SIMONE FONTECCHIO

nato a: Pescara

il: 09/02/1995

altezza: 198

ruolo: ala

numero di maglia: 15

Stagioni alla Virtus: 2012/13 - 2013/14 - 2014/15 - 2015/16

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

SIMONE FONTECCHIO

di Marco Bogoni - VMagazine - Dicembre 2011

 

Vogliamo chiamarla "Dinastia Fontecchio"? Il gene dei campioni non si può elaborare in provetta, ma gli scienziati potrebbero chiedere qualche consiglio a Daniele Fontecchio, vicecampione d'Europa indoor nella corsa ad ostacoli a Madrid 1986, e a sua moglie Amalia, campionessa di basket con due scudetti vinti a Vicenza. I due ex atleti nativi di Pescara hanno donato al mondo dello sport e in particolare della pallacanestro due ragazzi ricchi di talento in grado di essere pratagonisti nelle rispettive categoria. Il figlio maggiore, Luca, attualmente gioca nella Zerouno Torino in DNA mentre il più piccolo della famiglia, Simone, sta dominando a livello giovanile con la canotta della Virtus Bologna.

Nato il 9 dicembre del 1995, Simone Fontecchio è una guardia/ala piccola che si divide tra gli Under17 e gli Under19 marchiati UGF Banca. Poichè è alto 196 cm Consolini e Sanguettoli a volte lo hanno fatto evoluire anche sottocanestro trasformandolo in un giocatore all-arounds. Gli addetti ai lavori indicano in lui e Imbrò come gli unici talenti delle Vu nere capaci di poter avere in futuro minuti importanti in Serie A. Sarà veramente così? Solo il tempo lo saprà dire. Intanto su Fontecchio si sono già posati gli occhi degli scout internazionali e questo gli ha fatto valere la convocazione per il Jordan Brand Classic International Game, lo stage di tre giorni organizzato dalla leggenda del basket Michael Jordan.

A Londra Simone si è trovato insieme ai migliori giocatori d'Europa del 1995 e al suo compagno di squadra Adam Pechacek. Fontecchio racconta così quell'esperienza:

 È stato davvero molto bello. I ritmi sono stati dieci volte più intensi di quelli a cui ero abituato, non ci siamo fermati davvero mai. Abbiamo sostenuto cinque allenamenti in tre giorni, più una partita finale tra i venti migliori, a cui purtroppo non ho preso parte. Adam (Pechacek, ndr) invece ha disputato la sfida, ed è anche stato scelto per il camp negli Stati Uniti. Eravamo quaranta giocatori, e sei tecnici, più gli accompagnatori, divisi per nazionalità. Dei coach quattro erano inglesi, mentre due arrivavano proprio dall'America. Sono sicuramente soddisfatto di questi tre giorni. C'erano tanti giocatori bravi, ma nessuno mi è sembrato fortissimo rispetto agli altri. Gli stranieri mi sono sembrati più fisici, più atletici insomma. Però durante gli allenamenti abbiamo curato principalmente i fondamentali, per quanto riguarda la tattica ci hanno giusto insegnato due schemi in attacco per le partitelle, e in difesa ci chiedevano solo marcatura a uomo e pressing.

Le sue caratteristiche principali sono la rapidità di piedi e l'atletismo oltre ad una forte personalità e ad una sfrontatezza paragonabile a quella di marco Belinelli. Rispetto a suo fratello maggiore è più esile, ma ha più ball handling e controllo del corpo. Luca FOntecchio ha vinto con la Virtus un campionato under17 nel 2007 e un titolo Under19 nel 2010, mentre Simone nel giugno scorso è arrivato secondo perdendo la finale nazionale del campionato Under17 contro la Virtus Siena di Imbrò e Tessitori. Fontecchio venne inserito nel miglior quintetto della manifestazione.

Durante la scorsa estate Simone ha preso parte agli Europei Under16 diventando il secondo miglior marcatore dell'Italia, dietro Alessandro Maccaferri, con 12.6 punti di media a partita. non è stata una spedizione fortunata per gli azzurri che hanno conquistato solo il decimo posto dopo essere stati sconfitti dalla Serbia. In quell'ultima partita Fontecchio realizzò 25 punti. L'Italia saprà riscattarsi grazie anche, ne siamo certi, al contributo che saprà dare Simone.

 

«FONTECCHIO? UN NUOVO BELINELLI!»

Corriere dello Sport/Stadio - 11/04/2013

 

Se la spending review virtussina ha un luccicante paravento davanti a sé - i giovani che possono garantire un futuro, e intanto marchiano anche il presente addolcendolo un po', buona parte del merito va diviso tra Giordano Consolini e Marco Sanguettoli. Da quasi 25 anni anime del settore giovanile più importante d'Italia, quello campione in carica under 17 e 19, lanciato verso altri titoli. «Non le persone - dribbla "Murphy" Sanguettoli - ma l'organizzazione fa la differenza». A giugno dell'anno scorso, dopo aver vinto il titolo juniores, indicò Fontecchio come il giocatore di maggior talento che ha allenato. Non male, detto da uno che ha cresciuto Belinelli.

Ho sempre paura a parlarne, temo che la sovraesposizione condizioni lo sviluppo di un giovane che a 17 anni deve pensare a giocare, divertirsi e andare a scuola. Certo, si tratta di un ragazzo con potenzialità di altissimo livello, sia per il fisico che per il talento.

Il suo exploit non può sorprenderla.

Fisicamente regge l'impatto di stare in campo al quinto piano. Se penetra, riesce a far la guerra contro i lunghi, tiene lo scivolamento difensivo sugli esterni, ha corsa. E sa tirare.

Limiti?

Deve migliorare individualmente, e un palcoscenico del genere, arrivato precocemente, può penalizzarlo. Anche Marco arrivò presto in prima squadra, o Paolone Barlera. Bisogna farli crescere i ragazzi, continuando il lavoro di base.

Sembra più preoccupato.

No, lo sono in generale, e poi Simone si allena anche con l'under 19 di Giordano (l'anno scorso erano a panchine invertite).

Il paragone Belinelli-Fontecchio ci sta?

Si può fare. Ruoli leggermente diversi, ma quando ci sono altezza e velocità tutto può venire. Simone ha il talento nel muovere il corpo, è bello a vedersi, sa trattare la palla, ed è anche tecnico, non ha solo gambe e muscoli.

A proposito di facce toste, Landi?

Grande agonista, un lottatore. Contro Venezia lo vedevo parlare con l'avversario, come a dire mi puoi anche menare ma io sono qui. Ha capacità atletiche ed è predisposto al tiro da fuori, deve crescere quando c'è da mettere palla a terra.

La linea verde, mix di scelta e necessità, è azzardo o chance?

Bruciare le tappe va bene, se si salvaguardano però le capacità tecniche. Negli anni passati c'era la Virtus da Eurolega, la strada per gli under era sbarrata. Ora hanno una possibilità importante. Basta guardare Imbrò: ha dimostrato di poter stare in serie A, nella Virtus di Ginobili non avrebbe avuto spazio. Sarebbe andato in Legadue, dove magari trovi situazioni difficili, giochi poco e non migliori. Un'esperienza positiva, sono pronti e inseriti con criterio».

E immuni dai rischi di cui parlava?

«Questi tre sì. Matteo ha una serenità interiore unica, ed è quello che ho allenato meno. L'ambiente deve essere bravo a tutelarli, se si comincia a parlare di fenomeni si può rovinare tutto. Penso a Balotelli: se uno è forte dentro, sa convivere con queste pressioni. Poi c'è chi è più fragile e ne risente. Di solito ho due paure: da una parte l'esposizione mediatica e il peso psicologico. Dall'altra, in A si dedicano molte più ore al lavoro tattico che a quello tecnico, necessario per un diciassettenne che deve "finirsi". Parliamo ancora di ragazzini, nessuno può dire con certezza dove arriveranno.

Si vince anche quest'anno?

Cii sono le premesse, soprattutto nell'under 19. Ma il nostro primo obiettivo è formare giocatori.

L'austerità vi colpisce?

La crisi si sente. Però qui si parte da un'esperienza tale che possiamo non preoccuparci».

Nome per il futuro?

Non posso farlo. Ma abbiamo un gruppo di under 15 di grande potenziale, la speranza c'è.

Fontecchio parte in contropiede, contrastato da Easley (foto tratta da www.virtus.it)

LA SUA SCHEDA (STAGIONE 2013/14)

www.virtus.it

 

Nato a Pescara, è uno dei giovani più promettenti nel panorama italiano. Nel 2011 ha partecipato al 'Jordan Classic' a Londra, unico italiano invitato. E' stato anche uno dei protagonisti del torneo di Mannheim del 2012 e degli Europei Under 16 e 18, che si sono disputati nell'estate del 2012. In Virtus ha vinto i titoli Under 17 e Under 19 nella stagione 2011/12, e nella stagione 2012/13 si è unito definitivamente alla prima squadra. Nello stesso anno, ha vinto il campionato italiano Under 19. Nell'estate 2013 ha l'opportunità di andare a studiare in un college americano, ma decide di scegliere definitivamente la Virtus Bologna: così firma un contratto di cinque anni con le Vu Nere.

Simone è un "figlio d'arte": suo padre Daniele è stato un ostacolista di ottimo livello, mentre la madre, Malì Pomilio, ha vinto due titoli europei con la maglia di Vicenza. Anche il fratello Luca è un prodotto del vivaio Virtus.

«IL MIO MODELLO È GALLINARI»

di Massimo Selleri - Il Resto del Carlino - 14/07/2014

 

In un'estate dove la Virtus sta tenendo una posizione attendista, dovendo ancora sapere quanti quattrini potrà spendere sul mercato, le buone notizie arrivano da Simone Fontecchio, attualmente impegnato con la maglia azzurra ai campionati europei under 20 che si stanno disputando in Grecia. La sua crescita non è sancita solo dai numeri, comunque buoni con 15 punti con 5,3 rimbalzi in 29' a gara, ma anche dal suo stare in campo e dai tanti apprezzamenti che arrivano dagli addetti ai lavori per un ragazzo che si sta mettendo in mostra per come sa giocare di squadra nonostante la carta d'identità dica che i 19 anni arriveranno solo a dicembre.

La sua presenza è uno dei pochi punti certi in una formazione che sarà ricostruita quasi da zero, tenendo presente che lo si vorrebbe un po' più protagonista dopo una stagione condita da tanti alti e bassi dove i risultati della squadra non lo hanno aiutato a superare i periodi di difficoltà. Sono tanti i giovani giocatori cresciuti in Virtus che hanno trovato gloria altrove, potremmo citare come esempio Michele Vitali e Filippo Baldi Rossi, Fontecchio potrebbe essere la classica eccezione che conferma la regola. Arrivato alla V nera a soli 14 anni partendo da Pescara, ad aprirgli la strada è stato il fratello maggiore Luca, all'Arcoveggio ha imparato l'abc della pallacanestro.

«È stato soprattutto Giordano Consolini a insegnarmi tutto quello che adesso riesco a fare in campo - spiega la giovane ala bianconera - mentre l'esperienza che ho fatto negli ultimi due anni in serie A mi ha aiutato molto nel gioco senza la palla, perché quando giochi in prima squadra non si può tenere il pallone tra le mani così tanto come fai nelle giovanili, quindi ovviamente devi saper giocare anche senza palla o non fai nulla».

Parole non di circostanza per uno stile di gioco che ricorda quello di Danilo Gallinari. «È vero che giochiamo nella stessa posizione, ma è anni luce più avanti di me. Ovviamente sarebbe un sogno per me diventare come lui: è uno dei miei giocatori preferiti, ma anche se non lo fosse lo dovrei dire perché il padre è il mio agente, quindi devo ammirarlo ancora di più. Per noi italiani ovviamente Alessandro Gentile è un punto di riferimento nel mio ruolo, come lo sono anche Pietro Aradori e Marco Belinelli».

Anche la settimana che si apre oggi non dovrebbe essere foriera di particolari novità in casa della V nera, è previsto un incontro tra il presidente Renato Villalta, il vicepresidente Claudio Albertini, l'amministratore delegato Piergiorgio Bottai e il direttore sportivo Bruno Arrigoni, ma l'impressione è che il tutto si concluda con un arrivederci alla prossima puntata.

SIMONE FONTECCHIO: "NON SAPEVO CI FOSSERO GLI SCOUT DEI CELTICS..."

di Stefano Brienza - Stadio - 9 ottobre 2015
 

 

Fontecchio, inizio col botto: ve l’aspettavate?

 «Non saprei dire se ce l’aspettavamo. Sicuramente conoscevamo la loro forza ma sapevamo di stare bene nonostante gli acciacchi. Eravamo tutti pronti per la prima, vogliosi di far bene davanti al nostro pubblico».

Questa Virtus con la Unipol Arena ha un rapporto speciale.

 «In casa, come l’anno scorso, abbiamo la consapevolezza di potercela giocare con cliiun-que. E l’abbiamo subito dimostrato. Ora bisogna migliorare in trasferta. Forse l’anno scorso c’era inesperienza a gestire le situazioni, ma anche – spesso -un approccio sbagliato e poca cattiveria. Ci dobbiamo lavorare, abbiamo le potenzialità per vincere contro chiunque anche fuori».

Se possibile a partire da Brindisi, ora che le aspettative si sono alzate.

 «Vero, ma credo che la pressione addosso ce l’avranno loro avendo perso la prima a Pistoia. Sono una squadra simile alle Brindisi degli ultimi anni: a trazione americana, fortemente fisica ed atletica, con guardie di taglia ridotta dal gran tiro. Sono molto pericolosi sul pick’n’roll e il loro campo è sempre caldo. Lavoriamo sull’avversario da inizio settimana, ma sarà difficile».

Come procede l’inserimento dei nuovi in un gruppo già solidissimo?

 «Bene, dentro e fuori dal campo. Sono ragazzi di compagnia, che sanno stare al mondo. Avere cinque persone rimaste dall’anno scorso è utile per coinvolgerli, andiamo spesso a cena tutti insieme. Ovviamente hanno bisogno di tempo per inserirsi, anche tecnicamente: con l’aggiunta di Dexter il sistema che utilizziamo è diverso anche per noi, e dobbiamo adattarci tutti».

Pittman, con la sua verve, sembra qua da una vita.

 «Si, non ha avuto problemi, è abituato a calcare palcoscenici importanti come quelli NBA. Dà sempre tutto, a partire dall’ allenamento, per non parlare delle partite. Credo die contro Venezia abbia già dimostrato quello che potrà darci in attacco e difesa».

A proposito di NBA, scout dei Celtics presenti a palazzo per vedere Fontecchio. E non sono usciti a mani vuote. 

«L’ho scoperto il giorno dopo, e forse è meglio così: gioco più tranquillo! Scherzi a parte, dopo il periodo del draft ho smesso di avere contatti e pensare all’America. Rimane il mio sogno, so che mi tengono d’ocdrio e mi fa piacere, ma ora penso solo alla Virtus e rimango sereno. Non sono neanche solito seguire news, preferisco farmi i fatti miei e lavorare sodo».

Che giocatore è e che giocatore sarà Fontecchio?

«Rimango un’ala, ma ad alti livelli un giocatore della mia altezza deve saper anche giocare da guardia, e sto lavorando in quella direzione. In Eurolega o in NBA credo che farei spesso il 2, mai il 4: quella è un’opzione che esploriamo in casi particolari, anche per scombinare i quintetti avversari. Per esempio grazie all’accoppiamento con Peric ho potuto batterlo e segnare i canestri decisivi. Vorrei essere pericoloso in ogni molo. In NBA tanti giocatori di sistema vivono su una o due caratteristiche ma non sanno fare altro; io invece vorrei essere un all-around».

Sembra anche uno di quegli uomini che amano le responsabilità nei momenti decisivi.

 «Mi piace essere in campo in quei momenti e avere la palla in mano, essere importante nel quarto quarto. Però devo migliorare la continuità nell’arco della gara: se non entrava l’ultimo tiro avremmo perso, ma magari se entravano i buoni tiri che ho preso e sbagliato nel primo tempo avremmo vinto prima».

Tanto lavoro in allenamento sul post basso: un’opzione che potrebbe regalarle grossi dividendi.

 «Sì, me ne rendo conto, infatti ci stiamo lavorando parecchio. Conto di mettere su 2-3 movimenti affidabili ed iniziare a sfruttare più spesso la stazza. Sotto canestro però non è semplice, le aree sono molto chiuse».

Non è un problema se si possiede anche il tiro da tre. Obiettivo 40%?

 «Magari. Mi ci applico molto e spero di arrivarci. Domenica credo di aver preso dei buoni tiri che sono usciti, ma non devo farmi scoraggiare. L’anno scorso tiravo il 29%, l’obiettivo è quello ma devo lavorarci tanto».

 

FONTECCHIO PRONTO PER L’ALL STAR GAME BEKO

tratto da www.virtus.it - 04/01/2016

 

Ecco la cartolina ufficiale che raffigura Simone Fontecchio tra i protagonisti dell’All Star Game Beko 2016, in programma domenica prossima, 10 gennaio, al PalaTrento, con palla a due alle 18.15.
Simone giocherà nel Cavit All Star Team, guidato da Dan Peterson e Max Menetti, col numero 5, accanto a Pietro Aradori della Grissin Bon, che ha affrontato proprio ieri alla Unipol Arena, e ad Achille Polonara, Alex Kirk, JaJuan Johnson, Dario Hunt, Jerome Dyson, Mike Green.
La sua squadra sfiderà il Dolomiti Energia All Star Team dei coach Valerio Bianchini e Maurizio Buscaglia, che avrà tra le sue stelle Wayne Blackshear, Luca Vitali, Awudu Abass, Julian Wright.

 

La cartolina ufficiale della partecipazione di Simone Fontecchio all' All Star Game 2016, a cui non ha partecipato per infortunio.

RITRATTI - SIMONE FONTECCHIO: NON È AVERE VENT'ANNI

di Mattia Pintus - www.my-basket.it - 03/2016

 

Il sogno (realizzabile) di un qualsiasi ragazzo italiano? Avere vent’anni e vivere a Bologna. E se mi contestate l’universalità che ho dato a questa affermazione, allora vi rispondo così. Se non è il sogno di tutti, è almeno il mio. È almeno il mio ed in parte credo sia anche quello di chiunque nella vita abbia vissuto masticando quasi quotidianamente pallacanestro: perché Bologna, oltre ad essere “la grassa e l’umana” è  anche e soprattutto Basket City. E poco importa se tu sia per la Virtus piuttosto che per la Fortitudo, perché nei portici si sente un solo vento soffiare, a prescindere da ogni bandiera, ed è il vento della passione. Passione per la vita, passione per la gioventù che brucia le sue serate nei locali in Via Zamboni, passione per gli studi umanistici, passione per la pace che si respira davanti a Santo Stefano ed infine, passione per la pallacanestro. Poi, che la domenica tu vada a Casalecchio o al PalaDozza non è importante, purché tu vada. È impossibile, nella storia recente del capoluogo emiliano, tralasciare il basket con tutte le sue componenti. E poiché parliamo di storie di vita, non possiamo che non parlare di uomini. Questa volta però non vogliamo rivangare il passato, non vogliamo raccontare quello che tutti sanno a memoria. Quest’anno vogliamo parlare del presente, un presente che, risultati alla mano, parrebbe in grande difficoltà rispetto al passato, ma che non ha perso assolutamente il suo entusiasmo. Oggi vogliamo provare a raccontare cosa voglia dire avere vent’anni, vivere a Bologna e giocare a pallacanestro. Magari nella Virtus. E soprattutto come si faccia a fare tutto questo quando ti chiami Simone Fontecchio.

La prima volta che ho visto giocare Simone era quattro anni fa, ad un torneo a Santa Margherita Ligure. Io ero il malcapitato arbitro e lui il giovane in erba che già tanto stava facendo parlare di sé. Dato però che le notizie sul mondo cestistico in Liguria arrivano sempre con qualche anno di ritardo, di lui non sapevo assolutamente nulla. E, seppur da arbitro passai la partita a soffrire le insidie che mi dava il suo allenatore, un tipo temibile di cui parleremo più avanti, non resistetti ad avvicinarmi al referto a fine gara per segnarmi il suo nome. Quello che per me era solo il 20 della Virtus, da lì a poco iniziò a diventare quello che era per tutti da un lontano 1995, ovvero Simone Fontecchio. Inutile dire, perché altrimenti non avrei messo tanta enfasi nel discorso, che quel torneo lo vinse a mani basse, seppur giocasse contro rivali anche di ottima qualità. Rimasi impressionato da quel ragazzo, in grado di essere pericoloso in attacco e letale in difesa, così impressionato che ancora oggi conservo il referto di quella partita. Eppure era solo un ragazzo ed è ancora solo un ragazzo. Un ragazzo normale che però è stato baciato dall’immensa fortuna che tanti come me avrebbero voluto avere, il talento. Un talento che non è nato per caso, perché la genetica talvolta non è un’opinione: però essere figlio di un argento europeo nella corsa ad ostacoli e di una ex azzurra di basket, non vuol dire avere le chiavi del successo garantite. Vuol dire invece avere il supporto di una famiglia quando ti si presentano determinate occasioni che, per quanto apparirebbero irrinunciabili, non sono semplicissime da prendere. Non sono pochi i casi di ragazzi che a quattordici anni sono stati contattati da grandi club, ma che hanno declinato l’offerta per i più svariati motivi famigliari. A quell’età sei più cretino che mai, sei grande per te, ma piccolo per il mondo ed ancora in fasce per i tuoi genitori. La famiglia Fontecchio però conosce lo sport e pertanto non ci ha pensato due volte: quando in quel di Pescara si presentò la Virtus Bologna, il destino di Simone era in parte segnato. “Quando mia madre ha lasciato Pescara per andare a giocare a Vicenza era più grande di me, aveva più di vent’anni. Però ha capito, insieme a mio padre, che se fossi rimasto a Pescara avrei fatto fatica a crescere, perché l’aveva già vissuto sulla sua pelle.” Un sacrificio necessario, per una famiglia che conosce i meccanismi dello sport, quello di lasciar partire il proprio figlio. Figlio che si è ritrovato catapultato in una realtà completamente diversa da quella a cui era abituato, ma che, pur di non perdersi per strada, ha preferito concentrarsi su quelle che fossero le costanti, piuttosto che le novità. Ad esempio, la pallacanestro. “La mia vita è sempre stata la stessa, a Pescara come a Bologna, con l’unica differenza che non c’era la mia famiglia, non c’erano i miei. Inizialmente a Bologna è stato un po’ più complicato, perché quando tornavo a casa da scuola o da allenamento non avevo il piatto pronto od i vestiti puliti, per cui mi son dovuto, già a quindici anni, adattare. In foresteria avevamo una signora che ci cucinava, però ho dovuto imparare a fare il bucato, ma soprattutto ad organizzare la mia vita quotidiana da solo.”

Sono esperienze, esperienze che, per quanto invidiabili, nascondono anche un sacco di difficoltà che nelle valutazioni complessive si tendono spesso ad ignorare. Superati però i mesi di ambientamento, forse anche gli anni, ora Simone Fontecchio non è più un quindicenne davanti al libretto illustrativo di una lavatrice, ma è un ragazzo di vent’anni che vive in una città che, come abbiamo detto, ha nel basket una delle religioni più seguite. Perciò la dimensione di un ragazzo si sposta inequivocabilmente verso nuovi orizzonti, segnati, principalmente, dalla popolarità che il tuo talento ti ha permesso di acquisire. “Giocare a basket a Bologna è un sogno. È fantastico solo il fatto che quando vai in giro tutti ti conoscono, ti salutano, ti chiedono foto o autografi. Da un lato è positivo, però spesso è tutto legato ai risultati. Quando la squadra va bene senti il coinvolgimento, quando al contrario le cose vanno male senti in prima persona le reazioni dei tifosi.” Una favola che rischia però di tramutarsi in un incubo alla velocità della luce, salvo poi ritornare una favola e così via, in un vortice senza fine che solo se ci vivi dentro puoi capire. E solo se ci vivi puoi capire la fortuna che hai avuto e metti persino da parte le tentazioni che Bologna, bastarda come nessuna, ti offre. “Una città come Bologna ha un sacco di tentazioni, c’è sempre qualcosa da fare la sera, però ti rendi conto di essere un giocatore della Virtus e dunque sei facilmente riconoscibile. Poi in una città come questa si tende a parlare tanto e quando la gente parla poi spesso esagera, dunque devi cercare di controllarti.” Sembrerebbe un controsenso, per me, giovane plebeo che vede in un sabato sera a Bologna l’inizio della fine, ma non lo è per chi, come Simone, ha capito che la sua carriera può essere messa a rischio anche dal più banale dei passi falsi, in campo come fuori. Perché Bologna, per un giocatore di basket, è una gabbia dorata, è come il Grande Fratello di “1984” di George Orwell. Bologna ti vede ovunque tu vada.

Il peso delle responsabilità non spaventa Simone, perché d’altronde di responsabilità ci vive, specialmente quando ha il pallone in mano. Perché è inutile negarlo, ma per quanto mi incuriosisca la vita fuori dal campo di un ragazzo proiettato in questo contesto, non posso parlarne senza ricordare che tutto passi inevitabilmente per la pallacanestro. Pallacanestro che come abbiamo visto è un vizio di famiglia (il nonno prima della madre, il fratello prima di Simone), ma che ha anche trovato in altre figure spunti su cui crescere. Una di queste è senz’altro Giordano Corsolini, storico allenatore delle “V nere” e allenatore di Fontecchio durante gli anni di giovanili. Corsolini è una presenza solamente a nominarlo e per Simone è stato più che un semplice allenatore. “A livello giovanile è stato l’allenatore più importante che ho avuto. È stato quello che mi ha voluto a Bologna e che è venuto personalmente a Pescara a parlare con i miei genitori, dopo che già aveva avuto mio fratello. Mi ha aiutato a crescere anche a livello personale, non solo come giocatore. È stato sicuramente molto importante.” Così importante da spaventare me, arbitro modesto, ma anche così necessario per la crescita dei ragazzi di uno dei settori giovanili meglio attrezzati del nostro paese. Un settore che forma prima gli uomini che i giocatori: eppure quando hai qualcosa in più degli altri, fai sempre fatica a restare al passo con la realtà. Inizi a sognare, inizi a credere di poter andare “oltre”. Un “oltre” che non risiede nelle esagerazioni dei tuoi coetanei, ma un oltre che guarda al futuro con una chiarezza che difficilmente avresti avuto in altre condizioni. Perché non è superbo sognare, soprattutto se ne hai le capacità. “Se ce l’abbia fatta, come si dice in questi casi, non lo so neanche adesso, però a sedici/diciassette anni ti accorgi che rispetto ai tuoi coetanei sei ad un livello più alto, però non vai nemmeno ad immaginare la Serie A, dici ora son qua e ci proviamo.” E poco importa se debutti nella massima categoria con un airball, perché in quei momenti non puoi far altro che accomodarti e guardare i tuoi sogni realizzarsi. Il futuro? Il futuro a vent’anni è un’incognita, come a trenta o quaranta che siano e sempre avremo dei sogni nel cassetto che aspettiamo che vengano fuori. Per un giovane cestista c’è sempre quello, quello che tutti ti auspicano quando inizi a far vedere qualcosa di veramente buono. Dopo Bologna, nelle ambizioni di un ventenne medio, c’è solo l’America. E per certi desideri non esiste una data di scadenza. “La NBA è un sogno e per tale rimane e finché non c’è la possibilità concreta credo sia inutile perderci la testa. Bisogna che uno poi riesca a riconoscere i propri limiti. Però di sicuro non mi sento di abbandonarla ed a prescindere da quando mi verrà data, io la aspetto.”

C’è chi sogna di fare il giornalista, c’è chi sogna di giocare in Serie A e poi in mezzo c’è chi ce l’ha fatta. Ecco, Simone Fontecchio avrà solo vent’anni, ma ce l’ha fatta. E per quanto non se la senta lui di dirlo, lo dico io, perché davanti ha solo che una discesa, perché una cosa va detta, il futuro sarà sicuramente dei giovani, ma cosa ci costa provare prenderci anche un po’ di questo presente?

FONTECCHIO, DOMENICA 100 PARTITE IN SERIE A

tratto da www.virtus.it - 18/03/2016

 

Ad appena vent’anni – li ha compiuti il 9 dicembre 2015, tre mesi fa -, Simone Fontecchio è a un passo dalla 100ma presenza nel campionato di Serie A. L’ala di Obiettivo Lavoro è nipote e figlio d’arte, in una famiglia di grandi tradizioni sportive: il pioniere è stato nonno Vittorio, con le canotte di Nazionale e Stella Azzurra; mamma Amalia “Malì” Pomilio ha messo in archivio una brillante carriera cestistica, soprattutto a Vicenza, dove ha vinto due titoli italiani, collezionando anche 120 presenze in Nazionale; papà Daniele ha vinto dieci titoli italiani nell’atletica leggera, specialista degli ostacoli alti, con 42 presenze in azzurro tra il 1980 e il 1986 e un argento nei 60hs agli Europei Indoor.
Simone ha fin qui totalizzato 529 punti nella massima serie.