RENATO ALBONICO

Renato Albonico

nato a: Venezia

il: 21/06/1947

altezza:

ruolo: playmaker/guardia

numero di maglia: 4

Stagioni alla Virtus: 1970/71 - 1971/72 - 1972/73 - 1973/74 - 1974/75

statistiche individuali

palmares individuale in Virtus: 1 Coppa Italia

 

INTERVISTA A RENATO ALBONICO

di Roberto Cornacchia - V Magazine - marzo 2012

 

Sarò breve. Forse, se avete affrontato la lettera delle interviste ai personaggi storici virtussini che vi ho propinato finora, sapete già che non sono credibile. Stavolta non è solo colpa mia. È che ho di fronte l’adorabile Renato Albonico, un personaggio un po’ diverso dal prototipo del giocatore di basket odierno che ci immaginiamo coperto di tatuaggi e sempre con le cuffiette ma neanche uno così comune ai suoi tempi, quando le cose avevano un sapore molto diverso. In possesso di una cultura non banale ma soprattutto di un’apertura mentale sempre più rara a trovarsi: non solo ex-giocatore e allenatore, ma anche insegnante, profondamente impegnato nel sociale, appassionato orientalista e grande viaggiatore. Uno così non poteva che nascere e crescere in un posto altrettanto speciale, Venezia. Faccio fatica a stargli dietro mentre parla e le mie più che le classiche domande da intervistatore sono spunti che butto là che lui raccoglie, sviluppa e dilata andando indietro nei ricordi. Quasi mi procuro un crampo al polso nel tentativo di segnarmi la caterva di persone, cose, fatti e aneddoti che snocciola a ritmo serrato.

Ammetto di non conoscere bene Venezia ma, da turista che l’ha visitata qualche volta distrattamente, mi verrebbe che non è il posto ideale dove trovare da giocare a basket. O no?

No, caro mio. Vedi, Venezia è strana ma c’è tutto. È divisa in sestieri, ognuno dei quali diviso in più parrocchie. La mia parrocchia era quella che noi veneziani chiamiamo Madonna dell’Orto, vicina alla palestra della Misericordia. In realtà era una basilica, il cui completamento venne affidato al celebre architetto tardo-rinascimentale Sansovino che però non la poté terminare poiché morì prima di riuscirci e quindi rimase incompiuta e non consacrata. Ai primi del ‘900 venne affidata alla Società Sportiva Costantino Reyer, un nome che ai tifosi di basket di vecchia data dovrebbe dire qualcosa. Io e i miei amici giocavamo nel campo dell’oratorio della parrocchia, a fianco del campo della storica formazione veneziana, i cui giocatori, visto che la palestra era utilizzata anche per altre discipline e spesso occupata, ogni tanto si aggiungevano a giocare con noi, insegnandoci a giocare. Di solito andavamo lì alle 3 del pomeriggio e ci stavamo fino alle 7 di sera, anche se sovente non erano quattro ore di basket ininterrotto. A seconda del calendario liturgico, il prete ci portava via il pallone perché c’era la messa, il rosario o non so cos’altro e, se volevamo tornare a giocare, dovevamo partecipare alle funzioni. Entrare nel giro del basket non era cosa così immediata: di solito chi giocava nelle giovanili della Reyer era o parente di giocatori o arbitri, insomma era già nell’ambiente e noi non ci sognavamo neanche di poter essere paragonati con loro. Poi un giorno un figlio di un arbitro che era tesserato nelle giovanili venne a giocare con noi, forse pensando di venire a farci vedere quanto era bravo. Successe il contrario: ci rendemmo conto che era piuttosto scarso, così io e alcuni miei amici ci facemmo coraggio e andammo a proporci. Ci presentammo con scarpe da ginnastica, pantaloni corti e camicia abbottonata: l’allenatore ci mandò a casa dicendo di presentarci vestiti in maniera più adeguata. Tornammo, facemmo la nostra figura contro i tesserati (anche perché noi eravamo abituati a giocare anche quattro ore di fila, spesso con pallonesse dai rimbalzi imprevedibili o appesantite perché gonfie d’acqua, mentre quelli dopo due ore erano cotti,) e diversi vennero tesserati, al punto che la Reyer dovette costituire una seconda formazione per far giocare tutti. Ci guadagnammo subito il diritto di giocare ai concentramenti regionali, scontrandoci coi rivali storici di Treviso e Padova. Finiti i quattro anni di giovanili, all’epoca si facevano due anni da cadetto e due da juniores, mi ritrovai in prima squadra a 19 anni, in pratica a fare il decimo che, tranne casi eccezionali, stava sempre in panchina. Davanti a me c’erano elementi come Emanuel Guadagnino, Cedolini, Vaccher, Lessana, Ferro e altri, tra i quali anche Paolo Zanon che divenne il miglior arbitro d’Italia e d’Europa. Non era certo un problema, era così per tutte le squadre: c’erano i titolari, il sesto uomo che poteva dare una mano, il settimo e l’ottavo che potevano stare qualche minuto in campo senza fare troppi danni e poi un paio di giovani che entravano solo se non se ne poteva fare a meno. Però ero già entrato nel giro della Nazionale Juniores.

Come fu che passasti a Milano?

Fu per studiare all’ISEF. Avevo la ferma intenzione di completare quegli studi, a Venezia o Padova non c’era quella scuola e quindi dovevo scegliere tra Milano e Roma. Nella capitale c’era Nello Paratore, allora allenatore della Nazionale maggiore ma anche di quella juniores, che mi diceva di raggiungerlo, che una squadra me l’avrebbe trovata, ma alla fine scelsi Milano, che era un po’ più vicina a Venezia. Sì perché di lasciare Venezia non ne avevo una gran voglia, lo facevo solo per gli studi, ed era mia intenzione tornare nella mia città appena raggiunto lo scopo. Allora non c’era il professionismo e pensare di campare solo col basket era piuttosto difficile. Avevo amici che giocavano in serie A e sapevo che i soldi che si guadagnavano non erano tanti, di certo non sufficienti per sistemarsi e quindi fondamentalmente concepivo il basket come un modo di fare quei soldi che mi permettessero di concludere gli studi senza gravare sul bilancio familiare, di sicuro non pensavo di farne una professione. Anche perché, col sistema allora vigente dei cartellini, i giocatori erano quasi come schiavi indissolubilmente legati alle società, molti rimanevano per 5 o anche 10 anni sempre nella stessa società. L’unica arma che un giocatore scontento aveva era quella di minacciare il ritiro, cosa che avrebbe comportato dei danni economici alla società facendo sfumare il valore del cartellino. Per fortuna casi del genere succedevano raramente e si cercava di mettersi d’accordo senza spargimenti di sangue. Tornando alla domanda, capitò che il grande Nane Vianello volesse tornare a Venezia dopo anni vittoriosi al Simmenthal e la società meneghina cercasse dei giovani playmaker. All’epoca loro potevano permettersi il meglio e presero i due migliori playmaker della nazionale juniores, Giulio Iellini, che è sempre stato più bravo di me, e il sottoscritto. Solo che di giovanotti in squadra ne bastava uno e io fui girato alla seconda squadra di Milano, la All’Onestà. Andai a parlare col proprietario, il Signor Milanaccio figlio del proprietario dei grandi magazzini che davano il nome alla società. Aveva giocato a basket a livello scolastico e il basket era un po’ il suo giocattolo: spese un bel po’ di soldi per fare delle belle squadre, anche se poi quando il padre si rese conto di quanto ci rimetteva, la società rischio la sparizione prima di diventare Mobilquattro per poi sparire dal basket ad alto livello qualche anno dopo. Gli dissi che io sarei rimasto a Milano solo il tempo di prendere il diploma e poi sarei tornato a Venezia.

Tre anni e tre allenatori molto diversi tra loro.

Innanzitutto arrivai poco dopo Richard Percudani, allenatore italo-americano, una rarità per l’epoca. A Venezia il mio allenatore era preparato soprattutto dal punto di vista atletico e motivazionale, ma dal punto di vista tecnico un coach americano era anni luce avanti a chiunque altro e tutto quello che anche solo vagamente odorava di America era per noi giocatori dell’epoca più attraente di qualsiasi altra cosa. Magari ogni tanto ci insegnava pure delle fregnacce, ma per noi era comunque oro colato, come quella volta che, assieme ai miei compagni della nazionale juniores, facemmo da dimostratori ad un clinic dal grande Lou Carnesecca, lo storico allenatore di  St. John’s. Erano i tempi in cui solamente il Guerin Sportivo, tramite la penna di Aldo Giordani, ci raccontava qualcosa di più dei semplici risultati delle partite. Il proprietario della squadra aveva un paio di palazzi dove ospitava alcuni dipendenti e anche io vi trovai sistemazione, per quanto in una piccola mansarda e non in uno spazioso appartamento come il coach e l’americano Joe Isaac. Era una signora squadra, l’anno prima erano arrivati terzi in campionato e difatti partecipammo ad una Coppa Europea: erano altri tempi, il fattore campo all’epoca contava parecchio. Capitava di vincere di 25 punti in casa e poi vedersene rifilare 26 in trasferta, in campi dove a volte si rischiavano le botte. Che tempi! Una delle mie fortune fu quella di avere come compagno quel giocatore fantastico che era Tony Gennari dal quale imparai tantissimo e che, per mia fortuna, era ormai abbastanza in là con gli anni, cosa che mi permise di vedere il campo con una certa frequenza, se non altro per mantenerlo fresco per la fasi finali del gioco. Al mio fianco c’erano poi fior di giocatori come Enrico Bovone, Marino Zanatta e per un po’ anche Aldo Ossola, persona adorabile che ha avuto la buona sorte di essere l’uomo giusto al posto giusto nella grande Ignis, visto che un giocatore bravissimo nel dettare i ritmi ma poco pericoloso come lui avrebbe sicuramente sofferto maggiormente in un contesto tecnico diverso da quello varesino. Poi venne Vittorio Tracuzzi e quando penso a lui la parola che mi viene in mente è “stimolante”. Amato o odiato per il suo carattere e famoso per le cosiddette “tracuzzate”, tra le quali quella di arrivare in Harley Davison e Ray Ban, era uno sperimentatore, uno che studiava continuamente il gioco e finiva per farti aprire la mente. Erano tempi in cui gli allenamenti erano un po’ improvvisati però era un’improvvisazione spesso foriera di apprendimenti. La preparazione delle partite era abbastanza empirica, anche perché le squadre avevano delle caratteristiche piuttosto fisse: sapevi che contro la Simmenthal non potevi schierarti a uomo in difesa, specie in casa loro, perché ti avrebbero massacrato; Cantù era nota per il suo gioco in velocità e quindi la cosa sulla quale ci si preparava era il rientro difensivo veloce. Ora le squadre giocano tutte alla stessa maniera, sempre sto benedetto pick&roll in continuazione: se penso ad una partita che ho visto in televisione due settimane fa ormai mi ricordo solo i colori delle maglie, essendo il resto tutte cose che si ripetono uguali ad ogni partita. Ricordo anche un’altra gara vista in televisione quest’anno, in cui una squadra, sotto di punto nell’ultima e decisiva azione della partita, ha eseguito perfettamente lo schema impartito dal coach e poi, quando la palla è arrivata coi tempi perfetti all’americano come previsto, questo, tirando da completamente smarcato, non preso nemmeno il ferro. Ma come si fa? Sarà che ai miei tempi gli americani erano pochi ma erano ben altra cosa. Uno come Gennari non solo avrebbe preso almeno il ferro, ma probabilmente da libero avrebbe fatto canestro, e di sicuro non si palleggiava sui piedi come mi capita di vedere ogni tanto in tv. Arrivava gente come Charlie Yelverton che era stato il playmaker di Julius Erving… Ricordo che Tracuzzi, che mi allenò anche in seguito alla Virtus, prima di giocare contro la grande Ignis che dominava in lungo e in largo, ci fece allenare a ruoli invertiti, per vedere di escogitare delle mosse che sorprendessero i varesini. Per una settimana intera io giocai da pivot in post basso e Gigi Serafini portava palla. Poi però in partita non ebbe il coraggio di applicare questa mossa rivoluzionaria, ma almeno aveva provato a trovare qualcosa di nuovo. Era in anticipo di 15 anni rispetto ai suoi tempi, ho visto da lui cose che avrei visto diventare di dominio pubblico solo verso la fine della mia carriera. Il terzo anno a Milano Tracuzzi venne esonerato a stagione iniziata e venne sostituito dal suo giovane assistente, Riccardo Sales, praticamente della stessa età di alcuni dei giocatori più anziani. Un principe, c’era da rimanere a bocca aperta ad ascoltarlo ogni volta che parlava, ma non solo di basket, su qualsiasi argomento. Anche se era giovane era estremamente rispettato anche perché era impossibile non volergli bene, visto che era anche simpatico. Insomma, non so se è perché furono i miei primi allenatori, ma la loro inventiva e capacità di adattarsi alle diverse situazioni le considero qualità che dovrebbero avere tutti gli allenatori, mentre invece poi prese piede il filone degli allenatori che si rifacevano ai college americani, in primis Giancarlo Primo ma poi anche Sandro Gamba, che appiattirono l’approccio al basket, lasciando meno spazio alla fantasia e insistendo sull’atletismo e sull’applicazione difensiva.

Non solo grandi allenatori e grandi compagni di squadra: essere a Milano in quel periodo di diede modo di venire a stretto contatto con alcuni dei più grandi giocatori di tutti i tempi.

Non tutti lo sanno, ma ho avuto la fortuna di confrontarmi con degli autentici monumenti. Quando ancora ero a Venezia, durante un raduno della nazionale juniores, facemmo un allenamento prima della Simmenthal nell’anno in cui avevano ingaggiato il grande Bill Bradley come straniero di Coppa. Capitò che Iellini, che era già del Simmenthal e lo conosceva, gli chiese di fare un 2 contro 2, lui e Bradley (bella forza!) contro me e un altro che non ricordo. Comprensibilissimo: io, come tutti del resto, non avevo occhi che per lui e letteralmente divoravo ogni suo movimento nella speranza di imparare qualcosa di nuovo. In particolare il suo tiro in sospensione era qualcosa di perfetto e cercai di fare tesoro di tutto quello che avevo visto fare. Più tardi andai poi a vederlo mentre compiva il suo capolavoro, vincendo la finale di Coppa dei Campioni a Bologna contro lo Slavia Praga. Indimenticabile. Come indimenticabile fu il mese in cui Lew Alcindoor, che qualche anno dopo avrebbe cambiato nome in Karim Abdul Jabbar, trascorse a Milano. Aveva appena terminato il college con la maglia di UCLA, dominando in lungo e in largo, e si apprestava ad andare a fare la stessa cosa in Nba con la maglia dei Milwaukee Bucks. Si era voluto prendere un mese di vacanza e venne a trovare il suo vecchio coach Percudani che lo aveva allenato ai tempi della Power Memorial High School. Ovviamente era già sotto contratto con i professionisti e non poteva certo disputare gare però prendeva sempre parte agli allenamenti. Famoso per non essere un carattere facile, fu invece molto sereno in quel periodo. Tecnicamente era stupefacente. Non avevo mai visto un giocatore di quella statura (2,18 m) palleggiare a testa alta come un playmaker, tirare come una guardia, correre e fare cambi di direzione come un normolineo. Era un’arma totale. Ancora una volta beneficiai del mio rapporto speciale con Joe: in trasferta ci andavamo con la sua Porsche Targa. Lui guidava, Lew stava nel posto del passeggero con le ginocchia che gli arrivavano al mento e io stavo nei posti dietro, di traverso perché non è che fossero molto spaziosi. Ma ero contentissimo lo stesso.

Poi il passaggio a Bologna.

Sì, anche abbastanza inaspettato. Io ero riuscito a giocare abbastanza e quindi avevo acquisito sicurezza nei miei mezzi ma volevo rispettare il mio progetto originario di tornare a Venezia dopo aver ottenuto il pezzo di carta che agognavo. Milano mi propose un significativo aumento dell’ingaggio per farmi restare ma poi si fece avanti l’avvocato Gigi Porelli e, anche se mi offrì molto meno, non potei rinunciare alla sua offerta. Bologna era imperdibile: la società, il pubblico, la città stessa che viveva il basket come nessun’altra. Dissi di sì.

Fosti una delle pietre miliari sulla quale la Virtus ricostruì, dopo aver ceduto Dado Lombardi e Massimo Cosmelli coi quali però non erano giunto lo scudetto inseguito da anni.

Stanchi di una sfilza interminabile di secondi posti, l’anno prima del mio arrivo avevano fatto uno squadrone che puntava a vincere, dopo essere riusciti a “strappare” ai professionisti americani un giocatore di grido come Terry Driscoll. Ma le cose non funzionarono come speravano, Driscoll si fece male giocando proprio di noi, all’epoca non si poteva sostituire gli americani e quindi giocò mezzo infortunato per tutta la stagione, cosa che non impedì alla Virtus di ottenere un piuttosto deludente 9° posto finale. Porelli era piuttosto inviperito ma anche a corto di soldi e cedette i vecchi campioni: molti dicevano che era stata una specie di epurazione per i miseri risultati dell’anno precedente ma secondo me fu anche e soprattutto per motivi economici. A complicare il tutto ci fu anche il fatto che quell’anno non si trovò uno sponsor adeguato e giocammo solo con una grande V nera sul petto. Difatti arrivammo io e Gianni Bertolotti, giovani di belle speranza ma nessuno di noi aveva mai giocato titolare altrove e l’apprendistato in pratica lo facemmo sul campo.

Fu l’anno dello straniero Doug Cook, che per molti anni è stato considerato lo straniero più “tristo” mai visto a Bologna, forse superato solo in questi ultimi anni dal famigerato Will Conroy.

E dire che Cook non era quello scarsone che è parso a tutti. Era il suo agente, il famoso Kaner che all’epoca era dietro a quasi la metà dei giocatori americani che arrivavano in Italia, che voleva che venisse a giocare da noi, perché sapeva che nei Cincinnati Royals non avrebbe trovato spazio. Ma lui proprio non ne voleva sapere di venire in Italia, si rifiutava anche solo di prendere in esame questa possibilità. Provammo allora per un certo periodo un certo Mike Near, uno spilungone secco e biondo. La prima partita che giocò fece davvero schifo e noi pensammo che avesse avuto problemi di ambientamento. Per verificarlo in maniera più probante la società organizzò un giro di amichevoli nell’allora Jugoslavia: fu un inferno. A parte che mangiavamo sempre e solo montone e cipolla, gli jugoslavi non erano solo più forti ma anche più furbi: non ci potevano soffrire, c’era una continua rivalità con gli italiani e quindi ogni partita era un susseguirsi di sputi, sgambetti e prese per i fondelli dopo l’immancabile sconfitta. Tutto questo per renderci conto che l’americano del basket ne aveva solo una vaga idea, in realtà era bravo nell’atletica, ma dopo una decina di giorni in cui invece di migliorare peggiorava, venne scaricato. All’epoca girava per l’Europa una squadra raccogliticcia composta di giocatori americani in cerca di ingaggio, sponsorizzata Gilette. C’era un certo L.C. Bowen che era un giocatore straordinario, una guardia nera che era sempre il migliore in campo. Solo che all’epoca era quasi inconcepibile prendere un americano che non fosse un lungo, a meno che non ti chiamassi Ignis e avessi in squadra un certo Meneghin, allora ti potevi permettere di mettere nel motore un certo Manuel Raga. Prendemmo lo stesso Bowen in prova per una settimana e in un’amichevole contro la Simmenthal segnò 30 punti ma non bastò lo stesso per far cambiare idea alla società. Si tornò quindi alla carica con Cook, il cui curriculum era di tutto rispetto: finì la carriera universitaria in doppia doppia di media e venne scelto col numero 22 assoluto, nello stesso anno in cui John Fultz venne scelto al 5° giro col n. 81. Dopo due mesi in cui i Royals non lo avevano mai fatto alzare dalla panchina si era ammorbidito e accettò di venire in Italia, ma in cuor suo non aveva accettato la cosa. Si rifiutò di imparare l’italiano, parlava in inglese praticamente solo con me e se ne andò senza aver imparato neanche a dire “buongiorno”. Dopo qualche tempo dopo il suo arrivo giunse anche la sua moglie o fidanzata, ma non uscivano mai di casa, non si godettero nulla della città, nemmeno la cucina: praticamente erano convinti di essere in un posto non molto diverso dal Burkina Faso. Arrivò in Italia il venerdì prima della partita di esordio del campionato, una trasferta a Napoli, dove fece una gran partita. Poi basta, giocò male per tutto il resto del campionato ad eccezione dell’ultima partita, decisiva per la permanenza in Serie A. E dire che non era certo un mollaccione: stava male in Italia e in più giocava male, questo finì per innervosirlo ancora di più al punto che spesso in partita sfiorava la rissa. Contro Schull ci furono scintille, ma non si tirò certo indietro. Per fortuna l’altra partita che giocò bene fu quella decisiva per rimanere nella serie maggiore, negli spareggi giocati a Cantù. Il giorno prima avevamo battuto Biella, che era la squadra più debole del campionato ma che, a differenza di noi, aveva pescato un americano coi fiocchi, il nero Rudy Bennet che viaggiava ampiamente oltre i 20 punti a partita. Vincemmo bene contro di loro poi Livorno perse contro Biella prima che noi incontrassimo i labronici. Avevamo una differenza canestri favorevole, anche se avessimo perso di 14 punti ci saremmo salvati. Detto fatto, dopo 5 minuti eravamo sotto di 10 punti. Fu allora che Cook si guadagnò l’ingaggio dell’intera stagione, assieme a Giorgio Buzzavo che riuscì, abbastanza incredibilmente viste le mani di pietra che aveva al punto che molti applicavano nei suoi confronti il fallo sistematico per mandarlo in lunetta dove aveva una percentuale di realizzazione molto bassa, ad avere un significativo impatto offensivo. In quella partita era marcato da Bartolome, un 2,10 poco mobile che beccava sempre alle sue poco credibili finte di tiro da fuori area e riuscì a fare alcuni canestri decisivi che non ci evitarono la sconfitta ma ci lasciarono al primo posto della classifica avulsa.

L’anno seguente invece con Fultz diventaste ben altra squadra.

Sì, ma anche perché l’anno precedente avevamo maturato quell’esperienza che ci mancava. Gianni Bertolotti, Gigi Serafini, capitano ad appena 22 anni, lo stesso Giuseppe Rundo che in estate aveva cambiato casacca, non avevano mai giocato da titolari, come del resto nemmeno io che però, grazie ai motivi già spiegati, ero quello che aveva avuto più possibilità di altri di maturare. L’anno dopo era oggettivamente una cosa diversa: l’anno da titolari ci aveva fatto fare un discreto salto di qualità. Sicuramente l’arrivo di John fu molto importante per il miglioramento della squadra ma anche il resto della truppa aveva intrapreso quel percorso di crescita che avrebbe poi portato Gianni e Gigi ad essere delle colonne della Nazionale maggiore. Poi arrivarono anche altri giocatori come Tojo Ferracini e Pierangelo Gergati, che davano un apporto mica da poco. Col primo dovetti abituarmi a cambiare stile di gioco, abituato com’ero a servire Gigi più grosso e alto, mentre lui più veloce e basso giocava in maniera differente e anche questo richiese del tempo. A fare questo mi venne in aiuto Pierangelo, col quale in pratica mi potevo scambiare di ruolo senza particolari problemi, essendo lui anche bravo a portare palla. In quella stagione in cui in pratica giocai quasi più da guardia che da playmaker tenni una media di 12 punti a partita.

Come mai l’esonero di Tracuzzi?

Come già detto non è che fosse simpatico a tutti, anzi avevo l’impressione che Porelli l’avesse preso perché era il migliore disponibile al momento ma non perché lo apprezzasse particolarmente. Poi ci furono problemi legati al fatto che Tracuzzi, da bravo allenatore, considerava il suo ruolo più importante di quello del preparatore atletico, cosa che aveva i suoi motivi per essere vera in tutte le società tranne che alla Virtus dove Porelli aveva messo sopra tutti il preparatore Garulli, che mi apostrofava sempre con un “caro giovane collega” visto che ero diplomato ISEF come lui. Ovviamente un carattere fumantino come quello del coach siciliano non poteva gradire la cosa ma poi ci fu un filotto di sconfitte consecutive e Porelli colse l’occasione per lasciarlo a casa. Al suo posto giunse Nico Messina, che aveva vinto poco prima uno scudetto con la Ignis Varese ma non era stato confermato l’anno successivo, in pratica anche lui uno  più preparato sul piano atletico che su quello tecnico, credo che provenisse dal calcio. Era un motivatore, aveva esperienza di gestione di una squadra e, in quanto preparatore lui per primo, la prima cosa che fece fu quella di dire che di quell’aspetto se ne sarebbe occupato lui e non Garulli, in pratica eliminando quello che fu uno dei problemi principali della gestione Tracuzzi. Giocammo bene, John era immarcabile e segnava da tutte le parti però ogni tanto bisognava ricordagli che, anche se quando lo raddoppiavano spesso faceva canestro ugualmente, era meglio passarla a qualcuno di noi altri che da smarcati avevamo più possibilità di lui di metterla dentro. Giocavamo bene, in casa eravamo temibili, cominciammo ad infilare delle belle strisce di vittorie e l’anno dopo vincemmo la Coppa Italia. Eravamo in ascesa e stavamo prendendo coscienza della nostra forza, ormai ci sentivamo inferiori solo a Varese e Milano che rimanevano ancora irraggiungibili. Soffrii molto per la partenza “forzata” di Ferracini, che per una questione di cartellino dovette tornare a Milano quando sembrava invece che dovesse restare. Ti sembrerà una cosa assurda ma ci dispiacque a tutti tantissimo. All’epoca i compagni di squadra erano molto più di semplici colleghi e anche una solo stagione insieme finiva per cementificare dei solidi rapporti umani, come fu per me con Ferracini e Rundo. Quando si confronta il basket di oggi con quello di allora spesso sento dei miei pari età lamentarsi del fatto che all’epoca si guadagnasse molto meno. E’ vero, penso ad esempio ad uno come Gianni Bertolotti che se fosse nato 5 anni più tardi sarebbe stato coperto d’oro, eppure io sono contento di essere capitato proprio in quel periodo di transizione dal dilettantismo al basket iperprofessionistico di oggi. Innanzitutto non avrei sopportato l’idea di non fare altro che giocare a basket: se avessi dovuto allenarmi due volte al giorno come fanno adesso non credo che avrei resistito per più di un anno, sarebbe stato troppo totalizzante, la mia testa aveva bisogno di nutristi anche di altro. Inoltre la minor quantità di soldi che giravano rendeva più importanti quegli aspetti come l’amicizia o le scelte con motivazioni non prettamente economiche che nel basket moderno sono cinicamente ignorate.

Il secondo anno di Fultz coincise con l’arrivo di Dan Peterson, un personaggio che ha lasciato il segno.

A parte le solite battute su come era vestito al suo arrivo, ti dirò che io invece fui subito favorevolmente impressionato. Non solo da un punto di vista tecnico, ma proprio da un punto di vista umano. Tanto per cominciare diede fin da subito l’impressione di volersi calare nella nostra realtà. Gli americani che avevo conosciuto in precedenza si sentivano sempre provvisori, spesso non imparavano nemmeno la lingua perché volevano tornare in America il prima possibile. Lo stesso Percudani, che pure proveniva da una famiglia di italo-americani che mangiava all’italiana anche quando abitava negli Stati Uniti, non era interessato a mettere radici, si percepiva che si considerava solo di passaggio e sognava di tornare a New York alla prima occasione. Dan invece, anche avvantaggiato dal conoscere già lo spagnolo, imparò subito l’italiano. Emblematica la prima trasferta quando Dan, col vocabolario in mano, ci disse: “Correggetemi ad ogni errore, perché voglio imparare l’italiano”. Fu importante, fece capire che ci teneva, e già in occasione del torneo estivo di Borgo Taro ci tenne il primo discorso pre-partita in italiano. Anche in palestra portò delle rivoluzioni. Prima di lui gli allenamenti ai quali avevo preso parte erano sempre piuttosto improvvisati. Arrivavamo e chiedevamo al coach: “Cosa si fa oggi?”. E la risposta era sul tipo “Mah, adesso facciamo questo esercizio poi vediamo, magari dopo facciamo una partitella”. Con Dan invece era tutto organizzato al minuto. Avevamo un preciso calendario di cosa fare per tutto l’anno e per ogni settimana avevamo il nostro percorso. Il martedì allenamento defatigante, mercoledì allenamento sulla difesa, giovedì sull’attacco, ecc. Ovviamente si studiavano anche le caratteristiche dei prossimi avversari ma senza pensare solo a quello, c’era comunque un preciso percorso tecnico da completare nell’arco della stagione a dare un senso a tutto il lavoro svolto. A me questo sistema ha dato molta più consapevolezza, confidenza nei miei mezzi e il senso di lavorare non sulla contingenza ma con un progetto a più ampio termine. Può sembrare banale ma in pratica arrivavamo all’allenamento già sapendo su cosa dovevamo applicarci e tutto si semplificava. Bastava guardare le facce dei giocatori della Fortitudo, allenati da Asa Nikolic, che incrociavamo tra un allenamento e l’altro: noi più o meno sempre sorridenti o di buon umore, loro perennemente col muso lungo.

L’anno successivo fu quello con Tom McMillen. Ti faccio la stessa domanda provocatoria che ho fatto ad altri: l’anno prima del suo arrivo vinceste la Coppa Italia e l’anno successivo la Virtus vinse lo scudetto, mentre con lui, indubbiamente un grandissimo giocatore, non si vinse nulla. Come mai?

Sicuramente un personaggio eccezionale come lui, dentro e fuori dal campo, non poteva essere trattato alla stregua di un americano qualsiasi. Era davvero di un altro pianeta, non solo da un punto di vista tecnico. Era già destinato ad una carriera di eccellenza, non solo su un parquet: non solo campione sportivo ma anche studente di primo livello al punto da guadagnare una borsa di studio ad Oxford, la sua famiglia era molto vicina ai Kennedy e in pratica tutto era già stato programmato per fare di un lui un influente uomo politico prima e un importante imprenditore poi. Per farti un esempio, quando venne in Italia qualche anno fa, parlando dei miei viaggi gli spiegai di quando andai alle Bahamas, in un’isola da sogno abbastanza fuori dai circuiti classici. Alla fine saltò fuori che quell’isola è stata, per un certo periodo, di sua proprietà, in società con Al Gore. Poco tempo fa su face book ha messo la foto in cui è assieme a Barack Obama. Dal punto di vista mediatico era decisamente fuori categoria, ma anche stare in campo assieme a lui era molto stimolante e trovo perfettamente normale che lo si volesse cavalcare fino in fondo. Eppure fu una scelta che qualche scompenso lo portò: in pratica ci trovammo a ruotare attorno a lui che però stava ad Oxford per buona parte della settimana e arrivava in aereo il giovedì sera. In pratica i primi allenamenti settimanali ci sembravano quasi inutili e come squadra, completamente al suo servizio e deresponsabilizzati, non facemmo certo dei passi in avanti, anche se sono fiero di aver giocato e vissuto insieme a lui quella stagione che potrò raccontare ai miei nipotini. Poi ammetto di non averlo capito in tutto e per tutto. Pensavo di avere un rapporto speciale con lui: ero uno dei pochi coi quali poteva parlare in inglese, andavo spesso a prenderlo all’aeroporto, l’ho portato a Venezia e e poi, in fin dei conti, ero pur sempre il suo playmaker e quindi la palla glie la davo io. Quando se ne andò per andare in Nba sembrò quasi non dispiacersene mentre per me, per noi, quando un compagno di squadra se ne andava era un mezzo lutto. Per anni ho pensato che avesse il classico distacco degli americani che affrontano le cose in maniera freddamente professionale ma quando ci siamo rivisti ci ha portati tutti da Rodrigo e, con mio stupore, aveva portato con sé tutte le foto di allora che aveva gelosamente conservato e si ricordava ancora perfettamente talmente tanti particolari e fatti vissute insieme che mi hanno fatto capire che era stata un’esperienza vissuta con molta più partecipazione di quella che palesava.

L’anno dopo fu quello dell’addio a Bologna.

Un addio doloroso, non lo nascondo. Difatti non rimasi in particolari buoni rapporti con Porelli e con la Virtus perché io volevo restare a Bologna, come dimostra anche il fatto che non sono più tornato a vivere nella mia amata città natale e sono praticamente diventato un bolognese d’adozione. Da un punto di vista tecnico però non posso dir nulla: la Virtus puntava a quello scudetto che ormai mancava da troppo tempo e almeno mi inorgoglì il fatto che per migliorare la squadra nel mio ruolo mi sostituirono col migliore che c’era in giro, quel Charlie Caglieris col quale sono sempre stato in buoni rapporti e che non a caso portò subito lo scudetto. Io invece andai a Forlì e mi trovai bene: la mia prima stagione in Romagna fu la mia migliore stagione in assoluto. Con gente come Steve Mitchell, Renzo Bariviera, Danilo Zonta e Vito Fabris facemmo una gran bella stagione, mancando la qualificazione ai play offs, che allora erano riservati solo alle prime sei squadre, unicamente per una questione di differenza canestri, essendo arrivate in quattro squadre a pari punti al quinto posto. La stagione successiva invece non fu altrettanto felice. Ebbi qualche problema con la società e nella parte finale della stagione giocai poco.

Un altro spostamento.

Andai a Imola, presso la Virtus che giocava in Serie B. Avevo 31 anni, il mio lavoro di insegnante di educazione fisica e non avevo più intenzione di spremermi pur di rimanere ad alto livello, ma non nego che mi facesse piacere che quasi ogni anno qualche squadra di Serie A2 mi richiedesse. Dopo 5 anni smisi per uno strano problema ad un ginocchio. Mi si gonfiò in maniera impressionante e, nonostante tutti gli esami che feci, non si riusciva a capire quale fosse il motivo. Probabilmente con i sistemi di diagnostica attuali sarebbe stato più facile capirlo ma all’epoca sembrava un mistero: ogni medico trovava dei motivi per escludere le varie patologie ma non capiva quale fosse quella in atto. Rimaneva il fatto che non appena forzavo un po’ il problema tornava. Poi saltò fuori la diagnosi corretta: una rarissima patologia che in pratica faceva sì che il liquido sinoviale venisse pompato fuori dalla sua sede naturale andando a spargersi per la gamba. All’improvviso divenni un caso clinico interessante e tutti volevano aprirmi il ginocchio per vedere cosa c’era dentro. Ormai avevo 36 e presi la decisione di apprendere le scarpe al chiodo.

Non hai mai pensato di entrare nel basket ad alto livello come allenatore o preparatore?

A dire il vero mi sarei aspettato che in molti mi chiedessero di fare il preparatore atletico, ma non successe. Sapevo, per averne visti lavorare molti con me, di non essere inferiore per conoscenze a nessuno, non solo per aver conseguito il titolo di studio necessario col massimo dei voti ma anche per l’esperienza diretta da giocatore. Un aspetto non secondario perché si sa che i giocatori tendono a svicolare dagli esercizi e immagino che, con il mio passato da giocatore di Serie A, potessi avere un maggiore ascendente di quello che solitamente esercitano i preparatori. Ma non mi sono mai pubblicizzato, non sono mai stato abbastanza “politico” per ingraziarmi le società. All’epoca, quando si discutevano gli ingaggi, soprattutto verso la fine della carriera agonistica, le società avevano l’abitudine di prospettare possibili futuri impieghi in ambito societario, che nella maggior parte dei casi però erano parole dette più che altro per abbassare la cifra pattuita. Io a questo giochino non mi prestavo, avendo già un’occupazione, ma so di molti miei ex compagni di squadra che si sono fidati e poi, al momento di vedere tramutate in realtà le promesse ricevute, si trovavano con un pugno di mosche. Però il basket mi è sempre rimasto nel sangue e non riesco a staccarmene: faccio parte dell’Associazione Pensare Basket che cerca di portare il nostro sport nelle scuole e ho allenato a livello giovanile a Budrio, Calderara e adesso sono a Borgo Panigale assieme al mio amico Gigi Serafini. Il basket mi ha anche dato la possibilità di restituire agli altri parte di quello che mi ha donato. Ho fatto parte della struttura della Fortitudo ai tempi di Giorgio Seragnoli come responsabile educativo, non un ruolo tecnico, per i giovani che erano in foresteria e poi, per merito di Pensare Basket, per alcuni anni sono stato coinvolto in un progetto attraverso il quale abbiamo portando il basket dentro il carcere della Dozza. Non è stata una cosa facile: non tutti riescono ad affrontarla e difatti ci è successo che qualcuno, al momento di varcare il primo cancello, si sia tirato indietro. Io invece ero tra i pochi autorizzati ad entrare al terzo livello, cioè quello dove ci sono le celle, cosa che mi ha permesso di vivere un’esperienza impagabile.

LA PAROLA A DUE PROTAGONISTI: RENATO ALBONICO

di Alberto Cinque - 06/01/1971

 

Dopo Marzorati, Jellini e Giomo, è toccato ad Albonico essere segnalato da una giuria di specialisti per il Primo Trofeo Playmaker. Subito dopo Albonico è venuto a Venezia, per la Splugen-Norda di domenica scorsa: ha mostrato di meritare quella segnalazione, nel senso che è giocatore di ottimo livello, sia per continuità che per tecnica. In una partita abbastanza grigia in fondo, si è messo in luce per la mobilità difensiva, per le palle recuperate, per il tiro felice (5 su 9), per alcuni spunti che il pubblico ha applaudito: un'entrata da destra con finta a Ubiratan, poi rimbalzo offensivo con passaggio fintato a canestro, a 17'' dalla fine del primo tempo ruba una palla, scende in palleggio, finta l'entrata e dà invece un "assist" a Cook.

Renato Albonico è veneziano. Alto 1.84, età 22 anni. Ma gioca in serie A già da cinque anni. Uscito dalla Reyer, passò all'Onestà (con Percudani prima, Tracuzzi poi). Da quest'anno è a Bologna con la Norda. Diplomato in ragioneria, ha fatto l'Isef e da ottobre già insegna educazione fisica in un istituto superiore. Piaceva molto a Paratore che lo chiamò in nazionale B. Le sue qualità soprattutto: perfetti i fondamentali, gambe fortissime, visione di gioco più che buona. Ha tiro discreto, ma potrebbe migliorarlo. Dalla Reyer chiese lui di andarsene per ragioni tecniche e anche personali (a Venezia non c'è l'Isef). Il suo limite maggiore è psicologico: nonostante i 22 anni, è giocatore già maturo, cioè è difficile che progredisca ancora. Via all'intervista.

Incominciamo con la Norda, questa squadra tutta di giovani: si salverà? O è già salva? Il nostro campionato favorisce una politica per i giovani?

Sì, all'inizio ci davano per spacciati. Invece siamo arrivati a un punto che se vinciamo domenica con la Snaidero il nostro lavoro è fatto. Voglio dire che abbiamo vinto le partite chiave, quelle che si dovevano assolutamente vincere. Adesso tocca agli altri lavorare, noi possiamo vivere delle disgrazie altrui. I due punti in casa della All'Onestà li teniamo lì di riserva, è il vantaggio in più. Il nostro è naturalmente un anno di transizione: i giovani devono poter maturare. Non credo che il campionato soffochi i giovani, ma sono le società che devono lavorarci su e creare l'ambiente adatto ai giovani.

Alla Nazionale ci pensi ancora?

No, credo che nel giro della Nazionale non ci sono più. Anche perché non ho più quell'entusiasmo. A 17 o 18 anni vedevo la Nazionale come qualcosa di irraggiungibile, di meraviglioso. Adesso preferisco una vita più tranquilla. Per esempio, non credo che sopporterei una routine tipo 18 ore di scuola, più gli allenamenti con la Norda, più la Nazionale. Per esempio non rinuncerei più a un mese di vacanze estive soltanto per la Nazionale.

Le due speranze più belle del basket italiano chi sono?

Marzorati innanzitutto. E poi Malagoli.

Fammi il tuo quintetto ideale.

Meneghini, Flaborea, Jellini, Vittori... E poi... Un esterno alto... Mah, forse Bariviera, un Bariviera che giochi...

Chi vince lo scudetto?

L'Ignis. È molto più forte di tutti.

Senti, il campionato ha fatto passi avanti? Oltre al discorso del livellamento dei valori, ci sono progressi tecnici e quali?

C'è un forte miglioramento delle difese. Si fanno molti tipi di difesa: aggressiva, o per cambiare ritmo, o per fermare i tiratori, eccetera.

E che altri passi avanti deve fare ancora il basket italiano, sempre a livello tecnico?

Nonostante quel che ho detto, non si dà ancora abbastanza importanza alla difesa. La partita la si vince in difesa. è un giudizio personale.

A proposito di difesa, ti ricordi la zona-pressing? Tu sei stato con Percudani... La facevi bene... Adesso non la si vede quasi più...

La zona-pressing ha bisogno di una grande e lunghissima preparazione. Non è per esempio che noi possiamo dire: domenica viene la Snaidero, bene faremo la zona-pressing. Non la prepari in una settimana. Ci vogliono mesi e mesi. Ci vogliono allenamenti specifici. Comunque è una difesa molto valida. E si tornerà a farla.

Ultima domanda: sei a favore del mantenimento degli stranieri?

Senz'altro. Ho imparato un sacco di cose dagli stranieri. Li guardavo, li imitavo, copiavo la loro tecnica. Non c'è stato straniero che non mi abbia insegnato qualcosa di fondamentale.

Albonico alle prese con un giovanissimo Marzorati

 

ALBONICO: AVEVA SEI ANNI QUANDO FECE IL PRIMO CESTO

di Giorgio Naccari - 10/02/72

 

Conosciamo Renato Albonico da sempre. Da quando, a sei anni, cominciò a far conoscenza con i palloni da pallacanestro al campo della Madonna dell'Orto, a Venezia (Renato mi ha detto: "tutte balle" -n.d.a.). Palloni di cuoio, non facili da tenere in mano mezzi sgonfi com'erano. Ma lui qualche canestro riusciva a farlo ugualmente. In quel campo, ancora oggi uno dei pochi disponibili della città lagunare, con Albonico giocavano anche dei ragazzi un po' più grandicelli, Vaccher, Santi, Lessana, tutti uomini che hanno conosciuto la gloria della A in maglia Reyer. Fu facile per Renato capire qualcosa di quel gioco ancora sconosciuto alla gran massa della gente e, nonostante tutti lo guardassero increduli per tanta volontà, continuò a dedicarsi al basket, sport con il quale avrebbe avuto numerose soddisfazioni. Gracile com'era faceva fatica ad alzare verso il cesto quel voluminoso pallone ma continuò con pazienza ed umiltà.

Si iscrisse insieme al grande amico Guadagnino alla società Reyer dove trovò l'ambiente adatto per apprendere tutti i più piccoli particolari del gioco. La passione, la modestia lo portarono ad accattivarsi le simpatie di tutti e fu così che, durante il periodo juniores, Paratore si accorse di lui e lo convocò in Nazionale.

Vennero i primi successi e la gente cominciò ad accorgersi di lui. Non molto alto per il basket (1.84) preferì giocare come regista, come suggeritore delle manovre offensive con una visione di gioco talmente chiara che lo impose all'attenzione dei più.

Nella Reyer, però, nonostante l'ascesa nella massima serie, non trovò posto in campo. Non erano i tempi dove si mandava sul terreno, volentieri, un giovane ancora poco esperto.

Renato seppe tacere; seppe accettare il ruolo di "panchinaro" e continuò ad allenarsi e a soffrire fintantoché finì gli studi di ragioneria. Poi fece la voce grossa. Volle iscriversi all'ISEF di Milano, e la Reyer dovette concedergli il nulla osta approfittando di inserirlo nell'affare Vianello. Finì ad All'Onestà.

Nel primo precampionato con la squadra milanese mise in mostra doti inaspettate. Il suo coach Percudani lo fece giocare fino a farlo scoppiare. Renato, ogni giorno, all'Università doveva impegnarsi per ore in ginnastica di tutti i tipi e alla sera, in allenamento, non era più in grado di reggere allo sforzo. Accantonato in panchina trovò lo smalto per disputare qualche buon incontro sotto gli ordini di Tracuzzi, allenatore che più d'ogni altro seppe capire il dramma del ragazzo.

Albonico voleva laurearsi. Per questo fu disposto a mettere in secondo piano anche la sua più grande passione: la pallacanestro. Nel giugno di due anni or sono finiti gli studi disse che si sarebbe finalmente dedicato solo al basket. Da ragazzo intelligente aveva pensato prima al suo avvenire.

Ad All'Onestà, però, troppi erano i compagni dotati di personalità e di enorme bagaglio tecnico e in ogni caso gli sarebbe riuscito difficile imporsi. Quello che gli occorreva era una squadra nuova dove gli fosse concesso responsabilità e modo di esprimersi.

Fortuna volle che la Virtus Bologna per alleviare il pesante bilancio offrì il nazionale Cosmelli alla società bolognese. Fu così che Albonico finì alla Norda.

"è una società simpatica, con gente cordiale e serena. Con i compagni è davvero difficile non andar d'accordo" dice dell'ambiente che ormai da due stagioni lo vede come uno dei principali protagonisti. A Bologna, abita negli appartamenti messi a disposizione dei giocatori dalla società, dividendo la sua stanza con un altro "piccoletto" quel Gergati approdato in terra felsinea con smania di riscatto. E Albonico è ancora giovane, essendo nato il 21 giugno del '47, ha ancora tanto tempo per essere sempre più utile a Messina, alla Norda, al basket italiano.

 

LE 30 DOMANDE

1. Scheda anagrafica Nato il 21 giugno 1947
2. Segno zodiacale Gemelli
3. Abitazione Bologna, Via Ercolani, nel college dei giocatori
4. Stato civile Celibe
5. A che età hai cominciato a giocare A 14-15 anni, a Venezia
6. Massimi traguardi raggiunti 15 presenze in Nazionale B
7. Professione Insegnante ISEF alle Guidoreni di Bologna e a Sasso Marconi
8. Qual è il giocatore italiano preferito Meneghin
9. Il miglior straniero in Italia Fultz
10. Chi vincerà il campionato Ignis
11. Come si piazzerà la sua squadra Quarta o quinta
12. Come si piazzerà l'altra squadra di Bologna Dopo di noi
13. Quanti punti in totale vorrebbe segnare quest'anno Una media di quindici punti per partita. Sarebbero circa 400 punti complessivi
14. Chi terminerà capocannoniere Morse o Fultz
15. Qual è il suo maggior pregio La calma
16. Quale il più grande difetto Con la mano sinistra palleggio così così
17. Quali gli hobbies Musica e letture
18. Il piatto preferito Tortellini alla panna
19. Il cantante e la cantante prediletti il complesso dei Temptations e Roberta Flack
20. L'attore e l'attrice preferita Dustin Hoffman e Senta Berger
21. Cosa pensa del pubblico bolognese Meraviglioso, uno che non gioca a Bologna non può immaginare che grande pubblico abbiamo
22. In quale squadra che non fosse la sua preferirebbe giocare L'Ignis
23. Qual è il personaggio politico che le piace di più Mc Govern
24. Divorzista o antidivorzista Sono un convinto antidivorzista
25. Cosa pensa dell'emancipazione della donna Noi uomini per primi dobbiamo favorire l'emancipazione della donna
26. Oltre al basket, quale sport l'attira Il football americano
27. Quale personaggio dello sport preferisce Rivera
28. Che tipo di letture coltiva La saggistica
29. Come trascorre le serate Cinema e ballo
30. Pensa che i giocatori di basket guadagnino troppo o troppo poco Decisamente troppo poco

 

RENATO ALBONICO

Yearbook 1974/75

 

Nemo propheta in patria. Così il proverbio degli antichi padri. E quindi anche per Renato Albonico le cose non sono andate diversamente. Formatosi alla Reyer degli anni eroici, questo giocatore silenzioso e preziosissimo non ha avuto mai nella sua città la possibilità di emergere come avrebbe meritato. Albonico è un classico prodotto della scuola di Gigi Marsico che tanti giocatori ha creato, come i Vaccher e i Cedolini. Ma per Albonico a Venezia la vita fu dura: Geroli, che allora allenava la prima squadra, preferiva la sicura lotta e la grinta collaudata dei Ferro e dei Lessana, piuttosto che la fresca vena, classica ma scolastica del giovane Renato.

COsì quando si ripresentò l'occasione di far rientrare ai patrii lidi il "vate" Vianello dopo i successi milanesi, Albonico fu inserito in un complicato giro che lo portò alla corte di Milanaccio e Percudani, la All'Onestà. E qui Albonico, che studiava all'ISEF al mattino e al pomeriggio sgobbava sul parquet assieme agli Isaac, ai De Rossi, ai Gennari e ai Bovone, viene pian piano formandosi una mentalità diversa, patendo molte difficoltà, ma usufruendo di una scuola USA che probabilmente non avrebbe potuto avere da nessun altra parte. Ma anche a Milano continuava la storia del campioncino che si intravedeva solo a metà.

Ci volle un altro trasferimento, in una squadra completamente rivoluzionata, nella quale volente o nolente Albonico dovette assumersi d'acchito determinate responsabilità, per compiere finalmente il miracolo. A Bologna, nella Virtus, Albonico ha potuto finalmente realizzare sé stesso affinando bagaglio tecnico e temperamento. Perché, nonostante la stampa lo reclamizzi poco per quel suo fare schivo e gentile che lo rende poco personaggio, Renato Albonico è in realtà un grosso giocatore. Come guardia ha in Italia pochi rivali. Forte in entrata, dove conclude spesso con tiri rovesciati o improvvise giravolte, Albonico accoppia una bella grinta difensiva a un pregevole tiro dalla media distanza e una visione di gioco ordinata e rigorosa. Gli rimane solo un inconfessato desiderio: quello di tornare a giocare in Laguna.

 

ALBONICO: NON SEMBRA MA IL MOTORE È SUPER

di Nando Macchiavelli - 12/01/73

 

Chi lo vede per la prima volta, normalmente dice: un po' fragilino per fare il basket. Ma il motore che Renato Albonico ha dentro di sé è senza dubbio di quelli che non "grippano". Veneziano, 25 anni, il "rosso" è piovuto da Milano un paio di stagioni orsono quando All'Onestà trovò subito un posto da titolare.

Classico portatore di palla, instancabile, sopporta quasi sempre il peso dell'intera partita. Con il "gemello" Gergati ha il compito, sempre più difficile, di servire deliziosi palloni a "Kociss" Fultz. Non disdegna di tentare la conclusione individuale. Ma non è un "mangiapalloni". Dalla media distanza è discretamente pericoloso. Unica pecca, cui Messina sta tentando di ovviare, il palleggio efficace solo con la mano destra. Anche come marcatore ha fatto notevoli progressi. Buon cacciatore a metà campo nell'intercettamento della manovra avversaria.

Albonico è insomma il classico uomo da campionato. Non molto appariscente, ma sempre su di un rendimento soddisfacente. è chiaro che il alcune occasioni avrebbe bisogno di qualche minuto di respiro. Quest'anno, forse, con la maturazione di Sacco, sia lui che Gergati potranno ottenerlo.

Una pasta di ragazzo anche come carattere. è venuto a coprire più che degnamente quel posto lasCiato vuoto dall'indimenticato Massimo Cosmelli.

Purtroppo le cose in casa bianconera non sono iniziate nel migliore dei modi. Ma Albonico, ancora una volta, non ha nulla da rimproverarsi: sia a Venezia sia contro la Partenope ha compiuto tutto il suo dovere: in fase di regia come in quella di realizzatore. Se il resto della squadra riuscirà a prendere quota,sarà per lui più facile svolgere quel lavoro che ora deve compiere moltiplicando sforzi di volontà e doti di intelligenza. Perché da un uomo, seppur dotato di un "motore" super come Renato Albonico, non si possono pretendere continuamente miracoli.

Albonico carica il jump-shot sotto gli occhi di Carraro

 

ALBONICO, IL "PULITO" CHE RAGIONA

di Bruno Arato - 29/11/73

 

Albonico Renato, professore di educazione fisica, è per il terzo anno tra le file virtussine.

Alto 184 cm, ha 26 anni e gioca play-maker. Ha un gioco molto ragionato all'attacco e veramente attento e pulito in difesa. Calmo e sempre lucido per tutto il tempo dell'incontro è veramente un "osso duro" per tuti anche per i portatori di palla più titolati. Segue gli schemi, non serve molti assist, ma è veramente un coordinatore e riesce a segnare da fuori e da sotto, saltando l'avversario con molta facilità. Lo scorso anno ha realizzato 293 punti con una percentuale del 47% catturando anche ben 100 rimbalzi.

Mi stili una classifica dei 3 migliori play-maker italiani?

Non vorrei sembrare troppo presuntuoso nel dire, nell'ordine: Iellini, Marzorati, Albonico.

Qual è stato (o qual è) il miglior allenatore che hai conosciuto?

Senz'altro Peterson.

Cosa pensi di lui come tecnico e come uomo?

Come tecnico è molto valido e molto preparato, da lui s'imparano tante cose e come uomo è apprezzabilissimo. Vi è veramente un dialogo con lui da parte nostra e Peterson ci riesce a caricare veramente e a darci fiducia.

Puoi farmi il punto della Sinudyne di oggi?

Abbiamo fatto moltissimi progressi, ma non siamo ancora al massimo livello tecnico, che raggiungeremo più avanti. Quest'anno, del resto, ci sono stati molti cambiamenti. Fisicamente siamo a postissimo.

A proposito di cambiamenti, come sembra a voi giocatori non avere più in squadra Ferracini?

Penso sarebbe meglio non parlare più di Toio. Mi dispiace che non sia più qui perché più che un compagno è un amico, ma è inutile pensare sempre a lui, entrare in campo e ripetersi: manca Toio... manca Toio... manca Toio...

Qual è il giocatore italiano che vorresti avere in squadra con te?

Dico poco: Meneghin!

Hai trovato dei vantaggi nelle novità tecniche del regolamento?

Beh! Certamente sì. Adesso i lunghi non possono più spazzare il pallone che colpisce il tabellone e per me è un vantaggio.

La tua esperienza di giocatore cosa ti farebbe cambiare nel regolamento?

Io trovo tre discrepanze: la prima è quella di punire con due tiri liberi il fallo in attacco, tipo lo sfondamento, quando è già scattato il bonus di 10 falli. La seconda quando il difensore si trova nella metà campo avversaria e nell'intercettazione di un passaggio cade nella propria metà campo e viene punito per passaggio indietro. La terza è l'annullamento del bellissimo canestro di Bertolotti. Parlo di quello effettuato col passaggio al di sopra dell'altezza del ferro e che Gianni infila a canestro.

Qual è la squadra, che oltre alla Virtus, ti è più simpatica? Perché?

Ignis. Perché ha dei giocatori molto validi.

E dell'Alco cosa pensi? Senti in te quell'antagonismo particolare che esiste tra le due squadre bolognesi, almeno a livello dei tifosi?

Tra noi giocatori, con Guerrieri, con gli altri tecnici, c'è una simpatia leale e non vi è quell'antagonismo particolare che esiste tra i tifosi. Forse, nasce quando si avvicina il derby, perché non si può essere indifferenti al clima che crea il pubblico.

Dimmi allora che vincerà i due derby?

Senz'altro la Sinudyne.

Pensi di finire la tua carriera tra le Vu nere?

Spero di giocare ancora molto, almeno fino a quando riuscirò a prendere nel canestro, ma spero di "morire" come giocatore, s'intende, qui nella Virtus.

 

RENATO, SEI TU LA ROVINA DELLA VIRTUS!

di Luigi Vespignani - Stadio - 22/04/75

 

Caro Renato, ti hanno scoperto. Confessalo: non te l'aspettavi, credevi di poter continuare a farla franca, credevi di poter insistere, nell'ombra a nuocere alla Virtus. Avrai letto l'inchiesta pubblicata ieri da un grosso quotidiano e ti sarai accorto che ormai non puoi più continuare a tradire quella società che aveva creduto in te e ti aveva lanciato. Avrai visto il quintetto ideale che annovera i tuoi colleghi e mette soltanto te alla berlina; e avrai visto che tutti gli altri - giocatori e tecnici - debbono restare all'ombra della bandiera bianconera. C'è solo Calebotta che crede in te e ti definisce utilissimo: ma lui, che è stato un grande campione, non si intende di basket. Vale invece il parere di altri, magari sconosciuti, che puntano il dito accusatore contro di te, o che, peggio, ti ignorano, non concedendoti alcuna possibilità di renderti utile.

Ed è giusto. Ne hai già commesse troppe ai danni della Virtus, fin dai tempi in cui, inserito in una squadra che rotolava verso la retrocessione, ti dannasti per riportarla verso l'alta classifica. E ci riuscisti. Chiaro: se la squadra in trasferta perde dignità e concentrazione è colpa tua; se non sa attaccare certe difese avversarie è ancora colpa tua; se manca agli appuntamenti è sempre colpa tua. Un tribunale speciale di tifosi ti ha scoperto, non elemosinandoti che una sola, miserrima citazione.

Hai visto? Qualcuno dei tuoi colleghi è intoccabile perché esperto; qualche altro è intoccabile perché ha un avvenire radioso; qualche altro è intoccabile non si sa perché. Ma tu che cos'hai? Forse speravi in un po' di riconoscenza, forse speravi che i tuoi giudici avrebbero ricordato quello che hai fatto, e che fai, in maglia bianconera. E che, dopo aver considerato tutti i tuoi colleghi come intoccabili, avrebbero concesso a te almeno le briciole di un ruolo di riserva. Chi ti scrive è fra coloro che, da sempre, auspicano un miglioramento della Virtus. Fra le parecchie cose che occorrerebbero c'è anche il rafforzamento del settore esterni-dietro. Il che non significa necessariamente scaraventare Albonico nell'ombra. Tieni duro, Renato. No pasaran!