudicano. E bocciano. Ora, dopo sei anni d'inferno, sono contento di esserne uscito. Ma la pallacanestro mi manca troppo».

Flashback doveroso. Novembre 2002, Gainesville, Florida. In allenamento, dopo un rimbalzo, a Drejer, ricadendo sul piede di un compagno, si gira la caviglia. Due giorni dopo, fasciato, il piede s'infetta: operazioni, cure, 15 chili persi in tre settimane inchiodato a letto. Di lì, non è stato più lo stesso. «Ha iniziato a giocare più preoccupato, con l'ansia. E oltre al problema fisico ha forse perso tenuta mentale», dice Allan Foss, da sempre il suo allenatore in Danimarca, passato più volte da Bologna nei due anni in Virtus. «Christian è una brava persona, ha personalità, è un grande atleta: forse ha avuto cattivi consigli, forse non è stato ben curato. Ora ha bisogno di riposare la testa».
«Da quel gio

rno non ho mai recuperato - riprende Drejer -. E sono cambiato come giocatore. Più esterno, più tiratore, mentre prima attaccavo sempre il ferro, andavo dentro per schiacciare. Già all'epoca, quando temetti di perdere il piede, pensai alla fine della carriera. Ma amavo troppo il basket, e ho sempre trovato situazioni stimolanti che potessero aiutarmi a risolvere il mio problema. Chissà, forse senza quell'infortunio non sarei mai tornato in Europa».

Sfinito da centinaia di controlli medici, Drejer non ha smesso di aver male. Il problema, una condropatia della caviglia, è assimilabile a quello di Van Basten, che si ritirò a 28 anni. Ai guai cartilaginei, Drejer univa poi un'escrescenza ossea, ora rimossa: eppure, il male è rimasto. «Nessuno m'ha mai saputo dire di cosa soffrissi. Ho fatto di tutto per continuare, soprattutto ad allenarmi: non è stato abbastanza». Tanti, qui e altrove, gli rinfacciavano una soglia del dolore infinitesimale: che il male fosse "di testa", più che "di fisico".

«Ma non è stata questa mancanza di fiducia a farmi smettere. Altrimenti, in estate, non sarei andato a Roma. Dopo essere stato al Barcellona, a Bologna non era facile: l'ultimo mese è stato il più esaltante della mia vita, ma solo perché si vinceva. Il resto, complicato. Ho scelto Roma e non vedevo soluzione migliore: amavo il coach, i compagni, la città, l'appartamento. Tutto. Ci ho provato, non ce l'ho fatta: e Repesa e Bodiroga m'han trattato in modo professionale, non da bimbo piccolo. No, non grido al destino: sono triste, perché la pallacanestro continuo ad amarla, e vorrei starci».

Così Foss, che è il ct della nazionale, gli ha ritagliato un ruolo nel programma federale, per sviluppare talenti giovanili. «Vorrei dare una mano a tutti i ragazzi danesi tra i 15 e i 20 anni. No, io non gioco, né voglio allenare, anche se non escludo che, insegnando ai giovani, mi venga voglia di farlo». Non tornerà. «Il dolore c'è ancora, lo sento pure adesso quando cammino. Non riesco a correre normalmente. E poi, per com'è messo il piede, so che un anno di stop non mi farà comunque abbastanza bene per giocare. Vorrei non escludere nulla: trovassi un dottore che mi dice "operati in questo modo e puoi rigiocare", mi opererei per la quinta volta e ci proverei. Anche se, dopo tante illusioni, sarebbe la cosa più difficile». Il suo ultimo canestro, la sua ultima volta sul parquet, rimarrà uno sbiadito golletto in contropiede, due contro due, in una gara strafinita contro Teramo. Assist di Ukic, appoggio al tabellone. Il viso triste, lo sguardo basso, le mani sulla vita. Zoppicava.