CLAUDIO COLDEBELLA

nato a: Castelfranco Veneto

il: 25/06/1968

altezza: 198

ruolo: playmaker

numero di maglia: 6

Stagioni alla Virtus: 1989/90 - 1990/91 - 1991/92 - 1992/93 - 1993/94 - 1994/95 - 1995/96

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 3 scudetti, 1 Coppe Italia, 1 Coppa delle Coppe, 1 SuperCoppa

 

BOLOGNA PAGHERA' CARO COLDEBELLA

La Repubblica – 21/06/1990

 

è in dirittura d'arrivo anche una delle questioni più spinose del basket mercato, cioè la risoluzione della comproprietà di Coldebella, neo-regista azzurro conteso fra Knorr e Glaxo, con toni di polemica durissima, nel recente passato. Lunedì 25 verrà discusso il lodo arbitrale invocato dai due club per assegnare una metà del giocatore (l'altra metà è certamente della Knorr). Ma già le società stanno trattando l'entità dell'indennizzo che spetterà a Verona per lasciarlo tutto a Bologna: si presume infatti che qui resterà il play, anche dopo la pronuncia federale contraria alle comproprietà. Verona si accontenterà di qualche miliardo: per ora, la sua controversa metà l'ha valutata 6, probabile un accordo a metà strada.

 

IN DUE PER LO SCUDETTO DELLA VERGOGNA

di Walter Fuochi – La Repubblica – 19/05/1994

 

Uno ha insultato. L’altro ha colpito. Due giornate di squalifica al primo, Claudio Coldebella, playmaker della Buckler. Tre al secondo, George McCloud, ala della Scavolini. Il risultato resta invece lo stesso uscito dal campo: 87-81 per la Scavolini, che pareggia il conto sull’1-1 e si appresta a giocare, sabato a Bologna, la terza partita. Il verdetto sul "giallo" della seconda è uscito dopo le 2 di notte, al palasport, passate 4 ore di interrogatori, riscontri, perfino un sopralluogo nel corridoio del "delitto" da parte della Commissione giudicante, la task force di magistrati scelta dal basket per la "giustizia rapida": reati e pene amministrati subito dopo la gara, con sentenze inappellabili. Per McCloud, dunque, il campionato è finito, anche s’andasse alla quinta; Coldebella rientrerà in quella. Così il fatto è stato ricostruito dai giudici. "Nel rientrare negli spogliatoi al termine del primo tempo i due giocatori, dopo essersi reciprocamente urtati, si sono scambiate frasi culminate in un’offesa di Coldebella a McCloud, provocando la reazione di quest’ultimo, che ha colpito Coldebella causandone la caduta a terra". La Buckler aveva chiesto lo 0-2. Ma la pretesa è stata respinta per il fatto che gli episodi accaduti negli spogliatoi sono equiparati a quelli sul campo: McCloud, se gli arbitri l’avessero visto, sarebbe stato espulso. Invece ha ripreso. Per eventi del genere cioè non viene alterata l’"eguaglianza competitiva", rotta solo da fatti esterni (monete, invasioni). Letta la sentenza, ecco le due verità vendute ieri dalle due società. Talmente opposte, in tutto, da essere pirandelliane.

La Scavolini sostiene che c'era un solo testimone del fatto. Alberto Omiccioli, addetto alla biglietteria, "che mi ha giurato sui suoi figli - dice il manager Santi Puglisi - che le cose sono andate come lui le ha raccontate ai giudici". E cioè. Quando Coldebella e McCloud escono dal campo, a fine primo tempo, parlano forte. Il bolognese gesticola. Sono fianco a fianco quando Coldebella arriva alla scala che porta al suo spogliatoio, tenta di scalciarlo all’indietro, non lo prende e non s’avvede del gradino sul quale inciampa, battendo poi la testa. McCloud ha raccontato ai giudici che poi, a sorreggere il compagno, è arrivato Binelli, e non c'erano altri testimoni. Ha chiarito di non aver dato nessun pugno e che Coldebella l’ha apostrofato così: "Fucking nigger", fottuto negro, più o meno. Nel corridoio, prima, gli aveva detto di tener giù i gomiti. E ancora: "Stasera andiamo 1 a 1. Poi vinceremo lo scudetto". Reazioni, adesso. Walter Scavolini, di notte, appena sfornata la sentenza. "Cazzola me l’ha fatta sporca. è un amico, ma non doveva chiedere il 2-0. Vincere uno scudetto così è scandaloso. Hanno deciso tre testimonianze di parte, proprio un bel lavoretto. Mi squalifichino pure a vita, ma io me ne vado da questo sporco mondo che mi ha già tolto uno scudetto". E il giorno dopo, quando alla Virtus hanno negato la provocazione di Coldebella. "Lo sa benissimo che il suo giocatore ha detto 'negro' ". Valerio Bianchini. "I giudici si sono presi la responsabilità di azzerare la credibilità del basket, la sua faticosa rinascita. Ieri mio figlio mi ha chiesto: perché hanno squalificato McCloud? Perché gli hanno detto la cosa più vile: negro. E lui ha reagito da uomo. Un’offesa poi ancor più avvilente se fatta da un giocatore: se il basket è questo oggi, lo dobbiamo soprattutto, e lo debbono loro, i giocatori, agli atleti di colore. Per fortuna si gioca sabato. Siamo prontissimi, la partita dev'essere la nostra zona franca da tutti i veleni. La Scavolini di oggi nacque proprio a dicembre, quando perse McCloud per infortunio e tutti fecero qualcosa di più. Sarà così anche stavolta". McCloud: "Sono allibito, ho parlato col mio agente per fare causa".

“In questa storia - dice Alfredo Cazzola, presidente della Buckler -, c'è un solo dato certo. E si legge nella sentenza: McCloud ha dato un cazzotto a Coldebella. L’hanno ricoverato a Pesaro, ha passato la notte al Maggiore di Bologna, perdeva sangue dall’orecchio per un’emorragia interna. Ora dovrà star fermo cinque giorni. Mentre a lui capitava tutto questo, il signor McCloud era in campo". "Nego - aggiunge - che Coldebella abbia provocato McCloud. Lo stesso McCloud ai giudici non ha parlato di frasi razziste. Ha riportato solo un 'Fuck-off' : va a quel paese, fottiti. Né "negro", né tantomeno 'sporco' , come a Pesaro sostengono. E poi quella non è stata la prima parola tra i due. Si stavano già beccando, chi sia stato il primo non lo sa nessuno. Quanto alla richiesta dello 0-2, pensavamo che il nostro giocatore all’ospedale e il loro, colpevole, in campo, fossero un’alterazione dell’eguaglianza competitiva. Dicono di no. L’accettiamo". Coldebella è un cocker bastonato, e non per il cerotto sull’orecchio. Nelle ultime tre partite allinea un’espulsione con Verona, un rischio di cacciata per una manata a Labella, il fattaccio di Pesaro. Tre coincidenze pesanti. "Lo so, ma solo con Labella sbagliai. Dunque, 6 secondi all’intervallo, l’altra sera, ci diamo le marcature. Dico a Savio: prendi McCloud. E McCloud: marcami tu. Io zitto. Usciamo, siamo tra i primi, lui mi dà una gomitata. Accelero, non voglio guai. M’ero imposto di star tranquillo. Quasi non difendevo. Nel tunnel lui parla, insulta, spinge. L’ho mandato a quel paese. Tu e il tuo amico Levingston, gli ho detto. E ho sbagliato. Ma negro non l’ho detto. Pensavo fosse finita lì, mi sono girato per salire la scaletta, mi sono sentito il pugno sul collo. Ero di schiena. M’ha preso, mi sono appoggiato ai gradini, avevo le mani insanguinate, non ricordo né la barella né l’ambulanza, solo che ero all’ospedale. Farò causa a McCloud". Detto che Cazzola ha fatto un appello alla pace per sabato, e che il commissario di Lega Allievi ha rivolto a società, allenatori e giocatori un duro invito alla disciplina, restano due verità opposte. Bologna dice che la sua coincide con quella dei giudici.

Coldebella marcato da Clyde Drexler in un McDonald's Open

 

Tratto da "Roberto Brunamonti" di Roberto Gotta

 

...

L'annuncio della permanenza arrivò sabato 10 giugno, in anticipo rispetto alla chiusura del mercato perché come sempre le trattative che riguardavano i giocatori azzurri dovevano essere chiuse presto, per non "turbare" (mah...) la loro preparazione. Brunamonti, in quanto convocato dalla Nazionale per gli Europei, rientrava in questo ambito. Quando tornò da Zagabria, dove dovette dividere il suo ruolo di playmaker e leader con Mike D'Antoni ed Andrea Gracis, trovò che nella sua squadra di club era arrivato un giovanotto chiamato Claudio Coldebella, che proprio contro D'Antoni, nei playoff 1989, aveva fatto bella figura.

In quel momento, forse, Brunamonti non sapeva che un giorno quel ragazzo dall'aria rigida, dall'eloquio così misurato da procurargli l'inquietante soprannome di "Andreotti" per la furbizia e la diplomazia, gli avrebbe tolto il posto da titolare. O forse lo sospettava, per meri motivi d'età.

...

Coldebella, ad esempio.

"Lasciamo stare: le offese che gli hanno rivolto sono talmente ignobili che mi dà fastidio solo parlarne, anche perché si fa pubblicità a quelli che le facevano. Quella è la tipica situazione in cui se dici una parola di conforto è poco, se ne dici due è troppo. Sono cose talmente personali...

Però stava diventando una roba diffusa a macchia d'olio,da quel maledetto giorno a Pesaro. Io credo che tanti neppure sapessero perché dicevano quelle robe.

 

STRANAMORE E LA MURAGLIA (INTERVISTA AD ALBERTO BUCCI)

tratto da "3 volte Virtus" di Werther Pedrazzi

 

...

Questo era, dunque, il capitolo introduttivo di etica, la prefazione al trattato di quel campionato, stagione 1993-94. Vennero ben presto i giorni dell'estetica. Il primo piccolo intervento di plastica facciale per la Virtus, approvato e consigliato da Bucci, rimane tutt'ora fonte di perplessità, di letture diverse e opposte interpretazioni. La Virtus doveva decidere se riportare a Bologna Davide Bonora, oppure cederlo definitivamente a Verona. Si optò per la seconda tesi, acquistando Alex Abbio, lasciato per quell'anno ancora a Torino. Molti a Bologna storsero il naso, così tanto che alcuni (nasi) non si sono ancora raddrizzati.

"Fu una scelta, che si può spiegare. Avevo Coldebella. Prendere Bonora significava, proprio per il rispetto che ho del giocatore, delle sue ottime qualità e della spiccata personalità, riaprire una guerra per il ruolo di playmaker, prendersi il tempo di nuove attese e sperimentazioni. Invece era il tempo di crescere vincendo. Mi sembrava, inoltre, ingiusto che Coldebella, che aveva fatto tutta la gavetta in trincea, come attendente di Brunamonti, dovesse ricominciare tutto daccapo. Aveva Claudio, con doti fisiche importanti, e una determinazione nel lavoro che mi dava assoluto affidamento: il tempo, nella sua logica progressione scandiva l'ora di dargli mano la squadra, di dargli sicurezza, mica nuove incertezze. Se vogliamo veramente mettere per il verso giusto, la scelta, non ci piove, fu tra Coldebella e Bonora, non certo tra Abbio e Bonora - ed a noi pare, che per il momento, anche in Nazionale, ci stia ancora Coldebella davanti a Bonora - Quanto ad affidare la Virtus nelle mani di Claudio, devo dire, non ho avuto mai patemi: sapevo che grande uomo fosse Brunamonti e che Coldebella poteva contare sul suo aiuto incondizionato. Brunamonti è stato l'unico grande campione che ha saputo riadattarsi a partire dalla panchina senza traumi, anzi, continuando a pesare e ad essere determinante".

...

BOLOGNA TRA PASSIONI E TRADIMENTI

di Walter Fuochi – La Repubblica – 22/06/1996

 

La Virtus denudata, la squadra da rifare, ricomincia da due storie bizzarre ed intrecciate. Un battesimo e un tradimento. Il battesimo è quello da dirigente di Roberto Brunamonti, 37 anni, capitano per 14. Il tradimento quello di Claudio Coldebella, 28 anni, il leader designato dopo di lui: da ieri, invece, è un ex giocatore della Virtus Bologna, e un nuovo giocatore dell'Aek Atene. Brunamonti, icona tra le più belle e rispettate del basket italiano, si sfila dunque la maglietta e lascia il campo. Curerà il reclutamento giovanile e soprattutto le relazioni con gli sponsor. Da icona onorata e riverita, avvierà appunto i suoi giri di propaganda, perché la squadra dei tre scudetti a fila non si chiama più Buckler e cerca un altro sponsor, da 3 miliardi l'anno: alla Ferrero, Brunamonti ha già stretto qualche mano. Nega invece di averlo fatto Coldebella, quando l'altro ieri è fuggito ad Atene: dove ha una fidanzata, Christina, stella della tv greca, e pure un paio di club che lo cercavano. Designato regista, leader e uomo-Virtus, Coldebella ha scelto invece di essere uno dei primi commessi viaggiatori dei canestri, beneficati dalla sentenza Bosman: giocherà nell'Aek, club di seconda fila del sontuoso e vorace basket greco, benché tuttora si dica senza lavoro e solo trascinato laggiù da una "scelta di vita". Sta con Christina da un anno. Ritagli, toccate e fughe. Vogliono vivere insieme: lei si sarebbe stroncata una carriera, in Italia, lui in Grecia può continuare la sua. Un po' credendoci e un po' no, Bologna s'è bevuta avidamente le puntate di questo fotoromanzo, gonfio di tutto: la bella e il campione, l'amore e il successo, il denaro e le passioni. Anche aspre: perché Coldebella e la Virtus si sono lasciati male ("c'era un contratto sulla parola", tuona il presidente Cazzola), e perché adesso finiranno in tribunale, avvelenati. Ieri Coldebella s'è levato dalla tempesta volando in Australia con la Nazionale. Gli annunci verranno a tifoni placati. Così, la Buckler dei tre scudetti è da rifare. E ci si metterà, con Brunamonti, Piero Costa, general manager presentato ieri, che ha presentato, a sua volta, il primo colpo di mercato: cioè Walter Magnifico, un altro grande vecchio (35 anni), che dopo 14 stagioni ha rotto con Pesaro; e punta ora a Prelevic, serbo-greco del Paok, come comunitario. In tutto questo andare e venire, tradirsi e ritrovarsi, frastornante più che festoso, del nuovo basket, la festa per i suoi 21 anni di A, le 669 partite, i 7.924 punti, i 4 scudetti, le 3 Coppe Italia, la Supercoppa, la Coppa Coppe, la Korac, le 255 maglie azzurre, Brunamonti l'avrà a metà settembre, quando Virtus e Nazionale si sfideranno e lui avrà per un tempo la maglia bianconera e per l'altro l'azzurra. Numero 4, ovviamente: che poi nella Virtus nessuno indosserà più, ritirata la maglia, alla moda della Nba.

"ANCHE DA ATENE TIFERÒ VIRTUS"

Claudio Coldebella è tornato, ma solo per un colloquio con Cazzola. "Ho firmato per l'Aek e non per il Panionios perché così non dovrò affrontare la mia ex squadra. A Messina chiederò di non convocarmi per la partita d'addio a Roberto Brunamonti. Non riuscirei nemmeno in amichevole a giocare contro i bianconeri. Con il presidente ho chiarito tutto: aveva parlato come un padre deluso, ora ha capito. Ad Atene guadagnerò meno ma nei prossimi mesi sposerò Christina"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 19/07/1996

 

Allora Coldebella, com'è Bologna?

"Bella come sempre. Sono tornato per questo".

E per incontare Cazzola, vero?

"Sì".

Cosa vi siete detti?

"Cose nostre".

Non le ha forse chiesto di rimanere in bianconero?

"Diciamo che mi ha fatto piacere scambiare quattro chiacchiere con il presidente. Lo chiamo così, anche se ho preso altre strade, perché sarà sempre il mio presidente".

Come giudica la Virtus che sta nascendo?

"Ho visto il presidente caricatissimo: sta facendo una grossa squadra. Lui non sbaglia".

E per questo motivo è tornato alla carica per trattenerla a Bologna?

"Mi ha fatto piacere, ma la mia scelta non è legata ad una questione economica. Ad Atene guadagnerò meno: i soldi in questo caso non contano".

A settembre, in occasione del "Brunamonti day", tornerà da "nemico" con la maglia azzurra della nazionale?

"Non credo. Chiederò a Messina di risparmiarmi: non riuscirei a giocare contro quelle maglie nemmeno in un'amichevole. Mi verrebbe un magone tale che non riuscirei a tenere il pallone in mano".

Eppure prima o poi potrebbe accadere.

"Non lo so. A suo tempo ho rifiutato le offerte del Panionios perché avrei potuto incrociare la strada della Virtus".

Più che le parole di un ex giocatore sembrano le risposte di un accanito tifoso.

"Perché non posso essere un virtussino a distanza?".

Sì, ma prima dell'ultimo colloquio con il presidente c'erano state parole di fuoco contro di lei. Cazzola era pronto ad agire per vie legali, a rompere pure il contratto per la concessione del marchio Virtus.

"Ha parlato come padre deluso. Poi ci siamo chiariti e ha capito le mie ragioni".

Ma le ha chiesto di restare.

"Sì, ma proprio non potevo, avevo dato la mia parola".

Allora ha proprio firmato per due stagioni con l'Aek?

"Sì, dopo il precontratto ho chiuso sette giorni fa".

Dopodiché?

"Dopodiché, cosa?"

Due anni di esilio, insomma, poi la bacchetta di play bianconero tornerà tra le sue mani è così?

"Non lo so, potrei anche smettere".

E il suo negozio Playground?

"È sempre lì: continuerà a vendere articoli sportivi e a essere l'unico e riconosciuto Virtus point".

Torniamo alla sua ex squadra: cosa pensa di Galilea?

"Ottima scelta. Sono stato uno dei primi a telefonargli per complimentarmi. È un buon giocatore, che farà bene da noi".

Come, scusi?

"Te l'ho detto: ho scelto la Grecia, ma di questa squadra rimango tifoso. Ho optato per un'esperienza diversa, ma questa Virtus può vincere sia in campionato che in Euroclub. "I nostri" sono esperti. Piuttosto credo che farà molta fatica la Fortitudo".

Perché è così sicuro che i "cugini" avranno dei problemi?

"Si renderanno conto delle difficoltà che si presentano quando si deve affrontare un doppio impegno. E l'Euroclub ti porta via un sacco di energie. Poi si stanno pure indebolendo".

Ma sono arrivati Vescovi e, soprattutto McRae.

"Sì, ma da quello che leggo, stanno facendo di tutto per disfarsi di Djordjevic. Cioè del miglior giocatore che hanno, uno dei più forti in Europa".

A proposito di giocatori scaricati: ha qualche consiglio da dare a Moretti?

"Ma io spero che alla fine Paolo rimanga a Bologna".

Ci consenta un'ultima domanda da cronaca rosa: a quando i confetti?

"Non è un segreto per nessuno: nei prossimi mesi sposo Christina".

"BRAVA VIRTUS, HAI SCELTO BENE"

Coldebella è in ritiro al Ciocco con l'Aek: "Prelevic vincente, Galilea e Patavoukas due super. Non sono pentito della mia scelta anche se Bologna mi manca molto. Aspetto con ansia il momento in cui rivedrò ad Atene i vecchi compagni. Con Moretti sono già uscito a cena. Gli do una mano ad ambientarsi"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 07/08/1996

 

É tornato in Italia per il ritiro. Il tecnico dell'Aek Atene adora gli impianti de Il Ciocco e di Sportilia, così Claudio Coldebella è rientrato in patria, prima di cominciare una stagione che in Grecia partirà il 14 settembre.

Allora Coldebella, com'è la nuova esperienza?

" É ancora troppo presto per dirlo".

Ma come comunica con i compagni di squadra?

"Beh, con Attruia in italiano, con gli altri in inglese".

Ad Atene, intanto, l'ha raggiunta Moretti.

"Siamo già andati insieme fuori a cena. Paolo non conosce bene la città, vorrà dire che lo aiuterò ad ambientarsi meglio".

Ma è pronto per un derby infuocato con il Peristeri del suo ex compagno di squadra?

"Avremo tempo di affrontare altri argomenti, ma sono orgoglioso di giocare con il mio amico Paolo".

Veniamo alla sua nuova squadra: quali sono i vostri obbiettivi?

"In Grecia dicono che l'Aek è la società del futuro, ma credo che le favorite per questa stagione siano Olympiakos e Panathinaikos".

Lottare per il vertice, però, non la spaventa, vero?

"Tutt'altro. L'ho sempre fatto: Bologna e la Virtus mi hanno insegnato davvero tanto".

Quanto le mancano le Due Torri?

"Tanto. Avverto la mancanza degli amici, dei tifosi, dei compagni di squadra e degli allenatori".

Pentito della scelta?

"No, sapevo che lasciavo legami forti e una città nella quale mi sono affermato. Ma ho fatto una scelta precisa".

Qualche rimpianto per la cucina?

"Si mangia bene in tutto il mondo, l'importante è scegliere i locali giusti, anche se Bologna..."

Bologna, sempre Bologna. Nonostante tutto non la dimentica: tornerà presto?

"Chi può saperlo? Se me lo avessero chiesto un anno fa avrei detto che non sarei mai andato via. Poi sono successe alcune cose nella mia vita privata che mi hanno spinto a cambiare idea, ma penso spesso alla Virtus e agli amici più cari".

Siamo indiscreti se le chiediamo i nomi di queste persone?

"NO. Il presidente, gli allenatori e i compagni di squadra, quasi tutti. Ma la Virtus spero di vederla presto".

In che modo?

"Nell'Euroclub. Andrò a fare il tifo per i miei ex compagni. Anzi, sono pronto ad ospitare a casa mia qualche tifoso. Così saremo in tanti e in questo modo ci faremo sentire".

Come le sembra Atene?

" É una Bologna molto più grande, più metropoli. Ma l'affetto per il basket è lo stesso. La gente ti riconosce per strada, ti ferma e ti chiede l'autografo".

Lei in Grecia, Patavoukas e Prelevic a Bologna. Scherzi del destino, non trova?

" É l'effetto della sentenza Bosman. I confini sono stati abbattuti, il campionato greco è sicuramente il torneo più internazionale tra quelli che si giocano in Europa, ma tornando a quei due..."

Chi?

"La Virtus ha fatto delle ottime scelte. Prelevic non lo conoscevo bene, però tutti quelli che ho interpellato in merito me ne hanno fato un ritratto splendido. É l'uomo che ci è mancato un anno fa, quello che si prende la responsabilità dell'ultimo tiro, che fa sempre canestro. Magari segnerà due o tre punti con le squadre di bassa classifica, ma quando il pallone scotta, quando la sfida conta allora segna a raffica. Kostas, poi è un mio amico".

Lei e Patavoukas amici?

"Sì, ci siamo visti diverse volte ad Atene. É un avversario di cui ho il massimo rispetto, un uomo con cui ho legato anche fuori dal campo. Come Galilea del resto, siamo amici, sono due super; la Virtus ha visto giusto".

Soddisfatto quindi della sua ex squadra?

" É la favorita per la conquista dello scudetto e con l'appoggio dei tifosi e il lavoro in palestra di Alberto potrà essere la sorpresa dell'Eurolega".

Il 14 settembre inizia il suo campionato; lo stesso giorno Brunamonti darà l'addio al basket: lei ci sarà?

"No, non ho cambiato idea. Non ci riuscirei proprio, neanche in una partita del genere a giocare contro la Virtus".

"A VOLTE MI CHIEDO: GUS DOVE SEI?"

Claudio Coldebella, dalla Grecia con amore. "Mi mancano i compagni, i genitori, la Virtus. Ma ho Christina e posso finalmente allenarmi"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 2 ottobre 1996

 

L'unico derby che gli è rimasto nel cuore è quello con la sua Chrsitina. Non si gioca sul parquet, ma tra le mura della villetta bianca che domina il mare dalle colline di Atene. Christina Pappas è tifosa del Panathinaikos, Claudio Coldebella guida l'Aek nel tentativo di sorpasso ai verdi cugini. Ma non ci saranno problemi famigliari quando il calendario proporrà una delle sfide più sentite della Grecia perché Claudio e Christina, tra le quattro mura, preferiscono parlare d'altro in una specie d'esperanto che mischia greco, inglese e italiano. Ormai sono tre mesi che Coldebella ha fatto trasloco, che ha lasciato la Virtus, l'Italia, i genitori e gli amici per iniziare una nuova esperienza, più umana che cestistica.

Gus, dove sei? "Ci sono poche cose a cui mi sono dovuto abituare - spiega Claudio -. Per esempio i 45 minuti per andare in auto all'allenamento oppure la bolletta telefonica che è aumentata considerevolmente. Qui dove abito è come un piccolo paese, e quando la mattina mi sveglio e apro la finestra vedo il mare. Non è un particolare da sottovalutare. Cosa mi manca? Soprattutto i genitori e gli amici. Poi, ovviamente, mi mancano il campionato italiano e la Virtus. A volte, quando vado in campo per un allenamento o una partita, cerco istintivamente i vecchi compagni e mentre sto per passare il pallone mi chiedo: ma dov'è Binelli".

Io e la Grecia. "Adesso la mia città è Atene ma il mio Paese resta l'Italia - dice Claudio -. E a una eventuale naturalizzazione non penso proprio. Primo perché sono nazionalista e poi perché ho un cognome molto lungo, pensate se dovessi aggiungere anche una "s". Devo dire sinceramente che non ho mai amato troppo la Grecia anche perché quando ci sono venuto l'ho fatto come giocatore e non come turista. I cori "italiano ruffiano" e il -43 di due anni fa non sono cose facili da digerire. E forse è anche per questo che preferisco, adesso che sono qua e gioco per una loro squadra, non imparare troppo bene la lingua. Credo di averne abbastanza dei cori che mi accoglievano sui campi italiani, meglio che non capisca quello che mi dicono a Salonicco. Però, devo confessare una cosa: adesso che sono ad Atene ho imparato a vedere questa città e questo Paese con gli occhi di chi ci vive e non di chi ci passa soltanto per motivi di lavoro. E allora ho scoperto tanti aspetti positivi della loro quotidianità, delle loro tradizioni, dei loro cbi, dei loro punti di ritrovo e questo mi ha fatto entrare in sintonia con la nuova realtà".

Che fatica con Ioannidis. "Con gli altri italiani che sono in Grecia non ci sono rapporti particolari. È chiaro che vedo tutti i giorni sia Chiacig che Attruia all'allenamento, macon gli altri mi sono sentito solo occasionalmente. Per Moretti è diverso. Paolo è anche un amico e all'inizio si è trovato un po' spaesato, aveva bisogno di un aiuto. Adesso però va molto meglio. Tra l'altro il Peristeri mi sembra la squadra adatta per lui, per valorizzare le sue doti. Moretti può giocare quasi tutta la partita e, come lui, il Peristeri è portato più a offendere che a difendere. Farà un bel campionato, sicuramente. Quanto a me sono soddisfatto dell'AEK anche se l'impatto con coach Ioannidis non è stato facile. Lui pretende moltissimo, a Sportilia, durante il ritiro, sono calato quasi cinque chili. Ma è normale che sia così, che un allenatore chieda ai suoi giocatori il massimo. L'Aek è una squadra emergente, punta sicuramente a inserirsi tra le prime quattro del campionato e ha i mezzi per farlo. Pensate che oltre me e Attruia ci sono altri due playmaker. Uno, addirittura, l'anno scorso era titolare e quest'anno fa l'undicesimo. Questo per far capire come la squadra si sia rafforzata durante l'estate, senza fare economia. L'Olympiakos, e la Fortitudo se n'è accorta, forse è ancora la più forte, mentre il Panathinaikos pagherà sicuramente la partenza di Vrankovic. Anche dal punto di vista psicologico, perché d'ora in poi non potranno più giocare in difesa con tranquillità. Prima pensavano: se il mio uomo mi batte c'è Vrankovic a stoppare. A volte penso che mi possa mancare l'Euroclub ma poi mi rendo conto che la scelta di giocare in una squadra che non fa le coppe internazionali sia stata felice. Avrò tempo per allenarmi, cosa che per anni non sono riuscito a fare in Italia".

La Nazionale? Una fede. "Credoche l'azzurro debba rappresentare un traguardo e non un'imposizione o una perdita di tempo. Io, almeno, la Nazionale l'affronto così. Questa estate potevo anche rispondere no alla convocazione, avrei avuto mille motivi per non presentarmi visto che ci si preparava ad affrontare solo tornei amichevoli e non una manifestazione ufficiale come gli Europei o le Olimpiadi. Eppure  ci sono andato e se Messina mi chiamerà ci tornerò. Tra l'altro, Ettore è stato molto comprensivo quando gli ho chiesto due giorni di permesso, si è perfettamente reso conto della mia particolare situazione".

Io e Christina. "L'unica cosa che ci separa veramente è la sua passione per il Panathinaios - scherza Claudio -. Per il resto tutto procede benissimo. Il fatto di essere qua ad Atene rende tutto più semplice sia per me che per lei. Prima era una vera e propria maratona. Io non sono mai riuscito a lasciare l'Italia per più di un giorno, un giorno e mezzo. Pensate che l'ultimo dell'anno sono partito da Bologna nel pomeriggio e l'1 gennaio ero nuovamente in piazza Azzarita. Ma adesso abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Sì, ci sposeremo. Quando? Presto". Ma i tifosi di Claudio non si illudano. La cerimonia sarà per pochi intimi, assicurano i giornali greci.

COLDEBELLA, L'EMIGRANTE VESTE I PANNI DEL NEMICO

di Carlo Annese - La Gazzetta dello Sport - 21/04/1998

 

È dovuto emigrare, ma alla fine ci è arrivato anche lui. Claudio Coldebella è un altro pezzo di quella Kinder, ma non solo, di quella Italia dei club, che inseguiva da anni la Final Four e adesso l'ha conquistata, anche se dall'altra parte della barricata. Ha fatto il giro largo, prendendo la strada per Atene, sposandosi e cambiando abitudini anche profonde. Sabato e domenica, prima di partire per Barcellona, si è diviso tra gli allenamenti con l'Aek e le funzioni della Pasqua ortodossa. Ma adesso in pochi sono contenti quanto lui di sfidare oggi il Benetton. "Sono l'unico rimasto all'estero - dice il playmaker -. Gli altri che erano usciti dopo la Bosman o sono tornati a casa per scelta oppure sono stati rimandati indietro. Ed essere alla Final Four è la vittoria completa della mia scommessa. Perché un conto è parlare del campionato greco dall'Italia, un altro è viverlo ogni giorno e sentirsi davvero apprezzato per quello che fai. Ho faticato un anno, per cambiare tutto nella mia testa e soprattutto per rinunciare a una squadra come la Virtus che avevo sotto il mio controllo da sette anni, ma ci sono riuscito. Me ne è stata data la possibilità, mi hanno aspettato: quello che forse non ha trovato Bane Prelevic alla stessa Kinder". Coldebella non ha perso il gusto sottile della provocazione, ma in fondo un po' di ragione ce l'ha. Il Prelevic della scorsa stagione a Bologna è uno sconosciuto rispetto a quello che in un paio di settimane è diventato la bandiera dell'Aek. Tirato a lucido e motivato, come nei periodi migliori. Merito, anche questo, di Yannis Ioannidis, il tecnico nei cui confronti chiunque in Grecia ha un sentimento: odio profondo oppure amore sfrenato. Con questa, è alla sesta final four (3 con l'Aris Salonicco e 2 con l'Olympiakos Pireo, un record tra i tecnici europei), ma non ne ha mai vinta una. Dicono che tratti male i giocatori, anche se per alcuni farebbe pazzie, come per Georgios Sigalas: malgrado la stagione fallimentare a Milano, l'ala greca avrebbe già un contratto pluriennale pronto da firmare con l'Aek al ritorno dalle vacanze a Cuba con Flavio Portaluppi. "Ioannidis è un personaggio assoluto nel basket, una persona unica, con un carisma eccezionale - lo dipinge Coldebella -. Con lui, l'Aek, da terza società del basket ateniese, dietro il Panathinaikos e l'Olympiakos, è diventata quest'anno la numero uno, per risultati ma anche per tifo. Quando nel '96 sono arrivato io, il club partiva dal 10° posto in campionato, non giocava in una Coppa europea da anni e aveva sì e no 3000 spettatori. Siamo arrivati terzi e siamo entrati in Eurolega. Quest'anno, siamo alle final four e contro l'Alba, nei quarti, c'erano 15000 spettatori: solo lui poteva riuscirci". Raccontano che domenica sera, l'Olympiakos (vincitore della scorsa edizione dell'Eurolega) abbia consegnato al presidente della federazione greca il trofeo perché lo portasse a Barcellona. Ioannidis lo ha visto e ha voluto che nessuno gli si sedesse accanto in aereo: quel posto era riservato per la coppa. "Anch'io sogno di vincerla - ammette Coldebella -, ma dobbiamo battere la concorrenza delle italiane. Dicono che la Kinder sia favorita? Meglio così: negli ultimi anni, chi era favorito non ha vinto mai".

L’UOMO CHE VISSE DUE VOLTE

di Roberto Cornacchia - V Magazine - Aprile/giugno 2009

 

Parafrasando il titolo della celebre pellicola di Hitchcock, Claudio Coldebella ha vissuto due vite cestistiche distinte: quella italiana e quella greca che per lui, a differenza di altri che hanno fatto la stessa esperienza, non è stata solo una breve parentesi prima di rientrare fra le italiche sponde, ma una ragionata scelta di vita. Ancora fisicamente in forma come quando calcava il campo, è sempre il ragazzo dalla testa solidamente sulle spalle che appariva in campo. Disponibile, misurato e dall’eloquio appropriato, dal quale però ogni tanto traspare che c’è anche fuoco sotto quel ghiaccio, come chi lo ricorda in canotta bianconera sa bene. Un duro? Sicuramente non una violetta mammola ma nemmeno meritevole di essere stato per anni accolto da bordate di fischi e da cori indegni. Una cosa che ad un amante incondizionato dello sport come lui era inconcepibile, un clima che gli aveva tolto parte del piacere di giocare a basket al punto di volere fortemente percorrere il tragitto inverso in un’epoca in cui tutti facevano a gara per venire a giocare nel nostro campionato.

Fu subito basket?

L’inizio è stato nel campetto davanti a casa, assieme a mio fratello maggiore e altri amici ma giocavo anche a calcio, come era normale. Pur essendo abbastanza bravo anche nello sci, ho preferito dedicarmi al basket in quanto sport di squadra: la complicità e la condivisione delle emozioni, anche in caso di sconfitta, con i compagni è sempre stato un fattore irrinunciabile ai miei occhi. A questo aggiungi che per partecipare alle gare di sci dovevo svegliarmi alle 5:00 di mattina di ogni domenica e questo aiutò ad indirizzare la scelta. Sono sempre stato attirato dallo sport e sono grato a miei genitori di avermelo lasciato sempre praticare.

Partivi da una realtà piuttosto piccola.

È vero, però Castelfranco Veneto aveva già qualche trascorso: aveva prodotto giocatori come Andrea Gianolla e, qualche tempo prima, Massimo Borghetto. Inoltre il Duco Mestre per un anno, causa i lavori di ristrutturazione del Palasport Taliercio, aveva disputato le proprie gare interne proprio a Castelfranco. Cominciai a farmi valere abbastanza presto, venni messo in squadra assieme a dei ragazzi più grandi di me e crescendo entrai nel giro della prima squadra che giocava in Serie C.

Come fosti notato da squadre di serie superiore?

Fu grazie a Gianfranco Dalla Costa, un mio ex-compagno di squadra, che Pieraldo Celada sentì parlare di me per la prima volta. Venne a vedermi al torneo Decio Scuri e mi volle a Mestre in Serie A2. Era davvero uno scout eccezionale, in un epoca in cui questo appellativo veniva ancora poca usato: scopritore di giocatori come Claudio Pilutti e Davide Ancillotto, rimane, a mio parere, uno dei maggiori conoscitori di basket di tutti i tempi e a tutte le latitudini. A 16 anni cominciai a frequentare la foresteria di Mestre: un’esperienza più dura di quanto si possa pensare e non nascondo di aver finto più di una volta di essere ammalato per poter farmi venire a prendere dai miei. Anche se Mestre distava solo 45 minuti dalla mia città natale, soffrivo il fatto di essere stato strappato dal mio ambiente e dalle mie amicizie e sono convinto che le foresterie abbiano fatto più danni della tempesta: lasciare da soli i ragazzi in quella delicata età era davvero rischioso ma, per mia fortuna, sono riuscito a non cacciarmi nei guai come a volte è capitato a dei miei compagni.

Come è stato il tuo avvicinamento al ruolo di playmaker, considerata la statura più da guardia se non proprio da ala?

Fu Celada a vedermi fin da subito come playmaker e anche gli allenatori che si curarono di me, dapprima Stefano Bizzosi e poi Giuseppe Barbara, che già aveva fatto giocare playmaker Riccardo Pittis ai tempi in cui era all’Olimpia, mi fecero crescere con questo obiettivo. Barbara fu molto importante anche per la mia crescita come persona. Ricordo ancora che alla mia prima interruzione mi fece capire che alla successiva mi avrebbe mandato a cambiarmi, mettendo fin da subito in chiaro quali fossero i ruoli e con quale spirito avrei dovuto affrontare le cose. Questo tipo di insegnamenti furono molto importanti e mi prepararono ad affrontare le sfide successive che la mia carriera mi avrebbe fatto affrontare.

Come furono i tuoi esordi nella serie maggiore?

Non ero certo considerato uno dei più forti all’epoca. Provenendo da una piccola società non ero mai stato particolarmente in vista e anche nelle varie Nazionali giovanili non ero mai stato convocato a differenza dei vari Pittis, Andrea Niccolai, Davide Pessina e compagnia. Inizialmente l’allenatore era Massimo Mangano che venne poi avvicendato a metà stagione da Barbara. Ovviamente beneficiai molto del fatto di avere come allenatore uno che mi aveva cresciuto ma anche del fatto di trovarmi in una società come Mestre che, storicamente, dava molto spazio ai giovani e traeva la sua sopravvivenza dalla vendita alle società maggiori dei giovani che aveva scoperto. La stagione si concluse con la retrocessione e la sparizione della gloriosa società che aveva avuto tra le sue fila giocatori come Renato Villalta, Andrea Forti, Pietro Generali, Mark Campanaro, Claudio Pilutti nonché Chuck Yura e Harthorne Wingo tra gli stranieri.

Poi Celada andò a Desio e ti vuole di nuovo con sé.

Quella del 1988/89 fu una gran bella stagione nella quale, assieme a Gigi Mentasti, Chris McNealy, Pino Motta, Claudio Capone e Ben Poquette, poi sostituito da quel Steve Lingelfelter che aveva giocato nei tre anni precedenti a Mestre, conquistammo la promozione in Serie A1. Ho uno splendido ricordo di coach Dido Guerrieri, veramente un personaggio eccezionale: mi concedeva moltissima libertà e questo mi ha aiutato tantissimo a far venire fuori il mio talento. Poi sapevo che in precedenza aveva fatto giocare Carlo Della Valle, che era alto come me, playmaker e questo mi confortava. All’epoca le prime due della serie inferiore conquistavano il diritto a partecipare ai play-off. A noi toccò la grande Philips Milano di Mike D’Antoni, Roberto Premier, Albert King, Bob Mc Adoo e Dino Meneghin che avrebbe poi vinto lo scudetto contro l’Enichem Livorno del famoso canestro annullato. In gara1 affrontammo lo squadrone allenato da Franco Casalini al PalaTrussardi come chi non ha nulla da perdere: loro non schierarono Mc Adoo squalificato. Fu una partita incredibile: vincemmo per 116 a 114, dopo due tempi supplementari e io rimasi in campo 42 minuti. Poi però l’effetto sorpresa svanì e vennero al PalaLido con tutta un’altra determinazione. All’intervallo eravamo ancora in vantaggio di un punto ma poi ricordo una grande pressione da parte del loro coach e di tutti i dirigenti nei confronti della coppia arbitrale. Alla fine pareggiarono il conto vincendo di 8 punti. In gara3 tornò anche Mc Adoo e cominciarono la loro trionfale cavalcata verso lo scudetto. Indipendentemente dal risultato finale, quella serie rimane uno dei ricordi più belli della mia carriera, anche per il fatto di aver giocato contro Meneghin, da sempre il mio idolo. Quando ero piccolo, avrò avuto 4 anni, ero in montagna con la mia famiglia nei pressi di Cortina e, mentre stavamo passeggiando per i boschi, vedemmo arrivare di corsa degli spilungoni in tenuta azzurra: era la Nazionale in ritiro che faceva jogging. Diversi anni più tardi mi feci autografare da Dino la foto scattata quel giorno, e che per anni aveva fatto mostra di sé nel salotto dei miei genitori, in cui io stavo sulle sue spalle e mio fratello su quelle di Renzo Bariviera.

Fu allora che Celada decise di monetizzare.

Sì, al punto che mi vendette due volte, sia alla Virtus che a Verona. Però lasciò a me la scelta di quale fra le due squadre andare a giocare. Non fu una scelta facile. Da un lato sapevo che a Verona, oltre ad essere più vicino a casa, avevo sicuramente modo di giocare molto di più e mettermi in vista; dall’altra c’era una società prestigiosa che mi voleva ma anche giocatori come Roberto Brunamonti e Micheal Ray Richardson ai quali sarebbe stato difficile strappare dei minuti. Istintivamente scelsi la Virtus. Bob Hill e Ettore Messina mi erano venuti a vedere in quella serie contro Milano ma quando scelsi Bologna Hill era già rientrato negli Stati Uniti per motivi familiari.

Come furono i tuoi inizi bolognesi?

Quando arrivai, più che il fatto di confrontarmi dei campioni, di giocare nel “salotto” del basket italiano o la costante attenzione per le vicende da parte di tutta la città, quello che mi rimase impressa fu la società in cui ero arrivato. La cosa bella della Virtus era quella serietà e sobrietà, anche ostentata se vuoi, che derivava dall’avere una storia importante alle spalle. Quando vedevi tutti i trofei e le coppe che erano state vinte prima di te, capivi che lì c’era l’abitudine a primeggiare, che molti prima di te c’erano già riusciti e avevano qualcosa da trasmetterti, anche fra coloro che non scendevano in campo. Era tutto un susseguirsi di “Noi alla Virtus facciamo così” e “Noi alla Virtus queste cose non le facciamo”: era una scuola di vita e di stile veramente importante, che in nessuna altra società ho mai avvertito così radicata.

E dal punto di vista tecnico?

Al mio arrivo a Bologna ero abbastanza “selvaggio” ma quando 7 anni dopo andai via ero un giocatore completamente diverso. Al mio arrivo c’era Ettore col quale ho giocato 4 anni in Virtus e 4 anni in Nazionale. Ricordo che in uno dei primi allenamenti, dopo un mio passaggio dietro la schiena, fermò tutto e mi disse: “Non sei mica a Desio o a Mestre”. Mi fece capire il valore della disciplina e di ogni singolo possesso. Aveva un grande etica del lavoro e la sapeva inculcare, prestava attenzione anche ai minimi particolari: sicuramente per me è stata una fortuna avere quello che è considerato il miglior allenatore d’Europa nel momento più importante della mia carriera. Era alla sua prima esperienza in prima squadra ma, provenendo dal settore giovanile, per lui un concetto importante era quello di migliorare il rendimento della squadra anche e soprattutto attraverso il miglioramento individuale dei giocatori. Ettore era appena trentenne, più giovane di alcuni suoi giocatori, in certi aspetti non aveva ancora esperienza e furono molto importanti tutti gli uomini dello staff nel coadiuvarlo: Giordano Consolini, Giorgio Valli, Roberto Nadalini ma anche e soprattutto il Prof. Enzo Grandi, al quale lo stesso Ettore si rivolgeva per consigli sulla gestione dei rapporti personali. Una persona indimenticabile il Prof. Quando qualcuno doveva recuperare da un infortunio, prendeva una delle ragazze dell’atletica, magari una di quelle col fondoschiena più attraente, e diceva: “tu devi stare dietro a questa qui”. Poi chiaro che si faceva di tutto per non farsi battere dalla ragazza e ci si impegnava sempre più del normale. Era un abilissimo motivatore. Così come Messina poneva dei traguardi tecnici da raggiungere, tipo migliorare il tiro da una certa posizione oppure il palleggio con la mano debole, anche il Prof. Grandi ti costringeva a dare il massimo. A inizio anno mi chiedeva sempre quale traguardo volessi raggiungere in stagione, che poteva essere il posto in quintetto, la convocazione in Nazionale, ecc. E tutte le volte che mi vedeva allentare un attimo la concentrazione mi guardava e mi diceva: “ti ricordi il traguardo che vuoi raggiungere?”.

Brunamonti ha detto che il tuo arrivo gli servì anche da sprone per tenere alto il suo livello.

A parte che Roberto è sempre stato un professionista esemplare e credo che si sarebbe impegnato al massimo comunque, certo la sana competizione che c’era è stata un bene per tutti e due. Scontrarsi quotidianamente con lui in allenamento a me è servito per migliorare in tanti aspetti del gioco, soprattutto quelli legati all’esperienza, ma anche lui ne ha tratto beneficio perché se ti alleni bene non puoi che giocare bene. Però non c’era solo una contrapposizione tra noi due visto che molto spesso, grazie alla mia statura e alla mia propensione a difendere su giocatori di ruoli diversi, Ettore mi utilizzava anche come arma tattica e quindi io e Roberto siamo stati in campo contemporaneamente in tantissime occasioni.

In parte era tuo concorrente per il ruolo anche Sugar.

Il giocatore più talentuoso e straordinario che abbia mai visto, davvero da mangiarselo con gli occhi ogni volta che prendeva la palla. Non a caso uno che anche in Nba aveva fatto mirabilie. Fu molto bravo Ettore a capire come gestirlo, che non era cosa delle più semplici. Avendo realizzato che allenamenti duri o troppo tecnici gli avrebbero fatto calare immancabilmente la concentrazione, scelse di coinvolgerlo con delle partitelle che lo divertivano e che alimentavano il suo senso della sfida, la sua vera molla individuale. Sugar viveva molto di queste sensazioni e quando doveva affrontare qualche giocatore famoso come ad esempio Brian Shaw del Bancoroma, già un mese prima si preparava concentrandosi sull’avversario nell’intento di distruggerlo nel confronto diretto.

I primi anni vinceste delle coppe, ma lo scudetto pareva irraggiungibile.

Furono comunque anni importanti perché anche se non eravamo ancora uno squadrone e non avevamo certo come obiettivo quello di vincere il campionato, c’era sicuramente la mentalità giusta e la volontà di lavorare per costruire qualcosa. E poi le coppe, specie quelle europee, furono di grande aiuto per la nostra maturazione: molti temevano che il doppio impegno ci avrebbe potuto penalizzare ma andare a giocare in campi difficili come quelli del Paok di Salonicco oppure contro il Real Madrid fu molto formativo per giovani come me o giocatori che provenivano dalla A2 come Lauro Bon.

Poi arrivò Sasha Danilovic e qualcosa cambiò.

Di sicuro Sasha aveva una determinazione feroce che noi italiani facciamo fatica ad avere naturalmente e ci trasmise parte della sua cattiveria agonistica. Veniva da un paese in cui le condizioni economiche erano quelle che erano, da uno dei quartiere più difficili di Belgrado, in un paese dove da lì a poco sarebbe scoppiata una guerra etnica. Anche quando era venuto in Italia il suo passato presentava il conto: ricordo quando doveva giocare mentre la vita di sua madre era a repentaglio in una Serajevo in subbuglio. Era di una professionalità proverbiale: si allenava molto duramente e faceva delle sedute di tiro e allenamenti individuali ulteriori per realizzare il suo progetto di diventare un giocatore Nba: non è diventato un asso solo perché baciato dal talento. Una tale forza di volontà per migliorarsi e raggiungere il suo scopo l’ho vista più tardi solo in Peja Stojakovic. La sua professionalità non veniva meno neanche lontano dal parquet. Eravamo giovani, benestanti e praticamente coetanei (Sasha due anni più giovane – nda) in una città divertente come Bologna ma Dusko Vujosevic gli aveva detto che se voleva diventare un giocatore da Nba doveva allenarsi duramente ed avere uno stile di vita controllato. Gli impose di andare a letto prima di mezzanotte e spesso gli telefonava a casa per verificare che avesse rispettato il coprifuoco. Infatti, dopo cena Sasha ci faceva alzare perché doveva rientrare, come una Cenerentola moderna, e noi altri ovviamente lo prendevamo in giro per questo. Credo che il primo anno non abbia mai sgarrato a questa regola, mentre negli anni successivi qualche strappo se l’è concesso. Se penso che fino a poco prima invece frequentavo Sugar che dormiva una paio d’ore per notte, che non mi lasciava mai andare a letto prima delle 3:00 e alle 8:00 di mattina suonava al campanello e mi urlava: “Let’s go! Let’s go!”… Prima delle partite era nervosissimo e anche il massaggiatore sapeva che lo doveva lasciare stare. Aveva bisogno che il gioco passasse da lui, di ricevere tanti palloni e di fare i suoi 20/30 punti perché per lui questo era molto importante. Questo atteggiamento da parte di Sasha era consentito dal fatto che c’erano giocatori come Brunamonti, Ricky Morandotti, Paolo Moretti e Flavio Carera che non avevano pretese individuali e non si facevano problemi nel sacrificare le proprie velleità personali per la squadra: brava la società a dotarsi di giocatori con le caratteristiche tecniche ma anche comportamentali adatte. Fu un sodalizio vantaggioso per tutti: per noi altri che grazie a lui diventammo una squadra invincibile e per lui perché poté crescere e mettersi in luce per realizzare il suo sogno. Credo che non sia stato un caso che Sasha ad un certo punto abbia detto stop: forse non vedeva attorno a sé lo stesso tipo di persone.

Con Sasha vinceste un primo scudetto, poi un secondo e infine un terzo. Non vi è mai passata la fame di vittorie?

Vincere porta sempre delle sensazioni positive e non è che, perché hai vinto l’anno prima, ti passi la voglia di vincere ancora. Però c’è sempre il rischio di non saper perdere o di voler vincere a tutti i costi, cosa che può portare qualcuno a superare certi limiti che non dovrebbero essere mai oltrepassati. Io non sono mai andato oltre a questo punto, nonostante la mia fama di giocatore duro. Poi, come in tutti gli sport di contatto, le botte si danno e si prendono, fa parte del gioco e io non mi sono mai tirato indietro. Però credo che queste situazioni vadano affrontate come le si affrontano nel rugby, uno sport che mi piace molto: contatti duri ma nella massima lealtà.

A proposito di durezze con gli avversari, passarono alla storia i fatti della finale scudetto con Pesaro.

Una brutta storia, che lasciò il segno. A parte il fatto che chi mi conosce sa che è proprio una cosa che non rientra nel mio modo di fare, quello che è assurdo è che pur essendo stato colpito alle spalle, senza aver provocato nessuno, sono stato squalificato per due giornate e bersagliato da ogni tifoseria avversaria per gli anni a seguire. Anche lasciando perdere il fatto che la “testimonianza decisiva” fu quella di un bigliettaio del Palazzetto di Pesaro che in quel momento era dall’altra parte degli spogliatoi, fu ridicolo che George McCloud avesse addotto come motivazione del pugno che mi aveva sferrato a tradimento una mia presunta offesa di stampo razzista: oltre ad essere amicissimo di Carlton Myers, all’epoca la mia fidanzata era una ragazza canadese di origini giamaicane e quindi di colore. Figurati se potevo offenderlo per il colore della sua pelle! Ma molti ci marciarono, venne fomentata un’aperta ostilità nei miei confronti, in ogni campo veniva intonato “Coldebella deve morire” e non nascondo che questo clima avvelenato fu uno dei motivi che mi fece accettare le offerte provenienti dalla Grecia.

Andandosene Danilovic giunse Arijan Komazec, che sulla carta pareva poter essere il suo erede naturale.

Come talento non gli era inferiore ma come carattere era molto diverso, per non dire proprio opposto. Oltre ad essermi stato compagno di squadra era anche mio compagno di camera nelle trasferte e posso dire di averlo conosciuto bene: piuttosto timido, mancava di quella leadership della quale Sasha invece si nutriva. Mentre Sasha era “bello tosto” anche all’interno dello spogliatoio, Arijan invece non cercava di imporre la propria personalità ma se le cose non andavano bene si intristiva.

Poi l’addio alla Virtus.

Avevo voglia di ricominciare in un ambiente diverso. All’inizio nessuno sembrava crederci quando dicevo che non volevo rimanere alla Virtus. Lo stesso Alfredo Cazzola ci rimase male, forse perché poco abituato a sentirsi dire dei no, e non bastarono le sue offerte principesche e le prospettive di diventare capitano a farmi desistere dal mio proposito. Avevo vissuto 7 stagioni stupende e piene di vittorie, ero praticamente in famiglia, andavo all’allenamento a piedi, vivevo in una città che come nessun’altra mangiava a pane e basket, mi veniva anche chiesto parere sulle operazioni di mercato: cosa potevo volere di più? Ma mi sentivo come svuotato, avevo bisogno di cambiare ambiente e raccogliere una sfida diversa.

Quindi il grande salto dall’Italia alla Grecia.

Non fu per niente facile: sotto diversi punti di vista dovetti cambiare il mio approccio. A Bologna ero abituato a stare per i fatti miei mentre in Grecia, dove il basket è sport più importante di quanto non sia in Italia, dovetti curare maggiormente le pubbliche relazioni: dovevo sapermi gestire anche fuori dal campo e venivo richiesto in televisione. In più mettici il fatto che Cristina, la mia fidanzata, era un personaggio televisivo: la mia vita privata cambiò abbastanza e mi trovai di fronte a diverse situazioni per me nuove. Anche sul campo le sfide furono tante, innanzitutto perché, nonostante lo sconquasso operato nel basket continentale dalla legge Bosman, i giocatori nazionali erano sempre visti con un occhio di favore rispetto ad uno straniero ed io quello ero diventato: una pedina più facilmente sacrificabile in caso di difficoltà. Anche questa spada di Damocle ha contribuito a farmi crescere.

Come furono le stagioni all’AEK?

Ioannis Ioannidis era di una rigidità estrema: nessuna libertà d’interpretazione, nessuna imprevedibilità, solo la mera esecuzione del gioco previsto. Ciò nonostante riuscii ad ottenere il rispetto che cercavo da tutti, tifosi del Panathinaikos a parte. Individualmente fui votato per 2 anni Miglior Giocatore Comunitario e convocato per l’All Star Game del Campionato. Anche come squadra facemmo bene: quando arrivai l’AEK era una squadra che navigava attorno al decimo posto e nelle mie due stagioni raggiungemmo due finali di Coppa di Grecia, una di campionato dove guadagnammo l’accesso all’Eurolega dell’anno successivo al termine della quale sfidammo la Virtus a Barcellona. Come finì lo sapete tutti.

Mentre facevi il riscaldamento di quella finale, nel vedere dall’altra parte i vari Danilovic, Augusto Binelli, Morandotti, ecc. non ti sei chiesto “ma io che ci faccio qui, dovrei essere nell’altra metà campo?”

Se penso al risultato finale, in effetti forse avrei fatto meglio…Ma sai com’è, la vita ti riserva delle sorprese: dopo aver fatto un girone eliminatorio strepitoso mi sono trovato di fronte la squadra nella quale avevo giocato la gran parte della mia carriera e, con molti dei miei avversari che erano dei miei amici. Anche molti dei tifosi li riconoscevo tra gli ottomila accorsi a Barcellona. Era una situazione strana, magari c’è chi ne trae stimolo per essere ancora più determinato, io ero piuttosto combattuto. A completare l’opera ci fu la partita in semifinale contro la Benetton, la squadra che fin da piccolo era l’avversaria delle mie squadre giovanili nonché piena di miei compagni di Nazionale.

Cosa fece la differenza in quella finale dal punteggio bassissimo?

Il Prof. Grandi. Battute a parte, ricordo che quando noi venimmo via dal campo di gioco il giorno prima della gara dopo l’ennesimo allenamento con i soliti triti e ritriti concetti, la Virtus che si allenava dopo di noi cominciò con una partita di calcetto. Fu una cosa intelligente, che permise ai virtussini di staccare un po’ la spina e affrancarsi dalla grande pressione di quei momenti: in fin dei conti, a quel punto, quello che devi fare te lo sei già detto infinite volte e non hai bisogno dell’ennesimo ripasso. Non a caso anche Dusan Ivkovic quando con l’Olympiacos a Roma disputò la finale, poi vinta, contro il Barcellona, il giorno prima portò la squadra in spiaggia a Fregene e pure Zelimir Obradovic prima della finale vinta con la Joventud di Badalona portò i giocatori allo zoo di Tel Aviv.

Passasti poi al PAOK di Salonicco.

4 anni importanti e ancora ebbi modo di incrociare la Virtus in Eurolega ma stavolta fu più facile dal punto di vista emotivo. Era la Virtus con Michael Olowokandi e vincemmo ognuna in casa sua. Incontrai anche la Fortitudo e fu divertente vedere quanto i tifosi si “ricordassero” di me. Ormai mi ero completamente adattato al gioco e allo stile di vita greco e anche a Salonicco ho lasciato un buon ricordo, venendo citato fra i comunitari più forti della storia della società.

A cosa attribuisci il maggiore seguito, e conseguente importanza, del basket in Grecia rispetto all’Italia?

Sicuramente decisivo fu il successo della Nazionale negli Europei organizzati in casa nel 1987 con Nikos Galis e compagni che divennero degli autentici eroi nazionali: la Grecia non ha mai avuto i nostri successi in altri sport di squadra come il calcio e questo portò ad una vera esplosione di interesse che poi si è radicato. Pensa che Ioannidis è anche diventato Ministro dello Sport. Nella sola Atene ci sono 5/6 squadre nella serie maggiore, il gioco è tradizionalmente più fisico e tattico rispetto a quello praticato in Italia. Le società, benché investano molto, utilizzano quasi tutti i fondi per l’acquisto di giocatori e pochissimo nelle strutture: ricordo in questo senso la grande differenza che trovai provenendo da una società superorganizzata come la Virtus.

Come è stata la tua esperienza con la Nazionale? Il fatto di giocare in Grecia ti svantaggiava rispetto ad altri?

Della mia esperienza in Nazionale serbo un ottimo ricordo. Il ricordo più bello è legato alla finale degli Europei agli ordini di Messina. Io venivo da due anni in Grecia e quindi anche il fatto di essere tenuto in considerazione nonostante non fossi proprio sotto gli occhi del coach mi dava soddisfazione. Pensa che una volta Ettore venne ad Atene per vedermi in allenamento ma Ioannidis non glie lo permise: per fortuna sia Ettore che i miei compagni mi conoscevano benissimo lo stesso. Andare in Nazionale era bellissimo ma non erano solo rose e fiori: all’epoca l’attività si concentrava principalmente nel periodo estivo e quindi essere convocato significava non fare vacanze. Causa la Nazionale non ho nemmeno fatto la luna di miele e quando ero all’AEK Ioannidis non mi lasciò andare nemmeno al matrimonio di mio fratello. Per questo, quando Ettore smise di allenare gli azzurri, ormai alla soglia dei 30 anni, chiusi con la Nazionale.

Al quadrienno col Paok seguì il rientro in Italia, con la maglia di Milano.

Anche allora l’accoglienza non fu delle più morbide. Molti, che probabilmente non mi vedevano giocare da anni, dicevano che ero finito, che ero alla frutta. Invece per tutte le stagioni milanesi, durante le quali abbiamo raggiunto anche una finale scudetto, sono partito in quintetto o comunque ho avuto un ruolo non secondario, nonostante la non più verdissima età, e amato dai tifosi. Dal punto di vista tecnico credo di essere un giocatore piuttosto difficile da catalogare perché, alla fine di tutto, la mia maggior preoccupazione è sempre stata quella di rispettare le richieste dei vari coach che ho avuto, diventando più attaccante o più difensore in base a quanto mi veniva richiesto. E questo spiega, in parte, la mia longevità agonistica.

Hai appeso le scarpe al chiodo che potevi ancora dire ampiamente la tua, magari a livelli inferiori.

Lo so, ma avevo promesso a mia madre di non scendere di livello e poi non mi è più tornata la voglia di giocare. A dire la verità una volta mi era tornata. Fu nel vedere un allenamento di Messina col CSKA: la pressione che metteva e il continuo spingere i giocatori ad impegnarsi al massimo mi fecero venir voglia di essere al posto di coloro che stavano sicuramente mentalmente imprecando al suo indirizzo. Non c’è niente di più bello di un allenatore che ti sta addosso come faceva Ettore. Ammetto di avere un filo di nostalgia per queste cose.

Sei rimasto nell’ambiente del basket. Ti vedremo presto su qualche panchina?

No, la mia aspirazione è di avere un ruolo diverso. Ho fatto un corso da General Manager e i due anni di assistentato che ho fatto sono stati solo ai fini di vedere le cose da un ruolo diverso che mi interessava conoscere. Mi piacerebbe lavorare come dirigente. Il problema è che gli ex-giocatori non vengono considerati come in altre realtà, nella Nba ad esempio vengono portati in palmo di mano. Meneghin da questo punto di vista sta migliorando le cose, coinvolgendo personaggi che hanno dato tanto al nostro sport e che sicuramente sono ancora un punto di riferimento per molti appassionati. Sarebbe bello che le squadre, oltre alle squadre giovanili, avessero anche una squadra senior, dove giocano i campioni del passato. Credo che sarebbe una cosa apprezzata dai tifosi che potrebbe vedere i loro beniamini del passato e con la quale si potrebbe dare vita a iniziative benefiche e di coinvolgimento dei più giovani.

E se mamma Virtus ti chiamasse?

Per me sarebbe un onore. Oltre ad averci passato una grossa fetta della mia carriera, non nascondo di aver sempre subito il fascino delle grandi società storiche, come indubbiamente la Virtus è e come lo sono AEK e Paok. Ho sempre subìto il fascino che esercitano le società che da sempre puntano ai maggiori traguardi: se avessi giocato solo per squadre che puntavano alla salvezza o a campionati di basso profilo non credo che mi sarebbe piaciuto alla stessa maniera.