IL PALASPORT DI PIAZZA AZZARITA

(DAL 1996 PALADOZZA)

 

Il sindaco Giuseppe Dozza posa la prima pietra il 15/03/1954 (foto W. Breveglieri)

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

La pallacanestro, il basket, continua a progredire, continua a trovare nuovi praticanti e nuovi spettatori. I vecchi campi non bastano più. Naturalmente a Bologna il vecchio campo della Sala Borsa è già superato da tempo e allora si costruisce una palestra vera e propria, anzi il "palazzo". O meglio, come verrà ribattezzato qualche anno dopo, il "Madison" di piazzale Azzarita. Nel settembre 1956 c'è l'inaugurazione. Non mancano ovviamente le polemiche, c'è chi sostiene che sia troppo grande, che sia uno spreco inutile. Naturalmente si sbagliano e se ne accorgeranno di lì a pochi mesi. Il "palazzo" sembra una specie di disco volante atterrato nel centro medievale, in mezzo ai palazzi dai tipici "coppi" del famoso rosso bolognese.

Oramai il palasport di Piazzale Azzarita, come abbiamo detto, è stato ribattezzato il Madison Square Garden italiano perché pur essendo un impianto del Comune, è successivamente passato in gestione alla Virtus che interviene con opere di miglioria. Affida ad un architetto l'arredamento, installa il parquet oggi in legno "maple", inserisce l'organo che accompagna i minuti di attesa, proprio come al Madison, e poi c'è un solo cartellone pubblicitario, quello dello sponsor, davanti al tavolo della giuria.

L'inaugurazione avviene con un grande torneo al quale partecipano le più forti nazionali dell'est e una rappresentativa azzurra composta anche, ma non solamente, con criteri geografici, che comprende quattro virtussini (Alesini, Canna, Calebotta e Gambini), due girini (Lucev e Macoratti) e Sardagna del Motomorini.

Il PalaSport di Piazza Azzarita nei Giochi Preolimpici del 1960 (foto W. Breveglieri)

BENVENUTI AL PALASPORT - Addio, vecchia bomboniera

Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

Più che la pallacanestro, a giustificare l’idea della costruzione di un grande contenitore per gli avvenimenti bolognesi fu il pugilato. Che allora trascinava le folle, incantate dalle gesta di Checco Cavicchi, impegnato a consumare gli anni d’oro della carriera. Così, mentre Virtus e Gira si producevano nelle prime sfide al cardiopalmo sotto le gallerie della Sala Borsa, qualcuno già iniziava a ragionare della costruzione di un vero palazzo dello sport. Idea partorita all’inizio degli anni Cinquanta e cresciuta tra mille polemiche. Il progetto era appoggiato dal Pci, che guidava la città, e fortemente contrastato dalla minoranza. Pure, andò avanti e superò ogni tipo di ostacolo, in primo luogo quelli di natura burocratica. Le trattative tra Comune di Bologna e Coni, proprietario del terreno nella zona di piazza Azzarita, furono lunghe e delicate. Ma alla fine, il 15 marzo del ’54, un lunedì fradicio di pioggia e freddo, anche il cardinale Lercaro portò in via Brugnoli la sua benedizione del giorno della posa della prima pietra. “Tra la più viva soddisfazione degli sportivi e di tutta la cittadinanza bolognese”, disse nell’occasione l’alto prelato, “abbiamo posto la prima pietra del nuovo Palazzo dello Sport. Con l’acqua lustrale è scesa copiosa su questa pietra anche l’acqua di marzo, non desiderata né invocata. Ma noi l’accettiamo come una più ampia benedizione per questa opera che darà lavoro a molti operai e una casa agli sportivi”. Una cerimonia breve e suggestiva, come ricordano le cronache dell’epoca, e poi la firma della convenzione tra Coni e Comune, con il sindaco Giuseppe Dozza e Giulio Onesti, presidente del Conti, a suggellare l’accordo con una stretta di mano nelle sale delle Collezioni d’Arte in Comune.

La “viva soddisfazione” dei bolognesi, come l’aveva definita il cardinale Lercaro, tardò ad arrivare. In realtà molti non capivano, né sentivano la necessità. Che ce ne facciamo, si chiedevano, di un impianto così grande, roba da settemila spettatori, quando in città ci sono tanti problemi più urgenti? Fu così che il palazzo nuovo di zecca fu subito battezzato, una “cattedrale nel deserto”. Nemmeno troppo sbagliato, se si pensa alla zona di Piazza Azzarita a metà degli anni Cinquanta, così vicina al cuore della città, ma ancora così periferica, frontiera-confine di un centro storico da cui ancora si immagina, si respirava, si intravedeva la campagna attorno. In quanto alla maestosità, non c’erano dubbi. Il palazzo, progettato dall’ingegner Allegra su direttive del Centro Studi Impianti Sportivi del Coni e la cui direzione dei lavori fu affidata all’ingegner Baracchi, aveva dimensioni imponenti. Dati tecnici: “Il Palasport copre un’area di 7200 mq, ha una cubatura complessiva di 85.000 mc. […] Nell’interno sono ricavati 18 gradoni, disposti su uno sviluppo di circa 2500 metri lineari. La cupola poggia su 48 colonne di acciaio incastrate nelle strutture di cemento armato […] la capacità del pubblico a sedere è elevata a un massimo di 7500 posti, con la possibilità di supercapienza di altri 1500 posti in piedi”. Un monumento allo sport, come non se ne erano mai visti.

Due anni e cinque mesi dopo la posa della prima pietra, il 9 agosto del ’56, Dozza e Onesti si ritrovarono per l’inaugurazione ufficiale dell’impianto. Poco più di un mese più tardi, la prima manifestazione sportiva ufficiale. Il IV Trofeo Aldo Mairano, torneo per rappresentative nazionali dedicato all’ex presidente della Federazione Pallacanestro, andò in scena dal 12 al 16 settembre. “Una manifestazione più degna, per tenere a battesimo il capolavoro del Coni” scrive Luigi Vespignani su “il Resto del Carlino”, di martedì 11 settembre 1956, “non poteva essere scelta, perché la partecipazione delle rappresentative cestisticamente più forti d’Europa costituisce indizio sicuro di successo”.

Infatti, in campo c’è il meglio del meglio: Russia, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Svezia. E l’Italia guidata dal tecnico statunitense McGregor, con sei beniamini della Sala Borsa: Alesini, Canna, Calebotta e Gambini della Virtus, Lucev e Macoratti del Gira. Tanto basta per mettere a tacere anche gli scettici: l’occasione per fare il pieno nuovo palazzo è già arrivata, nelle giornate del debutto ufficiale. La grande “prima”, per la cronaca, va in scena alle 20.30 di mercoledì 12 settembre, Italia-Polonia è una festa, finisce 70-54 per gli azzurri. Va detto che gli avversari si sentono un po’ in vacanza. Ancora Vespignani: “I russi sono stati i più assidui al lavoro, anche se non hanno disdegnato un bagno nelle acque del Reno e la visita ai monumenti più caratteristici. I polacchi, invece, hanno preferito prendere conoscenza con la rinomata cucina bolognese”. Tant’è: l’Italia va oltre, perde con onore con l’Ungheria (65-56), lascia ovviamente l’intera posta all’URSS (72-55) e dà una strapazzata ai derelitti svedesi (86-30). Il Mairano lo vince l’URSS davanti alla Cecoslovacchia e l’Italia è quarta tra gli applausi. I titoli di coda servono a fare conoscenza con mondi diversi. Dal “Carlino”: “Al pranzo ufficiale […] si sono visti i giocatori sovietici mantenere la loro abituale austerità (e sì che avevano vinto e si erano presi una bella rivincita sugli ungheresi). […] Cecoslovacchi e polacchi sono apparsi più vicini al nostro temperamento. Dopo il banchetto hanno mostrato di gradire gli assaggi alternati di lambrusco e vodka, si sono lanciati in perigliose gimkane sulle motorette italiane e v’è pure chi non ha esitato ad esplodere in affettuose effusioni verso le statue che adornano il giardino della Montagnola”.

Il ghiaccio è rotto, e il Palazzo dello Sport si annuncia come la nuova casa della pallacanestro bolognese. Lì diventerà “basket”, all’americana, e sotto le luci di potenti riflettori dimenticherà le mattonelle e il “loggione” della Sala Borsa. E nella stagione ’56-57, la prima del nuovo tempio dei canestri, diventa il simbolo di una città che già si mostra regina in Italia, con tre squadre impegnate nel massimo campionato. “Virtus-Minganti, Preti-Gira e Motomorini dispongono di un unico terreno di gioco, quello del Palazzo dello Sport” scrive il 3 ottobre del ’56 il “Carlino”. “Il calendario deve essere formulato in guisa tale che al massimo due compagini debbano giocare, nello stesso tempo, partite casalinghe”. Primi problemi, primi calcoli in una realtà che conta sei stracittadine in una sola stagione. Il primo anticipo è anche la prima volta di una delle squadre bolognesi nella nuova casa. Succede il 19 ottobre 1956, alla prima giornata di campionato. Tocca al Gira Preti, che batte la Stella Azzurra Roma 63-55. Il Primo canestro, per la cronaca, è di Moroutsis, che segnerà 20 punti. Lucev arriverà a 15, Paoletti a 11.

La linea di confine è superata, da qui cambia la storia del basket a Bologna. Le luci della Sala Borsa si spengono. È finita un’era, è iniziata un’era. E all’orizzonte c’è una nuova (e antica) realtà che si affaccia nel paradiso del basket. Si chiama Fortitudo, e con la Virtus incendierà il palazzo con nuovi, infuocatissimi derby. Ma questa è un’altra storia.

La famosa "luce teatrale" voluta da Porelli e poco amata dai fotografi

"PALADOZZA", LA CASA DEL BASKET BIANCONERO"

Il 12 settembre l'intitolazione ufficiale al sindaco che consegnò alla città l'impianto. La Virtus ha presentato al comune il progetto di gestione e di ampliamento: via libera nella stagione 1997/98? Per festeggiare l'avvenimento mostra filatelica e annullo fotografico.

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 20/08/1996

 

Prima il busto, poi la targa. Tutto è pronto, insomma, per intitolare il palazzo dello sport di Piazza Azzarita a Giuseppe Dozza, il sindaco che quarant'anni orsono si era battuto in prima persona per dare alla città un impianto modello. E il "salotto" è rimasto tale in tutti questi anni e l'ultimo maquillage (fondamentale per ottemperare alle nuove norme di legge in termini di sicurezza) non ha fatto che rendere ancora più bello e funzionale l'impianto che la Virtus vorrebbe far suo.

C'è tempo, comunque, per discutere le proposte di Alfredo Cazzola: il 12 settembre, intanto, l'impianto (come aveva promesso a novembre il sindaco Walter Vitali) diventerà PalaDozza. Alle 10 sarà scoperto il busto dedicato a Dozza - si tratta di una scultura di Luciano Minguzzi -, che verrà posto nella zona della curva "Nannetti". All'esterno, in via Nannetti, invece, troverà posto una targa intitolata sempre a Dozza, e un'altra dedicata al Coni e, in modo particolare, alla figura di Giulio Onesti, anch'egli protagonista della costruzione del palazzo. Il programma del 12 settembre - quarant'anni dopo, appunto, della vernice ufficiale - è ricco di altri appuntamenti da non perdere. Dalle 10 alle 16 si muoveranno tutti gli amanti dei francobolli, per l'apposito annullo filatelico, che verrà rilasciato su cartoline ideate da artisti bolognesi.

Spazio per i filatelici, ma anche per gli storici e gli appassionati di foto. È prevista una mostra che, attraverso immagini d'epoca, ripercorrerà tutte le tappe principale del vecchio "Madison", che dovremo imparare a chiamare PalaDozza. L'amministrazione comunale, poi, sta preparando un opuscolo nel quale ci saranno le foto più significative di Walter Breveglieri e il grande lavoro di archivio compiuto da Lamberto Bertozzi.

Nel pacchetto dei festeggiamenti per i quarant'anni di vita del "palazzo", potrebbe essere inserita pure la partita d'addio di Roberto Brunamonti, in programma il 14. L'amministrazione comunale si è mossa in questa direzione, fermo restando che per il capitano della Virtus sono comunque previsti riconoscimenti speciali.

E a proposito di Brunamonti un discorso a parte lo merita l'antico progetto di Cazzola, di fare di piazza Azzarita il PalaVirtus. La società di via Milazzo si è fatta avanti ufficialmente con il Comune, il progetto è quello di ampliare di 7-8000 posti l'impianto (alzando la cupola?), e di aumentare i servizi per gli spettatori. L'idea è stata giudicata molto interessante: le due parti potrebbero trovare l'accordo, che non sarebbe operativo, però, prima della stagione 1997/98.

LA STORIA CORRE SUL PARQUET

Domani una mostra per celebrare i 40 anni del Palasport. Immagini, documenti e giornali dal 1956 fino al "Brunamonti day"

di Gianni Cristofori - Il Resto del Carlino - 11/09/1996

 

Adesso è diventato piccolo ma qualcuno, quarant'anni fa, lo definì una cattedrale nel deserto. Quale deserto? Quello di Piazza Azzarita, non ancora ingombra di macchine, frontiera di un centro cittadino che da lì quasi vedeva la campagna. Il Palasport, da domani ufficialmente "Paladozza", ha alle spalle una lunga storia, una storia che è ben lontana dall'essere arrivata all'ultima puntata e che la mostra organizzata da Comune e Coni e curata da Lamberto Bertozzi (da domani a sabato con orari 10-12 e 16-18), si appresta a raccontare attraverso immagini, documenti e soprattutto cronache di avvenimenti che hanno lasciato il segno nello sport cittadino. Sul parquet del Palasport, che ha ospitato tutte le discipline, biliardo compreso, la Virtus dei canestri ha raccolto 7 dei suoi 13 scudetti ma anche il volley, prima con la stessa Virtus, poi con la Zinella, ha incollato tre tricolori alle magliette della Bologna sportiva; senza trascurare chi, come Simmenthal e Ignis tanti anni fa e la Daytona Modena in tempi più recenti, ha vissuto in piazza Azzarita momenti importanti della sua storia.

Nato tra mille polemiche (il progetto era appoggiato dal Pci ma contrastato duramente dalla minoranza anxhe se poi il cardinale Lercaro e il sindaco Dozza posero insieme la prima poietra nel 1954), l'impianto fu inaugurato ufficialmente il 9 agosto 1956 alla presenza del ministro Medici e del presidente del Coni Onesti e da allora ha vissuto intensamente passando attraverso le varie ristrutturazioni che adesso hanno ridotto la capienza ma lo hanno reso ancora più accogliente e sicuro. Un'immagine, quella del futuro Paladozza, ben diversa dai primi schizzi e dal progetto originale dai quali parte la mostra lungo i corridoi che da via Nannetti portano fino all'entrata di piazza Azzarita.

Tra tante curiosità, come le immagini dei cestisti da ritagliare che pubblicava il Corriere dei Piccoli negli anni '50 e le foto dell'esordio bolognese di Sugar Ray Richardson in maglia Nets nel 1984, momenti sportivi di grande importanza, vittorie e sconfitte che hanno segnato il parquet più bello d'Italia. Senza dimenticare chi, molti anni prima di quel fatidico 1956, ha contribuito alla crescita dello sport nella nostra città: i precursori del basket moderno, per esempio, che cominciarono a crivellare i canestri in un altro impianto storico, lo stadio Dall'Ara.

Il palasport di Piazza Azzarita negli anni '70

Casalecchio o Piazza Azzarita, eterno dilemma: il sondaggio del 1998

di Ezio Liporesi per Virtuspedia

 

Marzo 1998, la Virtus è in testa al campionato, intenta a difendere il primato nonostante tanti guai fisici, e alla vigilia dei derby europei per accedere alla final four di Eurolega. Il presidente Cazzola pensa però anche alla casa del futuro per la sua Kinder: rimanere a Casalecchio o ritornare nella vecchia dimora di Piazza Azzarita? Dalla società viene indetto addirittura un sondaggio tra i tifosi. I tifosi rispondono in grande numero e lo spoglio delle schede richiede un certo lavoro: al termine il risultato dice 3743 voti per il ritorno al PalaDozza, pari al 59% e quindi il 41% per restare nell'attuale arena; sono invece 75 le schede nulle.

I LUOGHI DEL BASKET BOLOGNESE - Dalla Sala Borsa al PalaDozza

tratto da bolognabasket.it

 

Nell'immediato dopoguerra il basket, sbarcato in città da nemmeno 20 anni, divenne ben presto una delle maggiori attrazioni per gli sportivi bolognesi. In quegli anni erano addirittura tre le squadre bolognesi che disputavano la massima serie: accanto alla già titolata Virtus, capace di vincere quattro scudetti di fila, dal 1946 al 1949, spiccavano il Gira e la Società Cestistica Mazzini, sponsorizzata dal marchio Moto Morini. Il luogo deputato alle partite delle tre compagini bolognesi era la Sala Borse di via Ugo Bassi, cornice tanto suggestiva quanto inadeguata per contenere un pubblico sempre più numeroso. Fu proprio per sopperire a questi problemi di spazio, oltre che per adeguare gli impianti sportivi alle vigenti norme del C.O.N.I., che il sindaco Giuseppe Dozza, primo cittadino dal 1945 al 1966, ritenne opportuno varare un piano per la costruzione di quello che di lì a poco sarebbe divenuto il Palazzo dello Sport. A seguito di lunghe trattative, il progetto del palazzetto venne approvato dagli organi competenti all'inizio del 1954; il 15 marzo di quello stesso anno Dozza pose la prima pietra del nuovo, maestoso edificio dello sport bolognese. I lavori che condussero alla realizzazione del Palazzo si svolsero molto rapidamente, tanto che dopo appena due anni l'impianto fu donato alla città: era il 9 agosto 1956. In quella stesa mattinata, il presidente del C.O.N.I. Onesti consegnò a Dozza la simbolica chiave del Palazzo, "reliquia" tuttora conservata nella sala riservata alla stampa all'interno dell'edificio.

IL BASKET AL PALAZZO DELLO SPORT
La "vernice" del Palazzo fu affidata alla nazionale maschile di pallacanestro, che il 12 settembre 1956 affrontò la Polonia nel match inaugurale del Trofeo Mairano, vincendo largamente, per 70 a 54. Curiosa coincidenza, quella nazionale schierava, alla stregua di quella attuale, moltissimi giocatori delle squadre bolognesi, da Sardagna a Macoratti, da Calebotta a Gambini. Il torneo non andò benissimo e l'Italia finì al quarto posto, alle spalle delle superpotenze Russia, Cecoslovacchia e Ungheria, ma la manifestazione contribuì a rinfocolare la passione cestistica dei bolognesi. E in effetti la stagione che stava per iniziare avrebbe regalato grandi emozioni ai tifosi, offrendo ben sei derby tra tre squadre diverse; il secondo posto della Virtus e il terzo della Moto Morini coronarono degnamente il primo anno di basket al Madison di Piazza Azzarita. Negli anni che seguirono, la polivalenza dell'impianto consentì lo svolgimento di tornei di varie discipline, dal catch all'hockey, dal tennis al pugilato; quest'ultimo sarebbe diventato il secondo sport più praticato al Palazzo dopo la pallacanestro. Il grande basket a stelle e strisce approdò in Piazza Azzarita nell'estate del 1959, con l'esibizione dei funambolici Harlem Globetrotters, nelle cui fila militava tra gli altri il leggendario pivot Wilt Chamberlain, alto ben 218 cm; inutile dire che a tutt'oggi questo spettacolo rimane tra gli eventi più prestigiosi svoltisi sui parquet bolognesi. Nella stagione 1961/1962 per la prima volta in Italia, lo scudetto si assegnò in un match di spareggio, disputatosi sul campo neutro di Bologna tra Ignis Varese e Simmenthal Milano; furono le "scarpette rosse" ad aggiudicarsi il titolo grazie al 68-61 finale. Di lì a poco il Madison avrebbe ancora portato fortuna ai milanesi, che nel 1966 vi giocarono e vinsero la Coppa dei Campioni battendo i cecoslovacchi dello Slavia Praga per 77 a 72. Intanto, mentre la Virtus era a digiuno di scudetti da ormai 10 anni, fece il suo esordio al Palazzo la Fortitudo Cassera, giunta in serie A dopo anni spesi nelle serie inferiori, e pronta a divenire la vera antagonista delle V nere nel cuore dei tifosi bolognesi. Guidata dal grande Gary "Baron" Schull, nel 1968, la Fortitudo approdò alla sua prima finale di Coppa Italia, proprio al Palazzo dello Sport: nonostante il calore della Fortitudo cedette a Napoli per 93-68, e avrebbe dovuto attendere esattamente 30 anni per far proprio questo trofeo. Gli anni '70 furono tutti della Virtus, che soltanto nel 1976 riuscì a vincere il suo primo tricolore da quando si era trasferita in Piazza Azzarita: il giocatore simbolo di quella squadra fu Terry Driscoll, che pochi anni dopo, nel 1979 e nell'1980, smessi canotta e pantaloncini, conquistò due scudetti da allenatore delle V nere.

GLI ANNI '90 E IL PALADOZZA
Il periodo più travagliato della storia del Palazzo coincide con il suo quarantesimo compleanno; subito dopo il tris di scudetti della Virtus Buckler ('93, '94, '95), infatti, l'impianto viene forzatamente "abbandonato" dalla Fortitudo nel 1995-1996, mentre la Virtus vi avrebbe giocato soltanto fino ai derby di playoff della stagione seguente; poi il basket fu esiliato al nuovissimo PalaMalaguti di Casalecchio di Reno, e il tempio della palla a spicchi, intitolato nel '96 al sindaco Dozza, fu mestamente lasciato al volley e alle manifestazioni musicali. Rimodernato, il PalaDozza è stato restituito al basket nel settembre del 1999, in occasione del torneo internazionale Eurobasket vinto dalla Fortitudo Paf. Proprio la società di via D'Azeglio, che avrà in gestione il Madison per un ventennio, nella notte del 30 maggio 2000, ha riportato lo scudetto nel glorioso Palazzo di basket city.

 

Una veduta dall'alto del PalaSport di Piazza Azzarita (foto tratta da "100mila canestri")

VIRTUS E PALADOZZA: I PERCHÉ DEL NO

di Enrico Faggiano - www.bolognabasket.it - 10/04/2014

 

Una ventina di anni fa, quando il Palasport di Casalecchio – che tanti nomi ha cambiato in questo periodo – fu ufficialmente aperto al basket, le cose erano un po’ diverse. Si viveva in momento in cui le linee dell’urbanistica volevano impianti sportivi grandi, spostati dai centri storici, accessibili al traffico e con ampio parcheggio. E così vennero costruiti, per fare alcuni esempi, i nuovi impianti a Milano, Pesaro, Forlì eccetera. Le due squadre bolognesi, dopo un po’ di titubanze e scelte forzate per via di ristrutturazioni, fecero una scelta opposta a quella che poi avremmo conosciuto: Virtus radicata nella storia e al Paladozza, Fortitudo aperta al nuovo che avanzava e Casalecchio, così che nel 1996-97 in centro si giocava il derby di casa bianconera, in periferia quello biancoblu. Poi le cose cambiarono per tanti motivi, il Paladozza per un po’ rischiò anche l’inutilizzo (a fine anni ’90 ci si entrava solo per Taratatà), fino alla costituzione che tra una cosa e l’altra va avanti fino ad ora.

Parliamoci chiaro: confrontare i due impianti per quelle che sono le logistiche interne (visibilità, profumo di basket, atmosfera, comodità) è impietoso, e non darebbe a Casalecchio nessun tipo di vantaggio. Però è altrettanto chiaro che un ritorno in “città”, per la Virtus, avrebbe anche un qualche cosa di simile ad una sconfitta, così come si fa tutte le volte – e Roma di recente lo dimostra – che si sceglie un palasport “piccolo” rispetto ad uno “grande”. Il Palamalaguti-FuturshowStation-UnipolArena in questi anni ha dato la possibilità a tanti tifosi Virtus di avvicinarsi alla propria squadra, e magari ci si dimentica di quegli anni in cui, così si tramanda, per avere un abbonamento si doveva entrare in lista e aspettare il decesso di qualcuno, o l’impossibilità del biglietto per la singola partita. Ovvio, era una Virtus con un altro appeal e altre ambizioni, ma ci si ricorderà anche di come le scelte di Porelli fossero anche criticate perché, si diceva, nascessero dalla voglia di far restare la Virtus un qualcosa di elitario e con biglietti a prezzi fuori categoria. Oggi le cose sono cambiate, per farne seimila si è dovuto abbassare i prezzi e spesso agire di iniziative promozionali, ma il rovescio positivo della medaglia è stato il poter avvicinare alla V nera chi prima, appunto, doveva agir solo di radio.

Oggi, nessuno vuol nascondere come un ritorno al Paladozza potrebbe essere un bel riallacciarsi al passato (ma quale, poi? Villalta e Cosic a Casalecchio non ci hanno mai giocato, ma Ginobili e Rigaudeau, per fare due nomi, al Paladozza ci andavano solo da avversari o quasi), ma ci sono anche tante cose da considerare, al di là di affitti, voglia di emanciparsi del tutto da privati eccetera. Il problema viabilità, che i tifosi Virtus ormai si saranno dimenticati (ok, uscire dalla partita porta al codone per la tangenziale, ma solo quello), ma soprattutto la capienza ridotta che costringerebbe a scelte di taglio. Proprio in un momento in cui, al contrario, si dovrebbe portare il basket a tutti e a prezzi convenienti. Certo, sarebbe bello poter ristudiare Casalecchio in modo da renderlo più appetibile per la spicchia, ma a quel tifoso che resterà fuori da una gara importante – e si spera che la Virtus di gare importanti ne possa giocare tante – provate a chiedere se preferisce la radio, o se avrebbe preferito guardarla e tifare dal vivo. Magari un po’ decentrato e al buio come capita ora, ma dal vivo. Forse la sua risposta potrebbe far capire tante cose.

L'interno del PalaSport (foto inviata da Daniela Ballotta)

VIRTUS E PALADOZZA, I PERCHÉ DEL SÍ

di Bruno Trebbi - www.bolognabasket.it - 10/04/2014

 

Detto che la decisione sembra presa, anche se ancora non è ufficiale, Renato Villalta sulla questione PalaDozza ha detto che si agirà per il bene della Virtus. Bene, proveremo qui a elencare alcuni motivi per cui il bene della Virtus potrebbe essere rappresentato dal ritorno in Piazza Azzarita.

- Storia e gloria: il “Madison” è la storica casa delle Vu Nere, che su quel parquet hanno giocato e vinto tantissimo, dalla stagione dello scudetto della stella a quella della coppa delle Coppe e poi la tripletta di scudetti degli anni ‘90, tanto per elencare le stagioni vincenti più lontane nel tempo.

- Visibilità: il PalaDozza, pur con qualche segno di vecchiaia, è un impianto perfetto per il basket, e da ciascuno dei suoi 5700 posti la visibilità del campo è assolutamente perfetta, cosa che non si può dire della Unipol Arena.

- Numero di spettatori: la Virtus al termine del girone di andata ha 5716 spettatori di media, esattamente la capienza di Piazza Azzarita. Tenuto conto che i 2300 abbonati di quest’anno potrebbero crescere - se la società come promesso abbasserà i prezzi - l’anno prossimo si potrebbe avere l’impianto sempre pieno anche calando drasticamente il numero di biglietti dati agli sponsor.

- Fattore campo: con 5000 spettatori la Unipol Arena sembra (ed è) mezza vuota, mentre 5000 spettatori al PalaDozza lo rendono quasi pieno e con un fattore campo importante.

- Eventuali coppe: nel caso di ritorno in Europa della Virtus nel prossimo futuro, di sicuro l’impianto sarebbe omologabile per l’Eurochallenge e l’Eurocup. Non per l’Eurolega, almeno non per la licenza A. Per un’eventuale (molto eventuale, al momento) licenza annuale si potrebbe provare a chiedere una deroga. Ma al momento trattasi di fantabasket.

- Allenamenti: chiunque abbia giocato a basket sa quanto siano importanti i riferimenti del proprio campo di casa, e quindi allenarsi dove si giocherà la domenica è fondamentale. La Virtus ora questo non lo fa, per una questione di costi e di frequenti impegni della Unipol Arena. I bianconeri si allenano sempre all’Arcoveggio e solo il sabato mattina vanno a Casalecchio. Ed è capitato anche che, a causa di un concerto, l’allenamento del sabato sia saltato. Non a caso coach Valli - in quell’occasione - ha detto che i bianconeri praticamente avrebbero giocato in trasferta. Andando al PalaDozza questo problema si risolverebbe, e la palestra Porelli potrebbe essere destinata solo all’attività giovanile.

- Vil denaro: la Virtus ha pagato una piccola penale per uscire dal contratto in essere con l’attuale gestione della Unipol Arena (un contratto stipulato dalla vecchia gestione e proprietà delle Vu Nere - entrambe riconducibili alla stessa persona, e del quale non è mai stato comunicato né l’importo né la durata), e si presume che al PalaDozza spenderà meno di affitto. Repubblica ha ipotizzato un 20% in meno. In ogni caso la Fortitudo per allenamenti e partite spende 72mila euro annui, quindi è presumibile un importo di questo ordine di grandezza, ampiamente alla portata delle casse bianconere, che potranno destinare quindi maggiori risorse alla prima squadra.

DOMENICA LA VIRTUS AL PALADOZZA, VENT'ANNI DOPO

tratto da bolognabasket.it - 27/04/2017

 

Vent’anni fa, tondi tondi. L’ultima partita casalinga della Virtus al PalaDozza fu il 27 aprile 1997, e fu un derby. Gara 2 di semifinale 1996-97, nell’unico anno in cui la Fortitudo ebbe come campo di casa Casalecchio e la Virtus il Madison. Poi ci fu la Final Four di Coppa Italia di Legadue nel 2005, ma lì si trattava di un evento di Lega in campo neutro.
Domenica 30 aprile alle 18 – orario confermato – la Virtus tornerà a giocare una partita ufficiale in Piazza Azzarita – nel campo dove ha scritto la maggior parte della sua storia, e dove ha vinto la maggior parte dei suoi trofei. Si replicherà martedì 2 maggio, e poi i bianconeri giocheranno lì di sicuro per due turni di playoff, visti gli impegni della Unipol Arena. Poi si vedrà, con l’unica certezza che – se derby in finale dovesse essere – si giocherà sempre a Casalecchio, chiunque sia la società ospitante.

Queste partite potrebbero essere anche una sorta di “prove generali”. Dato che per l’anno prossimo la partita tra PalaDozza e Unipol Arena è ancora aperta, per la società sarà interessante vedere l’impatto di Piazza Azzarita: quanta gente ci sarà, come sarà il fattore campo, come sarà il palasport griffato Virtus, cosa che sarà predisposta per l’occasione. E poi la società deciderà, dialogando eventualmente con Comune di Bologna e anche con la Fortitudo.

Di sicuro la Effe non vedrebbe di buon occhio un ritorno della Virtus in Piazza Azzarita. IL DG Christian Pavani l’ha fatto capire chiaramente, parlando addirittura dell’ipotesi – onestamente remota – della costruzione di un nuovo impianto. In realtà per tanti anni Virtus e Fortitudo hanno condiviso il Madison per allenamenti e partite senza nessun problema, sia giocando nella stessa categoria che in categorie diverse. E si potrebbe farlo ancora, “griffando” il palazzo in bianconero o biancoblu a seconda della squadra ospitante, e magari spostandosi a Casalecchio per i derby e altre partite dal forte richiamo.

Sull’opportunità o meno di tornare all’antico, per la Virtus, si è già discusso parecchio nel 2014, quando il ritorno al PalaDozza sembrava cosa fatta e poi all’ultimo momento saltò tutto per un’offerta al ribasso da parte della gestione della Unipol Arena. Ci sono ragioni per il no (fondamentalmente logistiche e numeriche, 9000 posti contro 5700, oltre che “identitarie”) e ragioni per il sì che parlano di tradizione, di maggiore calore del pubblico, di bellezza di un impianto tagliato su misura per la pallacanestro.
Il problema principale della Unipol Arena l’ha spiegato qualche tempo fa Luca Baraldi, dicendo che la Virtus si sente “in prestito”. Visti i numerosissimi impegni dell’arena di Casalecchio la squadra infatti si allena solo una volta a settimana nel suo campo di casa, e quest’anno ha dovuto spostare quattro partite rispetto all’orario canonico della domenica alle 18. Se sarà possibile risolvere questi problemi trattando e accordandosi con la gestione della Unipol Arena, allora probabilmente la scelta della nuova proprietà Virtus cadrà su Casalecchio. In alternativa, il futuro bianconero sarà potrebbe davvero essere al PalaDozza.

 

L'interno del Paladozza versione moderna

I nuovi spogliatoi personalizzati (foto tratta da www.virtus.it)