DICHIARAZIONE D'AMORE

DANIELE BAIESI

Sei stata il mio primo, vero amore. E forse anche il più grande. Ti ho conosciuta una sera d'inverno, quando con mio padre, praticamente ancora lattante, ti vidi nella bomboniera di Piazza Azzarita, incrociare lo sguardo con, ironia della sorte, la di allora truppa piemontese. Erano gli anni della Berloni Torino, e non ho memoria per ricordare se Federico fosse già seduto accanto al Professore, o se Paolo Rossi fosse già Pablito. Ma poco importa, poi; diventai tuo amante per caso, o per sbaglio, come sibilava a denti stretti la tua gente, perché, dicevano alcuni, "gli altri diventano tifosi Fortitudo perché non trovano biglietti per entrare qui". Dicevano. Non ci ho mai né creduto né pensato più di tanto al significato di quel luogo comune, ma ricordo che percorsi la strada opposta; pochi mesi prima, il mio vecchio aveva pensato di portare mio fratello e me a vedere una partita. Scontro al vertice, Bologna Latte Sole contro Reggio Emilia. Già, era la Fortitudo, e se quel giorno il babbo non avesse trovato il "tutto esaurito" ai botteghini del Madison, probabilmente ora racconterei un'altra storia. Il destino apparecchiò altri tavoli, grazie a (o per colpa di) quel che il babbo spacciava per il cognato di Renato Villalta (balla clamorosa, sbugiardata anni a venire) che ci prestò il suo abbonamento. Rimasi colpito, in quel primo appuntamento galante della mia vita, dalla tua sobrietà, dal suo fascino e dal tuo distacco, e da una storia che era per me misteriosa, che fui capace di comprendere solamente anni dopo. Perché ti amavo non l'ho mai capito, diversa dai miei cliché, un po' come quelle Gradische di felliniana memoria, donne altezzose ed irriverenti, oggetto di scherno e chiacchiere e invidie e gelosie, di chi vorrebbe ma non può. In due parole, quelle che non ti cagano. Se la bellezza è negli occhi di chi guarda, tu eri l'oggetto del mio desiderio, un sogno che prima o poi sapevo si sarebbe avverato; fu amore a prima vista, quella sera, tanto che a breve, con uno scudetto ed una stella in mezzo, diventai tuo amante discreto ed appassionato, sofferente adolescente che non potevi corrispondere. E come potevi, nemmeno sapevi che faccia avessi, io. Ma come si fa a spiegare cos'è l'amore; retoricamente provai, in uno scritto di tanto tempo fa, con "sentimento e ragione", ciò che rende razionale l'irrazionale. Tutto ciò che vola sulle ali di una passione, ma neanche allora ci ero vicino. Il basket era quella passione, ma potreste metterci quel che volete: il risultato non cambia. Da quel giorno, da quando ho cominciato ad invecchiare con te, mantenendo quel distacco che oramai è paradossalmente a parti invertite, son sempre stato al tuo fianco. Hai scandito tutte le belle esperienze della mia vita, lenito le sofferenze dei giorni peggiori, feticcio di difficili amori adolescenziali prima, sana passione per emozionarti due ore in una settimana di corsa poi. Proprio passione e voglia di futuro mi infilarono poi tra i tuoi chansonniers, un privilegio di nulla per chi ti aveva nel cuore, per narrare le tue gesta, e con esse quelle dei tuoi figli più nobili. Il Capitano, lo Zar, il Fenomeno, ed un Ettore sempre in lacrime per qualcosa. Ma vincente, e tuo storico amante, sedotto anni prima del sottoscritto, ed abbandonato poi. Dopo baci ed abbracci, arrivarono ben presto giorni di cenci e stracci, quando vendesti l'anima a chi, per averti tutta per sè, ti sedusse mostrandoti oro incenso e birra, per farti poi precipitare in un baratro senza ritorno. Fu appena un battito d'ali più tardi, e fu a dispetto di coloro che ti hanno amato davvero, che per amore ti mettevano in guardia dai pericoli di quella relazione, tutta miele, canditi, e pennellate di unto, ma sotto la quale covava il fuoco della menzogna, il pericolo dell'inganno, il cancro dell'egoismo. Ti sei consegnata a quel che credevi l'uomo della tua vita, mani e piedi, tradendo amici, amanti e figlia, rinnegandoli e denigrandoli, rivendicando il tuo diritto ad essere felice come meglio credevi, precipitando però in fretta in un vortice di lussuria da cui ti risvegliasti, e con te la tua gente, solo mesi dopo, quando ormai le notti che avevi riempito con fuochi d'artificio ti avevano lasciato niente. Nemmeno più figli ed amanti, che si fecero, in un estremo e sofferto gesto d'amore, da parte. Nemmeno gli spiccioli. Niente. Quanto mi ha insegnato il film della tua lunghissima agonia, di cui fui anche, mio malgrado, comparsa. Eri già lontana, per me, quando chiedesti aiuto, quando accanto ad "esaurito" non campeggiava più da un pezzo il "tutto", bensì il mio nome. Gli amici di un tempo mi dicono che sei in salute, che te la passi piuttosto bene, e che altri, dopo di me, si sono innamorati del tuo fascino, senza però sapere che questo fascino è ben diverso da ciò che rapì la mia generazione 25 anni fa. Mi dicono tu abbia sedotto uomini importanti, tra gli stessi ed altri, come ai bei tempi. Forse, quel sogno che non si è avverato torna ora per darmi la caccia; o forse è solo una bugia, come ogni sogno che non si avvera.
Per me sei l'amante che tradì. Cara Virtus "di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello", continui a turbare le mie notti, ma cosa è rimasto di allora dimmelo un po' tu. Forse che non amerò mai nessuna quanto ho amato te, si dice sempre in fondo, ma, da tempo, quell'amore è morto disciolto in lacrime. La gelosia però non mi appartiene, e come ad ogni amante che ti tradisce, non posso comunque non augurarti di rifarti una vita felice.

 

DAN PETERSON

presentazione di "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

"La Virtus è una fede". Lo dice uno striscione appeso in alto ad ogni partita che gioca la Virtus Pallacanestro a Bologna. Ed è vero. Non è necessario essere italiano per capire questo, visto che non lo sono io. Non è necessario essere bolognese per capirlo, visto che non lo è Tullio Lauro, autore di questa opera. È facile parlare della lunga tradizione, della grande storia o della affascinante cultura di questa società che è "proprietà" di un'intera città. Ed è vero. L'ho sentito anch'io, anche se la mia esperienza Virtussina è stata breve, solo cinque anni, e vissuta in un solo settore della società, quello della pallacanestro. Ma è di pallacanestro che si parla qui dentro: il matrimonio fra uno sport, una società e una città. Tradurre questi sentimenti, o feeling, se preferiamo l'americano, dall'aria che si respira alla parola scritta sulla carta non è un'impresa facile. Invece, Tullio Lauro è riuscito a inquadrare tutto, in una vera opera d'amore. La tradizione della Virtus, più specificamente della Virtus Pallacanestro, è come ogni altra tradizione: c'è voluto tempo, pagato in cose che non sono tangibili. Questa è la storia di quella "conquista" e di altre della squadra che è stata il mio primo amore cestistico. E sarà anche l'ultimo, perché la Virtus è una fede.

 

GIOVANNI ELKAN

Ha superato i cent'anni!
È questo un traguardo notevolissimo per ogni essere vivente e per qualsiasi branca dell'attività umana. Lo è particolarmente per una società che, in ogni epoca, è vissuta solo col sostegno di chi ama lo sport, per un Organismo che opera nel settore con principii non limitati all'agone, ma rivolti ad un'educazione completa del giovane, con valori culturali e civili, per formare un cittadino sano ed onorato.
Emilio Baumann La volle fattore prettamente educativo, La volle aperta a tutti i ceti, quindi libera da ogni vincolo, La volle per un unico scopo: sviluppo fisico-morale della gioventù e per questi cento anni chi gli è subentrato alla guida ha seguito fedelmente la strada da Lui prescelta ed additata.
Come concetti fondamentali la Virtus del 1871 è uguale a quella del 1971.
Spesso il Suo cammino ha trovato ostacoli difficilissimi da superare, mai si è arrestata e questi cento anni costituiscono una sorprendente continuità.
Questo è dovuto soprattutto all'entusiasmo che ha suscitato sempre nella cittadinanza, vero affetto per cui, anche quando i risultati non erano di piena soddisfazione, i virtussini rimanevano e rimangono sempre fedeli alla "V" nera e continuano a sostenerne i colori.

 

"CON LA VU NEL CUORE"

di Gianfranco Civolani - prefazione de "I cavalieri della Vu Nera. I 125 anni della SEF Virtus attraverso i suoi campioni"

 

Noi passiamo e trapassiamo. La Virtus no, mai. Spiego come, quando e perché quella V mi è entrata nel cuore e così rendo anche omaggio alla memoria di mio padre. Gli anni Quaranta, subito nel dopoguerra. A Porta d'Azeglio giocavano a pallacanestro i ragazzi della sezione socialista Matteotti, ricordo i fratelli Bertelli, Rinaldi e uno dei Sangirardi. Quei ragazzi spesso vincevano. Non erano grandi sfide, ma comunque meglio vincere. Poi una sera mio padre mi disse che potevo anche stare a casa perché contro la Matteotti c'era nientepopodimeno che la Virtus, la grande Virtus. E l'indomani ancora mia padre mi raccontò che ovviamente non c'era stata partita, peccato e pazienza, ma insomma era la grande Virtus e amen. Ecco, così mi entrò nel midollo quella V. E subito cominciai ad andare in Sala Borsa e poi in Via Valeriani alla Virtus tennis poiché lì si giocava anche la Davis con i fratelli Del Bello di biancovestiti e di azzurro fasciati. Il resto è storia e appunto felice memoria. E adesso non chiedetemi quanti e quali allori in centoventicinque anni la Vu nera abbia conquistato. Mille, diecimila, centomila.

Che cos'è la Virtus? Un'idea, una Grande Idea. E così abbiamo cercato di raccontare una gloriosissima storia attraverso le gesta di una ventina di personaggi (i Cavalieri) che sono diventati un simbolo, l'Alfa e l'Omega di una galassia già tanto esplorata e ancora così imperscrutabile se è vero che noi passiamo e trapassiamo e la Virtus no, mai.

 

...UN AMERICANO...

di Dan Peterson - da "Il Mito della V nera 2"

 

L'unica cosa che sapevo di Bologna quando sono arrivato in Italia per parlare con l'avvocato Gian Luigi Porellli, il 6 giugno 1973, era che la mia confraternita universitaria, Kappa Sigma, dichiarava di aver avuto radici nel 1400 proprio in quella città, quando un gruppo di studenti formarono una "società segreta" contro il "cattivo" Governatore di Bologna, Baldassarre Cossa.

Della società sportiva Virtus non sapevo proprio nulla. Questo infatti non mi impedì, però, di compiere un viaggio da Santiago, Cile, dove allenavo la nazionale cilena, a Bologna, per parlare con la Norda della possibilità di allenare la squadra. In tutte le mie trattative, il nome Virtus non era mai saltato fuori una volta. Fino al giorno in cui firmai il mio contratto.

Poche ore prima di ripartire per il Cile, per completare il mio lavoro laggiù, Porelli mi schiaffò in mano un volume enorme, stampato due anni prima, nel 1971, per commemorare il centenario della Virtus. Mi disse: "Ora sei l'allenatore della Virtus!"

Mi domandai "Non è Norda il nome della squadra?"

Comunque presi in mano questo quintale di carta.

La mia ignoranza sulla Virtus non impedì all'avvocato Porelli di bombardarmi di informazioni al suo riguardo: "Caro Peterson, la Virtus è una grande società". Avevo capito. "Questa società ha oltre 100 anni di storia": Perfetto. "Questo libro è stato pubblicato due anni fa, durante il 100° anniversario della Virtus". Pensai: "Forte anche in matematica, l'Avvocato: 1871 + 100 = 1971!".

Porelli mi ssfogliava il libro, mi indicava personaggi nelle varie foto, mi raccontava tutto in un inglese con un accento tipicamente italiano, ma perfetto. Ero io che non capivo perfettamente. Mi dissi: "La mia squadra di baseball, i Chicago Cubs, festeggerà 100 anni fra tre anni, nel 1976, ma non penso che i loro dirigenti sbatteranno in mano alla gente un peso come questo".

in ogni caso, notando che il volume era di altissima qualità di stampa e di contenuto, lo curai bene, portandolo in aereo con me, ben incartato, pronto per essere messo su una mensola nella mia biblioteca e immediatamente dimenticato. La verità: altroché aprirlo, maledii il suo peso ogni volta che dovevo alzare la mia valigia. Non dico cosa pensai dell'avvocato Porelli!

Un mio problema con il libro stava nel fatto che, allora, non leggevo neanche una parola in Italiano. Ero come uno scolaro dell'asilo: potevo guardare le foto e basta. Poi, vidi una foto di non tanti anni prima, di un giocatore di basket con una "V" gigantesca sulla divisa di gioco. Mi chiesi: "Il nome? Norda? Dov'è? Ha un nome o no?".

Pian piano notai altri dettagli, soprattutto che il nome dello sponsor cambiava, ma la "V" rimaneva sempre. Una luce: Virtus era la società madre, lo sponsor era un figlio adottivo. Con queste poche "lezioni", mi ritenevo abbastanza un autodidatta per capire un po' dell'ambiente in cui mi ero cacciato. Ma che importava? Il mio lavoro era allenare! O no?

Poi, la mia "vera" educazione inizià quando arrivai a Bologna il 3 settembre 1973, per iniziare gli allenamenti della squadra. Ogni giorno capivo sempre più l'italiano. E ogni giorno capivo di più che la mia squadra era la Virtus prima di ogni altra cosa e che c'era un grande attaccamento alla squadra fra i cittadini di Bologna.

Le prime partite in casa mi davano un'altra lezione. In un momento difficile, quando ci vuole quel sesto uomo che si chiama "pubblico", la tifoseria alzava una coro: "Virtus! Virtus!". Questo semplice fatto mi aveva colpito tremendamente. E avevo visto la squadra "sentire" questa "voce", questo "richiamo". Cominciavo a capire ciò che significava la "V" nera.

Come ogni quadro importante, l'arte è nel dettaglio. Bene, nell'opera bellissima della mia illuminazione di ciò che era la Virtus, c'erano mille piccoli pezzi che formavano un collage a cui aggiungere un qualcosa ogni giorno. Il risultato era che non dicevo mai alla squadra: "Noi siamo la Sinudyne". Dicevo sempre: "Noi siamo la Virtus! è un onore indossare questa divisa!"

In questo sono tradizionalista. Ogni volta che fanno la più piccola modifica alla divisa dei miei Chicago Cubs (20 anni fa hanno aggiunto le strisce sulla divisa di casa!), mi incavolo non poco. Dirmi che hanno fatto una cosa simile è come dirmi che hanno sfregiato un monumento religioso. E provai la stessa sensazione per i colori della Virtus.

Guai toccarli!

 

www.virtus.it - 23/08/2016

 

È stato il primo, esattamente come un anno fa. Alle 14 di ieri, all’apertura ufficiale della campagna abbonamenti per la stagione 2016-2017, Giancarlo Marchi era già nella sede Virtus, in via dell’Arcoveggio, per rinnovare il suo abbonamento e quello del figlio Luca, da anni presenze fisse nei distinti. Questione di fede, ed è una fede che viene da lontano.

“Dalla prima esperienza virtussina di Terry Driscoll”, sorride Giancarlo, mostrando come un mazzo di carte un bel numero di tessere delle passate stagioni. “Era il 1969, direi che ne ho viste tante. Tra poco sarà mezzo secolo di fedeltà, ed è qualcosa che diventa parte di te. Poi è arrivato Luca, quando è diventato un ragazzo gli ho trasmesso la passione e adesso la partita della Virtus è anche un momento da condividere”. Nell’anno di ripartenza, Giancarlo e Luca sono pronti. “Se è passione, è per sempre”, recita il motto della nuova campagna abbonamenti. Loro non hanno mai avuto dubbi che fosse così.