GIANCARLO MARINELLI

(giocatore)

Giancarlo Marinelli fa valere la sua statura e potenza

nato a: ?

il: 04/12/1915 - ?/05/1987

Stagioni in Virtus: 1932/33 - 1933/34 - 1934/35 - 1935/36 - 1936/37 - 1937/38 - 1938/39 - 1939/40 - 1940/41 -  1941/42  - 1942/43 - 1943/44 - 1944/45 - 1945/46 - 1946/47 - 1947/48 - 1948/49 - 1949/50 - 1950/51 - 1951/52

(in corsivo le stagioni in cui ha disputato solo amichevoli)

palmares individuale in Virtus: 4 scudetti

biografia su wikipedia

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TRE VOLTE, LA VIRTUS, CAMPIONE D'ITALIA

da un quotidiano del 1948

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Trentatré anni, sposato, impiegato presso un'industria edile. Appartiene al primo nucleo virtussino. Il lavoro lo impegna moltissimo, però riesce sempre ad essere con la sua squadra. Marinelli è conosciuto in tutta l'Europa perché ha incontrato, al centro della nostra Nazionale, tutte le rappresentative straniere sempre mettendosi in ottima luce. Azzurro (supera la quarantina di presenze), olimpionico, campione mondiale universitario.

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IL DECATHLETA DEL BASKET

di Luigi Vespignani - tratto da "Il Mito della V Nera" 1871-1971 di A. Baraldi e R. Lemmi Gigli

 

Sua Altezza Caterina di Russia vi attende in camera.

Il paggio dette timidamente l'annuncio e scomparve arrossendo, mentre il colonnello della Guardia Imperiale, lusingato ed onorato dall'invito inatteso, gonfiò il petto mostrando un'infinita soddisfazione. Interruppe la dotta concione, salutò le folle plaudenti, e , a passo incerto, s'incamminò verso gli appartamenti della Zarina. Incespicò, il suo incedere era stranamente tortuoso: forse l'incontro con la donna più popolare dell'Impero o forse qeulla dannata bottiglia di vodka scolata d'un fiato nel corso dei festeggiamenti ufficiali: sta di fatto che al popolo, che seguiva incuriosito le sue mosse anormali, dava più che altro l'impressione di un uomo ubriaco. Non era in alta tenuta, quella sera, ma la cosa non lo turbò, In fin dei conti, se proprio non aveva nulla addosso, calzava sempre uno stupendo paio di pantofole di manifattura bolognese. E poi, lui aveva deciso di presentarsi alla nobile corte zarista con gli stessi panni che indossava quel giorno solenne del 1915 in cui emise il primo vagito. Sì, era proprio nudo, come mamma l aveva fatto.

Il colonnello della Guardia Imperiale in realtà portava un nome troppo occidentale per essere figlio della terra di Lituania che lo ospitava in quei giorni, ma nessuno, a corte, vi aveva dato gran peso. Dondolando come una vecchia pendola il colonnello proseguiva nella faticosa marcia di avvicinamento agli appartamenti imperiali; zigzagando, rimuginava tutti quei pensieri in un confuso accavallarsi di sensazioni, ma l'idea di un incontro privato con la Zarina andava sempre più affievolendo di fronte al ricordo incalzante, seppur sfumato da una maledetta bottiglia di vodka, di una "quasi vittoria" al campionato s'Europa.

Progressivamente il colonnello della Guardia Imperiale si ricordò di un canestro, di un pallone, di un incontro (di basket, non con la Zarina). Infine, una voce stentorea lo riportò bruscamente alla realtà: "Basta, Giancarlo, o spettacolo è finito. D'accordo la medaglia d'argento ai campionati europei, d'accordo i festeggiamenti a base di vodka, ma non si può continuare a girare nudi per le sale del Grand Hotel. non è conveniente, tanto più che Sua Altezza ormai se n'è andata".

Il colonnello (ormai era tornato un cestista, bravissimo sin che si vuole, ma sempre un cestista senza gradi sulle spalle). trovò a fatica la via del letto. Se dormisse o se soffrisse tutta la notte gli storici del basket non lo raccontano.

Ai cultori di storia virtussina risulta invece che al mattino successivo, ancora in preda agli effetti della vodka, o forse per "vendicarsi" di chi aveva contribuito a riportarlo dal talamo della Zarina alla... nuda realtà, il colonnello-cestista prese il cappello al comandante della spedizione italiana e glielo infilò sino al naso con una "pacca" solenne, accompagnando lo storico gesto con un suono non troppo raffinato, ma di indubbia efficacia e di facile intuizione.

L'aneddoto finisce qui. ma la vicenda sportiva di Giancarlo Marinelli è ricca di episodi stravaganti, come quello che gli capitò nel 1936, anno dell'Impero. Si giocava la finalissima di un importante torneo nazionale; da una parte i bolognesi, dall'altra la Lazio, nelle cui file militava un figlio del Duce. Tutti, emiliani e capitolini, desideravano, per evidenti ragioni, il successo della squadra laziale; c'era solo Marinelli che, essendo bravo come cestista, non intendeva darsi per vinto. "In campo siamo tutti uguali - diceva - non ci sono privilegiati". E i bolognesi vinsero, fra il disappunto generale. "La verità è - racconta Marinelli - che in palio c'era una medaglia d'oro, che a quei tempi era un capitale. Per gente che andava in trasferta col cartoccio dei viveri e che si metteva in viaggio poche ore prima della partita per non spendere i soldi dell'albergo, una medaglia d'oro era l'aspirazione più grande. Quel giorno non guardammo in faccia a nessuno".

Giancarlo Marinelli, oggi signore serio e compassato, sei o sette lustri fa si divertiva in quel modo. Erano giorni di gloria: due secondi posti ai Campionati Europei (Riga e Ginevra) non erano roba per tutti: anzi, da allora ad oggi tanta gloria si è soltanto occasionalmente rinnovata, sebbene sotto il cielo del basket azzurro siano passati gli astri di Stefanini e di Romanutti, di Rapini e di Ferriani, di Riminucci e di Pieri. La carriera sportiva di Giancarlo Marinelli è punteggiata di successi personali rilevanti, come la partecipazione a due Olimpiadi, due secondi posti ai Campionati Europei, quattro scudetti con la maglia gloriosa della "vecchia" Virtus, settanta presenze in nazionale (ridotte a quaranta, non si sa per quali alchimie degli statistici federali che hanno relegato al ruolo di "ufficiose" tante partite "ufficialmente" disputate).

Marinelli, eclettico uomo di sport, cominciò ad amare il basket quasi come un ripiego, tanto per completare l'armonia dei movimenti di provetto saltatore in alto. Proveniva dall'atletica leggera ove alternava i salti al mezzofondo. Bei tempi andati, quando era lecito e possibile passare impunemente dalle lunghe distanze al salto in alto"

Ma era scritto nei libri del destino che Marinelli sarebbe passato al basket e che nel basket avrebbe trovato la sua gloria maggiore. Nacqua, infatti, di fronte alla Santa Lucia, il tempio della pallacanestro bolognese, tanto ricco di ricordi di gioventù. Il tempio in cuii mercanti venivano cacciati a scudisciate, per lasciar posto soltanto ai puri credenti della religione cestistica. Senza ciò voler parafrasare la parabola evangelica.

A dodici anni aveva in tasca la tessera della Virtus. A diciotto entrò nella pallacanestro a fianco di Vannini, chiamando sotto la bandiera bianconera anche Paganelli e Dondi che militavano in altro sodalizio cittadino. Nel '48, a trentatre anni, era capitano della Nazionale Olimpica di Londra. dal 1946 al 1949 fu sempre inserito nel quintetto ideale europeo, un'iniziativa dei giornalisti di allora. Cessò l'attività agonistica nel '51, a 36 anni, quando divenne Commissario Tecnico, un incarico che non volle conservare a lungo. Intendeva rinnovare la Nazionale, ma la Federazione non era in condizione di poterlo fare e lui preferì ritirarsi in disparte piuttosto che svolgere un programma che non condivideva.

"Eravamo amici, soprattutto nella vita privata prima ancora che in campo". In questa frase Marinelli riassume il segreto di tante battaglia vittoriose al fianco dei suoi compagni di squadra. Lo chiamavano il "Piola del basket", per il suo gioco intelligente e concreto. C'erano in giro alcuni campioni che forse avevano un tiro migliore del suo, c'era chi palleggiava con maggior disinvoltura, chi aveva un po' di scatto in più. Ma, Marinelli riuniva tutte queste doti nella sua persona, doti che lo trasformavano in uno dei giocatori più completi che mai abbia avuto la pallacanestro italiana. Era, in altri termini, come un primatista di  decathlon: non era il primo in alcuna delle specialità prese separatamente, ma era innegabilmente il primo nella somma di tutti i valori. Per questo, resto un esempio unico nella storia dello sport, un personaggio che le giovani forze del basket virtussino dovrebbero a tutti i costi imitare. Un Marinelli in squadra significava vittoria.

Allora come oggi.

 

Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Giancarlo Marinelli è considerato uno dei giocatori più forti e moderni, in un certo senso, del periodo. Atleta vero, praticante il mezzo fondo e il salto in alto, non poteva non arrivare al basket per un motivo molto semplice: era nato proprio di fronte alla "Santa Lucia", palestra che inizia a frequentare, diciottenne, nel 1933. Il nome di Giancarlo Marinelli è legato anche ad un episodio curioso, accaduto nel 1936, durante un torneo. La finale vece impegnata proprio la Virtus di Marinelli e la Parioli di Roma dove gioca il figlio del Duce. L'imbarazzo è grande perché un po' tutti credono di sapere come "deve" andare a finire. Come è possibile fare uno sgarbo al figlio del Duce? E invece Giancarlo Marinelli "se ne frega" e, visto che è di gran lunga il miglior giocatore sul terreno, fa il diavolo a quattro, e porta la Virtus alla vittoria fra l'imbarazzo di quasi tutti e la soddisfazione di pochi. "A quei tempi si giocava senza vedere una lira, si andava in trasferta col cartoccio dei viveri, si viaggiava la notte per non spendere i soldi dell'albergo" avrebbe raccontato anni più tardi Marinelli "In quel torneo c'era in palio una medaglia d'oro e io avrei dovuta lasciarla perdere? Eppoi in campo siamo tutti eguali, nessuno è privilegiato".

Giancarlo Marinelli lascia una traccia profonda sotto le Due Torri: vince due medaglie d'argento agli Europei, partecipa a due Olimpiadi, vince 4 scudetti con la Virtus e viene considerato a lungo tra i migliori giocatori europei. Sarà alla guida anche della Nazionale italiana senza peraltro riuscire a fare molta strada. Leggiamo cosa scrisse di quel periodo e di lui Aldo Giordani sulle colonne del mensile "Pallacanestro". "Nasceva in quegli anni la formazione del futuro che doveva portare finalmente alle Due Torri lo scudetto del basket. Giancarlo Marinelli andava in palestra la sera da San Ruffillo, e accanto a lui si stringevano i ragazzoli ancora imberbi, spesso ancora coi calzoni corti. Magari avevano giocato il pomeriggio negli accanitissimi tornei delle scuole, con le due squadre che portavano lo stesso maglione nero da ginnastica e che alla meno peggio si differenziavano in campo con i baschetti bianchi o rossi distribuiti dal custode prima dell'entrata in campo. Era un cenacolo vero e proprio quello di Marinelli e degli altri grandi di allora. A quei tempi il basket era soprattutto passione, non studio profondo come adesso. E quando - alla fine della guerra - vecchi e giovani si ritrovarono per ricominciare le partite, la Santa Lucia non c'era più, chiusa per sempre alle partite e allo sport: ma la passione di quelle lunghe sere d'inverno era rinata intatta e trovò finalmente il suo frutto sospirato nel primissimo campionato dopo la fine delle ostilità".

Durante un derby in Sala Borsa col Gira

SETTIMO CIELO

Tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

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Galeazzo Dondi in altre cose affaccendato, Galeazzo Dondi sta costruendosi la sua solida fama di odontoiatra e allora prende in mano la baracca Giancarlone Marinelli. Chi è costui? Intanto è il “centro” più forte che ci sia in Italia. Non ha molto coltivato gli studi, fa funzione di geometra, ha un fisico da spaccare il mondo, piace alle donne e a lui le femmine piacciono tanto. Straripa di buon umore, ma guai carezzarlo contropelo, guai fargli perdere la bussola. Gioca alle Olimpiadi del ’48, sarà il Citì in quelle di Helsinki quattro anni dopo. Ha prestigio e carisma. Ogni tanto si lascia andare e fa sganasciare tutti quanti. A Riga (campionati d’Europa) si prende una sbronza terrificante. Sta tutto nudo nella hall dell’albergo e proclama solennemente che l’antico zar è lui o che forse lui è la zarina Caterina, chissà mai. Anche Giancarlo Marinelli è di quelli di Via Castiglione e zone limitrofe, vedi Bersani, Vannini, Rapini e Ranuzzi. Gioca alla “Piola” (il grande centravanti dell’epoca), oggi si direbbe che è proprio un all around, un magico universale. Viene dall’atletica leggera e dal rugby, comincia a tirare la palla nel canestro un po’ tardi (a diciassette anni), ma da quel momento fa davvero sfracelli. Quattro scudetti Virtus, due Olimpiadi, un argento ai campionati d'Europa, un anno di panca azzurra come Citì e la bellezza di quaranta gettoni in Nazionale, la bellezza o la pochezza perché - dice lui “Troppo spesso il lavoro mi assorbiva e dovevo dire di no”. Su Marinelli sono fiorite storie amene tipo quella della gran sbornia in Lettonia. Ma quella del viaggio di nozze interrotto è purissima verità. “Eravamo nel primo dopoguerra, proprio nel '45 e al terzo giorno - racconta - sospesi il viaggio di nozze per andare a giocare in Nazionale. Come ci rimase mia moglie? Niente, mia moglie  sempre stata dolcissima… capì e soffrì in silenzio…

Giancarlone ogni tanto faceva questo numero: piazzava le gambe sulla riga del centrocampo e da lì scagliava la bomba. “Mi andò benone una volta a Varese, canestro da metà campo e vittoria importantissima per uno dei quattro scudetti. E a Parigi, già, a Parigi nel '38 non sapevamo come risolvere la situazione. Ai pans 'mme, datemi la palla. Gran botta da metà campo, vittoria sulla Francia, Parigi conquistata e tanto champagne”.

Con Giancarlo Marinelli a dirigere le operazioni la Virtus continua a furoreggiare.

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La tessera di Marinelli ai Campionati Europei di Ginevra del 1935

(foto tratta dall'Archivio SEF Virtus)

La tessera di Marinelli alle Olimpiadi di Berlino del 1936

(foto tratta dall'Archivio SEF Virtus)

La tessera di Marinelli alle Olimpiadi di Londra del 1948

(foto tratta dall'Archivio SEF Virtus)

UN ALTRO GRANDE NON C’È PIÙ

di Aldo Giordani – Superbasket – 28/05/1987

 

Un altro Grande ci ha lasciati. Ai giovani di oggi, il nome di Giancarlo Marinelli dice poco. Ma, nella sua epoca, fu un dominatore. Giocò due Olimpiadi a dodici anni di distanza, come Meneghin. Furono le sole due, perché‚ nel pieno della sua carriera ci fu la guerra. Aveva un fisico scultoreo, un gioco che oggi sarebbe definito “all around”, anche se il suo ruolo era centro, in un'epoca però nella quale spalle a canestro, fino all'avvento di Stefanini, non si poneva nessuno. Dopo una sconfitta a Venezia in una partita-scudetto, chi scrive tentando Cesarino Negroni di risollevare l'umore dell'ambiente con una battuta, che nelle intenzioni doveva essere sdrammatizzante - vide un piatto volare lungo tutta la lunghezza della tavolata, scagliato dal Nume infuriato, il mitico Giancarlo capo carismatico della squadra felsinea. Abitava in un certo periodo a San Ruffillo, arrivava in bicicletta agli allenamenti in Santa Lucia, c'erano Athos Paganelli, Napoleone Valvola, Gelsomino Girotti, Venzo Vannini, Galeazzo Dondi, gente che non aveva certo la tecnica dell'ultimo junior di oggi, ma che - come cuore, come capacità di combattere, come doti atletiche - non sarebbe stata seconda ai “Longobardi” di oggi. E sono sempre quelle, in tutte le epoche, le qualità che distinguono gli assi dai pallelesse. Giancarlo Marinelli non è più. Fino alla guerra, e durante la guerra, le “V” nere non erano mai riuscite a fregiarsi di tricolore. Anche allora, c'erano stati dapprima i milanesi con l'oriundo in più (come oggi). Poi, per due volte, la Reyer dei fratelli Fagarazzi, dei fratelli Stefanini, di Rico Garbosi, di Amerigo Penso. Ma, dopo la guerra, fu il momento della Virtus. Il grande, grandissimo Giancarlo (uomo da Nazionale ad occhi chiusi anche oggi, tanto per capirci) arrivò a vincere il primo scudetto di Viareggio. Poi furono altri tre in fila. Ed ebbe due argenti “europei”, allenò anche la Nazionale. Ultimamente era malato, faceva piangere la visione di quella quercia che era stata, percossa dalla spietata violenza del male. Ma il Marinelli che tutti debbono ricordare è il Marte dei suoi anni d'oro, quando era un big più big di quelli d'oggi.

IL RICORDO DI GIGI RAPINI

di Roberto Cornacchia

 

Il più forte fisicamente, in assoluto, era Giancarlo Marinelli, sembrava il discobolo. In tutto, nelle gambe, nelle braccia, un fisico proprio veramente forte come non mai, anche lui era uno che sovente andava su di giri però. E aveva un debole per le sottane.

Ricordo una volta che eravamo al campo Valeriani, perché alla domenica mattina andavamo sempre alla Virtus e giocavamo a pallavolo. Giocavamo senza regole quando passò uno e mi ricordo che era il gerente o il proprietario del Caffè dei Cacciatori. Costui passò e attraversò il campo in un angolo. Marinelli gli urlò “ehi, amico. Tu devi girare fuori dal campo, eh”. Avrà tagliato il campo di due metri, facendo quattro passi al suo interno. Al tornare indietro passò ancora da lì. Come lo vide fare lo stesso taglio, Marinelli cacciò via la palla e gli si lanciò addosso dicendogli “ti avevo detto di non passare di lì” e gli cacciò una botta che lo stese. Io gli ero di dietro, lo presi e gli dico "Giancarlo ma cosa fai?” ma subito arrivò Venzo Vannini che mi tirò giù le braccia e mi disse “si tiene sempre stretto l’avversario, mai il tuo compagno”.

Questo per rendere l'idea di quale spirito animasse quei giocatori, che noi avevamo in parte preso, ma loro erano così naturalmente. Ricordo che nella partita in cui io debuttai, a Pavia, nel primo tempo feci 12 punti e nel secondo tempo subii un trattamento "particolare" da uno, un mezzo delinquente, che mi marcava dandomi dei calci. Quando mi lamentai della cosa, Vannini mi disse: "Adesso ci penso io a lui”. All'epoca era così: ognuno marcava il suo uomo in base alle caratteristiche fisiche e spesso ci si dava delle discrete botte. Però al ritorno gli altri si facevano sempre pari: quella era la regola, al ritorno chi giocava in casa pareggiava sempre il conto...