ALFREDO CAZZOLA

 

Alfredo Cazzola

nato a: Bologna

il: 14/02/1950

Stagioni in Virtus: dal 1991 al 2000

 

L'EX NESSUNO VA A CANESTRO CAVALCANDO IL MOTOR SHOW

di Walter Fuochi – La Repubblica – 16/06/1992

 

Quarantadue anni, sposato, due figli, villa a Sasso Marconi, nato povero e cresciuto nei Salesiani, Alfredo Cazzola fa porre da un decennio ai suoi concittadini la stessa domanda: "Chissà chi avrà dietro". "Nessun partito politico, e nessun debito con le banche", ribatte lui, giurando che la sua fulminea ascesa non ha segreti. Era un signor Nessuno quando, nell'81, rilevò il marchio del "Motor Show", chiassosa sagra di tutto quanto rombasse, celebrata da 5 anni alla fiera di Bologna. Sterzando poco per volta dalla filosofia iniziale, sempre meno donne cannone e acrobati del rischio, sempre più salone e case ufficiali, Cazzola l'ha gonfiata di milioni di visitatori e trasformata in una macchina per far soldi. Per la fama sul piccolo sipario della città-paesone, è invece ricorso a un'altra mossa: comprarsi la Virtus Pallacanestro, vessillo glorioso ornato di storia secolare, 10 scudetti, una "fede" tradotta in una frequentazione quasi mondana al palasport, autentico salotto cittadino. "Prima ero più conosciuto a Francoforte o a Ginevra, adesso ho una faccia per il tifoso della curva. Magari da insultare, ma io spero molto presto di vincere".

Il basket è dunque la vetrina locale, più che un business strategico: e ai giganti s'è pure affezionato, non perdendo neppure una trasferta. L'avventura di Cazzola parte verso la fine dei Settanta, quando sta un pezzo in Nord Europa a bazzicare per fiere. Torna a Bologna e apre con un socio un'azienda di allestimenti. Il boom della fiera cittadina trascina l'indotto finché, nell'81, Cazzola salta in groppa al bizzarro puledro del "Motor Show". "Fosse nevicato quella settimana, sarei rimasto sepolto dalle cambiali", ricorda. Ma non nevicò, e il Motor Show è diventato grande, ricco e felice: la cassaforte che pompa liquido per un gruppo ristretto e verticistico (la Promotor), che oggi Cazzola inizia a "diversificare". L'obiettivo è bilanciare la forbice tra patrimonio e fatturato, perché la cassaforte resta un'azienda, pur floridissima, che alza i tendoni solo dieci giorni a dicembre, e che ormai cammina da sola. Così, è partita l'attività editoriale, acquisendo testate sportive come Rombo, Superbasket, Forza Sette, puntando ad altre, preparando ora il trasloco delle redazioni in due fabbricati sulla tangenziale, brillante recupero di archeologia industriale di una ex fornace pagata 5 miliardi. E poi c'è stata la scalata alla Virtus: prima come principale azionista, da quasi un anno come proprietario quasi unico (al 97%) e presidente. Per arrivare allo scudetto, che a Bologna manca dall'84, la Virtus sponsorizzata Knorr è già stata la protagonista di una campagna di rafforzamento che non ha lesinato miliardi e ancora non s'è fermata. Il colpo di Torino sono gli affari, i canestri restano la partita dell'immagine giocata nei salotti buoni della città. Cazzola continua a non frequentarli: troppo spesso mormorerebbero "chissà chi c'è dietro".

 

CAZZOLA, L’AUTOBIOGRAFIA

di Carlo Cambi – La Repubblica – 15/04/1994

 

Vent’anni fa allestiva gli stand, oggi è il gran regista del Salone di Torino. Lo hanno chiamato al capezzale della rassegna motoristica per ridare lustro a un appuntamento che edizione dopo edizione si era appannato. Sono stati proprio i vertici Fiat a bussare alla porta della Promotor più o meno un anno fa. Com’è nel suo stile Alfredo Cazzola non ha risposto: ha preso tempo, ci ha pensato su, si è consultato con il suo partner di sempre, la Fiera di Bologna, e poi ha detto sì. Tra una settimana saprà se è riuscito a vincere anche questa sfida.

"Il progetto è buono - confida - l’impegno è stato il massimo possibile, il traguardo è ambizioso". Sa, questo bolognese doc, che da Torino passa la sua definitiva consacrazione, è una specie di master per lui che l’università l’ha fatta girando da ragazzino per mezzo mondo mosso da una curiosità inestinguibile in cerca di idee vincenti. E del resto la sua personalissima via all’imprenditoria Alfredo Cazzola, 44 anni nascosti da un volto di eterno ragazzo illuminato da tratti di cordialità e da due occhi mobilissimi, l’ha trovata con un colpo d'ingegno sorretto dalla voglia di rischiare e dal desiderio di conoscere. "Non avevo il mito dei motori da ragazzino - ricorda - ma mi piaceva ascoltare i discorsi da bar, sentivo che i miei amici si entusiasmavano per le macchine, per le moto". Al momento giusto Alfredo Cazzola dal bagaglio dei ricordi ha tirato fuori quelle emozioni e le ha trasformate in un business. è successo nel 1980 quando gli è capitata l’occasione di comprare il Motor Show, allora poco più che una sagra dei campioni delle due e delle quattro ruote. Nacque così la Promotor, la holding operativa del gruppo Cazzola. Quattordici anni dopo il Motor Show è diventato la rassegna motoristica annuale più importante d' Europa. Bastano le cifre a raccontarlo: oltre un milione e duecentomila visitatori, un fatturato che supera i 40 miliardi, 65 mila metriquadri di spazi espositivi occupati, cinquecento piloti impegnati nei programmi sportivi. E non è tutto: il Motor Show è la rassegna dove ogni anno le maggiori case delle due e delle quattro ruote fanno sfilare i modelli di punta e tra i più assidui frequentatori ci sono proprio i costruttori giapponesi, quelli che avevano voltato le spalle a Torino. è stato così che Alfredo Cazzola è diventato uno dei maggiori promoter di auto: da Detroit a Tokyo per lui gli 'sportelli' sono sempre aperti. Semmai 'straniero' lo è stato fino a qualche anno fa proprio a Bologna, una città che bada al concreto. "Mi ricordo - confida Cazzola - che m’inventavo strane dizioni per descrivere il mio lavoro. Qui in Emilia vogliono vedere la 'roba' per pesarti come imprenditore. E io vendevo allora e vendo oggi soprattutto idee e organizzazione". Sarà stato forse per questo che Cazzola ha piano piano affiancato alla sua attività principale altri settori in un circuito sinergico: lui crea l’evento (il Motor Show), lui raccoglie la pubblicità, lui infine racconta l’evento attraverso i suoi giornali. E sarà stato anche per affermare la sua bolognesità che tre anni fa si è comprato la Virtus Pallacanestro, una delle società più blasonate di tutto lo sport italiano. Ma anche la Virtus, come il Salone di Torino, prima di entrare nell’orbita Cazzola aveva la gloria sbiadita dal tempo.

Un altro piccolo segreto nella biografia di Cazzola: di basket prima di comprare la Virtus sapeva quasi nulla, adesso fa il presidente delle "V" nere con grande competenza. Chi glielo fa fare? Sempre le solite molle: il gusto per la sfida, la grande curiosità. Quella stessa che rende difficilissima e insieme piacevole un’intervista con lui: si finisce sempre per essere intervistati. Su tutto: il governo, l’economia, i gusti della gente, la cronaca. "Per me sapere cosa succede e cosa pensa il paese è un bisogno prima ancora di un’esigenza di lavoro - spiega - e le passioni a volte mi fregano". Capita che arrivi tardi ad un appuntamento perché ha trovato qualche articolo interessante, oppure che un pranzo di lavoro dove si deve discutere di spazi pubblicitari, strategie di comunicazione e di finanza finisca per trasformarsi in un acceso dibattito politico. Proprio come in piazza Maggiore dove al canton degli esen c’è sempre un gruppetto di pensionati che stramaledice la donne, il fisco ed il governo. La bolognesità di Cazzola è anche questo, è nelle sue scelte per un quadro politico "diverso da quello uscito dalle urne" è nel suo tifo per il giudice Di Pietro. "Sarà anche per questo - domanda con un filo d'ironia - che nei salotti buoni m’invitano di rado?". Però quando serve Cazzola è l’ospite d'onore. è stato così quando la Fiat ha deciso di rilanciare il salone di Torino che soffre la concorrenza di Ginevra e che forte dell’investimento fatto al Lingotto (600 miliardi dalla società Expo 2000) cercava una chiave per rilanciarsi. Cazzola spera di averla trovata: "Sono convinto che Torino debba tornare ad essere la rassegna dello styling automobilistico. L’Italia è il paese che ha vestito il 70 per cento dei modelli di maggior successo. Senza dimenticare che il mercato italiano è il secondo in Europa, il quarto nel mondo e che la rassegna che lo rappresenta deve essere adeguata a questo standard. Devo dire che abbiamo avuto la sfortuna di organizzare il Salone nel momento di maggior flessione del mercato, ma abbiamo avuto anche la fortuna di aprirlo mentre il mercato si sta svegliando. Lo avevamo previsto". Come? Forse che Cazzola ha la palla di vetro? No, ma se ne è costruita una. Per sapere tutto sul mercato delle auto ha dato vita al Centro studi Promotor, un’altra società della sua galassia, che raccoglie mensilmente i dati forniti da 800 concessionari. "E adesso - spiega Cazzola - abbiamo fatto accordi internazionali che ci consentiranno di vendere servizi completi di studio e monitoraggio del mercato".

Sulla scorta di questa conoscenza Cazzola non teme la concorrenza tra Motor Show e Salone di Torino. "Intanto - analizza - sono appuntamenti sfalsati, uno annuale e uno biennale e poi sono diversissimi per natura: il Motor Show è un salone-evento dove il cliente può provare le macchine, vedere i campioni, vivere la moto e l’auto. Per allargarne l’orizzonte da quest’anno il Motor Show sarà aperto anche alle bici e organizzeremo la sei giorni ciclistica, che un tempo si faceva a Milano, al nuovo palasport di Casalecchio. Torino è invece un salone dedicato alla produzione". Il monopolio del basket Alfredo Cazzola per supportare questa convinzione ha dalla sua la propria biografia imprenditoriale. Dopo il Motor Show la Promotor è cresciuta. Ora è la holding di un gruppo, controllato dalla Finalca, la finanziaria di famiglia Cazzola, che fattura attorno a 95 miliardi per una sessantina di dipendenti. Le attività sono molteplici: raccolta pubblicitaria, il Centro Studi, la Edigrafic società di progettazione e consulenza editoriale, e la Alfredo Cazzola Editore, un gruppo che stampa 8 testate. Sono tutti settimanali o mensili sportivi che si occupano di auto e tennis e hanno il "monopolio" dell’informazione sul basket. Ancora una sinergia: La Virtus e i giornali che parlano di pallacanestro. "Sono convinto che la sinergia per un gruppo come il nostro - spiega Cazzola - sia indispensabile per esplorare nuove frontiere". Così è stato ultimato il contratto per l’acquisto e il rilancio di Forza 7 (mensile di nautica) e un’altra iniziativa - top secret - è in arrivo. Il sogno nel cassetto si chiama quotidiano. "No - ammonisce Cazzola - è presto, è ancora troppo presto". Ma dalla torretta di via Milazzo, nella palazzina primi '900 ornata di quadri seicenteschi che sembra un pezzo d'Inghilterra tra i condomini della Bologna medioborghese, si vede lontano. E ogni tanto Alfredo Cazzola alza lo sguardo oltre l’orizzonte.

 

Tratto da "3 volte Virtus" di Werther Pedrazzi

 

"Soltanto in due occasioni mi sono infuriato - salta su il Presidente - Entrambe per sconfitte in Euroclub. La Virtus può certamente perdere, ma sempre con onore. Invece quella sera si era lasciata andare: la Virtus non se lo può permettere - Cazzola entrò come un razzo nello spogliatoio - Forse fui un po' troppo scostante, e aggiunsi sulla loro delusione la rabbia di un filo inopportuno d'ironia, quando dissi ;"Io mi alzo a lavorare alle sette e mezza tutte le mattine, domani, per una volta, potete farlo anche voi. Siete convocati alle nove nel mio ufficio: tutti. Intendevo anche l'allenatore".

Messina: "E io non ci volevo andare, manco per niente. Mi sembrava che Cazzola non avesse capito il difficile momento della squadra. L'istinto mi suggeriva ribellione, ero furioso. In certi momenti la cosa più importante che ti può capitare, è di avere al fianco degli amici saggi - Pasquali, Nadalini e brunamonti convinsero Messina a presentarsi da Cazzola - Andiamo lì senza parlare, ad ascoltare. Ma pensa te che il giorno dopo la sfuriata del Presidente, nell'anticipo di sabato in tivù, le abbiamo beccate in casa, dopo un supplementare, anche da Sugar e dalla Baker di Livorno. Dopo questa terza batosta consecutiva, mentre ero nello spogliatoio, si socchiude la porta, spunta la testa di Cazzola che fa una faccia simpatica, con quella specie di smorfia come per dire: Oh, io il mio dovere l'ho fatto, io ci ho provato, a cazziarvi... pace-amen... se non è servito a niente... E bravo, il nostro Cazzolone... ci sa fare. Di quel che venne dopo ho già spiegato. Il chiarimento all'interno della squadra, lo spostamento di Wennington ad ala-forte, il playoff senza più perdere un colpo, due a zero alla Kleenex e alla Clear, tre a zero alla Benetton nella finale".

 

CAZZOLA

di Lorenzo Sani - Il Mito della Vnera 2

 

Forse l'unico hobby che è riuscito a regalarsi sono davvero i sogni. Gli stessi sogni che l'hanno portato via dall "Zucca", alla Bolognina, quando era ancora un ragazzino, e in altri quartieri della città, qualche suo coetaneo aveva appena smesso i calzoni corti.

I sogni divorano più dell'ansia, diventano un bisogno corrosivo di conoscere, di allargare gli orizzonti, di non fermarsi mai. C'è che si è perso, correndo dietro a un sogno, ma c'è anche chi è riuscito a costruirsi una vita, Alfredo Cazzola iniziò molto presto a rincorrere la sua stella. Più degli altri studi seguì l'istinto, la vide brillare molto prima di quel 28 novembre 1990, il giorno in cui varcò la soglia della Virtus, scalata in due assalti e strappata ad un governo di 151 giorni, maggioranze fragili, un azionariato fatto di coalizioni, mesi di idee mai sostenute con convinzione e vigore, la Virtus della Multisala.

Una piccola Weimar dei canestri bianconeri. La scalò con un compagno di viaggi, Paolo Francia, diventato poi, come altri con i quali ha fatto un pezzo di strada insieme, un nemico giurato.

Probabilmente, per la prima volta, Alfredo Cazzola vide brillare la sua stella oltre il muro del campetto dell'oratorio dei Salesiani, quello dove conobbe Alberto Bucci, l'unico ritrovato, il solo al quale, quasi trent'anni più tardi, avrebbe potuto affidare una squadra che aveva appena vinto e quindi la pesante sfida di costruire qualcosa di positivo. Vide la stella e la seguì. Senza chiedersi dove portasse, quale il prezzo da pagare, convinto forse di non dover rendere conto ad altri che non fossero la sua curiosità, la sua fantasia, il suo istinto. La stessa forza che spinge gli emigranti, ma con una sana incoscienza al posto della disperazione. Prima la Francia, Parigi, poi la Scandinavia, Stoccolma, Goteborg, Berlino, terre di sogno almeno quanto Londra, anche spiate solo dal buco della serratura, in quell'inizio degli anni Settanta. Là stava cambiando il mondo.

E chi è tornato, qui, ha portato magari pochi spiccioli, ma la forza per affrontare qualsiasi sfida. E questa forza, poi, è riuscito a trasmettere anche alla sua squadra. Cazzola esce dall'ombra all'inizio degli anni ottanta, quando decide di comprare il Motorshow per 400 milioni. Dall'idea di altri, una scommessa tutta sua. Sette giorni di neve, in quel primo novembre da padrone, avrebbero infatti bruscamente cambiato il corso della sua vita. Non aveva mai visto una gara di auto o moto prima di allora, ma era rimasto colpito dalla risposta della gente a quel richiamo. Le stesse sensazioni, che magari un giorno lo porteranno a nuovi orizzonti, provò certamente quando si affacciò alle balconate di piazza Azzarita e decise, dieci anni dopo la scelta che gli cambiò la vita, di comprare la Virtus per dieci miliardi, cifra mai pagata, all'epoca, per l'acquisto di una società di basket passata di mano, quasi venticinque anni prima, al simbolico prezzo di una lira. Aveva visto una partita di pallacanestro in quarant'anni, forse due, ma la Virtus non era la scommessa lasciata alla spalle col Motorshow, era un'avventura. Un'avventura poco sintetizzabile e difficilmente riproducibile. E imbarcandosi per questo viaggio, si accollò pure il peso di una robusta nevicata: la squadra era all'undicesimo posto in classifica, sospesa tra playoff e playout, Brunamonti infortunato, Richardson squalificato per cinque partite, Johnson per due. Subito al lavoro, come sempre, senza un attimo di tregua, che non è solo un'immagine eufemistica per un uomo che ha fatto le prime ferie della sua vita a 27 anni, quando conobbe la moglie. Prima attento e composto dietro le quinte, col gruppo di chi si è cresciuto con lui mescolato ai nuovi alleati, poi solo con li amici di sempre, qualche porta tirata giù a calci, i contratti discussi faccia a faccia coi giocatori, il mercato, le trasferte di coppa in panchina, e poi le liti, le strette di mano, le sconfitte, gli scudetti dopo nove assalti respinti, il successo di una Virtus che ha saputo sempre garantirsi un posto in prima fila nell'Europa dei canestri, un punto fermo mentre tutto attorno cambiava, passando all'oro alle lacrime, alla stessa velocità delle strade che hanno iniziato a dividersi il giorno in cui si è unita la Germania e la mitica Berlino degli anni Settanta, è diventata la capitale di un sogno che se ne è portati via tanti altri.

 

CAZZOLA A SORPRESA METTE IN VENDITA LA VIRTUS

"Non mi diverto più", dice il presidente ora dimissionario. La Camst e una cordata in vista? Spara sulla pallacanestro ("Per vincere si usano metodi e persone al limite della legge"), ma non risparmia tifosi ed amministratori

di Lorenzo Sani - Il Resto del Carlino - 03/01/1996

 

Alfredo Cazzola ha annunciato a telecamere, taccuini e fotografi che la sua Virtus è in vendita e le dimissioni da presidente sono già pronte. Il 12 presenterà anche quelle dalla Giunta di Lega. Il fulmine a ciel sereno ieri nella conferenza stampa che il n°1 della squadra da tre anni detentrice del titolo italiano aveva indetto al termine dell'ultima partita di campionato di basket, il 30 dicembre.

"C'è una grande differenza tra chi fa il dirigente retribuito e chi è presidente e proprietario. Io non mi diverto più. Visto che ho pagato e pago per esserci, credo di avere il diritto di elencare quello che non mi piace", ha detto Cazzola ricordando di non aver potuto nemmeno gioire per le tre finali scudetto: "La prima l'abbiamo giocata con un allenatore dimissionario, che stava passando alla nazionale (Ettore Messina, n.d.r.), il secondo anno abbiamo avuto un giocatore squalificato e additato come un criminale per aver preso un pugno in faccia (caso Coldebella-McCloud), il terzo c'è stata la questione col Comune che poi mi ha portato gli attacchi del Pds, dal segretario in giù". Cazzola ha anche ricordato di aver avuto un incontro privato col sindaco preannunciandogli la sua decisione con sei mesi di anticipo. Era l'unico a saperlo, la squadra, alla vigilia del match forse decisivo per l'Euroclub a Barcellona, è stata informata ieri mattina. Il presidente ha spiegato di aver scelto questo momento per dare tempo a chi subentra di programmare la prossima stagione, perché "Io feci l'errore di entrare a campionato in corso". C'è già un acquirente per questa Virtus? Dalla Camst arrivano segnali di "attenzione" alla vicenda. Cazzola, che non è voluto scendere nei dettagli, si è detto sicuro di lasciare in mani bolognesi (singole o in cordata) ma chi tempo fa valutò sui 30 miliardi il prezzo dlla V nera, dice apertamente di non aver avuto ancora contatti "perché per la prima volta ho reso pubblica la cosa. Di sicuro lascio una situazione migliore di quella che ho trovato - ha detto - la società è prima in Italia, non ha certo bisogno di ricapitalizzazione e investimenti, ha appena vinto la Supercoppa, è stata finalista nell'Open, ha ancora qualche chance in Europa". Cazzola entrò in Virtus alla fine del '90 quando era presidente Paolo Francia che ieri gli ha rimandato una palla avvelenata: "Se vende la Virtus allo stesso prezzo che l'ha comperata, ne trova sicuramente di acquirenti". Tra incassi e sponsor (la Buckler esaurirà con questa stagione il suo accordo triennale) la Virtus incassa più di 11 miliardi a stagione e da sempre rappresenta un modello in quel mondo del basket che Cazzola attacca a 360°, con accuse generiche che come minimo meriterebbero l'apertura di un'inchiesta federale: "Tante regole sono aggirate e beffate in spregio ai principi dello sport: per vincere tutti i mezzi sono leciti, ho visto utilizzare metodi e persone al limite della legge".

Il leader massimo della V nera ha spiegato che ci sono anche altri due motivi che l'hanno instradato su questa via senza ritorno, che potrebbe spingerlo anche ad abbandonare l'editoria sportiva: lo scarso rispetto e senso di gratitudine di molti tifosi sempre pronti a criticare ("C'è chi mi scrive o mi ferma per strada per dirmi che debbo licenziare Bucci, il tecnico che ha vinto gli ultimi due scudetti ed al quale ho già rinnovato il contratto per altri due anni"), e l'episodio del plateale alterco verbale, di fronte ai seimila di piazza Azzarita, con l'ex assessore allo sport Rosanna Facchini, "quando il sottoscritto entrò in rotta di collisione con gli amministratori della città". Basta davvero per dire addio.

"MA NOI SPERIAMO CHE RIMANGA"

Virtus in vendita. Bucci e Brunamonti sorpresi dall'annuncio di Cazzola. Il coach perde soprattutto un amico: "La sua decisione non inciderà sul morale della squadra. So che è remota l'ipotesi che cambi idea. Io lo conosco da troppo tempo". Il capitano: "Con l'impegno cercheremo tutti di convincerlo"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 03/01/1996

 

Il primo, insieme con il presidente, perde un amico. Il secondo, invece, l'uomo della Provvidenza, quello con il quale la Virtus ha ripreso a essere quello che era alla fine degli anni Settanta: una squadra capace di vincere lo scudetto spesso e volentieri. L'annuncio di Alfredo Cazzola ha lasciato il segno nelle menti di Alberto Bucci e Roberto Brunamonti, anche se entrambi, seppure in misura diversa, sperano che il presidente ci ripensi, che alla fine di tutto rimanga alla guida di una società che gli ha dato tre scudetti nelle ultime tre stagioni.

"Dispaice - spiega il coach - soprattutto per il rapporto che c'è sempre stato tra noi. La speranza è che lui possa cambiare idea, ma è un'ipotesi remota, perché uno dei suoi più grandi pregi è di avere una sola faccia. Quando prende una decisione va avanti fino in fondo. Speriamo solo che questa volta sia diverso".

Un presidente, un amico, Bucci non ha dubbi: il segreto dei successi delle V nere è legato proprio al suo proprietario.

"Adesso è facle dirlo, però è così. Lui è sempre stato presente, è sempre rimasto vicino alla squadra. È stato fondamentale anche quando bisognava dire qualche cosa di duro: all'origine delle nostre reazioni d'orgoglio, delle imprese della squadra, c'è proprio lui".

Dispiaciuti per la decisione presa da mister Motorshow, ma altrettanto decisi a non mollare, a non lasciarsi influenzare da chissà quali pensieri.

"La sua decisione influirà sul morale della squadra? Ma no - ribatte il coach - proprio per questo lavoreremo con maggiore impegno, per dimostrare di essere degni della fiducia che ha sempre riposto nei nostri confronti".

Dispiaciuto il coach, dunque, così come il capitano, che prima dell'avvento di Cazzola aveva conosciuto momenti bui.

"Non se l'aspettava nessuno - racconta Roby Brunamonti - ci ha avvertito in mattinata, qualche ora prima di voi giornalisti. E io continuo a pensare che la Virtus sia in ottime mani, e spero che possa rimanerci anche in futuro. Sono al mio quattordicesimo anno in bianco e nero e posso solo dire che la sua gestione è stata ottima, come dimostrano i titoli conquistati. Non credo che, per il momento, avvertiremo la sua mancanza. Anzi, ci ha detto che in questo periodo sarà ancora più vicino alla squadra. Noi non possiamo che impegnarci di più: sperando che tutto questo possa servire in qualche modo a fargli cambiare idea. Nonostante le sue parole noi speriamo ancora che possa ripensarci".

'NESSUN GIOCATORE VIRTUS ALLA NAZIONALE DI BASKET'

di Walter Fuochi - La Repubblica – 27/02/1996

 

Immaginate che Berlusconi neghi a Sacchi Albertini e Costacurta, Eranio e Simone: se Alfredo Cazzola, proprietario della Virtus, non cambierà idea, rispetto a ciò che ha minacciato ieri, quasi mezza Nazionale di basket, cioè Abbio e Moretti, Carera e Coldebella, si ritirerebbe. E perché mai Cazzola non vuole dare i giganti alla patria? L'ha scritto ieri "Superbasket", la rivista di cui è editore, intervistandolo: i suoi giocatori non andranno, se la Federazione ufficializzerà la scelta di Toto Bulgheroni, cioè di un proprietario di club, come dirigente accompagnatore. Bisogna addentrarsi fra le trincee delle attuali guerre del basket, per capire l'ultima, singolare uscita del patron bolognese: e collocare Bulgheroni sulla sponda della Lega basket che Cazzola ha assaltato. Secondo il boss virtussino, c'è conflitto di interessi fra il ruolo privato di Bulgheroni, proprietario di Varese, e quello pubblico, di dirigente azzurro, già designato per domani, nel match di qualificazione europea a Gorizia, contro la Macedonia. È un bisticcio sorprendente e clamoroso: tranne per chi l'ha avviato.

"Mi sorprendo io della sorpresa generale - ha detto ieri Cazzola -. E cito anch'io il calcio. S'è mai visto Matarrese nominare accompagnatore della Nazionale Moratti, o Berlusconi? No, Boniperti non c'entra: non era un proprietario. Bene, questo capita solo nel basket: e non è un fatto marginale, ma rilevante, di forma e di etica. Se l'accompagnatore delle squadre nazionali è un ruolo che conta, non va dato a un proprietario; se è marginale, tanto vale non spenderci un personaggio così importante. è un momento di tensione per il basket e Petrucci fa un errore politico e crea altri attriti, scegliendo Bulgheroni". Petrucci tace: aspetta la lettera di Cazzola. Bulgheroni dice: "Il presidente mi ha chiesto di rappresentarlo a Gorizia. L'ho già fatto l'anno scorso in Spagna, lo rifarò. Non commento, sono spiaciuto di questa uscita di Cazzola, col quale ho avuto un buon rapporto". Il ct Messina, che non vedrà nessuno scappare da Gorizia, essendo la querelle appena avviata: "Niente da dire sulla questione. Ma da uomo di sport ho appena sentito Bucci, presidente della Virtus, sottolineare l'importanza dell'entusiasmo attorno alla Nazionale. Ora, dallo stesso club, giungono sapori opposti". Le norme, infine: la mancata risposta ad una convocazione comporta, se non è motivata, squalifiche a carico dei giocatori. Nessuno crede ancora, però, che i ragazzi della Virtus torneranno a casa.

 

PUBBLICITA' AL VELENO NELLA BOLOGNA DEL BASKET

di Walter Fuochi - La Repubblica — 31 maggio 1997

 

Una pagina di pubblicità sulle edizioni cittadine di "Repubblica", "Carlino" e "Unità". Testo: "I virtussini hanno avuto un’infanzia felice senza complessi e guardano al futuro con grande serenità".
Firma: Virtus Pallacanestro. Meglio: Alfredo Cazzola, presidente.

Questo messaggio, criptico per tutti, tranne che per i cestomani di Basket City, brulicante d’una quotidiana vita paliesca, ossia manovre, dispetti, scongiuri per non essere mai, somma indegnità, la torre più bassa, hanno trovato ieri sui loro fogli i lettori bolognesi. E non era neanche il primo né, chissà, sarà l’ultimo. Già otto giorni prima, Cazzola aveva fatto stampare questo spot: "Bologna, grazie alla Virtus Pallacanestro, negli anni '90 (siamo nel '97) ha vinto 11 titoli. Non possiamo ritenerci soddisfatti. Statene certi non è finita qui". Messaggio alla sua nazione, certo, la Virtus Kinder, frustata da 7 derby persi di fila, e appena rianimata con l’acquisto dell’asso francese Rigaudeau e col ratto, proprio ai cugini, del pivot Frosini. Ma messaggio anche al popolo dirimpettaio: quello che non ha mai vinto niente, e lo canta pure al palazzo, con divertente autoironia. E che aveva, proprio in quei giorni, appena perso con Treviso la finale scudetto. Non risultando che Berlusconi punzecchi Moratti, o viceversa, comprando pagine pubblicitarie, la campagna di Cazzola resta per ora una strategia singolare, fantasiosa e aggressiva, buona per alimentare la golosa chiacchiera cittadina, non bastasse il tormentone Ulivieri, e soprattutto per riaccendere la forte rivalità del basket bolognese.

Lui, Alfredo Cazzola, 47 anni, presidente-proprietario della Virtus Basket dal '91, 'inventore’ del Motor Show e organizzatore del Salone di Torino, garantisce di avere, come solo interlocutore, l’orgoglio da riattivare dei suoi tifosi, un parco abbonati da 8 miliardi. Ma è fin troppo palese che il vero destinatario sia invece Giorgio Seragnoli, 41 anni, famiglia della più solida borghesia cittadina, industriale e finanziere. Seragnoli è proprietario della Fortitudo da cinque stagioni: lo dice lui, d’essersi comprato la squadra per cui tifava da bambino. Anzi, per cui soffriva, perché perdeva troppi derby: da cui i complessi infantili cui l’altro ammicca, nella pagina. Se a Seragnoli parve "di pessimo gusto" la prima uscita, chissà questa, così diretta. Ma è all’estero, non dà repliche. Così come tace Toni Cappellari, il suo general manager, che l’altra volta commentò "Cazzola sta lucidando l’argenteria", beccandosi in risposta "L’argenteria la lucida chi ce l’ha". Aspettando le prossime puntate, ci sarebbe da trovare un perché: che, al di là del marketing orientato sul pubblico virtussino, esigente e snob, si può far risalire ai pochi mesi fa in cui i due, con patinato fair play, tessevano un’intesa che addirittura doveva portare a una fusione. Respinta con somma ignominia da entrambe le sponde di Basket City, è ora un ricordo stinto pure per i due monarchi, che s’annusavano diffidenti anche quando trattavano e adesso se lo buttano in faccia, d’esser di diverse parrocchie.

E DI NOTTE CAZZOLA APRE LA SEDE. "PRENDO IO LE PRENOTAZIONI".

Tifosi "salvati" dal presidente

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 11/06/1997

 

Tempo di abbonamenti, tempo di code. Immaginate un presidente che, poco prima di mezzanotte passi davanti ai suoi uffici e veda cinquanta tifosi (un numero destinato a crescere con il trascorrere delle ore), pronti a passare la notte in piedi, pur di assicurarsi un abbonamento. E giò che ci siete lasciate che questo dirigente parcheggi, scenda e apra la sede, sempre a mezzanotte, s'intende, per prendere nota delle prenotazioni e consentire a i propri tifosi di tornare a letto.

Avete immaginato tutto? E allora sappiate che tutto questo è realmente successo, l'altra notte, quella tra lunedì e martedì, davanti alla sede di via Milazzo. Alfredo Cazzola aveva lasciato gli uffici poco dopo le 19; e non immaginava certo che quella gente che sostava davanti al portone principale aveva l'intenzione di tener duro. Così il presidente non ci ha pensato due volte e ha risolto il problema di chi era disposto a passare una notte in bianco, pur di poter arrivare alla tessera bianco...nera.

Il giorno dopo aver ricoperto l'insolito ruolo Cazzola cerca di minimizzare, ma i suoi tifosi hanno apprezzato visibilmente questo atteggiamento. È la prima volta che un botteghino apre con così largo anticipo. E adesso? Mah, forse c'è qualche altro colpo in serbo: un'ala che possa dare il cambio a Danilovic, che proprio oggi raggiungerà le Due Toorri per una "toccata e fuga".

 

La campagna abbonamenti 1997-98

ALFREDO CAZZOLA

di Gianfranco Civolani - tratto da "Euro Virtus"

 

Soldi in tasca pochissimi, la famiglia non poteva proprio aiutarlo. E allora Alfredo Cazzola from Bolognina decide già da ragazzo di farsi un viaggione in Svezia per andare a vedere che tempo e che mondo fa. E lassù nel profondo Nord Alfredo impara l'arte e la mette da parte e io non so cosa esattamente impara, ma sicuramente scruta, assimila e impara a lavorare presto e bene perché poi quando torna in Italia si specializza nel ramo allestimenti fieristici e si acquista una cosa che si chiama Motorshow facendone appunta una cosa sempre più bella. più grande e più importante.

Il basket? Come non detto, perché Cazzola non ha mica il tempo per pensare alle robe più ludiche di questa nostra esistenza terrena. Ma succede che un giorno il badiale Paolo Franca convince Alfredo a farsi un tuffo nel basket di élite e a investire moneta battente. E io faccio il presidente operativo e anche di facciata - lo persuade Paolone - e tu intanto impari. Sì, ma lui in tutte le sue cose impara in un battito d'ali e allora perché dovrebbe dare la sua moneta in mano altrui?

Facciamola corta: il superbasket a Cazzola improvvisamente piace, ma soprattutto gli piace farlo e gestirlo in prima persona e gli piace vincere, figuriamoci. Alfredo passa i quarant'anni, è un uomo di solido successo, ma gli mancano gli allori e una maggiore visibilità. Detto e fatto: la sua Virtus veleggia alla grandissima, gli vincono gli scudetti prima Messina e poi Bucci e sempre Danilovic perché Cazzola capisce che bisogna conciliare la qualità con una saggia gestione patrimoniale. E occorre anche tirar fuori gli attributi in un mondo di lupi inferociti che ti ingoiano se solo ti addormenti un attimo.

Scudetto sì, gli scudetti. Ma Cazzola vuole di più, sempre di più. E lui si rimbocca le maniche e nella supersfida con Seragnoli non sta mai a guardare e anzi certe sfide lui le provoca, perché Cazzola è nato attaccante di razza e insomma se avesse giocato a calcio avrebbe fatto il centravanti e se avesse giocato a basket avrebbe fatto il Danilovic in tutto e per tutto, per capirci.

C'era una volta in testa alla Virtus Gigi Porelli. Bene, per certi versi Cazzola è il Porelli del duemila, stessa forza e - come dicono gli argentini - stessa garra, ovvero la grinta del vincente.

 

 

INTERVISTA AD ALFREDO CAZZOLA

di Walter Fuochi - La Repubblica - 07/02/2000

 

Presidente Cazzola, in otto giorni la sua Virtus ha perso due partite con Treviso e tante certezze su se stessa. Che succede?

Succede che ora sono le cinque, faccio un salto in palestra, guardo l'allenamento e mi sa che parlerò pure alla squadra.

E cioè?

Opinioni personali e dibattito interno, prego.

Pubblicamente non ha nulla da dire?

Se vuole, ne ho tante. Ad esempio, condivido la diagnosi di Messina. La Virtus, in questo momento, non è una squadra. Ma attenzione, ho qualche giudizio e qualche sensazione diffusa da ribaltare. Non è che stentiamo sui lunghi, o sui nuovi. Qui stanno venendo meno gli esterni, che dovevano essere la nostra reale forza. E stanno dando poco nomi importanti. C'è chi dice: due tirano il carro e gli altri niente. Dissento. Qui non c'è leadership, o quella che doveva esserci non riesce, per motivi diversi, ad emergere. Vedo una squadra senza punti di riferimento.

Non fa nomi, ma due identikit chiari: Danilovic e Rigaudeau.

Non li faccio anche perché questa squadra è piena di gente che ha vinto di tutto. E perché questo è il concetto che mi preme, adesso: la barca, se affonda, affonda con tutti sopra, insieme. Il mio più grande dispiacere è stato vedere qualcuno che si chiamava fuori o faceva finita di niente. Sulla barca ci siamo tutti. Ho visto che pure Messina, estremizzando, si è voluto mettere in discussione.

E lo è?

Non lo è, per carità. Discuteremo fra noi, discuteremo tutto e tutti, ma lo staff tecnico non è responsabile e ha la massima fiducia. Qui non si cercano capri espiatori e non si scappa. Qui ci sono dodici signori miliardari, lautamente pagati, e 4-5 lautissimamente. La smettano di fare le primedonne e si tirino su le maniche. Chi ha vinto molto, non usi le sue medaglie per staccarsi dalla situazione comune. E tutti tengano presente una cosa. Chi fallisce alla Virtus, fallisce come professionista. è un punto d'arrivo, non di partenza, questo club. Lavorino, si concentrino, tirino fuori la qualità che in questo gruppo, per me, c'è.

Continua a parlare di pezzi grossi.

Sì, dei tanti che ci sono nella Virtus. Poi, chi fa le belle interviste a nove colonne mi ha stancato più degli altri, e deve sapere che qui si è pagati, enormemente pagati, per giocare, non per fare i presidenti, o gli allenatori, o i general manager. Non ci sono mostri sacri, e se stimiamo e amiamo le nostre primedonne, sappiano pure che, se dovremo scegliere tra la storia e la coerenza della Virtus e i mostri sacri, sceglieremo la prima. Abbiamo un quintetto pieno di nazionali gente che ha vinto tutto e dappertutto, ma adesso sembrano diventati tutti matti. Questa squadra ha solo mali psicologici. Vista sabato con Treviso, fa ridere sentir dire che serve un pivot, con quel che hanno combinato gli esterni. Anzi, badino a sé, non chiedano altro.

È il momento più brutto della presidenza Virtussina?

Beh no, non è che siano mancati, in passato guai di tutti i tipi. è per i risultato peggiore in relazione agli sforzi fatti sulla squadra. In un rapporto costi-benefici non era mai andata così male. So che alla gente fregherà poco, ma è così.

Non è ancora un risultato, solo un andamento.

D’accordo, in fatti anch’io ripeto: stiamo calmi, tranquilli, non agitiamoci troppo, un valore nel gruppo c’è e si può tirare fuori. Ma bisogna entrare nella testa dei giocatori, cioè di gente che non si integra, per svariati motivi, non solo tecnici, ma anche di caratteri e provenienze. Non imparare l'italiano, ad esempio, è un segno negativo. Poi, sentendo parlare di integrazione, aggiungo: sono i vecchi a dover fare lo sforzo in più per assorbire i nuovi. Per dire, tecnicamente abbiamo messo Abbio al posto di Crippa e Stombergas per Panichi.

E Nesterovic in meno.

La so bene, ma Frosini in primo quintetto non sta sfigurando e le nostre attuali coppie di 4 e 5 non vanno tanto peggio delle coppie di 4 e 5 di un anno fa. Senza dire che, quando vincemmo campionate ed Eurolega, avevamo un organico inferiore ad oggi. Il pacchetto di esterni è il più forte, secondo me, che abbiamo mai avuto in Virtus. E a me, da anni, la raccontano così: alla fine, in questo gioco, vince chi ha gli esterni buoni, e così è stata costruita questa squadra.

Che farà adesso?

L'ho detto, due chiacchiere con la squadra, anche molto franche. E nessuna rivoluzione. Vogliamo parlarci, capire, entrare nella testa di giocatori che oggi sono mille miglia lontani da dove dovrebbero essere. Sono stanco di certi atteggiamenti, interni ed esterni. Avverto tutti che non li sopporterò più e che la società avrà una linea di estremo rigore contro chi non è costruttivo, e non rema nella direzione del gruppo.

Post scriptum: L'incontro con squadra è durato un'oretta, e alle otto passate volti cupi e muti sono sfilati verso le docce. Oggi la Virtus vola a Francoforte (senza Abbio, Binelli e Danilovic), per giocare domani in Saporta.

 

DIECI ANNI IN UNA NOTTE

di Walter Fuochi - La Repubblica - 13/05/2000

 

La poltroncina da padrone del vapore, quella d'angolo tra corridoio e prima fila, punta di lancia del suo prestigioso parterre, potrebbe ospitare stasera, per l'ultima volta da grande capo, l'Alfredo Cazzola in completo grigio (o blù) che per quasi dieci anni ha guidato casa Virtus, facendo molto più bene che male. Se la sua squadra perde e va sotto 3 a 0 nella serie con Treviso, da Casalecchio, intorno alle dieci, usciranno in due: la Kinder dalla corsa scudetto e Cazzola dalla Kinder. Se vince, ci saranno altre partite qui solo sbancando Treviso, mercoledì 10. Possibile, ma difficile, e non solo perchè da 0-2 nessuno ha mai rimontato in un pIay-off. Ci vorrà pur qualcuno, prima o poi, dice chi attacca i record: che sia questa Virtus piuttosto spolpata, di energie e fiducia, sarebbe almeno sorprendente. Cazzola avrà così un bel nastro da riavvolgere quando si siederà, stasera, al solito posto, e sarà la sua partita ufficiale numero 598 con la Virtus, da quando, senza avere mai visto un canestro, la prese, il 28 novembre del 1990: prima da azionista di riferimento, poi da proprietario unico. Decise che, nella Bologna che conta, gli serviva una faccia nota, e non solo i miliardi del Motor Show. Pensò un attimo al Bologna. Poi finanziò la cordata di Paolo Francia che scalò la montagna bianconera dopo Paolo Gualandi, l'industriale della Guaber cui bastarono 135 giorni di regno per pentirsi del basket, dei suoi riflettori forti, delle sue stelle capricciose, delle sconfitte e dei veleni. Altri pochi mesi e Cazzola tirò dritto da solo.

Sono passati quasi 10 anni: un’era, nello sport. E dentro quelli, 4 scudetti, una Coppa dei Campioni, due Coppe Italia, una Supercoppa. Nessun presidente della Virtus ha vinto come lui. E lui, in tutte le sue stagioni da boss, ha vinto almeno un trofeo: tranne la prima, e quest'ultima, a meno di clamorosi ribaltoni. Di 597 partite, ne ha vinte 415 e perse 182: quasi un 70%. Il passato ruba righe e pensieri, e altri ne assorbirà ora il futuro, perchè presto parleranno speranze e progetti di Marco Madrigali, industriale dei videogiochi, che a Cazzola subentrerà. Madrigali confermerà Messina, allargandone i compiti anche manageriali, avrà Kinder sulle maglie, cercherà giocatori di prima fila per rinfrescare questo gruppo che alla voce bilanci tanto ha dato, ma tanto anche no, complici accidenti assortiti, ma pure scelte infelici. Cazzola lo rifondò, con generosa energia, all'indomani di un bruciante 0-3 con la Fortitudo: doveva nascerne un ciclo, invece quella Virtus spazzolò tutto subito, Coppa e scudetto del favoloso '98, e poi più poco. Mica poco, comunque. Adesso si prepara un'altra rivoluzione: arriveranno 4-5 pezzi nuovi e, da Danilovic in giù, su tutti si faranno riflessioni.

Tra passato e futuro, il presente è il piccolo spiraglio che Treviso lascia alla Kinder di sopravvivere in questo play-off. Stasera può vincere, e magari dovrebbe, per non consegnare subito le armi, davanti alla propria gente, ma la Benetton mostra una bella e serena solidità. Ha vinto Gara 1 giocando male e stravinto Gara 2 giocando bene: a Bologna aveva fatto il colpo solo col contropiede, a Treviso ha smantellato pure la difesa schierata. E lì, l'avviso s'estende ai naviganti di sponda biancoblù, ha esibito una faccia da finalista degna. Se la Virtus resta quella, anemica e smarrita, delle ultime uscite, ha poco scampo. Se ce ne sia ancora un altro formato è la vera domanda di stasera. Palla a due alle 20.30, Rai Sat in diretta, il signor Cazzola in grigio (o in blù)al solito posto, il signor Madrigali poco lontano, a capire che giocattolo s'è comprato.

 

CAZZOLA VENDE, SI CHIUDE UN'EPOCA

di Andrea Tosi - La Gazzetta dello sport - 14/05/2000

 

A giorni, Alfredo Cazzola trasferirà tutte le sue azioni a Marco Madrigali, 55 anni, titolare della Cto, azienda che produce videogiochi. In questa intervista Cazzola non fa il nome del prossimo presidente della Virtus. Una riserva che sarà svelata molto presto, nel corso di una conferenza stampa preannunciata anche dallo stesso Madrigali.

Signor Cazzola, tutti datano la sua uscita dal basket il 27 marzo, quando si è dimesso dalla presidenza della Lega e ha firmato il comunicato che paventava il taglio di Danilovic e Rigaudeau come un suo disimpegno anche verso la squadra.

Posso dire in generale che considero concluso il mio ciclo nella pallacanestro senza guardare a questi due episodi che sono coincidenti ma solo occasionali. Ho avuto un'esperienza a tutto tondo. Sono stato editore di basket, salvando due testate storiche dalla chiusura, presidente ai massimi livelli del club dominatore negli anni Novanta e, da ultimo, presidente di Lega, più per disperazione che per convinzione. Speravo, forte del prestigio che mi dava la Virtus, di avviare una fase nuova improntata sulle aumentate capacità di autonomia della Lega sul modello spagnolo. è stato un sacrificio personale e una buona carta da giocare contro chi cercava di indebolirmi. Colpendo me hanno invece colpito tutto il movimento. Mi resta la soddisfazione di essere uscito dopo avere ottenuto il voto di fiducia contro la fronda di tre società. Ma quel risicato scrutinio era il segnale che non potevo continuare a governare un'assemblea divorata dalle lotte intestine.

Perché ha deciso di cedere la Virtus?

Come imprenditore avverto che sono cambiate le motivazioni che mi hanno indotto ad entrare nel basket. Allora era un sistema diverso, certe situazioni sono irripetibili. Prima c'era il vincolo a garantire una certa patrimonialità, oggi le squadre sono multinazionali con giocatori che vanno e vengono ogni giorno. Davanti a me ho una moltitudine di impegni e responsabilità rivolte verso altre economie. Ma il basket mi è rimasto dentro. Sono entrato come imprenditore ed esco come appassionato e tifoso della Virtus.

Madrigali entrerà in quota nella gestione del PalaMalaguti?

Nomi non ne faccio. L'atto d'acquisto prevede la cessione, con la squadra, di tutti gli immobili e le pertinenze che riguardano l'attività del basket. Quindi di tutto il PalaMalaguti, o meglio di quelle rate, circa il 50% su 28 miliardi del valore dell'impianto di gioco, che rimangono da versare secondo gli accordi col Credito Sportivo. Fate un po' voi la cifra globale: la squadra da sola è stata valutata meno di 10 miliardi.

Possiamo considerarlo un affare da 25 miliardi?

Non anticipo i termini dell'operazione che però saranno rivelati quando sarà ufficializzata la cessione. Non ci saranno segreti. L'accordo sulle modalità di acquisto è fatto, manca solo il trasferimento delle quote azionarie.

Si è anche parlato di cogestione.

Un'ipotesi che non ha fondamento. Resterò il tempo strettamente necessario, non oltre questo anno solare, per garantire al nuovo proprietario un passaggio indolore delle consegne, non voglio che subisca i travagli che ho avuto io. Darò dei consigli di mercato: cedo la Virtus in buone mani, la serietà e la passione dell'acquirente sono per me le migliori garanzie dell'operazione.

Quali virtussini le rimarranno nel cuore?

Il mio quintetto ideale è Brunamonti-Danilovic-Messina-Bucci-Dorigo. A tutti dico grazie. Con Sasha c'è un rapporto non incrinato dalle ultime vicende che sono state un po' forzate dai media. Lascio una Virtus alla quale ho dato e ricevuto tanto.

Qualcuno dei suoi rivali riderà sotto i baffi?

Se allude a Giorgio Seragnoli, ho letto una sua dichiarazione che ci definisce molto diversi. Sono orgoglioso di questo, verso di lui continuo a nutrire una profonda antipatia e una scarsa considerazione. Quanto a D'Antoni, alla fine l'ho votato come unica alternativa al commissario. Non ho pregiudizi sulla persona, potrà fare bene e diventare un importante uomo politico, ma discuto la sua figura di sindacalista alla guida di un'assemblea che riunisce 28 imprenditori e 28 S.p.A. Un paradosso che mi ha convinto ad uscire da questo mondo anche se, per dirla alla Seragnoli, la vita continua lo stesso senza di me.

Come giustifica due anni di cattiva programmazione sugli acquisti?

La radice dei nostri mali parte da lontano. Nell'estate '98, dopo scudetto ed Eurolega, avevamo ingaggiato Stojakovic e Nowitzki, ma sono finiti in America. Così ad agosto ci siamo trovati scoperti ripiegando su Paspalj, un errore al quale se ne sono aggiunti altri. Ma se fosse entrato almeno uno dei due prospetti Nba, sono certo che avremmo continuato a vincere scudetti e coppe.

Un giudizio su questa stagione della Kinder?

La più deludente della mia gestione nel rapporto contratti-prestazioni. Al di là delle sconfitte non ho visto quel coinvolgimento e quel gioco che hanno sempre caratterizzato lo spirito Virtus. Due finali perse non possono soddisfare. Abbio è l'unica certezza dalla quale ripartire.

CAZZOLA: "CHIUDO IL BILANCIO POI APRO I RICORDI"

La Repubblica - 20/05/2000

 

Dieci anni non sono un soffio e anche la faccia dura è seria di Alfredo Cazzola, il re che abdica, ha crepe commosse. Ha preparato il testamento spirituale, lo recita senza sbalzi di voce, stringendo in dieci minuti un avventura imprenditoriale, ma anche umana, irresistibile, "alla testa di una realtà importante di Bologna, e per la prima volta, alla Virtus, da proprietario unico". "Ci entrai da imprenditore" – monologa – "come in tutto: oggi ho 50 anni e faccio l’imprenditore da quando ne avevo 22. Ho sempre pensato che nella vita si debba giocare per fare le finali. Era la mia idea e la continuità che mi veniva indicata dal club, e da Gigi Porelli, che qui saluto, e resta il nostro presidente onorario. Abbiamo avuto grandi risultati, grazie a grandi apporti: questo pubblico unico, sponsor di qualità, e non solo peso materiale, la squadra, i collaboratori e pure qualche risorsa mia, non solo denari, ma anche idee e rapporti. I risultati sono stati più rapidi del previsto, e già i tre scudetti consecutivi potevano essere un ciclo splendido e chiuso. Ma a meta degli anni '90 la forte competizione in città ci ridiede spinta. La sfida è il sale della vita, noi la sostenemmo, recuperando voglie ed energie. E la vincemmo. Dopo quel 98, pieno di soddisfazioni e ricordi indelebili, si poteva finire.

Sono venuti altri due anni, a spinta emotiva rallentata, ed è venuto il momento di cedere. La Virtus è un nome grosso, la prova è stata che tanti l’hanno cercata: cordate, un gruppo finanziario internazionale, ma appena ho incontrato Madrigali ho visto che ci sarebbe stata a continuità: dei 10 anni miei, dei 20 di Porelli. Accordarsi è stato facile, anche per i professionisti che hanno curato gli aspetti tecnici. Chiuderò io, al 30 giugno, questo bilancio, dal 1 luglio Madrigali avrà piena proprietà. Nel frattempo, poiché le strategie di mercato sono già avviate, le traccerà lui. Sono soddisfatto e felice di averlo accanto oggi. È un imprenditore, avrà passione, spinta, entusiasmo".

 

 

 

CAZZOLA E LA V NERA: È UN AMORE SENZA FINE

di Gianni Cristofori - Il Resto del Carlino - 23/02/2006


Quando il Bologna si prepara a vincere il settimo scudetto correndo sulla pista d’atletica di via Valeriani, Cazzola ha i calzoni corti e l’avvocato Porelli sta cercando di riportare la Virtus a lottare con Milano e Varese per il titolo. Con l’avvocato, però, Alfredo Cazzola si incontrerà parecchio tempo dopo, da imprenditore rampante. E’ nel novembre del 1990, infatti, che mister Motor Show inizia la sua avventura virtussina. Cazzola non acquista la società dalle mani di Porelli, è vero, ma da un nutrito gruppo di storici azionisti (Andolfatto, Berti, Conti, Galletti, Longhi e Ugolini) e da Paolo Gualandi che in breve tempo aveva collezionato il 23 per cento della Spa. L’avvocato bianconero, però, pur restando con poche azioni virtussine tra le mani dopo la spartizione tra Cazzola (71 per cento) e Francia (25 per cento) restò come al solito a vigilare sulla gestione di una società riportata, dopo tanto lavoro, a bilanci sani e a vittorie sportive.

Cazzola, da lì in poi riempie la bacheca bianconera di trofei: 4 scudetti, 2 coppe Italia, un’Eurolega. E il successo più prestigioso, cioè quello della massima competizione continentale, lo conquista quando ormai ha fatto capire che il suo viaggio nel mondo dei canestri sta per arrivare al capolinea. La sua disponibilità a vendere, Cazzola la manifesta con una frase destinata a passare alla storia delle conferenze stampa: «Sapete qual è la differenza tra un proprietario, un allenatore e un giocatore di basket? — dice davanti a taccuini e telecamere nel gennaio del 96 — Il proprietario, per stare in questo gioco, deve pagare, gli altri semmai guadagnare».

Pur interrotti da questo sfogo di uomo deluso dal movimento e dalle istituzioni cittadine, i suoi 9 anni di guida bianconera sono sicuramente i più ricchi dal punto di vista economico e agonistico: circa 25 miliardi di vecchie lire spesi per gli acquisti di giocatori italiani più gli investimenti per Danilovic, Nesterovic, Rigaudeau, Savic e PalaMalaguti.

Con Cazzola pronto a vendere, l’avvocato Porelli a vegliare sul patrimonio finanziario e storico e Madrigali pronto a comprare, nel maggio del 2000, alla vigilia di una gara-tre con la Benetton che sembra già una condanna, si chiude un ciclo leggendario. Come al solito gli basta poco per descrivere la parabola discendente della Virtus dopo i trionfi di Barcellona e la delusione di una stagione avviata ormai a conclusione senza trofei: «Dopo scudetto ed Eurolega — dice nel giorno del congedo — avevamo già ingaggiato Nowitzki e Stojakovic, ma hanno scelto di giocare negli Stati Uniti. Così ripiegammo su Paspalji, un errore che ne innescò tanti altri. Fino ad arrivare a due finali perse».

Sedici anni ed eccolo ancora qui ad attraversare un’altra strada che porta verso la V nera. Sarà un caso o l’ennesimo scherzo del destino, ma uno dei soci della sezione Tennis che un anno fa sostenne la richiesta di vendere terreni e impianti di via Valeriani fu Romano Bertocchi che della Virtus di Claudio Sabatini è presidente. Allora è proprio vero che il mondo dello sport bolognese è piccolo.

 

CAZZOLA: «COM'ERA FAMELICA LA MIA BASKET CITY»

di Daniela De Blasio - L'Unità - 08/02/2008

 
C'era una volta Basket City… È l'inizio di una bella favola, quella che Bologna, in questi giorni teatro delle Final Eight, ha fatto scrivere grazie ai fasti delle sue due squadre di pallacanestro, Virtus e Fortitudo. Due società che nell'immaginario del popolo dei canestri rappresentavano uno dei simboli di Bologna dopo San Luca, l'Università, le tagliatelle al ragù. E dopo le Due Torri che a quei tempi non erano solo Garisenda e Asinelli, ma anche Danilovic e Myers. Questa bella favola, che adesso non va più tanto di moda, aveva anche due re, anzi due presidenti: Giorgio Seragnoli e, soprattutto, Alfredo Cazzola.
Nato alla Bolognina, il quartiere dove Achille Occhetto rese possibile la svolta per la trasformazione del Pci in Pds, Cazzola appartiene alla categoria dei «self made man». È uno di quelli che costruiscono il proprio regno mattone dopo mattone, che innovano partendo dalla tradizione e che, un po' come Mida, finiscono per far risaltare ciò che toccano. Pensate sia un'esagerazione? Allora prendete nota: dal 1991 al 2000 alla guida della Virtus l'ex signor Motor Show ha conquistato una Coppa dei Campioni - la prima della storia bianconera - 4 scudetti e 2 Coppe Italia. Insomma, chi meglio di lui può spiegare cosa è successo a Basket City, dimenticando per un attimo il mondo del calcio e il suo Bologna (per altro primo in classifica in serie B)?
Negli anni '90 - spiega Cazzola - i successi di Virtus e Fortitudo erano legati a due imprenditori bolognesi che oltre a sfidarsi tra di loro, sfidarono anche tutti gli altri. Misero in campo energie economiche forti e una voglia di vincere non comuni, tali da soddisfare le esigenze di una città che puntava al primato. Oggi mi pare che al di là dell'entusiasmo con cui gli attuali dirigenti si stanno muovendo, manchino da un lato la stessa energia economica e dall'altro quello spirito agonistico che all'epoca attraversava tutta Bologna. In altre parole, quando io ero presidente della Virtus la città chiedeva il primato, quasi lo pretendeva. Avevo di fronte un pubblico abituato a vincere, con determinate aspettative. Oggi vedo soprattutto spirito decubertiano, lo stimolo a partecipare più che a vincere.
Forse perché allora la città era più vicina a chi investiva ad alto livello?
No, perché da quel punto di vista anche negli anni '90 la città stava a guardare. Il fatto è che Bologna era più esigente e questo inevitabilmente stimolava anche chi investiva nello sport. Tra Virtus e Fortitudo la grande competizione si era tradotta in squadre di alto livello, al top sia in Italia che in Europa. Il nostro si rivelò un ciclo vincente grazie a certe intuizioni e alla velocità con cui le mettemmo in pratica. E in questo trascinammo anche la Fortitudo, stimolati da una sana rivalità sportiva e imprenditoriale.
E pensare che dopo tanti trionfi la Virtus ha addirittura rischiato di scomparire…
È incredibile - conclude Cazzola - che una società con la sua tradizione e con il primato nel destino abbia vissuto quei momenti drammatici. Oggi sembrerebbe tradire quel destino, anche se non bisogna dimenticare che l'anno scorso è arrivata in finale sia in campionato che in Coppa Italia. In quanto alla Fortitudo, l'abbandono dell'imprenditore che l'aveva portata ad alto livello ha inevitabilmente influito sul suo percorso, in parte legato anche alla Virtus, visto che i successi dell'una fungevano da stimolo per l'altra.