ENRICO RAVAGLIA

(Enrico Maria Ravaglia)

Chicco dalla lunetta

 

nato a: Castel San Pietro (BO)

il: 20/02/76 - 22/12/99

altezza: 193

ruolo: playmaker

numero di maglia: 9

Stagioni alla Virtus: 1996/97 - 1997/98 - 1998/99

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto, 2 Coppe Italia, 1 Euroleague

 

SUPERCHICCO

di Stefano Budriesi - V nere - 1990

 

Pare proprio che le dinastie vadano di moda nel nostro basket. Dino Meneghin, che proprio domenica scorsa si è ritrovato di fronte suo figlio Andrea, di stanza a Varese. Un po' più in piccolo, una storia simile si sta consumando anche in casa Virtus. Il papà baskettaro è Bob Ravaglia, una vita passata a martellare retine in Serie B. Ormai è alla soglia dei diecimila punti, che pensandoci bene sono davvero un bottino coi fiocchi. Roberto, trentacinque anni, ora nel quintetto base della Benati Imola di Andrea Sassoli, i bagliori della A li ha visto solamente un sacco di tempo fa, per la precisione nella stagione 1979-80, vestendo i colori dell'allora Eldorado Roma. La sua speranzaè che nell'Olimpo ci arrivi (e ci rimanga in pianta stabile) il figlio Enrico.

Nato nel 1976 praticamente con la palla a spicchi in mano, "Chicco", come è soprannominato, è oggi la punta più affilata della Knorr Allievi, guidata in panchina da Piero Bucchi. Arrivato in bianconero l'anno passato, Chicco ha iniziato subito a viaggiare a attorno ai venti punti di media-partita. "Tecnicamente", dice papà Roberto con un filo di orgoglio, "Enrico è già piuttosto bravo, anche se chiaramente ha ancora molto da imparare. Rispetto ai ragazzi della sua età, possiede però un buon tiro. Ancora penso che possa crescere qualche centimetro, ingrossarsi. Il vantaggio che ha avuto è che vede da sempre giocare a basket, per cui ha una conoscenza delle situazioni di gioco più smaliziata in rapporto agli altri".

In effetti è necessario attendere ancora qualche anno affinché il suo talento possa trovare esatte pietre di paragone. Chicco ha un trattamento di palla e una capacità di lettura dell'incontro difficilissima da trovare in un ragazzo della sua età.

A Imola, la città dove vive la famiglia Ravaglia, gli appassionati conoscono le sue virtù già da un pezzo. Le sue apparizioni con la maglia della Sterlina al Superbowl, il tradizionale torneo estivo imolese che raccoglie la partecipazione di numerosi giocatori di Serie A, risale già ad alcuni anni or sono. Quando ancora il Superbowl si giocava alla palestra Cavina, qualche volta Enrico entrava in campo e la metteva pure dentro. Il suo avversario diretto, trovandosi di fronte un bambino, gli lasciava chiaramente un briciolo di spazio, che Chicco però non esitava a sfruttare. Tredici punti in quattro partite il primo anno e quindici in due il secondo, sono il suo personale bilancio al Superbowl.

Oltre che per queste apparizioni estive, Chicco Ravaglia si è ritagliato uno spicchio di popolarità anche in margine alla prima squadra della Benati. Nell'intervallo delle partite casalinghe dell'Andrea Doria, infatti, Enrico scendeva in campo con un pallone e si esibiva nel tiro da tre, una sua specialità (per fortuna conservata nel tempo). E la gente,vedendo questo bambino che segnava con impressionante regolarità con un pallone più grande di lui, sottolineava con una serie di "olè" ogni suo paniere. Era un appuntamento fisso. Fin troppo ovvio che le sue qualità nei tornei giovanili abbiano suscitato gli appetiti delle maggiori formazioni italiane. Bob ha così scelto per lui la Knorr.

"Sono soddisfatto - dice Roberto - del lavoro che gli stanno facendo svolgere alla Virtus. Quando posso vado sempre a vedere le sue partite. La mia speranza non è quella di poterlo incontrare. Per me ormai la B1 è un punto di arrivo. Per Enrico la speranza è un futuro colorato di serie A".

E... Superchicco cosa pensa? Per il momento resta coi piedi per terra. I pomeriggi in cui ha allenamento si reca alla palestra dell'Arcoveggio, con la coscienza di chi sa di dover imparare ancora molto. Le idee chiare comunque non gli mancano: "Adesso nella nostra squadra - racconta Chicco - giochiamo con due guardie. Io spero comunque di poter diventare un play, il ruolo che mi piace di più. Quest'anno frequento la prima superiore al Liceo Linguistico, ma il doppio impegno scolastico e sportivo credo che riuscirò a sopportarlo bene. Ora penso soprattutto a divertirmi, poi se il basket diverrà la mia professione, tanto meglio".

Chicco Ravaglia, impegnato negli Allievi nazionali (classi 1975 e, appunto, 1976) ha dunque l'intenzione di scalare tutte le giovanili della Knorr. In fin dei conti, alla Virtus c'è sempre stata una porta aperta per chi ha dimostrato di poter arrivare fino in cima. Starà quindi a lui, senza volerlo responsabilizzare troppo, crescere fino a diventare un giocatore vero. Come suo padre. E anche di più.

Chicco era già un fenomeno a 14 anni, negli allievi della Virtus

ENRICO RAVAGLIA

"Il chi è chi" 96/97, redazione Superbasket

 

La Virtus era talmente compassate nei modi e nel ritmo che quando arrivò questo simpatico "cinno" (ragazzino, a Bologna) che scorazzava da parte a parte del campo salvo poi trovarsi solo in contropiede oppure esibirsi in un passaggio dietro la schiena o tra le gambe, anche alcuni dei più anziani sostenitori bianconeri provarono un fremito nuovo...

Merito forse anche dell'amicizia pericolosa con Pozzecco che ha trasmesso a Chicco follie tali da far assumere al Brunamonti allenatore espressioni da madre in ansia per il rischio che sta per correre il figlio...

Vinse più lui che la Kinder la semifinale di Coppa Italia...

 

RAVAGLIA BIANCONERO: E IN FAMIGLIA FANNO FESTA

Il bomber storico della serie B è felice: "Per Chicco ci sarà spazio"

di Maurizio Andreoli - Il Resto del Carlino - 03/12/1996

 

Enrico Ravaglia da ieri è virtussino, Ricky Morandotti varesino. Lo "scambio" dei contratti è avvenuto ufficialmente ieri in Lega ed entrambi i giocatori esordiranno domenica rispettivamente a Treviso e in casa contro la Telemarket Roma. La Kinder pagherà il contratto di Morandotti fino al termine della stagione, la Cagiva quello di Ravaglia; il primo allenamento agli ordini di Bucci e Rusconi è in programma per oggi. A fine stagione sia Chicco, che a Varese era in prestito, che Ricky, che ha un contratto con le V nere fino al '98, saranno nel roster della Kinder.

Papà Ravaglia non si scompone più di tanto. In fondo Varese era già una piazza importante. Però la Virtus è la Virtus. Bologna, per quanto leggermente in decadenza, continua ad essere l'ombelico della pallacanestro italiana. E ora il grande sogno si avvera: Chicco in bianconero. Ma non è un po' presto?

"Il rischio c'è - ammette l'ex ala mancina che fece ammattire mille difese in serie B - però secondo me Enrico è in grado di fare bene anche a questi livelli. D'altra parte era ormai un sacco di tempo che se ne parlava e credo che un anno e mezzo a Varese, con un bravo allenatore come Rusconi, sia bastato a far crescere Enrico. Semmai la perplessità che posso avere io è legata all'età. Non è facile, a vent'anni, andare a giocare in una squadra di trentenni, per di più in un ruolo così importante. Sono proprio curioso di vedere come se la caverà".

Di sicuro papà Bob e mamma Morena non mancheranno a nessuna partita del figlio. Succedeva già prima, figuriamoci ora che Chicco gioca a trenta chilometri da Imola. "Saremo come sempre lì a soffrire". E a togliersi anche parecchie soddisfazioni. "Beh finora non sono mancate". Ma quando rientrerà Galilea, Chicco non correrà il rischio di finire in fondo alla panchina? "È naturale, ma le situazioni vanno affrontate. Non so come penseranno di gestirla a Bologna, comunque sono convinto che con gli impegni che ha la Kinder ci sarà bisogno di tutti. Chicco per esempio non potrà giocare in Eurolega, avendo già fatto la Korac. Magari pensano di sfruttarlo di più in campionato per fare riposare lo spagnolo o Patavoukas". E il ragazzo come l'ha presa, come ha vissuto questi giorni? "Molto tranquillamente. Dopo quello che era successo le altre volte, quando l'operazione sembrava sempre fatta poi regolarmente sfumava, ha voluto estraniarsi da tutto e ha fatto bene. Adesso, ovviamente, è al settimo cielo". Come il papà? "Ovviamente".

 

ENTRA RAVAGLIA, IN PUNTA DI PIEDI

Per "Chicco" primo allenamento con la maglia virtussina. "Mio padre mi ha dato un solo consiglio: stai a testa bassa, lì ci sono tanti campioni". All'Arcoveggio è arrivato in anticipo prima di tutti i nuovi compagni. Emozionato ma anche entusiasta. "Sono felice, solo adesso ci credo"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 04/12/1996

 

"Piacere, Chicco". È arrivato prestissimo, ieri mattina. Enrico Ravaglia, classe 1976, voleva essere puntuale per l'allenamento. Talmente puntuale che Chicco Ravaglia è giunto all'Arcoveggio quando le porte della palestra erano state aperte da poco. Chicco ha così potuto osservare quell'impianto che da ieri è tornato ad essergli familiare. Ed è arrivato in punta di piedi, con l'aria del "cinno" smarrito, quasi imbarazzato, come quando si è trovato a stringere la mano di Patavoukas. Vent'anni, nessun segno di barba, e quell'espressione pulita che ricorda tanto il rossoblù Andrea Tarozzi del quale, guarda caso, è pure cugino.

"Sono felice - attacca - adesso ci credo veramente, giocherò nella Virtus". Era rimasto scottato, due mesi fa, quando il suo passaggio in bianconero sembrava cosa fatta, poi invece la trattativa finì nel nulla. A Bologna avrà il numero 13, quello di Morandotti, ma soprattutto quello di Bob, cioè di suo padre. "A Varese ho avuto prima il 15 e poi il 6 - racconta - che poi è quello che preferisco. Avrò quello di papà, sono felicissimo".

Un papà bravo a mitragliare il canestro avversario quanto abile a lasciar crescere il pargolo senza condizionamenti. "Consigli tecnici non me ne ha mai dati. Ha sempre preferito che io seguissi i suggerimenti dei miei allenatori. Però mi ha insegnato l'umiltà e, facendomi gli auguri per questa nuova avventura, mi ha ribadito di tener la testa bassa. Non potrebbe andare altrimenti, qui sono in mezzo a tanti campioni, devo solo imparare".

Ieri l primo colloquio con Bucci, dopo le lezioni di Rusconi. "A Dodo devo molto - ammette -, quando arrivai a Varese ero solo una guardia. Lui mi ha imposto di giocare come play: i risultati ci sono stati, non posso dimenticarlo".

È entusiasta Chicco e per nulla spaventato dalle nubi delle ultime settimane. "In sede - incalza - mi sono incontrato con Morandotti. Lui mi ha dato qualche consiglio, io ho cercato di ricambiare. Non per presunzione, ma perché pure lassù, in questo periodo, tira brutta aria. Così ho preferito avvertirlo".

Vent'anni, l'orecchino al lobo, ma i ragionamenti di un giocatore esperto. "La Kinder un traguardo? Sono contento di questa collocazione - taglia corto -, ma sono giovane e ho ancora tanta strada da fare. Se questo fosse il traguardo significherebbe non avere aspirazioni. Invece vorrei crescere e, possibilmente, vincere tanto con questi colori addosso".

...

CHICCO, NUOVA STAR BIANCONERA, ORA CERCA CASA

Nella vittoria sulla Polti decisivo l'apporto di Ravaglia, all'esordio con la maglia Virtus. Savic: "Il ragazzo ha "mucho" talento, ma deve crescere in difesa". Binelli: "Non viziatelo troppo, che non si monti la testa".

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 16/12/1996

 

È scuro in volto, Lombardi. Dadone se ne va, senza proferire parola, arrabbiato con la sua coppia d'ebano, e in particolare con Chris King, inguardabile. Tanto è arrabbiato il coach della Polti, tanto è felice Chicco, dall'altra parte della barricata. Ravaglia è soddisfatto, ci teneva un sacco a fare bella figura davanti al suo nuovo pubblico, peccato però per quella difesa balbettante, e per quei cinque falli. È lo stesso ragazzino, temendo l'effetto boomerang dei troppi elogi, ad autoflagellarsi di fronte ai cronisti. "Ho difeso molto male, mi dispiace parecchio, perché per il resto sono andato piuttosto bene. Ero molto emozionato all'inizio, sono contento che la squadra alla fine abbia vinto". È contento, Ravaglia, al coronamento del suo sogno manca solo una casa. Sì, perché Chicco, che abita a Imola vorrebbe trovare un alloggio all'ombra delle Due Torri. "Sì, scrivetelo, sto cercando casa. Magari, qualcuno mi aiuta. Ma torniamo alla partita, sono soddisfatto di quello che ho fatto in attacco. Non sono mai stato un timido, non mi sembrava il caso di diventarlo proprio oggi. Ho preso qualche iniziativa, credo che i miei compagni, che in realtà sono come i miei genitori, siano piuttosto felici per quello che sono riuscito a fare. Ma è meglio che non mi diate troppo spazio, non vorrei montarmi la testa".

Sulla stessa lunghezza d'onda del giovanotto che ha esordito ieri al PalaDozza "Tiramolla" Abbio che, con l'arrivo di Ravaglia, è tornato ad occupare il ruolo che lui predilige, quello di guardia. "La Polti non è mai esistita, ma forse è merito anche nostro, perché già nel primo tempo abbiamo scavato un solco che loro non sono più riusciti a colmare. Sono contento per l'arrivo di Ravaglia, e aspettiamo comunque con ansia anche quello di Galilea, perchè è un altro al quale piace correre, come a me e a molti miei compagni".

Tocca poi a Savic, unirsi al coro dei bianconeri che elogiano Ravaglia, anche se Binelli, il capitano, predica cautela. "Non viziatelo troppo, non vorrei che si montasse la testa". E Zoran, che si esprime benissimo in spagnolo, estrae dal suo vocabolario qualche reminescenza della sua esperienza catalana e madrilena. "Ravaglia è un giovane con "mucho" talento, uno che attacca molto bene, che deve crescere in difesa. Contro Cantù, comunque, siamo stati bravi soprattutto in questo aspetto, costringendoli a commettere tantissimi errori, e chiudendo così la partita già nel primo tempo. Adesso ci aspetta una settimana tutto sommato tranquilla, domenica prossima viaggeremo alla volta di Trieste, un campo, almeno sulla carta, abbordabile. Però nel campionato italiano nessuna partita può essere facile, quindi da domani cominceremo a concentrarci sulla Genertel".

Ravaglia al suo esordio casalingo con la maglia della Virtus

PLAY DI RISERVA, EROE DI COPPA

La performance contro Reggio non esalta Ravaglia. "Ho solo fatto la mia parte, Casalecchio mi porta bene. Danilovic fantastico"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 05/09/1997

 

Ravaglia, per una volta tutti d'accordo: lei è stato il migliore in campo.

"Ma no, state esagerando tutti quanti. Sono contento per come ho giocato, ma da qui a essere il migliore ce ne passa".

Sulle stesse tavole di Casalecchio ha vinto, da protagonista, una Coppa Italia. Atmosfera magica per lei?

"Speriamo che sia così, dal momento che là, su quel parquet, giocheremo tutta la stagione. Comunque è vero: sono orgoglioso del mio primo trofeo. So che qui la Coppa Italia non è particolarmente sentita, ma io sono legato a quel ricordo".

A proposito di ricordi: lei è entrato, l'altra sera, e la squadra ha cominciato a girare.

"Un caso. Il mio ingresso non ha inciso più di tanto: la chiave di quella rimonta è da ricercare nella difesa. Abbiamo chiuso dietro, recuperando qualche pallone che siamo poi riusciti a trasformare in contropiede. Ho dato il mio contributo, ma come uno dei dieci".

Come si trova con il nuovo coach?

"Avevo lavorato con lui a Salsomaggiore, prima degli europei. Prima anche a un raduno under 20. È uno molto esigente, per me è importante".

Perchè?

"Ti costringe a rimaner lì con la testa, concentrato. Ti tiene sempre sulla corda. Ed è un bene, perché un giovane, spesso, finisce per perdersi, per montarsi la testa. Invece Messina ti costringe a rimanere con i piedi per terra. Ma ti gratifica anche, perché se fai qualcosa di buono è il primo a riconoscerlo".

Ma in mezzo a tutte queste stelle non c'è il rischio di non giocare?

"È una lezione che ho già imparato: c'è spazio anche per le "riserve", perché la stagione è lunga e massacrante. Sono abituato a ritagliarmi questi spazi: ed è un bel vantaggio. C'è chi, invece, a questo sistema non si adatta. Pensiamo alla Kinder dell'anno scorso: Kpomazec e Prelevic si sono persi quando il loro impiego è diventato intermittente. Io, invece, so bene che devo "sparare" tutto nei minuti in cui vengo chiamato in causa".

Che effetto fa allenarsi con Rigaudeau?

"È uno straordinario, che ha un gran tiro dalla distanza. Con l'altezza che ha riesce a mettere in soggezione i play avversari. Sono felice perché da uno come lui si può solo imparare".

E Danilovic?
"Mi fa uno strano effetto. È stato uno dei miei idoli e giocargli al fianco... Lo rispetto molto".

Gli dà del lei?

"No, l'altro giorno ci siamo scambiati un cinque".

Non ne dispensa molti, vero?

"Per questo valgono molto di più".

Allora possiamo riassumere questa chiacchierata con "Chicco Ravaglia, felice di stupirvi". È d'accordo?
"No. Molto meglio scrivere Chicco Ravaglia, felice di essere qui. Perché è  quel che penso".

 

BOLOGNA, LA CONSACRAZIONE E LA SFORTUNA

Capitolo quattro de "... per sempre Chicco" di Filippo Nanni

 

(...)

Al termine della partita di Forlì dove la Cagiva si impone con facilità nei confronti del fanalino di coda del campionato Chicco riceve la telefonata; è la conferma che ormai la telenovela dell'autunno, cioè lo scambio Morandotti-Ravaglia, può considerarsi conclusa. A questo punto i genitori possono portare il figlio a Imola con loro: fino all'ultimo momento hanno dovuto aspettare la chiusura della trattativa per poter partire. Dopo il viaggio da Varese a Imola, il sabato notte Chicco lo trascorre nella sua casa di via Senarina con una certezza: essere ufficialmente, e finalmente, un giocatore della Kinder Bologna.

Lunedì 2 dicembre '96 lo scambio Morandotti-Ravaglia viene ratificato ufficialmente nella sede della Lega Basket. La formula è quella del prestito gratuito: la Kinder continuerà a pagare lo stipendio di Morandotti e la Cagiva farà altrettanto con Ravaglia. A fine stagione, Ricky tornerà alla Virtus e Chicco sarà a tutti gli effetti un componente della squadra bianconera.

Chicco è ancora febbricitante e quindi trascorre la giornata in casa, a Imola, con i genitori e con i parenti più stretti. Il telefono di casa Ravaglia squilla continuamente. Amici di infanzia e vecchi compagni di scuola, ex allenatori ed ex compagni di squadra, amici e anche semplici conoscenti, chiamano tutti per congratularsi con lui per il coronamento del sogno di ogni giocatore italiano, e soprattutto del suo sogno vista la lunga militanza nelle giovanili bianconere: indossare la leggendaria maglia della Virtus Bologna.

Il martedì mattina è in programma il primo allenamento con i nuovi compagni. Chicco arriva prestissimo alla palestra di Via dell'Arcoveggio, sede della Virtus, quando ancora non c'è nessuno se non il magazziniere. Indisturbato può così riprendere familiarità con quell'ambiente e con quel parquet che è stato il suo nei cinque anni passati nelle formazioni giovanili della società bolognese.

Entrando nello spogliatoio incontra Riccardo Morandotti che si trova lì per prendere le sue cose prima di partire per Varese. I due si salutano e si scambiano qualche battuta riguardo alla estenuante trattativa che li ha riguardati. Morandotti gli dà anche qualche consiglio su come inserirsi nella realtà della Virtus e su come "prendere" le diverse personalità presenti nella rosa. Chicco ricambia con qualche informazione su coach Rusconi, qualche "dritta" sui locali notturni di Varese e dintorni e le chiavi dell'appartamento da lui abitato fino a quel momento e che la società varesina mette ora a disposizione del nuovo arrivato.

Poco dopo incominciano ad arrivare i nuovi compagni di squadra: Kostas Patavoukas, Branislav Prelevic, Arijan Komazec, Zoran Savic, Walter Magnifico, Tullio De Piccoli e poi anche le facce conosciute di Alessandro Abbio, Augusto Binelli e Flavio Carera.

Il coach Alberto Bucci all'inizio dell'allenamento presenta il nuovo giocatore alla squadra: strette di mano qualche in bocca al lupo e l'avventura in maglia Kinder può dirsi iniziara. A proposito di maglia, Chicco avrà la "13" di Morandotti, l'unica disponibile dopo il prestito dell'ala milanese a Varese. Non può ovviamente avere il suo "6" [ce l'ha Magnifico, nda] ma il "13" va bene lo stesso: è il numero che suo padre ha sempre indossato. Tra l'altro Ricky cib yub gesto a metà tra il polemico e lo scaramantico, dopo la sua ultima partita con la Virtus, si porta via tutte le sue maglie da gioco obbligando così la oscietà bianconera a rifare le mute numero 13. Considerata la differenza fisica tra Morandotti e Ravaglia avrebbe dovuto rifarle comunque...

L'esordio ufficiale con la canotta della Kinder è stato 8 dicembre '96 e ha luogo a Treviso, contro la Benetton: per gli uomini di Bucci alla fine è sconfitta di un punto ma col giallo del tiro da tre di Komazec considerato invece da due dagli addetti al tavolo. Per Chicco solo 3' di gioco con il lampo di un bell'assist ma senza nessun punto segnato.

La domenica successiva la Virtus ospita la Polti Cantù: per i bianconeri arriva una facile vittoria per 103-75 grazie alle ottime prove di Komazec, Savic, Magnifico e Prelevic. Ma è Ravaglia, al suo esordio al PalaDozza, ad attirare le attenzioni di tutti gli spettatori. Esordio senza la presenza in tribuna dei suoi genitori: dall'inizio della sua carriera è la prima volta in assoluto che Chicco è in campo a giocare e Roberto e Morena non sono sugli spalti a incitarlo e ad applaudirlo. nella sua testa riecheggiano i consigli che Dodo Rusconi gli ha dato prima di lasciarlo partire per Bologna: stai tranquillo, gioca come sai e fai sempre le cose semplici. La Kinder gioca bene, è una squadra forte, Komazec segna 29 punti, ma non c'è nessuno che trasmetta qualcosa al pubblico, che sappia accendere nei tifosi una scintilla emotiva. Tanti buonissimi giocatori ma quasi tutti compassati nei modi e nel carattere. Chicco è diverso. Appena entrato è visibilmente teso: gli basta però una penetrazione vincente per trovare tranquillità e iniziare a giocare come sa. Un altro canestro, poi una bomba e la gente è tutta per lui. Chicco sente che è il suo momento e allora incomincia a "spingere" il pallone, a correre in contropiede. Vuole dimostrare di essere anche un vero playmaker. Serve sottocanestro un assist al bacio a Savic che segna facilmente. Cantù è obbligata a chiamare un time-out. Prima di prendere la strada della panchina Chicco "svolazza" a dare cinque a tutta la prima fila del parterre. è fatta: tutto il palazzo è in piedi per il ragazzino che fa cose semplici e che, soprattutto, sa trasmettere emozioni. Piace alla gente perché è giovane e vero, grintoso ma scanzonato, e, soprattutto, perché è bolognese come loro e ha la "V" nera sul petto fin da quando è bambino. La gara scivola via facile per la Kinder. Chicco, però, fatica più del dovuto in difesa e a 2'36" dalla sirena deve4 andare in panchina a causa dei cinque falli commessi. Ma è meglio così. Uscendo dal campo può infatti prendersi un lungo applauso solo per lui. CHiude con 9 punti, con 3/3 da due, 1/1 da tre, e 2 assist in 18'. Sembra impossibile ma in una sola partita Chicco è già diventato il beniamino del pubblico virtussino.

A fine gara, microfoni e taccuini sono solo per lui. Chicco completa l'opera conquistando anche i giornalisti: gentile e sorridente risponde ad ogni domanda senza mai essere banale. In più, ha la rara capacità di "dare il titolo", cioè di dire cose che sembrano fatte apposta per diventare i titoli degli articoli dei giornali del giorno seguente. Molti suoi compagni, Savic, Binelli e Abbio soprattutto, lo elogiano per la sua prova e lui risponde dicendo di considerarli come dei secondi genitori... Appena si spengono le luci della ribalta sulla sua grande giornata, ecco che resta solamente il ragazzo che riprende, come se nulla fosse, la sua vita di sempre.

Nell'ultima partita del '96 la Kinder è di scena a Trieste contro la Genertel. Mancano tre giorni a Natale e Chicco vorrebbe fare un regalo ai tifosi bianconeri. Dopo 9' dall'inizio della gara Komazec riceva una ditata in un occhio ed è costretto ad abbandonare il campo. In più Savic e Patavoukas sono già gravati di 3 falli. Bucci allora manda in campo Chicco: subito un gioco da tre punti, canestro più fallo e conseguente tiro libero addizionale trasformato, per rompere il ghiaccio ed entrare nel clima partita. Poi incomincia a giocare per la squadra. Nel secondo tempo, nello spazio di 3' segna due bombe che chiudono la contesa. Con Patavoukas in panchina per cinque falli, Trieste prova a recuperare portando il rpessing a tutto campo sul giovane regista bianconero ma Chicco è bravo nel gestire il pallone, nel subire fallo e nell'imbucare con grande freddezza i liberi. Incredibilmente, nel concitato finale è proprio il ventenne Ravaglia a trasmettere sicurezza ai navigati compagni. è il migliore in campo e il top scorer dei suoi: 20 punti, con 1/1 da due, 2/2 da tre, 12/15 ai liberi, e due assist in 17'. Questa sua prestazione vale molto di più rispetto alla gara contro la Polti perché stavolta la partita è viva e difficile. E lui è decisivo. Mancano tre giorni a Natale: non è chiaro se sia Chicco a fare un regalo ai tifosi virtussini con la sua prestazione o se Chicco sia il regalo che il destino fa alla non proprio spumeggiante Virtus di questa stagione.

Approfittando della pausa di due settimane del campionato di serie A! i giornali dedicano molto spazio a Chicco, la grande novità id questa fine d'anno per la Virtus. Il passato, l'arrivo a Bologna, l'eccellente debutto con la maglia della Kinder sono solo alcuni degli argomenti degli articoli su di lui: il grande pubblico, soprattutto quello virtussino, vuole conoscere tutto del suo nuovo beniamino. Le interviste a suo padre si sprecano così come quelle al diretto interessato. In una di queste CHicco racconta quali sono stati i suoi idoli, i suoi modelli, dall'inizio della sua carriera fino a quel periodo: prima Julius Erving e Drazen Petrovic, poi George Bucci, ai tempi della sua simpatia per la Fortitudo, quindi, dopo il suo passaggio alla Virtus, Roberto Brunamonti, Michael Ray Richardson e Predrag Danilovic, infine Aleksandar Djordjevic. Pur ammettendo di ammirare particolarmente Djordjevic, il manuale del playmaker, rivela di sognare per sé stesso una carriera alla Brunamonti, cioè di militare per sempre nella squadra bianconera. Il settimanale Superbasket gli dedica addirittura la copertina con il titolo, un po' scontato ma efficace, di "Kinder sorpresa!"

Quello che da subito impressiona di Chicco è la maturità, l'intelligenza, la disponibilità. è il modo in cui vive il basket: senza pressioni, senza condizionamenti e senza nessun timore reverenziale nei confronti di compagni e avversari più anziani e famosi di lui. A Varese Rusconi gli spiega cosa vuol dire essere un playmaker classico, pochi tiri e molti passaggi, mentre a Bologna Bucci gli lascia la libertà di prendersi diverse responsabilità in attacco. La sensazione è che comunque Chicco accetti i consigli di tutti e ascolti ogni parere salvo poi fare sempre di testa sua...

La sua forza è anche quella di rimanere sempre con i piedi per terra pur capendo che quello che per lui è sempre stato un gioco sta diventando realmente la sua professione. Riesce a non farsi condizionare dai tanti elogi che gli piovo addosso dopo il suo primo mese in maglia Virtus, e a vent'anni non è facile. Sente comunque che il successo sta arrivando ma non si accontenta, A chi gli domanda se la kinder rappresenti per lui un punto di arrivo, risponde che se così fosse significherebbe non avere ambizioni, non avere aspirazioni. E Chicco ce le ha eccome: vuole vincere anche a dispetto di chi pensa che gli interessi più una serata in discoteca a Riccione che una vittoria della sua squadra. Certo, non è il classico giocatore che vive solo per il basket. Gli piace uscire la sera, fare tardi nei locali, stare insieme agli amici, essere in qualche modo considerato, oltre che un personaggio pubblico, anche un tipo mondano. Riesce ad essere allegro anche dopo una sconfitta: sul momento, gli brucia da morire ma una volta lasciato il palazzetto, vuole parlare d'altro perché la sua vita non è fatta solo di pallacanestro. Ha un'incredibile facilità nel conoscere nuove persone, riuscendo a capire in un attimo con chi ha a che fare. Molto spesso, però, i suoi amici non fanno parte del mondo del basket: quando non gioca o non si allena, Chicco non vuole pensare alla pallacanestro. è il suo modo di staccare la spina e per non sentire la pressione, per avere sempre voglia di allenarsi e giocare.

In questo periodo Ravaglia si trasferisce a Bologna in un appartamento all'ultimo piano di un palazzo che si affaccia su Piazza della Resistenza, vicino al PalaDozza. A proposito di questo, durante le interviste di fine partita dopo il facile successo interno contro Cantù tra le altre cose lancia un pubblico appello facendo sapere di essere alla ricerca di una casa in affitto. Dopo una laboriosa ricerca e proprio quando ormai sta già pensando di doversi trasferire in albergo, la Virtus gli mette a disposizione quell'appartamento. Fino a quel momento, comunque, Chicco ha vissuto a Imola con i suoi genitori e per tutto dicembre agli allenamenti, non avendo la patente, ha dovuto farsi accompagnare dal padre o dal nonno Pepi. Incredibile: un giocatore di serie A, e anche bravo, che si fa accompagnare come un qualsiasi ragazzino delle giovanili. Solo Chicco...

Chicco ha anche il merito di risvegliare il letargico pubblico della Virtus, abituato alle vittorie negli anni dei tre scudetti consecutivi, un po' deluso dalla stagione precedente e adesso alquanto spento a causa di una squadra "troppo eruopea" ma anche troppo anziana e compassata. Dopo la sentenza Bosman, tra tutte le società di serie A la Kinder è quella che scommette di più sulla politica dei giocatori comunitari. Il tifoso medio, però, faticfa ad appassionarsi a una formazione composta soprattutto da stranieri e con un solo italiano, il capitano Binelli, in quintetto. Chicco probabilmente viene coccolato e riceve anche qualche applauso in più proprio per il fatto di essere italiano e, anche se di Imola, bolognese.

Dal punto di vista tattico, il giovane Ravaglia si dimostra subito molto importante nello scacchiere di Bucci. Il coach può così dare riposo a Patavoukas, sovrautilizzato dopo l'infortunio a Josè Galilea, e riportare Abbio nella sua naturale posizione di guardia. Il suo innesto permette un miglioramento nelle prestazioni di questi due giocatori. In più Chicco, venendo dalla panchina, assicura quella velocità e soprattutto quel cambio di ritmo che Bucci ritiene fondamentale. Ravaglia ha infatti la capacità, rara per un giovane, di entrare subito in partita e di produrre in pochi minuti qualcosa di importante per la squadra. Fatica ancora troppo in difesa per via del fisico esile ma non è un problema: i muscoli si costruiscono, il talento non si inventa. A livello personale, non considerando la trasferta di Treviso visti i soli 3' concessigli: 29 punti complessivi con il 100% al tiro su azione frutto di un 4/4 da due e un 3/3 da tre, più 12/15 dalla lunetta.

All'interno dello spogliatoio Chicco viene immediatamente accettato, quasi adottato da quei compagni che lui stesso, dopo la vittoria contro la Polti ì, ha definito quasi dei secondi genitori. è il cucciolo della squadra, il più giovane, ma non una mascotte: è un giocatore vero e importante per la Kinder. Binelli & C. lo sanno e infatti lo considerano uno di loro. E nel caso in cui non fosse stato così le partite contro Cantù e Trieste avrebbero comunque fatto cambiare idea a chiunque...

Passato il Natale, Chicco viene invitato nella redazione bolognese del Corriere dello Sport-Stadio dove è stato organizzato un incontro tra lui e suo cugino Andrea Tarozzi, difensore del Bologna Calcio. Ancora in pieno spirito natalizio, i redattori del quotidiano mettono per la prima volta uno di fronte all'altro i due cugini bolognesi che tanto successo stanno avendo nello sport non soltanto bolognese ma nazionale. In realtà Andrea è cugino di Morena, la madre di Chicco, ma questo poco importa. I due, pur sapendo l'uno dell'altro, non si erano mai incontrati prima se non a qualche riunione di famiglia quando erano veramente piccoli. Nasce uno scambio di battute simpatiche e Chicco e Andrea si lasciano con la promessa di rivedersi più spesso in futuro. Diverse altre volte si sarebbero poi incontrati. Più di tre anni dopo, esattamente il 20 aprile 2000, Andrea Tarozzzi, ormai passato alla Fiorentina, avrebbe dedicato il primo gol in serie A della sua carriera, realizzato nella partita Fiorentina-Lecce terminata 3-0 a suo cugino Enrico Ravaglia.

Alla fine di dicembre, a Imola, la Kinder partecipa ad un triangolare con la Polti Cantù e i locali della Casetti. Gli imolesi accorrono al palazzetto numerosi per vedere all'opera il loro concittadino che ora milita nella gloriosa Virtus Bologna. La squadra di Bucci ai aggiudica il torneo e Chicco si porta a casa il trofeo come miglior under 21 della manifestazione. Tra l'altro in questa occasione fa il suo ritorno in campo dopo l'infortunio al ginocchio Galilea, quello che in estate nei piani della società doveva essere il playmaker titolare della Virtus.

L'anno ricomincia bene per la Kinder, perlomeno in campionato. Arrivano sei vittorie consecutive, contro Rolly Pistoia, Telemarket ROma, Viola Reggio Calabria, Scavolini Pesaro, Monata Forlì e Stefanel Milano, che, sommate alle due di fine dicembre, fanno una striscia di otto successi in fila. Da quando è arrivato Chicco, quindi, sconfitta di treviso a parte dove ha giocato solo 3', la Virtus ha solo vinto. Si rivela quindi azzeccatissimo lo scambio Morandotti-Ravaglia visto che anche la Cagiva infila una striscia positiva di vittorie, quattro, da quando Ricky entra a far parte della banda Rusconi. Le cose vanno bene e Chicco incomincia quindi a crearsi le sue "cabale" fisse: la domenica mattina prima della partita si sveglia sempre alle ore 9:30 , fa colazione nel solito bar di Via Calori nei pressi del PalaDozza e legge sui giornali le ultime novità dai ritiri delle squadre di calcio per apportare le ultime modifiche alla sua formazione del Fantacalcio. Alla faccia della pressione...

In Eurolega le cose non vanno però altrettanto bene per Bucci e i suoi uomini. Per regolamento Chicco non può scendere in campo in questa competizione avendo già giocato alcune partite in Coppa Korac con la maglia della Cagiva Varese. Nella seconda fase del massimo trofeo continentale, in programma tra gennaio e febbraio, la Virtus rimedia quattro sconfitte in sei partite ma riesce comunque a qualificarci per gli ottavi di finale dove, in un derby tutto italiano, incontrerà la Stefanel Milano. Sarebbe esagerato dire che le batoste in Eurolega arrivano a causa della forzata assenza di Ravaglia. Ma è comunque evidente che oltre alla ventata di freschezza e allegria Chicco porta con sé anche delle cifre di tutto rispetto: 7.2 punti a partita in 15.5' di utilizzo medio, il 75% sia nel tiro da due sia in quello da tre e l'80,5% ai liberi, cioè più di quanto producano Patavoukas e Galilea che pure hanno minutaggi superiori. In campionato, invece, i tre si alternano in regia anche se abbastanza spesso Patavoukas viene spostato nel ruolo di guardia.

Dopo l'ultimo degli otto successi consecutivi messi a segno dalla Kinder, quello contro la Stefanel Milano campione d'Italia in cui Chicco con i suoi 12 punti è uno dei protagonisti, la squadra di Bucci scivola in casa contro la Mash Verona. Quattro giorni più tardi Chicco compie 21 anni: avrebbe certamente voluto festeggiare il suo compleanno in ben altra maniera.

La gara successiva, dopo la settimana di pausa per l'All-Star Game, è la trasferta di Varese. Non è ovviamente una partita normale per i protagonisti dello scambio Morandotti-Ravaglia. Prima della palla a due il presidente varesino Bulgheroni consegna a Chicco la maglia incorniciata della Cagiva con il suo nome come segno di riconoscenza e come ricordo dei sedici mesi trascorsi come componente della Pallacanestro Varese. Emozionatissimo per il suo primo incontro davanti ai suoi ex tifosi Chicco gioca una gara anonima segnando solo 3 punti. La Cagiva si impone nettamente con quasi venti punti di scarto. Il giorno successivo, sui giornali gli vengono assegnati delle valutazioni negative per la sua prestazione. Questo significa che non viene considerato più come una speranza alla quale si può sempre concedere un'attenuante ma come una realtà, seppure giovane, e che quindi va giudicato come tale.

Quattro giorni dopo si gioca Stefanel Milano-Kinder Bologna, gara1 degli ottavi di finale di Eurolega. Arriva un'latra sconfitta e così il presidente della Virtus decide di esonerare Alberto Bucci. Il nuovo allenatore è Roberto Brunamonti, , giocatore simbolo della Virtus ritiratosi solo dieci mesi prima per passare dietro a una scrivania e quindi senza nessuna esperienza in panchina. L'intenzione è quella di risollevare l'ambiente con la figura carismatica dell'ex capitano sperando che i giocatori vedano in lui un modello vincente da imitare. Quanto all'esperienza non c'è problema: Brunamonti negli ultimi anni della sua carriera era già il classico allenatore in campo.

Nonostante il cambio della guida tecnica le vittorie tardano ad arrivare. Anzi, la Kinder chiude la regular season con tre sconfitte consecutive: nel derby contro la Teamsystem, la "prima" da coach di Brunamonti, a Siena contro la Fontanafredda e in casa contro la Benetton Treviso. In più la Virtus viene anche eliminata per 2-1 nel quarto di Eurolega contro la Stefanel Milano. A condizionare pesantemente il rendimento della squadra c'è il cosiddetto caso-Komazec. Il croato accusa un piccolo infortunio a una caviglia ed è quindi costretto a saltare alcune partite. Il problema risiede in realtà nel contenzioso che si apre tra la società e il giocatore, La Virtus pretende uno sforzo da parte di Komazec vista la non eccessiva gravità del danno subito e visto il momento critico della stagione. Il croato sostiene invece che così non riesce ad andare avanti e che si deve operare. Considerando quell'infortunio come uno dei tanti microtraumi che capitano durante l'anno, Binelli & C. si sentono traditi dal loro compagno tanto da non volerlo in campo nella partita con la Benetton nonostante Komazec si sia presentato, seppur controvoglia, dopo il "caldo" invito della società.

Prima dell'inizio dei playoff, il 21 e 22 marzo sono in programma al Polosport di Casalecchio le Final Four di Coppa Italia. Da una parte Polti Cantù contro Stefanel Milano e dall'altra Kinder Bologna contro Mash Verona. Nella prima semifinale si impone a sorpresa la Polti, formazione di media classifica, e così l'altra semifinale acquista il simbolico titolo di finale anticipata. Pur senza Komazec seduto in borghese dietro alla panchina, la Virtus riesce a imporsi per 73-68. E l'assoluto protagonista della partita è Enrico Ravaglia. Entrato nel primo tempo sul -11 per cercare di contenere uno scatenato Iuzzolino e per dare ordine alla squadra visto che Patavoukas non sembra in serata, è proprio lui a iniziare la lenta rimonta e firmarla con la bomba del 30 pari. Sulla sirena, un altro canestro da tre punti del giovane regista imolese fissa il parziale del primo tempo sul 39-33 per gli uomini di Brunamonti. In apertura ripresa Chicco infila altre due conclusioni "pesanti" e la Kinder prova ad allungare. La Mash guidata da Iuzzolino torna a farsi sotto ma nel finale i punti di Prelevic più i tiri liberi e un assist dello stesso Ravaglia chiudono la contesa. Nelle interviste di fine partita gli elogi nei confronti del baby match-winner bianconero si sprecano. Walter Magnifico, il "tutore", insieme a Savic, di Chicco nei suoi primi mesi in maglia Kinder, è il più entusiasta della prestazione del suo giovane collega ed esprime pubblicamente un'opinione ormai diffusa anche tra molti addetti ai lavori: se continuerà a crescere e a impegnarsi così, Ravaglia potrà essere l'erede di Brunamonti e guidare la Virtus almeno per i prossimi dieci anni.

Il giorno seguente è in programma la finalissima contro la Polti Cantù. La Kinder si impone con sicurezza per 75-67 grazie a un'ottima prova collettiva. Chicco realizza solo un punto  ma dimostra una grande maturità rinunciando volutamente a qualche tiro perché la squadra in questa partita ha più bisogno della sua regia che delle sue conclusioni. La Virtus si aggiudica quindi la COppa Italia e Prelevic il trofeo di MVP. In molti però ritengono che quel premio avrebbe meritato di vincerlo Chicco Ravaglia. A partire dall'edizione 2000, il trofeo di Miglior giocatore della Coppa Italia è intitolato a Enrico Ravaglia.

Dopo il trionfo Savic e compagni vanno a festeggiare da Benso, il ristorante di proprietà di Brunamonti. Chicco, insieme a Galilea e ad Abbio, è uno dei più scatenati: i tre rappresentano la parte giovane e allegra della squadra. Alla cena della vittoria c'è anche Komazec che sembra lentamente riuscier a farsi accettare dal gruppo. E proprio per ricreare un buon feeling all'interno dello spogliatoio, prima dell'inizio dei playoff la società decide, dopo i due giorni di riposo concessi ai giocatori, di programmare cinque giorni di ritiro a Porretta, località sull'Appennino, a 60 chilometri da Bologna.

La regular season si chiude con il dominio della Benetton Treviso. Alle spalle della formazione di Mike D'Antoni le due bolognesi, la Teamsystem è seconda e la Kinder terza. Al quarto posto la Stefanel Milano. Il tabellone dei playoff propone quindi come probabili semifinali Treviso-Milano e Fortitudo-Virtus. Prima però queste squadre dovranno superare, al meglio delle cinque partite, l'ostacolo dei quarti di finale. Nel suo quarto e con il fattore campo a favore la Kinder affronta la Telemarket Roma che negli ottavi ha battuto 2-1 la Viola Reggio Calabria.

A Bologna, in gara1 i bolognesi portano a casa il punto dell'uno a zero grazie a un netto dominio di Binelli e Savic sotto i tabelloni ma soprattutto grazie all'ottima prova dell'MVP Ravaglia: 12 punti in 22' con le ormai solite eccellenti percentuali e una lucida regia impreziosita da ben 4 assist. Tra l'altro in questa occasione fa il suo ritorno in squadra Komazec. Il croato accetta il ruolo di decimo uomo propostogli da Brunamonti che, dopo il successo in Coppa Italia, non vuole più modificare gli equilibri della sua formazione.

Dopo questa prima partita la serie diventa molto equilibrata. In gara3, a Roma, la Telemarket la spunta nel finale per 76-75; è Abbio a prendersi la responsabilità dell'ultimo tiro che potrebbe dare la vittoria alla Kinder ma la sua conclusione finisce sul ferro. Per Chicco una prova sottotono con un solo tiro da tre a segno in 10' di gioco.

In gara3 la trama si ripete: sul punteggio di parità a 15" dalla sirena, Prelevic forza un'entrata ma sbaglia. Il rimbalzo premia però Patavoukas che segna a 3" dal termine. Roma prova il tiro della disperazione: niente da fare, 77-75 il risultato finale. Chicco gioca un'altra straordinaria partita davanti al proprio pubblico. Ancora una volta è il migliore in campo. Dopo il+9 in avvio di secondo tempo la Kinder si fa quasi riprendere dalla Telemarket. Quando il vantaggio scende a un solo punto Brunamonti rimanda in campo Ravaglia: en'entrata, un assist per Binelli, un'altra entrata conclusa in acrobazia e una tripla. Non pago, Chicco si rende protagonista di un'altra azione da ricordare: si avventa su un rimbalzo lungo e in piena "trance" agonistica spinge il contropiede, con Brunamonti che invece si alza dalla panchina e gli fa segno di rallentare il ritmo. Il messaggio evidentemente non viene recepito: mentre i suoi compagni non sono neanche a metà campo Chicco si alza per un tiro da tre punti scoccato da almeno nove metri. Quando il pallone entra nella retina il coach bianconero ha le mani nei capelli salvo poi toglierle immediatamente per incitare i suoi alla difesa. Chicco con questa follia firma il canestro del +11 a cinque primi dal termine. Poi il recupero di Ancilotto e compagni e il già descritto finale con il canestro-partita di Patavoukas. Ravaglia in 25' di gioco segna 15 punti e soprattutto confeziona ben 5 assist per i compagni oltre a far perdere qualche anno di vita a Brunamonti con le sue lucide follie.

In gara4 la Kinder butta al vento una grande occasione di chiudere anzitempo la serie. La squadra di Brunamonti arriva anche al +15 verso la fine del primo tempo ma nella ripresa ecco la veemente reazione degli uomini di Attilio Caja: sospinta dai suoi ottomila spettatori la Telemarket accumula fino a dieci punti di vantaggio e può così gestire gli ultimi minuti fino al 78-75 finale. Per Chicco solo 14' e 2 punti realizzati.

Il quarto di finale tra la Kinder Bologna e la Telemarket è quindi sul 2-2: due vittorie interne per i bolognesi e altrettante, sempre in casa, per i romani. Il fattore campo ha quindi sempre inciso sul risultato. Ma c'è un altro fattore che ha determinato ancora di più l'andamento di questo quarto di finale: le prestazioni di Ravaglia. Chicco è stato il migliore in campo sia in gara1 che in gara3 e per la Kinder sono arrivati due successi. A Roma invece sia in gara2 sia in gara4 non ha fornito delle buone prestazioni ed ecco due sconfitte. Forse sembrerà eccessivo, ma in una squadra piena di grandi giocatori come la Kinder l'ago della bilanzia è rappresentato proprio dal più giovane tra gli uomini a disposizione di Brunamonti.

Questa opinione è ormai molto diffusa tra gli addetti ai lavori tanto che anche Attilio Caja, allenatore della Telemarket, alla vigilia della gara decisiva indica in Chicco l'elemento cui prestare maggiore attenzione.

Gara5 si gioca al PalaDozza di Bologna e la Virtus parte quindi con i favori del pronostico. Questa partita è la meno equilibrata dell'intera serie. La Kinder si impone 98-81 dopo aver chiuso il primo tempo con 15 lunghezze di vantaggio. Chicco gioca solamente 9', con 2 punti segnati, perché Brunamonti in regia ottiene buone cose sia da Patavoukas che da Galilea e quindi non se la sente di cambiare un assetto che in quel momento sta funzionando. In più Caja bei minuti in cui Chicco è in campo lo affida sempre alle cure del suo miglior difensore. La Kinder Bologna è quindi in semifinale. Nonostante lo scarso utilizzo di gara5 Enrico Ravaglia è stato l'uomo decisivo della serie.

Il quadro delle semifinali è ora completo: nella parte alta del tabellone la Benetton Treviso, superata agevolmente la Polti Cantù, è opposta alla Mash Verona che a sorpresa ha eliminato i campioni d'Italia della Stefanel Milano; nella parte bassa la Teamsystem Bologna, piegata in cinque partite la resistenza della Cagiva Varese, se la vedrà invece proprio con la Kinder.

Nei tre giorni che separano la fine dei quarti dall'inizio delle semifinali, a Bologna ma anche nel resto d'Italia si fa un gran parlare di questo derby in cinque partite che vale la finale per il titolo. In realtà sarebbero bastati solo tre incontri: troppo superiore fisicamente la Fortitudo e troppo morbida e rassegnata la Virtus. SI chiude quindi con un secco 3-0 la stagione della Kinder. Chicco in questa serie gioca molto poco. Vedendo come stanno andando le cose Brunamonti preferisce non "bruciare" un giovane promettente come Chicco sul quale la Kinder vuole puntare per l'annata successiva. Comunque sia a Ravaglia questa batosta, unita agli altri due derby persi nella regular season per un 5-0 totale a favore della Teamsystem, costerà per tutta l'estate parecchie prese in giro da parte di alcuni suoi amici tifosi della Fortitudo. Chicco potrà rifarsi otto mesi dopo: agli stessi amici tifosi biancoblù farà notare come il primo trofeo della storia della Fortitudo, la Coppa Italia, lui l'avesse già vinto l'anno prima...

Complessivamente un'annata da dimenticare per la società bianconera. All'inizio della stagione la squadra viene allestita scommettendo sui comunitari ma i fatti dimostreranno che si tratta di una formazione senza capo né cosa, un gruppo di giocatori tenuti insieme esclusivamente dal collante-denaro; negli aspetti più negativi ricalca la tipologia delle franchigie Nba dove ci sono atleti professionisti pagati per svolgere un lavoro. Ma l'italia non è gli Stati Uniti e infatti i più apprezzati in questa disgraziata stagione sono proprio quelli che dimostreranno di metterci quel qualcosa in più che piace alla gente, e cioè Abbio, Binelli, Savic e Ravaglia.

Non si tratta comunque di un fallimento completo. L'avventura in panchina di Brunamonti se non altro frutta la conquista della Coppa Italia. Note positive vengono anche dalle buone cose fatte vedere da Abbio e da Savic ma soprattutto dall'esplosione di Ravaglia, il playmaker del futuro. E il terzo posto in campionato, conquistato grazie all'approdo in finale della Benetton Treviso, vale un biglietto per l'Eurolega nella stagione successiva, fatto che in seguito avrebbe assunto una straordinaria importanza nel futuro prossimo della Virtus.

Quando sono ancora in corso di svolgimento le finali scudetto tra la Benetton Treviso e la Teamsystem Bologna, vinte poi dai trevigiani, Chicco riceve la prima convocazione in nazionale A della sua carreira. Il 7 maggio '97 il ct Ettore Messina dirama la lista dei giocatori scelti per partecipare al raduno collegiale di Salsomaggiore all'11 al 16 dello stesso mese: tra i 17 nomi c'è anche quello di Enrico Ravaglia. Non sono ovviamente disponibili i rappresentanti delle due squadre in lotta per il titolo ma è comqune una chiamata importante per Chicco che con i suoi 21 anni è il più giovane del gruppo. è la prima volta a parte un raduno con la nazionale Under 20, che Chicco viene allenato da Messina, quello che sarebbe stato poi il suo coach nella stagione successiva. Purtroppo, durante il penultimo giorno di ritiro Ravaglia si infortuna a una caviglia e deve così dire addio ai sogni azzurri. Non che ci speri più di tanto visto che Messina in quel ruolo attende gli arrivi di Coldebella e Bonora, Chicco però avrebbe voluto giocarsi la sua pur piccola possibilità.

Nel successivo raduno, in programma a Bologna dal 25 al 28 maggio, con il rientro dei trevigiani e dei foritudini si incomincia a delineare la formazione per i Campionati Europei in Spagna, a Barcellona, dove gli azzurri si sarebbero poi aggiudicati la medaglia d'argento. Chicco in questi giorni è già in vacanza a Rimini coi suoi genitori.

Il 15 luglio '97 Chicco inizia il servizio militare presso la caserma dell'Aeronautica di Vigna di Valle, vicino a Roma. I suoi quindici giorni di "car", come in gergo viene chiamato il periodi di addestramento delle reclute, sono quasi una vacanza. Gode infatti di una sostanziale "impunità" essendo un giocatore di basket di serie A e anche della nazionale. Si sveglia con comodo ogni giorno verso le 11 e poi scende al bar del piazzale a fare colazione mentre i suoi commilitoni seguono il regolare addestramento. Il suo servizio militare termina ufficialmente l'8 dicembre '98 ma in realtà il suo ultimo giorno in divisa è il 31 di luglio quando lascia la caserma di Vigna di Valle per andare in ritiro il giorno seguente con la nazionale Universitaria guidata da Marco Crespi, vice del nuovo ct azzurro Bogdan Tanjevic. Oltre a Ravaglia, il leader della squadra, ci sono tra gli altri Roberto Chiacig, Alessandro Tonolli, Fabio Zanelli, Samuele Podestà e Marco Sambugaro. Per due settimane nel ritiro di Bormio si alternano allenamenti e partite: la selezione di Crespi infatti prende parte al Valtellina Circuit come una preparazione in vista delle Universiadi in programma in Sicilia dal 19 al 30 agosto. A cinque giorni dall'inizio della manifestazione il gruppo si trasferisce nel ritiro di Terrasini, in provincia di Palermo. Le cose cominciano bene: l'Italia infila quattro vittorie consecutive, contro Messico, CIna, Lituania e Nigeria. In semifinale però gli azzurri vengono sconfitti dagli USA  e quindi si devono accontentare della finale per il terzo posto peraltro persa contro il Brasile. Il quarto posto finale è abbastanza deludente anche se arrivato a causa della socnfitta contro gli americnai, poi vincitori del torneo. Chicco gioca delle buone Universiadi anche se l'impressione è che gli sia stato consigliato, in previsione dell'inizio della stagione '97/98, di giocare con il freno a mano tirato.

Dopo la deludente annata da poco conclusa, la Virtus Bologna decide di rifondare la squadra. In panchina, con Brunamonti tornato dietro a una scrivania nel ruolo di vice presidente esecutivo, c'è il ritorno di Ettore Messina che ha lasciato la nazionale dopo l'argento agli Europei. La rifondazione bianconera parte dall'ingaggio a peso d'oro di Predrag Danilovic, l'uomo dei tre scudetti che torna a Bologna dopo due anni nella NBA. Confermati i soli Savic, Abbio, Binelli e Ravaglia, ppiù il ritorno dal prestito di Varese di Morandotti, arrivano anche Antoine Rigaudeau, Hugo Sconochini, Alessandro Frosini, Radoslav Nesterovic, John Amaechi e, pare, Dimitris Papanikolau. La Kinder appare come una corazzata composta da 12 giocatori "veri" anche se Papanikolau per il momento non può scndere in campo in attesa che venga chiarita la situazione contrattuale con il suo precedente club, l'Olympiakos. In seguito il giocatore greco tornerà alla squadra del Pireo senza aver mai vestito la canotta bianconera. In un settore guardie dall'enorme potenziale Chicco parte come cambio di Rigaudeau e come l'unico playmaker vero della formazione di Messina. Pur avendo ol contratto fino all '99 la sua conferma in un gruppo di giocatori di così alto livello rappresenta un premio per quanto di buono fatto da lui vedere nella stagione precedente e un atto di fiducia dell'allenatore nei suoi confronti. Messina lo ritiene infatti dotato del talento necessario per diventareun ottimo regista e lo considera pronto per la grande ribalta.

Secondo il coach bianconero deve solo imparare a coniugare l'istinto con la razionalità e continuare ad allenarsi con impegno ed entusiasmo. In molti però consigliano a Chicco di andare a giocare in una squadra meno forte ma che gli garantisca un alto minutaggio. Il giovane Ravaglia invece è convinto che per lui la cosa migliore sia allenarsi e confrontarsi quotidianamente con questi grandi campioni dai quali può imparare tanto, anche a rischi odi stare parecchio tempo seduto in panchina. Tra l'altro, a testimonianza della sua grande voglia di rimanere a Bologna, in un'intervista rilasciat a Superbasket all'inizio di settembre, a precisa domanda risponde che il suo più grande desiderio è quello di rimanere a giocare nella squadra della sua città "finché campa". Con Rigaudeau, in allenamento nascono dei veri e propri duelli. Chicco non ci sta a perdere e quindi dà il massimo in ogni occasione: impegno, concentrazione e un avversario diretto "stimolante" sono gli ingredienti per lui fondamentali per continuare a crescere come giocatore. Rigaudeau sfrutta la sua maggior altezza e la sua maggior fisicità nei confronti del giovane Ravaglia che comunque ogni volta fa un passettino in più per avvicinarsi al campione francese.

Il 2 settembre ecco il primo impegno ufficiale della stagione '97/87 per la Kinder: la doppia sfida con la CFM Reggio Emilia negli ottavi di finale della Coppa Italia. Chicco veste la maglia numero 9 perché il "6" se lo accaparra Amaechi. Nella prima partita in trasferta Danilovic e compagni portano a casa una sofferta vittoria con solo due punti di scarto. Chicco non scende in campo perché si aggrega alla squadra solo la mattina stessa della gara essendo appena rientrato dalle Universiadi. Nel ritorno, invece, è proprio lui a decidere match e qualificazione a favore dei suoi. Entrato in campo poco dopo l'inizio della ripresa ul -11 al posto di uno spento Rigaudeau, Chicco ribalta i destini della gara e ispira un break di 16-4: subito due assist, per Abbio e Danilovic, poi un canestro da tre punti e un altro assist, questa volta per Savic, infine la bomba del sorpasso. Sembra incredibile ma alla sua prima partita nella nuova Virtus miliardaria Chicco, il più giovane e sulla carta il meno accreditato, si rivela l'elemento deciviso per il successo: 6 punti con 2/2 da tre, tre rimbalzi e tre assist in 12' di gioco,  di verve e di idee. E anche Messina, nella conferenza stampa di fine gara ,ringrazia il suo baby playmaker per il passaggio del turno. Al coach bianconero piace l'atteggiamento che Chicco ha in campo: vuole imparare, cerca di incidere in prima persona sulla partita ma senza andare sopra le righe. E poi Chicco stesso conosce Messina e sa che, dopo un errore, deve far vedere con una buona giocata nell'azione successiva di essersi rimesso subito in carreggiata.

Nei quarti la Kinder si trova opposta alla Calze Pompea Roma. All'andata, nella capitale, successo abbastanza agevole, 71-82, per i bolognesi. Nel ritorno, altra vittoria con uno scarto di 11 punti per gli uomini di Messina ma con un gioco lento e macchinoso. Chicco, che a Roma gioca solo un paio di minuti dà ancora una volta la scossa alla sua squadra guidando il contropiede, mettendo a segno la sua solita bomba e servendo alla perfezione Danilovic con tre passaggi smarcanti consecutivi che si trasformano in altrettanti canestri per il serbo. Evidentemente tra il campione e il ragazzino c'è già un certo feeling...

Tre giorni dopo, a Treviso si disputa ls Supercoppa: si affrontano la Benetton campione d'Italia e la Kinder vincitrice della Coppa Italia. è un netto successo per Pittis e compagni guidati da uno strepitoso Henry Williams autore di 28 punti. Chicco gioca solomente un minuto e non può quindi incidere in alcun modo.

Il 18 settembre Chicco fa il suo debutto assoluto in Eurolega. Con la Cagiva Varese ha già giocato diverse partite in Coppa Korac ma la massima competizione continentale è un'altra cosa. Nella facile vittoria a Gerusalemme contro l'Hapoel, gioca solo 5' per "dare fiato" a Rigaudeau ma come esordio può anche andar bene. Nel successivo impegno europeo interno, contro il Pau Orthez, ecco i suoi primi tre punti, frutto di una bomba, in Eurolega.

Dopo i primi, ravvicinati impegni di questo inizio di stagione Chicco ha finalmente il tempo per trasferirsi dal suo vecchio appartamento in Piazza della Resistenza a un altro in Via Lame. Si tratta a tutti gli effetti di un trasloco ma in pratica si sposta di 500 metri: la zona è sempre quella vicina al PalaDozza e quindi i luoghi da lui abitualmente frequentati non cambiano.

Chicco instaura da subito un buon rapporto con i nuovi compagni. Nesterovic è il suo "autista" abituale per questa stagione visto che non ha ancora la patente. Lui ricambia la gentilezza con delle lezioni di italiano in modo che Rascio si possa inserire al meglio. Quando non si fa scarrozzare dal compagno va in giro in scooter anche al PalaMalaguti di Casalecchio per le partite interne della sua squadra. Nel parcheggio riservato ai giocatori, Porsche, Mercedes, BMW e... il motorino di Chicco.

Danilovic è invece il suo compagno di stanza nelle trasferte ma soprattutto il suo modello, il suo punto di riferimento. C'è una quasi incredibile particolarità che lega Chicco e Sasha. Il campione serbo ha il piede destro leggermente più lungo del sinistro: 13 contro 12.5 nelle misure americane. Chicco ha lo stesso problema ma all'opposto e con le stesse misure! I due possono quindi prendere un paio di scarpe a testa, anche se quasi sempre è Sasha a farsene dare due paia, e poi scambiarsi una scarpa per ottenere ognuno la propria soluzione ideale. Quando si dicono le coincidenze...

Inizia anche il campionato. La Kinder è impegnata in trasferta sul campo della Viola Reggio Calabria: successo per 78-75 con una grande prestazione di Danilovic. è Chicco, però, a segnare, con una penetrazione vincente a un minuto e mezzo dalla sirena, il canestro della sicurezza.

Nella seconda giornata la Virtus ospita la Cagiva Varese. In settimana sui giornali vengono spesso evidenziati i punti di contatto tra i due playmaker, amici ed ex compagni di squadra, Pozzecco e Ravaglia. 95-90 il risultato finale a favore dei bolognesi: Messina concede a Chicco solo pochi minuti di gioco e quindi il duello tra i due, che tante vole è avvenuto in allenamento a Varese nelle passate stagioni, non può avere luogo.

La partita seguente, contro la Benetton Treviso, è molto importante per la Kinder: rappresenta infatti sia una sfida per la testa della classifica sia una rivincita dopo la Supercoppa persa tre settimane addietro. Prioma di questa trasferta, non essendo al meglio Rigaudeau, il coach bianconero fa sapere a Ravaglia che probabilmente gli avrebbe concesso un notevole minutaggio. In realtà poi Chicco gioca solo 12', sufficienti però per essere il migliore in campo e l'uomo decisivo per la vittoria dei bolognesi: 10 punti con il 100% al tiro da tutte le posizioni e una regia attenta e concreta. Un altro passo in avanti quidni: dimostra di poter anche gestire una partita oltre che entrare dalla panchina e dare il cambio di ritmo con il suo contropiede, il suo tiro e le sue improvvisazioni.

Purtroppo, proprio mentre le cose stanno andando così bene, come forse mai in precedenza in tutta la sua carriera, per lui è in agguato la sfortuna. Dopo le partite contro il Partizan Belgrado e la Mabo Pistoia, durante un allenamento Chicco, subito dopo uno scatto accusa un forte dolore al ginocchio destro; un muscolo della coscia, il vasto mediale, si stacca dall'articolazione e la rotula si sposta andando fuori dal suo asse naturale, consumando la cartilagine circostante. Passato qualche giorno vengono eseguiti i controlli del caso. La risonanza magnetica evidenzia il problema: condropatia focale di terzo grado della superficie mediale della rotula. Chicco deve operarsi: non c'è altra soluzione. La Virtus, sperando in un pronto rientro del suo giovane playmaker, si occupa di tutto: dalla scelta dello specialista cui affidarsi alla prenotazione della sala operatoria. Chicco va sotto i ferri a Villa Torri il 12 novembre: il professor Marcacci, il chirurgo che ha eseguito l0intervento, fissa i tempi di recupero in circa trenta giorni. Introno alla metà di dicembre Ravaglia dovrebbe quindi iniziare la rieducazione ed essere pronto per scendere in campo verso la fine di gennaio '98. è davvero un peccato anche perché proprio in questo periodo arriva la convocazione per il primo stage della nuova nazionale di Tanjevic: Chicco è nella lista, anche se tra le riserve. Questa chiamata assume tra l'altro una grande importanza perché, a differenza di quella di cinque mesi prima da parte di Messina, arriva senza la defezione di altri atleti ma solo per meriti suoi. Tanjevic nutre infatti una grande stima nei confronti di Ravaglia: lo considera un playmaker moderno, giovane ma mentalmente già pronto per giocare ad alti livelli. In più, di Chicco apprezza la grinta e la lucidità, doti che gli permettono di giocare meglio, a volte anche oltre le proprie possibilitòà, nei momenti più difficili della partita. In seguito il ct della nazionale dichiarerà che, se gli infortuni non ne avessero frenato la crescita, Ravaglia vrebbe stabilmente fatto parte del giro azzurro e si sarebbe conquistato un posto per le Olimpiadi di Sydeny.

Dopo l'operazione, Chicco deve rimanere completamente immobile a letto per qualche giorno: i genitori e gli amici, i giornali e le riviste, i film in videocassetta e la sua PlayStation sono tutte cose che servono per far passare il tempo e per alleviare il odlore. Riceve decine di telefonate al giorno a testimonianza di quanto sia benvoluto da tutti: Pozzecco, Panichi, Binelli, Abbio, Morandotti, Danilovic, Savic, Brunamonti, sono solo alcune delle persone ch elo chiamano quasi quotidianamente per sapere come sta e per tenerlo su di morale. Tra l'latro proprio il suo allenatore della passata stagione, Brunamonti, è la persona che lo assiste standogli vicino in sala operatoria, durante l'intervento. Passati questi primi giorni incomincia a muoversi e a gironzolare per casa con le stampelle. Il ginocchio gli procura parecchio dolore ma Chicco si fa forza pensando che in poco tempo potrà tornare a giocare come prima. Verso fine novembre si gioca il derby bolognese tra Kinder e Teamsystem. Chicco entra in stampelle al palazzetto e viene salutato da un lungo applauso del pubblico bianconero. La gara si decide nel finale: sono due tiri liberi di Danilovic quasi allo scadere a regalare il successo alla Virtus. C'è quasi un'invasione di campo e Chicco saltellando su una gamba sola si dirige verso la metà campo per abbracciare il suo amico Sasha. A inizio dicembre abbandona le stampelle e con cautela incomincia a lavorare in piscina per recuperare un po' del tono muscolare perso nei giorni di inattività. Come previsto, dopo un mese dall'intervento inizia il periodo di rieducazione vera e propria. Chicco viene affidato alle sapienti mani di Enzo Grandi, per tutti il "Prof", il preparatore atletico della Virtus. Qui sorge però un problema: la famiglia Ravaglia e anche lo stesso Chicco ritengono che la rieducazione vada affrontata presso l'Isokinetic, il centro dove generalmente vengono indirizzati tutti i pazienti operati da Marcacci. Anche il professor Grandi è perplesso: si considera più producente, infatti, che l'atleta venga operato e poi "rieducato" seguendo le teorie e le metodologie comuni di un chirurgo e di un fisioterapista abituati a lavorare sinergicamente.

Le cose non procedono per il meglio: a gennaio Chicco sente ancora molto dolore al ginocchio operato e naturalmente comincia a preoccuparsi. Si parla di una nuova operazione e perfino di carriera compromessa. Addirittura qualche malalingua ipotizza che il giocatore non abbia voglia di rientrare e che se la stia prendendo comoda. Chicco è piuttosto depresso anche perché il suo caso viene spesso paragonato a quello di marco van Basten, grande centravanti del Milan costretto al ritiro per un problema alle cartilagini, ma di una caviglia, simile al suo. Fortunatamente per lui, però, i genitori e amici non gli fanno mai mancare il loro affetto. In qeusto periodo chiede spesso consigli ad Augusto Binelli che in carriera ha dovuto sopportare ben cinque operazioni.

Verso la metà di febbraio Chicco zoppica ancora e l'articolazione gli procura sempre più dolore. Finalmente la società si convince che la cosa migliore è mandarlo all'Isokinetic per la rieducazione. Chicco lavora sotto la guida dello stesso staff che segue anche Nicola Ventola, giovane e promettente attaccante del bari. Nelle lunghe ore passate insieme ogni mattina e ogni pomeriggio nel centro di riabilitazione bolognese, tra i due nasce un rapporto di solidarietà, di collaborazione e di amicizia tanto che alla fine Ventola gli regalerà suan sua maglia da gioco.

Per il suo ventiduesimo compleanno Chicco si fa tatuare sulla spalla destra un ideogramma giapponese che significa "guarigione" contornato da un disegno tribale. è il suo secondo tatuaggio e la dimostrazione di quanto ci tenga a tornare in campo il più presto possibile. Già dopo sole tre settimane di terapie e di lavoro il dolore incomincia ad attenuarsi e la cartilagine del ginocchio a ricrescere. In più lavorando molto con i pesi Chicco si irrobustisce e si rafforza soprattutto nella parte superiore del corpo. Per gli arti inferiori, invece, non potendo ancora forzare come vorrebbe si fa prestare da Morandotti, da dicembre anche lui alle prese con problemi a un ginocchio, un elettrostimolatore grazie al quale può aumentare il tono muscolare senza correre il rischio di affaticare l'articolazione infortunata.

Terminato il ciclo di terapie presso l'Isokinetic, Chicco riprende a lavorare con il professor Grandi e le cose vanno piuttosto bene tanto che il 2 aprile '98 tora per la prima volta ad allenarsi alla palestra dell'Arcoveggio sostenendo una breve e leggera seduta con la formazione Allievi.

Prima della Final Four di Eurolega in programma a Barcellona dal 21 al 23 aprile, Chicco si allena qualche volta con i compagni anche se senza forzare più di tanto. Vorrebbe essere in campo in una manifestazione così prestigiosa ma dovrà seguirla solo come spettatore pur vivendo quei giorni insieme ai suoi compagni. Un aneddoto. Sul pullman che porta i bianconeri dall'albergo al Palau St. Jordi di Barcellona Danilovic e Savic, due sei suoi migliori amici in seno alla squadra, iniziano scherzosamente a picchiarlo, a loro dire per scaricare la tensione prima della finalissima. Chicco, per tutta risposta, minaccia ritorsioni nei loro confronti una volta terminate le Final Four. Comunque sia, alla festa per la vittoria partecipa anche lui, anzi si dimostra uno dei più felici e scatenati. l ritorno da Barcellona, in piena notte, all'aeroporto di Bologna ci sono più di duemila tifosi ad accogliere i freschi campioni d'Europa. Al momento del taglio della torta da parte di Binelli Chicco prende la bottiglia di champagne e dopo averla stappata incomincia ad innaffiare quante più persone possibile.

La stagione si conclude in modo trionfale per la Virtus. Dopo l'Eurolega arriva anche lo scudetto conquistato dopo un'incredibile finale contro la Fortitudo i cui destini vengono cambiati dal famoso gioco da quattro punti, bomba più tiro libero, di Danilovic. Per Chicco, invece, dopo un avvio promettentissimo culminato con la convocazione da parte di Tanjevic in nazionale, è un'annata da dimenticare. Neanche i successi in Italia e in Europa della Kinder, successi che non riesce a sentire del tutto suoi, riescono a cancellare la delusione e l'amarezza per il lungo stop.

Dopo le vacanze trascorse ad Amsterdam, a Positano e a Rimini Chicco è pronto per affrontare al meglio la nuova stagione. In estate si sono disputati i Campionati Europei Under 22, manifestazione alla quale Ravaglia non ha potuto partecipare per via dell'infortunio, e i Mondiali di Atene dove l'Italia è giunta solo sesta. Nonostante le voci che lo vorrebbero sul piede di partenza in direzione Rimini, dove avrebbe un minutaggio più elevato e dove ritroverebbe Piero Bucchi, suo allenatore nelle giovanili della Virtus, il giovane Ravaglia viene convocato regolarmente dalla Kinder per il raduno del 10 agosto a Bologna e per il successivo ritiro a Folgaria, in provincia di Trento. Dopo i trionfi della stagione precedente e con le sole eccezioni di Morandotti e Savic, sostituiti da Zarko Paspalj e Daniel O'Sullivan, la Kinder conferma in blocco la formazione campione d'Italia e d'Europa. Chicco sarà quindi ancora una volta il cambio di Rigaudeau anche se nello stesso ruolo c'è anche Crippa. giocatore che la società ha acquistato nel dicembre del '97 non conoscendo con esattezza i tempi di recupero di Ravaglia.

Durante la preparazione atletica a Folgaria Chicco accusa qualche piccolo dolore al ginocchio operato ma comunque non si tratta di niente di preoccupante. Il 19 agosto gioca la sua prima partita dopo l'infortunio di 10 mesi addietro, un'amichevole a porte chiuse contro la Montana Forlì allenata da Renato Pasquali, ex coach di Chicco a livello giovanile ed ex assistente di Messina. Si trova così di fronte Sugar Richardson, suo idolo di gioventù. Il duello è appassionante e Chicco si toglie anche la soddisfazione di segnare un paio di bombe in faccia al vecchio campione.

Altra stagione, altro trasloco. Chicco questa volte deve scegliere di persona la sua nuova casa perché proprio in questo periodo la Virtus vende tutti gli appartamenti di sua proprietà: affitta quindi a sue spese la mansarda di un bel palazzo in via Indipendenza, in pieno centro storico. Tra l'altro alcuni mesi prima, per la precisione tra la fine di maggio e l'inizio di giugno, Chicco prende finalmente la patente: quindi basta motorino e basta passaggi da genitori e amici.

La stagione per i bianconeri inizia il 30 agosto. A Verona si gioca la sfida tra la Muller, che si è aggiudicata la Coppa Korac, e la Kinder Bologna vincitrice dell'Eurolega: 61-58 il punteggio con una buona prova di Ravaglia autore di 6 punti con un 2/2 da tre. C'è un però: gli viene nuovamente assegnata la maglia numero 9, quella che considera iellata. In effetti, negli anni immediatamente precedenti con quel numero si sono infortunati prima Moretti, poi Galilea e infine lo stesso Chicco. Purtroppo, però, l'ampio roster della formazione bianconera non gli concede possibilità di scelta.

Il 6 e il 9 settembre sono in programma gli ottavi di finale della Coppa Italia. La Kinder supera il turno battendo in trasferta all'andata la Viola Reggio Calabria, grazie anche agli 8 punti di Chicco in 19' con il 100% al tiro dal campo, e pareggiando la gara di ritorno al PalaMalaguti di Casalecchio. Nei quarti la squadra di Ettore Messina, ancora priva di Danilovic reduce dall'intervento alla caviglia, trova nuovamente la Muller Verona. Due vittorie, anche se con scarti minimi, consentono alla Virtus di guadagnarsi un posto nelle Final Four di Coppa Italia del 30 e 31 gennaio '99, manifestazione che la formazione bianconera si sarebbe poi aggiudicata. In questo inizio di stagione, pur non essendo ancora al meglio, Chicco ottiene dei minutaggi importanti perché per l'assenza di Danilovic Messina è costretto a schierare Rigaudeau come guardia e ad alternare Ravaglia e Crippa in cabina di regia.

Il 20 settembre si disputa la Supercoppa italiana tra la squadra vincente in Coppa Italia, la Teamsystem Bologna, e la squadra vincente in campionato, la Kinder. Il trofeo se lo aggiudica la Fortitudo dopo un appassionante duello tra Myers e Abbio. Per Chicco solo 7' di gioco senza indidere. Nello spazio di una settimana la Virtus fa il suo esordio prima nell'Eurolega '98/99 con la sconfitta interna per mano dell'Olympiakos Pireo e poi in campionato con il successo a Cantù contro la Polti.

Per Chicco purtroppo è nuovamente in agguato la sfortuna. In allenamento subisce un colpo al ginocchio destro, quello operato undici mesi prima. La prima diagnosi è quella di una tendinopatia guaribile in quindici giorni. Dopo essersi sottoposto a due settimane di terapie, per ritrovare la forma migliore riprende ad allenarsi con il professor Grandi. Il ginocchio continua però a fargli male. Vengono fatti ulteriori accertamenti e gli esiti degli esami vengono mandati anche a specialisti francesi e statunitensi. I parere medici però sono discordi. Il chirurgo che lo ha operato l'anno prima, il professor Marcacci, sostiene che sia sufficiente potenziare il muscolo perché poi il giocatore possa tornare in campo. Il dottor Lelli, l'ortopedico cui decide di rivolgersi la famiglia Ravaglia viste le perduranti difficoltà del figlio, sostiene invece che l'atleta dovrebbe essere operato il più presto possibile perché giocando potrebbe pregiudicare ancor di più le sue già non buone condizioni. Nonostante la situazione sia tutt'altro che chiara e il fatto che Chicco avverta ancora dolore, la società lo spinge a scendere in campo anche perché nel frattempo Rigaudeau subisce un piccolo infortunio. Dopo aver saltato otto partite tra campionato ed Eurolega, il 29 ottobre Chicco gioca 3' nella facile vittoria interna contro la Pepsi Rimini. Poi viene sballottato tra tribuna e panchina nelle successive quattro gare: in campionato, contro Teamsystem Bologna e Benetton Treviso, e in Eurolega, contro Olympiakos Pireo e Zadar Zara.

La situazione ormai è tanto paradossale quanto insostenibile. Chicco, molto preoccupato, va a parlare con il presidente della Virtus per tentare di spiegargli che l'intervento è veramente necessario e improrogabile. Visto che la società tarda a concedere per iscritto quell'autorizzazione per l'operazione che essa stessa aveva invece già concesso verbalmente al giocatore e visto che il dottor Lelli consiglia di non perdere altro tempo, Chicco decide di andare comunque sotto i ferri non volendo mettere a repentaglio il suo futuro agonistico per questo atteggiamento ostruzionistico dei vertici societari bianconeri. Infatti, nonostante l'intervento di Brunamonti, il presidente della Virtus non vuole recedere dalle sue posizioni e quindi  la famiglia Ravaglia è costretta a fare tutto da sé e ad accollarsi le spese dell'intervento. In seguito questa situazione farà nascere tra il presidente virtussino e il giocatore una polemica che avrò poi pesanti ripercussioni alla fine della stagione '98/99. Tra l'altro, per questo motivo a Chicco non vengono mai pagati i premi per la conquista della Coppa Italia '97, la "sua" coppa, e dello scudetto '98.

L'operazione è fissata a Villa Laura alle 11 del 24 novembre, il giorno del compleanno di sua madre Morena, che "festeggerà" così la ricorrenza passando la notte in ospedale. In sala operatoria, oltre al dottor Lelli e il suo staff, ci sono anche il professor Grandi e Hugo Sconochini: il preparatore atletico bianconero è lì per osservare lo svolgersi dell'intervento perché sarà poi lui a seguire la rieducazione di Chicco mentre Hugo è lì per dare un supporto morale al compagno e amico. Sono necessaire due ore per riallineare la rotula e per trapiantare la cartilagine. I tempi di recupero inizialmente stimati in circa novanta giorni, dopo l'operazione vengono invece quantificati in almeno otto mesi. Quindi anche la stagione '98/99 per Ravaglia finisce poco dopo essere iniziata.

Ricomincia così il periodo della rieducazione Questa volta senza nessuna fretta. Chicco pensa esclusivamente a riprendere al meglio, come persona prima ancora che coma atleta: l'intervento evidenzia infatti una lesione molto più grave del previsto. I genitori non gli fanno mai mancare il loro conforto e il loro sostegno e anche gli amici si stringono ancora di più attorno a lui: è il periodo, come lo chiama lo stesso Chicco, della "grande paura". Dopo ben tre settimane immobile a letto arrivano prima il momento delle stampelle e poi quello della riabilitazione vera e propria con accanto il professor Grandi, un'altra persona che, assieme a Sasha Danilovic e ad Alessandro Lelli, gli sta molto vicino in questo periodo. Fortunatamente le cose procedono senza intoppi. Chicco lavora in palestra con grande impegno e serietà: vuole tornare ad essere il giocatore brillante di due anni prima, anzi, vorrebbe essere addirittura migliore. Per questo potenzia molti i muscoli della parte superiore del corpo, da sempre il suo punto debole. Con il passare dei giorni il dolore al ginocchio operato si attenua sempre di più, tanto che, tra aprile e maggio, dopo solo cinque mesi dall'intervento, Ravaglia potrebbe forse anche scendere in campo. In realtà si limita a qualche leggera seduta di allenamento con le formazioni giovanili della Virtus perché non è sua intenzione rischiare la carriera per giocare qualche minuto nella fase finale dei playoff scudetto. Comunque, non manca di stare molto vicino ai propri compagni in questo momento non certo felice della stagione bianconera: è il suo modo per sentirsi ancora parte della squadra e per ringraziare i compagni che non gli hanno fatto mancare il loro appoggio nei lunghi mesi dei suoi infortuni.

Proprio in questo periodo Chicco decide di farsi il terzo tatuaggi della sua vita: nella parte alta della schiena, una coppia di delfini con uno sfondo tribale. Il primo era un desiderio giovanile, il secondo un augurio di guarigione, il terzo è invece un messaggio positivo, come a voler dire a tutti "sono tornato".

A fine maggio, gioca la sua prima partita dopo più di sette mesi. A Cento si celebra la festa per i 35 anni del Benedetto XIV. La società estense organizza un match di esibizione tra la formazione che ha appena terminato la stagione e una selezione di giocatori che negli anni passati hanno indossato la maglia biancorossa. Naturalmente Chicco viene invitato come ex componente dell'Andalini '94/95 anche se non si conoscono con esattezza le sue condizioni fisico-atletiche, Dovrebbe quindi giocare con la squadra degli "ex" ma per ragioni scaramantiche preferisce farsi inserire, come "straniero", nell'altra squadra specificando che, a 23 anni, in nessun caso può considerarsi un ex... Dieci minuti senza forzare, lo fanno sentire nuovamente un giocatore dopo tanto tempo trascorso tra operazioni e riabilitazioni. Da Cento, cinque anni prima, è iniziata la sua carriera professionistica e da Cento si augura possa ripartire, con questa partita, la sua seconda vita cestistica.

Finita la stagione, per la prima volta nella sua carriera Enrico Ravaglia è sul mercato senza la presenza della Virtus alle sue spalle. Infatti, il contratto con la Kinder è in scadenza ma la società bolognese non sembra più interessata ad avvalersi delle sue prestazioni. Chicco, comunque, si rende conto di aver bisogno di giocare in una squadra che gli assicuri un alto minutaggio e quindi di dover lasciare Bologna. Il suo agente, l'ex giocatore "Tojo" Ferracini, deve allora trovare una sistemazione che permetta a Ravaglia di dimostrare di essere ancora uno dei migliori playmaker italiani in circolazione.

RAVAGLIA, L'ISTINTO DELLA VIRTUS QUANDO SEGNA DA 3 METTE LE ALI

di Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport - 08/04/1997

 

Enrico Ravaglia, uno dei migliori in gara-1 contro Roma, ha portato alla Virtus freschezza e sfrontatezza, due qualità che nei playoff fanno comodo e saranno utili anche stasera, al PalaEur, per cercare il 2-0 con la Telemarket. Arrivato a dicembre alla corte di Bucci per tonificare una squadra veterana e senza cambio di marcia, oggi mette il suo talento al servizio di Brunamonti che, da grande ex play, ne apprezza le doti. Dei tre registi della Virtus è ora il più affidabile e il più gasato, capace di contagiare i compagni e il pubblico e di reggere le responsabilità. A 21 anni sta diventando un leader, la vocazione non gli manca, nemmeno i cromosomi. Ravaglia è infatti figlio d'arte, il padre Bob è stato un fantastico bomber delle serie minori (B e C, oltre 11mila punti in carriera). Imolese, è un precoce. "A 4 anni stavo sempre con la palla in mano, così i miei genitori, su mia richiesta e non per loro volontà, m'iscrissero all'avviamento al basket presso la Virtus Imola - ricorda Ravaglino -. L'anno dopo, era l'81, andai all'A. Costa, l'altra squadra imolese che ora fa l'A-2, con la quale ho cominciato a giocare subito in una squadretta con bambini 3 anni più vecchi. Crescendo, giocavo i tornei estivi con papà, mi lasciavano fare però già a 10-11 anni segnavo i miei primi canestri da 3 e le domeniche facevo l'ultras di mio padre nella curva dei tifosi. Il passaggio alla Virtus Bologna, sotto l'era Francia, avvenne nell'89, categoria ragazzi. Mi reclutò Messina. Poi ho fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili: cadetti e juniores con Saibene e under 20 con Messina. Risultati? Nessuno. Non ho mai vinto nulla. Dovevo tornare alla Virtus, dopo i prestiti di Cento in B-1 e Varese, per vincere finalmente qualcosa con la coppa Italia del mese scorso". Fisico esile, faccia tosta, Ravaglia quando gioca s'esalta ed esalta. "Mi rifaccio ad Esposito - continua -. Enzino è il mio modello, caratterialmente siamo molto simili. Così, quando segno una tripla, mi viene da fare l'aeroplano. è il mio istinto che mi guida". Di lui si dice che è un mezzo play e una mezza guardia. "Ho sempre giocato regista, ma nelle giovanili dovevo fare tutto, tenere il gioco e realizzare 40 punti. Dopo il primo anno di juniores mi hanno mandato a Cento e lì giravo a 20 punti di media come guardia. A Varese, sotto un grande coach come Rusconi e in una società seria che non smetterò mai di ringraziare per lo spazio concessomi, ho ripreso a fare il play". Non era facile, per un ragazzo, entrare nella Virtus di quest'anno, sempre alle prese con alti e bassi e cambi d'umore. "Ma io ho sempre pensato a giocare estraniandomi da situazioni che non mi competevano anche per la mia giovane età - chiosa Ravaglia -. Adesso nel complesso la squadra sta meglio, i problemi sono rientrati. Quanto a me, sono contento di come sto giocando. La rotazione dei 3 play è utile perché io, Patavoukas e Galilea possiamo dare ritmi e giochi diversi a seconda delle esigenze".

 

ASPETTIAMO IL "CINNO"

di Emanuela Negretti - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

È stata una stagione davvero sfortunata per il cinno. Aveva iniziato alla grande, stava dietro Rigaudeau, aveva voglia di imparare e soprattutto crescere come giocatore. Ma un brutto infortunio lo ha costretto a lottare contro il tempo e contro quel ginocchio che non ne voleva sapere di rimettersi in sesto.

Ha passato molto tempo all'Isokinetik, in compagnia di dottori e preparatori. Ha conosciuto Ventola, il giovane talento del calcio, che compagno di sventura, gli ha regalato la sua maglia. Ha sofferto in panchina con i suoi compagni, ha urlato, ha consumato la voce per gli incitamenti. Di più proprio non poteva fare. Ma nello spogliatoio c'era anche lui, a festeggiare i successi di Eurolega e di campionato, si sentiva anche la sua voce e la gioia che traspariva dai suoi occhi era davvero tanta. In fondo anche lui fa parte della squadra campione d'Europa e d'Italia. Aveva iniziato bene la stagione, era in grande forma e cresceva, cresceva. Accidenti, a quel ginocchio scricchiolone non ci voleva proprio. La sua poteva essere una stagione trionfale, una stagione indimenticabile come lo è stata per i suoi compagni di squadra. Lo aspettiamo, lo aspettiamo tutti: "Chicco Ravaglia è il grido di battaglia".

 

A SOLI 23 ANNI È MORTO CHICCO RAVAGLIA

Raisport.it - 23/12/1999

 

Enrico Ravaglia, giocatore di basket della Canturina Pallacanestro Cantu', è morto stanotte in un incidente stradale avvenuto nei pressi di Piacenza. Ravaglia, conosciuto con il nomignolo di "Chicco", 23 anni, playmaker, alto 1.90, era stato ingaggiato quest'anno dalla formazione brianzola di A1, dopo essere stato fermo a lungo per un grave infortunio ad un ginocchio.

Ravaglia, originario di Castel San Pietro (Bologna), stava tornando a casa per trascorrere le festività natalizie in famiglia, dopo la partita vinta ieri sera da Cantu' contro Reggio Emilia (78-73). In campo Ravaglia era stato il migliore (23 punti): era stato lui, attorno al 16' del secondo tempo, a fare il break decisivo con due canestri da tre punti di seguito.

L'auto di Ravaglia, sulla quale il giocatore viaggiava solo, sarebbe uscita di strada lungo la A1, in prossimità di Piacenza. L'auto è finita contro il terrapieno del cavalcavia che si trova proprio in prossimità dello svincolo per Piacenza-nord. A causa della violenza dell'impatto la vettura è rimbalzata ed è finita in un campo vicino. Ravaglia è stato sbalzato fuori dalla vettura finendo lontano nel campo. Sul posto sono giunti una ambulanza, i vigili del fuoco e la polizia stradale ma, a causa del buio, c'è voluto del tempo per trovare il corpo del giovane cestista, che probabilmente era morto all'istante - sarà l'autopsia a stabilirlo con esattezza - anche se il decesso è stato constatato all'arrivo all'ospedale di Piacenza.

 

VIRTUS SCONVOLTA DALLA SCOMPARSA DI RAVAGLIA

di S.M. Righi - Stadio – 24/12/99

 

Chicco col pass giallo al collo, la maglia scura, i jeans e la faccia piena di meraviglia, nella notte del Palau San Jordi. Chicco ribaltato a terra per la foto ricordo da Barcellona, con le mani al cielo e il braccio di Crippa intorno al collo. Con Binelli giallo in testa e la Coppa dei Campioni lì a venti centimetri Sono tante le istantanee che ha lasciato Enrico Ravaglia alla Kinder, ai compagni, alla gente di Bologna. E sono nitide. Fanno male. Un dolore che si taglia col coltello e che spacca anche un Superman come Sasha Danilovic. L'amico del cuore, in Virtus, il campione e il bambino che si capiscono al volo: vai a sapere come funziona la chimica degli uomini. Danilovic lo aveva preso sotto la sua ala protettiva, gli piaceva quel "cinno", come dicono a Bologna di quelli che hanno tutto da imparare. Ieri Danilovic si è presentato in palestra visibilmente commosso. I duri non fingono. «Questo incidente è una disgrazia incredibile posso solo dire che in questo momento sono vicino al padre e alla mamma di Chicco». Come per una catena dell'affetto, lo stesso pensiero lo hanno espresso anche Ettore Messina e Roberto Brunamonti. «Credo che in questo momento la cosa più importante sia pensare ai genitori e augurargli con tutto il cuore che abbiano la forza di reagire e superare questa tragedia». Messina è stato l'allenatore di Chicco per un paio d'anni. Il primo (1997-98) del bis Eurolega e campionato, poi la stagione scorsa. «Mi ricordo soprattutto che aveva una grande carica, era uno allegro e positivo. Ci provava sempre senza risparmiarsi, in quello che faceva». Roberto Brunamonti, vicepresidente della Kinder, ha vinto una Coppa Italia da allenatore dei bianconeri nel 1997. Per un mese e mezzo ha retto la baracca dopo Bucci. Quella vittoria in Coppa porta soprattutto la sua firma, la firma di Chicco. Poi c'è Enzo Grandi, il preparatore atletico della Kinder; nel calvario dell'infortunio e della rieducazione è stato il bastone di Chicco, la sua guida, la pomata psicologica da spalmare sulla depressione e sulla rassegnazione. «È un momento drammatico, se penso che aveva ritrovato l’entusiasmo per la nuova vita sportiva. Qui è stato il cucciolo del gruppo, tutti gli volevano bene». Tutti sì, ma qualcuno anche di più. Hugo Sconochini, ad esempio, che ricorda la visita in ospedale il giorno dell'intervento, le partite a carte durante il ritiro. E poi Aiessandro Abbio che ha diviso con lui tante stanze di albergo e il posto nello spogliatoio: «È un'idea che avevo già da prima di questa tragedia, secondo me il basket gioca troppo e troppo spesso. Non vedo perché il calcio debba fermarsi per due settimane e noi siamo in campo anche dopo capodanno. In questo modo i giocatori sono costretti a lottare contro il tempo per guadagnare un giorno per la famiglia o per gli allenamenti, si corre troppo. Spero che l’Agiba consideri il problema».

Chicco in passaggio

 

LA COPPA ITALIA PER CHICCO

di Flavio Tranquillo - Bianconero n. 1 anno 5 - gennaio 2000

 

Pensare o scrivere di basket è immensamente difficile dal 22 dicembre. L'autostrada si è portata via Chicco ma anche un pezzo della nostra innocenza, perché come nel caso di Davide Ancilotto a lasciarci in maniera a dir poco imprevedibile (quanto sono impotenti le parole...) è stato un ragazzo che a pallacanestro, senza talento, avrebbe giocato in serie C o D, e magari anche in Prima o Seconda Divisione.

Un altro, come Davide, di quelli che di basket avrebbe vissuto dalla mattina alla sera, un altro che considerava la possibilità di guadagnarsi da vivere con questo meraviglioso sport un privilegio, anzi qualcosa di più.

Un altro come Davide che invece il talento ce l'aveva, che era diverso da tanti altri, non senza difetti, che ti colpiva per vitalità.

È però impossibile non affrontare l'argomento, tanto sai che l'amore per il basket torna, forte come e più di prima.

E allora una delle poche cose che si possono fare, perché le azioni sono impotenti quanto le parole, è cercare di ricordare e celebrare, mettendo il massimo impegno in quelle cose, assai terrene, che hanno a che fare con il grande amore di Chicco, un pallone da buttare in un cerchio. Per questo tutta la famiglia del basket italiano vorrebbe che il primo grande appuntamento della stagione, la final 8 di Coppa Italia in programma a Reggio Calabria dal 26 al 29 gennaio, si risolvesse con un successo, non certo di cassetta ma di immagine.

La Lega Basket è pronta per dedicare simbolicamente e no all'amato Chicco l'intera manifestazione, ma sarebbe davvero bello se per una volta a vincere, perdonate la retorica, fosse proprio il basket. Il basket che dispensa gioia e amarezza, vittorie e sconfitte, da accettare in una dialettica a volte terribile, sempre cruda ma forse proprio per questo affascinante.

Sì, sarebbe proprio bello se questa volta giocassimo tutti per Chicco, mettendoci lo stesso impegno che ci ha messo lui per recuperare dalle operazioni chirurgiche, lo stesso spirito con cui festeggiava una bomba azzardata per chiunque altro, la stessa carica.

Purtroppo non basterà a ridarcelo, purtroppo non sarà più come prima, questo è chiaro. Per quel poco che possiamo fare però, non scordiamoci la faccia di Chicco dopo quel Kinder-Mash di Coppa Italia in cui aveva trascinato la Virtus alla finale.

E non scordiamoci che battersi per segnare un punto, indovinare la scelta di mercato, avere una notizia prima degli altri o insegnare bene la zona è importantissimo per tutti noi malati di basket, ma che si può fare con lo spirito giusto, quello di Chicco, quello che non vogliamo scordare mai e poi mai.

 

CHICCO: DA RAGAZZINO A GIOCATORE VERO

di Predrag Danilovic - tratto da ...per sempre Chicco

 

Rimasi molto sorpreso quando rividi Chicco per la prima volta. Ero appena tornato alla Virtus dopo i due anni nella NBA: il ragazzino che mi passava il pallone durante le sedute di tiro nei miei primi tre anni a Bologna era diventato un mio compagno di squadra!

Stagione '93/94, la prima con Alberto Bucci in panchina, quella del secondo scudetto. Chicco era giovanissimo [aveva 17 anni e faceva parte della squadra Cadetti ma giocava anche in quella Juniores, nda] ma a volte veniva ad allenarsi con noi della prima squadra: era sempre sorridente e s'impegnava al massimo. Spesso si fermava dopo l'allenamento per passarmi la palla nelle mie lunghe sedute di tiro supplementari. A differenza di altri ragazzi sembrava contento anche solo di stare lì a fare il raccattapalle: questo perché la pallacanestro gli piaceva davvero.

Nella stagione '97/98, quella del mio ritorno a Bologna, Chicco era ormai diventato un giocatore vero. Mi spiegarono che l'anno prima era stato lui il trascinatore della squadra, nonostante la giovane età e il fatto che fosse arrivato da varese a metà stagione. L'annata non fu particolarmente positiva ma grazie soprattutto alle sue ottime prestazioni la Virtus riuscì comunque a vincere le Final Four di Coppa Italia. Comunque era rimasto uguale a come me lo ricordavo: allegro, spensierato, ma con una gran voglia di arrivare e di dimostrare ai "vecchi" il suo valore. In questo mi rivedevo in lui.

Diventò il mio pupillo e anche la mia vittima preferita. Una volta, prima dell'inizio di un allenamento, io e Zoran Savic lo chiudemmo dentro al cesto portapalloni del palazzetto di Casalecchio e lo lasciammo lì per un bel po' di tempo facendolo girare su sé stesso. Quando lo tirammo fuori era così disorientato che per mezz'ora non riuscì a segnare neanche un canestro e per questo motivo si beccò anche gli urlacci di Messina...

Come giocatore mi piaceva molto: aveva talento, faccia tosta e un gran tiro. Ed era molto veloce: sapeva condurre il contropiede e sapeva cosa fare con il pallone in mano. Non era uno di quei giovani che quando scendono in campo si preoccupano solo di fare il minor numero di sciocchezze possibile. Ma soprattutto era un tipo competitivo, odiava perdere. A fine allenamento giocavamo spesso uno contro uno e quando perdeva ci rimaneva davvero male: ecco un'altra cosa che piaceva di lui.

Fuori dal campo diventammo amici: era allegro, simpatico e decisamente "fuori di testa". Mi vedeva comeun fratello maggiore ma io lo consideravo già un adulto per la sua voglia di arrivare, per la sua determinazione e per il fatto che era cresciuto in fretta, come me.

Era rimasto molto deluso per come la Virtus lo aveva trattato dopo i due anni d'inattività dovuti agli infortuni. Soprattutto era molto dispiaciuto di dover lasciare Bologna. Il professor Grandi ed io parlammo spesso con lui in quel periodo per fargli capire che sarebbe tornato ad essere il giocatore di prima anche lontano dalla sua città.

Quando firmò per Cantù era molto contento: aveva la possibilità di dimostrare di non essere un giocatore finito. Si ambientò in fretta nella nuova realtà e divenne subito un giocatore importante per loro.

Ogni volta che tornava a Bologna, la domenica sera dopo la partita, mi chiamava e spesso ci incontravamo anche solo per fare quattro chiacchiere. Anche quella volta avremmo dovuto vederci, per andare a cena insieme e scambiarci gli auguri di Natale.

 

IL MIO AMICO

di Alessandro Gallo - Bianconero n. 1 anno 5 - gennaio 2000

 

Il mio amico. Il mio amico Chicco Ravaglia. Lo scriviamo noi, oggi, su queste colonne di Bianconero, ma sono sensazioni che chiunque, in questi momenti, potrebbe descrivere. Qualsiasi appassionato di basket perché Chicco, anzi il "Cinno", non aveva nemici. Non poteva averne, nemmeno dopo aver litigato, perché era impossibile serbare rancore a quel sorriso aperto e a quegli occhi chiari che ridevano. Riuscivano a ridere anche quando quel dannato ginocchio non voleva saperne di mettersi a posto. Quando sembrava che la favola di Chicco avrebbe dovuto interrompersi per una maledetta condrite. Invece la favola di Chicco, del nostro e del vostro amico, si è interrotta, bruscamente. Si è interrotta quando CHicco aveva appena cominciato a scrivere, con grande entusiasmo, quelle righe che solo lui poteva vergare. Non sappiamo, ora, se la favola potrà trasformarsi in leggenda perché il destino ci ha privati del nostro amico Chicco troppo presto. Però sappiamo con certezza che il numero delle persone che gli volevano bene, che lo stimavano e lo apprezzavano come giocatore e come uomo, era elevato. L'abbiamo visto, con le lacrime che solcavano copiose, le nostre e le vostre guance, nei palazzetti di tutta Italia. L'abbiamo visto a varese, la sua prima società di A1;l'abbiamo visto a Montecatini, dove la Virtus ha giocato con le canotte listate a lutto e dove hanno letto una poesia per lui. L'abbiamo visto al PalaDozza, dove giocava la Fortitudo, ma anche dove uno striscione ha riassunto lo stato d'animo di tanti: "Il dolore non ha colori. Ciao Chicco!".

Già, il dolore. Quel dolore che ci prende quando vediamo l'immagine di Chicco sorridente, con la divisa della Canturina Servizi addosso. E pazienza che Chicco non fosse più nella Citta dei Canestri, perché Chicco, comunque, era uno dei nostri. Con il suo entusiasmo, la sua voglia di giocare, di chiacchierare. L'ultima intervista, prima della sua partita a Bologna, contro la Kinder, glie l'avevamo estorta mentre lui era davanti alla tivù, a seguire il confronto tra Lazio e Chelsea. Per dirla tutta aveva beccato la segreteria del suo telefonino. "Dai Chicco, attacca quel cellulare che facciamo quattro chiacchiere". E cinque minuti dopo, prima ancora di avere il tempo di dire pronto, ci aveva già beccati: "Scommetto con me che vuoi parlare con me come ex della partita". E l'aveva fatto, Chicco, ricordando i suoi due anni e mezzo in bianconero. Dalla Coppa Italia ai sogni tricolori, all'idea di recuperare, almeno per essere nei dieci, a Barcellona, per scrivere il proprio nome in una giornata storica per la sua Virtus. Non si era smontato, CHicco, non lo smontavi mai a dispetto di quel fisico che forse avrebbe avuto bisogno di qualche chilo di più "in muscoli" per seguire Danilovic o Abbio senza paura. "Mi scappa da ridere - aveva detto - Io, marcare Danilovic. Mi scappa da ridere perché una figura peggiore di quelli che l'hanno già marcato non posso farla. Ma star dietro a Sasha mica è facile". Non era facile, ora, tener dietro allo scatenato Chicco che, da solo, aveva affossato quella Reggio Emilia che in estate non l'aveva voluto, non credendo nel suo talento, nella sua voglia di recuperare.

Da quel tragico 23 dicembre Chicco ci manca. Manca a mamma Morena e a papà Bob. Manca alla nonna Guerrina e al cugino Andrea Tarozzi, quello della Fiorentina, che tifa Fortitudo, ma chissenefrega - diceva Chicco - tanto siamo parenti. Manche all'altro Tarozzi, Marco, il nostro collega, che scrive per "Calcio 2000". Ci manca terribilmente. E ogni giorno che passa l'idea di un distacco così è sempre più dura.

 

«SAREBBE ANCORA PETER PAN»

di Daniele Labanti - Corriere di Bologna - 17/12/2009

 

C’era il gelo e una spruzzata di neve anche quella maledetta notte là, il 22 dicembre ’99, quando il fato si è portato via Chicco. Sembra che il tempo si sia fermato, Bologna, Cantù, l’autostrada, la neve, il freddo, il vuoto incolmabile nemmeno dieci anni dopo. La festa doveva ancora iniziare, c’era stato solo un preludio firmato da Chicco che vinse da solo la partita contro Reggio Emilia e stava correndo a Bologna dal Pianella. Dopo due anni di sofferenze, lavorando su quelle ginocchia fragili operate due volte, era tornato. Era di nuovo lui, un piccolo mago che cambiava le partite disegnando i sorrisi e i canestri, un incrocio fra Harry Potter che doveva ancora nascere e Peter Pan che viveva da sempre nell’isola che non c’è. Là, ora, è Chicco. E a tutti continua a mancare da matti.

Al fianco di Chicco Ravaglia per anni abbiamo visto mamma Morena e papà Roberto, ma anche Filippo Nanni, migliore amico, consigliere, compagno di tanti uno contro uno al campetto e bevute nei locali di Riccione, autore della sua biografia. «Non saprei proprio immaginarlo oggi, a 33 anni, magari a fine carriera. Ce lo chiediamo spesso anche con Morena e Roberto, quando parliamo di lui e quando ci ritroviamo a cena, tutti gli anni, il 22 dicembre. Come sarebbe? Credo che avremmo di fianco una specie di Pozzecco, l’eterno bambino diventato maturo ma capace di mantenere la spensieratezza di un adolescente. Se fosse qui non sarebbe invecchiato, sarebbe single, farebbe i soliti scherzi e le solite battute». «Era il più forte di tutti alla sua età. Entrava in campo, anche quando giocava accanto a Danilovic, senza timidezza ma convinto di fare qualcosa. Questa era la sua più grande qualità, giocava per lasciare il segno». Chicco è cresciuto nell’Andrea Costa Imola, poi ha scelto la Virtus nel mazzo di grandi società che lo seguivano e l’avrebbero portato via a peso d’oro. «Con due tiri e due passaggi chiudeva le partite. Era un predestinato, da ragazzini avevamo anche fantasticato di aprire un bar insieme. Ma tutti sapevamo che avrebbe fatto il giocatore professionista».

«Era il re della foresteria alla Virtus, poi andò in prestito a Cento e qui si accorsero che valeva la serie A. E così lo mandarono a Varese, dove imparò alla scuola di Pozzecco. Ma quando alla Virtus lo richiamarono, nel ’97, fu decisivo per vincere la Coppa Italia con Brunamonti in panchina. Aveva 21 anni». I tifosi della Virtus l’amavano, vinse la semifinale contro Verona con un 4/5 da tre e molti si convinsero di avere in casa un campione. «Per questo soffrì quando Cazzola si comportò male con lui. La seconda operazione al ginocchio voleva farla con Lelli, ma il presidente s’imputò negando il permesso. La famiglia pagò a Chicco le spese, Cazzola si rifiutò persino di versargli i premi-vittoria che gli spettavano. Finì male, la Virtus era la sua seconda casa. Ma non lo vidi mai abbattersi per questo, soffriva ma teneva tutto dentro perché non amava mescolare il lavoro con la vita privata».

«Fuori era un gigante, era capace di uscire tutte le sere, allenarsi, andare a scuola, tornare in discoteca. Quando io ero cotto, lui nemmeno sbadigliava. E in campo non arretrava di un passo, aveva una capacità di recupero fenomenale. Forse perché di basket non si parlava mai. Ci concedevamo solo un flash, nell’intervallo delle partite: lui risaliva in campo e mi buttava un occhio, io gli facevo un cenno e si avvicinava per ascoltare due dritte. Fine. Fra me e lui, mai un pallone a spicchi di mezzo».

Suoi amici furono Sasha Danilovic e Hugo Sconochini, Gianmarco Pozzecco e Antonello Riva. Suoi allenatori furono Piero Bucchi e Giorgio Valli, Ettore Messina e Dodo Rusconi. E tanti, tanti altri. Con Giorgio ebbe forse il primo e unico screzio con un coach, lo fece arrabbiare a tal punto che Valli lo lasciò in panchina in un derby Knorr-Mangiaebevi sapendo di perdere. «Il nostro rapporto iniziò in modo burrascoso, poi superò quello fra coach e giocatore e si cementò. A lui penso ancora oggi come ragazzo e non come atleta, il ricordo è straziante. Mi chiamava tutti i lunedì dopo le partite, avrei potuto tenerlo con me negli junior ma lo mandai a Cento per confrontarsi con i più grandi. Volevamo che quel talento sbocciasse». L’esplosione, l’ascesa inesorabile, fino a quella notte là. Cantù. «Vivere nel cuore di chi resta vuol dire non morire mai».

 

VIRTUS E CANTÙ, RICORDANDO CHICCO RAVAGLIA

di Marco Tarozzi - www. virtus.it - 22/12/2015

 

Domani sera avremo l’ennesima dimostrazione di cosa significhi lasciare il segno. Restare nel cuore della gente, nonostante il tempo che scorre, e troppo spesso corre. Perché sono sedici anni che Chicco Ravaglia se ne è andato, in una notte assurda che doveva essere di festa e si trasformò in tragedia dopo quell’incontro maledetto col destino. Sedici anni, eppure Chicco è qui, nei nostri cuori e nei nostri pensieri, perché nei suoi ventitré splendidi anni di vita aveva saputo dispensare affetto, serenità, amicizia, passione, gioia, entusiasmo. E chi lo ha conosciuto, chi lo ha amato, chi lo ha semplicemente incrociato in quelle giornate di basket e di vita, si è tenuto dentro un po’ del suo sorriso.

Sedici anni dopo, il calendario ha messo insieme una partita che è ricordo e coincidenza: la sua Virtus contro Cantù, la sua ultima squadra, quella dell’ultima recita, e un luogo in cui, ancora una volta, Enrico aveva saputo conquistare l’affetto della gente. Domani sera sarà il 23 dicembre, e Chicco è volato via nella notte tra il 22 e il 23 dicembre, sedici anni fa.
Forse anche il destino, che gli fece lo scherzo più atroce, si sente in colpa e si muove per perpetrarne il ricordo, aggiungendo suggestione coi suoi incroci imprevedibili. Per scusarsi di quel Natale che Chicco non fece in tempo a festeggiare, di tutto il tempo rubato dopo, di tutto il vuoto a cui ha costretto chi gli voleva e ancora gli vuole bene.

Domani sera mamma Morena e papà Bob saranno alla Unipol Arena, vicini alla Virtus come sempre. E a loro andrà l’applauso e l’abbraccio di due tifoserie che nel suo nome, per un tempo breve che sembrerà infinito, lasceranno da parte la rivalità sportiva. I Forever Boys e gli Eagles si stringeranno intorno alla famiglia Ravaglia, come tutto il popolo bianconero, come tutta la Virtus, la casa sportiva dove era cresciuto e sbocciato. E insieme, ognuno a suo modo, urleranno il suo nome. Come un richiamo.

 

SHORT STORIES - Quarta puntata

programma radiofonico di Marco Tarozzi - in onda su Rado Bologna Uno - 17/02/2017

 

Ci sono storie che sembrano bellissime, fino al momento in cui ti accorgi che sono state scritte male, perché hanno finali sbagliati. E allora ci resti inchiodato sopra, a farti domande, a pretendere risposte che non arriveranno mai. Sono pugni nello stomaco che ti lasciano lì, a boccheggiare, a cercare aria per riprenderti e ripartire, perché da qualche parte ti hanno comunque insegnato che la vita va avanti.

Ci sono storie che vanno ricordate, non per prolungare il dolore e la rabbia, ma per l’intensità che ci hanno regalato. Storie come quella di Enrico Ravaglia, che per noi resterà sempre e soltanto Chicco, giovane eroe del nostro basket. Che il prossimo 20 febbraio, se il destino non gli avesse tirato il più assurdo e bastardo degli scherzi, festeggerebbe i suoi primi quarantuno anni. Quasi inimmaginabile: facciamo fatica a pensarlo, Chicco, in fondo a una carriera che tutti immaginavamo felice; facciamo fatica a pensarlo uomo, avendo in testa quel suo sorriso da “cinno” che ti si attaccava addosso, che contagiava. E quella passione pura che lo pervadeva, facendolo attraversare la vita a doppia velocità, con l’entusiasmo e l’esuberanza dei vent’anni.

Il sorriso di Chicco si è spento una notte maledetta di diciassette anni fa, senza dargli il tempo di affacciarsi a questo “secolo nuovo” pieno di contraddizioni. Alla vigilia di un Natale che doveva essere di gioia. Con un numero dannato che ricorre, quasi a prendersi gioco di tutto il nostro amore. Ventitré. Quel numero che resta appiccicato a un destino.

Quella notte, il 23 dicembre del 1999, Chicco tornava da Cantù, dove aveva messo in campo tutta la sua voglia di rivincita, di rinascita dopo un periodo in cui i problemi fisici lo avevano assillato. E aveva segnato ventitré punti alla Bipop Reggio Emilia di Dado Lombardi, poche ore prima, trascinando Cantù a una vittoria memorabile di cui era stato assoluto protagonista. E aveva soltanto ventitré anni, e una vita davanti.

Ventitré.

Era un predestinato, Chicco. Fin dagli anni in cui seguiva papà, quel Bob  Ravaglia eroe di un basket appena minore, ma vissuto alla grandissima, uno dei più forti tiratori della sua epoca. Bob che si era anche affacciato alle ribalte della Serie A, ma aveva trovato ai piani di sotto la sua collocazione perfetta, che lo rendeva leggenda. E nella sua Imola, Chicco aveva mosso i primi passi sempre dietro alla canotta del babbo, e una volta sul parquet aveva mostrato i segni di un talento che era evidentemente nel Dna.

L’approdo alla Virtus era stato un ingresso all’Università dei canestri. Col suo carattere esuberante, la sua allegrìa, ma anche con la capacità di parlare la lingua universale del basket, Chicco aveva conquistato tutti. Il mitico professor Grandi, i compagni. Soprattutto lui, il numero uno, carattere difficile per tanti aspetti, ma pronto ad aprirsi davanti a quella specie di fratello minore che gli chiedeva consigli e lo ascoltava estasiato. Lui, Sasha Danilovic.

-------

Sasha è stato più che un amico, per Enrico Ravaglia. Il suo mentore, quasi a proteggerlo da ciò che ancora poteva essere o sembrare più grande di lui. Per un motivo semplice: aveva rivisto in quel ragazzo la sfrontatezza e la voglia di arrivare dei suoi vent’anni. Chicco gli assomigliava. Non era solo questione di classe, ma di carattere e di volontà. E questo, allo Zar, piaceva parecchio.

Ecco come Sasha Danilovic ha raccontato cosa è stato per lui quel ragazzo: “Come giocatore mi piaceva molto: aveva talento, faccia tosta e un gran tiro. Ed era molto veloce: sapeva condurre il contropiede e sapeva cosa fare con il pallone in mano. Non era uno di quei giovani che quando scendono in campo si preoccupano solo di fare il minor numero di sciocchezze possibile. Ma soprattutto era un tipo competitivo, odiava perdere. A fine allenamento giocavamo spesso uno contro uno e quando perdeva ci rimaneva davvero male: ecco un'altra cosa che piaceva di lui”.

I ricordi personali si confondono con quelli che appartengono a tutti. Enrico Ravaglia era mio secondo cugino. Per l’esattezza, la sua amatissima nonna era cugina di Giuliano, mio padre. Avevamo età diverse, non siamo cresciuti insieme, ma ricordo quelle incredibili occasioni di "raduno" della famiglia, un rito antico voluto e organizzato dai grandi vecchi della stirpe, con tre generazioni di Tarozzi a confronto, in cui noi rappresentavamo la… generazione nuova. E ricordo il senso di unità che ci arricchiva, che mi piacerebbe ritrovare. Ricordo in particolare il primo incontro tra Chicco e Andrea Tarozzi, che allora giocava nel Bologna. Lo organizzai, approfittando della parentela, nella redazione del quotidiano per cui allora lavoravo, quello che per me era semplicemente il vecchio “Stadio”. Non si erano mai visti prima, perché alla fine da Imola a Sasso Marconi era comunque un viaggio, ma si piacquero da subito. Questione di talento, di spontaneità, di gioventù. Ne nacque un bellissimo legame: Andrea ha dedicato a Chicco il suo primo gol, segnato quando già indossava la maglia della Fiorentina, e ha chiamato Enrico il suo primogenito.

Una vita spezzata, mai cancellata. Chicco è ancora tra noi, nella tenace voglia di ricordarlo sempre, negli amici che ancora lo raccontano sorridendo, nell’unione di Morena e Bob contro tutte le tempeste della vita, nell’applauso e nel coro dei Forever, nelle fotografie che adesso sono pezzi importanti di una storia. La grande storia della Virtus, di cui lui voleva essere parte, da cui lui era passato portando freschezza, gioventù, talento.

Dove è passato, ha lasciato qualcosa di sé. Nella sua Imola, alla palestra Porelli, a Varese dove ha acceso l’amicizia del Pozz, a Cantù dove hanno ritirato la sua maglia. E’ stato un talento naturale, un ragazzo divertente e divertito, un giocatore vero, un compagno dei nostri anni spensierati. Ricordandolo, lo sentiamo sempre accanto con la sua forza d’animo e la sua genuinità.

E così in questi giorni, quando in una vita normale dovremmo essere qui a festeggiarne il compleanno, ci viene naturale mandargli un saluto. Un semplice saluto a un amico che ci ha regalato pensieri positivi.

 

Questo è il file audio della puntata di Short Stories dedicata a Chicco.
Nel finale c'è anche una breve intervista a Chicco.
 


Check this out on Chirbit