ROBERTO BRUNAMONTI

(giocatore)

Roberto Brunamonti mentre solleva un trofeo, una scena vista più volte

nato a: Spoleto

il: 14/04/1959

altezza: 191

ruolo: playmaker

numero di maglia: 4

Stagioni alla Virtus: 1982/83 - 1983/84 - 1984/85 - 1985/86 - 1986/87 - 1987/88 - 1988/89 - 1989/90 - 1990/91 - 1991/92 - 1992/93 - 1993/94 - 1994/95 - 1995/96

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 4 scudetti, 3 Coppe Italia, 1 Coppa delle Coppe, 1 SuperCoppa

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UNA LUNGA STORIA D’AMORE

di Roberto Cornacchia - V Magazine - Gennaio 2009

 

Una lunga storia d’amore, in tutte le posizioni.

Ehi, non pensate male. La storia d’amore è quella tra Roberto Brunamonti e la Virtus. E le posizioni sono quelle rivestite dal Capitano. Tutte: giocatore, allenatore e dirigente. Nella lunga storia della società uno dei soli due ad aver ricoperto tutti e tre questi ruoli; a fargli compagnia in questo primato Galeazzo Dondi Dell’Orologio che completò lo stesso percorso agli albori del gioco, in un periodo in cui il basket era ancora palla al cesto. Tutti ruoli ricoperti con successo: 4 scudetti e 3 Coppe di vario genere sul campo, 2 scudetti e 5 Coppe - alcune veramente pesanti - da vicepresidente, addirittura una Coppa Italia nel breve periodo in cui sostituì Alberto Bucci per concludere la stagione 1996/97 che non trova riscontro negli annali perché la panchina, ufficialmente, era assegnata a Lino Frattin.

Una lunga storia d’amore durante la quale la grande passione non ha mai trasceso i limiti della correttezza, durante la quale la bravura e le vittorie non lo hanno mai portato a mettersi davanti agli altri, durante la quale le diverse situazioni difficili che ha vissuto da atleta e da uomo di sport non gli hanno mai fatto pronunciare parole cattive su qualcuno.

All’inizio fu il tennis, uno sport individuale. Strano inizio per uno che in campo è sempre stato estremamente altruista.

Il tennis è stato il primo sport che ho praticato. Sport bellissimo e che adoro ma quando ho conosciuto il basket e quello che uno sport di squadra ti può dare a livello di interazione coi compagni non ho avuti dubbi su quale sport continuare a praticare.

Un uomo che ha caratterizzato i tuoi inizi fu Elio Pentassuglia.

Ho avuto la fortuna di imbattermi in personaggi che mi hanno trasmesso molto. Chiaro che ci devi mettere del tuo, ma rapportarsi con persone come Pentassuglia e prima di lui gli allenatori delle giovanili mi ha sicuramente agevolato, e di molto, nella mia crescita come giocatore e come uomo. Non è un caso che oltre al sottoscritto siano saltati fuori tanti giocatori che hanno calcato i campi della Serie A come Zampolini, Sanesi, Blasetti, Colantoni, Di Fazi,  ecc.. Molti furono i ragazzi provenienti dalle giovanili portati in prima squadra, ma per me in particolare Pentassuglia fu fondamentale perché, fin quasi da subito, mi mise in mano la squadra. In pratica una squadra quasi completamente fatta in casa, a parte gli stranieri e due giocatori più esperti come Marisi e Cerioni: sono cose che ormai, nel basket attuale, sono impossibili.

Un’altra peculiarità che caratterizzava la Rieti di allora era quella di riuscire a trovare sempre degli stranieri molto redditizi.

Era sicuramente un basket diverso e con regole diverse: queste faceva sì che fosse più facile trovare giocatori di valore ma anche che avessero rapporti più stabili con le squadre. Gli stranieri all’epoca erano solo due e, non potendo permetterti di sbagliarli, c’era un’attenzione particolare nel sceglierli, anche dal punto di vista caratteriale. Prendere giocatori che, oltre che forti tecnicamente, fossero anche persone a posto era importante per cementare il gruppo. In particolare Sojourner e Meely, oltre ad essere sul campo i campioni che tutti ricordano, vivevano la realtà reatina in maniera totale, non solo da giocatori ma anche come persone.

Bologna: il salto dalla provincia ad una delle capitali del basket.

Bologna fu per me un punto d’arrivo ma anche un punto di partenza. Avevo già disputato sei campionati nella massima serie, ero già arrivato in Nazionale con la quale avevo vinto un argento olimpica, e avevo vinto una Coppa Korac con Rieti. Non ero un perfetto sconosciuto, però tutta quanto avevo fatto fino ad allora veniva in pratica azzerato per essere verificato nel diverso contesto in cui venivo a trovarmi. La Virtus era una squadra nella quale volevo fortemente andare: fin dai tempi di Rieti subivo il fascino di Piazza Azzarita e la cultura sportiva e cestistica eccezionale di questa città. Arrivare a Bologna fu per me come continuare a salire i gradini della scala della mia crescita come giocatore.

Porelli, che da molti veniva considerato un “padre-padrone”, cosa fu per te?

Più che un padrone, fu soprattutto un padre. Innanzitutto mi volle fortemente. All’epoca, essendoci solo due stranieri per squadra, molti basavano sull’asse playmaker-pivot stranieri le proprie fortune mentre lui volle dare la squadra in mano a me, un italiano giovane e che doveva ancora dimostrare il proprio valore ad alto livello. Il fatto che l’Avvocato abbia investito così tanto su di me fu un altro dei fattori fondamentali per lo sviluppo della mia carriera cestistica.

Nei primi anni bolognesi, quante volte ti sei sentito rivolgere la classica domanda “sei più playmaker o guardia”?

Molte. Allora c’erano diversi cliché sui ruoli che poi, col tempo, sono stati smantellati. Tanto per cominciare, il playmaker non doveva essere troppo alto sennò già questo da solo faceva sì che lo si ritenesse una guardia a prescindere. I lunghi non si spostavano dall’area o dai suoi stretti dintorni e quello era il loro territorio. Io, invec,e ero abituato ad andare al rimbalzo offensivo e questo era qualcosa di veramente inconsueto: per certi versi, mi sono sentito un apripista. Facevo parte di una squadra che aveva giocatori importanti come Villalta e Bonamico e non avevo più la necessità di segnare punti come mi veniva richiesto in precedenza: dovevo quindi alternare il coinvolgimento dei compagni con il saper trarre vantaggio dalla mia altezza per il ruolo e le mie doti offensive. Quando questo non avveniva alla perfezione, stiamo parlando dei primi anni ’80, saltava sempre fuori qualche critica.

Poi venne Alberto Bucci e tutte le tessere trovarono la loro perfetta collocazione.

Anche Alberto veniva da una piccola società dove aveva ottenuti grandi risultati. Bolognesissimo, arrivo in società con un grandissimo entusiasmo e ancora una volta fu Porelli che seppe vedere in lui persona adatta per puntare allo scudetto della stella.

E così venne la stella e la tua consacrazione.

Indubbiamente tutti gli scudetti sono importanti ma quello lo fu in particolar modo, anche perché la società lo aspettava da moltissimo tempo. Personalmente mi aiutò molto e mi diede molta più sicurezza in me stesso e nelle mie capacità. Anche il modo in cui lo vincemmo: con due vittorie in trasferta contro l’allora fortissima squadra allenata da Dan Peterson. Fu un bell’esame di maturità, per me e i miei compagni.

Dopo quel successo, quando sembrava che si potesse aprire un ciclo bianconero, invece seguirono 8 anni senza vittorie.

Va considerato che ci sono anche gli altri sul campo. Un ciclo in effetti venne aperto, purtroppo non da noi ma da Milano, che all’epoca faceva investimenti importanti come ne hanno sempre fatto le grandi squadre che hanno dominato come in altri tempi fecero Varese, Treviso, la stessa Virtus ed oggi sta facendo Siena. Tutti cicli contraddistinti dal lavoro portato avanti negli anni, con l’inserimento graduale di nuovi elementi su un telaio pre-esistente di valore. Ciò nonostante non ho mai pensato di volermene andare da Bologna: anche se la Virtus non era la squadra di riferimento per il movimento cestistico italiano, quello che volevo era rimanere alla Virtus. Allora c’era il “cartellino” e questo era di proprietà della società: indipendentemente dal contratto, il giocatore era un capitale della società e sicuramente riusciva più normale considerarsene parte, ma per me lo era in maniera assoluta. Il fatto di essere virtussino lo sentivo sulla mia pelle e anche negli anni non facilissimi, sia per la società che per la squadra, che seguirono lo scudetto della stella, questa consapevolezza mi fu molto d’aiuto.

Dopo Bucci fosti allenato da Alessandro Gamba: un allenatore che aveva fatto bene ovunque ma che a Bologna non riuscì mai ad essere veramente amato.

Sostanzialmente non ebbe grande fortuna a Bologna, però è stato un grandissimo allenatore e anche lui ebbe molta parte nella mia crescita come giocatore. Molto probabilmente noi giocatori non eravamo in grado di ripeterci vincendo uno scudetto e complice l’irresistibile ascesa di Milano, che all’epoca dominava anche in Europa, sotto la sua guida non arrivarono vittorie.

Sei stato allenato anche da Cosic, un grandissimo ma con una visione del basket piuttosto sui generis.

Cosic è stato un precursore di una certa pallacanestro. Come avevo potuto sperimentare sulla mia pelle, c’erano leggi non scritte su quello che i giocatori di certi ruoli dovevano e non dovevano fare. Lui invece non se ne curava. Certi particolari dei suoi giochi, come ad esempio i blocchi alti dei lunghi sul portatore di palla, all’epoca erano cose poco comuni mentre ora sono fra le più utilizzate. Erano i primissimi anni in cui c’era il tiro da 3 punti e prima di tanti altri seppe comprendere che il destino dei lunghi non era più quello di rimanere ancorati in area ma di saper giocare anche in altri ruoli (come lui, prima di tutti, aveva saputo magistralmente mostrare – nda). Lo stesso Ettore Messina, allora vice-allenatore, ammette oggi di aver imparato molte cose che considera fondamentali proprio da lui, ma di aver avuto bisogno di anni per comprenderle a pieno. Purtroppo quell’anno non vinse e questo fece sì che i suoi insegnamenti non siano stati considerati per quello erano: innovativi.

Seguì l’anno della bruciante eliminazione in semifinale play-offs dall’Enichem Livorno e delle parole poco riguardose nei tuoi confronti: forse il momento più brutto della tua carriera virtussina.

Io mi sentivo virtussino fino al midollo e su questo avevo sempre basato la mia abnegazione alla causa bianconera. Anch’io ero frustrato dal perdurare della mancanza di risultati ed ero il primo a soffrirne quando questo si verificava. Dopo che avevo dato tutto me stesso, sentirmi dire che non avevo dato il massimo perché di fronte c’era Alberto Bucci, beh, mi sentii tradito: non era più una questione tecnica, si mettevano in dubbio quelle cose che erano alla base del mio essere nella Virtus. Poi ci furono grandi dimostrazioni d’affetto da parte della gente, ricordo ancora che delle ragazze raccolsero delle firme perché rimanessi a Bologna: furono cose come queste mi fecero dimenticare tutto e rimanere a Bologna.

Sugar, un campionissimo ma una persona caratterialmente molto differente da te.

Posso solo immaginare cosa potesse essere nel pieno della sua forma. Arrivò qui che aveva già 33 anni ed era di una generosità, in campo e fuori, straordinaria. Aveva un suo modo di vivere che faceva sì che avesse in pratica il doppio degli anni che risultavano dalla carta d’identità. Era Sugar, nel bene e nel male, e anche questo lo rendeva un personaggio. Da giocatore stare al suo fianco era stupendo, per me sono stati anni bellissimi.

Quando Ettore Messina aprì la sua prima parentesi virtussina, disse subito che la sua carriera da allenatore si dovette molto al fatto che due veterani come te e Sugar lo accettaste subito, nonostante fosse molto giovane.

In realtà Ettore era già da molto tempo assistente e negli allenamenti e nelle varie situazioni in cui veniva coinvolto aveva già dato ampie dimostrazioni di valere e quindi ai nostri occhi non era certo considerato un sprovveduto capitato lì per caso. E poi fu subito vincente: nella prima stagione da capo-allenatore portammo a casa Coppa Italia e Coppa delle Coppe dopo alcuni anni di insuccessi e questo aiutò tutti, sia noi giocatori che Ettore, ad avere maggior fiducia nei nostri mezzi e nella convinzione della bontà del lavoro che stavamo facendo.

Forse solo con l’arrivo di Messina la società dimostrò di avere la pazienza necessaria per lasciare costruire qualcosa.

Sicuramente c’erano squadre che avevano una maturità superiore alla nostra mentre noi non eravamo ancora pronti per primeggiare. Si formò un nucleo di giocatori che venne man mano rinforzato con gli acquisti dei vari Morandotti, Moretti, Coldebella e Danilovic che venivano pertanto innestati su un telaio formato da giocatori già col giusto imprinting. Quando venne il nostro tempo, sapemmo sfruttarlo appieno e demmo inizio ad un ciclo straordinario, che continuò a dare i suoi frutti anche dopo che io smisi di giocare arrivando a salire sul tetto d’Europa. Come giocatore ma anche come dirigente, fare parte di quelle squadre è stata un’esperienza straordinaria.

E un bel giorno arrivò Coldebella, l’erede designato.

Claudio per me è stato molto importante. Ragazzo ambizioso e con notevoli doti che poi ha saputo sfruttare, giunse a Bologna che avevo 31 anni e la sua presenza mi ha sicuramente stimolato a continuare a dare il massimo, come credo la mia presenza abbia avuto lo stesso effetto su di lui. La rivalità per il posto da titolare c’è sempre stata e fummo bravi a saperla incanalare per il bene della squadra. Del resto, nelle squadre con tanti giocatori forti la rivalità interna è cosa frequente, che ti tiene sveglio e che ti spinge a cercare di migliorarti.

Danilovic disse di essere venuto alla Virtus perché voleva giocare con te. Cosa hai fatto per fargli dire di essere venuto alla Virtus per te?

Gli sono sempre stato grato di questa affermazione. Lui fu un valore aggiunto veramente enorme: la sua voglia di vincere e l’impegno che esigeva dai compagni, solo perché lui era il primo a chiedere il massimo da sé stesso, a volte lo potevano perfino fare apparire antipatico ma poi, una volta in campo, ti dava veramente tutto. Arrivò che, pur giovanissimo, aveva già vinto la Coppa dei Campioni da protagonista e su noi, che eravamo ancora in qualche modo stregati dal triste ricordo dello sfondamento inventato a Marco Bonamico a Strasburgo, la sua personalità ebbe grande impatto. Io stesso fui dispiaciuto di avere la possibilità di giocare con lui solamente ad una certa età ma ho comunque avuto il tempo di vivere pienamente la sua prima parentesi virtussina.

Ma in cosa si traduceva, nei fatti, la famosa esigenza di Danilovic verso i compagni?

Non accettava di perdere. Anche nei 5 contro 5 in allenamento era il primo a dare il massimo e conseguentemente pretendeva il massimo dai suoi compagni. E se questo non succedeva sapeva come farsi sentire. Ma al di là di questi contesti, dove essere così intransigenti coi propri compagni rispondeva ad un suo preciso e giustificabile modo di concepire l’approccio al basket, era anche persona di una notevole generosità, probabilmente ignota al grande pubblico.

Quando diede l’annuncio dell’addio al basket giocato, non sei proprio riuscito a fargli cambiare idea…

Onestamente, quando mi comunicò la sua decisione fui abbastanza sorpreso perché per me era ancora presto. Aveva solo trent’anni e, sebbene fosse stato un giocatore che non si era mai risparmiato sia dal punto di vista fisico che da quello mentale e che aveva avuto una carriera lunga e logorante, era reduce dall’aver disputato una buona Olimpiade con la sua Nazionale e non mi sembrava per niente al capolinea. Provai in amicizia a dissuaderlo ma col senno di poi sono convinto che abbia fatto la scelta giusta, sicuramente quella che sentiva più sua. Ha preferito lasciare un minuto prima, anzi molti minuti prima, piuttosto che un minuto dopo. Poi è sempre stato persona di grande orgoglio e, pur se avrebbe potuto benissimo continuare ad essere un giocatore importante, immagino abbia preferito lasciare negli occhi di tutti il ricordo di un campione al più alto livello.

Dopo Porelli, un altro padre-padrone come Cazzola.

Sicuramente Cazzola si incastrò perfettamente in quel momento storico della Virtus. La combinazione delle sue capacità e ambizione con l’appassionato apporto del Dott. Dorigo e la competenza di un ancora giovane Messina crearono un meccanismo perfetto che può giustamente considerarsi il ciclo più fruttuoso della lunga storia virtussina. Cazzola fu determinante nel ridare spinta a tutto l’ambiente. Avendolo conosciuto sia da giocatore che da dirigente posso dire di averlo visto sotto tutti gli aspetti:  sempre molto presente e pronto a saltare sulla barricata, lasciava comunque grande libertà dal punto di vista tecnico e delle scelte sulla costruzione della squadra. Aveva una grande personalità e magari chi era abituato a vedere in lui il condottiero faceva fatica a credere che, invece, tenesse in grande considerazione le opinioni dei suoi più stretti collaboratori.

Quando ormai sembravi destinato al tramonto professionale, avesti una specie di “esplosione senile”. L’immagine che ho impresso nella mente è di te che ti tuffi e, con una smorfia di dolore, per recuperare una palla sul più 20. Da tifoso ti ho apprezzato ancor più che negli anni in cui eri al top della tua carriera.

Io l’attaccamento alla maglia l’ho sempre avuto e col passare del tempo invece che affievolirsi è pure aumentato. Avevo vissuto gli anni difficili dove non si riusciva a vincere e quindi, in quegli anni, mi veniva ancora più facile dare il massimo in una squadra che era un’autentica macchina da guerra e che mi permetteva di esprimermi al meglio.

Direi che questa tua completa dedizione sia stata percepita dai virtussini, se è vero che non più tardi del 2005 sei stato votato in un sondaggio il bianconero più forte di tutti i tempi, davanti ai vari Danilovic, Ginobili, Cosic e compagnia bella

Sono cose che la gente apprezza e tende ad identificarsi in chi la esprime.

Ormai è difficile vedere un giocatore così attaccato alla maglia come fosti tu, anche perché i giocatori tendono a rimanere nella stessa squadra per periodi molto più brevi rispetto ad una volta. È la fine delle “bandiere”?

Forse adesso, proprio per questi motivi, è più difficile diventalo ma credo che ci saranno sempre giocatori che dimostrano un vero attaccamento alla squadra. Certo, non sarà più quasi scontato come poteva essere allora, ma ancora ci sono esempi come Tonolli per Roma o Lulli per Teramo che rappresentano la squadra per la quale giocano, così come Vukcevic e Giovannoni per la Virtus attuale, indipendentemente dal fatto che non siano italiani.

Sarebbe bello, oltre che utile, vedere gli ex-campioni lavorare per le squadre che hanno rappresentato da giocatori.

Il passaggio dei giocatori storici all’interno dell’organigramma societario è una cosa che dipende sempre da tanti fattori, non ultimo i posti vacanti nel momento in cui smette di giocare. Mai come adesso che si fa un gran parlare sui cambiamenti da affrontare e che si sta cercando di tornare a fare attività giovanile, coinvolgere chi conosce per esperienza personale la realtà del movimento ed è riconoscibile diventa importante, sia in ruoli dirigenziali che tecnici o divulgativi.

Come è stato il tuo rapporto con la Nazionale?

Bellissimo. Ci ho giocato per 14 anni, dai 20 ai 33 anni, e per me è stato quasi come essere in un secondo club. La maglia azzurra è sempre stata una cosa importantissima per me: seguo tuttora la Nazionale con grande attenzione e spero che i nostri giocatori che evoluiscono nella NBA tornino a giocarvi con la stessa voglia che avevamo noi altri qualche anno fa.

Hai avuto anche un breve periodo in cui sei stato allenatore, e nonostante i pochi mesi a disposizione, sei riuscito a “fare bacheca”.

In realtà avevo già scelto di stare dietro una scrivania e non sulla panchina, proprio perché non lo sentivo nelle mie corde. Però quando Cazzola esonerò Bucci per dare una scossa alla squadra, venne, con mio stupore, a chiedermi di prendere la squadra in mano. Era un momento difficile e, per quanto non fosse la mia massima aspirazione, ritenni di poter essere d’aiuto. Nonostante i tanti problemi di quella stagione, vincemmo la Coppa Italia ma, cosa ancora più importante, riuscimmo a qualificarci per l’Eurolega. Poi Ettore tornò dopo l’esperienza in Nazionale e diede inizio alla quella splendida cavalcata che si concluse con il trionfo di Barcellona.

E così sei tornato dietro alla scrivania, con grande dispiacere di un grande ex-virtussino come Pellanera che dice che uno come te dovrebbe allenare per trasmettere la conoscenza del gioco.

È una questione di passione, cosa che ho cercato di mettere in tutte le cose che ho fatto, al di là del piacere di farla. Ho sempre coltivato l’idea di rimanere nell’ambiente del basket una volta che avessi smesso di giocare ma mi vedevo, e continuo a vedermi, con un ruolo diverso da quello dell’allenatore. Poi non si sa mai, magari domani mi viene voglia di allenare dei ragazzini. Ma ora faccio quello che vorrei fare.

La tua esperienza da dirigente a Bologna.

Innanzitutto ne serbo un ricordo bellissimo, che non può essere scalfito dai fatti che determinarono le mie dimissioni, e non ho nessun rimpianto. Fu un periodo eccezionale dove tutto era perfetto: la squadra, la società, i tifosi. Vincemmo degli scudetti memorabili, salimmo due volte sul tetto d’Europa, molti dei giocatori che facevano parte di quelle squadre ora giocano con successo dall’altra parte dell’oceano. Per quanto stando dietro una scrivania le emozioni siano diverse rispetto a quelle che può provare chi scende in campo, posso assicurare che fare parte di un’organizzazione così valida e vedere il progetto a cui si partecipa prendere forma e realizzarsi al meglio delle previsioni è stata un’esperienza estremamente coinvolgente.

Poi qualcosa si guastò e cominciarono i problemi.

A Madrigali non posso non riconoscere il merito di aver costruito una squadra di altissimo livello. Se facemmo il grande Slam si deve sicuramente all’impegno, finanziario e non solo, che lui profuse. Poi l’anno seguente ci fu il famoso episodio dell’esonero di Ettore, con tutto quello che seguì. Conflitti di questo genere non sono certo rari, figuriamoci quando vi sono persone dalla forte personalità e con la pressione che provoca lo sport ad alto livello. Generalmente si cerca di convivere per il bene comune, anche perché avere qualcuno che la pensa diversamente può aiutare a vedere le cose sotto una luce diversa. Non posso nascondere che certe scelte di Madrigali non le ho capite: peccato che la frattura sia avvenuta a stagione in corso, perché con un clima diverso la squadra avrebbe potuto fare sicuramente di più.

In seguito trovasti un’altra Virtus ad accoglierti, dove i risultati raggiunti furono forse inferiori alle aspettative.

Non direi, se si considera cosa fosse Roma all’epoca del mio approdo: una squadra che aveva avuto le uniche stagioni vincenti 20 anni prima e che riteneva un risultato apprezzabile il raggiungimento dei quarti di finale ai play-offs.  Sicuramente in questi ultimi anni Roma si è attestata su un livello più alto: è una presenza fissa nella fase conclusiva dei play-offs; è attualmente seconda in classifica e si sta giocando il secondo posto nel ranking italiano assieme a Bologna; in Eurolega è riuscita a raggiungere con pieno merito le Top16 senza essere l’emerita sconosciuta dei primi anni. Anche nel settore giovanile ha fatto enormi passi in avanti, raggiungendo ottimi risultati peraltro con ragazzi prevalentemente romani. Se è vero che per distruggere una società modello possono bastare pochi mesi, non dimentichiamo che non bastano una stagione o due per creare una società solida. Poi Roma è città particolare, che vive della grande passione per le due squadre di calcio cittadine: essere riusciti a far avvicinare al basket numerosi nuovi tifosi è un fatto positivo per tutto il movimento, non solo per la Virtus Roma.

Ora sei a Rieti, dove la situazione non è molto rosea.

A Rieti sono sempre rimasto molto affezionato e anche riconoscente: se non ci fosse stato Rieti nella mia carriera, non ci sarebbero state nemmeno Bologna e tutto il resto. Quindi mi ha fatto molto piacere tornare qua, quasi a saldare un vecchio debito di riconoscenza verso la società che per prima ha creduto in me, anche se ero perfettamente consapevole delle difficoltà che la società stava attraversando. Adesso la situazione è quella che è e io sto cercando di fare il possibile per aiutare.

Da uomo che ha conosciuto il basket da tutte le angolazioni, cosa suggeriresti per migliorare il basket italiano?

Aldilà di tutto quello che si sente dire nei vari convegni o incontri tra massimi esponenti del movimento che sono tutte cose giuste e sensate, personalmente credo che la cosa più importante sulla quale intervenire sia la ristrutturazione dei campionati. Spero proprio che Meneghin, ovviamente non da solo perché da solo non può nulla ma con l’appoggio di tutte le componenti in gioco, ci riesca. Si fa un gran parlare dei giocatori italiani che costano il doppio degli altri ma se non si fa in modo che questi, appena usciti dai settori giovanili, abbiano la possibilità di giocare, sbagliare, crescere ed essere visti, il problema non si risolve da solo. Non pensiamo solo al campionato di Serie A che è la punta dell’iceberg: è la parte sommersa quella che va migliorata, quella sulla quale intervenire.

Forse non tutti sanno che Michael Jordan conserva una tua maglia.

A dire il vero me l’aveva chiesta qualcuno del suo entourage per esporla alle pareti di un suo ristorante: l’idea era quella di avere una maglia proveniente dai vari campionati di basket del mondo e, a rappresentare il nostro campionato, volle la mia numero 4 della Knorr. Ma da quello che so quel ristorante non l’ha più e non so nemmeno dove sia finita quella maglia.

Abbiamo finito con le domande. Per chiudere ci vorrebbe un scoop, qualcosa di eccezionale: ad esempio tu che dici una cattiveria su qualcuno…

Veramente di cattiverie da dire su qualcuno non ne ho. Ho sempre cercato di fare quello che ritenevo giusto e con la massima correttezza: forse grazie a questo ho sempre avuto dei buoni rapporti con tutti.

Lo sapevo che finiva così…


L’ETERNO FANCIULLO PER BENE

di Gianfranco Civolani – Superbasket – 16/10/1986

 

Nel momento in cui scrivo, a Brunamonti manca una virgola per toccare quota quattromila, e dunque chiaramente quando voi mi leggerete Brunamonti avrà coronato eccetera.

Cosa sono quattromila punti? Sono più di tremila e meno di cinquemila, se proprio vogliamo andare a scoprire qualcosa sotto le pieghe. Ma sono sicuramente tanti punti realizzati: da un giocatore che chissà quali e quanti traguardi potrà ancora centrare. Roby Brunamonti: se fosse per lui, sai che goduria per il cosiddetto giornalismo pettegolo. Roby è inossidabile anche nel suo perfettissimo aplomb. Mai una valutazione appena un po' storta sul conto di un collega, mai un accenno di polemica, mai un barlume di casotto, mai una frase fuori posto, mai un'opportunità per montarci sopra qualcosa di non troppo limpido. Un gran bravo figliolo, un ragazzo perbene, questa la prima cosa che ognuno di noi può dire e scrivere. E pazienza se l'uomo per sua indole e scelta è decisamente un antipersonaggio. Pazienza se non lo vediamo mai bivaccare da qualche parte, pazienza se ogni coach lo cita come l'uomo ideale oggi, domani e dopodomani, e pazienza se in questa benedetta Virtus i tipi come Brunamonti sono davvero parecchi, ragion per cui andiamo a scuotere gli alberelli di Gamba e del duce, se proprio vogliamo uscire qualche volta dalla solita routine. Del Brunamonti in pantofole si sa poco o niente. Un tipo acqua e sapone, campo e famiglia, meglio per lui. E allora tanto vale cercare di aggiungere qualcosa all'idilliaco e bucolico quadro nel quale il giocatore si muove e si riconosce.

Brunamonti che non è un play, qualcuno continua a dire. E qui io francamente mi domando come si possano impunemente sparare sentenze così a capocchia E poi io vorrei pure sapere qual è il metro per giudicare attendibilmente in che misura un esterno-dietro è play o non lo è. Perché ci sono particolari che non balzano all'occhio. E allora diciamo che quando un giocatore in qualche modo gioca play, solo il suo coach è in grado di sapere fino a che punto quello stesso giocatore è un play affidabile o no. Perché uno che voglia essere play, con annessi e connessi, deve saper servire gli assists, ma certo, e però deve soprattutto saper chiamare i giochi e tenere in pugno la squadra nei momenti decisivi e solo il coach - ripeto - può sapere se il cosiddetto play è in grado di onorare degnamente il ruolo. A occhio, mi pare che Brunamonti sia un campione che sta ancora felicemente lievitando e che altrettanto felicemente può giostrare come play e come guardia. E se il play per eccellenza è D'Antoni oppure Caglieris o anche - per dire - Fischetto, bene, Roby ha qualcosa di più e di meno, Roby ha dalla sua tutto per diventare sempre più grande e dico l'età, la velocità, l'eleganza, la penetrazione, il tiro e una vivezza atletica che ti garantisce fin d'ora altri cinque anni di belle baldorie. Il duce ogni tanto azzecca colpi da maestro. Il duce ha azzeccato Bertolotti, Villalta e Brunamonti; il duce fu il primo (se non l'unico) a profetizzare orizzonti di gloria per Gigione Serafini; il duce è un tipo che spesso addosso se qualche volta (faccio un esempio: Ragazzi o anche Valenti) il duce si lascia un po' le penne.

Il duce - dicevo - ha sempre proclamato che Brunamonti si sarebbe rivelato per la Virtus e per il basket italiano un autentico tesoro. E in effetti all'età di ventisette anni Roby è tuttora proiettato verso vette per altri decisamente irraggiungibili. E io mi sto rendendo conto di riempire questo articolo di grandi banalità. Ma cosa posso raccontare di diverso su un campione che ti offre in ogni circostanza la faccia migliore di sé medesimo e cosa posso raccontare di diverso su un campione che ha la sua faccia migliore solo percorsa da cose belle e gloriose? Brunamonti-story, come non detto. La storia di un ragazzo che cresce bene e che nella piazza giusta si consacra gran giocatore dopo aver già fatto abbondantemente la sua parte anche quando stava un po' più in provincia diciamo Rieti. Roberto Brunamonti ti squaderna già centocinquanta gettoni azzurri, uno scudetto, una coppa Korac (non con la Virtus, giammai!) e soprattutto ti squaderna la sua inesausta vitalità e la sua commendevolissima voglia di fare sempre meglio. Roberto Brunamonti, amici cari, semplicemente questo qui. Così banale nella sua grandezza. Lo vorreste, lo vorremmo diverso? Ma no, va stupendamente bene così com'è.

 

BRUNAMONTI L'AMERICANO DI BOLOGNA

di Franco Vannini - L'Unità - 09/10/1989


All'inizio di stagione chiesero al ct azzurro Sandro Gamba cosa s'aspettava da questo campionato. La sua risposta fu «il pieno recupero di Brunamonti, pedina fondamentale per la nazionale». leri Roberto Brunamonti ha fornito sul campo il verdetto che il ct cercava. Davvero eccezionale la prestazione del capitano bianconero elemento determinante nel faticato successo della Knorr sul Messaggero (98 a 89). Alcune cifre testimoniano la sostanza della sua prova: 22 punti finali con 5 su 6 da 2, 2 su 5 da 3, 8 rimbalzi e una direzione di gioco esemplare. Sul finire della partita scivolando ha perso la palla, ma pochi se condi dopo si è rifatto abbandontamente costiingende Ferry a un fallo intenzionale.

Dunque Brunamonti protagonista di un match agonisticamente di notevole spessore e che ha proposto anche un basket tecnicamente di livello. Nel Messaggero la coppia Shaw-Ferry per trentacinque minuti si e espressa in grande stile ma nel finale è «scoppiata». Ferry sbagliava consecutivamente tre liberi e Shaw usciva di scena. Se nel Messaggero i due americani hanno costituito la forza della squadra, in casa bianconera oltre a Brunamonti si è visto uno stupendo Bon 29 punti con 7 su 11 da 2 e 4 su 7 da 3. Il punteggio finale non rispecchia l'incertezza che ha caratterizzato il match. Al 3' 15 a 5 per i bolognesi che per oltre metà tempo guidano il match. Ma dall'altra parte si scatenano Shaw e Ferry e anche Premier dà il suo contributo. I romani recuperano e dal 13' al 15 piazzano un 8-0 e passano a condurre 43 a 36. Nel finale Brunamonti si ripropone e trascina la Knorr sul punteggio di 55 a 51. In questa prima parte oltre a Binelli che non entrava in partita, anche Richardson desideroso di strafare metteva insieme un 1 su 4 nel tiro da 2 e un solo rimbalzo.

Nel secondo tempo il Messaggero piazza un parziale di 9 a 1 e toma a condurre, ancora in evidenza Ferry (alla fine 9 su 10 da 2 e 1 su 4 da 3 ma un incredibile 4 su 10 nei liberi). Richardson aggiusta un po' la mira e il punteggio torna in equilibrio. Parità al quarto d'ora 82 a 82. È a questo punto che si decide il confronto. I due americani del Messaggero accusano la fatica, mentre cresce Johnson che col ritmo più lento assunto dalla partita fa valere la sua potenza fisica sotto tabellone. A 54 ' dalla conclusione (93 a 89 per i bolognesi) Brunamonti scivola perde palla ma il Messagero non riesce a concludere positivamente e Shaw commette fallo intenzionale sullo stesso Brunamonti. L'incontro è proprio finito.

BRUNAMONTI OLD STYLE, QUELL'IRRESISTIBILE E INOSSIDABILE CAPITANO

di Mirko Biancani - L'Unità - 03/02/1992

 

O capitano, mio capitano. La frase finale del film "L'attimo fuggente" è la stessa che la Knorr ieri sera ha dedicato a Roberto Brunamonti, per l'ennesima volta l'uomo-partita. Quello con la Kappa era per i bolognesi il match della sfortuna da sconfiggere e il leader bianconero si è incaricato di diventare il cornetto rosso dei virtussini. Così, con Morandotti seduto dietro la panca a trascorrere la prima giornata da momentaneo "ex", la Virtus ha restituito ai piemontesi la lezione subita all'andata. E per una volta attacchiamoci anche ai numeri. quelli che non sempre bastano a "leggere" una partita. Brunamonti ha chiuso con 4/7 da due, 5/6 da tre, quattro rimbalzi, tre palloni recuperati e due assist. Roba da applauso a scena aperta, lo stesso che anche il distaccato pubblico di casa gli attributo a pochi minuti dalla fine.

Intorno al capitano è tornata a brillare anche la stellina di Zdovc, appannata per qualche tempo da disturbi alla mano. Lo sloveno ha stravinto il confronto col pur dignitoso Della Valle, ha a sua volta bombardato la Kappa con un illuminante 4/5 dalla grande distanza, ha fornito un contributo eccellente nel momento clou della gara (l'avvio di ripresa). Ma insieme ai due esterni bolognesi ha brillato tutta la squadra. Il malanno cardiaco di Morandotti si è tramutato miracolasamente in adrenalina da spendere sul parquet. La Knorr ha segnato 105 punti, trovandone ben 40 in panchina. Cavallari e Della Vecchia hanno aiutato i padroni di casa a sopportare la forzata utilizzazione a singhiozzo di Binelli, autore di tre falli dopo appena quattro minuti del primo tempo, gravato del quarto a venti secondi dal suo reingresso in campo nella ripresa. E soprattutto ogni bianconero, anche Coldebella e Wennington che hanno volato più in basso degli altri, è riuscito a fornire un'intensità difensiva ammirevole.

Torino? Dignitosa nei primi dieci minuti, durante i quali si è ritrovata anche con sei lunghezze di vantaggio. Poi la luce si è spenta e neppure la ribellione del solo Magee (non a caso marcato da Wennington) ha potuto spostare gli equilibri in campo. A proposito del canadese della Knorr, se Morandotti prolungherà i 40 giorni di assenza dal basket, la sua posizione si farà sempre più delicata. Ma se i punti dell'ex torinese saranno garantiti dalle guardie, la Virtus dovrebbe attendere ancora un po' per il taglio. Sempre sperando che la lesione all'aorta di Morandotti sia curabile. "Ti aspettamo" gli cantavano ieri sera i tifosi. Aspettiamolo tutti.

CAPITANI CORAGGIOSI, BRUNAMONTI SPIEGA IL MITO DEL BASKET

di Luca Bottura - L'Unità - 12/02/1994

 

Parla sottovoce Roberto Brunamonti. Con quella lieve cadenza umbra che gli undici anni sotto le Due Torri non hanno saputo cancellare. Chiacchiera in punta di piedi, sorride spesso. Infiora i discorsi di "ti dico" e "ti ripeto", come se avesse paura di non sapersi spiegare. È forse per questo basso profilo ostentato che tra un anno si ritirerà senza essere diventato monumento. Forse ha sbagliato città, forse ne ha semplicemente sposato la strana miscela di passione cestistica e umorale disincanto. Fatto che col suo attaccamento quasi masochista al bianconero, con la sua camera fatta di medaglie e fasciature, il capitano della Buckler potrebbe diventare presto un eccellente maestro di sport. Dietro la scrivania, in panchina, o in palestra.

Partiamo da Rieti, Roberto? Sono passati diciotto anni...

Ero un bambino. Che amava soprattutto il tennis, tra l'altro, e stava per finire in Nazionale. Ma d'inverno non si poteva giocare, ero già alto 1,90, e così mi ritrovai in canottiera e pantaloncini. A sedici annis tavo già in A1.

Chissà quali timori...

Neanche troppi. Ero acerbo, incosciente, mi attenevo rigidamente a quelli che erano i luoghi comuni dell'epoca: il playmaker doveva limitarsi a dirigere il traffico, al massimo poteva permettersi qualche entrata. Solo col tempo ho compreso che esiste anche il tiro da fuori. E man mano che passavano gli anni l'ho curato sempre di più, quando le gambe non sono più esplosive, meglio le "bombe".

Di quella Arrigoni che cosa ti è rimasto?

Era un piccolo laboratorio artigianale. Elio Pentassuglia era un formidabile produttore di sogni e li "vendeva" prima a noi giocatori, quindi al pubblico, infine alle altre squadre. Per sette anni siamo rimasti a ridosso delle prime, abbiamo vinto una Korac, abbiamo vissuto un'esperienza unica. Personalmente è stata una bella scuola di autocontrollo, ho imparato cosa significano le responsabilità. Quando sono arrivato a Bologna ero già "grande".

Nostalgie?

Un po', rispetto ad allora è cambiato tutto. Non esistevano i videotape, andavamo allo sbaraglio quasi senza conoscere gli avversari. Ma c'erano anche meno pressioni. Forse è per questo che "nascevano" più giocatori di talento. Avevano il tempo di sbagliare...

Mentre oggi...

Mentre oggi sono prigionieri degli "scudettini". Gli allenatori delle giovanili ricevono l'input primario di vincere i campionati di categoria, non di rifornire la prima squadra. Soprattutto nelle grandi società, tant'è che i ragazzi più promettenti ormai vengono quasi esclusivamente dalla procincia.

Pessimista, eh?

No, il nostro basket è sopravvissuto alla grandeur di facciata dell'era De Michelis. Ora può solo migliorare.

Riannodiamo il filo della memoria. È il 1983, arrivasti a Bologna.

E mi ci trovai come a casa. Avevo già vinto una Korac e la medaglia d'argento alle Olimpiadi di Mosca. Mi mancava lo scudetto, che arrivò quasi subito. Con Bucci. Quando Lberto, quest'anno, è tornato, è stata un'emozione forte.

Anche se, da allora, siete entrambi cambiati parecchio.

Esternamente io ho qualche capello in meno, qualche infotrunio in più sulle spalle, ma sono la stessa persona. E Bucci pure. Anzi, qualche anno lontano da casa gli ha evitato di vivere gli anni difficili della Virtus. Quelli in cui cambiavamo presidenti, stranieri e allenatori come se fossimo al luna park. O anche quelli più recenti, in cui producevamo di pari passo vittorie e "casi": Richardson, Morandotti, Wennington.

Ma come, e l'isola felice?

Questo è il punto di approdo di qualunque giocatore, una piazza in cui il basket - per il derby con la Fortitudo e per mille altri motivi - è nel sangue di un sacco di gente. Con gli onori e oneri del caso. Nel mio bilancio personale, comunque, sono state più le soddisfazioni.

Ci resterai?

Ho ancora un anno da giocatore, lo trascorrerò a fare la chioccia e a dare una mano. Fare la primadonna non servirebbe. Poi, se mi vorranno, mi piacerebbe insegnare basket.

BRUNAMONTI IL VECCHIO PUO' SERVIRE ALLA NAZIONALE

di Walter Fuochi – La Repubblica – 02/02/1995

 

Ufficialmente, negano entrambi d’averne parlato. Del resto, cos’avrebbero mai da dirsi, Ettore Messina e Roberto Brunamonti, qualora servisse proprio precettare il vecchio capitano, nella piccola Italia del basket? Hanno la stessa età, i 36 del ct sono gli stessi del playmaker (ad aprile). Hanno lavorato insieme dieci anni, alla Virtus Bologna. S’incrociano spesso, in città: non solo al palasport, anche a tavola, perchè le tagliatelle ai suoi ospiti del basket Messina le offre da "Benso", il ristorante di Brunamonti, nei vicoli del centro. Ma sì, è ormai chiaro come il sole che, al di là delle prassi diplomatiche, Messina vorrà Brunamonti nella nazionale degli Europei di Atene. Perché ci pensava già da un po’. E perché, quando s’è rotto il ginocchio Bonora, il giovane regista titolare, non ha più pensato ad altro. "Puntavo parecchio su Bonora: ultimamente era il nostro play numero 1. Brunamonti? Perdurando l’attuale stato di forma, non se ne può non parlare. Vedremo più avanti, ma è chiaro che, dietro i titolari, c’è un gradino alto per arrivare ai Calbini e coetanei, soprattutto in un torneo come quello ateniese: un ambiente difficile, che richiederà credibilità internazionale". Insomma, Brunamonti non è più un giovanotto, andrà da terzo regista per 10-15 minuti di qualità; ma è una madonna del basket mondiale, temuto e rispettato da amici e nemici. In più, sta giocando bene. E anche stasera, per sbancare Barcellona e riprendere strada nell’Euroclub, dopo la sbandata col Cibona, la Buckler chiederà aiuto alla sua antica, consumata esperienza. Lui minimizza, non ne sa niente. "Leggo, come tutti. Ma posso solo vivere alla giornata. Ho 36 anni, ho davanti 4 mesi a due partite a settimana: quelle più dure, per il campionato e l’Euroclub. Chissà come staremo a giugno, tutti quanti". L’anno scorso fiorì a primavera: lo scudetto della Buckler furono i punti martellati da Danilovic, ma pure il play-off ispirato e intensissimo di Brunamonti. Quest’anno, la varicella e le cattive condizioni di forma di Coldebella, il titolare della Buckler, che ritaglia per il capitano il ruolo di sontuosa riserva, hanno cambiato le esigenze: serviva prima, la spinta di Brunamonti, e lui sta dando tantissimo. L’ultimo quiz è capire quanto durerà. Così, se lo diranno a fine stagione, i due coetanei, se è il caso di riprovare o no. Se servirà a Messina averlo come terzo play, dietro Gentile e Coldebella, qualcosa di più del capitano non giocatore: carisma dentro una squadra giovane e tenera, 10-15 minuti di magistero in campo. E se piacerà a Brunamonti dare un calcio all’età, alla famiglia, alle vacanze e riaprire una porta che pareva chiusa su un’epoca: l’addio azzurro fu il 5 luglio ‘92 a Saragozza, quando finì anche l’Italia di Gamba, spazzata via dal torneo preolimpico. C’era anche allora, Brunamonti, fragile come tutti, ci sarà di nuovo, due braccia in più per uno sport che ha bisogno di tutti, non avendo né santi né eroi. Ritiratosi Meneghin, Brunamonti è rimasto quello che più gli somiglia: un’icona non solo ornata dei tre scudetti di Bologna, di 255 maglie azzurre, dell’oro europeo di Nantes e dell’argento olimpico di Mosca, ma pure di un’anima, in uno sport che ha ricambi avari di assi, e anche di facce e di cuori.

 

L'ITALIA SALUTA CAPITAN BRUNAMONTI

Stasera a Bologna gara d'addio per la "bandiera" della Virtus.
"A 37 anni ho avuto tutto dallo sport. Lascio una squadra che può vincere tanto". Farà il dirigente.

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 14/09/1996

 

Una festa per Brunamonti, che stasera appende le scarpette al chiodo. E lo farà contraddicendo, almeno per una volta, i suoi tifosi, che per quattordici anni hanno cantato a squarciagola "C'è soilo un capitano". Stasera - palla a due alle 20,30, ce ne saranno almeno due, perché Roby giocherà il primo tempo con la maglia azzurra numero "9", e il secondo con la "4" bianconera, che non sarà più indossata da nessun giocatore della Virtus. Ma forse ce ne sarà un terzo, quello che si commuoverà per l'accoglienza ricevuta, e un quarto che cercherà di ringraziare tutti quelli che in questi anni gli sono stati vicini, contribuendo alla sua "leggenda". Smette dunque il capitano e Alfredo Cazzola, che pure ha raggiunto l'accordo con la Ferrero quattro giorni fa, tira fuori dall'armadio la maglia buona, quella che sul petto, insieme con la "V" nera ha il marchio Kinder. BasketCity, insomma, si stringerà attorno al campione che, ironia della sorte, giocherà al PalaDozza (ex "Madison") la prima frazione in un'Italia piena di "fortitudini". Per l'ultima partita di Brunamonti il ct azzurro, Ettore Messina - che ha rinunciato ai "greci Coldebella e Moretti, alle prese con la prima giornata del campionato ellenico - ha chiamato Dan Gay (che debutterà in nazionale a 35 anni), Vescovi, Myers, Frosini, Damiao ed esposito. Una "TeamNazionale" nella quale troverà l'amico di tante battaglie, Flavio Carera.

Roberto lascia a 37 anni dopo aver vinto quattro scudetti, tre coppe Italia, una Coppa delle coppe, una Korac, una medaglia d'argento alle olimpiadi di Mosca e una d'oro agli Europei di nantes del 1983. Nessuno ha disputato tante edizioni dei playoff (19) come lui, nessuno ha accumulato tanti gettoni di presenza (473) in maglia bianconera.

"Sono contento - racconta - da questo sport ho avuto tutto. Ho girato il mondo, conosciuto tantissime persone e guadagnato abbastanza". All'ombra delle Due Torri, lui, nato a Spoleto, ha messo definitivamente le radici. Da anni gestisce, con alcuni soci, un ristorante, da qualche mese, invece, ha messo il vestito buono e la cravatta per fare il dirigente. Si definisce un semplice apprendista, ma c'è il suo zampino nelle trattative, andate a buon fine, con Fila, Kinder Ferrero e Gatorade. Perchè quando si "rìtratta" con Brunamonti basta la parola e una stretta di mano, per i contratti e le scartoffie ci sarà tempo. Stasera, per festeggiarlo, arriveranno da tutta Italia. Ci sarà il rpimo allenatore Di Antonio, ma pure Bianchini, Primo, Vandoni, Di Vincenzo e Meneghin, che inizia oggi la grande avventura come accompagnatore della nazionale. Due grandi campioni, insomma, per una serata diversa dove il risultato non conta. "Posso garantire dieci minuti - scherza Brunamonti - e nemmeno di qualità". È la sua festa, sarà lui a decidere cosa fare. Intanto giura sui suoi successori e sulla Kinder che ha raggiunto le final four di Coppa Italia. "Questa Virtus può andare lontano - spiega - e vincere tanto, Savic, Galilea, Patavoukas, Prelevic e Magnifico sono ottimi acquisti. Ma la lotta per lo scudetto sarà avvincente, con Teamsystem, Stefanel e Benetton in prima fila, con noi".

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BRUNAMONTI, 5 MILA VOLTE GRAZIE

A Bologna Palasport tutto esaurito per la partita d'addio. C'erano proprio tutti a salutare il capitano della Virtus che si ritira dopo 21 anni

di Diego Costa - Il Resto del Carlino - 15/09/1996

 

Roberto ti commuoverai?

"Chiedimelo tra un paio d'ore, ancora non so cosa mi succederà". Così hai detto, caro Roberto, alla presentazione del nuovo sponsor della Virtus. Eri calato nelle vesti di dirigente. Poi, tornato per un giorno campione, quel lungo, interminabile applauso di 5200 persone (130 milioni devoluti in beneficenza) ti ha frugato dentro più di quella luce invadente, l'occhio di bue della presntazione all'americana, che il PalaDozza ti ha riservato. Hai salutato i compagni di sempre, i dirigenti, i tifosi, la famiglia. Tu, campione oltre le bandiere, amico e nemico comunque amatissimo, in una città che vive il basket visceralmente. Di pelle. Più forte, la tua festa, di qualsiasi nota stonata. Troppi amici, Roby, che hai rispettato anche dall'altra parte della barricata, impegnandoti allo stremo, dando il meglio di te. Ieri, giorno di grazia 14 settembre 1996, nel calendario hanno cancellato persino il Santo. Per tutti è stato il "Brunamonti day". Il giorno del commiato dal parquet. Ma ci sono mille altri traguardi da tagliare: sai, questi toni da "addio" non ci piacciono affatto. Una partita speciale, forse più di quelle che hanno accompagnato nelle loro missioni campioni come Meneghin e D'Antoni. Hanno vinto molto anche loro, hanno vinto forse più di te. Ma non sono te, caro Roberto. Bologna, quella "amica" e quella "nemica" ha saputo apprezzarti in questi lunghi anni per una qualità unica, originale, tutta tua. Nessuno come te ha saputo fìtrasferire fuori campo la personalità del campione. Attore di parti silenziose - rispetteremo la tua discrezione - per le persone che soffrono o per gli amici che non sono più. Poi grande sul campo. Il tuo amico-nemico Gay non ha voluto mancare alla festa anche se infortunato. Ha pregato Messina per giocare almeno un minuto. Curioso: nel giorno del tuo addio, il vecchio Dan ha vestito la maglia azzurra. Hai ringraziato la nazionale per la disponibilità: Bonora, Pittis, Vescovi, Myers, Damiao, Frosini, Carera, Gay, Esposito. Hai salutato i compagni: capitan Binelli, Carera, Morandotti, Abbio, De Piccoli, Magnifico, Savic, Prelevic, Galilea, Patavoukas. E Komazec in borghese per la caviglia infortunata. Ci fossero stati, beh, anche i Sanesi, i Sojourner, gli Zampolini allora la festa sarebbe stata completa. C'erano anche loro idealmente: come c'era Kreso (sei salito sulla collina di Zagabria dove riposa per portargli un fiore, ricordi?) e pure Pentassuglia. Giancarlo Primo ha guidato qui tutti i tuoi coach o quasi. L'ex citì ti ha regalato una targa significativa: "Impareggiabile allenatore sul campo". Sei lunghi minuti in panchina perché le gambe tremavano per l'emozione, poi sei entrato. Il primo canestro, dopo 8', mentre Esposito si beccava con i Boys (peccato che qualcuno non abbia capito lo spirito) nonostante l'appello di Piero Costa: "Giochiamo con la nazionale, applaudiamo la nazionale". Noi non ci stiamo, con coloro che hanno cercato di rovinarti la festa. Se peccato c'è stato, però... è stato per amore. Un eccesso di amore, comprendili, così come hai applaudito Vincenzino che ha fatto l'americano e che per te ha sciorinato molti dei pezzi del suo infinito repertorio. Ha vinto la Nazionale? Non importa, hai vinto tu. La vittoria è andata agli azzurri per 96-82, ma la partita in realtà è finita con due minuti d'anticipo, quando Bucci ti ha richiamato in panchina. Con l'Italia hai giocato 8 minuti segnando due punti (1 su1 da due) e distribuendo un assist. Il meglio l'hai tenuto per la Kinder, dieci minuti di qualità, e che qualità. Otto punti con 2 su 3 nelle bombe e ancora due rimbalzi difensivi, una stoppata subita una palla persa e l'immancabile assist. In conclusione, caro Brunamonti, la parola più semplice. Grazie. Grazie Roberto, grazie di tutto.

"RINGRAZIO ANCHE COSIC". E PIANGE

L'addio di Roberto Brunamonti, capitan coraggio della Virtus.Il congedo ieri al PalaDozza: "Il mio pensiero va a chi non c'è più. Un nome per tutti: Pentassuglia".

di Diego Costa - Il Resto del Carlino - 15/09/1996

 

669 presenze in serie A con 7924 punti segnati. E in Nazionale? 255 partite giocate e 1629 punti messi a bersaglio. Il tutto in ventuno anni di attività, in massima serie s'intende, 14 dei quali al servizio della Virtus pallacanestro Bologna. Quindi il palmares: quattro scudetti cuciti sulle casacche, tre coppe Italia alzate da capitano, una Supercoppa strappata nell'ultima stagione agonistica alla Benetton. Poi la Coppa delle Coppe alzata a Firenze, una Korac quando quel ragazzino che giocava play sfidava i lunghi americani andando addirittura a prendere i rimbalzi. Erano gli anni di Rieti. Un argento alle Olimpiadi di Mosca nell'80, battendo i padroni di casa all'esordio. Un oro agli Europei di Nantes di fianco a un altro condottiero dell V nere: Carlo "Charlie" Caglieris. Un bronzo infine agli Europei di Stoccarda. Ventuno anni di basket in serie A e diciotto di nazionale.

Cifre, cifre, e ce ne sarebbero senza dubbio tante altre. Aprire così, parlando di Roberto Brunamonti, era quasi un obbligo. Gli aggettivi? Li abbiamo spesi tutti.

L'ultimo potrebbe essere questo: coraggioso. Il coraggio di dire basta quando, come dice un colega più valente di noi, si è accorto che stava imbrunendo. Anche questo, permettetecelo, è un record. Anche questo è un trofeo che Roberto Brunamonti da Spoleto potrà a testa alta sfoggiare nella sua collezione. I brividi di un lunghissimo applauso non sono certo sttai raffreddati dai fischi che una parte (una piccola parte) del PalaDozza ha rivolto ai giocatori della Nazionale. Neppure in azzurro si esce dalle "gabbie" dei propri club...

Cinque minuti a metà tempo, Brunamonti ha fatto da apripista - curiosamente - a Dan gay, capitano dell'altra sponda, amico-nemico che ha stretto i denti per esserci. Poi ancora in campo per dare quindi spazio a Davide Bonora, l'allievo che ha superato il maestro. Non nei traguardi, però...

Standing ovation a fine tempo per Robby. Che ha interpretato con attenzione la parte in azzurro. Ha chiuso con due punti ma con la solita regia attenta. Una serata fatta di premi alla carriera. Ci sarebbe voluto un Oscar, quello che il nostro giornale ha conferito al grande campione è una pagina con i titoli più significativi, solo alcuni tra tantissimi, di una fulgida carriera. A consegnarla al campione il vice-direttore del Carlino Mauro Todeschini.

Testimonianze anche in tribuna stampa. Di colleghi di altre testate e di altre città: "Non potevamo mancare a questo avvenimento. Brunamonti è sempre stato un esempio, un modello di professionalità. Disponibile anche nei momenti non belli". Nessuno striscione particolare per Brunamonti, solo il grido. L'unico: "Un Brunamonti, c'è solo un Brunamonti". "Meglio che parli adesso, poi finita la partita non avrò più fiato. È dura, volevo ringraziarvi, in questo palazzo ho passato gli anni più belli della mia carriera sportiva. Sono invecchiato qua dentro, e mi ha fatto un enorme piacere essere il giorno dell'inaugurazione a Giuseppe Dozza che ha voluto questo palazzo 40 anni fa. Volevo ringraziare tutti i miei allenatori, la spina dorsale della mia carriera, credo di aver dato qualcosa e ho ricevuto tantissimo da tutti loro. E vorrei anche ringraziare due persone che non ci sono in questo momentoe che sono qui per me: Elio Pentassuglia... e Kresiir Cosic. E vorrei ringraziare il presidente Cazzola che ha voluto questa festa insieme al dottor Dorigo. È un regalo stupendo che mi ha dato la possibilità di salutarvi tutti, dall'avvocato Porelli che mi ha voluto a Bologna al presidente Cazzola che ha voluto che restassi. Vorrei ringraziare la grande disponibilità della Nazionale con in testa Petrucci ed Ettore Messina. Un'ultima cosa. Ci sono ragazzi che giocano in altre squadre, che in questo momento giocano con la Nazionale. È la mia festa, facciamo vedere che siamo sportivi e applaudiamoli tutti. Ce l'ho fatta".

BRUNAMONTI, ULTIMO CESTO

di Luca Bottura - L'Unità - 15/09/1996

 

Si è mai visto un terzino che prende nove in pagella? Mai. È un voto da attaccante, da pokerista del gol. Fosse pure un Otero qualsiasi, sul cognome del quale magari si ironizzava fino a una settimana prima. E si è mai sentito di un playmaker assurto a simbolo, nel basket, della propria squadra? Questo sì. Ossola, Marzorati, gli estri alla Don Lurio di D’Antoni. Ma il «razzismo» c’è anche da questa parte della barricata. Frugare (nella memoria) per credere. Oppure - alternativa plausibile - chiedere a un novizio il primo cestista che gli viene in mente. Dirà Meneghin, che giusto ieri è diventato team manager della Nazionale. Difficilmente Brunamonti.

Il playmaker della Virtus Bologna e della Nazionale. Il trentaseienne neodirigente della squadra che condusse a quattro scudetti. La stella suo malgrado dell’evento che ieri sera ha commosso Bologna. Una partita dell’addio all’americana, un tempo in azzurro e uno in bianconero. Con quel po‘ di italica partecipazione di chi saluta non solo un mangiaingaggio dello star-system, ma soprattutto una (bella) persona.

«Non è vero» ci ride su Roberto, 21 campionati alle spalle, tre argenti tra Europei e Olimpiadi, l’oro continentale di Nantes nel 1983. «Non è vero che i piccoli come me sono discriminati dalla storia dello sport». Ed è la reazione più giusta per uno che da quando ha smesso si sente dire grazie da più di mezza città. Anche quella che tifa Fortitudo ma gli ha comunque voluto bene. È vero però che con qualche centimentro in più ora sarebbe ancora là, e non avrebbe alle spalle un campionato con minutaggi ridicoli «che mi hanno fatto capire come non servissi più. E ora soffro a vedere gli altri che giocano. Ma soffro anche a giocare, perché sono bastati tre mesi dietro le scrivanie a farmi venire il fiatone». Irrispettoso.

Forse perché non si è finora accontentato di essere un monumento, una bandierina, una garza preziosa tra i tifosi e le ferite che potranno arrivare. Lavora, cristo. Anche otto ore al giorno. Ha contribuito a trovare uno sponsor (da tre miliardi) per le «V nere» della Virtus, si occupa di mettere ordine in una società che sinora era vissuta sull’abnegazione di - pochissimi - dipendenti, getta le basi per la rifondazione del settore giovanile. Anche in tempi di Bosman. «Mi sono detto - racconta, orgoglioso - che dopo la rivoluzione di mercati i vivai oggettivamente non servivano più a nulla. E ho cominciato a ragionare: o li rendo redditizi per la società, o non me li faranno più fare. E quel po‘ di ruolo sociale dei grandi club andrà perduto. Ci ho lavorato, ci sto lavorando. Cerco l’incastro giusto. E presto farò partire una scuola di basket col mio nome».

Questo il futuro. Nel passato, c’è il passo lieve di un signore che ha scelto il basso profilo in tutto quanto non era assist, tiri, difesa. Di un senatore che mai e poi mai ha fatto pesare pubblicamente la propria influenza, neppure quando masticava troppa panchina. Di un campione di tennis mancato (adolescente, era già in azzurro) che ogni cittì della Nazionale giusta - quella di basket - voleva sempre e comunque anche per le doti di collante. «Ed è lo spogliatoio, quella vita - dice Brunamonti - che già ora rimpiango. Sono passato dall’altra parte, sono cambiati i giocatori. E anche chi mi conosceva da compagno di armadietto è costretto dal mutamento dei ruoli a usare un altro tono. Chissà, un giorno questi infingimenti verranno meno. Almeno dove
sarò io».

Già, dove sarà Brunamonti? Per ora studia. Da general manager, dicono. In attesa che quel super professionista di Piero Costa - attuale giemme Virtus - compia nel migliore dei modi la sua parabola. «Ma un giorno, chissà, potrei pure allenare. Niente è stancante, in fondo, se lo fai con passione. E io ho avuto il vantaggio di divertirmi sempre. Ho dato e ho ricevuto in egual misura. Per questo mi considero un privilegiato anche ora che, come è successo questa settimana, non torno a casa per cena neppure una volta. Ma c’era di mezzo la partita, l’arrivederci. Una cosa che forse in altri tempi non avrei neppure accettato, e ora mi spinge alle lacrime».

Il regalo gliel’hanno fatto il suo presidente, Cazzola, e quello federale Petrucci. Il pianto, quella volta c’era di mezzo anche il dolore, Roberto l’aveva già lasciato sgorgare a Milano. A finale scudetto appena perduta. «Io capii, la gente capì. Un coro, un altro. Non riuscii a contenermi. Per fortuna in sala stampa l’emozione si era stemperata. Riuscii a prendervi in giro tutti». Come? Dicendo che il nuovo ciclo Virtus sarebbe ricominciato da lui, cacciando tutti gli altri. Scherzava, Brunamonti. Ma se qualcuno si prende la briga di andare a vedere la nuova rosa dei bianconeri, scoprirà pochi superstiti. Pure preveggente, tra le tante doti.

ROBERTO BRUNAMONTI

di Gianfranco Civolani - tratto da "Euro Virtus"

 

C'è un solo Brunamonti. Vero verissimo. Io ho conosciuto grandi talenti e divi dello sport bizzosissimi come Maradona, Platini, Dado Lombardi, Bob Vieri (papà di Christian), Domenico Marocchino e via andare. E ho conosciuto grandi personaggi anche molto esemplari, dico Villalta e Bonamico e potrei citarne ancora. Ma c'era e c'è un solo Brunamonti, un tipo che forse non ha mai avuto la consapevolezza della grandezza che sapeva sprigionare da quel che gli aveva dato il cielo.

Ricordo cento interviste e mai una frase fuori ordinanza o fuori posto, ricordo comportamenti in gare e fuori davvero impeccabili e ricordo quella magica e struggente prima serata al Paladozza quando gli fecero l'omaggio di fine carriera e tanti di noi cercavano di nascondere una più o meno furtiva lacrima.

Roberto Brunamonti in Virtus ha vinto quattro scudetti, una Coppa delle Coppe e quattro Coppe Italia. E ha detto signorsì a Cazzola quando si è trattato per un attimo di sostituire Alberto Bucci magari portando a casa la Coppitalia numero cinque. Ma Brunamonti ha vinto anche un pezzetto di questa Coppacampioni perché la Virtus europea l'hanno costruita lui e Cazzola e Messina insieme, più Cazzola di Messina o più Brunamonti di Cazzola, ma chi se ne frega delle graduatorie in virgola.

Io non so per quanto tempo ancora Brunamonti viaggerà con la giacchetta regimental della Vu nera addosso. Roby del resto ha la Vu nera cucita sulla pelle. E ha una bella e gratificante famiglia e un ristorante per guadagnare tre lire e per far star bene gli amici e un cuore grande grande che si manifesta ogniqualvolta c'è da far sorridere chi dalla vita ha avuto di meno.

La Virtus del duemila avrà in plancia - mi auguro - Cazzola e sempre Brunamonti che è uomo-Virtus nel midollo e che - più o meno in linea con Renatone Villalta - è stato il più forte italiano della Virtus di sempre.

C'è un solo Brunamonti che di nome si chiama Roby. Le stigmate dei campioni. Roby come chi? Come Baggio Baggino, l'avevate notato?

C'È SOLO UN BRUNAMONTI...

S. M. Righi - Bianconero anno 4, n. 3 - 24/02/2000

 

Roberto Brunamonti, 41 anni il 14 aprile, una vita tra i panieri. Specialmente quelli bianconeri. La Virtus ha appena giocato conto Varese, chissà quanti ricordi.

A dire la verità quando io giocavo nella Virtus la grande Varese era un po’ in calo, prima invece Ignis e Mobilgirgi si giocavano sempre scudetto e coppa. Alla fine degli anni ‘70 e poi in quelli '80 invece la situazione era un po' cambiata, Varese poi è anche retrocessa in A2. Anche quando le ho vissute in prima persona erano classicissime del basket, sfide ormai storiche, ma l'interesse sempre valido non era per la posta in palio. Poi ultimamente Varese è tornata competitiva ai massimi livelli, come ha dimostrato l'anno scorso.

La sua Virtus insomma era troppo più forte dei nipotini di Meneghin. Però Masnago era sempre Masnago.

Ah, sicuramente, come il Palalido di Milano o il PalaDozza. Per un giocatore erano e restano i palcoscenici più importanti. Hanno fatto la storia del basket e mi ricordo che ad entrarci dentro c'era un 'emozione particolare. E quindi un motivo in più per giocare bene. Direi che si potrebbe fare dei paragoni con i teatri per capire meglio, e se il Palalido era la Scala, il PalaDozza era il Regio, Masnago il San Carlo. Fino a quando ho smesso, garantisco che a giocarci dentro ho sempre provato sensazioni uniche. E ci tenevo in modo particolare a vincere.

Un giocatore di Varese su tutti...

Quando hanno comprato Meo Sacchetti da Torino io e lui abbiamo cominciato una specie di sfida nella sfida, perché lo avevo conosciuto in Nazionale e da lì si è saldata un'amicizia vera e sincera che è andata avanti una decina d'anni.

Varese-Milano-Cantù: mai desiderato di cercare gloria nel triangolo lombardo?

Ho sempre avuto un grandissimo rispetto per quelle squadre che hanno fatto la storia del basket italiano, ma personalmente la Virtus e piazza Azzarita, per me che venivo da una squadra di provincia, sono sempre state la massima aspirazione e il meglio dove potermi esprimere. Le lombarde dettavano legge, ma per me sopra a tutto c'era Bologna.

Beh, qualche soddisfazione se l'è presa, poi...

Poter raggiungere l’obiettivo di giocare con la Virtus è stato assolutamente fondamentale per me, ma sapevamo tutti benissimo che se volevamo vincere qualcosa dovevamo fare i conti con loro. Col cosiddetto triangolo lombardo.

Adesso invece tocca a Basket City.

Sì, ma francamente mi sembra strano che per questo motivo si debba parlare di morte del basket. In fondo negli anni '70 si giocavano tutto nell'arco di settanta chilometri, tra Milano, Cantù e Varese, e all'epoca nessuno ha parlato di fine del movimento. Adesso invece penso faccia un po' moda dire che Bologna ammazza tutti. Non è così, però, così come non lo era all'epoca del dominio della Lombardia.

Un Pozzecco del passato?

E uno dei migliori nel suo ruolo, penso sia unico per il suo modo di concepire il basket. Se vado indietro nei miei 20 anni da giocatore e nei 5 da dirigente non mi vengono in mente altri giocatori cosi, con mezzi fisici ed altezza normali. L'unico accostamento, dal punto di vista morfologico, mi viene in mente con Charly Caglieris.

Mai desiderato la Nba?

No, non ho mai avuto questo sogno, anche se da sempre mi piace vederla da spettatore, perché ho giocato in una squadra che era un punto d'arrivo, cosi come la Nazionale. E poi ho giocato dove e come il mio fisico me lo permetteva.

Si parla di spettacolo, della tendenza a farlo di certe squadre come lo Zalgiris e Varese dello scorso anno.

Non credo si possa parlare di regole generali, credo sia piuttosto questione di come una squadra affronta un momento decisivo della stagione. E successo che Varese e Zalgiris lo facessero in un certo modo, ma anche che Limoges l'abbia fatto in un altro. Da dirigente mi farebbe piacere che le partite finissero 100-98, ma mi va bene lo stesso anche un 60-58. Non credo alle regole e alle tendenze.

I 24" però potrebbero cambiare molte cose.

E lo faranno, perché questa nuova regola per l'attacco potrà anche cambiare il volto di una partita. Penso che ci sarà un forte impatto, anche perché 6" in meno possono sembrare pochi, specialmente perché all'inizio tutti avranno in testa i 30" ma poi ci si abituerà. E successo lo stesso col tiro da 3, sembrava tanto lontano e poi invece abbiamo visto che non lo è.

Varese vuol dire Pozz e Menegnin: potendo scegliere, chi avrebbe preferito al suo fianco?

Poz è unico, Meneghin un campione, il migliore italiano nel suo ruolo. Però se devo fare un nome dico Sasha Danilovic.

Guardia o playmaker? Un dilemma che ha caratterizzato la carriera di Brunamonti fino a quando le vittorie hanno reso la risposta superflua

IL CAPITANO

di Emilio Marrese - La Repubblica

 

Alla Virtus arrivò nell'83 dopo aver già vinto una coppa Korac nell'80 a Rieti, la città che lo ha dato al basket, e un oro agli europei di Nantes con la nazionale. Al primo colpo conquistò lo scudetto della stella con Alberto Bucci, al quale è sempre rimasto fortemente legato.

Di questo spoletino schivo e modesto fino al nichilismo tutta l'Italia ha sempre rispettato e applaudito il modo di essere campione: corretto, serio, umile, mai sbruffone, mai odioso. Partita dopo partita, alla sua figura è stato riconosciuto un valore quasi istituzionale per la pallacanestro, come quei pochi grandi uomini politici nelle cui doti umane s'identifica tutto il Parlamento superando barriere di idee e di colore. Ma in campo Roberto non ha mai fatto il monumento di se stesso, guadagnandosi il rispetto di amici e nemici sempre e solo per quello che poteva fare con il prossimo pallone, e mai per quei milioni di palloni già giocati. Non ha mai vissuto di rendita, non s'è mai fatto portare in processione.

La sua parabola bianconera è stata un arcobaleno dolce e luminoso. Nel suo interminabile autunno ha scrollato sul parquet, come foglie d'antica quercia, canestri importanti, momenti di basket decisivi e mai anonimi. E sempre stata una presenza e mai un illustre comparsa, come quei grandi attori a fine carriera.

Così come sono spariti pian piano i suoi riccioloni, le armi tecniche, quelle che nei suoi primi anni virtussini erano il ritmo e le entrate a canestro, col passare delle stagioni sono diventate l'esperienza, il tiro da fuori, il passaggio, il saper fare la cosa giusta al momento giusto. Ma il Capitano non s'è limitato mai a dispensare saggezza spray: al contrario di quanto si potrebbe immaginare, gara dopo gara il suo basket è diventato anche più aggressivo, rabbioso, grintoso, quasi cattivo, sempre in senso sportivo. Difesa, palloni recuperati, mischie a muso duro. La sua irruzione in partita era un segnale, uno squillo, per i suoi e per gli avversari. L'orgoglio lo ha reso sempre più combattivo, come se volesse dimostrare in ogni azione di essere ancora un soldato da battaglia e non un generale stratega, magari un po' rimbambito. Questo spirito di sacrificio e di abnegazione ne ha fatto un esempio straordinario: non ha mai accettato le celebrazioni e fino all'ultimo si sentiva arrostire in panchina, quando capitava che per lui non ci fosse abbastanza partita da sfamarsi.

A forza di ripetere che tanto di occasioni così ne avrebbe avute ancora poche, che tanto di partite così ne avrebbe giocate ancora poche, negli ultimi anni di carriera non ha fatto che accumulare scudetti, play-off e derby uno sull'altro. Sempre animato da questa forza micidiale, quella di giocare ogni pallone come se fosse l'ultimo della sua vita, ha continuato a stupire partita dopo partita, con quel suo modo di giocare angosciante ed esaltante insieme, come una tragedia lirica: come se ad ogni scatto dovesse esalare l'ultimo respiro, come se su ogni palla recuperata in tuffo dovesse sbriciolarsi sul parquet una volta per tutte, accasciarsi sul campo di battaglia e raccogliere l'ultima grande ovazione mentre cala il sipario. "Sembra il miracolo di San Gennaro - disse una volta Valerio Bianchini con sarcastica ammirazione -: ogni volta si scioglie il sangue, ogni volta si rinnova puntualmente il prodigio". Poi usò un'altra immagine, di altrettanta irriverente efficacia: "Roberto sembra la Mimì della Boheme quando protende la gelida manina su ogni pallone". Prendendolo.

Se c'è un rammarico col quale dovrà lasciare, è quello di non aver vinto abbastanza in campo internazionale, in rapporto alla sua grandezza tecnica: solo una Coppa delle Coppe con la Virtus nel '90. Medaglie azzurre nel cassetto ne ha diverse, ma sono poche rispetto a quelle che avrebbe voluto conquistare da leader: dopo l'argento alle Olimpiadi di Mosca '80, l'oro agli europei francesi dell'83 e il bronzo agli europei di Stoccarda dell'85, ha vinto come regista titolare un argento continentale a Roma nel '91. Soddisfazioni ne ha avute, meno di quelle che avrebbe meritato e voluto: negli anni migliori non era lui il primo play (finiti Caglieris e Marzorati, dovette subire l'inutile convocazione di D'Antoni come oriundo); quando finalmente ha avuto la cattedra lui, l'Italia era entrata in profonda crisi generazionale di talenti. Pur giocando ben 255 partite, la sua carriera azzurra è stata infida: prima era troppo presto, poi troppo tardi. Così decide di lasciare spazio ai giovani e di abbandonare, nonostante i tentativi di richiamano come un Franco Baresi dei canestri. Pazienza. Non per questo noi ci sentiremo meno fortunati per averlo visto giocare e soprattutto per aver l'onore di raccontarlo.

 

IL FOSFORO

di Dario Colombo - tratto da "Il cammino verso la stella"

 

(...)

Tant'è che, partito Caglieris per Torino, anche lo scudetto parte per altre destinazioni: prima Cantù (dove c'è Marzorati), poi Milano (dove c'è D'Antoni), poi Roma (dove c'è Wright). Non ci vuol molto, a Porelli. per capire la lezione: ed in giro, con queste caratteristiche, ce n'è soltanto uno, si chiama Brunamonti e finisce ovviamente a Bologna. Brunamonti è di Spoleto, ma l'anagrafe del basket dice che è nato a Rieti, dove per anni ha rifornito di buoni palloni alcune tra le più belle coppie di americani mai venute in Italia. Non ha mai giocato per traguardi importanti, è vero: ma è altrettanto vero che da anni è il numero due della Nazionale e, insomma, il gioco vale senz'altro la candela. Non riesce subito, a Brunamonti, il colpo di riportare lo scudetto a Bologna, così com'era riuscito a Caglieris: ma i tempi sono cambiati e il cervello va bene ma c'è un limite anche alla creatività. A Brunamonti, però, l'anno serve per capire che i tempi di Rieti sono finiti, che quando si gioca per lo scudetto quel che conta è la sostanza più chela forma. La lezione dà i suoi frutti l'anno successivo, quando a Bologna approdano Bucci e Van Breda Kolff, due che in quanto a sostanza non hanno niente da invidiare a nessuno. E finisce che Brunamonti gioca forse la più bella partita della sua vita proprio nella finale di Milano contro la Simac, andando a prendersi fuori casa il primo scudetto della sua carriera e proprio contro il maestro D'Antoni. Guarda caso, aveva fatto la stessa cosa Caglieris nel '76: piccole storie di cervelli, piccole coincidenze, naturalmente: qualche volta, però, servono per vincere gli scudetti.

 

La targa comparsa il 27 dicembre 1996 in Piazza Azzarita, rinominata "Piazza ROBERTO BRUNAMONTI Capitano"

(foto il Resto del Carlino)