MICHEAL RAY RICHARDSON

Sugar parte in contropiede

nato a: Lubbock (USA)

il: 11/04/1955

altezza: 196

ruolo: playmaker/guardia

numero di maglia: 20

Stagioni alla Virtus: 1988/89 - 1989/90 - 1990/91

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 2 Coppe Italia, 1 Coppa delle Coppe

 

«SUGAR» RICHARDSON A BOLOGNA. STORIA DI BASKET E COCAINA

di Leonardo Iannacci - L'Unità - 23/08/1988


Adesso è quasi certo. Micheal Ray Richardson detto «Sugar» giocherà nella prossima stagione con la maglia della Knorr Bologna. La fortissima guardia statunitense, bandito dalla Nba due anni fa in seguito a un test che aveva dimostrato la sua dipendenza da sostanze stupefacenti, ha ottenuto dalla Lega professionistica la riqualificazione. Nonostante le numerose offerte subito giunte dagli States, Richardson ha deciso dì onorare il contratto con la Virtus Bologna. Moltto probabilmente «Sugar» ha inteso tagliare i ponti con il mondo del basket professionistico americano in cui anni fa iniziò la sua grande carriera sportiva ma anche la tremenda odissea nel mondo della cocaina.

Il giovane Ray infatti, texano di nascita, uscì nel 1978 dall'Università del Montana e appena 23enne (è nato l'11 aprile 1955) fu prima scelta della mitica franchigia dei New York Knickerbockers. Il ragazza approdò nella «grande mela», tentacolare e pericolosa per un ragazzo di provincia che aveva fatto della pallacanestro la sua unica ragione di vita. Fu probabilmente agli inizi degli anni '80 che Ray cadde nell'abuso continuo di cocaina, d'altronde le quasi quattro partite settimanali in programma nell'Nba e le tensioni accumulate durante le partite non furono certo d'aiuto per ilcaratter e debole e psicolabile del ragazzo.

Trasferito nel frattempo ai New Jersey Nets, Ray, che sul parquet si rivelò un grandissimo artista nel ruolo preferito di guardia, venne sospeso per tre volte, alternando prestazioni eccezionali a periodi difficili per i problemi denvati dalla droga. Sintomatica la vicenda dell'autunno del 1984 quando Richardson fuggì dal campo di allenamento dei Nets e, in preda ad una crisi di astinenza, si rifugiò in un motel. Solo dopo tre giorni il suo allenatore Stan Albeck nuscì a scovare Richardson e, con grande spirito umanitario, lo aiutò ad uscire dal terribile tunnel della cocaina. Ray, stimolato e controllato dai medici della società, disputò una grandissima stagione trascinando i Nets: quell'anno il ragazzo venuto dal Montana fu tra i primi nella classifica assoluta delle palle recuperate e degli assist. Poi, nel 1986, quando la cocaina sembrava ormai un ricordo per Ray «Sugar», la mazzata in seguito ad un test a cui molti giocaton si sottopongono periodicamente, la guardia dei New Jersey NEts venne positivo e fu bandito dalla National Basketball Association. La contemporanea  scompara di Len Bias, la giovane speranza dei Boston Celtics, trovato morto in seguito ad una overdose di cocaina, convinse la Lega professionistica americana ad usare il pugno duro nei confronti del recidivo Richardson.

Una a di parola di speranza per il ragazzo del Montana doveva arrivare solo dalla lontanissima Bologna quando il nuovo direttore tecnico Dan Peterson propose all'avvocato Porelli il recupero, l'ennesimo, di quello che era stato un grande campione dell'Nba. La possibilità di un ingaggio italiano era legata però alla riqualificazione che è stata concessa dal commissioner David Stern solo nei giorni scorsi. Ecco perché, al di là dell'aspetto sportivo e prettamente tecnico, la vicenda Knorr-Richardson assume i contorni del recupero di un uomo più che di un atleta. Ma anche una scelta difficile e piena di insidie.

'SONO FUORI DALL' INFERNO'

di Walter Fuochi – La Repubblica – 20/08/1988

 

Me lo ricordo bene, il giorno più brutto della mia vita. Fu quando la Nba mi buttò fuori a calci. Di lì è stato tutto un inferno. Gli ultimi due anni senza basket veramente durissimi: perché è pesante non poter fare una cosa che è una parte fondamentale della tua vita. Per decidere di piantarla con la droga non avevo un motivo preciso. Semplicemente, un giorno, mi sono detto che non potevo più continuare a vivere così. E il momento più bello è stato quando mi hanno riqualificato, quando mi hanno detto che avrei potuto rigiocare a basket.

Micheal Ray Richardson, detto Sugar, ha 33 anni, i capelli crespi rasati corti, un vistosissimo anello giallo, una lieve balbuzie che quasi indugia sul carnoso labbro inferiore, quando comincia ogni frase. E un fisico snello, potente, distribuito su 195 centimetri: forse non è più quello di quando, al suo esordio nel '78 con i Knicks di New York, fu giudicato il miglior playmaker del basket professionistico americano; ma potrebbe bastargli per correre ancora più veloce di tutti, per galleggiare su braccia e teste quando cambierà passo per l'entrata, il pezzo migliore del suo repertorio di uomo-jet del parquet.

A credere che il rovinoso idillio di Richardson con la cocaina, fonte di improvvise uscite di scena e poi di una lunga squalifica, sia una storia finita è stata la Knorr Bologna, che gli ha firmato un contratto biennale per 350.000 dollari a stagione. Lui dice che anche Lakers, Celtics e Pistons, ossia l'aristocrazia della Nba, e pure il suo vecchio club dei Nets, l'avrebbero preso. L'avvocato Porelli, procuratore generale della Virtus, giura che è stata una questione di ore anticipare il decollo di un'asta che sarebbe diventata proibitiva. E aggiunge che l'elevato ingaggio di Sugar non spingerà il basket italiano su una spirale folle, come molti hanno detto nel cuore della polemica più calda dell'estate.

Potevamo investire parecchi soldi, non crediamo di averli buttati via: in ogni caso è un'operazione legittima che riguarda la nostra società, non il basket italiano. La crescita degli ingaggi è fisiologica, posso concordare che questo può sembrare un salto di qualità più netto. Ma non siamo i primi: le operazioni di Borghi a Varese, venti anni fa, le stesse, più recenti, di Gabetti a Milano sono state svolte altrettanto vistose.

Sui soldi che prenderà, Sugar ha un'idea chiara.

So che in Italia, probabilmente, guadagnerò meno che in America. Ma questa è anche un'occasione per allungarmi la carriera. Là si gioca 4 o 5 volte la settimana, qui solo una o due e io vorrei durare altri cinque anni. Cominciando a vincere subito.

Dicono che il talento di Sugar non si sia sprecato solo accanto alla polvere bianca, scoperta nell'82, prima inalata poi fumata con la pipa, in dosi sempre più forti. Un divorzio burrascoso (ora è risposato, con due figlie), molti agenti avvicendati, molti quattrini buttati, un'abitudine a cambiare tantissime auto (era un hobby, adesso ne ho solo due) inquadrano insicurezze e stravaganze tipiche del campione immaturo. A Bologna Richardson disporrà di una Uno della società, e sarà controllato rigorosamente per inviare alla Nba, che li ha richiesti per la riqualificazione, rapporti quindicinali sulla sua salute.

Mi sento benissimo dice lui , ho appena giocato a Houston, alla Summer League, con Olajuwon e Moses Malone. Non ho dubbi sulla mie capacità di giocatore. La droga è una storia finita. So benissimo che, in un certo periodo della mia vita, avrei potuto crepare di overdose, com'è successo al povero Len Bias, quel ragazzo dei Celtics.

Le cadute furono tante. Roba per un libro o un film, che in America qualcuno sta realizzando. La prima, nell'82, lo fece trasferire da New York a S. Francisco, coi Golden State: un declassamento che aggravò la situazione. Dalla California ai New Yersey Nets. Altra coca e primo ricovero: tre settimane in un centro di recupero per tossicomani, per “pulirsi”, proclamarlo convinto e invece cominciare a entrare ed uscire dagli ospedali. Nell'85, una bella parentesi: 20 punti a partita e la nomina a Comeback player of the year, il miglior giocatore rientrato in attività. Un'offerta di contratto da tre milioni di dollari, prima di sparire, letteralmente, dentro un centro di recupero di Los Angeles. Due anni senza Nba, un incarico da allenatore in una squadretta israeliana, partite nelle leghe minori americane. Adesso, finalmente, Bologna: una scommessa per Sugar e per chi l'ha voluto.

 

NON SEMPRE I NOMI FANNO ARROSTO

di Gianfranco Civolani – Superbasket – 10/11/1988

 

Richardson qua, Richardson là. Grande Sugar, ma quanto grande è poi davvero tanto grande? Fateci caso: dai primi strombazzatissimi hurrà siamo passati alle inquietudini, e preoccupazioni più o meno sommesse e comunque a un accenno di sospensione di giudizi. Sugar gioca discretamente male le prime due gare di campionato e in ogni caso mai riesce a raggiungere un decente cinquanta per cento nel tiro. E allora a Bologna e soprattutto fuori Bologna ci si interroga su questo gran fenomeno che però, forse, a trentatré anni e con quel che ha passato…

Se permettete, io Richardson me lo sono andato a vedere più volte al Madison di New York (quando appunto Sugar giocava e spumeggiava nei Knicks) e dunque credo di poter dire le cose che seguono. Richardson ai suoi bei dì era veramente un mezzo fenomeno, sicuramente uno dei primi dieci giocatori NBA in assoluto. Mettiamo che allora valesse dal nove al nove e mezzo, per intenderci. Poi è successo quel che è successo e oggi Sugar non è più lui. È appesantito, probabilmente non riesce più a tirar fuori dal suo tisico il rigoglio di energie che una volta era il suo pezzo forte. Per farla corta: se ieri e soprattutto l'altro ieri Sugar valeva fra il nove e il dieci, oggi è sul sette e mezzo o giù di lì. E allora? E allora teniamoci comunque stretto un giocatore sicuramente fra i migliori che ci siano nel nostro campionato, ma guardiamo la realtà per quel che è. Richardson è il miglior americano mai approdato a Bologna? In rapporto a quel che aveva vinto al paese suo, il migliore resta Jimmone McMillian, tanto per cominciare. Perché l'americano o il brasiliano o insomma lo straniero lo devi valutare sulla scorta di quel che può darti al presente, non certo per belle e gloriosissime cose che può aver fatto chissà quanti anni prima. Richardson all'età di ventisei-ventisette anni era un prodigio in fatto di velocità di concezione e di esecuzione e recuperava vagonate di palloni e dava il ritmo lui ai Knicks. Non era un sublime tiratore, era un realizzatore ma appunto non un tiratore puro. Oggi Richardson è un giocatore che fa ricordare i tempi belli e poi ripeto che dobbiamo porci tutti una domanda: questo Richardson al cinquanta per cento di quel che fu può bastare per la Virtus? Può bastare eccome, ma a patto che non si voglia a tutti i costi beatificare il buon Sugar e a patto che a lui e solo a lui non si voglia chiedere subito uno scudetto. E a proposito di Richardson e di casi consimili: abbiamo ormai visto frotte di americani reputatissimi che poi nel nostro campionato si sono fermati a mezza via. E ne abbiamo visto altri ancora(McAdoo, per esempio), che anche in veneranda età hanno continuato a prodursi su ottave di gran lusso. E infine abbiamo avuto americani assolutamente non referenziati (di nomi se ne potrebbero fare tanti) che poi hanno fatto la storia del nostro basket. Morale: non chiediamo a Richardson le otto meraviglie che non potrà mai darci.

Chiediamogli di prodursi al centouno per cento di quello che è il suo potenziale attuale, chiediamogli di non accusare mai calidi tensione e dunque di trovare sempre le motivazioni giuste. E consideriamolo un ottimo giocatore che nei suoi giorni belli era un mezzo fenomeno. Se riusciremo a fare tutti questo ragionamento e se la smetteremo di mitizzare la gente e se saremo dunque un po' meno provinciali, potremo celebrare il buon Sugar come il Sugar di anni trentatré merita. Dopodiché a fine campionato ci chiederemo se a Bologna è stato più grande Richardson oppure McMillian oppure Cosic oppure Driscoll oppure Schull oppure Swagerty eccetera. A fine campionato potremo forse avere una risposta, oggi no.

 

 

Sugar e l'altrettanto mitico Gilmore in un derby contro l'Arimo

 

FESTA DI RICHARDSON

di Walter Fuochi – La Repubblica – 27/11/1988

 

Le stelle sono tante, ma Micheal Ray Richardson, in arte Sugar, brilla più di tutte. Non incanta, nei primi due quarti, la guardia della Knorr Bologna: ma quando, oltre ai quattordicimila del Palaeur, ci sono le telecamere della Rai per seguirlo, dilaga: 20 punti in otto minuti nel terzo quarto, il record delle segnature in un All Stars game (37, con 9 bombe), la segnalazione come miglior giocatore della serata, quasi all'unanimità, da una giuria di oltre cento addetti ai lavori. Trainata dalle sue invenzioni e da quelle di Drew, dai canestri di Oscar e di Gilmore (uno che nove all Stars game li aveva giocati anche in America), ha vinto, prevedibilmente, la selezione di A1. Oltre a giocatori più forti, vantava anche un organico più simile ad una squadra vera: la A2, senza un vero regista (dall' altra parte ce n' erano quattro), era il riflesso di un campionato dove è necessario avere anzitutto americani grandi e grossi. Si è prodotta per sprazzi individuali, è stata in testa per due tempi, ma poi è crollata: McNealy e Anderson sono stati i migliori. Come tutte le partite di esibizione, la sfida delle stelle del basket ha avuto accenti agonistici molto blandi: i canestri troppo facili non infiammano, ma averle raccolto attorno 14 mila spettatori è stato un bersaglio centrato, per un evento che la lega basket vuole soprattutto con funzioni di ricca vetrina del suo movimento. Fra le attrazioni più seguite, c'è stata la gara del tiro da tre punti, vinta da Oscar, come un anno fa, in finale su Ballard. Il brasiliano ha infilato 17 bombe su 25 nel giro di un minuto: in pratica un tiro ogni due secondi. Una macchina.

 

RICHARDSON NEI GUAI 'O PAGA O RESTA QUI'

La Repubblica – 16/01/1990

 

Arrivata in Israele per giocare questa sera la partita di Coppa delle Coppe contro il Maccabi Ramat Gan, la Knorr Bologna ha trovato una sgradevole sorpresa: un'ordinanza del tribunale, riportata stamane da tutti i giornali israeliani, ingiunge a Richardson di saldare un vecchio debito di 20 mila dollari; in caso contrario, l'americano della Knorr non potrà lasciare il paese. La storia risale a quasi tre anni fa, quando Richardson venne in Israele in attesa di essere riqualificato come giocatore: all'epoca non poteva giocare, in quanto era ancora sotto squalifica per la dipendenza dalla cocaina. Fece un breve periodo alla guida dell’Hapoel Haifa, attendendo la riqualifica e ricevendo promesse da un procuratore in questo senso: in cambio, gli cedeva i diritti per il suo utilizzo. Quell'accordo, secondo la Knorr, era scaduto ed ora la società sostiene che Richardson non è soggetto a legami.

(La faccenda si è poi risolta, probabilmente con un patteggiamento ad una cifra inferiore – ndb65).

 

100.000 DOLLARI A RICHARDSON: RESTERA' A BOLOGNA

La Repubblica – 24/11/1990

 

Richardson resta alla Knorr. Forse non era più così sicura l'offerta di un milione e mezzo di dollari per due anni da parte di Philadelphia, forse l'ha convinto il premio speciale che la società gli riconoscerà a fine stagione, se rendimento in campo e comportamento fuori glielo faranno meritare. L'accordo è stato raggiunto stamane, tra il giocatore e il presidente Paolo Gualandi, assistito dall'avvocato Porelli in qualità di consulente. Il premio, secondo la società, non supererà i 100.000 dollari, mentre Richardson non ha fatto commenti, dicendosi soddisfatto della soluzione. Nessuno ha vinto e nessuno ha perso ha detto. Qui, tolte le tasse, guadagno di più e posso avere una carriera più lunga. A Bologna hanno tirato un sospiro di sollievo visto che l'apporto di Richardson potrà essere decisivo per trarre fuori la squadra dalla situazione non brillante in campionato.

 

L' ULTIMA FOLLIA DI SUGAR

di Walter Fuochi – La Repubblica – 27/11/1990

 

Diciannove espulsi, al saloon di Masnago. 5 giganti di Varese (Rusconi, Frank Johnson, Ferraiuolo, Brignoli, Conti) e 7 di Bologna (Richardson, Clemon Johnson, Binelli, Portesani, Romboli, Gallinari, Cavallari). 3 dirigenti della Ranger (Crugnola, Lucarelli, Galleani) e 4 della Knorr (Pasquali, Valli, Canna, Orsoni). Tutti in campo, disperatamente, nella rissa accesa da un gancio sinistro al volto sferrato da Richardson a Rusconi, dopo tante scintille: a 2' dalla fine, col risultato scolpito per Varese, senza più motivi di tensione. Non tutti in campo a picchiare, si giustificano ora le due società, davanti all'indecoroso primato. Molti a dividere e a sedare, soprattutto a placare la pantera Richardson, rientrato due volte nel mucchio a farsi giustizia. 19 espulsi sono un record anche perché il basket si è dato quest'anno norme severissime. Chi va in campo a far risse è da cacciare, dice la legge: poi il giudice (che si pronuncerà stamane sul referto degli arbitri Zanon e Zancanella) dividerà colpe gravi e peccati veniali. Non è vero che il basket ne esce male, anzi dice Toto Bulgheroni, presidente di Varese e vice di Lega . Ha avuto il merito di varare una norma rigida, di spirito preventivo. E di applicarla con serietà. Cosa rischino i pugili era ieri un pronostico vago, appunto per l'inedito caso. Richardson, non nuovo a risse nei campionati scorsi, è il più nitido nel mirino, seguito dai due Johnson e Rusconi. Gli altri potrebbero cavarsela con poco o niente, dopo una zuffa che, lo pensano a Varese e anche a Bologna, non sarebbe scoppiata senza le lune storte di Richardson. Così, è diventato questo l'ultimo capitolo del romanzaccio scritto da Sugar in settimana, dopo i soldi chiesti, sventolando l'offerta di Filadelfia, e ottenuti: a fine anno, come premio, in cambio della promessa di rigar dritto. Non male, questo patto stipulato di venerdì e frantumato di domenica, dentro una partita moscia, nervosa, giocata male e irosa contro tutti. Dopo aver provato a difendersi sul pullman del ritorno (Non ho niente da rimproverarmi, sono stato provocato), Sugar ieri mattina è volato in America con Johnson, come da tempo era stato loro concesso: torneranno per l'All Stars Game di sabato, se la Lega non avrà nel frattempo deciso di far saltare al ribelle la sua partita-immagine. Ma a qualcuno Richardson avrebbe parlato di un viaggio senza rientro. L'ipotesi fa supporre un accordo (improbabile) già raggiunto nella Nba, ma va ricordato che la Knorr ha in mano un inattaccabile contratto italiano, da lui stesso ribadito venerdì (ma questo peserebbe meno, davanti a una plausibile voglia di levarselo di torno). E circolano pure voci di taglio. L'11° posto e una situazione a rotoli potrebbero indurre la Knorr a usare il bisturi, e già ieri s'è avviata la ricerca in America di giocatori disponibili. Di tutti i ruoli: guardie, ali, centri, coinvolgendo nel rischio entrambi i mori. Per Richardson il profilo è disciplinare, soprattutto nel caso di una maxisqualifica, che già inciderà sul suo portafoglio in forma di multa. Ma chi si prenderà la briga di cacciare il giocatore più amato a Bologna negli ultimi 10 anni, anche se negli ultimi 10 giorni la squadra l'ha sopportato malissimo? Con le impennate di Sugar, che fu sospeso dalla Nba per problemi di cocaina, si va poi sempre a scavare nella vita che fa. Ma da quest'anno il basket fa l'antidoping (una partita a sorte ogni turno, 4 giocatori, 2 per parte, estratti); e a parte quello, ci sono i periodici test antidroga cui la Virtus lo sottopone, senza che Sugar vi si neghi mai. Il guaio sono le sue lune, legate pure ai malanni fisici e alla forma scadente, ma a rischiare di più è Johnson, ottima persona, ma pivot in largo declino, 17 punti nelle ultime tre trasferte, un calo fisico che denuda il limitato bagaglio tecnico. Alla Knorr, la squadra che segna meno in A1, serve un pivot più prolifico, ma il mercato offre poco, ed è infine difficile capire chi, in società, pagherebbe il taglio, perché la nota faida azionaria resta l' ultimo capolinea di tutti i guai della Virtus, una società assente almeno finché non si sia fatta chiarezza.

Sugar e la sua malandrina mano destra...

 

SUGAR STANGATO

di Walter Fuochi – La Repubblica – 28/11/1990

 

Cinque giornate di squalifica a Richardson. Due a Clemon Johnson, compagno della Knorr, e a Stefano Rusconi e Franklin Johnson, entrambi della Ranger. Assolti, o meglio deplorati, gli altri 15 espulsi, fra dirigenti e giocatori, dal saloon di Masnago. Il giudice ha avuto la mano pesante soprattutto con Sugar, attore protagonista del western di domenica. L'ha messo sul gradino più alto, si fa per dire, per avere colpito con un pugno ad un occhio Rusconi in una fase di gioco, così scatenando una rissa, e per avere successivamente e ripetutamente tentato di colpire Franklin Johnson. Rusconi ne ha beccate due perché nelle fasi della rissa si intrometteva per colpire Richardson, Clemon Johnson altrettante per avere colpito Rusconi, Franklin Johnson idem per avere afferrato per il collo Richardson e per avere continuato ad inveire contro lo stesso dopo essere stato separato. Sono già partiti i reclami, domattina verrà pronunciato un verdetto d'appello senza prevedibili sconti, mentre oggi la Lega Basket deciderà se schierare nell'All Stars Game di sabato, la sua partita-immagine, i reprobi della scazzottata. è in discussione, di nuovo, proprio Richardson, che ieri ha fatto sapere da Denver che tornerà puntualmente domani per non mancare al PalaEur. Ma come, non pensava di starsene in America? Chi l'ha detto mente ha ruggito la pantera fra gli sbadigli del primo mattino, ho un impegno con la Knorr e lo rispetterò. Anzi, confido che la società mi tuteli a dovere, in questa vicenda pazzesca. Della stangata, appresa poco prima dal tecnico Messina, non ha voluto parlare. è sempre più improbabile, invece, che venga tagliato: lo smentisce la società (mai pensato di farlo), che non commenta a sua volta i provvedimenti. A Marsala, intanto, dove stasera giocherà in Nazionale (dando forse alla Lega il passepartout per schierare i suoi ribelli), Rusconi ha raccontato la sua verità sulla squalifica. Pensavo peggio. Non per me, perché due giornate sono fin troppe, visto che non mi sono limitato a fare il morto e a tenermi il pugno. Ma per gli altri espulsi, dopo il macello che è successo. Rusconi tira fuori la fedina penale pulita, ricordando di non essere mai stato cacciato per un litigio: gli unici problemi li ha avuti per la lingua un po' lunga. Parla di Sugar come di uno che era andato via con la testa. E che adesso paga lui, ma fa pagare anche gli altri. Torna fuori sempre lui, il ragazzaccio che dunque non ha nessun giallo nel cassetto e puntualmente tornerà: cosicché la Virtus ucciderà un altro vitello grasso per accogliere il figliol prodigo. Non gli darà altri soldi, crediamo, dopo i 75.000 dollari elargiti cinque giorni fa con la promessa che facesse il bravo; ma eviterà di licenziarlo, anche se una parolina gliel'ha mormorata, per vedere se la paura conterà più dei regali. La Knorr ha inviato alla Fiba ieri, termine ultimo per farlo, l'elenco dei suoi giocatori per la Coppa della Coppe: ci sono sia Richardson che Johnson. Ma soprattutto non c'è, in società, chi possa operare la scelta delicata di cambiar faccia alla squadra nel suo momento più nero. è slittata a tarda notte, ieri, la firma per la cessione delle quote dall'attuale presidente Gualandi all'ex presidente Paolo Francia; ma anche se l'operazione fosse stata conclusa, ci sarebbero poi tempi tecnici di una ventina di giorni per il passaggio delle consegne, tali da paralizzare le scelte. Resteranno, dunque, sia Richardson che Johnson. Il primo, con la solita promessa di non sgarrare più. Il secondo per non restare affogati nei guai, se Sugar sgarra ancora.

 

ALL STAR, UN GIALLO RICHARDSON

di Alvaro Moretti – La Repubblica – 01/12/1990

 

12.500 biglietti venduti interamente in prevendita, 205 giornalisti accreditati, televisioni di Italia, Spagna e Grecia a riprendere con otto telecamere e tre replay l'avvenimento: il 10° All Star Game, la sfida fra gli stranieri del campionato, Palaeur di Roma, inizio ore 16 (in Tv su RaiDue alle 17,45). La serata delle stelle, però, rischia di essere ricordata più per la lunga serie di defezioni importanti che hanno decimato le formazioni del Nord e Sud, che per i numeri. Alle assenze di Vinnie Del Negro (la guardia della Benetton non giocherà per i postumi di una distorsione alla caviglia) e di Shackleford (il pivot di Caserta ufficialmente in Usa , per curare un problema al ginocchio) si potrebbe aggiungere quella ancor più clamorosa di Micheal Sugar Richardson. L'americano protagonista della rissa di Varese, infatti, non si è presentato alla convocazione di ieri pomeriggio all'Hotel Sheraton di Roma dove lo staff della Lega basket e il coach della squadra del Nord, Sacco, si erano dati appuntamento. Non abbiamo alcuna notizia di Richardson commentava Sandro Crovetti della Lega basket abbiamo parlato con i dirigenti della Virtus, ma neanche loro sapevano nulla del loro giocatore. A Bologna, però, mi son sembrati fiduciosi di veder rientrare Sugar dagli Usa in queste ore. Senonché fino a tarda sera nessuna notizia di Richardson e del suo compagno di squadra Clemon Johnson. Febbrili telefonate oltre oceano non sono riuscite a dipanare il giallo. Per qualche ora s'era diffusa anche la voce che i due fossero arrivati. Poi successivi controlli hanno dato esiti negativi. La moglie assicura che domani (oggi per chi legge ndr) sarà a Roma. è probabile dunque che all'ultimo momento Richardson e Johnson siano della partita. L'assenza fuori programma della guardia bolognese ha, però, turbato il clima festoso di rimpatriata che caratterizza questo tipo di appuntamenti. Di Sugar non sappiamo niente commentava Mike D'Antoni, assistente di Sacco l'unica cosa che sappiamo di lui è che è matto. L'appuntamento di oggi pomeriggio, ritardi di Richardson a parte, sarà comunque arricchito dal carisma di Kareem Abdul Jabbar, ospite della manifestazione, giunto in Italia per un tour promozionale. Dovrà essere una partita spettacolo. Anche se qui l'All Star Games si vive con minor tensione per le sfide delle stelle dell'NBA, diceva Darwin Cook, appena uscito da un infortunio. A proposito di Cook, Scariolo (allenatore della formazione Sud e tecnico della Scavolini) ha voluto polemicamente sottolineare: Io, oggi, farò giocare Cook, anche se convalescente. Sulla convalescenza di Del Negro, invece, preferisco non parlare.

 

BOLOGNA CACCIA RAY RICHARDSON

di Walter Fuochi – La Repubblica - 31/08/1991

 

La Knorr ha cacciato Micheal Ray Richardson. L'ha licenziato in tronco, ieri pomeriggio, comunicandolo in una nota di tre righe: le motivazioni sono "gravi inadempienze contrattuali", il provvedimento è stato preso da Alfredo Cazzola, il proprietario della società che lunedì verrà nominato presidente. Richardson aveva ottenuto sabato scorso alcuni giorni per sistemare la sua causa di separazione dalla seconda moglie, rientrando solo ieri, in ritardo, dagli Usa. Ma non è stato quello il motivo del "taglio", forse solo il pretesto. La verità è che "Sugar" si era presentato al raduno di Folgaria in pessime condizioni fisiche e, anche lavorando inizialmente con impegno, era apparso nel primo torneo stagionale, a La Coruna, in ampio ritardo di forma. Avrebbe dovuto svolgere a casa allenamenti estivi con la squadra di Bob Hill, suo ex allenatore a Bologna, ma non s'era neppure presentato. Richardson avrebbe giocato la sua quarta stagione a Bologna. Sospeso due volte dalla Nba per cocaina, la Virtus ne aveva ottenuto la riqualificazione, con l' impegno di sottoporlo a periodici esami clinici. Sugar avrebbe guadagnato quest' anno 700.000 dollari, che ora la Virtus potrebbe, in base alle inadempienze, contestargli. Bologna si rimette così alla ricerca di un americano: appena l'altro ieri, dopo lunghe ricerche, aveva presentato il pivot Bill Wennington.

RICHARDSON PRIGIONIERO DELLA COCA

di Walter Fuochi – La Repubblica – 01/09/1991

 

Cocaina. Proprio quello che avevano pensato tutti, l'altro ieri, non appena s'era saputo che la Knorr, in un giorno, aveva licenziato Richardson. Perché poche ore di ritardo su un volo dagli Stati Uniti, in seguito perfino smentite, non potevano valere una cacciata. Perché una disastrosa condizione fisica non era in fondo un capitolo inedito: ogni anno, Sugar arrivava in ritiro floscio e ingrassato, poi ritornava la pantera di sempre. Ma accanto alle reticenze della società, a quelle "gravi inadempienze contrattuali" così vaghe da poterle tradurre in cento modi, sarebbe stato gratuito strillare subito alla droga. Per tre anni, tanto è durata l'avventura bolognese di Micheal Ray Richardson, un paio di controlli al mese avevano garantito che ormai era "pulito". E invece, dopo una serata all'insegna del giallo, mezze parole, versioni ammorbidite, la Virtus ieri mattina ha detto la verità, riafferrandola da un passato che il giocatore, evidentemente, non è riuscito a seppellire. Richardson è stato trovato positivo, due volte, agli esami antidoping. Vi era tenuto per contratto, dopo che la sua carriera, spezzata due volte nella Nba per uso di cocaina, s'era riciclata in questo dorato e ruggente tramonto bolognese. La federazione internazionale l'aveva riqualificato sotto questa condizione: e per tre anni Richardson vi si era sottoposto docilmente. La Knorr l'ha invece licenziato, ora, opponendogli le analisi cliniche. E oggi un'intera città che aveva amato il suo angelo nero, anteponendo il genio alle sregolatezze (fughe e liti per avere più soldi, partite disertate, squalifiche per rissa), legge il capitolo più choccante: la fine del giocatore, e i dubbi densissimi sul futuro dell'uomo. Sono stati due esami a inchiodare Sugar. Il primo al rientro dalle vacanze. Sugar arriva il 5 agosto, adduce scuse per sostenere le visite più avanti. Conosce il suo stato, spera, probabilmente, di "scaricarsi": ma il 10 viene spedito in laboratorio. L'esito arriva soltanto giovedì 29, quando lui sta rientrando a Bologna da Denver, dov'è andato per la causa di separazione dalla seconda moglie. In serata è all'aeroporto, dove qualcuno racconta di averlo visto in condizioni penose. Di lì, direttamente, viene portato in ospedale per le controanalisi, eseguite da un collegio di medici e controfirmate da lui stesso, distrutto. La mattina successiva, l'esito di 4 test incrociati conferma la sentenza, senza che Richardson tenti neppur di difendersi: quasi piange, quando ammette di attraversare un brutto momento. La sera, il comunicato del licenziamento. L'indomani, la motivazione vera fornita dal club: cocaina. Richardson partirà domani. Non avrà altra carriera da cestista, la vita lo sta inseguendo dai tempi delle prime cadute e certo non ha ancora smesso. Di notti allegre, debiti e stravaganze, Bologna pettegola ha sempre parlato, forse anche esagerando, ma certamente perdonandolo quando volava sul campo. L'ultimo anno, un po' meno. Non per droga, solo per l'inesorabile declino di un atleta 36enne bruciato, che ne aveva fatto discutere la riconferma. Alla fine, aveva vinto l'idea che cuore e classe contassero ancora più degli angoli oscuri della sua vita. La quarta stagione italiana di Sugar è durata però solo un torneo. Fiacchissimo, giocato in Spagna.

 

GASTONE... L'UOMO IN FRAC

intervista ad alfredo cazzola di Werther Pedrazzi - tratto da "3 volte Virtus"

 

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Ai primi di settembre, finalmente, il cielo sembrava un po' più sereno, quando, all'improvviso scoppia il bubbone di Richardson. Erano tre giorni, puliti, che ero presidente. Mi chiamano, Trovo Mancaruso, il manager, Messina, l'allenatore, e Rimondini, il medico, ad aspettarmi. Impalati, sembravano tre carabinieri. Queste sono le analisi di Richardson. Ehmbè? Ci sono tracce di questo e di quest'altro... Ma perché lo vengo a sapere per quarto? Non potevo mica dire: fate finta di non aver visto niente. Sugar fu licenziato. Uno strazio drammatico. Tra l'altro, con lui avevo instaurato un ottimo rapporto. Adesso me lo ritrovavo sotto casa con la fidanzata... una lacerazione, per me. Ma cosa potevo dirgli...? Eran tre giorni che ero presidente, non sapevo niente di basket, mica potevo coprirlo... Una lacerazione a Bologna, schieramenti e divisioni. Cosa significasse il caso Richardson lo scoprii sulla mia pelle; era come cacciar via Maradona da Napoli. Mi alienai in quell'occasione molte simpatie in città. Oggi, forse saprei gestire la faccenda in modo diverso...".

Una farfalla nera, lucida di seta splendente, che batteva le ali, accecante, si posava, cadeva, volava, danzava con il pallone come su un fiore, Sugar eccitava l'estetica di Bologna, e al tempo stesso risvegliava reconditi tormenti di dannazioni, con lui la Virtus era tornata a fare paura, Bologna dissacratrice lo adorava, perché Sugar era tutt'altro che un santo... in campo era un vero demonio.

L'amore per Richardson spinse perfino qualcuno, dalla sponda bianconera, ad un gesto per Bologna inconsulto. In qualche bar del centro comparve un annuncio: cedo abbonamento Virtus. Non s'era mai visto un lavoro simile a Bologna. Né più mai si vedrà.

Il tempo medica e cicatrizza, non si vede più il sangue sulle ferite, ma rimase sottopelle in città un sordo dolore. Cosa significa, per Cazzola, "gestire la faccenda in modo diverso"? Cosa si rimprovera?

"Purtroppo fu l'unica volta che per brevissimo tempo abbandonai il ponte di comando. Ma non ce la facevo proprio più. Il caso Richardson scoppiò nel momento sbagliato. Come dissi, avevo passato un'estate infernale, tra il problema della fuoriuscita dalla società e della liquidazione di Francia e il caso Morandotti, ero sfatto e avevo in tasca il biglietto per tre giorni di riposo in Sardegna. Commisi l'errore di andarmene. Dissi al ragionier Mancaruso che avrebbe gestito lui la faccenda... Forse si poteva gestirla meglio, nell'interesse della società e del giocatore. Ci fu una criminalizzazione troppo forte e troppo violenta del giocatore. A Sugar, con Sugar, si poteva, si doveva, parlare di più. E un po' meglio. Forse si sarebbe trovata una via di uscita, una soluzione pacifica".

Invece fu una brutta storia. Complicata e segreta, come un piccolo giallo. In città aleggiava confuso e maligno il sospetto che qualcuno avesse voluto incastrare Richardson. Ma esisteva veramente, e se c'era, chi era, la Vispa Teresa che aveva acchiappato col retino la farfalla nera? Qualcuno si prese la briga di andare in ospedale a richiedere la bolla di pagamento dell'esame in via confidenziale e non ufficiale, e accusare la Virtus di sotterfugio e tresca. Avvalorando il dubbio che quell'esame fosse addomesticato all'uopo di tarpare le ali alla meravigliosa farfalla, diventata nel frattempo anche ingombrante. Invece era lì, bella chiara, la bolla: quarantaduemila lire era costato l'esame alla Virtus, a Sugar il posto a Bologna.

Ma chi soffiava per sollevare il polverone? Chi maneggiava i fili dell'intricata trama? Mistero, si vedeva, quel che si vedeva.

Cioè che, impegnati nel caso, c'erano tutti gli avvocati democristiani bolognesi - al punto che un giornale locale provocatoriamente titolò: "La Dc per la droga" - e che erano tutti amici, o compagni di squadra, di Paolo Francia, appena messo fuori dall'uscio della Virtus. Politica, sempre politica?

Ma non era finita. Anno maledetto: che alla fine risulterà, ma si saprà soltanto dopo, tra molti incendi, il grande rogo di purificazione e il sacrificio propiziatorio che precede la stagione dei tre scudetti.

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TUTTI VOGLIONO 'SUGAR'

di Walter Fuochi – La Repubblica – 11/10/1991

 

Micheal Ray Richardson è pronto a tornare sui campi di basket, dai quali fu cacciato a fine agosto, quando la Knorr lo trovò positivo ai test anti-cocaina. Ieri Sugar s'è allenato a Rimini con la Marr, che vorrebbe impiegarlo già domenica contro Udine. Sarebbe la cosa più facile del mondo tesserarlo subito, se il giocatore non fosse Richardson, un uomo seguito ovunque da scie di polemiche, e nuovamente al centro di un caso complicato. Oggi infatti, per le stesse ore 12 in cui la Lega chiude i termini dei tesseramenti, Richardson ha fissato, coi suoi avvocati, una conferenza stampa nella quale raccontare la sua verità: diversa, presumibilmente, da quella diffusa dalla società sulla sua ricaduta nella droga. Secondo quanto anticipano i suoi legali, Sugar avrebbe molte cose da pretendere dalla Virtus: soldi, anzitutto, ma pure un ritocco d'immagine, se loro sapranno dimostrare che la coca era un vizio ormai cancellato. Ma gli scenari dell'odierna "esternazione" di Sugar sono difficilmente pronosticabili, proprio perché s'intrecciano con la sua nuova offerta di lavoro: ed è difficile immaginare che la Virtus possa concedergli il "pass" per cambiar squadra, qualora le parole del suo ex giocatore risultino troppo grevi. Così, prima di un appuntamento che avvince la cittadella dei tifosi quasi più dell'imminente sfida-primato con la Benetton, e che oggi una radio trasmetterà per intero in diretta, tutta la giornata di ieri, fino a notte, ha visto incrociarsi le trattative dei legali per trovare una soluzione che accontentasse tutti. La prima apertura è venuta dal presidente virtussino, Alfredo Cazzola. "Non chiederemo una lira per il trasferimento di Richardson e saremo coerenti con le nostre posizioni: dicemmo al tempo del 'taglio' che l'avremmo agevolato a trovare un altro posto, lo confermiamo oggi, perché non intendiamo certo giocare con la vita di un uomo, prima che di un atleta. E non avremo nessun imbarazzo se Sugar capiterà, prima o poi, a giocare contro la Virtus". Ma l'apertura aveva un rovescio di medaglia, scolpito dal general manager Alessandro Mancaruso. "Richardson deve farci una dichiarazione che riconfermi l'esito degli esami clinici e accetti la risoluzione del contratto". In pratica, l'impegno a non riaprire più partite, polemiche e giudiziarie, con la sua vecchia società. La Marr resta così alla finestra, attendendo proprio che si sciolga questo nodo. Dai tempi del suo licenziamento, Richardson non s'era mosso da Bologna, se non per pochi giorni. E non aveva mai rilasciato dichiarazioni sul suo brutto affare. Cercava un ingaggio. Dapprima un contatto con la squadra di Spalato, l'ex Jugoplastika che ora si chiama Slobodna Dalmacija. Poi Reggio Emilia, dove s'è rotto Solomon. E Rimini, che deve sostituire fino a Natale il play Valentine, fermato da uno strappo: a Richardson verrebbero garantiti due mesi di contratto, poi toccherebbe alla sua classe e ai suoi muscoli meritarsi la conferma. Nessun problema, se Sugar è ancora lui.

Sugar ha appena battuto un altro dal grandissimo passato Nba: Bob McAdoo

 

"SUGAR" RICHARDSON VA ALL'ATTACCO

di Franco Montorro - Giganti del Basket - 15/21 ottobre 1991

 

Ci sono vecchi, splendidi film che andrebbero visti almeno una volta, ma che le televisioni, narcotizzate dall'Auditel, continuano a dimenticare. Uno di questi è Rashomon, del giapponese Akira Kurosawa. La sua trama è semplice e universale: un fatto, all'apparenza chiaro e inequivocabile, assume connotati e sviluppi diversi a seconda di chi lo racconta. Qualcosa di simile sta accadendo nel caso che vede contrapposti la Virtus e Michael Ray Richardson. Una vicenda che ha fatto e farà discutere, che è destinata a finire in tribunale e che al momento offre due realtà ugualmente convincenti.

RIASSUNTO DELLA VICENDA. In un giorno di fine agosto, Michael Ray Richardson, rientrato a Bologna dopo un viaggio-lampo negli States, è accolto da alcuni funzionari e dirigenti della Virtus che lo accompagnano all'Ospedale Maggiore per un esame delle urine colto ad accertare un'eventuale assunzione di sostanze stupefacenti. Circa 2 4ore più tardi, la società felsinea comunica alla stampa la decisione di interrompere il contratto di lavoro con "Sugar" in base a precise clausole che consentivano tale azione nel caso in cui Richardson fosse risultato colpevole di abuso di droghe. Dopo 40 giorni di silenzio, "Sugar", assistito da due legali bolognesi, annuncia il suo ricorso alle vie legali.

LA DIFESA DI RICHARDSON. "Mi sono comportato correttamente nei confronti della Virtus. Recentemente non ho assunto sostanze stupefacenti né ho mai confessato di averlo fatto". Quello sostenuto a fine agosto dal campione americano era il 26imo esame dal suo arrivo in Italia. I precedenti, ovviamente, avevano dato esito negativo. "L'accordo con la società prevedeva 80mila dollari di multa in caso di uso di stupefacenti e il licenziamento in caso di abuso. C'è differenza fra queste due situazioni" ha precisato uno dei due legali di "Sugar". "In più il procedimento di verifica delle condizioni di Richardson e della notifica del provvedimento di taglio fanno gridare allo scandalo. Del primo test del 10 agosto non c'è traccia. Il secondo test è stato eseguito senza la presenza di un perito di parte e noi non conosciamo ancora le sue modalità di esecuzione". "Noi" ha proseguito uno dei due avvocati "abbiamo comunque una dichiarazione firmata da un medico dentista di Denver in cui si afferma che Richardson - che soffre di una malattia ai denti - sono state somministrate tre iniezioni di analgesico che in Italia si chiama carbocaina e che nelle analisi tossicologiche può essere scambiato per cocaina". "Ad ogni modo contestiamo la procedura di notifica del licenziamento: una lettera posata vicino al telefono di casa Richardson in sua assenza. Sugar chiede quindi i 550.000 dollari previsti dal contratto, i danni derivanti dalla sua forzata inattività e i danni morali".

L'ACCUSA DELLA VIRTUS. "Richardson è stato trovato positivo due volte, ma nel primo caso l'abuso di stupefacenti non era legalmente dimostrabile. Per questo il test è stato ripetuto, confermando l'abuso. Richardson ha voluto la guerra e l'avrà: non ci saranno prigionieri. E se la giustizia ordinaria dovesse darci torto perderebbe tutto lo sport": sono parole del presidente virtussino, Alfredo Cazzola.

CONCLUSIONE. L'augurio migliore da fare a tutti i protagonisti è da manuale dell'antigiornalismo: leggere il meno possibile, in futuro, di questa vicenda. Purtroppo sappiamo già che serviranno molti altri nastri di macchina per scrivere.

 

 

IL CASO-BOLOGNA

di Carlo Fedeli - L'Unità - 25/10/1991

 

La vita sportiva di Ray Sugar Richardson riparte da un fax. Dopo la brutta faccenda della cocaina, che gli era costata l'allontanamento dalla Knorr, la società ha fatto marcia indietro e il giocatore americano è pronto a trasferissi a Spalato. Il disinvolto dietrofront della Virtus è stato spiegato in un fermo - ma anche imbarazzato - comunicato diffuso dal club «per far conoscere appieno la verità dei fatti». «La Virtus - dice la nota - nell'accordo sottoscritto davanti al pretore si è limitata a prendere atto della documentazione medica presentata dal signor Richardson. Qiundi non vi è stata alcuna ammissione da parte della virtus, né alcun vizio di procedura nelle analisi. L'accordo con il giocatore è stato raggiunto proprio per venire incontro ad un problema umano: quello di consentire a Richardson di continuare a giocare».

La forma è salva, la coscienza è a psoto. COn quelle poche righe dattiloscritte la riabilitazione è compiuta. Poco importa se l'uomo-atleta sia stato fatto passare in un primo tempo da drogato. Certo, il passato burrascoso di Richardson è un macigno (più volte il giocatore è stato al centro di vicende legate alla cocaina): ma il metodo sommario e grossolano messo in atto per allontanare il giocatore segnala una caduta di stile.

Dietro alla riabilizatazione di Sugar ci sono i tasselli scomposti di una società che negli ultimi tempi ha attraversato più guerre di una repubblica slava: in principio c'era Porelli che passò il testimone a Paolo Francia, poi ecco Gualandi che molla «per nausea» dopo una manciata di mesi. Il ritorno di Francia, affiancato nel febbraio scorso da Alfredo Cazzola, patron del «Motor-Show», e ancora una lunga sede di dissidi sfociati nell'ennesimo divorzio. Il panorama del basket bolognese, poi, avrebbe registrato nuovi «casi», dal sostanzioso aumento dei prezzi contestato dal pubblico, alle accuse (false) nei confronti dell'allenatore Messina (sarebbe stato la mente della «trappola» per Richardson), al complesso di persecuzione della Knorr nei confronti della stampa.

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IL PECCATO ORIGINALE

La FIBA ha deciso: Richardson non giocherà più

 

Ambienti molto vicini a Stankovic ci fanno sapere che il Segretario Generale della FIBA Richardson è ormai un giocatore morto: da lui non avrà mai più il nullaosta per tornare a giocare, troppi i rischi e le incognite legate ad un giocatore che non ha mantenuto le promesse. Giusto, probabilmente, ma tardivo.

Questa decisione Stankovic avrebbe dovuto prenderla tre anni fa, quando Peterson e Hill chiesero all'avvocato Porelli di mettere in campo tutto il peso politico per convincere Stankovic a dargli quel nullaosta che adesso non ci sarà più. Scrivevamo allora che i rischi da correre erano troppi e troppo grandi rispetto agli eventuali vantaggi, per la Virtus e per tutto il movimento: i dubbi nascevano soprattutto dal fatto che nemmeno i medici e presidenti dell'Nba erano riusciti nell'impresa di riportare sulla giusta strada il povero Sugar. Che, dunque, alla fine è quello che ha meno colpe di tutti: meno di quelli che adesso cercano di farne una vittima non rendendosi conto che in tal modo gli hanno precluso l'ultima possibilità di tornare a giocare; meno di quelli che, sulle poltrone del potere, non hanno espresso una sola parola autorevole su tutta la vicenda. (D.C.)

 

MICHAEL RAY "SUGAR" RICHARDSON: UNICO, INIMITABILE, INARRIVABILE...

di Gianfranco Civolani - Bianconero n. 2 11-17 maggio 1998

 

Ero al Madison, giocava Sugar Richardson con i Knicks. Aveva gli occhi sbarrati. Non  lo poteva fermare nessuno, se li beveva tutti, una roba fuori dal mondo. Pensa tu - dicevo fra me - se mai un giorno vedessero a Bologna uno così, se mai un giorno. 10 anni dopo sapevo perché lo avevano cacciato; lui aveva molto peccato e poi mi dissero che stava in Israele con zero lire in tasca. E - come fu e come non fu - la Virtus gli fece una chiamata e lui arrivò a Bologna che ero già vecchiotto e - si può dire - assai avariato per via di quelle storie vecchie e comunque vere. Immaginavo il bamboccione che ne aveva dovuto subire tonte dai bianchi, lui balbuziente e quasi analfabeta, lui che peraltro si portava addosso un talento naturale inarrivabile. E così in Virtus lui diede il cento per cento di quel che potevo e quel cento per cento ero il quaranta di quel che gli avevo visto fare nei giorni del vino e delle rose. E nei suoi deliri in Virtus lui comunque strabiliava e provocava e faceva mattane immani e in ogni coso faceva anche vincere alle V nere il primo trofeo Internazionale della storia, con Paolino Francia grande capo e con Ettorino Messina in panca. Poi Sugar se ne andò e adesso sappiamo che all'età di quarantacinque anni gioca ancora benone e che è sempre pronto a combinare scherzacci al mondo intero e che cambia mogli e fidanzate, come calzini e mutande perché quella cosa insomma gli piace sempre immensamente. Mai a Bologna abbiamo visto un talento così, mai o più o meno ex-aequo con Jimmone Mc Millian che era così badiale e professionale quanto Sugar era immancabilmente fuori dalle righe. E adesso beccatevi questo per capire chi è Sugar ancor oggi. Lui è amicissimo di Pozzecco, starei per dire che il cielo li fa e poi li accoppia. Trova quattro ragazze per noi due che vengo una sera a Varese, fa Sugar al Pozz. Guarda che a me ne basta una sola, gli dice il Pozz. E a me no, a me ce ne vogliono tre alla volta, balbettò Sugar già tutto intoppato per la magica e promettentissima soirée. Unico, inimitabile, inarrivabile, indistruttibile Sugar.

 

SUGAR

di Lorenzo Sani - Il Mito della Vnera 2

 

Vide scivolare via la sua quarta vita, dopo averne spese almeno tre tra New York e il New Jersey, senza regalare al suo popolo l'ultimo bis. La lettera di licenziamento lasciata vicino al telefono, la battaglia degli avvocati, posizioni troppo rigide e al tempo stesso maledettamente fragili, da una parte e dall'altra, per ricondurre il sogno di tre anni ad un epilogo logico, sensato, inevitabile. Anche girando le spalle a Piazza Azzarita, anche mostrando per l'ultima volta quel numero 20 scolpito sulla schiena come un tatuaggio, come il nome delle sue tre bambine che porta sul braccio, Micheal Ray Richardson è riuscito a non essere banale. Chi ha amato il campione che, col suo arrivo, ha rivoltato come un guanto le prospettive di una Virtus ferita dal derby che sancì l'effimero sorpasso Fortitudo in campionato, chi ha accettato le profonde contraddizioni dell'uomo tormentato da una forza estrema almeno quanto la sua debolezza, ha imparato ad accogliere il genio di Richardson senza condizioni. Senza perché, senza provare a ricondurre in binari logici le mille sfaccettature di un personaggio che resta e rimarrà per sempre unico. Non tutti, e parliamo soprattutto di persone cresciute con e grazie a lui, l'hanno capito. E istintivamente, guardando al suo cocktail infinito di vigore e fragilità, il pensiero si sovrappone alla scia che nel cuore hanno lasciato i figli del jazz e delle strade, gli uomini divorati dentro dalla "bestia" invisibile, un animale molto spesso più grande di loro, uomini che vanno ricordati per ciò che hanno saputo dare agli altri e non per quello che sono stati, anche quando più o meno scientemente, hanno iniziato a lasciarsi andare, a buttarsi via. Storie tanto simili, ma sempre uniche e spesso spinte oltre i limiti estremi. Storie che non hanno mai fine. Stesse radici culturali, stessa divisione del mondo in bene e male, steccati rigidi, primitivi, medesime facili esaltazioni e repentine depressioni, soldi e miseria. Porsche e balbuzie, e questa benedetta pelle nera che è fonte di pregiudizi se non sei nessuno, ma quando agguanti il successo, sul parquet o tra le righe del pentagramma, diventa una discriminante in positivo. Non possiamo cercare di capire, perché un genio, nel bene e nel male, sfugge comunque alla categoria della logica e delle risposte logiche. Charlie Parker arrivò a vendere due volte il suo sax, quindi a strapparsi il cuore, l'unica possibilità di sopravvivenza e un'altra volta lo dimenticò sotto il seggiolino della metropolitana, come si può dimenticare il giornale. E non è certo diverso il calvario che nella vita di tutti i giorni ci ha portato via l'infinita e malinconica dolcezza imprigionata tra il cristallo delle corde vocali di Billie Holiday, oppure nella tromba bianca e negli angosciati bisbigli di Chet Baker. Storie parallele, dalle cantine buie e fumose ai riflettori del Madison, dal Bronx, all'Alabama, da New Orleans a Lubbock, nel Texas, la terra di Micheal che, arrivando a Bologna, decise di saccheggiare nel suo caleidoscopico passato, solo uno tra i mille soprannomi che gli appiccicarono, talvolta come una targa scintillante, talvolta come una bolla di scomunica: Sugar. Sugar e basta. Nessuno potrò ferirlo più di quanto si sia ferito con le sue mani e gli sforzi che possiamo fare anche oggi per capirlo, rischiano solo di restituirci stereotipi scontati, svuotati di quell'originalità che invece eccede in chi al destino non ha mai chiesto un cliché. Bologna amò Sugar incondizionatamente e trascinata dalla sua sfida più difficile dopo tre certificati di morte seppelliti negli States, tornò, prima ancora che a vincere, ad essere consapevole della sua forza. Con Richardson la Virtus è tornata a fare paura, proprio mentre la pallacanestro stava scavalcando la sua realtà agitando tigri di carta, eroi fasulli almeno quanto certi ingaggi. E Sugar, uno a uno, regolò i conti con tutti. Quella resurrezione voluta da Bob Hill e Dan Peterson, ma che fu anche l'ultima costola che Gigi Porelli offrì alla sua Virtus, scolpì una storia d'amore e di vittorie, prima di tutte l'imprimatur europeo di Firenze col Real Madrid, che la violenza e la fredda immediatezza della cronaca, invece di distruggere, hanno consegnato alla leggenda della V nera. Ad un campione che è riuscito a farsi perdonare quasi tutto, dalle risse alle ripicche da star, offrendo indistintivamente sempre qualcosa di più di ciò che ha ricevuto, ad un uomo forte e al tempo stesso sperduto con quegli occhi che sembravano sempre cercare un cenno di consenso, anche per le pieghe più insignificanti della vita, tanti hanno provato a disegnare la fine della parabola senza capirne, in realtà, un solo gesto.

Ma lo stesso sterminato cuore di Sugar, figlio di un'eterna scommessa vissuta sulla pelle e, se vogliamo, condannato all'oroginalità fin dalla nascita da un banale errore di trascrizione all'anagrafe di Lubbock (fu registrato come Micheal, con la "e" prima della "a"), rimarrà per sempre custodito tra le tavole del suo Piccolo Madison e nelle radici di Basket City, la città nella città che seppe infiammare anche con la sua generosità. Purtroppo per noi, ma crediamo pure per lui, fu Zucchero filato troppo alla svelta.

‘SUGAR', L'ULTIMA LEGGENDA DI FORLI'

di Riccardo Romualdi – autore di Storie di basket

 

Micheal Ray Richardson. "Sugar" per tutti. L'ultima vera grande leggenda del basket passata da Forlì. Dopo Griffin, dopo McAdoo, dopo Dawkins, arriva - siamo a metà anni '90 - Richardson, colui che è la dimostrazione vivente di come un uomo fragile possa inquinare un talento divino. La sua vita, fatta di tante luci e ombre, è parte ormai della storia dello sport più bello del mondo. Eccola.

Gli inizi. Nasce l'11 Aprile del 1955 a Lubbock, Texas ma subito la sua famiglia si trasferisce in Colorado, dove M.R. cresce in zone non proprio tranquille, nei famosi e famigerati ghetti, da dove il 99% dei giocatori di basket neri proviene. Il livello culturale non eccelso della sua famiglia si ripercuote sul suo nome: che correttamente scritto sarebbe Michael, ma che a causa di un errata compilazione dei moduli all'anagrafe inverte "a" ed "e" divenendo Micheal... Fame, violenza, il doversi guadagnare ogni giorno il rispetto di chi ti sta intorno. Per un ragazzo come lui, cresciuto senza un padre, timido all'inverosimile, chiuso a riccio su sé stesso, l'unica strada percorribile per evitare un paio di pallottole nella schiena, è lo sport: ore a giocare nei playground, incantando tutti per coordinazione e senso del gioco. Il problema è che in quelle zone gli osservatori universitari non ci vanno nemmeno accompagnati dai carri armati: lo nota solo il College of Montana, non esattamente un college di prima fascia a livello sportivo, dove tra l'altro la maggioranza degli studenti è di pelle bianca e i rigurgiti di razzismo imperano. Il talento di Richardson è, però, superiore a tutto e sotto gli occhi di tutti. Domina gli avversari: è il primo giocatore di 1.95 con quella coordinazione, capace di usare entrambe le mani, e dominante in tutte e due le metà campo.

Le luci della ribalta. L'Nba drizza le antenne, inevitabile. I New York Knicks, allenati da Willis Reed, che attendono come il messia il "nuovo Frazier" vedono in "Sugar" il giocatore che gli serve. è il 1978, draft Nba di alto livello (in cui al numero 17 verrà scelto da Denver Rod Griffin), Micheal Ray Richardson, pronosticato da tutti verso la numero 10, viene chiamato da New York al numero 4, due chiamate sopra tal Larry "The Legend" Bird, giocatore bianco valutato "troppo lento" dalle riviste dell'epoca. Per "Sugar" inizia la leggenda: primo anno di ambientamento, dimostrando però una ferocia difensiva che lo fa subito entrare nel cuore dei tifosi; secondo anno da superstar: diventa il primo giocatore della storia a vincere contemporaneamente la classifica degli assist e dei recuperi, a 10.1 + 3.2 ad allacciata di scarpa. Per capire l'entità dei numeri basti pensare che entrambe le prestazioni sono ancora oggi record di franchigia. Arriva l'All Star Game (saranno 4 alla fine della carriera), la copertina di Sport Illustrated, la fama, le donne. E la droga.

Il tunnel. Richardson è all'apice della carriera. In una New York oltremodo viva, dove la notte non finisce mai, allo Studio54 lui è il re assoluto. Lui, ragazzo timido del Colorado diventato ricco e famoso, sembra non avere più limiti. La fama però lo travolge, lo annienta. Sugar non riesce più a gestire un mondo che va molto più veloce di lui. La soluzione che tutti i suoi "amici" gli offrono ha un nome: cocaina. Micheal accetta ed entra nel tunnel che gli devasterà la carriera. I Knicks se ne accorgono praticamente subito: calmano la Nba che vorrebbe intervenire immediatamente e lo mandano a Golden State in cambio di un altro super, Bernard King, pensando che, lontano da New York, ricomincerà a ragionare. Ma ormai Sugar è un tossicodipendente: Golden State per non avere problemi lo spedisce dopo appena due mesi ai Nets di Larry Brown, l'unico convinto di essere in grado di recuperare il ragazzo. Ma New Jersey è molto, troppo vicino alla sua amata New York: la cocaina scandisce ormai le giornate di Sugar. La Nba decide che è ora di intervenire pesantemente: è il maggio 1983, Richardson viene beccato con le mani nella marmellata e spedito in un programma per il recupero dei tossicodipendenti. Ne esce, o almeno sembra: ritorna sui campi nel 84/85, viene premiato come "come back of the year", per lui 20.1 punti, 8.2 rimbalzi e 5.6 assist. Ma il peggio deve ancora arrivare.

"What goes up, must come down. Ancora le luci, ancora la fama. Ancora la droga. Micheal ci ricasca: durante un party di Natale, sparisce per tre giorni, saltando due partite; si ripresenta agli allenamenti in condizioni pietose. La Nba per la seconda volta lo sospende ma cerca di recuperare un fuoriclasse assoluto, uno fra i primi 5 giocatori dell'epoca a livello di talento puro. Richardson ritorna nel 1986, ma ormai la sua è una battaglia già persa in partenza: senza droga non riesce a vivere. La Nba si tappa gli occhi per mesi, poi quando vede che la situazione non è più recuperabile fa quello che tutti temono ma nessuno si aspetta. è il 23 febbraio 1986: David Stern, già allora commissioner, indice una conferenza stampa. Tutti sanno che Richardson è stato "beccato" per la terza volta. Stern si presenta scuro in volto, esordisce con "questo è il momento più duro della mia carriera di commissioner", poi comunica che Micheal Ray Richardson è stato radiato dalla Nba. Il Dio Sugar viene espulso dal paradiso

Italia. Bologna. Forlì. Richardson non si dà per vinto. Per l'ennesima volta tenta di ripulirsi e stavolta sembra farcela per davvero. Intanto gioca nella USBL, poi con Albany nella CBA, fino a sbarcare in Europa, alla Virtus Bologna, dove gioca con Clemon Johnson, anche lui uscito dal draft del 1978. La Nba prova ancora a fidarsi di lui, lo grazia, e subito i 76ers gli offrono un annuale. L'orgoglio del campione si fa sentire "Io sono Richardson, un annuale lo puoi dare ad un ragazzino non a me". Definitivamente 'ripulito', resta in Europa dove trova un equilibrio grazie alla compagna che diventerà sua moglie e che gli darà due figli. Incanta Bologna, vincendo meno di quanto meriti, ma rimanendo nella storia del basket virtussino, riportato dopo anni di digiuno al sapore della vittoria: le Vu nere alzano la Coppa Italia (al Palafiera) e l'anno dopo a Firenze conquistano la Coppa delle Coppe. Non è facile per lui: in tutti i palazzetti in cui gioca, immancabilmente, i cori dei tifosi ("Sugar tossico") gli ricordano il suo passato. Chiuso il memorabile ciclo-Bologna inizia a girovagare: Livorno, dove continua a metterne 20 a partita, Yugoslavia, Francia e poi, a sorpresa, Forlì. Arriva sotto S. Mercuriale nel 98/99: la carta d'identità dice 43, il fisico è imbolsito, però ne mette 11 a partita conditi da 2 assist. Le mani sono sempre da pianista, i lampi di classe sono accecanti. La carriera è chiaramente alla fine (anche se giocherà per altri 3 anni), la Libertas1946 ha ormai preso la strada che la porterà verso la morte, ma al Palafiera, nonostante tutto, l'ultima leggenda viene accolta come merita.

Oggi. Finita la carriera, ritorna negli Usa. Nel 2000 la Tnt gli dedica un vero e proprio documentario, titolato "Che fine ha fatto Micheal Ray?", raccontando la vita romanzesca di un giocatore che, se non avesse commesso certi errori, sarebbe entrato nella Hall of Fame in carrozza. La Nba, che non si scorda mai dei suoi figli, lo tiene sott'occhio per un po', per non commettere altri errori, poi lo affida ai Denver Nuggets, facendolo diventare un "ambasciatore" nelle scuole dei ghetti neri, in cui spiega ai ragazzi i rischi della droga e come fuggirne. Inizia intanto a fare l'allenatore nella Cba, in quei Patriots che condusse al titolo nel 1988, e il consulente per alcune agenzie europee. Di sé stesso Sugar dice "Quando vedo a che punto è la mia vita, non posso che sentirmi benedetto. Quando guardo Len Bias (giocatore prima scelta dei Celtics morto di overdose, nota di FB), penso che lui non ha avuto le mie possibilità. Guardare indietro e chiedermi "ma se..." non ha senso: perché dopo la droga sono riuscito a giocare altri 11 anni da professionista, e in più sono ancora in buona salute."

BIG MATCH: SUGAR VS SASHA

di Franco Montorro - Giganti del Basket - 1-7/12/1992

 

Bologna sogna: era lo slogan per le notti estive all'insegna dello spettacolo nel capoluogo emiliano. è, da anni, il leit motiv di sottofondo alle partite della Virtus. Sognare va bene, illudersi meno, ma alla resa dei conti non c'è nulla di meglio che risvegliarsi e non provare nessuna nostalgia per i voli del pensiero durante il riposo. Invece i ritorni alla realtà sono stati quasi sempre bruschi e amari, negli ultimi tempi, per le V nere visto che passeranno almeno nove stagioni dall'ultima vittoria tricolore. In questo periodo di tempo solo una vittoria in Coppa delle Coppe ha rinnovato la sensazione di antichi brividi: e quel 13 marzo 1990 è stato un giorno da leoni soprattutto per Michael Ray Richardson, semplicemente "Sugar". Un giocatore che di ruggiti di piacere se ne è fatti sfuggire molti (per lui, per gli altri) nelle sue tre stagioni in bianconero. Poi, sul finire dell'estate 1991, la sua tana rimase vuota. Non ci importa, non ci importa più sapere perché: resta il dato di fatto di una Virtus improvvisamente più povera, improvvisamente più sola. Da qualche mese, però, il vuoto sembra colmato. è arrivato Predrag Danilovic. Molti anni (e molta classe) in meno. Molta energia (e "furbizia") in più. Con lui la Knorr non ha ancora vinto nulla, ma almeno la gente ha ripreso a sognare. A occhi chiusi o a pupille spalancate, fisse verso un obiettivo europeo o tricolore. E almeno in questo Sasha ha già raggiunto Sugar. Per il resto, beh parlerà il campo fin da sabato prossimo quando Danilovic scenderà con la Knorr a Livorno. Il re e il suo erede. Già, ma il re non ha mai abdicato e il principe ha appena incominciato a salire i gradini verso il trono. E qualcuno è ancora convinto che la successione non fosse dovuta o che sia stata prematura. Altri pensano il contrario: come dimostra anche lo scambio di opinioni a distanza che vi proponiamo. Unico punto d'incontro, la consapevolezza, amara, che nel nostro campionato da tempo si finisce col rimpiangere o il desiderare solo assi d'importazione. Quando torneremo a dividerci per due italiani forse il "Grande freddo" sarà finito. Sapete, quei geli da Croazia: meno 46, meno 23...

 

IO STO CON SASHA

La sua voglia di imparare è più utile del semplice talento

di Franco Montorro

 

Premessa indispensabile: potendo scegliere, starei al limite con Nancy Brilli (una donna da prendere di petto). Torniamo al basket: starei con Driscoll o Cosic, nel senso che se uno straniero dell'attuale Knorr deve essere messo in discussione quello è Wennington. Premessa alla premessa: inutile guardare troppo indietro, i ricordi non segnano canestri. E comunque non di ricordi è fatta la leggenda di Richardson, visto che Sugar è ancora in piena attività. Però, in tutta franchezza, a questa Knorr non serviva più un giocatore come lui. Forse non servirebbe più nemmeno un Richardson come quello di quattro anni fa. Non è una bestemmia e nemmeno una considerazione tecnica. La classe, il talento, anche il carisma di "Sugar" non sono mai stati in discussione, così come è da folli discutere il ruolo di protagonista avuto da Richardson nei successi virtussini. Una COppa delle Coppe, due Coppe Italia. Molto? Poco? Punti di vista, perché alla fin fine Bologna si accontenterà anche, ma gode solo per lo scudetto o per il titolo europeo assoluto. Trofei che si vincono col gioco di squadra e in quest'ottica Danilovic oggi è più utile alla causa. Ultima parole su SUgar: il suo contributo era in declino, nell'ultima stagione bolognese (1990-91) aveva anzi causato più danni che benefici (ricordate la rissa di Varese, la lunga squalifica, l'affannosa rincorsa a cui fu costretta la Knorr?), soprattutto non garantiva più di essere affidabile sul piano della continuità.

In quanto ai cosiddetti "rapporti con lo spogliatoio", meglio Danilovic alla pari con gli altri o Richardson (volente o nolente, sopra tutti e tutto)? Danilovic è arrivato in Italia all'insegna del "patti chiari, amicizia lunga". Lunga almeno un paio d'anni: il suo sogno è la Nba, ci andrà quando avrà terminato il suo praticantato italiano. E quante più cose imparerà qui da noi, meno fatica dovrà fare negli Stati Uniti. Il suo rapporto con società e tifosi è limpido. Sul suo contributo in campo, invece, c'è stata l'ombra di un paio di settimane di rendimento alterno: normale stato di appannamento o che altro? Probabilmente qualche scossa di assestamento in un giocatore che ha già avuto il pregio di vincere la diffidenza del pubblico bolognese e convincere tutti con le sue enormi qualità.

Molta classe, buona propensione alla leadership, voglia di progredire. Vincendo. Senza dispersioni, senza concessioni; in una squadra puzzle in cui l'ultimo tassello, lui, si incastra alla perfezione. Per questo Knorr, io sto con Sasha.

 

IO STO CON SUGAR

È a fine carriera, ma il suo genio cestistico rimane intatto

di Leonardo Iannacci

 

Sono sempre più ingiallite le foglie dell'autunno cestistico di Michael Ray Richardson, detto Sugar, il campione che in epoca giovanile scelse lo stesso pseudonimo di un grande boxeur del passato per ricalcarne sul parquet le orme della gloria. Sugar come zucchero dolcissimo per addolcire una vita troppo spesso amara, nei ricordi di chi ha visto l'ex ragazzo di Lubbock, Texas, diventare campione Nba e vincere, per due volte la classifica dei migliori difensori della Lega ('80-'81), dei recuperi ('80-'83-'85), degli assist ('80), il titolo di comeback of the year nel 1985, e giocare per quattro volte l'ALl Star Game dei campioni, quello vero, che consacra i migliori dell'Nba e, quindi, del mondo.

Ci chiedono di scegliere con chi stare tra Ray e Predrag Danilovic. Nell'anno di grazia 1992 il confronto tra i due è impietoso, il duello impari. Quindici stagione di differenza pesano come menhir sulle spalle di Ray. L'acido lattico nei muscoli è un pericolo sempre più costante per l'anziano campione che ha dovuto convincere, a 37 anni, una città intera quando gli è stato chiesto di essere la guida spirituale per una squadra nata male e cresciuta peggio sul lungomare livornese. Anche le motivazioni sono differenti: il giovane talento serbo ha una voglia matta di arriva re, ma - ad un'analisi più attenta - di arrivare a quegli stessi traguardi che Sugar ha già raggiunto in otto stagioni di National Basketball Association e in tre anni italiani con la Knorr. E soprattutto per questo stiamo con Richardson. Perché Ray, giocando in una squadra "non" squadra, con un'esplosività fisica ormai ridotta al lumicino riesce a mantenere spesso intatto il Genio pizzicando il suo Stradivari, dirigendo l'orchestra e, all'occorrenza, al fin della licenza, portando il tocco finale.

Stiamo con Richardson perché in un mondo che ama inginocchiarsi davanti ai potenti, ai ricchi, a chi è nato con la camicia, è giusto che anche chi dalla vita ha ereditato una buona dose di sfortuna, commettendo qualche errore di troppo pagato con gli interessi in prima persona, trovi sempre una persona che lo rispetti.

Stiamo con Richardson perché la rarità del suo essere grande non vada dispersa nei ricordi della gente che lo ha visto trionfare a Bologna e degli ex compagni che ancora lo ricordano elettrico, imprevedibile, geniale inventore di canestri impossibili e comunque sempre pronto ad esporsi in prima persona. Cioè unico.

Stiamo con Richardson perché ci commuove la nuova, umanissima versione del Sugar "papà" che a Livorno si alza ogni mattina alle 6 per accompagnare la sua figlioletta al minibus della scuola. Stiamo con Richardson, infine, perché siamo davvero curiosi di ascoltare quali arpeggi, deboli o potenti, innocui o velenosi usciranno dal suo Stradivari impolverato sabato prossimo. Anche se Sugar qualche volta steccherà, sarebbero stecche da campione.

Lui lo è stato.

PRESSING A TUTTO CAMPO

(prima della sua esperienza italiana) - Superbasket – 07/10/1982

 

Ad alcune sue risposte mi sono permesso di aggiungere un breve commento fra parentesi, cosa che ho fatto unicamente nel suo caso: del resto Sugar è stato veramente unico.

LA CARTA D’IDENTITA'  
Nome Micheal Ray
Cognome Richardson
Soprannome Sugar
Data di nascita 11-apr-55
Luogo di nascita Lubbuch, Texas
Segno zodiacale Ariete
Altezza 1,93
Peso 90 kg
Numero di scarpe 46
Capelli neri
Occhi neri
Segni particolari tatuaggio col nome della moglie sul braccio destro
Stato civile celibe (ma come? E il tatuaggio? ndb65)
Domicilio senza fisso domicilio (mitico... ndb65)
Titolo di studio universitario
Ruolo in campo guardia
   
IL PROFILO  
Carattere mite
Superstizione nessuna
Hobby nuoto
Modo di vestire casual
   
LA CARRIERA  
Chi ti ha scoperto Don Wilson
Più bella partita giocata Durante l’università
Più grande emozione Dover esser scelto da qualche squadra “pro”
Più grande soddisfazione Esser scelto
Più grande ambizione Vincere il titolo
   
LE PREFERENZE  
L’ora del giorno Notte
Il giorno della settimana Venerdì
Il mese Aprile
La stagione Estate
Il numero 20
L’animale scimmia
Il colore grigio-amaranto
Il metallo -
La vacanza Hawaii
Il negozio Barneys
La città italiana Milano
La nazione Colorado (errata traduzione di “state”? ndb65)
   
IL MENù  
Aperitivo -
Carne bistecca
Pesce sogliola
Contorno fagiolini
Formaggio californiano
Frutta pesche
Dolce involtini dolci
Vino bianco
   
LA CULTURA  
Il pittore Lery Heiman
Musicista Marvin Gaye
L’uomo politico Kock
Il quotidiano Washington Post
Il settimanale Time
Il fumetto Richard Pryor (errata traduzione di “comic”? ndb65)
Il giornalista Marty Blake
   
GLI SVAGHI  
L’attrice italiana Sophia Loren
L’attore straniero Clint Eastwood
La soubrette Lola Falana
Il comico straniero Richard Pryor (avevo ragione… ndb65)
   
IL MEGLIO DI SEMPRE  
Il libro Black Boy
Il film Rag Time
Il disco Jump To It di Arteha Franklin
L’impresa sportiva Superbowl numero 10
Il giocatore di basket del mondo Julius Erving
   
I RICORDI DELL’INFANZIA  
La favola Cappuccetto Rosso
Il gioco Monopoli
La scuola Mitchell
Gli insegnanti Miss Benson in 3a media
L’età decisiva 10 (!!! ndb65)
   
CHE EFFETTO FA…  
Essere un personaggio è una piacevole sensazione
L’applauso del pubblico mette soggezione
I fischi del pubblico non mi piacciono
Il dolore fisico fa male (ahahah ndb65)
Il turbamento psicologico non lo amo particolarmente (ahahah ndb65)
Un complimento vero fa piacere
Un complimento falso antipatia
Vivere in quest’epoca non male
La vittoria tira su
Las sconfitta stimola la riscossa. Per poco tempo!
Il denaro Lo amo follemente (che spettacolo! ndb65)
   
PERCHÉ…  
Hai cominciato a giocare? Per piacere
Continui a giocare? Mi realizzo

 

"FATTI SOTTO SUGAR, SE HAI LE PALLE..."

di Lorenzo Sani - VMagazine - Ottobre 2011

 

La notte che Sugar Ray sfidò il Ciccio la  luna indossava una luccicante collana di stelle. Si era messa in ghingheri per l’occasione, come una vecchia mignottona bianconera. In Italia governava Berlusconi, anche se nel 1994 sembrava un filino più vecchio di oggi. Era un settembre particolarmente caldo per il governo. “Andremo avanti senza Bossi” aveva tuonato il premier al rientro dalle vacanze. “Sfasciacarrozze” arrivò a definire l’alleato recalcitrante della Lega verso la metà del mese in un ribollire di accuse e polemiche, ma quell’epiteto, offerto a una rilettura storica, non chiarisce se si trattasse di un complimento o di un insulto, data l’assenza di pregiudizi verso condoni e rottamazione dimostrata dall’esecutivo in svariate circostanze. Polemiche che echeggiavano in lontananza a Bologna, perché da una decina di giorni, per l’esattezza dal 16 settembre, era iniziato il campionato di basket.

La sfida a 15 punti, massimo tre palleggi, due partite su tre, tra Alessio Cantergiani detto Ciccio e Micheal Ray Richardson detto Sugar, nacque qualche giorno prima della sera del 27 settembre 1994, notte magica in cui si consumò l’evento tra le pareti della palestra delle scuole Carracci, nei pressi di via Saragozza. Il PalaGhepard, ribattezzato così dai ragazzi dal nome della polisportiva che fa gli onori di casa, era tirato a lucido. Deve avere un fascino particolare per i campioni Nba quella palestra col fondo di mattonelle grigio topo, perché ogni tanto ci puoi trovare anche oggi David Rivers, uno tra i più grandi playmaker che siano transitati nel campionato italiano, che fa due salti per tenersi in forma con la squadra di Billo Riguzzi e di Capitan Venturi, soprannominato il Nonno perché gli vennero i capelli bianchi da ragazzino quando incominciò a lavorare di notte al mercato ortofrutticolo. Nel settembre ‘94 da Zelig, in via Portanuova, un gruppo di amici si era infilato in una di quelle discussioni di basket senza capo né coda. Se poi alla discussione partecipa anche il Ciccio, e prende posizione, non c’è proprio verso di uscirne fuori.  Era così anche in campo, quando gli arbitri gli fischiavano contro illudendosi di fermare il gioco. No. Oggi possiamo dirlo. Il gioco, nel significato più letterale del termine, lo fermava solo il Ciccio, perché si piantava in mezzo al campo col pallone sotto un braccio e l’indice inquisitore dell’altra mano puntato al naso del fischietto di turno fino a quando si era spiegato, o aveva ottenuto soddisfazione. Eventi entrambi molto rari. “Paaaassi?”, inorridì una volta durante un match al torneo dei Giardini Margherita, sempre tenendo il pallone ben stretto sotto al braccio. “Ma come: io non ho mai fatto passi!”. Intendeva in carriera, non in quel momento. Impossibile azzardare una rimessa veloce se avevi contro il Ciccio.

La tavolata da Zelig era a leggera prevalenza virtussina, questo va detto per la cronaca, perché se la stessa accalorata discussione si fosse svolta in un’ipotetica tavolata a leggera prevalenza fortitudina non si sarebbe conclusa senza un minimo spargimento di sangue. Quella volta il sangue non sgorgò, ma si sfiorò la rissa. L’argomento del contendere era il dualismo Richardson-Danilovic. Il Ciccio sosteneva senza troppe metafore che con Danilovic si vincesse e con Sugar no. Questa, dal suo punto di vista, era la differenza di fondo tra i due campioni. Non si espresse esattamente in questi termini, ma il concetto suonava più o meno così. In quei giorni Richardson si trovava a Bologna, dove c’era una delle famiglie che aveva creato in giro per il mondo, reperibile, un po’ come i medici.

Dopo tre stagioni alla Virtus, una alla Jugoplastika durante la guerra civile e due a Livorno, aveva firmato per Antibes col vecchio amico Lee Johnson. C’era pure il già citato David Rivers in quella squadra. Approfittando della confusione uscii dal locale e telefonai a Sugar. Era notte fonda, ma c’erano ragionevoli probabilità di trovarlo ancora sveglio. Gli spiegai la situazione. “Devi venire assolutamente da Zelig” gli dissi. C’era una certa confidenza con Sugar. Una volta in albergo a Salonicco, alla vigilia della semifinale di Coppa delle Coppe tra il Paok e la Virtus, mi domandò una sigaretta. Mi meravigliai, perché non l’avevo mai visto fumare. Subito dopo chiese se gliel’accendessi. “Ma ti sei messo a fumare?” gli domandai incredulo. “Macché… è che devo andare in bagno, c’è appena stato Clemon (Johnson) e non si respira… Preferisco la puzza di fumo” fu la sua risposta. Insomma, la mia paglia gli serviva da zampirone.

Per tre stagioni “Tavor” Johnson è stato il compagno di camera di Michael Ray durante le trasferte, immaginiamo, in un tripudio di fumo passivo. Quando Richardson spalancò la porta a vetri di Zelig nel lontano settembre 1994 il Ciccio teneva banco da un pezzo, gli altri avevano praticamente gettato la spugna, rassegnati a dargli ragione. “Allora, Fuckin' Ciccio, chi è meglio tra me e Danilovic?” lo affrontò senza tanti preamboli Sugar Ray col suo italiano sincopato. Il Ciccio rimase imperturbabile e non mutò opinione. Del resto è noto: non ha mai fatto passi, o cambiato idea. “È meglio Danilovic, con lui vinciamo” ribadì in faccia alla stella texana.

Poi incominciò a spiegargli la pallacanestro dalla A alla Z, il perché e il percome, a mettergli bonariamente le mani addosso. Erano anni in cui si poteva sopravvivere anche senza sapere cosa fosse il pick and roll, o magari confondendo il passing game col passato di verdura: il basket era bello lo stesso. Presero a sfottersi, a spintonarsi, poi gli spintoni sovrastarono le battute di spirito, più o meno grevi. La tensione salì vertiginosamente di tono. Sugar non credeva ai propri occhi. Lì per lì pensò che quell’altro scherzasse, poi fu assalito dal sospetto che facesse sul serio. Sugar non aveva dubbi su chi fosse meglio tra lui e Danilovic. E intendeva lo Sugar dell’epoca, non quello della Nba. Aveva la stessa sicurezza del Ciccio, che la pensava in maniera opposta. “Okay” disse a un certo punto. “Giochiamocela uno contro uno, vediamo se hai le palle: se vinci hai ragione tu”.

“Io ho un pallone in macchina” saltò su Billo, che come l'immenso Drazen Petrovic aveva sempre un pallone da basket e un preservativo a portata di mano. Se non li avessimo fermati in tempo se la sarebbe giocata davvero per strada, uno contro uno, alle tombe dei Glossatori, utilizzando la testa di una statua come canestro. Fortunatamente prevalse il buon senso e la sfida che Sugar aveva lanciato al Ciccio fu posticipata di un paio di giorni perché andava organizzata con i sacri crismi.

  

Joe Binion, il centro della Virtus che dopo il basket si è dato al bowling, fece da arbitro. Il primo match Sugar lo portò a casa facilmente, 15-6. Diciamo ch elo mise in riga e non è una battuta. Nella seconda partita il Ciccio incominciò a prenderci dalla lunga, facendo di necessità virtù, perché i testimoni oculari non ricordano una sola azione d’attacco giocata dentro l’area difesa da Micheal Ray. A sorpresa, dopo una blanda contestazione all’arbitro, Cicciò si trovò davanti, 10 a 6. L’eventualità della bella che incominciava a prendere quota. Alla fine vinse Sugar, 15-13, ma quello scampolo di partita che Richardson andò a giocarsi spalle a canestro fu uno scampolo di partita vera. I due contendenti erano scesi in campo con l’accappatoio come i pugili sul ring e in quella seconda partita se le erano suonate per davvero, sciorinando l’intero campionario dei colpi bassi che avrebbe fatto impallidire un fiorettista come Vittorio Gallinari, il papà di Danilo, che Bob Hill chiamava "Bird in practice" perché in allenamento faceva sempre canestro. Solo in allenamento, però. In partita si dedicava ad altro. Pochi giorni prima Gianfranco Rosi, dopo aver perso il titolo mondiale negli Stati Uniti, aveva annunciato il primo degli innumerevoli proclami di ritiro. Micheal Ray Richardson da Lubbock, Texas, star dei New York Knicks e dei New Jersey Nets, compagno di merende di Bob McAdoo tanto nell’epopea della Grande Mela, quanto in quelle europea, all’epoca aveva 39 anni, ma l’ipotesi di ritirarsi dalle scene agonistiche non lo sfiorava minimamente. Difatti dopo la Francia giocò di nuovo in Italia, a Forlì, e chiuse la carriera con la maglia di Livorno alla veneranda età di 44 anni tenendo a battesimo Gianmarco Pozzecco. "È un po' pazzo", mi disse del giovanissimo Poz. Detto da lui, è una garanzia...

Il Ciccio invece gioca ancora e ne ha 54. C'è un filo sottile che lega questi due personaggi della mitologia cestistica bolognese. Recentemente ha ricoperto anche il doppio ruolo d’allenatore e giocatore, ma solo per poche partite perché, onestamente, non è nelle sue corde. La ragione è presto spiegata: Ciccio è cresciuto nel mito di Bill Pickens, due stagioni a Pesaro all’inizio degli anni Settanta. Era un lungo di 2 metri e un paio di centimetri, non di più. Forse addirittura qualcosina di meno. Bianco, con la barba e i modi da boscaiolo, un tipo che ricordava vagamente Bill Carabina Wennington, il brutto anatroccolo svezzato da Ettore Messina in maglia bianconera che divenne non esattamente un cigno, ma qualcosa di simile, al fianco di Michael Jordan nei Chicago Bulls. Nel tempo libero Pickens ha fatto anche l’attore in diversi spaghetti western di Cinecittà: aveva una vocazione naturale per le scazzottate, quasi come il Ciccio che in almeno due occasioni riuscì a malmenare nel corso della stessa partita padre e figlio, uno in campo e l'altro, naturalmente, in tribuna. Al termine del match perso contro la Fortitudo a Piazza Azzarita, perché dalla panchina era arrivato l’ordine di rinunciare ai liberi (allora si poteva), in favore di una rimessa che si rivelò poi scelta catastrofica, Pickens stese con un destro Carlo Rinaldi, il suo allenatore. Senza preavviso, un diretto secco al mento, poi infilò la giacca della tuta e placido come il fiume Don si diresse negli spogliatoi, lasciando quel poveretto per terra. Il giovane Ciccio Cantergiani era sugli spalti e quel gesto, fortunatamente rimasto isolato, lo impressionò a tal punto da segnare per sempre il suo conflittuale rapporto con la categoria dei coach. No. Non può fare l’allenatore-giocatore il Ciccio. Lo suggerisce la logica. Per quale ragione dovrebbe correre il rischio di tirarsi un cazzotto in faccia da solo?

LO STUPENDO DOCUMENTARIO "WHATEVER HAPPENED TO MICHAEL RAY?"

raccontato, in inglese, da Chris Rock