RENZO RANUZZI

(giocatore)

Renzo Ranuzzi in entrata

nato a: Bologna

il: 14/07/1924 - 16/03/2014

ruolo: (difesa/guardia)

statura:

numero: 5

Stagioni alla Virtus: 1942/43 - 1944/45 - 1946/47 - 1947/48 - 1948/49 - 1949/50 - 1950/51 (in prestito dal Gira Bologna) - 1951/52 - 1952/53 - 1953/54

(in corsivo le stagioni in cui ha disputato solo amichevoli)

palmares individuale in Virtus: 3 scudetti

biografia su wikipedia

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SETTIMO CIELO

Tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

(...)

"Io - racconta Renzo - abitavo in piazza dei Tribunali e insomma stavo a un passo da Santa Lucia. Giocavo con Ferriani alla Timo. Giocavo e già lavoravo ai telefoni. Ero un'ala, una punta, un contropiedista nato. Mi chiamavano il gatto e lo scoiattolo. Facevo il tecnico di centrale alla Timo fino al primo pomeriggio e alle diciotto mi facevo poi a partita. Ero un formidabile tiratore di tabellone. il miglior cecchino della Virtus in quegli anni. Facevamo una zona che spesso arieggiava la difesa individuale. Festeggiavamo le più importanti vittorie con grandi cene e basta. Io soldi non ne prendevo ancora, ma nemmeno gli altri, credo. Magari prendeva qualcosa Marinelli perché giocava e allenava…”

(...)

 

IL RICORDO DI GIGI RAPINI

di Roberto Cornacchia

 

Non ho mai visto e conosciuto nessuno con lo scatto che aveva Ranuzzi. Nel breve, nei primi due o tre metri, mai più visto nessuno, neanche gli americani di adesso. Anche quando andavamo all'estero a giocare contro squadre straniere, mai visto nessuno col suo scatto. E quindi il suo pane erano le entrate e io, nonostante che lui faccia l'asino e dica di no, glie la passavo spesso per sfruttare questa sua caratteristica.

 

SMONTAI DAL LAVORO E VINSI LO SCUDETTO

di Renzo Ranuzzi - Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

Mi ricordo il giorno del mio esordio in Sala Borsa. Giocavamo contro il Cus Firenze. Partii dalla panchina, la maglia aveva la grande V nera sul petto e lo scudetto, che i miei compagni avevano vinto l’anno prima. Senza esitare faccio un terzo tempo e vado su, verso il canestro. A momenti schiaccio, mi guardai attorno, il pubblico esultava. Fu il mio primo canestro da virtussino, poi ne feci tanti altri. Era dilettantismo puro all’epoca. Il giorno della partita contro la Ginnastica Roma nel 1948, me la ricordo bene. Roma era davanti in classifica, era l’ultima di campionato, una sfida decisiva. Io, di lavoro, facevo il tecnico alla Timo. Feci il turno di lavoro 7-15, andai a casa, la partita iniziava alle 6 del pomeriggio. Mi riposai un paio d’ore e poi andai in Sala Borsa. Un breve riscaldamento e iniziò l’incontro: feci un partitone, ogni tiro mi andava dentro. Successe anche altre volte, ma in particolare quel giorno. E fu scudetto. Eravamo imbattibili in quegli anni e la città ci seguiva con entusiasmo. Certe partite in Sala Borsa erano una vera e propria bolgia con la gente aggrappata ai canestri, che si sporgeva dalle balconate. Una volta dopo un’azione concitata mi guardai in giro, non trovavo più il canestro. Il fatto è che la pallacanestro è lo sport più bello del mondo, non c’è niente di più entusiasmante. E noi sentivamo il calore della città intorno a noi. Mi ricordo Roberto fabbri e Giulio Cesare Turrini, i cronisti che seguivano le nostre partite. Tutta la stampa sportiva scriveva delle vittorie della Virtus. E anche i giocatori del Bologna, Cappello e Cervellati, venivano a vedere le partite e gli allenamenti. E poi c’era il rito di fine partita: tutti i giocatori andavano con le fidanzate al Bar Scaletto, su via Ugo Bassi. Si usciva dalla Sala Borsa, si attraversava la strada e ci si trovava là.

In quella Virtus dei quattro scudetti dopo la guerra c’erano Marinelli, Vannini, Dondi, i più anziani, e poi noi giovani. Venivamo tutti da Santa Lucia ed eravamo una miscela irresistibile. La città che giocava a pallacanestro si trovava lì. Quello è stato il mio cortile. Facevamo dei tre contro tre fino alle 11 di sera. Nella Virtus prima della partita tutti a centrocampo in cerchio cantavamo “Par la mì bèla am bàla, un occ, am bàla, un occ, un occ”. Quando dopo vidi arrivare i gesti degli americani, il pollice alzato, il battersi il palmo della mano in alto, pensai che anche noi avevamo i nostri riti. Giocavo ala e mi piaceva tirare, adesso direbbero che giocavo “tre”. Il segreto stava anche nei passaggi che mi faceva Gianfranco Bersani, passaggi fulminanti che mi davano quell’attimo di vantaggio sul difensore e il mio tiro faceva il resto. Poi con l’età nei miei ultimi anni prima alla Moto Morini poi a Ravenna in Serie B, giocai da play. Esterno si diceva allora. Ma del mio tiro sono sempre stato fiero e geloso. Fu anzi uno dei vari motivi per cui ad un certo punto lasciai la Virtus. Negli allenamenti e nello spogliatoio iniziarono a dire che bisognava prendersi i tiri con la percentuale: “Facciamo tanti tiri a testa”. Così, decidendolo prima delle partite. “Come avete detto?” risposi. E allora fui il primo giocatore di pallacanestro a Bologna a passare da una squadra della città all’altra. Non fu facile, perché io per la Virtus anche oggi se c’è bisogno, mi alzo dal letto. Andai al Gira e anche lì di tiri e canestri ne feci tanti. Durò un anno la mia parentesi con i rivali cittadini. Poi tornai alla Virtus, per altre stagioni in Sala Borsa. E furono gli anni in cui questo impianto divenne troppo stretto per il tifo che noi e le altre squadre riuscivamo a trascinare. La Sala Borsa non bastava più per la pallacanestro che già con l’arrivo di Larry Strong, iniziava a chiamarsi basket. E con il Trofeo Mairano iniziò l’epoca del Palazzo dello Sport. Ma lo sport che si gioca oggi è il figlio di quelle’poca, così come la passione che questa città ha avuto per le sue squadre di basket, si è trasmessa con le generazioni. E io, ancora adesso, per la Virtus mi alzo dal letto.

 

Tratto dal sito personale di Renzo Ranuzzi

www.rbasket.it

 

La Pallacanestro a Bologna nasce e inizia nella ex chiesa di Santa Lucia (Via Castiglione) con la Società SEF Virtus, utilizzandola come palestra, campo di gioco e sede sociale. Inizio l'attività su questo campo con un gruppo di amici, tra cui Rapini, Ferriani, Muci, Trancolin e tanti altri. Sempre presenti nelle gare di Campionato di serie "A" a cui la Virtus partecipava con i Marinelli, Vannini, Dondi, Paganelli, Girotti che noi ragazzi ammiravamo e cercavamo di emulare. Si aspettava l'intervallo tra il primo e il secondo tempo per entrare in campo e poter avere il pallone e fare un tiro a canestro. Erano lotte senza esclusioni di spinte. Era il 1938 e partecipavo al campionato allievi con allenatore Dino Fontana che insegnò i primi fondamentali a tutto il settore giovanile. Dopo alcuni anni partecipai con la prima squadra ad alcuni tornei estivi. Dopo il periodo bellico - anno 1946 - il primo scudetto della Virtus (conquistato dopo una drammatica finale con la Reyer di Venezia) il campionato si disputò nell'ampio spazio della Sala Borsa (Via Ugo Bassi) nel centro della città. Su questo nuovo campo di gioco nacque una grande squadra con l'inserimento di una notevole forza giovanile: Rapini, il sottoscritto, Ferriani e si vinsero altri tre scudetti. Seguirono poi altri giovani: i fratelli Zucchi, Rinaldi, Lanzarini e altri. Con la Sala Borsa stracolma di tifosi. Memorabili i derby contro il Gira. Divenne un problema urgente per l'Amministrazione Comunale, un problema cittadino. Nacque così il nuovo Palazzo dello Sport di Piazza Azzarita, dove iniziarono i famosi, incandescenti derby con la Fortitudo...

Nella sua carriera da giocatore ha partecipato al campionato di Serie A con le maglie della Virtus Bologna (con la quale ha vinto tre scudetti), del Gira e del Motomorini. Ha poi giocato in serie B col Motomorini di Ravenna.

Dal 1948 al 1952 ha disputato 20 gare con la Nazionale Italiana, dovendo però rinunciare a a disputarne di più per problemi professionali. Con la maglia azzurra ha disputato le Olimpiadi del 1948 a Londra.

Nel 1960/61 inizio l'attività di Allenatore con lo S.C. Gira nel campionato di serie B con l'incarico di

giocatore-allenatore con obbiettivo la promozione in serie A. Spareggio finale con la Robur Varese

1961-62 promozione in serie A con specifico incarico di solo allenatore - è il mio nuovo ruolo nel mondo del Basket.

Libertas Forlì: Campionato serie B

Becchi Forlì: Promozione in serie A

Virtus Bologna Candy: Campionato Serie A con la collaborazione di Mario De Sisti

Virtus Bologna Candy: Campionato Serie A, Finale scudetto con Cantù, Finale di Coppa Campioni a Strasburgo

Roseto Basket: Campionato serie B, Promozione in serie A

Virtus Imola: Campionato serie B

San Severo (FG): Promozione in serie B

Grosseto Basket: Campionato serie C, Promozione in serie B

La Nazionale delle Olimpiadi del '48 - Ranuzzi è il secondo da sinistra degli accosciati

C'ERA UNA VOLTA BASKETCITY: "FUMMO NOI I PRIMI GIGANTI"

di Luca Sancini - La Repubblica - 15/02/2007

 

Sono rimasti in tre: un play, un'ala e un pivot. Non abbastanza per fare un quintetto, però sì per narrare quando e perché nacque la Bologna dei canestri. Ha chiamato il play: «Venite a mezzogiorno che dobbiamo raccontare una storia». L'ala e il pivot sono arrivati subito. Un tavolino, tre caffè, un album di figurine, e una valanga di ricordi in un bar di Galleria Cavour: proprio a metà strada fra Santa Lucia e la Sala Borsa, dove iniziò la gloria della pallacanestro bolognese, prima del Madison e del PalaMalaguti. Per chi avrà voglia di ripercorrere questa storia, che presto verrà dispiegata su un album Panini, sappia che Carlo Muci il play, Renzo Ranuzzi l'ala, Gigi Rapini il pivot sono i personaggi che l'hanno cominciata. Tre magnifici ottantenni, ancora con la schiena dritta di 60 anni fa, che adesso si cercano, sfogliando le pagine per rivedersi giovani dentro una figurina, quando erano i campioni più amati della città che rinasceva dopo la guerra.
Pedalavano Coppi e Bartali, dominava il Grande Torino e arrancava il Bologna, mentre la Virtus metteva in fila Milano e Roma vincendo quattro titoli consecutivi e spedendo i propri cavalieri alle Olimpiadi di Londra '48 ed Helsinki '52. A sfidarla, il Gira: gli arancioneri scapestrati nati in un bar che cercavano di buttar giù la vecchia signora. Ricordano tutto in un viaggio all'indietro, che inizia prima della seconda guerra mondiale. Con i tornei delle scuole in pieni anni '30: Minghetti, Pier Crescenzi, Galvani, Righi, lo spirito del derby soffia da allora, dalle battaglie tra liceali che si affannavano con una palla ed un cesto. Quando arriva la Virtus nel 1934 può già pescare in un vivaio di promesse. A bordo campo c'è un bambino di 10 anni, si chiama Rapini e sogna già l'esordio con quella canottiera bianca e la V sul petto. Intanto cresce, supera l'uno e novanta e a 17 anni diventa virtussino, debuttando a Pavia nel '41 e segnando 14 punti.
«Da allora la Virtus è stata la mia vita. M'ha fatto diventare un uomo, insegnandomi il rispetto per l'avversario ma anche la voglia di vincere - racconta adesso -. Dicono di me che sia stato il primo pivot italiano, certo fui il primo a giocare spalle a canestro. L'imparai guardando il lungo della Francia, Goeuliot. La palla me la dava Bersani, così fui il primo a tirare in gancio».
Ad insegnare i fondamentali arrivò poi Larry Strong, il nero che portò la tecnica e gli schemi tra quei ragazzi solo ‘corri e tira´. «This is not basketball, questa non è pallacanestro, ci gelò al primo allenamento - ricorda Muci -, noi che ci credevamo dei fenomeni». Muci era amatissimo dalla torcida del Gira in Sala Borsa: un palleggio funambolico, a volte irridente. «Faceva il tunnel agli avversari - dice Rapini -, ma aveva un passaggio micidiale, con lui i lunghi si sono sempre divertiti».
Il play, l'ala e il pivot litigano ancora, con la stessa ruvida sincerità dei tempi eroici. «Una volta, in un torneo a Viareggio, demmo venti punti alla Stella Rossa campione d'Europa - ricorda Muci -. Rapini giocò con noi in prestito, facemmo sfracelli: l'avessimo preso al Gira saremmo diventati imbattibili». Il fosso lo saltò invece Ranuzzi: un anno soltanto, il primo giocatore bolognese a cambiar maglia. Rapini non lo perdona ancora adesso, ma Renzo non s'è pentito. «Alla Virtus dicevate che tiravo troppo, che mangiavo il pallone, allora andai al Gira. Dopo un anno mi avete richiamato. Senza i miei tiri eravate con l'acqua alla gola».
Gente col basket nelle vene, anche dopo. «C'è rimasto dentro, così nel 1961 avviammo il minibasket: contratto con la Coca Cola e un canestrino in ogni scuola». Ranuzzi scelse anche la panchina: era insieme a Nikolic la notte di Strasburgo, anno 1981, quando la Virtus fu beffata dal Maccabi: poteva alzare la Coppa dei Campioni 17 anni prima di Messina a Barcellona. Adesso cura un sito (www. rbasket. it) e la storia di Basket City l'ha messa tutta dentro un cd. «Cosa ci resta di quei giorni? Non le nostre figurine, che all´epoca per noi cestisti non c'erano. Ma vanno bene anche adesso - dicono -. E soprattutto il ricordo di quei tre contro tre fino a notte in Santa Lucia, senza urlare troppo, per non disturbare il commendator Negroni».

ADDIO A RENZO RANUZZI, CUORE VIRTUSSINO

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 18/03/2014

 

Ieri pomeriggio, domenica 16 marzo, se ne è andato Renzo Ranuzzi, uno dei grandi personaggi della storia bianconera. Virtus Pallacanestro Bologna ha perduto un amico, un appassionato, un pezzo fondamentale della sua storia, e piange Renzo esprimendo vicinanza e affetto alla sua famiglia. I funerali di Renzo Ranuzzi si svolgeranno giovedì 20 marzo, alle ore 15, alla Certosa di Bologna.

RENZO, UNO DEGLI EROI DELLA RINASCITA DEL DOPOGUERRA

“Mi ricordo il giorno del mio esordio in Sala Borsa. Giocavamo contro il Cus Firenze. Partii dalla panchina, la maglia aveva la grande V nera sul petto e lo scudetto, che i miei compagni avevano vinto l’anno prima. Senza esitare faccio un terzo tempo e vado su, verso il canestro. A momenti schiaccio, mi guardai attorno, il pubblico esultava. Fu il mio primo canestro da virtussino, poi ne feci tanti altri”.

Sono le parole di Renzo Ranuzzi, un grande della storia virtussina, scomparso ieri pomeriggio a Savigno all’età di 89 anni (era nato a Bologna il 14 luglio 1924). Da giocatore, Ranuzzi indossò la canotta con la V nera sul petto negli anni gloriosi del dopoguerra, e di quella Virtus che seppe vincere quattro scudetti consecutivi tra il ’46 e il ’49, gli ultimi tre dei quali conquistati con il suo determinante apporto. Erano anni di dilettantismo puro (“Facevo il tecnico di centrale alla Timo fino al primo pomeriggio e alle diciotto mi facevo poi allenamento o partita”, ricordava Renzo), ma anche di grande creatività, quelli del passaggio da Santa Lucia alla Sala Borsa che portarono definitivamente a Bologna la febbre della pallacanestro. Così li ricordava, da protagonista, Renzo Ranuzzi:

“In quella Virtus dei quattro scudetti dopo la guerra c’erano Marinelli, Vannini, Dondi, i più anziani, e poi noi giovani. Venivamo tutti da Santa Lucia ed eravamo una miscela irresistibile. La città che giocava a pallacanestro si trovava lì. Quello è stato il mio cortile. Facevamo dei tre contro tre fino alle 11 di sera. Nella Virtus prima della partita tutti a centrocampo in cerchio cantavamo “Par la mì bèla bàla, am bàla un occ, am bàla un occ, un occ”. Quando dopo vidi arrivare i gesti degli americani, il pollice alzato, il battersi il palmo della mano in alto, pensai che anche noi non eravamo così diversi, avevamo i nostri bei riti…”. Tre scudetti da giocatore, otto stagioni in Virtus, e la grande soddisfazione di vestire la maglia della Nazionale alle Olimpiadi di Londra del 1948, le prime della pace mondiale ritrovata, quelle della ricostruzione. Venti presenze azzurre, e sarebbero state molte di più se Renzo non avesse dovuto dividersi tra basket e lavoro, perché di pallacanestro, all’epoca, non si viveva.

Fu anche il primo giocatore a passare da una sponda all’altra della Città dei Canestri, scegliendo il Gira, per poi passare alla Moto Morini e a Ravenna senza mai rinnegare il suo cuore virtussino. Col Gira iniziò anche la sua avventura da tecnico, fatta di tante promozioni nelle categorie minori (Gira dalla B alla A all’inizio della carriera, poi anni dopo (nel 1982) lo storico salto dalla B alla A2 con Roseto, e ancora dalla C alla B con San Severo e Grosseto), che lo portò anche sulla panchina della sua amata Virtus, in due occasioni: nel 1968-69, prendendo il posto di Jaroslav Sip, e nel 1980-81, richiamato da Porelli per portare la squadra alla finale scudetto e, insieme ad Asa Nikolic, a quella di Coppa Campioni persa per un punto contro il Maccabi a Strasburgo.