MARIO ALESINI

(giocatore)

Mario Alesini in una delle sue leggendarie partenze a razzo

nato a: Varese

il: 17/12/1931

statura:

ruolo: pivot e poi ala

numero: 9

Stagioni alla Virtus: 1953/54 (in prestito dalla Pallacanestro Varese) - 1954/551955/56 - 1956/57 - 1957/58 - 1958/59 - 1959/60 - 1960/61 - 1961/62 - 1962/63 - 1963/64 - 1964/65

(in corsivo la stagione in cui ha disputato solo amichevoli)

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto

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IL MATCH DELLA MIA VITA: TRIO BRAVO

di Mario Alesini - V nere - 1990

 

Sarò sincero: in assoluto la partita che ricordo con maggior piacere, nel corso della mia carriera cestistica, è quella disputata con la maglia della Nazionale alle Olimpiadi di Roma del 1960, contro gli Stati Uniti, perché in fondo rappresentò il punto più alto della mia carriera: giocare contro i maestri era una specie di sogno. Di quella gara ricordo che l'Italia fece un'ottima figura. Un po' meno io, perché con impressionante regolarità riuscivo a smarcarmi e a penetrare in area ma ogni volta, quando già pregustavo la soddisfazione del canestro, ecco che sbucava da non so dove Walt Bellamy che mi stoppava o, comunque, riusciva ad impedirmi l'ebbrezza dei due punti. All'epoca avevo 29 anni e mi ero già trasformata in ala. Eh, sì: alto 1,91, avevo cominciato a giocare a pallacanestro nel ruolo di pivot perché sul finire degli anni Quaranta la mia era ancora un'altezza bastante a farmi rispettare sotto le plance. Però ero sufficientemente veloce, così, con il passare degli anni - e con il "crescere" degli avversari - diventai un giocatore esterno, più mobile. Ingaggiavo lotte all'ultimo respiro con i quattro moschettieri del Borletti - Gamba, Pagani, Romanutti e Stefanini - facendo leva sul mio buon senso della posizione e su una certa predisposizione a cogliere l'attimo buono per schizzare via in contropiede o per tentare l'anticipo difensivo.

La mia stagione più bella, in maglia bianconera, fu quella dello scudetto, nel 1955-56. Provenivo da un anno di inattività forzata, a causa di un veto al trasferimento a Bologna posto dalla mia prima squadra, Varese. La Virtus Minganti anche senza di me si era laureata campione d'Italia ed era la grande favorita per un nuovo titolo. Ricordo con immensa soddisfazione quel campionato, perché collezionammo solo tre sconfitte, vincendo il titolo con largo anticipo e dando il via ai festeggiamenti. Feste favolose, quelle dopo l'ultima partita in casa, contro Trieste, culminate in una cena da mille e una notte al Ristorante Casaglia e in una gita premio a Barcellona. Erano, per me, tempi memorabili: con Canna e Calebotta formavo il cosiddetto "Trio Galliera". Ci chiamavano così perché abitavamo tutti e tre nella stessa via, Galliera appunto, e perché eravamo affiatatissimi, fuori e dentro il campo. Chi non l'ha vissuto farà forse fatica a comprendere lo spirito di quei tempi. I giocatori di autentica classe non erano più di una quindicina, ma sono convinto che con un'adeguata preparazione fisica reggerebbero il confronto con i più bravi di oggi. Certo, ai nostri tempi il basket non era una professione: ci allenavamo in maniera irregolare e senza poter sfruttare le sofisticate strutture del presente. La convocazione in Nazionale, poi, rappresentava un evento, perché permetteva di conoscere luoghi e persone altrimenti difficili da raggiungere: io, ad esempio, ricordo con infinito piacere una trasferta in Russia nel 1953.

Tornando alla Virtus,finii la mia carriera da giocatore alternandomi con l'incarico di coach e quindi trovandomi a gestire quel fenomeno di Lombardi (talento e sregolatezza allo stato puro). Dopo tre anni di altalena campo-panchina optai per la seconda, trasferendomi però a Pesaro. In seguito, per motivi familiari, decisi di lasciare lo sport "attivo". Attualmente sono impiegato in una fabbrica di borse sportive e continuo, ogni domenica, a seguire la mia Virtus. Con la certezza, quest'anno, che l'organico della squadra è buono e che quando Messina potrà avere a sua disposizione tutti i giocatori in buona salute saprà mettere a frutto il suo anno di esperienza in più.

 

CAMPIONE DOPO IL LUNGO STOP

Mario Alesini è nato a Varese 17 dicembre 1931. A sedici anni entra a far parte della formazione locale. Il suo esordio in Serie A è datato 1950, con Varese terza, a fine campionato, dietro Borletti e Virtus. Proprio quest'ultima, nel 1953, gli propone un vantaggioso contratto per passare in bianconero, ma l'irrigidimento della società varesina, scavalcata nella trattativa, costringe Alesini ad un anno di inattività. Poi, un intervento della Federazione sblocca la situazione e il buon "Cranio" può trasferirsi sotto le Due Torri. Nel 1956, il primo e ultimo scudetto con le Vu nere. Complessivamente Alesini ha disputato 223 partite in maglia Virtus, mettendo a segno 2447 punti. Le ultime tre stagioni, fino al 1965, le interpreta nel ruolo di allenatore-giocatore. In Nazionale Alesini fa il suo esordio il 16 settembre 1952 (Italia-Iran 62-38), chiudendo la carriera azzurra ai Giochi di Roma del 1960.

 

Alesini ostacolato da Volpato

ADDIO ALESINI, CUORE VIRTUS

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 02/08/2001

 

Mario Alesini, che se n'è andato ieri, a settant'anni, in punta di piedi, potrebbe raccontarci una storia bellissima. La sua. Quella di un basket dei tempi eroici — anni Cinquanta e Sessanta — di una pallacanestro che non c'è più. Più che una storia, però, Mario avrebbe potuto dare una lezione. A noi, che quotidianamente scriviamo di giganti che si muovono solo dietro compensi cospicui. Ai cestisti di oggi per i quali il contratto viene prima di tutto (o forse è tutto). Era nato a Varese, Mario Alesini, e proprio a causa del club della sua città fu costretto a star fermo un anno. Perdendo quello che avrebbe potuto essere il primo scudetto. Cresciuto a Varese Alesini voleva seguire Tracuzzi, il suo coach, all'ombra delle Due Torri. Ma il club lombardo non diede il nullaosta e Mario, per liberarsi da quel peso, accettò l'idea di incrociare le braccia per una stagione. Si sarebbe rifatto in quella successiva — Calebotta pivot, Tracuzzi in panchina, Alesini e Canna a correre in contropiede — quella del titolo della stagione 1955/56. Con quell'enorme V nera stampata sul petto avrebbe realizzato 2.425 punti. Prima di abbandonare Bologna per sbarcare a Pesaro. «Tre stagioni là — confidò in un'intervista — allora si trattò di compiere una scelta: o restare fuori Bologna per accettare le offerte che erano state formulate da più parti oppure piantarla con il basket. Optai per la seconda ipotesi: non mi piaceva granché girovagare per l'Italia. Meglio fermarsi a Bologna».
Un'altra scelta coraggiosa di Mario — aveva deciso di cominciare a lavorare con il suocero — che nel 1964 si era sposato con Lia Cesari, che quattro anni più tardi gli avrebbe regalato Annalisa. «La mia più grande gioia della vita — disse — Non reggono paragoni le soddisfazioni ottenute con la pallacanestro». Eppure fu un protagonista della nazionale italiana che a Roma, nel 1960, sfiorò il bronzo alle Olimpiadi. Eppure...
«È uno che ha fatto la storia della Virtus — ricorda Achille Canna che con Alesini e Nino Calebotta costituiva un terzetto inseparabile —. Anzi, la storia della pallacanestro. Un combattente, uno sempre allegro. Un giocatore che era cresciuto sotto la guida di Tracuzzi e che, per questo motivo, possedeva una tecnica forse unica per quei tempi. Per quattro o cinque anni abbiamo fatto vita comune nella foresteria bianconera. L'avevo visto l'ultima volta il giorno dello scudetto».
Virtussino dentro e fuori, Mario Alesini, che domani riceverà l'ultimo saluto, alle 9:30, nella chiesa di Santa Maria Caselle, a San Lazzaro.