RENATO VILLALTA

Renato Villalta

 

Nato a: Maserada (TV)

il: 03/02/1955

Stagioni in Virtus:  2013/14-2014/15

 

VITA DA VILLALTA, IL CUORE BIANCONERO ORA BATTE PER PRODI

di Marco Marozzi - La Repubblica - 06/03/2005

 

Corre sollevando poco i piedi da terra. E così arriva dove vuole. Pensi di staccarlo e te lo ritrovi dietro, a fianco, davanti.

Chissà se Renato Villalta, elegante bandiera della Virtus, era così da giocatore, adesso è così nella vita. Macina, dà serenità, non esagera, non si ferma, arriva a traguardi che sono tutti suoi. O al massimo dei suoi amici. è uno non competitivo non perché non sappia correre. Perché aspetta gli altri. «Ve' chi c’è? Villalta» lo ferma ancora la gente quando lo vede in tuta sotto i portici. E meno male che tutti - o quasi, a scanso di permali - riconoscono almeno uno degli amici in sudata libera con lui. «E mo’? c'è anche Prodi». Passi per quel «anche». Il Professore è magnanimo per scelta costituzionale e quando corre con Renato Villalta sa di rischiare quarti d’ombra. Se non altro quella dei due metri e 4 in grado di sovrastare chicchessia. Prodi, che da politico si autodefinisce un diesel, è amico di vita e di corse di Villalta, torre da chilometri sicuri e tranquilli. «Una gran persona» dice di lui il Professore. E qui siamo nella banalità encomiastica. Più personale il seguito della considerazione: « è bellissimo che premino Renato dopo tanti anni. Vuol dire che è rimasto, resta, è entrato davvero dentro la vita di Bologna. Forse si poteva pensare a qualcosa di più italiano: il ritiro della maglia è un rito americano». Vabbè, ma il basket è uno sport made in Usa. «Vero. Però Renato è l’italiano che diventa un campione di pallacanestro. Da italiano». La palla, "l’arancia" è lontana. Villalta se la gode senza rimpianti. «Oddio, gli anni magari?». Forse nemmen con vera nostalgia. Testa alta, sguardo in avanti.

Fa l’imprenditore, una decina di negozi di abbigliamento casual, catena che va da Ascoli a Bologna. Con Prodi discute anche di economia molto aziendale: di magazzini, soglie da non superare, innovazione. Chiacchiere fra una corsa e un caffè. Mix solito: non fermarsi, non esagerare.

Equilibrio difficile da trovare, un equilibrio che fa salda una vita. Socio è Mario Martini, compagno nella Virtus della stella, fianco a fianco in tutto il percorso dopo il basket. Villalta in questo è davvero veneto, uno da magari pochi rapporti ma buoni, duri. Come quello con Dino Meneghin suggellato da denti e punti: giocavano la finale juniores, Varese-Duco Mestre, Meneghin tirò una gomitata terribile all’avversario, addio denti, Villalta fuori, rientra con una bocca da pugile suonato. Fa trenta punti. Da allora lui e Dino sono stati inseparabili. Un altro dei tempi "dell’arancia" è Francesco Petroncini, robusto giocatore della serie B. Tutta gente, per un verso o per l’altro, tosta. Con qualcosa da dire. Villalta può essere un amico profondo, non un amicone. Lo è stato nel basket, padre fondatore (e l’ha pagata) del sindacato dei giocatori: la palla è bella, bellissima, più bella se dietro ci sono la testa e i suoi diritti. Per questo Silvia Bartolini lo voleva assessore allo sport e turismo. «Mi emozionai, poi fummo sconfitti e pensai: proprio adesso che arrivo io».

Crollo storico di Bologna la rossa, nello sport superstizioso c’è da toccarsi. «Macchè, ci si rialza e si riparte. Prodi mi piace per questo». Un’amicizia nata per la passione Virtussina del Professore e dei figli, Angelo Rovati - allora presidente Lega Basket, ora reclame di nervi saldi nella squadra prodiana - portò Prodi negli spogliatoi. Da allora sono amiche le famiglie. Con parti, ancora una volta e una volta tanto, ribaltate. A chiedere «ma perché non mi telefoni?» è Prodi. A rispondere «non voglio disturbare» è Villalta.

«Sono arrivato a Bologna che ero un ragazzo di campagna impaurito. Era il '76. E ci sono rimasto. Felicemente». Qui ha trovato "l’anima gemella", la chiama proprio così: Manuela. Li sposò Renzo Imbeni, sindaco anche della stella e Renato era là, qualche giorno fa, a ricordarlo. Al matrimonio c’era Pier Ferdinando Casini, compagno di scuola della sposa contento di essere pure tifoso di basket.

Villalta ha percorso il parquet, per chi l’ha conosciuto dopo, come se da lì cercasse e trovasse anche la lezione per la vita futura. Molti amici se li trascina da allora, partiti con il basket, il basket non c’entra più nulla. Siano l’economista Clô o il fotografo Serra, Mascagni dell’Api o Albertini, editore d’arte, il notaio Vico e il banchiere Dallara, il gran vinaio Cesari o il grand’industriale Vacchi. Persino con Bucci e Porelli, storie della Virtus, la vita va ben oltre la palla. O con Dalla o con Mingardi. Poi c’è Lorenzo Sassoli, con cui si prepara la Maratona di New York e si discute di Piero Manai e di una pittura che Villalta ama. Ma di cui - come di tutti gli amori - non ama parlare con gli estranei.

 

VILLALTA, UN PRESIDENTE CHE PUÒ INSEGNARE

di Daniele Labanti - http://boblog.corrieredibologna.corriere.it - 06/05/2013

 

Renato Villalta da Maserada sul Piave è dunque il 22esimo presidente della Virtus, ultimo in successione a una lista di grandi nomi che comprende personaggi storici come Gianluigi Porelli, Galeazzo Dondi Dall’Orologio, Raffaello Zambonelli, Carlo Fischer e protagonisti più recenti come Alfredo Cazzola, Paolo Francia, Alberto Bucci e il discusso Marco Madrigali. Renato Villalta è più di un ex giocatore ed ex capitano bianconero, è un’icona degli anni Settanta/Ottanta, è un personaggio capace di imporsi a Bologna oltre la pallacanestro, come imprenditore, come dirigente e come simbolo di una certa corrente di sinistra realista. Ala-pivot. Prodiano. Campione. La Bologna scapigliata. La “mattonella”. La sua salita ai vertici della Virtus è per molti l’auspicio di un ritorno alla serietà e alla competenza. Di certo è, per tutti, una garanzia. E infatti ha raccolto consensi trasversali a tutte le “correnti” della critica e del tifo.

Villalta per un decennio è stato “la Virtus”. Simbolo di virtussinità detestato dai fortitudini, simbolo di “ricchezza” quando arrivò all’allora Sinudyne Bologna voluto da Porelli e pagato 400 milioni di lire, che nel 1976 erano soldi veri. Qualche anno dopo Villalta ha scritto un bellissimo libro – “Il basket, uno sport che può insegnare” che contiene una prefazione di Romano Prodi (a volte, il caso…) – in cui raccontando le convulse giornate del suo passaggio in bianconero ha svelato lo stupore legato a quel trasferimento. Il primo cestista pagato così tanto. “Il Gigi Riva del basket” scrivevano i quotidiani, in cui si raccontavano anche le proteste dei dipendenti della Sinudyne per la “folle” spesa sul campione e non sull’azienda. Insomma, già all’epoca Villalta andava oltre il basket.

Alla Virtus, Villalta ha vinto tre scudetti, due Coppe Italia e ha sfiorato la Coppa dei Campioni nella famigerata finale di Strasburgo del 1981. Il suo tiro dall’angolo è diventato non solo di culto per l’immaginario collettivo, ma ha aggiunto al dizionario dello slang bolognese il concetto di “mattonella”: da quella posizione Villalta faceva sempre canestro, ovvero un fatto che si verificherà ineluttabilmente, una certezza.

Con il passare degli anni, Villalta ha finito per assorbire totalmente la forza, l’intelligenza e il rigore di Porelli, l’uomo che l’ha accompagnato in tutta la sua stagione bianconera. Forse non è un caso che Villalta abbia lasciato la Virtus per finire la carriera nella “sua” Treviso la stessa estate in cui l’avvocato ha lasciato il club. Poi Renato a Bologna ha fatto molto altro, si è avvicinato al mondo Coop, ha gestito una catena di negozi d’abbigliamento, ha condotto un lungo braccio di ferro con Cazzola – scelta che Porelli mai approvò – ha corso le sue maratone ed è stato ad un passo dall’assessorato allo Sport, se nel ’99 il centrosinistra avesse vinto le elezioni contro Giorgio Guazzaloca. Ha visto la sua maglia ritirata e poi “sritirata”, ha vissuto da protagonista il periodo dell’associazione giocatori e delle tutele sindacali e contrattuali dei cestisti.

“La dignità di Renato è storica, logica e popolare” scriveva Lucio Dalla, a corredo del libro sul numero 10 bianconero. Oggi Villalta è un distinto signore di 58 anni, che non ha smarrito la classe di un tempo e ha aggiunto l’esperienza dirigenziale e molti contatti in città. Lavora per Unipol, che alla Virtus è molto vicina. E lavora per la Virtus. S’apre dunque una nuova stagione, non una rivoluzione. E’ inevitabile che i tifosi s’aspettino molto – se non tutto – subito, ma l’unica cosa che devono aspettarsi immediatamente è serietà. Villalta non è il burattino di nessuno, fosse messo nelle condizioni di avere le mani legate non esiterebbe a scendere dal carro. Il primo obiettivo, il più caro ai tifosi, è quello di ridare “Virtus” alla Virtus. Traguardo alla portata di Renato Villalta.

 

RENATO VILLALTA NUOVO PRESIDENTE VIRTUS: “BASTA PADRI PADRONI, ORA GIOCO DI SQUADRA”

di Davide Turrini - http://www.ilfattoquotidiano.it - 06/05/2013

 

“Mi sono preso una bella pesca, ora dovrò cancellare i miei punti fermi: nei weekend di pioggia a dormire sul divano e d’estate al mare”. Si sente sorridere dall’altra parte del telefono, mentre  il neopresidente della Virtus Bologna, Renato Villalta – 449 presenze, 7306 punti in 13 stagioni in canotta bianconera – commenta l’ufficializzazione del nuovo incarico dirigenziale nell’organigramma della sofferta fondazione Virtus Pallacanestro.

Il campione simbolo dei bianconeri, allontanato a fine carriera con una sberla mica tanto simbolica da un presidente – Cazzola n.d.r. – che forse non l’amava, poi diventato imprenditore, politicamente e amichevolmente vicino a Romano Prodi, ritorna in sella su quella Virtus che nell’annata 2012-2013 sembrava esser partita forte per poi sprofondare nelle acque della retrocessione: “Ripartiamo dal gioco di squadra”, spiega il campione, classe ’55 da Maserada sul Piave (Treviso), “oltre a me ci saranno anche un amministratore delegato, un cda e un responsabile tecnico, ma voglio che in futuro la Virtus proceda con scelte condivise. Mi pongo come obiettivo: far crescere i giovani, l’attaccamento alla squadra, e perché no, tornare a vincere”.

Una stagione fallimentare da cui non si può prescindere, e che è diretta causa anche del suo neoincarico?

Non voglio sindacare sul recente passato. Tiriamo una linea. Dopo di dieci anni di proprietà personalizzata cambiamo. Da una fondazione con 14 soci e un padre padrone, spero che i soci diventino 50, 100 o 1000.

C’è un modello di gestione della presidenza che seguirà? Magari il modello avvocato Porelli?

Non me ne parlate. Ho i brividi. È stato un maestro per me. Creò il senso di appartenenza alla maglia bianconera. Ci saremmo buttati tutti in fosso per lui senza pensare. Noi giocavamo in campo e al resto pensava lui. Insuperabile.

Ripartire dai giovani. Qual è la situazione del vivaio bianconero? Le giovanili le gestirà direttamente lo fondazione?

Intanto il vivaio è imprescindibile per rinascere e la fondazione ha la sua pienissima gestione. Sarò comunque più preciso quando avrò studiato meglio gli atti formali.

Questione palasport e sponsorizzazioni: Unipol è socio fondamentale della Virtus e c’è pure l’arena di Casalecchio con il suo nome, difficile venire via da lì…

Dall’esterno sembrano decisioni facili, ma dall’interno no. Comunque il palasport di piazza Azzarita ha bandiere biancoblu dappertutto, cosa facciamo giochiamo dove sono appese le foto di Pellacani che gioca? Poi siamo in una zona del centro piena di telecamere per multare le auto: per i tifosi nostri e ospiti è difficile parcheggiare e muoversi. Tutto è fattibile per carità, ma c’è una certa differenza tra strategie di marketing per un palazzo da 9mila persone e un altro da 4 mila. Altro motivo, forse il più importante: di soldi degli sponsor oggi non ce ne sono, la crisi morde tutti i settori, dobbiamo ottimizzare le risorse che abbiamo.

Sotterrata l’ascia di guerra con il presidente Cazzola?

Certo, e non fatico nemmeno a ricordare l’episodio. Quando da giocatore lasciai la Virtus, mi fu garantito da Paolo Francia un posto da dirigente a fine carriera. Niente di scritto, ma nell’era dell’avvocato Porelli ero abituato a dare valore alla parola. Con Cazzola al timone la promessa non fu mantenuta e decisi di fare causa alla società. Poi la vicenda si è chiusa in modo pacifico. Eravamo comunque arrivati a un punto in cui quando venni a giocare a Bologna con la maglia di Treviso come avversario della Virtus, a mia moglie incinta, che mi volle vedere giocare, fecero pagare il biglietto. Poi ci penso il custode del palazzo dello sport, Andalò: “Finchè ci sono io i Villalta non pagano”. Infine con Sabatini venne ritirata la mia maglia numero 10, nessun giocatore ora la può più indossare. Lo storia della Virtus non si poteva cancellare così.

Non è nemmeno più epoca di sogni faraonici alla Kobe Bryant…

Sto seguendo i playoff Nba in questi giorni. Lebron James è il top, il più tecnico e completo. Però ammiro particolarmente un giocatore come Kevin Durant degli Oklahoma City Thunders, uno che riempiono di botte ma che giocando in modo naturale, lascia un segno sempre positivo e fa vincere la squadra. Detto questo, non abbiamo un euro, questi marziani dell’Nba continueremo a guardarli in tv.