LUIGI RAPINI

Gigi Rapini scarica in entrata, alla Sala Borsa

nato a: Bologna

il: 21/07/1924 - 18/09/2013

Stagioni alla Virtus: 1941/42 - 1942/43 - 1945/46 - 1946/47 - 1947/48 - 1948/49 - 1949/50 - 1950/51 - 1951/52 - 1952/53 - 1953/54 - 1954/55

palmares individuale in Virtus: 5 scudetti

biografia su wikipedia

 

GIGI RAPINI SI RACCONTA A VIRTUSPEDIA

di Roberto Cornacchia – V Magazine aprile/giugno 2009

 

Il basket a Bologna cominciò a diffondersi negli anni ’30. Io entrai per la prima volta nella palestra della S. Lucia nel 1934, decenne, anche perché allora la vita sociale non offriva molte alternative alla strada o alle parrocchie. Inoltre la S. Lucia, nonostante il polverone che si alzava quando tutti cominciavano a correre, fungeva anche da palestra per gli istituti Dini Valeriani e Galvani che erano nei pressi. Quindi, quando le lezioni terminavano, alla polisportiva Virtus, che aveva la gestione della palestra, veniva data la possibilità di svolgere le sue attività: ginnastica, scherma e basket.

Quando io ed i miei coetanei cominciammo a frequentare la S. Lucia avevamo davanti a noi l’esempio visivo dei campioni della generazione precedente: Giancarlo Marinelli, Venzo Vannini, Galeazzo Dondi dell’Orologio, Athos Paganelli, Marino Calza, Carlo Cherubini e Gelsomino Girotti. All’epoca, per quanto adesso possa sembrare assurdo, in pratica giocavamo tutti nello stesso ruolo ed eravamo tutti bolognesi. Poi, per i motivi più disparati, cominciarono ad entrare in squadra anche giocatori di provenienza diversa: Parrella trasferito a Bologna per via del servizio militare, il triestino Bocciai – professore di lingua inglese – temporaneamente comandato a Bologna.

L’attaccamento di Bologna al basket che l’ha fatta definire Basket City nasce in quei tempi, dalla diffusione capillare che ebbe il gioco nel tessuto cittadino. Importantissimi in questo senso i campionati delle scuole dove ogni istituto aveva una squadra: Dini Valeriani, Piercrescenzi, Marconi, Malpigli, Minghetti, Aldrovandi e Manfredi i primi che mi vengono in mente. Di sera, alla S. Lucia, si disputavano due partite.

Poi, oltre ai tornei tra scuole, vi erano anche il palio dei rioni: S. Felice, Saragozza e via via tutti gli altri cercavano, per quanto possibile, di allestire formazioni che potessero dire la loro. Il tutto in un’epoca in cui la retorica fascista spingeva al massimo l’educazione fisica: non a caso al campionato di basket prendeva parte anche il Gruppo Rionale Fascista.

Nel 1941, a 17 anni, giocai la mia prima stagione in Virtus. Erano gli anni della guerra e non posso non ricordare, come prima cosa, la trasferta a Genova. Arrivammo il pomeriggio seguente ad un bombardamento della città avvenuto di notte, dapprima dagli aerei e dal mare. Poco dopo la guerra entrò nella sua fase più cruenta e anche i campionati di basket vennero sospesi.

Nel 45/46 il campionato si divideva in 3 gironi di cui le prime andavano al girone finale. Noi ci classificammo assieme a Venezia e alla Postelegrafonici Roma che però si fece sostituire dalla Libertas Roma. Nella Reyer Venezia c’erano i famosi fratelli Stefanini che, in quanto figli di diplomatici, avevano vissuto il periodo bellico in Brasile e tornavano apposta per l’occasione. Noi pensammo:”chissà che batosta che prendiamo” e invece vincemmo al termine di una gara stupenda.

Però la vita di noi sportivi di allora era diametralmente opposta a quella attuale. Innanzitutto la base era l’amicizia. Soldi non se ne vedevano, anzi, fu già tanto che per la vittoria del primo scudetto ci sia stata pagata la cena al Ristorante Diana. Poi le trasferte: all’epoca gli spostamenti erano tutt’altro che automatici come ora e andare fuori regione era una privilegio che pochi si potevano permettere. Nessuno di noi, se non fosse stato per prendere parte al campionato, era aveva mai avuto la possibilità di uscire dall’Emilia-Romagna. Per non parlare poi del mangiare fuori. Rammento la prima volta che, durante una trasferta a Venezia, andammo a pranzare in un ristorante di Mestre. Quando il cameriere mi chiese se volevo il menù io risposi con un sì piuttosto dubbioso perché avevo il dubbio che si trattasse di una portata. I premi per la vittoria dello scudetto, ammesso che ci fosse anche la cena al ristorante, di solito erano delle medagliette, inizialmente in argento e poi in oro, ma piuttosto piccole.

Per quanto riguarda invece l’apprendimento della tecnica, in un’epoca in cui non c’erano allenatori che potessero trasmettere qualcosa, noi avevamo la fortuna di avere continuamente sotto gli occhi dei giocatori esperti e affermati i quali ci facevano anche beneficiare del fatto che, tenendosi in contatto con i giocatori di Roma, Venezia, Genova, Milano, ecc., cercavano di stare aggiornati sulle novità tecniche.

Tutto era molto empirico: ci si arrangiava come si poteva, eravamo tutti autodidatti e in difesa si attuava solo la difesa a uomo. Più o meno si sceglieva il proprio avversario in base a caratteristiche fisiche similari. Fino al 46/47 si può praticamente affermare che non ci fossero dei pivot di ruolo. Fui io uno dei primissimi, se non il primo in assoluto, a giocare spalle a canestro. Ciò fu dovuto al fatto che avevo notato, durante un torneo a Nizza, che un giocatore della squadra parigina si metteva spalle a canestro e poi tirava in una maniera del tutto innovativa. Era un mezzo gancio e non appena fui di ritorno a Bologna volli esercitarmi nell’utilizzo di questa novità. Mi facevo passare la palla dai miei amici e provavo e riprovavo, anche davanti allo specchio, per meglio capire come muovermi e come smarcarmi. A forza di tentativi il movimento cominciò a diventarmi naturale e lo trasformai nella mia arma preferita. Poi in seguito altri sono diventati famosi per il gancio, giocatori come Vittori e Vlastelica, ma fui io li primo a farne un utilizzo massiccio nel campionato italiano.

Subito dopo la guerra il punto di riferimento tecnico diventarono gli statunitensi, anzi già prima della fine dell’evento bellico. Infatti, Roma per un po’ ha beneficiato del fatto di essere stata liberata dalle truppe alleate prima, potendo avere contatti coi militari americani in anticipo rispetto alle squadre del Nord Italia. Tramite Aldo Giordani, che stette a Bologna un anno ma veniva da Roma e aveva dei buoni contatti, riuscii ad ottenere dei libri americani, in particolare uno sulla difesa a zona a firma di Clair Bee, all’epoca uno dei tecnici più considerati. Si parlava di 1-2-2, di 2-3: per noi si apriva un mondo nuovo. Noi, abituati a difendere a uomo, la adattammo e ne ricavammo una specie di zona-uomo che, per diversi anni, fu un vero rompicapo per gli attacchi avversari: fu uno degli strumenti più importanti che consentì alla Virtus di vincere quattro scudetti consecutivi. Nonostante il vantaggio iniziale, i romani non seppero trarne profitto perché non avevano assimilato tutti gli insegnamenti che avevano avuto: il velo che avevano imparato ad utilizzare non lo facevano correttamente e alla fine anche loro finivano col cozzare contro la nostra impenetrabile zona-uomo.

Le prime difese a zona cominciarono a vedersi nel dopoguerra. Dapprima nessuno sapeva cosa fosse, poi cominciarono a tenersi i primi stage di allenatori americani a Roma, memorabili quelli tenuti da Lou Carnesecca e da Jack Ramsay. Fu in quelle occasioni che cominciammo a capire che si poteva “attaccare” anche nella propria metà campo, come si difendeva a seconda della mano che usava il palleggiatore, cosa fossero il raddoppio, il “sacco”, il pick&roll e tante altre cose per l’epoca rivoluzionarie.

Quello che è cambiata in maniera più evidente rispetto a quei tempi è la tecnica individuale. Si consideri che noi facevamo due allenamenti serali a settimana, non come ora che gli atleti non hanno altro di cui occuparsi dalla mattina alla sera. Oggi ogni ragazzetto sa tirare in sospensione, palleggiare di destro e di sinistro e in mezzo alle gambe, cosa che noi non avevamo nemmeno mai provato a fare. Il massimo che uno poteva tentare era di imparare a tirare con la mano debole, per avere qualche freccia in più nel proprio arco.

Quello che era vitale era avere modo di avere contatti con gli americani. Ogni torneo era l’occasione per vederli giocare e carpirgli qualche segreto. Cominciarono anche a vedersi i primi stranieri in campionato. A Bologna c’era Germani che giocava nel Gira, Mascioni nel Varese che in seguito venne alla Virtus.

Trieste aveva 2/3 giocatori fortissimi, ricordo in particolare Bessi, tra l’altro un’autentica sagoma. Era andato a giocare in Francia contro l’Alsace-Lorene e, come da prassi, aveva stretto amicizia con gli avversari. Quando questi, a distanza di tempo, vennero in Italia per il retour-match nell’incontrarlo gli andarono incontro dicendogli “Mon ami!”. La risposta di Bezzi fu “mona a tì!”.

Poi venne il tempo in cui cominciarono ad arrivare i primi giocatori da fuori Bologna: Calebotta, Alesini, Canna. Era il periodo in cui a Bologna c’erano 3 squadre: oltre a noi c’erano anche il Motomorini e il Gira. Il Motomorini aveva giocatori del calibro di Vianello, Sardigna, Vittori e Monti. E se qualcuno non avesse convinto Morini a smettere col basket per dedicarsi alle competizioni motociclistiche avrebbero presto vinto lo scudetto. Poi, a causa di scelte sbagliate, se li sono lasciati scappare e non sono più tornati quelli di prima.

Ricordo che Tracuzzi, all’epoca considerato uno dei più profondi conoscitori del gioco, quando venne a giocare contro di noi a tre minuti dalla fine si fermò a palleggiare a metà campo senza tentare mai di andare a canestro e finì la partita così. Quando gli chiedemmo il motivo di tale comportamento (all’epoca non c’era l’obbligo di tirare entro un certo periodo di tempo) la sua risposta fu: “se continuiamo a giocare, anziché perdere di 6/8 punti, perdiamo di 20”. Un atteggiamento che francamente non capisco, ma Tracuzzi è sempre stato un tipo un po’ particolare.

Difatti con Tracuzzi ebbi dei problemi quando venne ad allenare la Virtus. Non potevo sopportare questo suo modo di fare arrogante, che si ripercuoteva più che su di me sulla Virtus. Ricordo una gara contro il Panellinios dove ci facemmo letteralmente prendere in giro e io, che fino a quel momento ero sempre partito in quintetto, per meriti e non per altro, venni messo in campo a 2 minuti dall’intervallo. Poi nel secondo tempo altri due minuti e poi di nuovo. Stanco di farmi pigliare per il naso e di vedere umiliata la maglia per la quale avevo lottato fin da ragazzo, me ne andai e la società non fece nulla per trattenermi.

La caratteristica principale che rese la Virtus un’autentica corazzata di quei tempi fu l’essere formata da giocatori come Marinelli, Vannini, Dondi, Bersani e altri che avevano un attaccamento alla maglia incredibile. La nostra massima aspirazione era di vincere per l’orgoglio di far primeggiare la Virtus e la città di Bologna. La cosa che più ci remunerava dei nostri sforzi, più che soldi che non c’erano o la fama locale, era la possibilità di partecipare a delle trasferte anche all’estero, all’epoca cosa riservata solo ad una ristrettissima parte della popolazione. A quei tempi, uno che non avesse questa possibilità, al massimo poteva andare fino a Budrio o a Modena. Quando tornavo ad esempio da Milano o Torino o Venezia tutti venivamo a chiedermi informazioni su quelle città come adesso nessuno le chiede nemmeno ad uno che è tornato dal giro del mondo. Inoltre ho avuto anche il privilegio di giocare 36 partite con la Nazionale e questo ha sicuramente aumentato il numero delle nazioni che ho potuto visitare: in maglia azzurra ho preso parte alle Olimpiadi di Londra e di Helsinki nonché ai campionati mondiali universitari di Parigi.

Alle Olimpiadi di Londra non andammo molto bene. A parte gli Stati Uniti all’epoca inarrivabili, le altre nazioni, a differenza di noi che da molti anni prima della fine del conflitto non avevamo contatto con gli statunitensi, erano progredite più di noi. Il Venezuela giocava con Paraguay, l’Uruguay contro l’Argentina, il Canada con gli Stati Uniti, la Francia un po’ in tutta Europa. Solo noi, a causa della risoluzione delle Nazioni Unite, non avevamo contatti fuori dal paese, ad eccezione della Germania.

Ma, aldilà delle poche soddisfazioni sportive, le Olimpiadi furono un’esperienza individuale irripetibile. Avemmo modo di vedere tante squadre nuove, dei diversi modi di giocare ma anche modi di comportarsi e di pensare per noi inconcepibili. I sudamericani erano i più incredibili, specie i brasiliani. Nei tempi morti delle partite, minuti di sospensione compresi, vestiti nelle loro casacche sgargianti, facevano di continuo musica con qualsiasi cosa gli capitasse nei paraggi: scatole di sigarette o cerini, erano sempre intenti ad impostare ritmi, fino a quando non cominciarono a venire alle partite addirittura con degli strumenti. Per noi era una cosa fuori dal mondo, abituati come eravamo a farci bastare un paio di scarpette e delle tenute dai colori scialbi.

Ad Helsinki le cose andarono un po’ diversamente: di contatti con gli americani nel frattempo avevamo cominciato ad averne anche noi e anche se ci volle del tempo per colmare il gap iniziale, facemmo una figura migliore, anche perché ci presentammo con dei giocatori di buon livello. Comunque, anche solo con la Virtus avevo visto già avuto l’occasione di vedere molti posti nuovi. Eravamo bravi e conseguentemente richiesti un po’ dappertutto: Casablanca, Tunisi, Montpellier, Metz, Bruxelles, ecc. Rammento vividamente il primo volo, destinazione Casablanca. Nessuno aveva il coraggio di ammettere di aver paura a prendere l’aereo ma sono sicuro che tutti, sotto sotto, fossero un bel po’ preoccupati, come me. Furono esperienze stupende e sicuramente formative, non solo dal punto di vista cestistico, come pochissime altre.

Anche io ebbi la mia parte nella diffusione del basket in città. Al termine del mio periodo agonistico, diedi vita al minibasket a Bologna. Grazie a delle amicizie , ottenni di poter fare due lezioni di sera nella palestra di Via Dante. Fin dal primo anno raccolsi 30/40 ragazzi, fra i quali mio figlio e il figlio di Ranuzzi ma ben presto mi fu chiaro che da solo non avrei potuto fare di più. Coinvolsi allora nella mia iniziativa Romboli, che allora giocava e che sarebbe stato padre di due futuri giocatori virtussini. Ben presto anche Romboli raggiunse il numero massimo di allievi che poteva seguire e allora, forte del successo che stava riscuotendo la mia iniziativa, decisi di portare avanti un discorso ancora più ampio. Fu così che ci rivolgemmo alla Coca Cola dei fratelli Caroselli per ottenere la loro sponsorizzazione: la nostra richiesta venne accolta e, grazie a questo munifico intervento, in tutti i doposcuola di Bologna vennero montati dei canestri. Io mi occupai di fare un corso ai maestri presso il Comune in modo da impartir loro i rudimenti del basket da trasmettere ai ragazzini. Poi, vincendo i titoli ovviamente il terreno reso fertile generò sempre maggiore attenzione e passione. Così nacque Basket City.

Mio figlio era un discreto giocatore e già da giovane era piuttosto promettente. Un giorno venne Porelli da me a chiedermi se avessi avuto piacere di mandare mio figlio nelle giovanili della Virtus. Ovviamente non ci poteva essere nessuno più contento del sottoscritto di questa cosa. L’unica cosa che dissi all’Avvocato fu che, se e quando non avessero ritenuto che mio figlio avesse potuto giocare nella Virtus, lui fosse libero di andarsene senza nessuna complicazione legata all’allora vigente cartellino. Manco a dirlo, dopo qualche anno di giovanili Porelli venne a dirmi che pensava di venderlo a qualche squadra. Ovviamente gli feci presente il nostro accordo ma lui andò su tutte le furie e mi cacciò una sceneggiata ridicola. Da allora non l’ho più nemmeno salutato: per me, quando uno manca di parola, non esiste più.

Per quanto riguarda i giocatori italiani di adesso, devo dire che la nostra Nazionale vive veramente un brutto periodo: appena salta fuori un giocatore valido se ne va nella NBA. E poi tutto ormai viene concepito solo come uno spettacolo, uno guarda in campo e vede 5 neri in canotta: ma non siamo in Italia? Mentre invece nei paesi della ex-Jugoslavia esportano giocatori in tutto il mondo perché hanno il coraggio di buttarli in prima squadra fin da giovanissimi e farli giocare. Come è possibile che un giovane italiano maturi se sta sempre seduto in panchina? Fortunatamente ultimamente sono venute alla ribalta piccole società come Montegranaro, Avellino e altre che offrono qualche possibilità ai giocatori italiani di stare in campo.

Diventa molto difficile vincere senza un centro: basta vedere che chi prende più rimbalzi e perde meno palloni di solito è quello che vince. E noi ne quest’anno ne perdiamo 30 a partita, di cui 15 Boykins da solo: al massimo bisogna perderne 10/12 a gara, non di più. Così come coi rimbalzi: 8 rimbalzi in più significa quasi 8 punti in più, che spesso fanno la differenza tra la vittoria e la sconfitta.

Mi sono meravigliato del successo della Virtus contro il Galatasary che pensavo essere una squadra molto forte. Si vede che hanno giocato bene. Del resto la Virtus di quest’anno non è scarsa, quando è terminato il mercato ho detto che poteva arrivare nei primi tre/quattro posti. Ma non di più, perché manca un centro. E senza centro non puoi andare più avanti. In questo sono d’accordo con Boniciolli, siamo troppo leggeri.

Quello che mi dispiace è che avevamo un centro come Crosariol. L’ho visto un paio di volte in tv e devo dire che un giocatore del genere in Europa non ce l’ha nessuno: passa, tira, stoppa, corre per il campo. Ricordo che quando lo vedevamo giocare l’anno scorso io e miei amici nel vederlo dicevamo: “Ma guarda questo qui, che ha un fisico che potrebbe spaccare il mondo e sembra che stia in campo per dispetto”. Vabbè che i lunghi ci mettono sempre un po’ di più a migliorare ma adesso è migliorato davvero tanto. In quelle due partite mi ha veramente impressionato: complimenti a lui. Certo che lui è fisicamente molto dotato, come del resto i giocatori di colore. Non c’è niente da fare, hanno qualcosa in più di noi altri. Noi non abbiamo la stessa elasticità, i nostri muscoli e legamenti non sono uguali ai loro, loro sono esplosivi. Uno che per caratteristiche atletiche poteva essere paragonato ai giocatori di colore era Pellanera, un atleta incredibile.

Rapini in uno dei tanti derby che si disputavano in Sala Borsa (foto W. Breveglieri)

Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Gigi Rapini è stato forse il primo pivot (m 1,90 abbondanti) della storia del basket italiano. Scrive Franco Flamini nel 1952: "Rapini nacque per la pallacanestro nella palestra di Santa Lucia col nome di "ciccione", tredici anni, 85 chili di peso ed uno spiccato senso del canestro. Era però talmente sgraziato nei movimenti che ben presto sul suo capo si riversò tutta l'arguzia dello sfottò cestistico petroniano. Il ciccione non ci badò molto e continuò. Fece comunella con altri due ragazzetti, Ferriani e Ranuzzi, e pensò a crescere. Ci penso con tanta intensità, che in 15 giorni, complice l'Adriatico, crebbe 10 centimetri. Era diventato qualcuno. Al resto ci pensò la Virtus, società alla quale Rapini è rimasto sempre fedele, anche quando, messi i calzoni lunghi ed una certa aria spavalda, per via dello scudetto tricolore all'occhiello, le richieste di trasferimento non mancarono".

E dal punto di vista tecnico Rapini era un giocatore all'avanguardia: "... dopo la guerra per un centro era il tempo di trasformarsi in pivot. Il grande Gigi fece il grande passo. Passarono gli anni, un duro tirocinio, ma ne valeva la pena. Prima che avvenisse la rivoluzione del gigantismo Rapini era già il miglior pivot che l'Italia avesse mai avuto. Era la forza della Virtus, il perno attorno al quale girava tutto il suo gran gioco. Se un accostamento si può fare direi che è stato il Mrazek italiano, l'uomo cioè in grado di imporre la sua sigla alla manovra, abile sia nel concludere che nel far concludere. Primo fra tutti comprese la grande importanza del gioco di gambe, specie per un pivot. Compassato nei movimenti, lasciava poco al caso. Ogni partita era per lui un problema da risolvere, anzi da studiare e risolvere, perché era il cervello che doveva lavorare, imporre ai muscoli la sua volontà. Amava Rapini indugiare sornione ai limiti dell'area dei tre secondi, ricevere e restituire la palla più volte, ma quando le sue gambe sentivano la posizione giusta e qualcosa l'avvertiva che il suo diretto avversario si trovava sbilanciato allora partiva il suo "a fondo": un inimitabile tiro in sottomano che sembrava allungare le sue braccia in maniera spropositata. Lo paragonarono ad un polipo per quelle sue braccia lunghe onnipresenti".

 

SETTIMO CIELO

Tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

(...)

Gigi Rapini da ragazzino lo chiamavano "il ciccione". Narrano le cronache del tempo che il gran ciccione in poco tempo mise su dieci centimetri in più e dunque cancellato il ciccione e spazio all'atletone. Il primo vero pivot, scrivevano gli esperti d'antan.

(...)

Nasce il pivot, ma nasce prima con Marinelli o poi con Rapini? Fa lo stesso, nasce in quegli anni così tinti di bianco-nero.

(...)

 

TRE VOLTE, LA VIRTUS, CAMPIONE D'ITALIA

da un quotidiano del 1948

 

(...)

Ventiquattro anni, impiegato, celibe (anche lui ancora per poco). Ala scattante, velocissima, dal tiro a media distanza strano, ma infallibile. Di statura normale, in campo cresce di un metro. Tutte le palle sono le sue e quando scatta sono guai. Due anni di serie A ed eccolo a Milano in maglia azzurra.

(...)

 

QUEI FONDAMENTALI IMPARATI ALLO SPECCHIO

di Luigi Rapini - Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

Quando si iniziò a giocare in Sala Borsa, io respiravo pallacanestro da tempo. Cominciai a frequentare la palestra di Santa Lucia nel ’34, quando Marinelli e Dondi erano idoli. Nel ’41, a diciassette anni, giocavo in Serie A. Santa Lucia mi risveglia ricordi vivissimi: c’era il vecchio custode alla De Amicis, severo e segaligno, che suonava la campana al cambio dei turni, e c’era la segreteria col commendator Negroni che scriveva sul foglio con la cannetta. Quando ci trasferimmo in Sala Borsa, nel dopoguerra, fu come perdere un amore per trovarne un altro. Lì ci fu la vera esplosione della nostra attività, quel luogo divenne la cassa di risonanza di tutto quel che avevamo costruito prima in via Castiglione. Ma c’era ancora tanto da capire, da imparare. Noi andavamo in campo con poche regole precise: c’era il centro, due ali e due difensori. C’erano alcuni fondamentali, ma li eseguivano senza conoscerli. Per dire: Marinelli arrivava sotto canestro e sui tiri sbagliati degli avversari smanacciava il pallone fuori riaprendo l’azione. Non sapevamo nemmeno che si chiamassero rimbalzi. Quando perdemmo la famosa partita con la Francia in Sala Borsa, loro facevano il velo e noi non capivamo perché mai un francese si presentasse regolarmente da solo sotto canestro.

Io, comunque, sono sempre stato curioso di tutto. Ricordo un torneo di Natale a Nizza in cui giocai ancora contro i francesi. Vedevo Goeuliot che, servito da Buffières, faceva una mezza giravolta. Noi si tirava sempre faccia a canestro, all’epoca. Tornato a casa, cominciai a provare quei movimenti spalle a canestro davanti allo specchio. Dopo un po’ iniziai a metterli in pratica al campo della Virtus. Con quegli accorgimenti avevo due opzioni in più: il sottomano, che gli avversari capirono molto in fretta, e il gancio, che in Italia è nato con me. Molti dicono che io sia stato il primo pivot puro della nostra pallacanestro. Di sicuro credo di essere stato il primo ad andare sotto canestro, dove prima non andava nessuno se non in contropiede. Quella scelta cambiò molte cose, perché costrinse le difese ad attrezzarsi e a entrare. Resta il fatto che se ripenso alla mia carriera mi accorgo che devo tutto a Franco Bersani. Con lui c’era un feeling particolare, i suoi passaggi erano vere e proprie “stangate” che per me erano semplicemente perfette.

Certo che era davvero un altro mondo. Dopo il primo scudetto, quando battemmo in finale la Reyer a Viareggio, il premio fu un bagno in mare. Si lavorava tutti e si viaggiava coi ritmi di allora. Se andavamo a giocare a Trieste tornavamo alle cinque del mattino a Bologna, e io alle otto e mezza ero già nel mio ufficio in banca. Quando mi convocarono per l’Olimpiade di Helsinki presi l’aspettativa col blocco dello stipendio e conseguentemente della carriera. Le cose iniziarono a cambiare quando Zambonelli portò a Bologna Tracuzzi. Con lui iniziò il professionismo. Prima giravano quattro soldi: prendeva qualcosa Marinelli, forse anche Ranuzzi. Per il resto, la società ti trovava un lavoro ed era festa. Tracuzzi è stato un innovatore e anche lo spartiacque tra due Virtus. Io ero già maturo, e per questo non fu semplice capirci. Organizzò una squadra in cui partivo dalla panchina. Fu la nascita di un nuovo gruppo: il nostro, che faceva della coesione la sua forza, finì lì. Me ne andai al Gira, ma abbandonare la Virtus fu difficile. È stata la mia casa, ancora adesso mi sento quella V nera cucita addosso. E quei giorni in Sala Borsa li ho ancora tutti qui, vivi e colorati nella memoria.

I classici personali di Rapini (foto tratta dall'Archivio SEF Virtus)

ERAVAMO QUATTRO AMICI AL BAR

di Roberto Cornacchia - V Magazine - Novembre 2008

 

Sembra l’inizio di una canzone di Gino Paoli, ma in realtà è quello che succede ogni sabato mattina in un bar dei colli bolognesi: quattro amici, legati da un antico cameratismo nato dalla comune militanza nella Virtus, si trovano per chiacchierare di basket, donne, politica e altri fatti della vita.

I quattro amici in questione non sono proprio i soliti vecchietti che, braccia dietro alla schiena, si fermano a commentare i lavori in corso. Si tratta di Gigi Rapini, classe 1924, 5 scudetti vinti con la Virtus in 12 stagioni tra il ’41 e il ’55 interrotte solo dalla II Guerra Mondiale; “Carlito” Negroni, classe 1925, 5 scudetti in 12 stagioni tra il ’46 e il ’58; Dino Zucchi, classe 1927, 1 scudetto in 5 stagioni fra il ’48 e il ’53; Corrado “Giusto” Pellanera, classe 1938, nessuno scudetto in 11 anni di militanza bianconera dal ‘57 al ’68. In totale fanno 11 scudetti e non so quante presenze in Nazionale radunate attorno al tavolino sulla terrazza.

Dino Zucchi oggi non c’è: ha qualche acciacco e, a 81 anni, si deve curare. Ma gli altri non lo dimenticano e lo chiamano al cellulare per fargli gli auguri di pronta guarigione, ai quali ci uniamo anche noi di V Magazine.

“Volevo dire una cosa…” esordisce Pellanera, uno scultoreo 70enne che ancora si dedica ad insegnare basket. Ma subito Negroni lo interrompe: “Zitto te, che non hai mai vinto niente”. “Allora, se è per quello – replica Rapini – devo parlare io, visto che sono l’unico qui ad aver partecipato a due Olimpiadi…”. E se non ci fossi io a cercare di farmi raccontare qualcosa delle loro gloriose carriere di uomini di sport, sarebbero ancora lì a prendersi per i fondelli, dopo averlo fatto ininterrottamente per decine di anni…

Quello che parla più di tutti è Rapini (del resto, ha fatto due Olimpiadi…), Negroni si scalda in particolare quando si parla di donne e Pellanera è il più paziente, una qualità forse maturata anche a causa dei tanti secondi e terzi posti, ben nove, collezionati dalle Virtus in cui ha giocato.

Rapini ricorda gli anni pionieristici in cui Bologna ha messo le basi per diventare Basket City: “All’epoca c’era un favoloso campionato delle scuole, sotto l’egida del G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio): vi partecipavano la Minghetti, la Galvani, la Piercrescenzi e le tribune erano piene di gente. E con la bella stagione si disputava il Palio Estivo, con i vari giocatori di serie A sparpagliati nelle varie formazioni di quartiere”. Già prima della Guerra Mondiale il basket a Bologna era già profondamente radicato, come non lo era in altre città: “A mio avviso furono proprio le scuole, dove una buona parte degli insegnanti di Educazione Fisica lo facevano praticare, a diffondere capillarmente la passione per il basket. Poi la rivalità fra le scuole fece il resto, così come, anche in seguito, la rivalità cittadina si sarebbe rivelata un volano inesauribile per la diffusione del gioco.”

Rapini è l’unico fra i presenti che ha giocato alla Santa Lucia, la chiesa sconsacrata di Via Castiglione che è stato il primo campo della Virtus. Quando, alla fine delle ostilità, si poté tornare ad uno stile di vita più normale e anche dedicarsi nuovamente al basket, la palestra venne requisita dal comune per dare ospitalità ad una scuola per muratori: c’era un paese da ricostruire e le priorità erano altre. Per un anno si giocò al campo Ravone, all’aperto, come avveniva nella quasi totalità degli altri campi in Italia. “Ricordo una trasferta a Gallarate – stavolta è Negroni a parlare –. Quando ci presentammo per giocare ci vennero incontro con dei badili. La notte precedente aveva nevicato e bisognava sgombrare il campo. Poiché i soldi erano sempre contati e bastavano a malapena per coprire i costi delle trasferte, non potevamo certo tornare un’altra volta: e allora vai di olio di gomito…”.

“Ma ‘Carlito’ come nasce?” chiedo io. “Ma niente – sorride Negroni – è solo un nome più esotico, alle ragazze queste cose piacciono…”.

Il basket era molto diverso da come lo conosciamo adesso. “Non abbiamo mai visto il becco di un quattrino – in coro Rapini e Negroni – e si giocava per divertirsi e per girare il mondo, cosa all’epoca riservati a pochi fortunati. Eravamo tutti bolognesi e questo non poteva che renderci ancora più uniti. Siamo stati in Francia, Belgio, Spagna, Tunisia, Marocco e abbiamo portato lustro al nome della Virtus che veniva, per questo motivo, richiesta spesso nei tornei internazionali”.

Non solo le finanze, anche il gioco era più povero rispetto a quello attuale. Chi aveva la fortuna di avere dei contatti diretti con gli americani ne traeva vantaggio, chi non li aveva cercava di imparare come poteva, anche attraverso i libri. L’allenatore della Nazionale Van Zandt era un ottimo insegnante così come lo fu Paratore, che proveniva dall’Egitto dove aveva avuto contatti con degli statunitensi. Ma furono clinic come quelli di Lou Carnesecca e di Jack Ramsay che rivoluzionarono la concezione del gioco.

Una sera si tenne, presso la Sala Borsa, una serata danzante di beneficenza per raccogliere fondi per acquistare dosi di penicillina. Sempre attratti dall’opportunità di conoscere delle signore, parteciparono alcuni giocatori della Virtus, e fra costoro non poteva mancare Carlito. “Stavamo ballando quando mi venne lo scrupolo di misurare se le dimensioni erano sufficienti per contenere un campo regolamentare. Percorsi la sala a passi lunghi e vidi che ci sarebbe stato perfettamente. Allora dissi a mio padre, all’epoca Segretario Generale della Provincia, di interessarsi della cosa presso la Cassa di Risparmio, proprietaria dell’immobile. Quando chiarimmo che gli allenamenti pomeridiani e le partite della domenica non avrebbero recato nessun disturbo a chi ci lavorava di mattino, ci venne concessa la Sala Borsa”.

“Occhio che quello che racconta Carlito bisogna prenderlo con le molle – interviene Rapini – un po’ perché racconta delle balle e un po’ perché non si ricorda…”

Fu così che il basket bolognese cambiò “tempio”, dalla S. Lucia alla Sala Borsa dove Rapini e Negroni furoreggiarono per anni. Ma dopo i 4 scudetti consecutivi dell’immediato dopoguerra, seguono anni di piazzamenti onorevoli ma non baciati dallo scudetto: si pensa per la prima volta a prendere giocatori da altre città e arrivano Calebotta, Canna e Alesini che costituiscono il nucleo della Virtus Minganti che, allenata da Tracuzzi, vince i titoli del ‘54/’55 e del ’55/’56. Rapini partecipa solo al primo dei due scudetti poi bisticcia con Tracuzzi e si trasferisce al Gira. Negroni rimane anche l’anno successivo e anche oltre, cosa che gli permetterà di pareggiare il conto degli scudetti con Rapini e che che gli permetterà di guadagnare un maggiore minutaggio nelle future discussioni al bar. Nel frattempo la sete di basket felsinea è tale che nemmeno la Sala Borsa può più bastare a placarla: nel 1954 iniziano i lavori del Palazzo dello Sport di Piazza Azzarita nel quale esordirà, nel dicembre 1956, una Virtus della quale Negroni è capitano.

L’anno seguente è l’ultimo di Negroni alla Virtus ma anche il primo del giovane Pellanera, proveniente da Teramo. “Carlito era il mio capitano – rammenta Pellanera – però saliva in campo per darmi il cambio”. “Ma se una volta che ero entrato – replica seccato Carlito - non scendevo più perché facevo canestro più di te…”. In effetti Pellanera non era considerato un realizzatore, nonostante in un anno sia riuscito a segnare più punti del capocannoniere designato Gianfranco Lombardi. Pellanera, proveniente dall’atletica leggera, aveva dei mezzi fisici quasi illegali per l’epoca: correva gli 80 metri in 9”1, saltava 7 metri nel lungo e m. 1,90 nel salto in alto con lo stile Horine o western roll. Un anno venne convocato contemporaneamente tra i Probabili Olimpici sia del basket che dell’atletica leggera. Questo suo atletismo lo metteva in condizioni di coprire, più o meno volente, le distrazioni difensive di Lombardi: “Dado aveva una mano fatata, sapeva fare canestro – è Pellanera che parla - e io mi facevo il mazzo in difesa anche per lui”. Pellanera a Bologna si trova a meraviglia e vi rimane anche dopo la carriera da giocatore. “Anche quando – è Pellanera che ricorda - dopo aver litigato con Porelli, me ne andai, appena potei, cioè l’anno seguente, accettai l’ingaggio della Fortitudo perché volevo tornare a Bologna”. Si intromette Rapini: “L’abbiamo civilizzato noi, veniva dal profondo Sud”. “Ma se l’unica cosa – ribatte Negroni – che ha imparato a dire in bolognese sono le parolacce…”.

Rapini ha continuato ad essere una presenza attiva nel basket anche dopo aver appeso le scarpe al chiodo: ha allenato per diversi anni nelle leghe minori e si vanta di essere stato l’inventore in Italia del minibasket. “Nel ’55 feci un corso di basket ai maestri di scuola – racconta Rapini – e grazie all’aiuto di Comune, UISP e la Coca-Cola radunai 30 ragazzi che giocavano nel dopo-scuola. Poi l’anno seguente aumentarono e dovetti suddividerli in 4 corsi e l’anno successivo dovetti cercare dei collaboratori”. Rapini, un vulcano di idee, fu promotore di un’altra iniziativa: nel ’68 organizzò il raduno degli ex-Nazionali. Riuscito a scucire 15 milioni di lire a Petrucci, riesce a radunare circa un centinaio di ex-atleti della Rappresentativa Nazionale, un evento che, visto il successo, verrà poi ripetuto per anni a venire.

Anche Pellanera ha allenato per diversi anni, in un periodo in cui il gioco stava subendo veloci cambiamenti rispetto a quello praticato pochi anni prima e di allenatori con un importante passato da giocatori ce n’erano pochi: erano gli anni in cui i santoni delle panchine erano Peterson, Bianchini e Taurisano. Pellanera ha allenato in tutte le serie, con l’apice di 3 stagioni in serie A2 a Pordenone, dove ha avuto come straniero John Fultz al suo ritorno in Italia dopo le stagioni all’estero e dove ha contribuito a far crescere giocatori come Fantin e Daniele che avrebbero fatto parte, seppure con impatto diverso, della Virtus della stella.

“Nel basket odierno, c’è ancora molta gente che non distingue la tecnica dalla tattica – si infervora Rapini”. Anche Pellanera dice la sua “Non capisco perché a dei giocatori che hanno dimostrato in carriera di saper fare in campo delle scelte giuste, non li si faccia diventare degli allenatori. Brunamonti, ad esempio, è sprecato a fare il dirigente: uno con il suo sapere cestistico dovrebbe fare l’allenatore e cercare di trasmetterlo”. Ormai il piacevole ritrovo volge al termine: domattina Pellanera deve tornare nella natìa Teramo dove è stata richiesta la sua consulenza per il settore giovanile e si deve preparare. “Non è mica vero – insinua Negroni – è che ha delle donne ma non le vuole dividere con noi…”.

 

ADDIO A GIGI RAPINI, UN GRANDE NELLA STORIA DELLA VIRTUS

www.virtus.it - 19/09/2013

 

Dodici lunghe stagioni in Virtus, cinque scudetti. È un pezzo di storia e di gloria della Virtus che se ne va con Luigi “Gigi” Rapini, scomparso all’età di 89 anni (era nato il 21 luglio 1924, bolognese e virtussino doc), e la famiglia bianconera si sente improvvisamente più sola e più povera.

Gigi Rapini, nella storia della pallacanestro, è stato probabilmente il primo ad interpretare nel modo giusto il ruolo di “lungo”, dall’alto del suo metro e novanta, roba rara per l’epoca, e della sua capacità di tenere la posizione sotto canestro. Ha conosciuto i luoghi storici del basket a Bologna, crescendo nella palestra di Santa Lucia e diventando il miglior pivot italiano della sua epoca sulle mattonelle di Sala Borsa. Da ragazzino, tredici anni appena, pesava un’ottantina di chili e aveva un gran senso del canestro; si mise d’impegno per imparare i fondamentali, coadiuvato da amici che si chiamavano Ferriani e Ranuzzi, e in breve diventò uno dei giocatori più richiesti sul mercato, ma restò fedele alla canotta bianconera per un’intera carriera. Del suo tiro in sottomano fece un marchio di fabbrica.

Con la Virtus ha vinto il primo scudetto nell’immediato dopoguerra, stagione 1945-46. Il primo di quattro consecutivi (arrivarono poi quelli del 1946-47, 1947-48 e 1948-49). La quinta perla la aggiunse nel 1954-55, in Sala Borsa. In Nazionale collezionò 33 presenze, con 134 punti a referto. Così Gigi, una decina d’anni fa, ricordava quei tempi eroici della pallacanestro nel libro “I canestri della Sala Borsa”:

Noi andavamo in campo con poche regole precise: c'era il centro, due ali e due difensori. C'erano alcuni fondamentali, ma li eseguivamo senza conoscerli. Per dire: Marinelli arrivava sotto canestro e sui tiri sbagliati degli avversari smanacciava il pallone fuori riaprendo l'azione. Non sapevamo nemmeno si chiamassero rimbalzi… Ricordo un torneo di Natale a Nizza in cui giocai ancora contro i francesi. Vedevo Goeuliot che, servito da Buffières, faceva una mezza giravolta. Noi si tirava sempre faccia a canestro, all'epoca. Tornato a casa, cominciai a provare quei movimenti spalle a canestro davanti allo specchio. Dopo un po' iniziai a metterli in pratica al campo della Virtus. Con quegli accorgimenti avevo due opzioni in più: il sottomano, che gli avversari capirono molto in fretta, e il gancio, che in Italia è nato con me. Molti dicono che io sia stato il primo pivot puro della nostra pallacanestro. Di sicuro credo di essere stato il primo ad andare sotto canestro, dove prima non andava nessuno se non in contropiede. Quella scelta cambiò molte cose, perché costrinse le difese ad attrezzarsi e a entrare.
 
Gigi Rapini non è più tra di noi, ma il suo nome, la sua storia e la sua memoria illumineranno per sempre il cielo della Virtus. La società si stringe intorno alla famiglia Rapini in questo momento di grande dolore.