AUGUSTO GIOMO

Augusto Giomo in palleggio

nato a: Treviso

il: 03/02/1940 - 27/01/2016

altezza: 187

ruolo:

numero di maglia: 4

Stagioni alla Virtus: 1962/63 - 1963/64 - 1964/65 - 1965/66 - 1966/67 - 1967/68

biografia su wikipedia

 

GIOMO

Giganti del Basket - n. 2 dicembre 1966

 

Il vero cervello della Candy. Dopo il divorzio dal Simmenthal di Rubini, Augusto Giomo è divenuto l'idolo di Bologna, o almeno di quei palati fini che sanno apprezzare maggiormente un "assist" da un tiro in sospensione, scoccato magari con precisione ma non al momento opportuno cosa che spesso succede al suo grande rivale Lombardi. Giomo, infatti, non sopporta molto la presenza del compagno in campo. Le due scuole sono diverse e purtroppo anche le mentalità. Fino all'anno scorso alla Candy esistevano due partiti, quello dei Lombardiani e quello facente capo a Giomo; quest'anno le cose sembrano andare meglio, vedremo. Per ora, oltre a giocare e farsi fare i soliti forni per il "maledetto mal di schiena" che lo affligge sin dagli anni del Simmenthal, Giomo allena la squadra juniores della Virtus dopo che l'anno scorso aveva portato al titolo italiano la formazione degli allievi facendola giocare in un ardito e apprezzato esperimento a "zona-pressing". Quest'estate è andato a Roma per seguire Carnesecca, il suo obiettivo è la panchina della serie A.

 

GIANNI GIOMO IL REDIVIVO

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - n. 4 aprile 1968

 

L'uomo della luce nasce con dieci anni di anticipo. Dunque Gianni Giomo - the lightman, direbbero in USA - precede un certo tipo di basket e gli costa fatica, poi, doversi fermare per attendere il truppone che si fa sotto.

Mi spiego meglio: negli anni cinquanta sono ancora parecchi quelli che in Italia santificano il basket alla Viva Villa. Paniere più paniere uguale vittoria, è la somma legge che taluni trusts di malinconici cervelli hanno eletto a primo ed unico imperativo categorico. Schemi? Macché schemi. Statistiche di squadra? Servono? Percentuali individuali e collettive? Ma siamo matti? E così si procede con una mentalità provinciale che non può umanamente far operare alcun salto di qualità a una disciplina sportiva che pretende di evolversi in una certa maniera.

Negli anni degli spanieratori folli e degli uncinatori implacabili, salta fuori dalla sua Treviso il chimico antemarcia del basket. Gianni Giomo, classe 1940, concepisce subito questo sport come un insieme di formule chimiche. Prendi dieci giocatori, analizzali, vivisezionali, metti le loro migliori qualità al servizio della causa comune e avrai il collettivo. Dove appunto ci sono api operaie a api regine, ma dove l'ape regina parassita deve sgomberare perché il parquet non è una passerella, è un campo di lavoro, dove i bravissimi e i meno bravi si fondono per buttar fuori dall'opificio un prodotto finito che sia basket, mica altra roba.

Costa fatico, diveo,fare il predicatore in testa al gruppo e poi voltarsi indietro, e quindi accorgersi che gli altri si sono fermati per strada a far baldoria e a celebrare la morte civile dello schema.

Eppure Giomo capisce che nella vita si procede per sbocchi. Basta aspettare al crocicchio giusto, basta aspettare, per aver ragione. E negli anni sessanta cambia un certo tipo di mentalità, cambiano certi gusti nel basket nostro. Volano a stormo certe parole: scout, scorer eccetera, prese a prestito dallo port matematico per eccellenza, dico il baseball, il baseball USA.

Il playmaker resta tale anche negli anni nostri, ma è il metro di valutazione usato per giudicare il playmaker che è tutto diverso. Adesso contiamo gli assists, i tiri da fuori. Interpretiamo questi dati, non andiamo a far chiacchiere a casaccio.

Torno a Giomo. Mi ricorda l'immagine del dispensatore di luce. Capita che una squadra possa arrancare alla brava. Lui arriva, amministra un po' di palle ai compagni, dà il ritmo, come fosse una batteria in un'orchestra d'archi.

La faccio corta: Gianni Giomo si fa due Olimpiadi e un po' di campionati del Mondo. Più un'infinità di di maglie azzurre (esordio nel 1959, Italia-Spagna).

Altezza uno e ottantacinque, anni ventotto, buon piazzato, discreta entrata, eccellenti attitudini difensive, stupenda inclinazione alla regia.

Resta un punto buio nella sia carriera. Succede che ad un certo punto - nel '64, all'incirca - Giomo improvvisamente si inceppa. Ingrassa, perde quota, taluni sussurrano che il dispensatore di luce sia ormai da pantofole e da museo.

"Già - mi dice Gianni - la cosa mi provocò un enorme avvilimento. La gente si era dimenticata che mi ero beccato un disgraziato strappo alla schiena. Io forse la presi alla leggera, continuai a giocare in quelle condizioni. E pagai, dopo. Poi ebbe la sua importanza anche il mio pallino di voler fare l'allenatore. Ebbi successo, portai la squadra giovanile della Virtus al titolo italiano con una proficuo schema di zona pressing. Però ammetto che troppo spesso come giocatore ero frenato da certe riserve mentali che mi derivavano dalla mia doppia veste. Insomma, forse con la testa ero un po' altrove...".

Bene, lasciamo perdere. Veniamo all'oggi. Giomo torna in vetta. Ricordo una mia visita al campo dell'allenamento della Candy, sull'Adriatico, quest'estate. Mi disse Giomo: "O quest'anno o mai più. Scrivilo: voglio giocare un grande campionato perché ci tengo da matti a farmi la terza Olimpiade!". I conti tornano. Dopo Swagerty e Mc Lombard, direi che Giomo è stato finora l'elemento-base della squadra. Metamorfosi, ritorno di fiamma, maggiore applicazione o cosa?

"Forse maggiore applicazione - lui dice - perché io sono un fanatico e mi preparo magari il doppio degli altri.. Ma non potevo essere soddisfatto di come mi erano andate le cose l'anno passato. E dunque all'avvio di questa stagione ho cercato di intensificare gli allenamento. Mi auguravo di poter dare quanto il mio standard mi consente. Oggi sono soddisfattissimo. In allenamento mi sento un leone. Schiaccio nel canestro, e nota che sono alto a malapena uno e ottantacinque. Se penso sempre alle Olimpiadi? Certo che ci penso, resta il mio grande traguardo.. Penso che sarò provato nel quadrangolare di Bologna. Ce la metterò tutta, vedremo".

Una cosa ancora. Olimpiadi o meno, quale il futuro più immediato di Giomo?

"Vediamo. Sto laureandomi in chimica. Devo anche pensare al domani. Se vado in Messico, mi sa che tiro acanti ancora un paio d'anni sulle ali dell'entusiasmo. Cerca di capire, quest'anno sto sacrificando quasi tutto al basket. Ma se per il Messico mi va buca, beh, allora potrei anche pensare alla professione. Ho avuto buone offerte oer abbinare la chimica al basket. Una cosa mi pare sicura: io dall'ambiente del basket non posso uscire, ci morirei. E allora è solo questione di qualche anno e poi cambierò posto in panchina. Sì, farò il trainer, certamente".

 

CI HA LASCIATO AUGUSTO GIANNI GIOMO

tratto da "Museo Nazionale del Basket"...Work in Progress - 27/01/2016

 

Ci ha lasciato a 76 anni Augusto Gianni Giomo, playmaker della Nazionale e della Virtus Bologna dal 1962 al 1968. 
Classe 1940, marca trevigiana pura, Giomo arrivò a Bologna dopo una stagione all'Olimpia Milano (1959-60). In tutto, 131 presenze e 647 punti con la V nera sul petto, ma anche 50 presenze e due Olimpiadi (1960 e 1964) con i colori dell'Italia.
Studioso di tecniche legate anche alla musica applicata alla pallacanestro (e divenuto infatti successivamente un apprezzato mental coach), iniziò la carriera di tecnico a Mestre (Fluobrene Mestre) portando anche nel 1973/74 la Duco in Serie A, e soprattutto indicando la strada a un giovane Renato Villalta, di cui fu maestro. Poi l'Auxilium Torino, con una finale di Korac nel 1975-76, e due lunghi periodi a Montebelluna (dall'80 all'83 e dall'89 al 92)... Con lui se ne va un altro grande "attore" della Pallacanestro Italiana... Quella vera!

 

ADDIO A GIOMO, REGISTA BIANCONERO NEGLI ANNI SESSANTA

tratto da www.virtus.it - 27/01/2016

 

Piange ancora la famiglia bianconera, per la perdita di uno dei suoi alfieri degli anni Sessanta. Se ne è andato a 76 anni (li avrebbe compiuti tra una settimana) Augusto Gianni Giomo, playmaker bianconero dal 1962 al 1968.

Classe 1940, marca trevigiana pura, Gianni Giomo era uno avanti, capace di gestire la squadra in campo e poi farlo, una volta chiuso col basket giocato, dalla panchina. Regista purissimo, arrivò a Bologna dopo una stagione all’Olimpia Milano (1959-60), nel 1962, e ci restò sei stagioni, fino al 1968. Guidato da Edo Kucharski, poi da Alesini e infine da Jaroslav Sip. Curiosamente, visse ben due periodi della Virtus “non bianconera”: quando l’abbinamento Knorr la portò in campo in canotta gialla e calzoncini verdi, e poi con il rosso-azzurro dello sponsor Candy. In tutto, 131 presenze e 647 punti con la V nera sul petto, ma anche 50 presenze e due Olimpiadi (1960 e 1964) con i colori dell’Italia.

La miglior definizione di Giomo giocatore, la più brillante e incisiva, è probabilmente quella di Gianfranco Civolani, che così lo descriveva su Giganti del Basket, quando era ormai in fondo alla sua carriera: “Mi ricorda l'immagine del dispensatore di luce. Capita che una squadra possa arrancare alla brava. Lui arriva, amministra un po' di palle ai compagni, dà il ritmo, come fosse una batteria in un'orchestra d'archi. La faccio corta: Gianni Giomo si fa due Olimpiadi e un po' di campionati del Mondo. Altezza uno e ottantacinque, buon piazzato, discreta entrata, eccellenti attitudini difensive, stupenda inclinazione alla regia”.

Il tempo di laurearsi in chimica (un’altra laurea, in fisica, sarebbe arrivata qualche anno più tardi) e mettersi lui, che aveva una grande visione del gioco, in panchina a gestire uomini. Allenatore diverso e moderno, studioso di tecniche legate anche alla musica applicata alla pallacanestro (e divenuto infatti successivamente un apprezzato mental coach), iniziò la carriera di tecnico a Mestre, portando anche nel 1973/74 la Duco in Serie A, e soprattutto indicando la strada a un giovane Renato Villalta, di cui fu maestro e mentore. Poi l’esperienza alla Auxilium Torino, con una finale di Korac nel 1975-76, e due lunghi periodi a Montebelluna (dall’80 all’83, con una promozione in A sfiorata, e dall’89 al 92).

La Virtus perde un altro pezzo della sua storia, ed è accanto alla famiglia in questo momento di profonda tristezza.

 

ADDIO A GIOMO IL PLAY INNOVATORE

Se n'è andato Augusto Giomo uno dei magnifici ragazzi della generazione che ha fatto conoscere il basket italiano o meglio all'italiana.

di Enrico Campana - www.sportal.it - 28/01/2016

 

Siamo agli inizi del Sessanta quando la Serie A aveva solo due-tre pretendenti allo scudetto, soprattutto il brand Simmenthal, una squadra che sfoggiava tute di raso, la Wanda Osiris dello sport,  la cui popolarità con giocatori che venivano scritturati anche per fare del cinema, vampirizzava la famosa carne in scatola. E stava esplodendo la  rampante Ignis degli Zorzi, Gatti, Nesti, la prima provinciale a conquistare lo scudetto.

Ma per contro, c'erano almeno 5-6 veri maestri di gioco, inventori di basket, autodidatti, non copisti spudorati, come più tardi. E anche in alcuni dei migliori giocatori, pur senza avere un filo diretto con gli Stati Uniti, mondo allora oltre le colonne d'Ercole, c'era il piacere di sentirsi un po' scienziati e artefici del progresso. Alcuni di loro sono diventati ottimi allenatori-caposcuola, alcuni hanno cercato ostinamente la fortuna e la ribalta e ce l'hanno fatta quando l'onda materialista s'è sollevata impetuosa con gli sponsor, gli stranieri e la Tv, altri invece si sono sentiti paghi del loro sperimentalismo spirituale che via via diventata un linguaggio anacronistico col crescere improvvisamente degli interessi in materia  proporzionale.

Il destino ha voluto che Giomo venga ricordato come un play con la lampadina nel cervello ("man d'oro e fosforo innato", così l'ha ricordato Spinetti la maglia n. 10 più famosa di quell'epoca con i colori della Stella Azzurra) quando giovane di belle speranze vinse il suo primo e unico scudetto nel Simmenthal (maglia n. 11) per spostarsi a Bologna e  diventare il protagonista di una piazza dal palato fine. Al punto di dividersi, i tfosi,  fra le sue finezze tecniche l'istrionismo del Dado. C'erano i Giomiani e i Lombardiani, la rivalità costava magari il tricolore ma era una squadra sanguigna, da contropotere, e quel pubblico era come quello del loggione alla Scala o del Regio a Parma.

Giomo era stato reclutato nella Marca veneta dal presidente Bogoncelli, il padre trevigiano dell'Olimpia Milano, e dal suo braccio armato Rubini a volte Principe a volte Brancaleone grandioso come quello di Monicelli e Gassman.

Non era il  trevigiano da bosco e da riviera, il ruspante, un "Razza Piave", locuzione venuta di moda ai tempi di Nereo Rocco, anche lui  di quelle terre, per descrivere l'atleta forte e semplice intagliato con l'accetta. Con quel nome richiamante l'illuminato imperatore romano, Augusto non poteva che scegliersi un destino da professore. La sua figura e l'aplomb richiamavano più l'allievo di Harvard o Princeton. S'è sempre capito che il genio era dentro di lui, forse non ha cercato però abbastanza il successo come altri colleghi  forse il successo non ha cercato lui. O forse l'atleta  è stato troppo tormentato da un mal di schiena che gli ha alterato il metabolismo e la figura e accorciato la carriera. O forse ancora chissà... La sua intelligenza raffinata, attestata da una doppia laurea, la prima in fisica e l'altra attinente allo sport e gli studi sulle dinamiche mentali che nella sua epoca erano guardate con sospetto ignorante, spaventavano interlocutori più terra a terra. E lui, a sua volta, si teneva lontano dal banale.

L'ho incontrato l'utima volta a maggio alla Sala Borsa di Bologna per una giornata speciale della Meglio Gioventù del basket nel santuario storico della Dotta nutrice di questo sport. Mi sorprese rivederlo in un clima da raduno degi Alpini, lo salutai con molta deferenza ricordandogli che lui sarebbe passato alla storia del basket come il Prometeo del bel basket, ma anche per essere l'unico a giocare in Serie A e ad allenare una squadra giovanile portandola allo scudetto. "E come fai a saperlo?" rispose. "L'ho scritto nell'Enciclopedia del Basket che ho scritto per la Fabbri Editore e ti dico anche che sei stato il primo a usare la zona-pressing di Jim McGregor, vero?". Un amico mi ha strappato quel breve colloquio, ma mi immagino la risposta, lo ricordo così per ringraziarlo di aver esplorato nuovi sentieri sperando che ci siano al giorno d'oggi figure simili di innovatori ostinati e acculturati, senza i quali il basket italiano, di questo passo, potrebbe essere straniero in patria. Magari più ricco, ma più povero come innovazione e personalità.

Per la sua carriera rimando a Wikipedia per lo scorrere della sua carriera, per un ricordo più profondo invece è giusto dare la parola a Giorgio Buzzavo che è stato suo allievo, come Renato Villalta, arrivando a loro volta alla Virtus. Sicuramente Buzzavo ha tratto un esempio dalla lezione sportiva e umana di Augusto Giomo, il più noto e il maggore di due titolati fratelli cestisti ad aver vinto lo scudetto con l'Olimpia, per vincere ben 60 trofei come "ad" di Verdesport Benetton nella sua ventennale carriera, col lancio di Bargnani nella NBA e il primo club europeo come produzioe di giocatori e allenatori  (D'Antoni, Messina, Del Negro).

"Con Gianni ho giocato un anno assieme ed è stato mio allenatore per tre anni. È sempre stato avanti anni luce, forse troppo avanti nello studio del basket quasi da farlo pensare a un matto. Dopo un ictus o ischemia si è trascinato sofferente e per più di 10 anni regolarmente passava tutti i pomeriggi a guardare e studiare i nostri ragazzini. Eterne discussioni di ore e ore su come si insegnano i fondamentali, sul comportamento che bisogna tenere con gli atleti e sul basket moderno che non esplodeva. Era un grande perfezionista, fin da giovane era un leader incontrastato in quanto eseguiva tutti gli esercizi in modo impeccabile e insegnava agli altri come eseguirli. Carattere taciturno, si apriva solo con gli amici. Mi ricordo anche le discussioni con Bortoletto, suo primo allenatore e poi presidente del nostro club: per fortuna finivano sempre con un bicchiere di vino in mano".