HUGO SCONOCHINI

(Hugo Ariel Sconochini)

Hugo Sconochini durante la preparazione

nato a: Canada Degomez (ARG)

il: 10/04/1971

altezza: 192

ruolo: guardia

numero di maglia: 10

Stagioni alla Virtus: 1997/98 - 1998/99 - 1999/00 - 2000/01

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 2 scudetti, 2 Coppe Italia, 2 Euroleague

 

 

SCONOCHINI, L'ITALIANO

di Roberto Cornacchia - V Magazine - Gennaio 2009

 

Argentina: terra di spazi sconfinati, balli sensuali, di emigranti e, più recentemente, grandi giocatori di basket. In Virtus abbiamo avuto la fortuna di ammirarne recentemente due dei più bravi, dei più spettacolari in campo e dei più simpatici. Hugo Sconochini è proprio come te lo potevi immaginare quando lo vedevi giocare in canotta bianconera mentre attraversava il campo a tutta velocità o quando affondava una delle sue violente schiacciate: un ragazzo che si divertiva un mondo a giocare a pallacanestro. Cosa sempre più rara in un mondo di campioni o presunti tali dalle tasche gonfie di banconote e l’ego carico di boria.

Fosti uno dei primi giocatori argentini a venire in Italia. Poi, dopo la tua fortunata esperienza, ne vennero molti altri. Cosa dissero in famiglia quando dicesti che avevi questa opportunità?

Avevo un allenatore che era stato in Spagna e ci faceva sempre vedere le videocassette delle grandi squadre europee dell’epoca: la Jugoplastika, il Real Madrid, ecc. Io e i miei compagni divoravamo con gli occhi quelle immagini e mai avrei pensato, non dico di giocare anch’io contro quelle squadre, ma addirittura di vincere l’Eurolega. Ovviamente, oltre alla speranza di diventare un giocatore professionista, nutrivo una notevole curiosità verso l’Europa. Ero un ragazzo di 18 anni, e avere 18 anni 20 anni fa non era come adesso che sono tutti più sgamati e conoscitori del mondo di quanto io non fossi. Io poi ero un ragazzo tutta casa e famiglia e quando mi venne fatta la proposta di venire a giocare in Italia alcuni dei miei parenti non erano convinti che fosse la cosa giusta da fare. Ma credettero in me e decisero di lasciarmi vivere questa importante esperienza: al massimo, mi dicevano, se le cose non vanno bene puoi sempre tornare. Glie ne sarò per sempre grato. A parti invertite non so se sarei stato ugualmente aperto: se dovessi decidere di mandare mio figlio adolescente in un altro continente, non so cosa farei. I miei genitori in questo sono stati bravi. Bravi e un po’ incoscienti.

Come furono il salto culturale e tecnico?

Più duro quello culturale. Innanzitutto non ero abituato a stare da solo e nei primi 4 mesi patii parecchio la lontananza dei miei affetti e lo svanire di molte certezze. Tutto era diverso, anche stimolante se vuoi ma sempre da codificare da capo: la gente, la cultura, il modo di ragionare. E tutto andava ad una velocità pazzesca. Ma nemmeno quello tecnico fu indolore. In Argentina ero abituato a correre e a giocare con molta libertà. Qua invece mi scontrai subito con tante regole, anche se giocavo ancora con gli juniores. Meno male che si prese cura di me Gaetano Gebbia che ha creduto in me e mi ha fatto crescere tantissimo. È stato un incontro determinante per la mia carriera: non so cosa ne sarebbe stato di me come giocatore se non mi fossi imbattuto in lui.

Piano piano entrasti in prima squadra.

Prima di me esordì in prima squadra Giorgio Rifatti, argentino anche lui, in quanto all’epoca la squadra aveva bisogno più di lunghi che di piccoli. Io, anche per via del fatto che ero più basso, ero un po’ la mascotte di quella squadra che all’epoca era una delle più belle realtà del basket di provincia. Erano gli anni di Avenia, Bullara, Santoro, Tolotti, Lorenzon e di stranieri come Volkov, Dean Garrett e Michael Young. Riuscii ad assaporare la prima squadra con Tonino Zorzi ma fu Charlie Recalcati che scommise su di me e mi schierò in campo con molta assiduità. Furono tre anni molto belli: a Reggio Calabria ero coccolato e stavo benissimo.

Poi andasti a Milano e poi Roma: due squadre nelle quali sei tornato dopo l’esperienza in maglia virtussina. Solo che magari prima eri nella fase ascendente della tua carriera e dopo in quella calante.

Beh, è normale. È destino degli atleti di qualsiasi sport. L’importante è cercare di dare il meglio di sé stessi. Quando sei giovane ogni cosa ti viene facile e non ci pensi. Quando invece il tuo fisico non ti permette più quello che prima era normale amministrazione, allora ti viene in soccorso l’esperienza e cerchi di fare del tuo meglio, conoscendo meglio il gioco e le varie situazioni, in un altro modo.

Dopo esserti abituato all’Italia, un altro bel “salto”: la Grecia del Panathinaikos e di coach Maljkovic.

Già ai tempi di Milano con coach Tanjevic avevo capito che con gli allenatori il cui cognome finisce in “ic” non mi trovavo bene. Troppo rigidi, troppa poca libertà nel gioco che impongono alle loro squadre. Ma erano i primi tempi della legge Bosman, le squadre dal budget più alto per la prima volta potevano ingaggiare anche altri europei e la loro offerta fu talmente allettante che non potei rifiutarla.

Poi finalmente arrivasti a Bologna.

Innanzitutto premetto che Bologna l’avevo già conosciuta ai tempi di un mio precedente infortunio al ginocchio. Venni operato dal Dott. Lelli e seguito nella riabilitazione dal Prof. Grandi. Non ero proprio di casa ma sapevo in che posto stavo per andare quando venni ingaggiato.

L’inizio fu col botto: scudetto ed Eurolega.

Fu una stagione fantastica, che rimarrà per sempre impressa in maniera indelebile nella mia memoria. E non solo per i trionfi. Eravamo una squadra in tutti i sensi: molto forti in campo, molto amici tra di noi e guidati da un signor allenatore. Posso dire di essere stato fortunato nella mia carriera per aver avuto l’occasione di giocare in una squadra del genere e di poter conquistare dei successi ai quali mai avrei pensato di poter ambire.

Poi nei due anni seguenti forse venne a mancare qualcosa.

Noi in finale ci arrivavamo lo stesso. In quattro coppe su quattro (un’Eurolega, una Saporta Cup e due Coppe Italia) giungemmo in finale, vincendo una (Coppa Italia). Se arrivi in finale significa che hai giocato bene: poi in un singolo evento può succedere che non sempre tutto fili liscio. Però forse l’abbuffata del mio primo anno, con i derby infiniti, il tiro da 4 e tutto il resto, ci aveva riempito un po’ troppo la pancia e nelle nostre menti forse si insinuò la convinzione che per vincere bastasse il nome Virtus. Avevamo vinto troppo e troppo in fretta.

Ti trovasti in squadra con gente il cui cognome finisce per “ic”…

C’è molta differenza tra un allenatore e un giocatore slavo. Difatti mi trovavo benissimo con Danilovic e Savic. E poi Sasha godeva di fama di duro e scontroso ma era una persona stupenda, col quale sono rimasto in ottimi rapporti. L’importante è saperlo prendere. Nelle durissime partitelle degli allenamenti, dove tutti cercavano di conquistarsi il posto in quintetto nella gara successiva, tutti davamo il massimo. Il gioco era duro ma pulito e l’impegno profuso massimo. Solo Sasha ogni tanto poteva tirare il fiato, se non altro perché era l’unico il cui posto da titolare non era in discussione. In quelle serate in cui non era in vena oppure aveva qualche acciacco, di solito ero io a marcarlo, che avevo capito questa cosa e non lo attaccavo come altri facevano, evitando di innervosirlo. Rimane il più forte giocatore che abbia mai conosciuto.

Seguì la stagione del grande slam, che però per te fu poco fortunata causa la squalifica per doping.

È un vero peccato che il mio rapporto con la Virtus si sia concluso in questa maniera, perché fino a prima di quel fatto avevo vissuto momenti stupendi che sono marchiati a fuoco nella mia memoria. Quello che successe mi ferì molto. La società sapeva perfettamente che la positività a quel test anti-doping era stata causata da un collirio che mi era stato fatto prendere ma non mosse un dito per aiutarmi a dimostrare la mia buona fede. Nessuno mi toglie dalla testa che questo comportamento sia stato dettato dalla volontà di liberarsi di un ingaggio che forse in società ritenevano troppo oneroso. All’epoca mi arrabbiai anche con Ettore Messina, a cui in 4 anni di lavoro assieme gomito a gomito pensavo di aver dimostrato che persona fossi, perché mi sembrava non mi avesse difeso. Ma poi ci siamo rivisti, ne abbiamo parlato e siamo tornati in buoni rapporti.

In quella stagione facesti da “fratello maggiore” a Ginobili.

Normale che fosse così: stava facendo il mio stesso percorso. Ho cercato di dargli dei consigli, l’ho aiutato come ho potuto, gli ho presentato i miei amici che poi sono diventati anche i suoi. E lui mi ha sempre ringraziato per questo. Ma sono sicuro che sarebbe diventato quel campione che è anche senza il mio aiuto. Giocatore straordinario, secondo solo a Danilovic.

Tante squadre, tante vittorie ma solo nella prima esperienza romana eri uomo da quintetto e da alti punteggi. Ti pesava questa cosa?

Neanche un po’. Non sono mai stato particolarmente interessato dal fatto di partire in quintetto oppure di fare tanti punti. Piuttosto mi dava fastidio non essere considerato per il mio valore, come successe al mio rientro dopo la squalifica. Dopo quella brutta esperienza nessuno volle darmi la possibilità di dimostrare che ero in buona fede e che ero ancora un giocatore di alto livello. Dovetti tornare all’estero, questa volta al Tau Vitoria, e vincere uno scudetto spagnolo, prima di riacquistare credito in Italia e potervi tornare da giocatore.

Tra le tante squadre vincenti di cui hai fatto parte ce n’è una che forse occupa un posto speciale nel tuo cuore: la Nazionale Argentina.

Devo ancora una volta riconoscere di essere stato davvero fortunato per aver vissuto l’epoca d’oro della Nazionale Argentina. Non credo ci sarà mai più una squadra del genere: non ho mai giocato in una squadra che sommasse in sé tanto talento e tanta fame di vittoria. Io poi l’ho vissuta in maniera un po’ diversa da quelli della “seconda generazione” come Ginobili, Delfino e Nocioni. Avevo fatto parte della Nazionale che aveva fallito per un soffio la qualificazione alle Olimpiadi di Atlanta e questo aveva creato in me il rammarico di un’occasione perduta. Quando cominciarono a venire alla ribalta i giovani assi citati, fu meraviglioso sentirsi parte di un progetto che stava diventando vincente e il furto perpetrato ai nostri danni ai Panamericani di Indianapolis non fece altro che aumentare la nostra sete di rivincita.

Come fu mettere insieme per una causa comune una serie di assi che tutti, nei rispettivi club, erano delle prime donne?

Fu facilissimo. A nessuno importava delle gerarchie o di quanto soldi guadagnavo questo o quell’altro. Tutti eravamo lì per dare lustro alla nostra nazione ed eravamo pronti a fare quello che occorreva per vincere. Pensa che il premio che ci diede la nostra federazione per la vittoria olimpica fu di 5.000 euro, parte dei quali dovemmo usarli per pagarci il biglietto aereo di ritorno. Mentre ai giocatori della Nazionale Italiana che arrivò seconda ne vennero dati 70.000…

Dopo un paio d’anni di inattività dei tornato a giocare, in quel di Piacenza insieme ad un’altra vecchia conoscenza bianconera: Mario Boni.

Avevo smesso perché ero saturo di basket, ma smesso per davvero. Giochicchiavo ma senza nessuna preparazione né atletica né, soprattutto, mentale. Avevo staccato completamente. Poi sono stato avvicinato dal mio attuale presidente e mi sono fatto coinvolgere. L’idea di far parte di un progetto ambizioso mi ha fatto tornare la voglia. Riabituare le articolazioni, la schiena e la testa al basket agonistico è stato difficile. Ma in campo mi diverto ancora e ho ritrovato l’amicizia e la voglia di scherzare tra compagni di squadra che è forse la cosa del basket che più di tutte mi mancava.

Non sei più solo un giocatore, ti vediamo anche in tv.

Ma quello è un gioco. Lo so che non sono portato e quindi lo faccio come divertimento e per rimanere vicino al basket che conta che continua sempre ad appassionarmi. Ovviamente non è come stare in campo, non sei più il protagonista, ma trovo sia ugualmente importante cercare di trasmettere l’emozione del gioco a chi segue dalla poltrona.

Hai mai pensato di far fruttare la tua esperienza cestistica in Argentina?

No. Ho trascorso più di metà della mia vita qua, i miei figli sono nati qua, il mio futuro lo vedo qua. Ormai sono diventato italiano.

 

SCONOCHINI: LA VIRTUS SI RAFFORZA

Il "gaucho" ha raggiunto un accordo su base biennale con i bianconeri. La firma ci sarà tra qualche giorno: il giocatore deve risolvere alcune pendenze col Panathinaikos. Cazzola e Messina concordi: "Hugo ci interessa davvero, c'è già un impegno morale. Siamo convinti che sia contento di questa maglia.

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 19/06/1997

 

Con l'arrivo del "gaucho" Sconochini rimane solo una casella libera per completare il roster della Virtus che affronterà il prossimo campionato con Ettore Messina in panchina. Sono arrivati Danilovic, Nesterovic, Rigaudeau e Frosini (il contratto sarà presumibilmente depositato l'1 luglio): per un ipotetico quintetto nuovo di zecca mancava un solo elemento. Antonio Ricciotti, procuratore di Hugo Sconochini, ha raggiunto l'accordo con la Kinder (su base biennale), per la firma bisognerà attendere qualche giorno. Il tempo di risolvere alcune questioni tra il giovanotto e la sua ex società, il Panathinaikos, che probabilmente non ha ancora versato tutti i compensi della passata stagione. Arriva Sconochini, ma arriva per rimanere in bianconero e non per essere utilizzato come pedina di scambio per ottenere qualche altro elemento (vedi Fucka).

Il chiarimento sulla questione  è del numero uno bianconero, Alfredo Cazzola. "Il mercato è cambiato - sottolinea il presidente della Virtus -. Non è più possibile giocare con le figurine. Non si acquista un atleta per poi cederlo, e ottenere così un altro elemento. È un mercato d'altri tempi: le nuove condizioni sono queste, e Sconochini è un ragazzo che ci interessa".

Hugo non ha ancora messo nero su bianco (perché appunto deve risolvere alcune questioni con i greci), ma mister Motorshow non ha dubbi in merito: "Con l'agente abbiamo concordato tutto: c'è un impegno morale e sono convinto che lui sia contento di indossare la maglia bianconera per la prossima stagione".

Rimane una sola casella con il punto interrogativo - che andrà a completare un organico del quale fanno parte, oltre al "gaucho", Rigaudeau, Danilovic, Frosini, Savic, Ravaglia, Abbio, Nesterovic e Binelli.

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UN TRIENNALE PER HUGO. "KINDER, SONO QUI PER CORRERE E VINCERE"

Ecco Sconochini

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 19/07/1997

 

Cappellino (bianco) dell'università di Georgetown, maglietta (nera) Harley Daidson. I colori, insomma, sono quelli giusti. E poco importa se Hugo Sconochini arriva all'ospedale Maggiore con un po' di ritardo sulla tabella di marcia. Il "gaucho", che era sbarcato giovedì a Milano, è rimasto intrappolato sull'A1, all'altezza di Reggio Emilia, e così ha dovuto posticipare tutti i suoi appuntamenti. Una volta raggiunte le Due Torri Hugo sfodera un sorriso disarmante, la sua simpatia è contagiosa. E conquisterà anche Roby Baggio, dal momento che l'italo-argentino non ha nessuna intenzione di rubargli la scena. Per lo meno con quel codino che sfoggiava ai tempi di Reggio Calabria, e che poi tagliò a Milano.

Perché si è tagliato il codino?

"Risale a parecchio tempo fa. Ogni tanto si cambia".

Però qua, dove l'avevano ribattezzata Fiorello, avrebbe fatto concorrenza a Baggio.

"È una decisione maturata a Milano. Tanjevic mi disse che danneggiavo l'immagine della squadra, allora l'ho tagliato. Nessun rimpianto, però".

Arriva alla Kinder dopo un campionato vissuto in Grecia. Eppure avrebbe potuto giocare un'altra stagione nel Panathinaikos.Cosa è accaduto?

"Là mi trovavo bene, non ho mai avuto problemi. Ma la squadra non aveva presa sul pubblico perché non c'erano giocatori greci. Hanno scelto la strada della squadra autarchica, sono ben contento di essere qua".

Avrebbe potuto essere una "pedina" per arrivare a Fucka. In realtà il suo presidente, Cazzola, ha sempre sostenuto che lei sarebbe rimasto in bianconero.

"Sono felice per questo".

Ora lei è a BasketCity dove impazza la stracittadina. Sa cos'è un derby?

"In Grecia ne ho giocati parecchi",

Qua, però, sarà diverso.

"Me lo auguro proprio. Là sono matti. Sparano razzi e bengali da una curva all'altra, accendono fuochi. Credetemi, sono proprio pazzi".

Alla Virtus per...

"Giocare, prima di tutto".

E poi?

"Per vincere, lo dicono tutti, no? Credo che l'aspetto più importante sia il lavoro. Una società, un gruppo, deve puntare su questo. Alla fine, poi, raccogli quello che hai seminato".

Lei, Abbio, Danilovic, Papanikolau, Rigaudeau: una Kinder costruita per correre, non trova?

"Lo spero proprio. È quello che più amo, una squadra che corre".

A Bologna troverà una Kinder profondamente rinnovata: conosce qualcuno?

"Di fama praticamente tutti, di persona nessuno. Ma non credo sia un problema fare amicizia".

E le visite mediche?

"Non avevo mai fatto esami così accurati. Mi hanno torchiato a dovere, ma è giusto che sia così, anche se ora sono un po' più stanco. Con tutte le prove sotto sforzo che ho sostenuto ho avuto la sensazione, a un certo punto, di risalire un muro. E ce l'ho pure fatta".

In bianconero ritroverà il professor Grandi, che aveva guidato la sua riabilitazione dopo l'infortunio ai legamenti. E se ne va con un sorriso, Hugo, dopo aver scambiato quattro chiacchiere con un tifoso. L'impressione è che il "gaucho" abbia tutte le carte in regola per diventare il beniamino dei sostenitori bianconeri. Intanto ieri mattina ha parlato con il presidente Cazzola, ha firmato un contratto triennale e, dopo le visite mediche, se ne è andato in compagnia del suo agente Antonio Ricciotti e del vice presidente della Virtus, Roberto Brunamonti. Dopo Milano, Roma e Atene il "gaucho" deve prendere la mano con un'altra capitale. Quella della pallacanestro italiana, ovviamente.

HUGO SCONOCHINI

"Il chi è chi" 96/97, redazione Superbasket

 

In 7 anni di professionismo, ha giocato una sola stagione da titolare e subito dopo è volato ad Atene, al Panathinaikos campione d'Europa, a guadagnare un miliardo netto di lire. Là è prontamente tornato a giocare i suoi 20 minuti scarsi di media, la statistica che lo accompagna fin dai suoi inizi. Ecco una buona programmazione della carriera. In realtà, si potrebbe sostenere anche il contrario, parlare di cattive scelte, perché Hugo vorrebbe giocare sempre e soffre se non gioca ...

Potente quanto simpatico, a 26 anni ha tutto per essere la più forte guardia italiana ...

A parte Roma, però, gli sono mancati i minuti per diventarlo ...

 

SCONOCHINI ACCENDE BOLOGNA, SEMPRE UGUALE, COSI' DIVERSO

di Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport - 26/10/1997

 

Non chiamiamolo più gaucho stereotipo usato per richiamarne le origini argentine. Hugo Sconochini, una delle tante frecce nella faretra di Ettore Messina, vuole e chiede di essere riconosciuto come una persona e un giocatore diverso rispetto agli anni giovanili. "Gaucho, il ragazzo che cavalca la prateria, è una figura distante dalla mia personalità - attacca Sconochini -. Sono argentino, tengo alle mie radici, però ci sono anche gli argentini di città. Io sono tra questi, la mia è una famiglia urbanizzata. Papà fa il commerciante, mamma purtroppo è morta 5 anni fa. Non ho mai avuto legami con la pampa, così vorrei che si smettesse questa etichetta. Anche quella di "Fiorello", perché portavo i capelli con la coda, non mi appartiene più. Quello era un altro Hugo. è passato molto tempo da allora, molte cose sono cambiate perché ho imparato a scegliere quelle più giuste per me, soprattutto a non fare quello che non mi serviva per crescere. Se vi serve un soprannome per inquadrarmi, trovatevene un altro, magari più vicino al giocatore di basket ma senza scomodare la Nba perché non ho idoli né modelli di gioco negli Usa". Alla vigilia della difficile trasferta di Verona e dopo il largo successo in Eurolega contro l'Ulker che lo ha visto protagonista con 21 punti, tutti realizzati nei parziali positivi che hanno deciso la partita, Sconochini è' un giocatore sereno e rilanciato. C'é maturità nelle sue parole, la consapevolezza di essere entrato in un mondo nuovo da parte di questo estroso esterno che Messina usa anche come play. Un cestista che ama correre, che da giovanissimo interpretava il basket con gioia e un po' di follia. Un istintivo di talento. "Il mio gioco è sempre uguale - continua Sconochini -, ancora oggi lo interpreto come mi sento ma con il rispetto che si deve al mio ruolo e a quello dei compagni. Sono contento di essere alla Virtus, mi adopero per darle un contributo sempre migliore. Non chiedo di essere un protagonista, questa squadra è costruita attorno all'asse Rigaudeau-Danilovic-Savic, sono loro i punti di riferimento, noi altri dobbiamo lavorare per fare della Kinder una autentica corazzata". L'esperienza al Panathinaikos, sotto la guida del guru Bozo Maljkovic, ha fatto da barriera tra il primo Sconochini e quello attuale. "Che differenza c'è? è passato solo un anno. Una parentesi che mi ha fatto vivere momenti belli e brutti. Sono rimasto a lungo infortunato. Non ero il giocatore giusto per la filosofia di Maljkovic. Le mie caratteristiche non erano adatte al suo gioco. Ho cercato di resistere, di adeguarmi. E forse sarei rimasto ancora un altro anno al Panathinaikos, come previsto dal contratto, se non avessero cambiato tutto, coprendo anche il mio spazio. Perciò non ho avuto nemmeno da scegliere se rimanere in Grecia o tornare in Italia". Dove l'attendeva a braccia aperte la Virtus del nuovo corso. "Bologna è veramente un'altra dimensione. Ho giocato a Milano e a Roma ma qui è tutto diverso, più coinvolgente - continua Hugo -. Con due squadroni in città, la prima partita da vincere è la rivalità interna, poi vengono le partite sul campo. Io sono pronto a fare il mio lavoro. Se sono soddisfatto di me per questo inizio di stagione? Sono soddisfatto dei risultati della squadra, e questo mi basta. Perché se la Kinder vince vuol dire che anch'io ho fatto bene la mia parte. Però ho ancora molto da migliorare. Vorrei affinare il mio tiro, renderlo più sicuro quando posso prenderlo senza avversari addosso". Gli obiettivi stagionali. "Siamo in corsa su tutti i fronti - conclude Sconochini -. Non voglio mettermi dei limiti, dovendo scegliere tra la vittoria dello scudetto o dell'Eurolega dico che voglio vincere tutte e due". Più chiaro di così...

Hugo in attacco

 

VIRTUS, L'EUROPA IN TRE STORIE

di Luca Chiabotti - La Gazzetta dello Sport - 28/03/1998

 

(...)

Se Crippa è la storia, Hugo Sconochini è la chiave del successo nei quarti. Più di Danilovic: "C'è stato un momento nel secondo tempo - dice Crippa - in cui sentivo che dovevo cercare Hugo perché era giusto che fosse lui a provarci. è stato bravissimo". "Sconochini - dice l'ex c.t. - ha passato dei momenti difficili nell'adattarsi al gioco e sono felice di averlo visto giocare, nei momenti di massima pressione, con freddezza e lucidità. Che arrivasse non era in discussione, ha un amore infinito per quello che fa ed è una persona unica". Seconda storia della Virtus vincente: "Sono contento, sto bene a Bologna, sono soddisfatto: tutto quello che volete - dice Hugo - ma è presto per parlare, non sono io che posso farlo, non ho ancora vinto niente per permettermelo. Andiamo a Barcellona, lì, dopo che avremo vinto, potrò parlare". La vita, in Europa, è difficile per chi ha il talento e l'estro di Sconochini: prima il Panathinaikos di Bozo Maljkovic, adesso il basket scientifico di Messina: "Qui è molto meglio, qui siamo a metà strada tra il gioco che serve per vincere in Eurolega e quello più spettacolare, alla Kinder c'è spazio per la fantasia. Ad Atene eravamo all'estremo, non si poteva fare altro che giocare ai 30", era difficile, veramente difficile". Nelle due partite contro la Teamsystem ha fatto uscire la Virtus dalle secche in cui, specie in gara-1, era caduto Danilovic: "Ma Sasha e Rigaudeau sono quelli che ci hanno portato fin qui, le gerarchie sono chiare: noi siamo quelli che tirano il carro. Bisogna trovare l'equilibrio, ma con Sasha non ci sono mai problemi se lo rispetti".

 

LA RESURREZIONE DEL CONDOR

Giovedì sera Hugo Sconochini ha vinto tutti i confronti diretti. Le "final four" sono un regalo per Ginger che sposerà il 4 giugno

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 28/03/1998

 

Un regalo per Ginger che porterà all'altare il prossimo 4 giugno? No, un dono per sé stesso, perché Barcellona è una bella città, perché la Kinder è forte e perché lui, il condor, è stato l'"hombre del partido". Di più: l'uomo che ha spezzato la serie a favore della Virtus con un impatto tremendo nei minuti in cui Messina l'ha voluto in campo.

"Una vittoria per tutto il popolo bianconero - racconta Hugo Sconochini -. Un successo meritato e che i nostri sostenitori meritano". Si gode l'idea di Barcellona e delle "final four", con quel sorriso che l'accompagna sempre.

Quell'aria scanzonata "spentasi" improvvisamente non più tardi di dieci giorni fa. Non dal derby di campionato, ma da quell'influenza che l'ha costretto a letto per diversi giorni togliendogli troppi allenamenti dalle gambe. "Bruttino" a Milano, alla vigilia del derby, il "Condor" è stato capace di risorgere - e che resurrezione - nel giro di 48 ore: vincendo tutti i confronti diretti e ricevendo l'investitura ufficiale nientemeno che da Sasha Danilovic.

Scherza Hugo, scherza sempre, e prova pure l'espressione burbera, di chi non è soddisfatto di quanto ha fatto. "Ma non abbiamo ancora vinto nulla - sottolinea - non c'è niente da festeggiare. Però non possiamo negare che aver ottenuto subito la qualificazione, piuttosto che trovarci all'1 a 1, fa enormemente piacere". Rivede la partita, Hugo, e rivede pure sia il sorpasso che quell'errore dalla lunetta che avrebbe potuto rimettere in gioco i cugini. "E allora? Capita. La pallacanestro è fatta così: si tira, si segna, si sbaglia. L'importante è continuare, insistere, proprio come abbiamo fatto noi. È stato veramente bello disputare una partita di quel genere davanti a un pubblico caldo, caldissimo, ma alla fine corretto. È stato veramente incredibile. Mi spiace per loro, sinceramente, perché pure la Fortitudo avrebbe meritato Barcellona e le final four". Ma in Catalogna sbarcherà la Kinder perché ha saputo stringere i denti nei momenti peggiori, soprattutto nel primo tempo, quando è stata più volte sull'orlo del ko. "È vero - insiste - lorosono partiti fortissimo, ma ho visto che la Virtus, pur subendo qualcosa, riusciva a rispondere colpo su colpo. Poi alla lunga hanno cominciato ad accusare la fatica e sono calati, mentre noi abbiamo trovato qualche conclusione dalla distanza. Così la partita è girata: così abbiamo portato a casa un successo importante. Fondamentale quello che ci siamo detti nello spogliatoio, tra un tempo e l'altro, perché ci eravamo prefissi l'oboettivo di non perdere mai fiducia, né tantomeno coraggio".

Adesso può sorridere di gusto, Hugo, e cominciare a pensare a Barcellona - senza dimenticare la sfida di domani, che potrebbe assicurare alla Virtus la presenza alla prossima edizione dell'Eurolega.

...

 

IL CONDOR SOPRA L'AQUILA

di Francesco Forni - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

Quest'anno il Condor è volato sopra l'Aquila. Hugo Sconochini, fresco sposo con l'amata Ginger, è stato per Messina come la dea Kalì. Mani e braccia dappertutto: prima o poi la palla vagante o l'avversario sarebbero andati a sbattergli addosso. E agli incroci più importanti della stagione non è stato solo il rastrello che sradicava possessi all'attacco rivale, ha pure fatto cesto. A modo suo: di potenza e fantasia, volatone a campo aperto, il cavallo pazzo del quale tutti ricordavano, e ammiravano, lo acrobazie. Baloncesto bailado.

E come previsto i duelli risolutivi, senza appello, sono sempre stati con la Fortitudo. Madre di tutte le vittorie la serie dei quarti di Eurolega: la Kinder ci arrivò dopo sette mesi e mezzo di vittorie, ma senza Rigaudeau (l'uomo più continuo in Europa) e con acciacchi vari. Sconochini fu la ruspa, in campo e fuori, i nervi della Virtus spazzavano via i cattivi pensieri della eterna sfortuna che pareva ritornare quando era in ballo il dominio continentale. Gara1 devastante con 20 punti, un errore, poi 8 cesti consecutivi. Alla fine 9/12 dal campo, 4 rimbalzi e 2 assist e la museruola a Myers, che non riusciva a contenerlo nella sua metà campo. Due giorni dopo forse meno qualità (3/9, 7/12 ai liberi) ma tantissima quantità: 15 punti, 9 rimbalzi, 2 recuperi e 6 assist. Quasi una tripla doppia, passando letteralmente sopra Moretti durante la rimonta vincente negli ultimi minuti.

Poi Barcellona, altre mazzate per tutti, in attacco e in difesa. E Sasha, tra una boccata e l'altra al sigaro del trionfo, decretò l'incoronazione: "Non ho mai trovato uno che mi mettesse così in difficoltà quando difende su di me in allenamento". Il Condor già volava sopra tutti.

Lo avrebbe fatto fino alla fine, anche nei play-off non travolgenti della Virtus, ma condotti a termine con un'intensità davvero inimitabile per gli avversari in questa stagione.

Le finali con la Teamsystem. Stabile ormai in quintetto base, Hugo non ha trovato i picchi di aprile, ma ha sempre tamponato bene dietro, come qualche "orba" da cineteca ammollata sulle triple di Myers. Pochi tiri, ingolfando un attacco che avrebbe dovuto essere più oliato visti i problemi di Danilovic. Ma sull'ultimo strappo in gara5 la scarica della speranza l'ha trovata lui. sotto 53-63 a 8' ha infilato 8 punti, benzina fondamentale che avrebbe poi reso storico il "bambino" di Danilovic.

Poteva sembrare un doppione ad agosto, ma Sconochini è stato l'uomo di impatto fisico sulle partite, fondamentale per la Kinder. La guardia da un quintalone capace di contenere il play e l'ala, in grado di spostare anche in attacco. Ad essere pignoli, non abbastanza spesso per le sue qualità: qui dovrà osare di più. Ma in fondo Hugo durante i suoi sette anni di professionismo solo una volta ha chiuso una stagione in doppia cifra: 21,3 nel 95/96 a Roma. I numeri prodotti quest'anno ricalcano, le sue medie di carriera: 7,7 punti, 55% da due in 22 minuti di utilizzo.

Stavolta le statistiche sono davvero bugiarde. Il COndor così bene non aveva mai giocato: difatti ha cominciato a fumare i sigari pure lui.

 

Tratto da "Euro Virtus" di Emanuela Negretti

 

Di origine italiana, Hugo è nato in Argentina a Canada de Gomez il 10 aprile 1971. Odia essere chiamato Gaucho, soprannome che noi italiani affibbiamo a tutti gli argentini. "Io sono argentino di città e nella pampa non ci ho mai messo piede", dice sempre un po' stizzito. è un po' come dare a Gazzoni del contadino. Vada per "Condor" allora, che sa tanto di Dove osano le aquile. E sinceramente Hugo le ali potrebbe averle davvero. Si arrampica fino al tabellone, con un terzo tempo deglo del miglior Carl Lewis: tre passi e poi il salto. Le sue schiacciate sono note a tutti, la sua esplosività brucia gli avversari, la sua determinazione è disarmante. Da ragazzino fu portato in Italia, a Reggio Calabria assieme ad altri talenti di origine italiana, di cui si è rivelato il più brillante. Nel '90 ha debuttato in A1 sempre a Reggio giocando per tre stagioni: "Tre stagioni fondamentali per la mia crescita e la mia carriera". L'Olimpia Milano lo ha poi acquistato e Hugo, detto anche "cavallo pazzo" per via del suo estro e della lunga coda che portava, è cresciuto molto, ha incrementato punti e minutaggio disputando due ottime stagioni. Nella città della moda ha conosciuto anche l'amore: ha incontrato Ginger che tra pochissimi mesi porterà all'altare. Ma la vera consacrazione cestistica l'ha ottenuta una volta giunto a Roma per la stagione '95/'96.

Mandato in campo come titolare, è riuscito ad esprimere il meglio di sé, mantenendo una media di 21 punti a partita facendo registrare anche il suo record personale in una gara: 40 punti.

Poi venne il tempo di provare anche una nuova esperienza: le sirene greche avevano chiamato e Sconochini aveva risposto. Eccolo quindi la scorsa stagione ad Atene nel Panathinaikos con cui ha vinto la Coppa Intercontinentale. Una stagione un po' strana la sua, costellata di incomprensioni con il coach. Quest'anno è riuscito a mettere a disposizione di Messina e della squadra le sue grandi doti.

In allenamento sembra riuscire a fare cose mirabolanti. In partita, se parte con il piede giusto, si esalta ed è veramente difficile riuscire a fermarlo. In questa stagione rimarranno nella storia le due partite giocate contro la Fortitudo per il passaggio alle Final Four di Barcellona. Di quelle vittorie moltissimo merito è stato soprattutto del Condor, che con la sua abilità è riuscito a girare le partite.

Rimbalzi, palle recuperate, stoppate, schiacciate, bombe, tiri in sospensione, dalla lunetta: ha veramente tirato fuori il meglio del repertorio del basket. Ragazzo di grande simpatia e capace di farsi amare da tutti, è molto riservato, soprattutto per quanto riguarda la sua sfera privata e sentimentale. Guai a chi gli chiede qualcosa che non riguardi del tutto il basket. Nella nazionale argentina, con la quale parteciperà ai mondiali, ha vinto l'oro ai Giochi Panamericani del '93.

 

PARLA SCONOCHINI

di Francesco Forni - La Repubblica - 02/09/1999

 

Sconochini out, per adesso. Ma le nubi sul suo futuro sono tante: il Condor non sarà più bianconero?  

Non ho letto i giornali, ma i miei amici m'hanno detto tutto. Se qualcuno in Virtus ha fatto uscire queste notizie un motivo ci sarà. Ma io non lo conosco. Verrà il tempo di far chiarezza: non ho ancora sentito il presidente e Brunamonti, conto di farlo prima possibile.

Intanto  il Condor  non vola più.  

Per adesso niente palestra. Ho provato ad allenarmi  da solo  lunedì, ma ho sentito il solito dolore e sono andato da Lelli, che m'ha detto di sospendere subito il lavoro fisico. Sono tranquillo, la mia coscienza è a posto. Di certo non mi sono fatto male apposta. Se il professore dice che sono da operare, questa sarà la mia strada, non c'è dubbio. Di Lelli mi fido totalmente: ricostruì il ginocchio già anni fa, dopo una  rottura assai grave. Quando uno è malato deve curarsi, mi pare la cosa più logica. E non c'è niente di illegale.

Una lesione ai legamenti può venir fuori dopo tanto tempo?

Mi sono fatto male proprio all'inizio dei preolimpici americani con la nazionale argentina. Quando un mese fa ho avviato la preparazione con la Kinder dissi che sentivo dolore al ginocchio destro, ma la risonanza non evidenziò nessun danno. Invece la cosa è abbastanza seria.

L'ipotesi clamorosa del taglio comunque gira, da casa Virtus: come reagirebbe Sconochini?  

Mettermi a casa? Io non so proprio come possano farlo, su che base: cosa mai ho combinato? È un infortunio, una lesione a un' articolazione: cosa c'è di strano e di misterioso per un atleta? Nulla, secondo me. Non m'è stato comunicato ancora niente, aspetto di operarmi e sono abbastanza sereno che tutto finisca per il meglio. A questa squadra ci tengo, ho 28 anni e nella mia carriera ho vinto solo qui, normale che desidero restarci. Certo che se poi vogliono mandarmi via a tutti i costi, ma mi pare assurdo, è un altro paio di maniche. E anche se si dovesse verificare questo, sarà poi da vedere quel che succederà.

 

HUGO SCONOCHINI, UNO DI NOI...

di Salvatore Maria Righi - Bianconero n. 1/anno 5 - gennaio 2000

 

Sarà quel che sarà, in questi anni del Duemila, perché tanto ci arriviamo con occhi pieni di cose belle. Ce li ha riempiti parecchio, non del tutto ma parecchio, un ragazzo che arriva da un posto che è già un'impresa da trovare sulle cartine geografiche. Ci si arriva attraversando il mare, percorrendo una strada che non porta da nessuna parte, stancandosi di guardare il cielo e l'orizzonte. In un posto così nasce molta brava gente di campagna, qualcuno che non è proprio uno stinco di santo, come dappertutto, e ogni tanto qualche persona speciale. In genere funziona così: se capita a New York o a Roma è normale, se succede a Canada de Gomez magari ti chiedi perché mai proprio lì. Beh, ragazzi, il motivo non c'è, perché le cicogne vanno dove gli pare. E allora capita che anche al confine tra Argentina e Bolivia nasca un tipo destinato a far sognare la gente lontana come la luna, gente che è cresciuta con le tigelle e le messe in San Petronio. Qualcuno che da piccolo porta i pantaloni corti e si sbuccia le ginocchia a scansare le pozzanghere e a correre dietro ai ranocchi e ai gatti, come tutti gli altri bambini, però poi ad un certo punto decide che la sua vita probabilmente è altrove. Che vale la pena assecondare il cuore più che la testa. E allora chissenefrega, prende le sue carabattole e sale sul primo aereo, destinazione Europa. Italia, anzi. Dove il suo gioco preferito diventa un mestiere, una professione. Un'arte. Soprattutto, forse, il motivo migliore per non voltarsi mai più indietro. O perlomeno solo ogni tanto. Anche perché intorno il mondo comincia a sorridergli.

All'inizio è dura, l'oceano dietro le spalle è immenso e pensarci fa molto male. Ma poi va meglio. Il basket diventa una casa, una famiglia. L'Italia del resto è una terra che in genere fa contenti tutti, bianchi, neri, gialli, vai a capire perché. Insomma, per farla breve, il tipo diventa uno di noi, un italiano, che pensa da italiano e ama gli italiani. E dagli italiani è amato. Non solo da loro, a dire il vero, perché ad un certo punto di questa storia arrivano dei greci che si innamorano di lui e se lo portano via. Dura solo un anno, però, perché ormai il virus degli spaghetti lo ha contagiato. E poi c'è sempre il basket, la pallacanestro che lo fa diventare un protagonista. In realtà sopra ai legni non è diverso da quando lo incontri per strada. Ha sempre lo stesso sorriso Mentadent, la stessa allegria contagiosa, lo stesso modo travolgente e a volte malinconico di guardarti.

Non passerebbe inosservato neanche al buio, uno così, e infatti la gente di tutta Italia decide presto che ha tutto per essere un beniamino. Un idolo. Lo applaudono ovunque, dappertutto ha amici e gente che lo prende a pacche sulle spalle, non parliamo poi dei suoi tifosi che per lui impazziscono. C'è chi giura che le donne addirittura perdono il lume della ragione, ma poi capita che lui sposi una ragazza bella e intelligente, amore dolce e vero, e allora non è più il caso di farla tanto lunga. Invece da qualche parte qualcuno gli ingarbuglia un po' la strada, magari è colpa del destino, fatto sta che gli succedono sfighe a raffica.

Da quando mette i piedi a Bologna, nella Virtus dove arriva come un arcobaleno dentro un giorno di pioggia, si contano collisioni contro cartelloni pubblicitari di Barcellona, ematomi alle cosce in Italia, distorsioni alle caviglie in Russia, e poi una brutta botta al ginocchio a San José di Portorico. Prima, allo stesso ginocchio, c'era stata un'altra legnata e un'altra operazione, alla latitudine dei Bronzi di Riace.

L'ultima tegola è anche il motivo per cui il nostro tipo ha appena ricominciato a giocare con i suoi compagni, con la Kinder che non vedeva l'ora di ritrovarlo. Perché di uno così c'è bisogno come della legna per fare il fuoco. La gente, i suoi tifosi bianconeri, non si sono mai dati pace di quest'ultimo colpo della malasorte. Ogni volta che è entrato a palazzo in borghese, coi jeans e una mano alzata per salutare, lo hanno chiamato a gran voce. Ha continuato a stringere mani che pareva un vescovo, gli avversari non sono mai ripartiti senza chiedere notizie, senza farsi una risata insieme. Perché di gente come lui ne nasce poca, garantito. Se è per quello anche di gente come il suo miglior amico bolognese, quel signore coi capelli d'argento e il sorriso da bambino. Di mestiere fa il preparatore atletico, lavora per la Kinder, ma sembra appena uscito dal paese delle meraviglie. Racconta storie incredibili e difficilmente si allontana senza una battuta. Facile, anzi logico, che un tipo speciale così gli si dovesse affezionare come un figlio.

Nel bene e nel male. Nelle vittorie e nei momenti di dolore. Quando c'è una coppa da alzare e quando c'è un chicco di luce che si spegne per sempre. Con un sigaro in bocca, in una notte catalana che da tenere dentro come una favola, e con le lacrime agli occhi, quando il dolore e la paura sono troppo forti. Anche per un guerriero che a guardarlo sembra la foto tessera della vita.

Della vera vita. Com'è, come dovrebbe essere. Per tutti. Beh, adesso la storia ricomincia, perché la Kinder ha ritrovato il suo campione.

E noi siamo sicuri che il Duemila può fare quello che vuole, al limite può anche riproporci la solita minestra.

E cioè le Azzorre possono rovesciarci addosso tutti gli anticicloni possibili, la Borsa può fare l'ascensore, l'influenza può massacrarci, il telefonino può anche non prendere, i prof possono riempirci di compiti, la pasta può anche essere scotta, il gatto può anche tritare il cuscino, la macchina può anche fare i capricci, la tivù può anche dare i soliti polpettoni, perché tanto si vive una volta sola. E perché, soprattutto, oggi è la volta buona.

Il Condor è vestito di nuovo col suo numero 10. Bentornato, Hugo.

Hugo, saltuariamente utilizzato anche come portatore di palla

 

GINOBILI- SCONOCHINI, COPPIA ESCLUSIVA

di Daniele Baiesi - www.telebasket.com - 25/08/2000

 

C'è la colonia serba. C'è quella, più minuta, italiana. Ci sono alcuni apolidi; e poi ci sono i due argentini. Una Kinder multietnica, in piena era di globalizzazione. Sconochini ha sempre visto la pampa in cartolina; non chiamatelo gaucho. Per Ginobili, invece, è tutta un'altra storia. Lui nella pampa ci è stato, eccome. Bella coppia, con Hugo, anche il Condor non accetterebbe mai di fare una gara delle schiacciate con Manu ("i miei 29 anni - dice Hugo - rispetto ai suoi 22 si fanno sentire").

Ginobili, colpo con cui la Virtus si è quasi consolata per il ciao dall'altra riva di Meneghin (in realtà pare, lo ripetiamo, che ci fossero fazioni piuttosto convinte su di lui anche in pieno affare Meneghin), ha già le idee chiare. Prima di tutto, sulla città: "Bellissima - dice Manu - me ne hanno parlato bene tutti, a partire dal mio amico Hugo. Sono impaziente di conoscerla meglio con tutta la sua gente. Sono contentissimo di stare qua, con tutta questa folla attorno che impazzisce per la squadra. E poi non vedo l'ora di cominciare a giocare". Messina ha chiarito le cose a suo tempo: ognuno si deve guadagnare il suo spazio. E per Ginobili, nel ruolo, la concorrenza si chiama Danilovic e Sconochini: "Sì, ed è giusto che sia così. Se non parto titolare non è un problema, anche perché questa è una squadra in cui conta relativamente. È importante vincere, portare a casa dei risultati; sarò contento di aiutare la squadra. Qualunque sia il mio ruolo, sarà comunque importante se riuscirò a fare il mio lavoro ed a dare una mano alla squadra". Il pacchetto esterni, fiore all'occhiello di una Kinder fatta per vincere su tutti i fronti. Tanti giocatori, tutti versatili ed eclettici. Ginobili si aspetta di giocare anche fuori ruolo? "Beh, sì; ovvio, non credo che giocherò da playmaker, ed alla fine non credo ci sia tutta questa differenza tra giocare guardia od ala piccola. Piuttosto spero che si possa giocare una pallacanestro divertente per tutti, pubblico ovviamente, ma anche per noi giocatori. Una pallacanestro che ossa piacere a tutti; e credo che il materiale per ottenere questo non manchi".

Pesaro o Siena? La Scavolini offre qualcosa in meno, ma la piazza forse è più allettante. Siena? Un'ipotesi plausibile. Ed invece il Condor ha deciso di continuare a svolazzare sui cieli di Basket City, dopo che per lui avevano cantato anche le sirene di Vitoria e di Madrid, oltre che di Roma. "Sono contentissimo di essere rimasto qui a Bologna - dice Hugo, arrivato in auto insieme con Ginobili - ho passato un'estate un po' tribolata, con molte offerte, e non si sapeva dove sarei finito. Ora devo dire che sono felicissimo della scelta che ho fatto, la squadra è di ottimo livello e credo che insieme potremo fare bene". Ma gli stimoli sono venuti solo dalla squadra che è stata allestita, oppure c'è dell'altro? "No, molto semplicemente ho deciso di concedermi una rivincita. Voglio dimostrare a tutti che non sono il giocatore dell'anno scorso. La scorsa stagione ho avuto dei problemi, un infortunio che non mi era mai capitato, e non sono mai riuscito a recuperare appieno". Anche per Sconochini vale il discorso fatto per Jaric e Ginobili, ovvero che ci sono tanti galli nell stesso pollaio. E dire che si diceva che Hugo sarebbe andato via proprio per accasarsi in una squadra che gli offriva più minuti in campo: "Ma quando le cose non vanno bene si dicono tante cose, molte delle quali fuori luogo. Quando non vinci si vanno a cercare i problemi da ogni parte, anche dove non ci sono. Ma credo che alla fine sia importante portare a casa qualche trofeo. Poi tutto si sistema sempre. Credo che il materiale per fare bene ci sia". Possiamo dire che è grazie a Sconochini che Ginobili ha scelto Bologna invece del Pireo? "Mah, io gli ho solo detto come si stava qui e gli ho spiegato quale tipo di esperienza avevo vissuto io in Grecia. Lui ha fatto la sua scelta, preso la sua decisione. Ovviamente io ne sono felice. Credo che non avrà problemi ad inserirsi nel nuovo contesto; oltre ad essere una persona super, è anche un grande giocatore".

 

SCONOCHINI POSITIVO: "IO NON C'ENTRO NULLA"

La Repubblica - 14/12/2000

 

Incassato lo scontato esito (positivo) delle controanalisi di Sconochini che hanno purtroppo confermato l’accertata non negatività del giocatore riscontrata inizialmente al termine di Kinder-Siena, prima giornata di campionato —, ieri è stato il giorno delle reazioni. E soprattutto delle residue speranze. Quella del giocatore di dimostrare la sua totale estraneità ai fatti, espressa tramite comunicato, e quella della società, direttamente dalle parole del presidente Madrigali, volte soprattutto a invocare «un’istruttoria veloce», oltreché a riconfermare piena fiducia nelle parole di Hugo. Queste, anzitutto, le parole del giocatore: «In vita mia non ho mai assunto alcuna sostanza né illegale né dopante, nè in particolar modo il nandrolone, le cui tracce sono state riscontrate nelle mie analisi. Sono assolutamente estraneo a questa vicenda che mi vede coinvolto direttamente, ma ho il dovere nei confronti delle persone che mi sono vicine, e di chi mi apprezza, ma soprattutto di me stesso, di capire cosa sia successo. Non ho alcun dubbio sulla mia innocenza e buona fede riguardo a quest’accusa e per tale motivo mi sono subito attivato con i miei consulenti per ottenere il miglior supporto medicoscientifico, nonché legale, che mi consenta di avere delle risposte chiare e per dimostrare a tutti che sono un atleta vero, sano e pulito». Se da un lato Sconochini agirà per non incrinare del tutto il suo futuro di sportivo, dall’altro la Kinder attende novità per decidere che fare. La spada che penzola sulla testa del giocatore cioè quella di una pesante squalifica , naturalmente avrebbe ricadute anche sulla Virtus, che a quel punto dovrebbe decidere, a seconda della lunghezza del provvedimento disciplinare, se sostituirlo oppure aspettarlo. Un futuro che al momento resta del tutto indecifrabile, e su cui anche il presidente Madrigali non ha voluto minimamente sbilanciarsi. «Io e tutti gli altri componenti della società - ha detto - siamo costretti a prendere atto di quanto è successo. Però ribadisco la mia piena fiducia nelle parole espresse dal giocatore, che si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda. Noi, che lo conosciamo bene, non possiamo non credere alla sua buona fede. Dopodiché, la speranza è che non vi sia alcuna condanna, soprattutto se dovesse essere confermata la minima eccedenza delle sostanze rispetto al consentito. E comunque, l’augurio è che l’istruttoria sia il più breve possibile, per il bene di tutti. Quello del giocatore, anzitutto, ma anche quello della società. Capite bene che eventuali squalifiche di Sconochini coinvolgerebbero direttamente i piani futuri della Virtus, e che quindi sapere al più presto i termini dell’eventuale provvedimento diventa decisivo. Perché anche un solo giorno di squalifica, se comunicato fra 8 mesi, creerebbe non pochi problemi a tutti».

 

CASO DOPING, SQUALIFICATO SCONOCHINI

Ansa - 24/02/2001

 

Squalifica a cinque mesi e dieci giorni per il giocatore della Kinder Bologna, Hugo Sconochini. Il provvedimento è stato preso oggi dal giudice sportivo della federbasket, a seguito del deferimento dell'atleta da parte della Procura antidoping del Coni lo scorso 8 febbraio. Sconochini, trovato positivo al norandrosterone e al Noretiocolanolone durante un controllo antidoping in occasione della gara di campionato Kinder-Montepaschi, del 15 ottobre scorso, era stato sospeso in via cautelare dall'attivita' sportiva gia' il 16 dicembre. La Procura antidoping, dopo aver richiesto un supplemento d'indagine il 15 gennaio, aveva deciso per il deferimento agli organi di giustizia. Sconochini, secondo quanto riferisce il provvedimento preso dal giudice, si è difeso dall'accusa di doping dicendo che per un incidente a un occhio, durante le sue ferie in Argentina, al Pronto soccorso gli sarebbe stato somministrato un collirio. La squalifica decorre dal giorno della sospensione cautelare.

 

SCONOCHINI TORNA NEL NIDO DEL CONDOR

di Marco Martelli - La Repubblica - 28/11/2002

 

Hugo Ariel Sconochini, nato a Canada de Gomez 31 anni fa, e vissuto molto in Italia, torna sabato a pestare le mattonelle del PalaMalaguti, per tre stagioni e un mozzico, antico teatro delle sue falcate. Qui ha dato ed emozionato, dentro una storia che merita un remake. Preso da Cazzola nell'estate del '97, per rifondare una Virtus che nel motore aveva le gambe di Patavoukas e Prelevic, gli viene subito appioppata la maglia numero 10. «Sarai l'anti-Myers», gli dicono, ma Hugo, con quel numero, non può non sentirsi il Pibe de Oro. E poi. 'Arriva il Gaucho', si titola; ma Huguito rifila la prima stoppata: «E chi l'ha mai vista, la Pampa, io sono argentino di città». Idolo incontrastato del popolo da Palazzo, il tempo di far innamorare un'altra tifoseria dura lo spazio di un mattino: la prima grande uscita, un ventello all'Ulker, è il preambolo alla comparsa dei primi striscioni («Gruppo El Condor»), dei primi cori trascinanti («Hugo Hugo») e perfino di un sito internet a lui dedicato. Da uomo-tattico in uscita dalla panchina, col passare di mesi e vittorie, Sconochini prenota un posto in quintetto. E, solitamente, gli si affida anche il nemico più arrembante: Myers, tra gli altri, è forse quello che si è divertito meno. Anno Santo Virtus, il '98, e la prima pennellata la mette proprio Hugo. è il quarto di Eurolega contro la Fortitudo: annulla Myers da una parte, scrive 20 dall'altra. E aggiunge un placcaggio, nel portare alla calma lo stesso Myers in quell'epilogo di rissa ormai celebre. Il Condor bissa due giorni dopo: 15 punti, 9 rimbalzi, 6 assist e il pass per le Finali. Quella serie è sua, ricordano tutti. A Barcellona, Hugo apre rovinando su un cartellone pubblicitario: corazon, anche quello. E il primo tempo della Finale è roba sua, con recuperi, stoppate e schiacciate ad indicare la strada verso la Luna. La chiude proprio lui, da uomo del destino, con l'ultimo canestro e i titoli di coda con quel sigaro fumato con l'amicone Sasha. Dopo l'agognata Coppa, anche mezzo scudetto è suo: la guardia di Myers in trasferta, gli 8 punti filati a ricucire un velenoso -11 nella bella, senza i quali la quadrupla di Danilovic non si poteva fare. L'anno dopo, i primi problemi: il ginocchio ulula, Hugo salta la prima parte, ma a gennaio, per alzare la Coppa Italia, c'è. E c'è anche a Monaco, dove gioca un poderoso derby in semifinale ed esce a testa alta anche contro lo Zalgiris: lo schiaccione sulla testa di Tyus Edney rimane ancora il poster più bello di quel match. Al termine di una stagione infelice come quella del 2000, il matrimonio con la Virtus sembra terminare. Arriva però il neo-boss Madrigali, che propone un nuovo, pesante contratto: Hugo rimane virtussino, ma lo sarà ancora per poco. Dopo la prima giornata, l'antidoping lo stoppa: prima il fermo, poi la pena di 8 mesi, quindi un trattamento «inqualificabile da parte della società» (Hugo dixit), che dopo la vicenda gli aveva offerto cifre bassissime per l'eventuale rinnovo. «Con la Virtus e questa dirigenza non vorrei più giocare nemmeno dipinto». Esplicito. Sconochini chiude quindi la sua pagina bianconera, giocando 140 partite, segnando 3297 punti (media 8.4, high di 25) con il 51% da 2 e il 32& da 3, oltre a 422 rimbalzi, 248 assist, 264 recuperi, un tot di schiaccioni, un tabellone divelto. E un cuore grande così. Ma più delle lacrime, sabato, arriveranno gli applausi.