CORRADO PELLANERA

(Giusto Corrado Pellanera)

Pellanera in palleggio

nato a: Teramo

il: 12/03/1938

numero di maglia: 5

Stagioni in Virtus: 1957/58 - 1958/59 - 1959/60 - 1960/61 - 1961/62 - 1962/63 - 1963/64 - 1964/65 -  1965/66  - 1966/67 - 1967/68 - 1969/70 (in prestito dalla Fortitudo Bologna)

(in corsivo la stagione in cui ha disputato solo amichevoli)

biografia su wikipedia

 

ERAVAMO QUATTRO AMICI AL BAR...

di Roberto Cornacchia – V Magazine - 13/09/2008

 

Sembra l’inizio di una canzone di Gino Paoli, ma in realtà è quello che succede ogni sabato mattina in un bar dei colli bolognesi: quattro amici, legati da un antico cameratismo nato dalla comune militanza nella Virtus, si trovano per chiacchierare di basket, donne, politica e gli altri fatti della vita.

I quattro amici in questione non sono proprio i soliti vecchietti che, braccia dietro alla schiena, si fermano a commentare i lavori in corso. Si tratta di Gigi Rapini, classe 1924, 5 scudetti vinti con la Virtus in 12 stagioni tra il ’41 e il ’55 interrotte solo dalla II Guerra Mondiale; “Carlito” Negroni, classe 1925, 5 scudetti in 12 stagioni tra il ’46 e il ’58; Dino Zucchi, classe 1927, 1 scudetto in 5 stagioni fra il ’48 e il ’53; Corrado “Giusto” Pellanera, classe 1938, nessuno scudetto in 11 anni di militanza bianconera dal ‘57 al ’68. In totale fanno 11 scudetti e non so quante presenze in Nazionale radunate attorno al tavolino sulla terrazza.

Dino Zucchi oggi non c’è: ha qualche acciacco e, a 81 anni, si deve curare. Ma gli altri non lo dimenticano e lo chiamano al cellulare per fargli gli auguri di pronta guarigione, ai quali ci uniamo anche noi di Virtus Magazine.

“Volevo dire una cosa…” esordisce Pellanera, uno scultoreo 70enne che ancora si dedica ad insegnare basket. Ma subito Negroni lo interrompe: “Zitto te, che non hai mai vinto niente”. “Allora, se è per quello – replica Rapini – devo parlare io, visto che sono l’unico qui ad aver partecipato a due Olimpiadi…”. E se non ci fossi io a cercare di farmi raccontare qualcosa delle loro gloriose carriere di uomini di sport, sarebbero ancora lì a prendersi per i fondelli, dopo averlo fatto ininterrottamente per decine di anni…

Quello che parla più di tutti è Rapini (del resto, ha fatto due Olimpiadi…), Negroni si scalda in particolare quando si parla di donne e Pellanera è il più paziente, una qualità forse maturata anche a causa dei tanti secondi e terzi posti, ben nove, collezionati dalle Virtus in cui ha giocato.

Rapini ricorda gli anni pionieristici in cui Bologna ha messo le basi per diventare Basket City: “All’epoca c’era un favoloso campionato delle scuole, sotto l’egida del G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio): vi partecipavano la Minghetti, la Galvani, la Piercrescenzi e le tribune erano piene di gente. E con la bella stagione si disputava il Palio Estivo, con i vari giocatori di serie A sparpagliati nelle varie formazioni di quartiere”. Già prima della Guerra Mondiale il basket a Bologna era già profondamente radicato, come non lo era in altre città. “A mio avviso furono proprio le scuole, dove una buona parte degli insegnanti di Educazione Fisica lo facevano praticare, a diffondere capillarmente la passione per il basket. Poi la rivalità fra le scuole fece il resto, così come, anche in seguito, la rivalità cittadina si sarebbe rivelata un volano inesauribile per la diffusione del gioco.”

Rapini è l’unico fra i presenti che ha giocato alla Santa Lucia, la chiesa sconsacrata di Via Castiglione che è stato il primo campo della Virtus. Quando, alla fine delle ostilità, si poté tornare ad uno stile di vita più normale e anche dedicarsi nuovamente al basket, la palestra venne requisita dal comune per dare ospitalità ad una scuola per muratori: c’era un paese da ricostruire e le priorità erano altre. Per un anno si giocò al campo Ravone, all’aperto, come avveniva nella quasi totalità degli altri campi in Italia. “Ricordo una trasferta a Gallarate – stavolta è Negroni a parlare –. Quando ci presentammo per giocare ci vennero incontro con dei badili. La notte precedente aveva nevicato e bisognava sgombrare il campo. Poiché i soldi erano sempre contati e bastavano a malapena per coprire i costi delle trasferte, non potevamo certo tornare un’altra volta: e allora vai di olio di gomito…”.

“Ma ‘Carlito’ come nasce?” chiedo io. “Ma niente – sorride Negroni – è solo un nome più esotico, alle ragazze queste cose piacciono…”.

Il basket era molto diverso da come lo conosciamo adesso. “Non abbiamo mai visto il becco di un quattrino – in coro Rapini e Negroni – e si giocava per divertirsi e per girare il mondo, cosa all’epoca riservati a pochi fortunati. Eravamo tutti bolognesi e questo non poteva che renderci ancora più uniti. Siamo stati in Francia, Belgio, Spagna, Tunisia, Marocco e abbiamo portato lustro al nome della Virtus che veniva, per questo motivo, richiesta spesso nei tornei internazionali”.

Non solo le finanze, anche il gioco era più povero rispetto a quello attuale. Chi aveva la fortuna di avere dei contatti diretti con gli americani ne traeva vantaggio, chi non li aveva cercava di imparare come poteva, anche attraverso i libri. L’allenatore della Nazionale Van Zandt era un ottimo insegnante così come lo fu Paratore, che proveniva dall’Egitto dove aveva avuto contatti con degli statunitensi. Ma furono clinic come quelli di Lou Carnesecca e di Jack Ramsay che rivoluzionarono la concezione del gioco.

Una sera si tenne, presso la Sala Borsa, una serata danzante di beneficenza per raccogliere fondi per acquistare dosi di penicillina. Sempre attratti dall’opportunità di conoscere delle signore, parteciparono alcuni giocatori della Virtus, e fra costoro non poteva mancare Carlito. “Stavamo ballando quando mi venne lo scrupolo di misurare se le dimensioni erano sufficienti per contenere un campo regolamentare. Percorsi la sala a passi lunghi e vidi che ci sarebbe stato perfettamente. Allora dissi a mio padre, all’epoca Segretario Generale della Provincia, di interessarsi della cosa presso la Cassa di Risparmio, proprietaria dell’immobile. Quando chiarimmo che gli allenamenti pomeridiani e le partite della domenica non avrebbero recato nessun disturbo a chi ci lavorava di mattino, ci venne concessa la Sala Borsa”.

“Occhio che quello che racconta Carlito bisogna prenderlo con le molle – interviene Rapini – un po’ perché racconta delle balle e un po’ perché non si ricorda…”

Fu così che il basket bolognese cambiò “tempio”, dalla S. Lucia alla Sala Borsa dove Rapini e Negroni furoreggiarono per anni. Ma dopo i 4 scudetti consecutivi dell’immediato dopoguerra, seguono anni di piazzamenti onorevoli ma non baciati dallo scudetto: si pensa per la prima volta a prendere giocatori da altre città e arrivano Calebotta, Canna e Alesini che costituiscono il nucleo della Virtus Minganti che, allenata da Tracuzzi, vince i titoli del ‘54/’55 e del ’55/’56. Rapini partecipa solo al primo dei due scudetti poi bisticcia con Tracuzzi e si trasferisce al Gira. Negroni rimane anche l’anno successivo e anche oltre, cosa che gli permetterà di pareggiare il conto degli scudetti con Rapini, cosa che gli permetterà di guadagnare un maggiore minutaggio nelle future discussioni al bar. Nel frattempo la sete di basket felsinea è tale che nemmeno la Sala Borsa può più bastare a placarla: nel 1954 iniziano i lavori del Palazzo dello Sport di Piazza Azzarita nel quale esordirà, nel dicembre 1956, una Virtus della quale Negroni è capitano.

L’anno seguente è l’ultimo di Negroni alla Virtus ma anche il primo del giovane Pellanera, proveniente da Teramo. “Carlito era il mio capitano – rammenta Pellanera – però saliva in campo per darmi il cambio”. “Ma se una volta che ero entrato – replica seccato Carlito - non scendevo più perché facevo canestro più di te…”. In effetti Pellanera non era considerato un realizzatore, nonostante in un anno sia riuscito a segnare più punti del capocannoniere designato Gianfranco Lombardi. Pellanera, proveniente dall’atletica leggera, aveva dei mezzi fisici quasi illegali per l’epoca: correva gli 80 metri in 9”1, saltava 7 metri nel lungo e m. 1,90 nel salto in alto con lo stile Horine o western roll. Un anno venne convocato contemporaneamente tra i Probabili Olimpici sia del basket che dell’atletica leggera. Questo suo atletismo lo metteva in condizioni di coprire, più o meno volente, le distrazioni difensive di Lombardi: “Dado aveva una mano fatata, sapeva fare canestro – è Pellanera che parla - e io mi facevo il mazzo in difesa anche per lui”. Pellanera a Bologna si trova a meraviglia e vi rimane anche dopo la carriera da giocatore. “Anche quando – è Pellanera che ricorda - dopo aver litigato con Porelli, me ne andai, appena potei, cioè l’anno seguente, accettai l’ingaggio della Fortitudo perché volevo tornare a Bologna”. Si intromette Rapini: “L’abbiamo civilizzato noi, veniva dal profondo Sud”. “Ma se l’unica cosa – ribatte Negroni – che ha imparato a dire in bolognese sono le parolacce…”.

Rapini ha continuato ad essere una presenza attiva nel basket anche dopo aver appeso le scarpe al chiodo: ha allenato per diversi anni nelle leghe minori e si vanta di essere stato l’inventore in Italia del minibasket. “Nel ’55 feci un corso di basket ai maestri di scuola – racconta Rapini – e grazie all’aiuto di Comune, UISP e la Coca-Cola radunai 30 ragazzi che giocavano nel dopo-scuola. Poi l’anno seguente aumentarono e dovetti suddividerli in 4 corsi e l’anno successivo dovetti cercare dei collaboratori”. Rapini, un vulcano di idee, fu promotore di un’altra iniziativa: nel ’68 organizzò il raduno degli ex-Nazionali. Riuscito a scucire 15 milioni di lire a Petrucci, riesce a radunare circa un centinaio di ex-atleti della Rappresentativa Nazionale, un evento che, visto il successo, verrà poi ripetuto per anni a venire.

Anche Pellanera ha allenato per diversi anni, in un periodo in cui il gioco stava subendo veloci cambiamenti rispetto a quello praticato pochi anni prima e di allenatori con un importante passato da giocatori ce n’erano pochi: erano gli anni in cui i santoni delle panchine erano Peterson, Bianchini e Taurisano. Pellanera ha allenato in tutte le serie, con l’apice di 3 stagioni in serie A2 a Pordenone, dove ha avuto come straniero John Fultz al suo ritorno in Italia dopo le stagioni all’estero e dove ha contribuito a far crescere giocatori come Fantin e Daniele che avrebbero fatto parte, seppure con impatto diverso, della Virtus della stella.

“Nel basket odierno, c’è ancora molta gente che non distingue la tecnica dalla tattica – si infervora Rapini”. Anche Pellanera dice la sua “Non capisco perché a dei giocatori che hanno dimostrato in carriera di saper fare in campo delle scelte giuste, non li si faccia diventare degli allenatori. Brunamonti, ad esempio, è sprecato a fare il dirigente: uno con il suo sapere cestistico dovrebbe fare l’allenatore e cercare di trasmetterlo”. Ormai il piacevole ritrovo volge al termine: domattina Pellanera deve tornare nella natìa Teramo dove è stata richiesta la sua consulenza per il settore giovanile e si deve preparare. “Non è mica vero – insinua Negroni – è che ha delle donne ma non le vuole dividere con noi…”

Virtuosismi (foto tratta da Giganti del Basket)

Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Nel 1967 compie dieci anni di milizia bianconera uno degli atleti più seri che abbiano vestito la maglia Virtus: si tratta di Corrado Pellanera, da sempre "Giusto" per tutti. "uno straordinario fusto proprio sul piano volumetrico" scrive di lui Gianfranco Civolani su Giganti del basket nel giugno del 1967 "roba che se lo vedeva Policleto il greco ci scappava un altro Doriforo. Un fusto che salta come un cerbiatto al tempo giusto, che ha le gambe salde come la base di una colonna dorica. Un tipo che ha l'impianto da atleta. Chiaro?".

Due lustri di milizia sempre con il massimo impegno e la più assoluta dedizione alla causa comune. Ma purtroppo anche dieci anni con pochi successi, dieci anni senza uno scudetto.

IL FIORE ALL'OCCHIELLO

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket n. 6 giugno 1967

 

Il fatto curioso è questo: Giusto Corrado Pellanera sultaneggia, direi, a livello di Virtus. Fa grosse cose anche in azzurro, magari. Ma è proprio nell'ambito Virtus che voglio restare. Lui, il Corrado di Abruzzo, rappresenta in un certo senso l'anello di congiunzione di tutte le gestioni Virtus che si sono succedute. Il fiore all'occhiello - con Lombardi, d'accordo - per chi impiegava e impiega ancor oggi capitali nella Virtus basket. Un fiore all'occhiello, diciamolo pure, anche e soprattutto per la Bologna cestistica.

Bene, capita che per anni e anni questo fiore all'occhiello non riesce a trovar posto sui fogli di stampa. Come se fosse scontato che Pellanera deve sempre giocare bene, rendere il centouno per cento, fornire dieci "assist"fissi per partita, catapultare la più parte dei rimbalzi. E in questo siamo colpevoli tutti, noi della stampa bolognese. Io per primo, sissignore. Il fatto è che Mc Lombard è una specie di Falstaff del basket. Mc Lombard fa notizia, fa personaggio. E così il Mc Lombard io me lo porto quasi nel taschino, pronto per la carrellata sul basket, ciak si gira. E gli altri colleghi si scocciano che il Mc Lombard diventi monopolio di qualcuno. E anche loro dunque si attaccano al 278746 di Via Gramsci. E insomma viviamo, cestisticamente parlando, del livornese di sangue "yankee". E gli altri niente di niente. Massì, bravo bravissimo il Pellanera, ma insomma beh... Chissà, forse c'è anche il fatto che Corrado ha lo sguardo da bel tenebroso. Forse c'è il fatto che ha anche un temperamento - dicono - assai ombroso. Per farla corta: si ha sempre l'impressone di rompergli l'anima anche solo a dirgli buongiorno. E così succede che l'elemento più continuo di questi ultimi anni - a livello di Virtus, appunto - e al tempo stesso l'elemento che pure onora frequentemente le maglie azzurre che porta è uno dei tipi meno sondati, meno ascoltati, insomma meno intervistati d'Italia.

 

Temperamento riservato

Giro il problema al Pellanera stesso. E sentite cosa mi dice.

"È perfettamente vero, sono uno dei giocatori meno nominati sui giornali. E questo mi rincresce, e parecchio. Noi giocatori di basket non siamo professionisti. Giochiamo anche e soprattutto per vedere il nostro nome sui giornali, per sentirci importanti, per accorgerci che l'opinione pubblica ci incoraggia e ci segue. Perché non mi si intervista, mi chiedete. Beh, credo si saperlo. Io sono un temperamento schivo, riservato. Io polemiche non ne faccio mai. Se la mia squadra perde, soffro in silenzio. Magari mi si rivoltano le budella, ma non lancio accuse, non tento di giustificarmi, non vado a confidarmi al giornalista amico. Sono fatto così e sono contento di essere costruito in questo modo. Ma è inevitabile che un tipo fatto come me non faccia notizia, non interessi i giornali. A voi della stampa fanno comodo i personaggi. Io gioco a basket, ma non sono un personaggio. Ecco perché preferite ascoltare altre trombe".

Perfetto, Corrado. C'è tanta verità, lo ammetto. Due pennellate a noi della stampa, altre due pennellate a qualcun altro, e Pellanera scioglie l'enigma. E mi fa recitare il "confiteor".

Il ruolino del tenebroso d'Abruzzo ce l'avete qui a fianco. Una parabola, come vedete. Dalle stalle alle stelle, se mi è permesso dirlo. Sempre in ascesa e oggi - 29 anni - la piena maturità, la soddisfazione di sentirsi additato come colui che ha recepito - lui fra i pochi - il vero senso del "collettivo"; colui che ha colto in anticipo l'evoluzione delle discipline sportive, colui che insomma ha anticipato lo sport moderno.

 

Salta come un cerbiatto

Mi spiego. Due cardini nello sport d'oggi. Il primo: l'atletica alla base della specializzazione. I fisichetti che palleggiavano al ritmo di un Gene Krupa sono anticaglie, ciarpame da granai. Oggi in primis pretendiamo l'atleta. Poi lo potremo specializzare con notevoli chances di fare del campionismo. Guardatelo il Pellanera. Uno straordinario fusto proprio sul piano volumetrico. Roba che se lo vedeva Policleto il greco, ci scappava un altro Doriforo. Un fusto che salta come un cerbiatto al tempo giusto, che ha gambe salde come la base di una colonna dorica. Un tipo che ha impianto d'atleta, chiaro?

Il secondo cardine. Un esempio,magari banale. Una volta si diceva: un film di Totò, di Nazzari, della Valli. Oggi? Un film di Bergman, di Antonioni, di Fellini. Senso del "collettivo", senso di una direzione superiore che condiziona il protagonista. Ci sono tanti protagonisti al servizio della causa comune. Un consorzio di forze, ecco. Helenio, Heriberto, Bernardini, è il tempo dei demiurghi, l'età di chi regge i fili, non di coloro che da quei fili si fanno reggere. L'atleta - a meno che non ci troviamo di fronte al Chamberlain - si spersonalizza, si automatizza, si consegna alla fredda matematica, all'aridità dei teoremi. Per la causa comune, ovvio.

E il Pellanera che ha fatto in tutti questi anni se non consegnarsi a mosca cieca alla causa migliore, al basket corale, ai comandamenti di chi aveva funzioni di trainer?

Al proposito Corrado è veramente schietto. "Forse il guaio -dice - è che io ho sempre cercato di curare il "collettivo", davvero. Non mi sono mai reso conto che per acquistare popolarità in Italia occorre fondare tutto sull'individualismo, magari sul basket "uno contro uno". Però devo dire che oggi mi sento abbastanza completo. Avrei potuto fare di più, certo, se pure sul piano mentale mi fossi impostato in una certa maniera dall'inizio. Ma sono contento anchee così".

Dire Virtus, cioè Candy, è dire un Lombardi o un Pellanera che da dieci anni lo scudetto lo vedono col binocolo.

Prendo il discorso per vie traverse.

- "Ho provato una grande soddisfazione a Tokyo, quando giocai proprio una buona Olimpiade. Ma l'affare dello scudetto che non ho mai vinto mi resta sullo stomaco, tremendamente".

 

Un atleta esemplare

Prima di arrivare a bomba, mi fermo a considerare questo atleta esemplare. Dieci anni che sta qui a Bologna e mai una frase fuori posto, e mai una polemica. Un tipo che si fa i fatti suoi, un tenebroso che forse si maschera un poco e si corazza per difendersi da un mondo troppo chiacchierone. Un riserbo che viene scambiato per alterigia. Conoscere l'uomo per amare il campione, questo francamente mi sento di poter dire.

Riporto il discorso su quel maledetto scudetto.

- "Guardi, amico, io non sapevo rassegnarmi in altri tempi a un secondo posto e dunque si immagini cosa ho provato quest'anno che siamo arrivati sesti. Per due anni ancora io penso di poter dare il meglio e sono prontissimo a giocare nella Candy purché finalmente si gettino le basi per fare una squadra da scudetto. Potrà lottare un altr'anno la Candy per lo scudetto? Preferisco non dire altre cose, ci sarebbe un discorso da sviluppare per giorni e giorni. Certo a me non va molto a genio giocare in una squadra che completamente tagliata dal giro che conta. Pazienza. Confido in Fumagalli, in Gabrielli e negli altri dirigenti, tutta gente che gode della mia completa fiducia. E vorrei dire che se quest'anno mi sono sentito tanto forte, il merito sarà pure di quel signore che si chiama Sip e che prima o poi otterrà i grossi risultati che si merita".

Questo è Corrado Pellanera. Questo è il vero basket, dirà qualcuno. Questo è lo sport, quello autentico, quello che vale, penso e qui concludo.

 

Carta d'identità

Nasce a Teramo il 12-3-1938. Magnetismo familiare. I fratelli giocano nel Teramo (Serie B) e a 13 anni Corrado si presenta a Di Dionisio, allenatore del D'Alessandro.

Solita trafila: campionato allievi e quindi - nel '53 - campionato Juniores. Grossa performance del D'ALessandro: secondo posto assoluto in Italia. Pellanera viene schedato, catalogato, prenotato. Intanto passa a giocare nel Teramo fino al '57.

Da quel giorno comincia l'era Virtus. Tracuzzi, Rocchi e Medini concludono l'affare. Dieci anni a Bologna: Virtus Minganti, Idrolitina Virtus, Oransoda Virtus, Knorr, Candy. Insomma la solita zuppa. Dieci anni con Tracuzzi, Kucharski, Alesini e Sip. Dieci anni con la gloriosa Vu nera nel cuore. Dieci anni - ahinoi - senza lo straccio di uno scudetto.

Nel '59 c'è l'esordio in azzurro: Nazionale giovanile, tournée nel Medio Oriente. nel '60 esordio nella A (in Argentina). Poi ancora maglie azzurre, onori, trofei eccetera.

Riepiloghiamo: 85 presenze azzurre; circa 700 punti segnati. Disputati: 2 trofei Shape, 1 Giochi del Mediterraneo, ! Challenge Nazioni (vinta), 2 campionati europei, 1 campionato del mondo (settimo posto) e 1 Olimpiade (Tokio, quinto posto).

Bilancio in campionato: dieci anni in Serie A, pressappoco 2000 punti segnati. Grande soddisfazione quella di essere oggi considerato, a ventinove anni, un cestista nella piena maturazione tecnica e fisica.

Corrado Pellanera è alto 1,85. Gioca in difesa. Capelli bruni, fisico anguillesco, eccezionale rimbalzista e in ogni caso elemento che mette sempre il suo basket al servizio della causa comune.

Corrado è celibe. Vive in un appartamentino con i compagni di squadra non sposati. Frequenta l'Istituto Superiore di Educazione Fisica.

Un'ironica didascalia di Giganti del Basket

CORRADO PELLANERA

di Dan Peterson - www.basketnet.it

 

Ecco forse il primo super atleta del basket fra i giocatori Italiani. Forse c'era qualcuno più veloce di lui negli anni '60, tipo Sandro Riminucci a Milano. Ma per fisico, stacco da terra, velocità e rapidità, tutti dicono che Corrado Pellanera era qualcosa di unico. Nato a Teramo, Classe 1938, l'ho visto di recente al Museo della Virtus, in grande forma anche a 70 anni! Si vede ancora che atleta che era: 188 cm, con mezzi atletici, a detto di tutti, come giocatori di oggi. Anzi, tutti dicono che, atleticamente, potrebbe stare in campo oggi con i mezzi che aveva 45 anni fa.
Dopo un anno in Serie B a Teramo, Corrado Giusto Pellanera è passato alla Virtus Bologna. Era nell'epoca in cui Bologna lottava contro il Triangolo Lombardo di Milano-Varese-Cantù. Quindi, per Pellanera, in 11 anni alla Virtus, 1957-68, ha fatto 4 secondi posti e 5 terzi posti, già qualcosa, considerando la fortissima concorrenza. Ai suoi tempi alla Virtus, non c'era ancora la Coppa Italia, non c'erano i playoffs, la regular season non aveva mai più di 26 partite, e c'era solo una coppa europea, la Coppa dei Campioni, che la Virtus ha disputato una sola volta nei suoi anni, nel 1960-61.
Nonostante questi limiti, Corrado Pellanera ha vinto 11 medaglie e ha fatto 120 punti con quelle medaglie. Una 'medaglia' è per avere fatto 1°, 2° o 3° posto in una manifestazione. I 'punti' sono 'pesati' per l'importanza dell'evento (uno scudetto è più importante di una Coppa Italia) e il posto ottenuto (il 1° posto, ovvio, vale più del 2° o del 3° posto). Se avesse potuto giocare oggi, ottenendo gli stessi risultati, avrebbe, senz'altro, raddoppiato quei numeri: 22 medaglie e 240 punti. Ha giocato anche in nazionale, con due Olimpiadi, nel 1964 (5°) e nel 1968 (8°), un'indicazione di quanto era forte come giocatore.
Come sempre, ho chiesto ad Achille Canna, compagno di Pellanera per alcuni di quegli anni alla Virtus, di lui. Questo è perché la carriera di Pellanera è finita nel 1972 e io sono arrivato a Bologna nel 1973, quindi non l'ho mai visto giocare in campo. Canna: "Atleta straordinario, super, sì, uguale ai più grandi atleti di oggi, tipo Carlton Myers, per intenderci. Anche se era alto solo 188 cm, con la sua elevazione, prendeva più rimbalzi di tutti! Grandissimo contropiedista, ovvio, con la sua eccezionale velocità ed elevazione. Poi, era un giocatore di squadra, con visione di gioco e spirito di sacrificio in difesa."
Dopo la Virtus, Pellanera ha fatto un anno ad Udine e poi 4 anni con i 'cugini' della Fortitudo. Tutti dicono che solo la sua presenza in campo, in panchina, in spogliatoio ha tenuto quelle squadre in Serie A, quando lottavano per non retrocedere. Anche qui, Canna ci spiega tutto: "Sì, aveva questo grande spirito. Per di più, non aveva paura di nessuno o di niente. Sai, con uno così in squadra, ti senti forti anche tu. Lui era il tipo che, oggi, sarebbe votato l'MVP della squadra anche se non era il primo realizzatore." Pellanera ha fatto anche carriera come coach. Ma è come campione in campo che ha fatto storia.

 

LE OLIMPIADI: È DIFFICILE SCEGLIERNE DODICI

Giganti del Basket - n. 6 giugno 1968

 

Justo Pellanera. Se uno pensa a Pellanera non può che pensarlo staccato da terra, mentre tira in sospensione, entra a canestro o prende un rimbalzo. Ma quand'è che Pellanera mette in piedi in terra? Purtroppo (chiedetelo ai tifosi bolognesi) ogni tanto ce li mette; ma l'immagine che si ha di lui comunque è quella aerea, volante. Paratore, che quest'immagine doveva avere ben in mente, lo ha immesso nei probabili dell'operazione Messico. Non tutti sono d'accordo con Paratore, soprattutto perché hanno notato, durante il campionato, sempre fitte, sul volto del teramano, certe rughe segno di preoccupazione o di incertezza appunto mentre sta lassù, qualche palmo sopra tutti gli altri. Insomma si mormora  che Pellanera non sia più quello di un tempo, anche se la passione per il... volo gli è rimasta. Andrà a Città del Messico? Noi glielo auguriamo, perché possa librarsi così in altro come mai. Ci auguriamo anche che una maglia azzurra così faticosamente conquistata contribuisca a  far sparire ogni sua preoccupazione.