KEITH LANGFORD

(Andre' Keith Langford)

Keith Langford lascia sul posto Henry Domercant

nato a: Texas (USA)

il: 24/08/1983

altezza: 193

ruolo: guardia

numero di maglia: 15

Stagioni alla Virtus: 2008/09

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 1 Eurochallenge

 

LANGFORD, AMERICANO DA DERBY, IN BIANCONERO

di Francesco Forni - La Repubblica - 26/07/2008

 

Botta e risposta a Basket City. Dopo il colpo di Zoran Savic, che giovedì pomeriggio ha portato il brasiliano Marcelo Huertas alla corte di Gilberto Sacrati, nella notte successiva la Virtus ha messo sotto contratto Keith Langford, guardia americana alta 1.93 m, 25 anni, la scorsa stagione a Biella. L'accordo con Langford, annuale sulla base di oltre 400.000 dollari, era nell'aria da qualche giorno, è stato ratificato all'alba di ieri, con reciproca soddisfazione, dopo che coach Pasquali ha convinto Keith a non andare al "veteran camp" di Detroit a tentare l'ultima carta per giocare coi professionisti americani. La Virtus in tal modo si è assicurata una guardia dalle discrete doti fisiche e realizzative. In sostanza Langford è giocatore piuttosto quadrato, che in curriculum ha un paio di partite a dicembre con i San Antonio Spurs e quasi 20 punti di media nel 2006/07 in LegaDue a Soresina. Da derby il suo esordio con Biella: fu al PalaDozza il 9 marzo, contribuendo con 20 punti alla vittoria dei piemontesi, in casa della Fortitudo. Rimane così il nodo del playmaker titolare, dopo il saluto di Bynum, approdato ai Detroit Pistons, mentre ieri notte scadeva l'opzione di Sharrod Ford per uscire dal contratto con la Virtus, sempre con eventuale destinazione NBA, ma di acquirenti non se n' erano presentati fino a sera.

(...)

 

LA PRESENTAZIONE DI KEITH LANGFORD

bolognabasket.it - 14/08/2008

 

Nell’ambito delle presentazioni dei giocatori Virtus, questa volta il sipario si apre sulla prima volta di Keith Langford.

Voglio intanto salutare tutti i tifosi; sono molto eccitato per questa opportunità, e ringrazio dell’offerta perché la Virtus è un team prestigioso, e il mio entusiasmo per iniziare questa avventura è tale che non vedo l’ora di iniziare gli allenamenti, e di conoscere i miei compagni.

È un altro passo in avanti nella tua carriera, come ti senti?

È tempo di giocarmi le mie carte e di affrontare la sfida; penso di essere pronto, perché ho avuto esperienze in Legadue, in media serie A, in D-League, un po’ di NBA, e ora è il momento di verificarmi a questo livello, ma credo di poter dire la mia.

Hai già parlato con il coach? Cosa ti farà fare?

Ci siamo sentiti a Las Vegas, quando eravamo tutti convinti che il play sarebbe stato Will Bynum. Ma già mi aveva detto che, in caso lui fosse rimasto in NBA, io avrei avuto anche spazio in regia. Questa cosa mi aveva fatto piacere, e aveva favorito l’accordo tra me e la Virtus; poi ora aspetto solo di parlare con l’allenatore, dato che sono arrivato solo ieri, per vedere che tipo di aspettative avrà su di me.

Perché non sei riuscito a restare in NBA?

Io penso di aver giocato bene, quando ho avuto spazio a San Antonio, ma ci sono state varie combinazioni: per rendere al meglio dovrei avere contratti lunghi, in modo da dimostrare le mie qualità a chi mi concede fiducia. Loro avevano programmi ambiziosi, puntavano ad un gruppo di esperti, e hanno fatto le loro scelte. Ho accettato la cosa serenamente, ma ora sono contento di essere qui, e cercherò di fare di tutto, dedicando tutta la mia concentrazione, per fare risultati con la Virtus.

La tua migliore caratteristica è battere l’uomo, è quello che ti verrà chiesto?

Io ritengo di poter fare un po’ di tutto: difendo con energia su tre posizioni, penso di poter tirare meglio di quanto non si pensi, ma non avrò problemi a mettermi a disposizione dell’allenatore per fare ciò che sarà meglio per il bene della squadra.

Puoi anche prendere rimbalzi, più di quanto non ci si aspetti da un esterno.

È qualcosa che mi è stato insegnato al college, perché i rimbalzi sono questione di voglia, non tanto di stazza o di fisico. Io cerco di contribuire in ogni parte del gioco, per cui vado volentieri a rimbalzo sia in attacco che in difesa, per dare vantaggio alla mia squadra.

Sei sorpreso di avere Boykins come compagno?

Io non so se partirò in quintetto, intanto. Però sono contento di lui, sono contento di avere compagni buoni e che questo sia un gruppo di ragazzi con le idee chiare che vogliono lavorare duramente per ottenere risultati. Tecnicamente abbiamo un certo valore, ora dovremo provare a conquistare una buona intesa, e la migliore chimica possibile.

Qualche minuto da regista lo potrai affrontare?

Io mi metterò a disposizione del coach, ma molto dipenderà anche da quante volte dovrò cambiare posizione in campo, perché un conto è farlo per tutta la partita, un conto è farlo a tratti. Conto sulla collaborazione dei compagni, vedremo di valutare anche queste cose una volta che inizieremo ad allenarci.

Lo scorso anno hai esordito in serie A battendo la Fortitudo.

In tutte le partite lotterò per vincere, questo lo dico ai tifosi, e combatterò alla morte cercando di crescere nel mio gioco senza mai risparmiarmi. Contro la Fortitudo l’anno scorso andò bene, speriamo di replicare nella prossima stagione.

Domenica pomeriggio ci sarà la presentazione ufficiale della squadra ai tifosi: appuntamento al Cierrebi a partire dalle ore 18.

Langford in entrata mancina nel derby d'andata

 

LANGFORD, MAI PROVOCARLO, SI SCATENA E TRAVOLGE TUTTI


di Claudio Limardi - Corriere dello Sport/Stadio - 09/12/2008
 
«Don't mess with me» dice Keith Langford. Non provocatemi, lasciatemi stare, la libera interpretazione della frase che da sola fotografa l'ultima settimana della guardia della Virtus. A Roma, Sani Becirovic l'aveva mandato negli spogliatoi all'intervallo furibondo. C'era stato uno scambio di battute pesanti e il ragazzo allevato all'università del Kansas da Roy Williams, oggi l'allenatore numero uno nei college americani, combattuto tra il desiderio di decapitare o semplicemente cancellarlo dal campo, aveva fortunatamente optato per la seconda opzione. Annullato Becirovic, era stato decisivo nella vittoria della Virtus. Ieri al derby, DJ Strawberry ha avuto la malaugurata idea di far notare a Langford un paio di giocate di livello superiore. Keith non l'ha presa bene e dopo un primo tempo silenzioso, è esploso con 18 punti nel secondo, incluse quattro triple che gli hanno permesso di prendersi una rivincita anche verbale sul giovane avversario. Strawberry ha giocato bene, nonostante un problema fisico all'intervallo, ma Langford è riuscito a prevalere. «Don't mess with me». Provocarlo, dunque, è un suicidio. Ora, dopo Becirovic, ne è cosciente anche Strawberry. La nuova sfida di Matteo Boniciolli? Convincerlo, oltre che di essere un grande-tiratore da tre (dopo ieri è al 44%, 7/11 nelle ultime tre partite), di poter difendere in modo così spietato anche contro un attaccante simpatico o che non l'abbia provocato prima. «Lo farà, lo farà - diceva ieri Boniciolli abbandonando la Futurshow Station e dopo una gradita telefonata di complimenti di Ettore Messina - si tratta solo di parlargli. Farò con lui come l'uomo che sussurrava ai cavalli». Langford è il simbolo di quanto Boniciolli sia riuscito a fare in queste poche settimane. Al suo debutto, l'aveva lasciato in campo solo 13 minuti e in tutto il secondo tempo della gara con Rieti aveva guardato la partita dalla panchina. Al martedì, ripresa degli allenamenti, dicono che Langford si sia presentato il palestra con il sorriso stampato sul volto. Non si era offeso, non si era depresso. Ha solo provato a recuperare spazio. A Cantù ha vinto il ballottaggio con Blizzard mettendo la museruola a Jason Rich e segnando 17 punti. Poi lo show difensivo di Roma e un derby da 20 punti. Con la Fortitudo ha un fatto personale: l'anno scorso, giocava a Biella, esordì contro l'Aquila al Paladozza, gli fece 21 punti e si portò via la vittoria. Ieri, 7/11 dal campo 20 punti. Ha anche allungato la striscia di tiri liberi a segno a otto e adesso è salito in doppia cifra nella media punti stagionale. La Virtus e il campionato hanno trovato una stella. Sui due lati.

 

LANGFORD, DALLA SCONFITTA NASCE UNA STELLA

di Daniele Labanti - Corriere di Bologna - 24/02/09


 
Dirompente nell'impatto con la Final Eight, ma già nei mesi precedenti, Keith Langford nella quattro giorni ha fatto venire a tutti il sospetto che il più forte di questa Virtus sia proprio lui. Atletico, solido, tiratore dal rilascio facile e più continuo di quel che sembrava all'inizio, attaccante di razza, miglior difensore della squadra, terzo rimbalzista. Appena arrivato, Matteo Boniciolli gli ha detto di tirare con fiducia e l'ha paragonato senza irriverenze a Manu Ginobili. Adesso c'è la netta sensazione che una stella stia nascendo. «Ma non fate raffronti, Manu è un giocatore incredibile con cui ho giocato assieme in estate agli Spurs. Io qui non ho ancora fatto nemmeno la metà di quel che ha fatto lui: spero che Sabatini voglia tenermi, perché solo così potrò tentare di ripercorrere la carriera di Ginobili. Fatemi restare a Bologna a lungo, ci divertiremo insieme». Lui la finale di Coppitalia l'ha vinta, stracciando proprio Siena, lei c'è andato solo vicino. Cosa manca? «Ci è mancato un canestro... Ma la prossima volta andrà meglio. È tutto molto diverso rispetto a gennaio, quando ci rifilarono 30 punti. Dopo la finale di domenica, tutti sanno chi siamo. Adesso Siena sa che nulla sarà facile, entrambe miglioreremo da qui alla fine ma abbiamo fiducia di poter competere. È tra marzo e maggio che una squadra deve toccare il suo top». Insomma, qualcosa è cambiato? «Questo gruppo è sempre stato forte, aveva bisogno di tempo per formarsi. Spendere tanto non significa avere una squadra collaudata, per ottenerla occorre che i giocatori sbaglino, che si conoscano, che attraversino delle crisi. Noi l'abbiamo fatto, siamo venuti fuori da dicembre e dai problemi, verremo fuori più forti anche da questa beffa». Ripercorriamo gli ultimi secondi: palla pesante, contatti, il tiro che non parte... «Ci sta. Sapevamo che non avrebbero fischiato perché gli arbitri tendono a lasciare che siano i giocatori a decidere la partita. Impareremo anche da questo. È difficile oggi, ma bisogna andare oltre. Non meritavamo di perdere e non dobbiamo avere rimpianti, il sole sorgerà di nuovo. Uscire sconfitti di uno succede, è parte del gioco che a volte si odia e altre si ama proprio per questo. Ma la Virtus domenica ha fatto una grande cosa, non si cancella». Langford-Sato, Langford-McIntyre, Langford-Domercant: c'era sempre lei sulla strada degli imbattibili. È pronto per il prossimo salto di qualità? «Il mio rispetto per Siena e per la carriera dei loro giocatori non manca. Ma vorrei dire che noi possiamo sfidarli. Loro respirano ossigeno, come noi. Hanno due gambe e due braccia, come noi. Certo, sono bravi. La Virtus però non è inferiore». Per la prima volta s'è anche visto qualcosa di nuovo che gli andava contro: atleti, tiratori, novità tattiche. «Con Boniciolli ho trovato il miglior allenatore della mia carriera. Non è solo questione dell'entusiasmo che mette, viviamo tutti partecipi del lavoro che fa. Porta sempre una novità, qualcosa di fresco. Avevamo preparato delle sorprese per la Final Eight, l'allenamento è un momento importante per una squadra e lui tiene la concentrazione alta». Ma lei ci vuole restare qui, a fare la stella in Europa? «Io adoro Bologna. Solo giocando qui si può capire la passione dei tifosi e il trasporto che c'è in partita. Ha ragione Boykins quando dice che in America si giocano tante partite quasi prive di valore. L'adrenalina che ti da un match in Europa è tutta un'altra cosa».
 

KEITH LANGFORD

di Miro De Giuli - V Magazine febbraio 2009

 

Con le sue serpentine in mezzo all'area pitturata, con le sue stoppate e le sue grandi schiacciate, Keith Langford è stato sin dal primo giorno in bianconero uno dei giocatori più eccitanti della nuova versione della V nera. Con gli ultimi quindici minuti al PalaLottomatica di Roma, con la difesa che ha cancellato dalla partita Sani Becirovic, ed ancor più con il derby d'andata, vinto partendo dal quello dominato contro il pariruolo della Gmac DJ Strawberry, l'americano ha poi conquistato tutti, rimbalzando ben presto in cima alla lista dei giocatori più amati dalla platea di Casalecchio anche per l'efficacia e la concretezza del proprio gioco. La differenza rispetto al passato, sta tutta qui: dal realizzatore puro che aveva vestito la maglia di Soresina e dalla combo guard vista a Biella, a Bologna è nato un giocatore totale, in grado di far sentire il proprio valore sia nella metà campo offensiva che in quella difensiva. Per poter dire che cosa possa riservare il futuro per un talento di questo tipo, è ancora presto. Per il momento, vale però la pena di ripercorre la sua carriera passo dopo passo, cercando di capire chi sia, e da dove viene, il nuovo gioiello bianconero.

Gli inizi

Keith Andre Langford nasce a Forth Worth, Texas, il 15 settembre del 1983. A livello cestistico, il suo nome si sente per la prima volta all'ultimo anno alla North Crowley High School di Fotrh Worth, da dove prende il volo per il college. Ad attenderlo, c'è la chiamata di coach Roy Williams, che lo sceglie per fare parte dei Kansas Jayhawks.

College

Al debutto a Kansas, Langford si trova in una squadra che comprende anche tre future prime scelte NBA come Drew Gooden (quarto assoluto al Draft del 2002), Kirk Hinrich e Nick Collison (rispettivamente settima e dodicesima scelta del Draft del 2003), oltre ad un altro giocatore noto come il playmaker Aaron Miles, ora impegnato al Panionios Atene. La stagione è positiva, tanto che Kansas arriva a giocarsi le Final Four del 2002 ad Atlanta. La corsa dei Jayhawks si arresta in semifinale, vinta dai Maryland Terrapins (97-88) di Drew Nicholas e dell'ex senese Lonny Baxter, ma soprattutto dall'esterno dei Washington Wizards Juan Dixon, autore di 33 punti. Per Langford, che al primo anno usciva dalla panchina, otto punti in ventiquattro minuti, giocando da sesto uomo.

Langford è nel quintetto base della formazione che raggiunge la Final Four di New Orleans: in semifinale, Kansas sommerge letteralmente Marquette (che schierava Dwayne Wade, scelto dai Miami Heat con il quinto pick al primo giro appena due mesi dopo) per 94-61, con Langford top scorer con 23 punti. All'ultimo atto, i Jayhawks cadono però per mano dei Syracuse Orangemen (81-78 il finale), vincitori con una prova da venti punti di un grande Carmelo Anthony. Di fronte ad un'altra sicura prima scelta al draft (Anthony andrà poi alla numero 3, dietro LeBron James e Darko Milicic) Langford non delude ma incontra problemi di falli che limitano il suo impiego: in 23', ci sono comunque 19 punti, per un0altra prova da top scorer della squadra al pari di Nick Collison. Al termine della stagione coach Williams passa a North carolina, sostituito a Kansas da coach Bill Self: la stagione è positiva, ma non abbastanza per raggiungere un'altra Final Four.

Carriera da pro

Nel ricchissimo Draft del 2005, nessuno chiama Keith Langford: il texano svolge l'intera trafila delle Summer League giocando a Long Beach con la maglia dei Dallas Mavericks, la sua squadra preferita, ma "non fa la squadra" e scende così in USBL. Con la maglia dei Forth Worth Flyers, squadra della sua città nella quale gioca quarantasei partite, con 11,5 punti di media in 24'. Nell'estate del 2006, per Keith c'è il primo abboccamento europeo, proprio con Soresina. A cercarlo è Andrea Trinchieri, allora coach di Soresina e neo vincitore della Coppa Italia di Legadue con la Prima Veroli. Il sogno di Langford si chiama NBA, e Langford lascia perdere decidendo di riprovare con gli Houston Rockets, senza tuttavia riuscire ad arrivare al training campo di ottobre. Il suo agente, il celebre Mark Bartelstein, ripropone la soluzione europea: a Soresina, che sta per affrontare il primo anno di Legadue dopo aver vinto di gran carriera la B1, l'esterno americano Ryan Forehan-Kelly non ha superato le visite mediche, ed il nome di Langford è tornato in ballo. L'affare si fa, e per Langford è lo sbarco in Europa.

Soresina

Alla Vanoli Langford sembra un pesce fuor d'acqua. In un roster fatto di giocatori esperti, e nel quale l'altro americano Quadre Lollis, ha 33 anni ed un'esperienza infinita a livello europeo, Langford mostra i classici problemi di ambientamento in campo, ma anche fuori. E così mentre in palestra si sprecano le sessioni supplementari per correggere le infrazioni di passi, specialmente quelle commesse ricevendo palla in corsa, al di fuori è proprio Lollis a prendere per mano Langford, con l'aiuto della dirigenza cremonese. Aiuto che, per intenderci, si concretizza anche nel mandare qualcuno a svegliare Keith per l'allenamento della mattina, dopo notti passate al telefono con gli Stati Uniti. Le cose migliorano velocemente, nella vita quotidiana e conseguentemente anche sul parquet tanto che il primo viaggio oltre i trenta punti arriva già alla dodicesima giornata di campionato, in casa contro Sassari: per Langford ci sono 34 punti n 35', con 13/17 da due punti e due canestri senza errori da tre punti. Quando arriva il secondo viaggio oltre i trenta, a Reggio Calabria alla ventiduesima giornata (32 punti n 38'), ormai nessuno si stupisce più: il mancino che viene da Forth Worth e va sempre a sinistra non è marcabile, e trascina di peso la Vanoli sino ai play-off. In post season, Soresina vince la prima delle due gare casalinghe contro Pavia, ma non la seconda. I due viaggi al PalaRavizza sono poi fatali, e per Langford e compagni la stagione, comunque sorprendente per una matricola, si chiude anzitempo. Per Keith, le medie parlano di 19.7 punti in 31' di impiego medio, con il 65% da 2 ed il 33% da 3 punti.

NBA

Chiusa un'ottima stagione italiana, Langford punta nuovamente alla NBA. Non fa mistero delle sue intenzioni nell'ultima intervista italiana, rilasciata a Michele Talamazzi per la Provincia di Cremona: "A luglio farò la Summer League di Salt Lake City con i San Antonio Spurs, vorrei fare la squadra con loro. L'Europa nel mio futuro? Non mi attrae l'idea di giocare in altri paesi europei, vorrebbe dire ambientarsi ad uno stile di vita diverso dal mio come ho fatto in Italia. Qui negli ultimi mesi sono stato davvero felice, ed è per questo che se non ce la facessi in NBA, tornerei in Italia. Ho offerte già ora, ma la mia priorità sono gli States". Con gli Spurs, i provini non vanno male. San Antonio vuole tenere d'occhio il giocatore, elo affi da alla propria squadra in NBDL, la lega di sviluppo parallela alla NBA. Con la maglia degli Austin Toros, Langford segna 24,6 punti a partita in 41' di utilizzo, guadagnandosi un contratto decadale con San Antonio: con il bianconero degli Spurs, arrivano dieci punti in due partite, prima del ritorno ad Austin. In un momento delicato della stagione di Langford arriva la proposta di Biella, dove Troy Bell è in rotta con l'ambiente ma soprattutto con la dirigenza. Il ritorno in Italia è già cosa fatta.

Biella

Il debutto biellese di Langford è di quelli da incorniciare. Al PalaDozza, Keith si divide tra i ruoli di guardia tiratrice e di playmaker (il titolare era Spinelli, ma per i minuti da cambio la riserva Carl Ona Embo non convinceva) e stampa 20 minuti in 33' nel successo contro la Fortitudo. In Piemonte Langford gioca soltanto nove partite, ma il suo nome torna a circolare sempre con più insistenza, grazie ai 14 punti in 33' di media che chiudono la sua stagione. Nell'ultima estate Langford disputa la Summer League di Las Vegas con la maglia dei Denver Nuggets, prima di varare la terza edizione della sua avventura italiana.

Bologna

A cercarlo è la Virtus Bologna, che offre la possibilità di sostituire Will Bynum, lui sì firmato con un contratto biennale dai Detroit Pistons: per Keith, c'è l'opportunità di competere per le prime posizioni nel campionato italiano, una vetrina europea, e l'opportunità di compiere l'ennesimo passo in avanti di una carriera in costante progresso. Nei progetti di Pasquali, Langford dovrebbe essere insieme a Boykins, l'uomo designato per battere il difensore dal palleggio ed inventare in una squadra fisica in costante ricerca dell'esecuzione negli schemi offensivi: una variabile controllata, in grado di cambiare ritmo all'attacco più o meno in ogni momento.

Nelle prime cinque partite, per Langford ci sono8,2 punti in 26' di utilizzo, partendo in quintetto da guardia titolare, fino alla sconfitta casalinga contro Avellino, che costa la panchina a Pasquali: "Boniciolli ci lascia giocare più liberi - spiega l'americano - ed è un buon motivatore. Al di là dell'aspetto tecnico, dopo una sconfitta preferisce guardare avanti anzichè analizzare le partite cercando chi ha sbagliato e che cosa. In un momento in cui i risultati non vengono, è normale che a pagare per tutti sia l'allenatore, anche se magari non è lui l'unico colpevole. Dispiace per quanto successo, ma è successo, e bisogna andare avanti".

Con Rieti, al debutto di Matteo Boniciolli, Langford tocca il minimo stagionale per punti e minuti (2 in 13'). Dalla gara successiva, a Cantù, per Keith arriva lo spostamento a sesto uomo, come elemento di rottura in uscita dalla panchina, proprio come al primo anno di college a Kansas. Per quasi tutti gli americani, una bocciatura neppure particolarmente mascherata: per Langford, un'opportunità concretizzata con la partita di Roma, nella quale cambia passo nella ripresa (dopo uno screzio verbale tra i due) e cancella Becirovic.

Una settimana dopo, è già tempo di derby: alla Futurshow Station Strawberry pensa di provocare l'ex Kansas dopo un buon canestro, ma paga presto una mossa tanto azzardata. Langford non parla, lascia che sia il campo a farlo per lui, con diciotto punti nella ripresa e la firma sulla vittoria più ricercata del girone d'andata: "C'era un'atmosfera elettrica quel giorno - ha raccontato Keith - sono partite nelle quali ognuno ha voglia di ben figurare, e non potevo essere da meno". Da quella partita Langford è un continuo crescendo, con sensibili miglioramenti dal punto di vista difensivo ma anche nella mira da tre punti, passata dal 28% delle precedenti esperienza italiane all'attuale 38,5%: l'impatto fisico ed atletico, uscendo dalla panchina, è sempre più importante e redditizio.

Se non basta questo, per stupire, si faccia attenzione alle scarpe, che Keith ama cambiare tra primo e secondo tempo nelle partite nelle quali non è soddisfatto delle proprie prestazioni, come nella recente trasferta di Eurochallnge ad Oldenburg. Ad Avellino, con ventitre punti sui sessantacinque totali della sua squadra, e le giocate decisive nel finale di gara, l'ennesimo capitolo di una stagione in netto crescendo. Conoscendo il personaggio, c'è da credere che Keith non abbia intenzione di fermarsi qui.

LANGFORD, L'MVP: «SE DIVENTO GINOBILI LO DEVO A BONICIOLLI»

di Luca Aquino - Corriere di Bologna -24/03/09

 

Quando Matteo Boniciolli, un paio di mesi fa, ai tempi delle prime grandi prestazioni di Keith Langford azzardò un paragone con Manu Ginobili furono molti a pensare a un'iperbole troppo forzata archiviandola con un sorriso più che scettico. Oggi si ride molto meno. Chiaramente l'argentino di Bahia Bianca può mettere sul piatto scudetto, Eurolega, due Coppe Italia e titoli di Mvp, ma le giocate del prodotto di Kansas non possono non richiamare alla mente quelle del numero 6 del Grande Slam del 2001, il suo primo anno in Virtus, quello dell'esplosione. Le penetrazioni a sinistra galleggiando in aria e concludendo controtempo, quelle triple in arresto e tiro con caricamento che sembra troppo lento ma che inesorabilmente trovano il bersaglio, le stoppate in aiuto a centro area che non dovrebbero essere nel Dna di una guardia.«L'unica cosa che ci rende simili è che siamo entrambi mancini - dice Keith con modestia - Lui è un grandissimo giocatore e al momento non siamo paragonabili. Manu ha già raggiunto un livello di eccellenza al quale anche io ambisco, ma ho ancora parecchia strada da fare. Di uguale c'è che lui in passato e io oggi rappresentiamo la Virtus e vogliamo portarla in alto più possibile». D'accordo la sua moderazione, ma al momento si sono accorti tutti che sta giocando come uno dei migliori giocatori del campionato... «La mia mentalità è prendere una partita alla volta, in questo momento mi sto divertendo tantissimo e mi godo la situazione. Devo essere paziente in campo, leggere la partita, l'aiuto dei nostri veterani è fondamentale e ammetto che adoro giocare per questo allenatore». A proposito, cosa è cambiato in questi quattro mesi, dalla prima partita allenata da Boniciolli contro Rieti con lei a guardare tutto il secondo tempo dalla panchina e oggi giocatore cardine della Virtus? «Dopo quella gara mi disse che non era possibile che lui avesse più fiducia di me nelle mie possibilità. Fu una chiacchierata positiva, toccò i tasti giusti e da quel giorno assimilo tutto quello che mi dice. In carriera non ho mai avuto un allenatore che avesse così tanta fiducia in me». Contro Roma ha messo il marchio al successo della squadra con 13 punti decisivi negli ultimi 11 minuti. Si sente leader? «No, è solo uno splendido momento: la mia famiglia mi ha raggiunto a Bologna, la Virtus ha vinto, Kansas ha vinto e giocherà le Sweet Sixteen del torneo Ncaa. Tutto va a meraviglia». Il 3-0 negli scontri diretti dice che voi siete più forti di Roma e quindi l'antagonista principale di Siena? «Abbiamo giocato una gara molto intelligente, abbiamo spinto quando era possibile altrimenti abbiamo ragionato. Era difficile preparare questa gara, ma il coaching staff ha fatto un ottimo lavoro. Ora dobbiamo vincere sempre per mantenere il secondo posto e provare a sfidare Siena. Loro sono insieme da tre anni e questo fa la differenza, ci manca esperienza ma credo che potremo colmare il gap ed essere competitivi anche contro di loro». La sua debolezza si diceva fosse il tiro da tre. Contro Roma ha fatto 4/4 e in stagione ha il 43%. Sta diventando un tiratore? «Merito di coach Zorzi che lavora con me quotidianamente per migliorare la mia esecuzione. Il mio primo istinto è sempre stato quello di andare verso il ferro, ora sto variando il mio gioco». Domenica c'è il derby... «Lo so, l'anno scorso la mia prima gara con Biella fu proprio al PalaDozza, giocai bene e vincemmo. Voglio ripetermi». Le hanno raccontato che tipo di atmosfera vi attende? «Non ho voluto sapere niente, me lo voglio gustare domenica mattina vivendola sul momento. Immagino che l'ambiente sarà carico, probabilmente non ho mai giocato in un clima del genere».

 

SABATINI:«NON CI SONO I SOLDI, LANGFORD NON PUO' RESTARE»

di Luca Aquino - Corriere di Bologna - 27/05/2009

 

Saranno almeno 300, forse di più, i tifosi bianconeri che questa sera saliranno a Treviso al fianco della squadra per farle sentire un po' di aria di casa in un palasport che ultimamente ha regalato solo delusioni. Polverizzati nella mattinata di ieri i 150 biglietti che Claudio Sabatini aveva messo a disposizione gratuitamente per gli abbonati, la società ne ha chiesti altri alla Benetton che ha così concesso ai supporter bolognesi un intero settore del Palaverde. Almeno un paio i pullman, ma tanti sono i tifosi che si muoveranno con le auto private per questo mini-esodo. «Muovere così tanta gente in un giorno feriale è un bel segnale - ha detto Sabatini - Siamo contenti che chi ha creduto in questa squadra facendo l'abbonamento per i playoff si senta ripagato e continui a darci fiducia. L'altra sera a palazzo c'era un tifo visto raramente, anche se sono solo 1500 quelli che ci hanno seguito». Non basteranno, però, per trattenere Keith Langford. Il patron ribadisce che l'americano non resterà. «Siccome la matematica non è un'opinione e i soldi non escono dai rubinetti, Keith non potrà rimanere. Per noi l'incasso dagli abbonamenti è fondamentale, quel denaro ci manca e così dovremo agire di conseguenza. In caso di Eurolega? Non cambia niente, anzi Treviso da questo punto di vista da più garanzie di noi, che dipendiamo troppo dagli incassi di botteghino».

Keith nel suo tipico modo di esultare

 

E LANGFORD TRADISCE LA VIRTUS

Quale eterno amore: alla prima offerta, il giocatore fa le valigie e va al Khimky

di Massimo Selleri - Il Resto del Carlino - 11/06/2009

 

Sfruttando una clausola del suo nuovo contratto, ai russi del Khimky, dove allena Sergio Scariole, è bastato versare 400mila dollari nelle casse del club bianco-nero per ingaggiare il giocatore che percepirà complessivamente 2.600.000 dollari nei prossimi 2 anni. Una trattativa velocissima quanto imprevista, dato che Langford aveva dichiarato amore eterno per le Due Torri e la V nera si era mossa per accontentarlo. «Sono dispiaciuto - spiega il patron bianconero Claudio Sabatini - sia perché non ne sapevo nulla e la trattativa l'ho imparata dai giornali sia perché se dovevo andare a soldi, allora avrei potuto assecondare le due offerte italiane che per il suo buyout mi offrivano molto di più». In effetti se la Virtus avesse detto sì a Siena allora avrebbe guadagnato una cifra che è circa il doppio rispetto a quella percepita dal Khimkv. «Non l'ho fatto perché affrontarlo da avversario nel campionato italiano sarebbe stato un qualcosa di poco simpatico. Se fosse rimasto con noi, nei prossimi 2 anni avrebbe percepito 1.800.000 dollari senza contare i premi e che con le tasse da pagare alla Virtus sarebbe costato 2.600.000 dollari. Quando lo abbiamo rinnovato, l'idea era quella di affiancarlo a un play statunitense (Collins, ndr), a un'ala piccola e a un quattro di valore, più Nesterovic che ha un passaporto europeo. Non sarebbe stata una brutta squadra, ma la società è stata bocciata dagli stessi abbonati e ora le cose sono cambiate». Una situazione che, pare, abbia messo in crisi lo stesso Langford, pur non essendo un novizio del nostro campionato, non ha digerito prima la mancanza dei tifosi e poi le successive mosse della società. «Una cosa che non ha capito è perché gli spalti fossero mezzi vuoti durante i nostri playoff. Assenze che non si possono spiegare solo con la crisi economica, per accattivarci i tifosi potevamo sbandierare il suo rinnovo ma poi lo spogliatoio sarebbe stato ingestibile. Noi siamo quelli del fare e non quelli del dire. Il nostro pubblico non l'ha capito e ora io ne traggo le conseguenze". L'uscita di Langford si aggiunge a quella di Giovannoni, mentre in entrata non c'è nessuno. "Il nostro nuovo general manager Massimo Faraoni, per il momento ha il compito di trattare le uscite: abbiamo diverse offerte che stiamo valutando. Le eventuali entrate le tratteremo una volta terminata la campagna abbonamenti".

 

LA VERITÀ DI LANGFORD: «DATO TUTTO, VOLEVO RESTARE»

di Stefano Brienza - Il Bologna - 15/06/2009

 

Business is business, ma a che prezzo? Keith Langford dal suo blog racconta la propria versione dei fatti, quella che va oltre a procuratori e gm, quella che parla di un ragazzo che poteva e voleva rimanere a Bologna ma è stato praticamente costretto a scegliere un'altra destinazione: con più soldi, con l'Eurolega, con Scariolo, insomma non pizza e fichi, ma il texano sarebbe stato più felice a Bologna. «Ho dato il 110% per la Virtus ed ero convinto di rimanere, c'ho messo cuore e lealtà, accettando meno soldi di quanto mi offrivano altri in Italia (Siena ndr). Ma dall'ambiente avevo capito che non sarei rimasto, e questo non è bello né per me né per il pubblico». Il bassissimo buyout per l'Europa, infatti, sapeva di assist per le potenze continentali come lo stesso Khimki. «Le cose sarebbero potute, anzi dovute, andare diversamente», scrive. È evidente che 400.000 euro sono spiccioli per un giocatore così. È evidente che l'MVP dell'Eurochallenge era destinato a partire per fare moneta (poca rispetto a quanto si poteva ambire). Ed è quindi evidente che la situazione economica di Sabatini non sia più quella di dodici mesi fa. Cè di mezzo anche l'agente del giocatore (che ha comunque svolto un lavoro eccellente dalla sua ottica), ma soprattutto la poca chiarezza che si è fatta con KL, che quando è ripartito per gli USA a fine stagione non ha neanche ricevuto i saluti da ultimo giorno di scuola, dice, mentre dall'altra parte lo accusano della stessa cosa, e ha capito ben poco del suo futuro fino al nero su bianco con i russi. Difficile però parlare di mercenari quando la conclusione dei brevi messaggi telematici è «Forza Virtus». Ora si deve guardare avanti, ma sembra che il patron non voglia parlare di innesti fino al completamento del lavoro in uscita e al lancio della campagna abbonamenti.

 

 

BENTORNATA, PANTERA

di Roberto Cornacchia - VMagazine

 

Ci sono giocatori che rimangono impressi più di altri, uno di questi è Keith Langford, per molti la Pantera, che la stagione prossima vedremo evoluire con la canotta rossa dell’EA7 Emporio Armani di Sergio Scariolo. I lamenti che le “vedove” di Langford alzano al cielo ogni volta che si pronuncia il suo nome sono alti eppure Keith non ha giocato tante stagioni con la V nera sul petto e neppure, grazie a lui, si sono portati a casa trofei altisonanti. Questo attaccamento è evidentemente dovuto più che a fattori oggettivi alle sensazioni, ai sentimenti che ha ispirato.

Sarà perché è arrivato come under dog, sottovalutato, ed è esploso, nonostante venisse fatto partire dalla panchina. Sarà perché ci ha deliziato con giocate spettacolari sopra al ferro, anche se in questo aspetto non gli era inferiore il compagno di allora Sharrod Ford. Sarà per quel suo modo caratteristico di esultare, con l’andatura ciondolante e le braccia tese a mostrare i muscoli e i pugni rivolti verso il basso. Sarà che ci è piaciuto vederlo scaldarsi dopo un battibecco con un avversario e da quel momento giocargli contro con una cattiveria sportiva che non può che averci fatto tornare alla mente lo Zar, ne sanno qualcosa Sani Becirovic e D.J. Strawberry. Sarà che più di altri ha saputo cogliere lo spirito col quale i bolognesi si approcciano al derby e alla notizia della retrocessione della Fortitudo esplose via twitter un poco signorile ma inequivocabile "Fortitudo sucks, I mean they literally suck big kimbo African Mandingo porno cock man". Sarà che è stato eletto MVP di quella Euro Challenge Cup che non è la più prestigiosa del mondo ma in un’epoca di vacche magre è l’unico trofeo che è stato aggiunto in bacheca da una squadra adulta in epoca Sabatiniana. Sarà che con la sua stella in evidente ascesa aveva mandato segnali d’amore alla città chiedendo a chiare lettere il rinnovo. Sarà che Sabatini, avendo capito l’attrattiva che esercitava sulle folle, lo ha usato come arma di ricatto, minacciando di lasciarlo andare via se i tifosi non avessero sottoscritto in maniera plebiscitaria l’abbonamento per i play off.

Insomma, una sola stagione ma intensa, con tanti motivi che fecero capire non solo che Keith era un giocatore di valore intorno al quale costruire la Virtus del futuro ma anche una specie di capo-popolo, di simbolo attorno al quale una tifoseria che ultimamente aveva visto pochi trascinatori di quel livello si stava coagulando. Keith venne confermato quasi a furor di popolo, con un congruo e strameritato aumento di ingaggio, ma solo per lucrare il massimo buy out possibile. Fu l’estate dell’ira Sabatiniana, inviperito dall’aver pesantemente sforato per Boykins & co. e non aver avuto il ritorno che sperava, che scaricò per tutta l’estate la sua stizza, minacciando di fare la squadra con un budget inferiore al milione di euro, l’iscrizione ad un campionato Dilettanti e la cessione del titolo sportivo alla Fortitudo appena retrocessa. Poi saltò fuori Riviera Solare e per mesi l’attenzione venne dedicata ad altro.

Tornando all’ex-Kansas, dopo mesi in cui pareva Siena in pole position, il buy-out più generoso, arricchito da un ingaggio pluriennale oggettivamente non alla portata della società bianconera (2.6M$), si resero disponibili a versarlo i russi del Khimki, che avevano in panchina Sergio Scariolo. Soldi a parte, Sabatini deve aver giustamente pensato che farlo emigrare, piuttosto che vederselo in campo tutte le domeniche con la maglia di un avversario italiano, avrebbe lenito la ferita della sua partenza. Ferita che dimostrò di fare fatica a rimarginare Sabatini stesso, se furono proprio i termini del contratto di Langford a farlo catapultare in una radio privata per dare inizio ad un surreale monologo.

Da quando se n’è andato da Bologna, Keith, anche grazie all’astuto operato del suo agente, il potente greco-americano Nick Lotsos, ha assunto definitivamente lo status di top player europeo. I russi con Keith nel roster non riuscirono a strappare quel titolo nazionale che da anni provano a togliere al CSKA ma conquistarono la qualificazione alle Top16 dell’Eurolega. La dirigenza russa era evidentemente soddisfatta del rendimento dell’ex Jayhawk, visto che a marzo 2011 gli fece firmare uno dei contratti più ricchi in assoluto degli ultimi anni, un quadriennale da 9.2M$. Ma qualcosa si ruppe, inaspettatamente. Bychkov, GM del Khimki, pochi mesi dopo era pronto a dire che il rapporto con Langford era prossimo a chiudersi e che Keith era “un giocatore importante e un leader ma in certe situazioni la squadra viene prima di tutto”. Una frase buttata lì, mai spiegata ulteriormente, ma che probabilmente stava a significare che Keith, per il suo modo di giocare, tende a richiedere una squadra costruitagli attorno, cosa che il vecchio lupo di mare Kurtinaitis, succeduto a Scariolo sulla panca dei moscoviti, non gradiva particolarmente. Una considerazione che frenò un po’ il suo mercato, se è vero che diverse franchigie NBA, fra queste anche un paio di fresche finaliste di conference, si interessarono concretamente a lui ma Keith, che si trova nella non frequente condizione di chi è in grado di spuntare ingaggi più alti in Europa che nella Nba, scelse di rimanere da questa parte dell’oceano e accettò l’offerta dei gialli del Maccabi.

Con i gialli non furono subito rose e fiori: anche a causa dei postumi di un infortunio al ginocchio destro, Keith saliva in campo dopo Farmar, Papaloukas e Ohayon, al punto che i tifosi rumoreggiavano pensando a quanto costava e poco rendeva. Poi Farmar, terminato il lock-out, se ne tornò in America, il sommo Theo vide calare sempre più il suo minutaggio e Keith si trovò, pian piano, a diventare la primissima punta della squadra. Disputò un finale di stagione in crescendo, finendo col vincere il campionato (e a livello individuale il titolo di MVP delle Final Four della Lega Adriatica), nonché i già più scontati titoli del Campionato e della Coppa d’Israele. In Euroleague il Maccabi perse 3-2 col Panathinaikos nelle F8, ma Langford fu l’anima dei gialli e fece letteralmente impazzire Diamantidis, da tutti ritenuto il miglior difensore d’Europa degli ultimi anni. I dirigenti di Tel Aviv misero subito sul tavolo un’offerta superiore al milione di dollari per il rinnovo e poco dopo l’aumentarono ma Lotsos gli consigliò di guardarsi in giro prima di firmare.

Fu così che Keith ricevette le avances di Ettore Messina (all’epoca ai Lakers ma già in dirittura d’arrivo al CSKA), rispedite al mittente perché non voleva un ruolo marginale a fianco dell’accentratore Teodosic (pure lui cliente di Lotsos), poi quelle del Barça (pensando a Navarro, scartate per lo stesso motivo?), quelle del Malaga (ritenuto poco competitivo per l’Eurolega), quelle dell’Armani Jeans e del Fenerbahce di Pianigiani. Alla fine erano rimaste in piedi solo queste due ultime offerte e Keith aveva ormai deciso per i turchi, veri assi pigliatutto del mercato estivo dei top player di quest’anno. Telefonò a Pascucci, GM di Milano appena passato agli Houston Rockets, per usargli la cortesia di informarlo che sarebbe andato altrove ma nel corso della telefonata il GM riuscì a far cambiare idea al giocatore. Solo dopo aver messo nero su bianco Keith chiamò Don Sergio al cellulare per dirgli che era lieto di tornare a lavorare insieme.

Si ricostituisce dunque la coppia che in Russia non seppe spodestare il CSKA, in un campionato dove la corruzione arbitrale era conclamata e che vide un repulisti generale della classe in grigio a seguito delle denunce fatte da Scariolo attraverso il suo sito personale. Un curioso parallelo col campionato italiano, dove le connivenze tra arbitri e squadre favorite sono roba di cui s’è discusso tutta l’estate e c’è una squadra che domina incontrastata da anni. Stavolta però il compito pare meno arduo e la disponibilità finanziaria maggiore rispetto a quella degli avversari. Keith ora non ha più la Nba in cima ai suoi pensieri, argomento sul quale ebbe a scontrarsi con coach Trinchieri quando giocò alle sue dipendenze a Soresina e al quale riconosce, seppur con qualche anno di distanza, il merito di averlo capito prima di lui. Ora è un giocatore maturo, che ha già ampiamente dimostrato il suo valore e che ha bisogno solo di un alloro importante per coronare la carriera. Keith ne è pienamente consapevole, e alla classica domanda su cosa farà l’Olimpia nel campionato che va a cominciare risponde schiettamente: “E’ una squadra molto forte, ma per dimostrare di essere un vincente devi vincere”. Nessun giro di parole, come piace alla gente. Prevediamo che anche a Milano lascerà una lunga file di “vedove” alla sua partenza.