ETTORE MESSINA

Messina in due diverse epoche virtussine

nato a: Catania

il: 30/09/59

Stagioni alla Virtus: 1989/90 - 1990/91 - 1991/92 - 1992/93 - 1997/98 - 1998/99 - 1999/00 - 2000/01 - 2001/02

Come viceallenatore: dal 1983/84 al 1988/89

statistiche individuali

biografia su wikipedia.it

palmares individuale in Virtus: 3 scudetti, 3 Coppe Italia, 2 Euroleague, 1 Coppa delle Coppe

 

INTERVISTA A ETTORE MESSINA

di Roberto Cornacchia per Virtuspesia – 11/09/2008

 

In una delle tue prime interviste, ho letto che “ti sei innamorato di Bucci, che hai stimato Gamba, che hai litigato con Cosic e hai tradotto Hill”.

A Bucci sono particolarmente affezionato: mi trasmise l’importanza dell’attenzione alle relazioni interne coi giocatori e il tenere unita la squadra nei momenti difficili. A Gamba sono invece debitore del metodo: l'organizzazione, i calendari e la cura dei dettagli. Per quanto attiene Cosic, devo ammettere di non essere stato pronto per capire appieno il suo genio. Non aveva metodo, era molto estemporaneo ed era difficile lavorare in questa maniera, con quello che a me pareva pressappochismo. Invece alcuni dei concetti che cercò di trasmettere li compresi appieno solo nel prosieguo della mia carriera: fu lui, ad esempio, il primo a dirmi che il gioco era comandato dalle guardie e non dai centri, come allora era convinzione comune. Hill dovetti tradurlo, ma non solo dalla lingua americana a quella italiana: dovetti anche e soprattutto cercare di tradurre le sue intenzioni in maniera adeguata alla pallacanestro europea, allora come oggi piuttosto differente da quella praticata negli Stati Uniti.

Come fu, da allenatore piuttosto giovane, gestire una star particolare come Sugar?

Giocatore di altissimo livello, non sta certo a me dirlo. Dotato di elevatissimo spirito competitivo che ogni tanto lo portava ad andare fuori dalle righe. Il primo anno strafaceva, forse perché soffriva un po’ la concorrenza interna di veterani e leader riconosciuti come Villalta e Bonamico: molti dei suoi sforzi furono indirizzati nello stabilire un certo tipo di gerarchie. L’anno seguente, con la partenza dei due italiani di maggior peso, sentì quella sicurezza che non avvertiva l’anno precedente e questo migliorò molto il suo approccio alla gara e agli allenamenti. Da allora parve anche divertirsi molto e fu sempre molto partecipe. Aiutò molto anche il fatto di aver compreso che, in Europa, un giocatore viene valutato anche e soprattutto per i risultati raggiunti dalla sua squadra piuttosto che dalle statistiche o dalle prestazioni individuali. Inoltre, a Sugar e Brunamonti devo il fatto di avermi accettato come head coach: se avessero deciso di remarmi contro, io, all’epoca poco meno che trentenne, non sarei durato molto… Ricordo con enorme piacere i suoi attestati di stima, alcuni espressi anche molti anni dopo il nostro rapporto professionale.

Anche in quanto a presidenti, hai avuto spesso a che fare con personaggi tutt’altro che facili.

Porelli per me è stato quasi come un padre, non solo per la differenza anagrafica, ma proprio per avermi dato questa la magnifica opportunità dapprima di entrare in Virtus e poi di allenarne la prima squadra. Persona dal carattere brusco ma di carisma e leadership innate, è stato per anni il personaggio più importante della pallacanestro italiana. Da lui ho capito cosa significa farsi ascoltare: perché quando Porelli parlava, simpatico o meno che fosse, tutti lo ascoltavano. Purtroppo con Gualandi e Francia ho avuto troppo poco tempo per farmi un’idea precisa. In seguito venne Cazzola, che per leadership e capacità di portare avanti progetti anche molto impegnativi non era inferiore all'Avvocato. Anche lui, come Porelli, è persona dalla cultura che spazia a 360° e in grado di affrontare qualsiasi argomento: quando si andava fuori a cena, praticamente stavo zitto ad ascoltarlo, come facevo in precedenza in presenza dell’Avvocato. Madrigali invece devo dire che, ancora oggi, rimane per me un mistero. Certi suoi comportamenti mi risultano tutt’ora incomprensibili anche se gli devo riconoscere di aver investito tantissimo e di avermi regalato una grandissima squadra.

Ci sono squadre che ritieni più “tue” di altre?

No, le squadre sono tutte “tue”, anche quelle che non sono passate alla storia per le vittorie. A pensarci bene, ci fu invece una formazione che mi lasciò un po’ di amaro in bocca, fu la Virtus della stagione '99/'00. Non ci fu una bella amalgama tra i giocatori, era una squadra triste, attenzione non “trista”, priva di quella “scintilla” che ti dà la gioia di andare in palestra.

È risaputo che il tuo parere è ed è sempre stato importante nella costruzione della squadra.

Perché sempre di più è importante comprare dei giocatori forti che allenarli bene. (e qui Messina pecca di modestia, come conferma Crippa che alla stessa domanda risponde: “comprare dei giocatori forti non è sempre impresa ardua, è farli giocare come li fa giocare Ettore che è molto più difficile”).

Quindi si può dire che sei stato sempre anche il GM delle tue squadre?

Non sarebbe corretto. Innanzitutto ho avuto la fortuna di collaborare con dei proprietari coi quali avevo spesso identità di vedute e dove non c’è mai stato un reale bisogno di figure intermedie. C’è stato un periodo in cui questo ruolo in Virtus lo ricopriva Brunamonti e, comunque, nemmeno in quel caso ci sono stati problemi.

Leggevo nel tuo blog dell’importanza del colloquio al quale sottoponi i giocatori che ti interessano.

Per quello che riguarda gli aspetti tecnici, è difficile che un giocatore a cui siamo interessati sia uno sconosciuto e di lui non si conoscano a fondo le caratteristiche tecniche, avendo noi, come le nostre concorrenti, dei reparti di scouting che si dedicano esclusivamente a questo. Ma ormai ho sviluppato una particolare attenzione per gli aspetti extra-tecnici nei giocatori di cui vagliamo l’eventuale ingaggio. È per questo che cerco di capire non solo se ho davanti a me un bravo ragazzo, ma anche e soprattutto come concepisce la pallacanestro e il suo ruolo all’interno di una squadra che, ambendo ai massimi traguardi continentali, non può non essere molto competitiva, allenamenti compresi.

Questo mi pare ti porti a preferire sempre maggiormente giocatori di formazione cestistica europea a quelli di formazione statunitense.

È indubbio. Il che non significa che non ci siano giocatori di formazione cestistica statunitense che apprezzo moltissimo, come ad esempio Trajan Langdon. Ma la maniera di concepire il basket è oggettivamente diversa e i 20/30 giocatori europei top ai quali possiamo ambire sono molto spesso già sulla lunghezza d’onda giusta mentre quelli statunitensi alla nostra portata non sempre hanno avuto una formazione completa in questo senso. Mi rifaccio di nuovo all’esempio di Langdon, uno che ha completato l’intero quadrienno presso un’università importante come Duke e con la quale era stato finalista NCAA: non è un curriculum così comune.

Cosa pensi dell’immenso materiale umano disponibile in Russia?

I giocatori russi ha una grande etica del lavoro ma pagano un retaggio, anche culturale e non solo tecnico, che li porta ad evitare la possibilità di commettere un errore e le responsabilità che questo comporta. Questo è vero in particolar modo per gli atleti dai 27/28 anni e oltre. Nei giovani invece questo approccio si riscontra molto più di rado.

Quali atleti che non hai allenato avresti avuto piacere di avere nelle tue squadre?

Più che dagli aspetti tecnici-atletici, io sono rimasto particolarmente colpito dalla disponibilità, dalla cultura e dall’apertura mentale di alcuni grandi del passato. In primis Cosic, che ribadisco avermi insegnato molto e che non riesco a pensare quali altri aspetti del gioco avrebbe potuto farmi comprendere meglio se avessimo avuto una frequentazione più duratura. Ricordo con ammirazione anche Terry Driscoll: persona di grande cultura che però sapeva essere duro e determinato come pochi. Infine il grande Jim McMillian, che ebbi il piacere di avvicinare durante una trasferta negli Stati Uniti assieme alla Nazionale Under18: una persona veramente squisita, oltre ad un giocatore di altissimo livello.

Fra i campioni di oggi, non c’è nessuno che ti ispira la curiosità di allenarlo?

Mah, ce ne sono tanti di atleti di valore, ma se proprio dovessi sceglierne uno mi piacerebbe avere in squadra uno come Diamantidis, un giocatore che antepone sempre l'interesse collettivo a quello individuale.

Ancora una volta Mike Brown, coach dei Cleveland Cavaliers di LeBron James, è venuto a seguire il tuo lavoro per alcune settimane.

È partito proprio stamattina. Anche lui una persona veramente piacevole col quale mi confronto sempre molto volentieri. Per quanto riguarda il riuscire ad applicare in ambito NBA il tipo di basket che si pratica dalle nostre parti, lui ne parla in maniera soddisfatta. Dice che i giocatori ascoltano con interesse le cose che cerca di inculcare loro e che comincia a vedere realizzate alcuni dei concetti che sta provando ad insegnare.

Da questo ad un tuo eventuale approdo in NBA parrebbe esserci veramente poco…

E invece no, credo proprio che sia impossibile che mi vediate in futuro su una panchina NBA. Anche perché bisognerebbe fare quel periodo di apprendistato che ha fatto D’Antoni oppure Bob Hill prima di lui. E so che sarei un pessimo assistente…

Cosa c’è allora nel tuo futuro?

Ancora qualche anno da allenatore in una società europea e poi penso di ritirarmi.

 

Tradotto dal sito dell’Euroleague

 

Messina è da molti considerato uno dei migliori (se non il migliore) allenatore in Europa. Il suo genio tattico è rinomato e sa contrattaccare molto bene la maggior parte dei giochi avversari. Probabilmente è migliore della maggior parte degli allenatori della NBA.

 

'MA QUEL BIANCHINI MI SEMBRA RE SOLE'

di Walter Fuochi – La Repubblica – 15/09/1989

 

Il numero uno dei numeri due, come lo chiamava Dan Peterson, si è finalmente messo in proprio, e domenica 24, quando partirà il campionato dei canestri, sarà uno dei maghi più attesi. C'era il rischio di vederlo invecchiare da secondo: tanti primi gli erano già passati accanto (Bucci, Gamba, Cosic, Hill) e tante offerte aveva lasciato cadere. L'ultima, davvero grossa, dall'Enichem, pochi giorni dopo aver perso lo scudetto per mezzo secondo.

Adesso, finalmente, Ettore Messina, siculo-veneto-bolognese di 30 anni, laureato in economia e commercio, si butta. Sul solco dei Sacco, Marcelletti, Casalini: promossi capi, prima di lui, a Pesaro, Caserta, Milano; accanto a Scariolo, che avrà la panchina della Scavolini dopo Bianchini. Promuovere vice-allenatori è una moda da grande club. O forse neanche una moda: se è una qualità conoscere ogni angolo e spigolo di un gruppo di primedonne, respirare quell'aria fin da apprendisti stregoni offre una carta in più. Dodici coach cambiati in altrettante stagioni. Un biennio come vita massima su una panchina nobile e turbolenta. Messina ha contato tutto. E conosce Bologna: dall'83, il tempo non gli è mancato. La città parte sempre per vincere, e magari neppure s'è accorta che, ultimamente, stava vincendo pochissimo. Ma sì, con tutte le sue bretelle e le partite vinte d'un punto, coi suoi capelli in piega e le birrette del dopo-gara, Bob Hill, che poi è scappato tenendosi anche 10.000 dollari del prossimo stipendio, una cosa l'aveva combinata: rivincere a Bologna uno straccio di qualcosa. Coppa Italia, d'accordo, niente di stellare, ma pur sempre una notte d'allegria, un titolo da portare in giro, quest'anno, in Europa. Messina viene dopo Hill. Cadendo quasi dal letto, una notte d'agosto in vacanza a Cavalese, quando lo svegliarono i dirigenti per dirgli tocca a te. "Avevo sentito Bob due giorni prima: tutto tranquillo, piani sulla squadra, grandi progetti. Avrà trovato di meglio, non so che dire".

Prima o poi, questa panchina l'aspettava. Non studiava da allenatore della Virtus, ma sei anni lì, a razziare scudetti giovanili (4, un fiore all'occhiello), a tirar su bambini-giganti, e a innamorarsi di Bucci, stimare Gamba, litigare con Cosic, tradurre in italiano per Hill, c'era pur rimasto. "Sì, alla prima squadra ci pensavo, ma avrei preferito che Hill completasse il suo ciclo, per maturare ancora un po'. Il treno passa ora, e sono pronto a saltarci su, sapendo bene che l'allenatore di serie A è un altro mestiere, con un profilo psicologico quasi più importante di quello tecnico. Le cose vere che ti fanno allenatore sono il rapporto coi giocatori, l'abilità di creare e governare un gruppo, la capacità di non farsi schiacciare i nervi e la testa da un mestiere che, specie a Bologna, ti tiene sotto tiro 24 ore su 24. Io non lo so, adesso, in tutta franchezza, se questo lavoro lo so fare. L'obiettivo personale più importante è proprio questo: mettermi a fine anno sotto il microscopio, guardarmi, se è possibile, con la freddezza del ricercatore, e dirmi con sincerità: sei un allenatore oppure no. Non ho gli anni di Noè, ma un po' di basket l'ho visto. Dieci anni fa era diverso, tutto cambia in fretta. C'è più maturità nei giocatori, ci sono molte società che pensano in grande, le ultime mosse sono state berlusconiane. Ha contribuito anche la formula: una volta, a Venezia, arrivammo quarti ed era un successo. Adesso c'è un obiettivo per tutti: scudetto, play-off, play-out, retrocessione. Se sbagli il traguardo, salta il business: perdi sponsor, pubblico, soldi. I risultati sono più condizionanti, lo stress aumenta. Ed è proprio in uno sport così simile a un affare che solo un rapporto interno su buone basi morali, sul rispetto fra tecnico e giocatori, salva la squadra nei momenti duri. Qualcuno ce l'ha fatta: Bucci a Livorno. Il mio primo maestro, sempre un modello per me. La violenza nei palazzetti mi allarma. Ma metto anche me, allenatore delle giovanili che saltava in campo a strillare addosso ai giocatori, fra i cattivi esempi. Uno che ammiro è proprio Casalini: mille pressioni, ma sempre, in panchina, un comportamento sereno. Seguire questo solco dei vice promossi può aiutarmi: è un'operazione ormai consueta, mi ha fatto accettare come un allenatore normale. Ho però un handicap rispetto ad altri: ho cambiato quattro capi. Casalini ha avuto solo Peterson, Marcelletti Tanjevic: continuare è stato meno difficile. Non so se la mia Knorr è da primi posti: sicuramente avremo l'umiltà di non dirlo mai. Possiamo essere più efficaci in difesa, correre più dell'anno scorso, far fiorire Binelli, finalmente in quintetto. Ma davanti vedo Milano e Pesaro. Roma farà bene: Bianchini è una garanzia, ha dimostrato di saper accendere ovunque nuovi stimoli, anche se quella di Roma non mi pare proprio una rivoluzione, se non nei 700 campi che hanno promesso di fare. L'operazione Ferry-Shaw è anzi una restaurazione, un atto di forza del potere economico, un fosso più profondo tra chi può spendere e chi no. Chissà perché, questo Bianchini lo vedo in panchina con una parrucca da Re Sole".

MESSINA, GIOVANE E CANDIDATO CT

di Walter Fuochi – La Repubblica – 24/11/1992

 

Sarà italiano, questo è certo. Anzi, è l’unica cosa certa, assieme al fatto che avrà un nome a metà dicembre. Il resto, sul futuro allenatore della nazionale di basket, è solo pensieri nella testa di Gianni Petrucci, che da tre giorni governa la federazione e aprirà con questa delicata scelta la sua gestione, cercando nella Lega di Malgara un’alleata di manovre, non l’astiosa controparte di un recente passato che il basket ha pagato caro. L’allenatore del dopo-Gamba, l’uomo della Nazionale da rifare non sarà dunque né Peterson né Tanjevic né Skansi, come qualcuno soffiava, cedendo a suggestioni esterofile.

Sarà autarchico e sarà uno di questi quattro: Valerio Bianchini, Mario Blasone, Alberto Bucci, Ettore Messina, in ordine rigidamente alfabetico. Rovesciatelo, invece, quest'ordine, se volete una griglia di partenza, sistemando in pole position Messina e subito accanto a lui Bucci, in quella che sembra soprattutto una volata a due. Blasone, uomo di lunga milizia federale, e Bianchini, grande firma oscurata dagli attuali stenti in A2, sono profili possibili, ma molto meno appetibili per chi deve rilanciare la nazionale in grande stile. Uomo di radici calcistiche, anche se di nascita dirigenziale fra i canestri, Petrucci ha un modello da ricalcare, quell’operazione Sacchi voluta da Matarrese con la quale il calcio sterzò dalle vecchie consuetudini dei tecnici federali, ingaggiando sul mercato lo stratega più in vista. Messina e Bucci lo sono, attualmente, nel basket. Ed hanno l’età, la faccia, la testa, la carriera, sia pure largamente dissimili, per recitare quella parte di numero uno tecnico già tracciata ai vertici federali, a capo di un centro tecnico disegnato come una piccola Coverciano dei canestri.

Messina o Bucci, dunque. 33 anni il primo, 44 il secondo. Entrambi bolognesi: se non di nascita (Ettore è catanese cresciuto a Mestre), di scuola. Entrambi targati Virtus: Bucci vincitore dell’ultimo scudetto di Bologna, anno '84, con un imberbe Messina come assistente; Messina attuale leader del campionato accanto a Treviso. Dicono i corridoi del basket che siano pressoché alla pari. O che il minimo vantaggio per Messina venga da una defezione tra gli sponsor di Bucci: Toto Bulgheroni, presidente varesino candidato alla guida del settore azzurro dopo Rubini, e fautore di Bucci, è stato clamorosamente trombato nel voto federale. Bucci è spinto dalla grande carica umana, da un carattere di trascinatore probabilmente più pronto per un ambiente da riaccendere e ricaricare dopo ripetute batoste e depressioni. Messina è raccomandato da una frequentazione già avviata dell’ambiente (come vice di Gamba), da cultura, buon inglese, conoscenza del basket europeo.

L’identikit li comprende entrambi, tecnicamente sono pure vicinissimi, teorici dello stesso basket, ma anche lo scoglio è simile. Lo stipendio. Guadagnano bene (il pesarese di più), una federazione cui il Coni ha tagliato i fondi potrebbe non offrire tanto. Ma se Petrucci vuole ricalcare un’operazione-Sacchi, gli serve la borsa: il più bravo costa e il momento, pure stuzzicante, delle svolte "epocali" non lo salderebbe del tutto. La partita è in pieno svolgimento e Knorr e Scavolini, in corsa per lo scudetto e l’Europa, potrebbero avere a giorni un allenatore a termine: su due panchine (Nazionale e club) fino al termine della stagione, poi solo su quella azzurra, perché è già stata esclusa la soluzione del part time. Ma la partita allunga anche al dopo il suo asse Bologna-Pesaro. Perché, regnando in azzurro Bucci, Messina continuerebbe a star bene nella Virtus. Ma invece, toccando a lui la Nazionale, non sarà altrettanto certa la permanenza di Bucci a Pesaro, dopo una stagione avvelenata da molte incomprensioni (cessione di Daye, ingaggio del mediocre James, sostituzione con Pete Myers). Perdesse Messina, la Virtus ne offrirebbe proprio a Bucci l’eredità: e Bucci non ha mai nascosto le tentazioni di un ritorno nell’amatissima Bologna, dove ruppe con Porelli un anno dopo gli abbracci dello scudetto.

 

IL TRENTENNE PRODIGIO

di Walter Fuochi – La Repubblica – 16/12/1992

 

Ha solo 33 anni, ma non poteva deciderlo lui, quando diventare l’allenatore della Nazionale. Così l’ha presa al volo, perché "questo è un evento particolare che non capita a tutti": anche se stava benissimo a Bologna, primo in classifica, pagato bene, amato e rispettato, in una Knorr destinata a spendere e a crescere; e anche se rifondare la Nazionale che pochi mesi fa beccava batoste da tutti al pre-olimpico di Saragozza, è un’impresa da tremarci, malgrado le garanzie di avere alle spalle un movimento allineato e coperto.

A tutti, Coni, Federbasket, Lega, società e sponsor, serve come l’ossigeno una Nazionale che torni a vincere, pena la sparizione di questo sport in qualche sottoscala. E perché il messaggio di salvezza sia stato affidato a Ettore Messina, che ha pedigree sportivo, immagine, cultura, eloquio disinvolto, ma risultati ancora avari, l’ha spiegato Gianni Petrucci, presidente federale, investendolo ieri nel salone d' onore del Coni: presente l’intera nomenklatura che ne attende miracoli, Gattai in testa. "Ho incontrato solo Messina e nessun altro allenatore", ha scandito Petrucci riducendo le tante lotterie sulla corsa alla panchina azzurra a fumo senza arrosto. "Mi ha convinto subito, questione di feeling. è giovane, ha voglia di vincere, sa bene che prende la Nazionale in un momento difficile, ma ha accettato in un secondo, certo di poter fare un buon lavoro. Non si può star fuori da due Olimpiadi consecutive, siamo qui per rifarci e in questo momento Messina gioca una carta importante. Ma noi, tutto il basket intendo, ancor più grossa di lui".

È stato Petrucci a volerlo, forte di un mandato in bianco. Toglierlo alla Knorr, che il coach guiderà fino al termine del campionato, è stato facile: proprio perché, nell’ora dell’emergenza generale, nessuno poteva opporsi al disegno 'superiore' . "Ho dato l’oro alla patria e forse oggi sono l’unico triste", ha ammesso ieri Alfredo Cazzola, il presidente della Virtus che al 'matrimonio' non voleva mancare e ha avuto un posto al tavolo importante. Accanto, aveva Giulio Malgara, il presidente-immagine della Lega; e poco lontano Sandro Gamba, che il nome di Messina, suo assistente in Virtus e in Nazionale, l’aveva suggerito a Petrucci: ed Ettore gli ha dedicato parole d'affetto, non solo di riconoscenza professionale. Se il giovane coach Messina è stato una scelta, la sua giovane Italia sarà una strada senza alternative. Di grandi vecchi non ce n’è più e, dell’impero di Gamba, Messina non erediterà granché, quando a gennaio e febbraio radunerà il gruppo per alcuni giorni ("tanto per conoscerci"), nelle soste di un calendario intasato, che fu il primo cruccio di Gamba.

Messina ha firmato un contratto biennale ('93 e '94), con opzione di rinnovo per il quadriennio olimpico, a circa 400 milioni lordi a stagione. Sarà responsabile di tutte le nazionali maschili, suo vice sarà Mario Blasone, 52 anni, tecnico di lungo corso azzurro. L’obiettivo è Atlanta '96, e dunque la parola d'ordine più spesso evocata ieri era programmazione; ma già agli Europei '93 in Germania l’Italia dovrà arrivare almeno quinta: rinnovare è bello, ma il 'movimento' ha pure fame di risultati rapidi. Sui convocati Messina non fa nomi, ma lo stagno in cui pescare, in un momento di magra produzione dei vivai, è ristretto e intuibile, lo stesso che Gamba aveva allargato nella sua ultima tournèe in Croazia. Dimessisi da azzurri Brunamonti e Costa, usurati o poco brillanti in campionato Dell’Agnello, Magnifico e Riva, resta poco del tronco di Roma '91, anche se Messina non farà questioni anagrafiche, chiamerà uomini in forma per spremerne "voglia di giocare, entusiasmo di essere in azzurro e risultati". L’asse play-pivot non può essere che Gentile-Rusconi, Myers e Niccolai le guardie, aspettando la forma di Pittis, confidando nel cuore buono di Morandotti e mettendo all’asta le altre maglie, tra le guardie Rossini, Coldebella, Moretti, le ali Bosa, Fucka, Ferroni, Ruggeri, Pessina, i pivot Vianini, Cantarello, Binelli, Frosini. Ma dopo i raduni folti, con successive eliminazioni, tipici di Gamba, Messina passerà a "battezzare" abbastanza presto i 12 titolari.

Fargli dire che ama difesa energica e contropiede è come ascoltare la teoria del basket ideale: e dunque, di Messina, sarà meglio scrutare il carattere da pessimista, ampiamente riflesso nei metodi da palestra. "Non sono uno stregone, non racconterò ai miei che sono i più bravi. Cercheremo di conoscere i nostri limiti e di trovare il modo per nasconderli". Piccoli e fragili, insomma, anche se oggi ricomincia il lavoro coi grossi e favoriti, volando con la Knorr a Tel Aviv. Bologna, prima dell’addio, gli chiede quel successo per cui tanti soldi ha investito. Messina dovrà vincere per Cazzola, ma anche per sé, per appuntarsi al petto una medaglia da offrire ai diffidenti. Nel suo ritratto di coach ideale in partenza sul binario azzurro, manca solo un bel risultato.


MESSINA, CT IN CARRIERA

di Walter Fuochi – La Repubblica – 11/05/1993

 

Ettore Messina tifa Milan, gli piace Sacchi e forse anche Sacchi, adesso, avrà bene in mente la sua faccia, e non solo perché andavano alla Bocconi a fare lezione. Sono colleghi di Nazionale e anche Messina c'è arrivato da allenatore vincente nel suo club. Lui come Sacchi, la Knorr come il Milan, anche se quando Petrucci lo nominò a dicembre dicevano fosse nato con la camicia, forte soprattutto di una faccia onesta, di un inglese pulito e delle raccomandazioni giuste. Pareva avesse vinto poco, invece, a farci i conti, nel basket che non ha avuto un Milan, ma 5 scudetti a 5 squadre diverse nelle ultime stagioni, Messina ha vinto come nessuno, nel suo quadriennio di A1. Uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Coppa Italia, più tre partecipazioni all'Euroclub.

Guidava una F.1, d'accordo, perché il suo presidente Cazzola ci aveva messo 30 miliardi in 3 anni, nel progetto Knorr; ma non tutte le monoposto arrivano al traguardo. Cazzola si rifarà con Bucci. Messina doveva vincere, per presentarsi bene, adesso partirà più sereno. Convocazioni a fine settimana, lavoro a Folgaria, tornei e finalmente l'obiettivo, gli Europei a fine giugno in Germania: il traguardo sarà uno dei primi 5 posti, il sogno una medaglia. Come si fa nei raffronti elettorali, risalendo alle precedenti amministrative, politiche o regionali fino a trovare un segno "più", si dirà che riparte dall'argento di Gamba a Roma '91, oppure dal disastro del pre-olimpico di Saragozza. Punti di vista, sfumature, nel basket non c'è la guerra santa tra zona e uomo, sistemi che convivono. E poi oggi, vinta 3-0 su Treviso una finale che dopo sembrava finta, per complessivi 62 punti di scarto, Messina è un Einstein, padre del gioco più bello, più pratico e esaltante.

Due mesi fa, quando perdeva, era il profeta di un non-gioco avaro, sparagnino, partite da 60-65 punti: erano incidenti, non scelte alla Limoges, se è vero che nelle 7 partite senza sconfitte dei play-off, il presunto catenacciaro ha avuto dalla squadra 698 punti, la media dei 100. 34 anni sono pochi, l'aureola di raccomandato e non solo di ragazzo precoce nasce anche di lì, ma c'è tanto basket, dietro una laurea in Economia fatta ingiallire, dieci anni di Virtus, prima da assistente, poi da capo, molte vittorie, ma anche tante polemiche, più sussurrate nei salotti che urlate dalla curva. Nei 15 da ridurre poi a 12, chiamerà ovviamente un blocco Knorr. Non Brunamonti, che in azzurro ha chiuso e non tornerà indietro, alla Baresi. Ma Coldebella, Moretti, Morandotti, forse Binelli, che si opera al ginocchio, forse Carera. Avranno un posto Gentile, Rossini, Pittis, Rusconi, probabilmente Magnifico, e poi ci sarà scelta tra Myers, Boni, Iacopini, Niccolai, Bosa, Tonut, Cantarello, Vianini. Si cambia mestiere. O forse si cambiano solo palestre.

 

CAZZOLA: "CON MESSINA HO RIDATO L'ORO ALLA VIRTUS"

Presentato ieri il nuovo tecnico: dopo l'europeo passerà alla guida della kinder. Brunamonti vicepresidente. Obiettivo numero uno l'Europa. Pronto il piano di rilancio, a rischio anche i contratti pluriennali.

di Gianni Cristofori - Il Resto del Carlino - 10 maggio 1997

 

Quattro punti fermi da cui ricominciare, a dieci giorni dall'eliminazione. Primo: la squadra la farà Roberto Brunamonti, da ieri vicepresidente esecutivo. Secondo: come previsto, il timoniere della panchina, quattro anni dopo, sarà Ettore Messina che ha firmato un contratto triennale anche se, premette, "quello che conta è la qualità del rapporto e non la temporalità". Terzo: Alfredo Cazzola non solo resta padre e padrone della Virtus ma rilancia perché "il ciclo della squadra più vincente degli anni '90 non è né finito né superato". Quarto: l'obiettivo rimane l'araba fenice bianconera, quell'Eurolega che la squadra ha sempre afferrato ma solo nella qualificazione.

Siamo a maggio, accontentiamoci di questo. Gli uomini che faranno la nuova Kinder sul parquet, restano ancora avvolti dalla nebbia di un mercato che l'ulteriore liberalizzazione potrebbe rendere ancora più difficile da azzeccare. Una cosa è sicura: che Cazzola non guarderà in faccia a nessuno "per alzare il livello di competitività della squadra", e che quindi non si terrà conto nemmeno "dei contratti in essere". Anche se, per adesso, il solo a non essere né rinnovato né rinnovabile è quello firmato da Komazec, l'unico, sempre secondo Cazzola, "a non aver reagito alle sollecitazioni e ad abbandonare l'impegno. Salvo poi, adesso, chiedermi il permesso, tramite il suo agente, di farsi curare negli Stati Uniti evitando così l'operazione".

Chiuso il rapporto con il croato, aperto, anzi riaperto, quello con Ettore Messina. "Quattro anni fa - spiega Cazzola con una battuta - consegnai l'oro alla patria, cioè alla Nazionale, e adesso l'oro torna nei forzieri della Virtus". "Non proprio subito - precisa il cittì azzurro - perché fino al 6 luglio il mio impegno mentale, tecnico e di passione sarà tutto per la Nazionael. Ma dal primo di agosto mi rimboccherò le maniche e mi geterò a testa bassa fino al traguardo".

Quale traguardo? Quello europeo, prima di tutto. "Faremo dei cambiamenti importanti - continua Messina - ma senza dimenticarci che questa società e questa squadra hanno un'anima, che questo ambiente ha dentro qualcosa che le ha permesso di restare ai vertici dopo aver perso via via lungo la strada giocatori come Brunamonti, Danilovic e Coldebella. Tutti colpi che avrebbero steso persino i Chicago Bulls".

Da dove ricominciare? "Da un organico lungo, ma questo Cazzola lo sa e la Virtus si è sempre attrezzata per affrontare tre impegni contemporaneamente. Il problema vero, davanti a un pubblico che si aspetta che azzecchiamo tutto al primo colpo, è mettere al loro posto i tasselli del puzzle, di incastrare i giocatori giusti nella casella giusta. E siccome il modo di giocare in Europa non lo decidiamo noi, le ricette sono due: o copiare la struttura delle squadre che hanno vinto ultimamente, come l'Olympiakos, o cercare di costruirne una con caratteristiche tecniche completamente diverse. L'errore in cui non cadere è quello di una clonazione a livello più basso.

Allora sarà una Virtus ancora più straniera? "Io cerco giocatori che mi diano emozioni - conclude Messina - gente che si butti contro una transenna indipendentemente dalla sua nazionalità. Il nucleo italiano dovrà essere importante ma, soprattutto, di valore indiscutibile".

MESSINA, LA V NERA CON L'ARGENTO VIVO ADDOSSO

L'ex ct della nazionale, reduce dal secondo posto agli europei, è il ritorno dell'anno alla Kinder. "Sì, siamo i favoriti: i giocatori sono validi, la squadra deve diventarolo. E mi sta bene perdere 25 derby di fila pur di vincere alla fine". Cazzola - Con lui commisi un errore. Ora è tutto ok. Seragnoli - Non mi vorrà mai, ho il peccato originale... Danilovic - Più sereno, con la vecchia determinazione. Rigaudeau - Ha i mezzi per comandare in Europa

Di Alesssandro Gallo - Il Resto del Carlino - 01/09/1997

 

Quattro anni fa lasciò la Virtus, per la nazionale, con uno scudetto cucito sul petto. Due mesi orsono ha lasciato la nazionale, per la Virtus, con una medaglia d'argento al collo. Potrebbe essere sufficiente questo per considerare Ettore Messina il "ritorno dell'anno". Una delle sorprese del 76° campionato. Ma lui che ne pensa?

Messina si rituffa nel campoionato: è lei il "ritorno dell'anno"?
"Penso proprio che non sia così: si tratta di un problema secondario. Sono più importanti i giocatori, il rientro di Danilovic, per esempio".

Dalla nazionale alla Kinder: cosa cambia?

"Cambiano i ritmi, i giocatori, gli obiettivi. Soprattutto il ritmo, perché c'è una partita dietro l'altra".

Di lei si diceva che fosse più tagliato per la vita da allenatore di club piuttosto che per quella da ct. È d'accordo?

"Io credo che si impari ad allenare la nazionale. Chi accetta quel ruolo deve confrontarsi con un ambiente diverso. Una realtà che, per diversi motivi, è differente".

Dalla nazionale alla Virtus, perché?

"Facciamo un passo indietro. A febbraio mi sono reso conto di aver completato un lavoro, un ciclo. Per questo ho deciso di chiamarmi fuori".

Poi è arrivata la Virtus.

"C'era il campionato in corso, mi sono messo ad aspettare. Poi è arrivata l'offerta della Virtus, la migliore".

Mai avuto ripensamenti?

"No, la decisione era quella giusta. Piuttosto sono rimasto nel dubbio per un po' di tempo. Non sono uno che pensa che, una volta chiuso un discorso, se ne apra subito un altro. Per temperamento sono portato a vederla al contrario".

Avere al collo una medaglia d'argento è un vantaggio?

"Un bel ricordo".

Torna a casa dopo quattro stagioni eppure ci sono state incompresnsioni con Cazzola. Come le avete superate?

"È legato al mio passaggio in azzurro. Quando me lo chiesero ero talmente contento che trascurai alcune cose. Tra queste pensare a chi, invece, aveva puntato sul sottoscritto per aprire un ciclo. Fu un mio errore: ci siamo parlati, con il presidente, abbiamo chiarito".

Di nuovo alla Virtus dove può riabbracciare Danilovic: come lo ha trovato?
"Dal punto di vista umano ha maturato più esperienze, lo vedo più sereno, anche quando deve confrontarsi con situazioni che non vanno per il verso giusto. Dal punto di vista tecnico sto apprezzando la sua velocità nel riadattarsi al gioco europeo. Nella Nba gli chiedevano soprattutto il tiro da fuori, qui c'è spazio per le sue entrate, per i suoi "arresto e tiro" immediati. Per la serietà e lo scrupolo con i quali affronta gli allenamenti ho ritrovato il vecchio Sasha".

Lei passa per uno che ama i play difensivi - Coldebella, per esempio. Come spiega la scelta Rigaudeau?

"Ma Brunamonti e Bonora sapevano o sanno solo difendere? Cominciamo con il dire che Rigaudeau è un grande giocatore, uno dei primissimi in Eurppa. Speriamo che possa diventare il numero uno assoluto. Siamo stati fortunati a prendere uno come lui. O meglio, sono stati bravi il presidente e Roberto che lo hanno preso. Dal punto di vista difensivo, comunque, possiamo chiedere qualcosa a Sconochini e Abbio. E in attacco pensiamo che Ravaglia possa costituire un'ottima alternativa".

Non sarete in troppi, anche se la posizione di Papanikolau è ancora tutta da chiarire.

"Le squadre di otto giocatori sono le più belle, sicuramente. Ma alla Stefanel, che l'anno scorso perse Gentile, cosa accadde? Non sarebbe stato meglio avere un'alternativa in regia? Credo che stia nella professionalità di ciascuno farsi trovare pronto al momento opportuno e non intristirsi in panchina. E ancora: è meglio essere qui, dove si gioca, magari meno, per vincere tutto, oppure altrove, dove si sta in campo di più, m gli obiettivi sono diversi?2.

Si è malignato sulla sua posizione di ct per convincere Frosini a cambiare bandiera. Risposte?

"Le stesse di un mese fa. Anzi no: su Fucka, evidentemente, non sono stato così bravo".

Virtus favorita?

"Lo è storicamente. Lo è a maggior ragione quest'anno. Adesso siamo un gruppo di giocatori validi. Dobbiamo diventare una squadra altrettanto valida".

E la Fortitudo?

"È una domanda che dovete girare a Bianchini".

Pronto per un derby verbale con il "Vate"?

"Ci sarà tempo per le "boiate". Ora credo che si debba lavorare parecchio".

Esiste veramente "BasketCity"?

"Qua la pallacanestro conta parecchio: ci sono due grandi proprietari, due grandi pubblici. Però se facciamo di questa rivalità una guerra tra Don Camillo e Peppone allora sbagliamo. Perché non ci siamo solo noi, e le altre vanno avanti. L'ho detto e lo ripeto: sono pronto a perdere 25 derby di fila, se questo significa vincere alla fine".

Seragnoli l'ha mai contattata?

"No".

E se l'avesse fatto?

"Penso che il problema non si ponga: presumo di avere il peccato originale".

Lei, milanista convinto, non teme che alle prime difficoltà possano accostarla a Sacchi?

"Premessa: mi dispiace per Arrigo, non credo che meriti un trattamento simile. Però il mio caso è diverso: ho avuto la fortuna di andar via e di trovare una squadra praticamente nuova".

Sempre attento e misurato nelle risposte: perché?

"Si invecchia. Ho qualche capello bianco in più e cerco di non sparar boiate. Però è normale che lo faccia, ogni tanto, perché parlando tutti i giorni...".

Provaiamo ad abbozzare la classifica di Eurolega e campionato.

"Non so nemmeno se vincerò la prossima partita: non ho la più pallida idea di quel che accadrà. Ho in mente l'esempio dell'Olympiakos, però. Fino a febbraio ha zoppicato, poi ha preso il largo".

Sembra di rivedere la sua ultima Virtus. Quella che, con il marchio Knorr, fece filotto nei playoff.

"È una caratteristica delle mie squadre. Ricordo una delle mie prime Virtus. Al "Battilani", in casa, prendemmo 25 punti dalla Scavolini. Poi arrivò la Coppa Europa. Ma questo, attenzione, non vuol dire che non vogliamo essere concreti, subito".

E la Coppa Italia?

"Come sopra".

Ma non rimpiangerà la Nazionale?

"No, perché è un'esperienza finita. Bella, ma passata. Ci saranno dei momenti brutti, fa parte del gioco, però ritengo di essere nel posto migliore. Sono in una città dove c'è un confronto aperto e continuo con il presidente Cazzola e Roberto Brunamonti. Si parla volentieri. Questo non significa che si sia sempre d'accordo, però il confronto e il dialogo sono fondamentali. E poi il bello di questo sport consiste anche in questo: ogni giorno è diverso dall'altro. Bisogna lottare".

'BASKET FELICE, SIAMO TORNATI'

di Walter Fuochi - La Repubblica – 09/12/1997

 

L’unico modo per non farsi abbagliare dai record è far finta che non esistano. Ci prova, Ettore Messina, ma i primati lo assediano. Undici vittorie della sua Kinder, nelle prime 11 gare di campionato, sono record. E anche tre sconfitte in tutto, nell’anno solare '97, anno anfibio tra Nazionale e Virtus, sono proprio poche. "Non bado ai record, sorprendono anche me. Comunque, mi sono informato e allora: 11 vittorie sono primato eguagliato, le fece già Varese, negli anni '70. Ma ne ho saputa un’altra: queste statistiche la Lega le tiene da trent’anni, magari prima qualcuno aveva vinto di più. Quanto alle mie sconfitte, sono 4: ho perso anche un’All Star Game, partita che non vinco mai. Infatti m’hanno chiamato a quello Fiba, a Capodanno. Contro Ivkovic, che può star tranquillo". L’argento agli Europei resterà una svolta per tutti, di questo bel '97. "Sì, quel risultato ha cambiato tante cose. A me ha dato autostima, il riconoscimento del lavoro fatto. A tutti, credibilità: ciò che fa la nazionale ha un’eco enorme".

Tornare dopo 4 anni al lavoro nel club poteva costar caro. Ci ha pensato a Sacchi? "Certo, ma erano situazioni diverse. Io in azzurro finivo bene, e finivo pure un ciclo. Poi, c’erano state riflessioni lente, ponderate, da tutte le parti. Ma il rischio della minestra riscaldata c’è sempre. Soprattutto a Bologna, città volubile, come nessuna. Adesso vinciamo, ma vediamo a maggio". Di che cosa aveva più voglia, tornando al club? "Del rapporto quotidiano coi giocatori, della palestra, di una partita ogni quattro giorni. E dell’Eurolega, un grande stimolo". E perché? "Perché è il frutto proibito, da anni. Perché ci manca, ora che abbiamo avuto l’argento della nazionale, la gente nei palazzetti, l’audience alla tv. Ma ancora non abbiamo una squadra nella final four. Ci manca, una vittoria di club. E ci manca un’Olimpiade". Più facile questa o quella? "Difficili tutti e due, ma siamo maturi per entrambi i traguardi. Poi conta essere sani nel mese buono. Spesso, è tutto lì".

Lo dice come uno che ha perso treni per questo, o patito traumi durissimi. "Io il trauma più duro lo patii a Karlsruhe, Europei '93, esordio in nazionale. Me ne sono appena ripreso: francamente, non prima dell’argento di Barcellona. Mi sentivo sempre con un peccato da espiare. A Karlsruhe mi mancava un po’di gente, ma non fu per quello che andò male. Anzi, altrettanto francamente, ho sempre avuto squadre 'lunghe’, che non dipendevano dagli infortuni. L’unica volta fu nel '92, l’anno prima dello scudetto a Bologna. Stavamo volando, si fermò Morandotti per il cuore, perdemmo campionato e Coppa, al play-off col Partizan che poi la vinse. Due mesi in più di Riccardo e avremmo portato a casa qualcosa. Lì decise davvero la salute". Dopo quattro anni, che cosa c’è, di meglio e di peggio? "Più cose migliorate. In casa mia, cioè alla Virtus, una società di respiro e prestigio internazionale. Lavorarci fa piacere e in tante cose agevola. In generale, vedo più gente nei palazzi e questo mi dà un segno di concretezza. Per carattere, mi piacevano poco i paroloni dei primi anni '90: ce lo dicevamo troppo tra noi, che il basket era grosso. Un’ubriacatura collettiva". E la tv? "Non amavo l’orario domenicale, ora m’ha convinto. Non dobbiamo cercare quelli che nei palazzi ci vanno già, ma le famiglie in casa. Incuriosirle, farci guardare. In questo, credo che la nazionale abbia fatto molto, perché in qualsiasi salotto, o tinello, italiano, se sentono l’inno e vedono le facce di quei ragazzi, poi si fermano anche sulla partita.

Il tricolore identifica, molti tifano Ferrari senza saper di motori o per l’Italia in Davis anche se il tennis è in crisi. Poi, ci fu un altro fatto che colpì, quando a Barcellona iniziammo a vincere e la Rai ci ignorava. Lì, ebbe coraggio Petrucci a dar battaglia, perché l’argento doveva ancora venire. La gente pensò che stavamo reclamando un diritto giusto". Sinceramente, nel paese del Dio Pallone, gli altri sport, anche vincenti, vivono all’ombra? "No. Tra l’altro a me il calcio piace: tifo Milan, la domenica andavo spesso in tv, non è un mondo per cui abbia gelosie. So come stanno le cose.

Prenda domani (oggi, ndr). Andremo, con la Kinder, al Motor Show: a divertirci, perché ai giocatori piacciono auto e moto, e non per obblighi di sponsor, o perchè il nostro presidente Cazzola è l’organizzatore. Bene, nelle stesse ore là dentro ci sarà anche il Milan. Credo che per Maldini sarà una fatica girare tra gli stand, che l’interesse e l’affetto della gente per lui siano esagerati.
Magari qui a Bologna capita lo stesso a Danilovic, ma sotto la soglia dell’invadenza. Questa è la differente dimensione, tra calcio e altri sport. Poi, ho il sospetto che al giocatore un po’piacciano, questi assedi. Si nutre, di questo amore, ha la prova di contare. Gli mancherà, il giorno che non lo soffocheranno più".

BUON COMPLEANNO, COACH!

di Franco Montorro - Superbasket - 30/09/1999

 

Come immaginavi che saresti stato, a 40 anni, quando di anni ne avevi 20?

Una cosa strana, i quarantenni li vedevo molto adulti, per non dire “vecchi”. Invece adesso mi sento, non dico come quando ne avevo 20 di anni, ma quasi. Sì, fisicamente la differenza la sento eccome. Corri e salti, ti accorgi che ti riesce peggio. Non dico che non salti più il classico foglio di quotidiano, ma... Però, racconto una curiosità: il momento più difficile del trascorrere degli anni l'ho vissuto quando hanno cominciato in troppi a darmi tutti del "lei". Era più o meno il periodo della Nazionale, forse per via del ruolo. Ma mi sentivo strano. Perché poi sui giornali leggevo una volta di "un uomo di 30 anni" e un'altra di "un ragazzo di 35". Ma per il resto, vivo l'età che ho, ognuna ha qualcosa da dire.

E che cosa ricordi, adesso che hai 40 anni, del Messina di 20?

Stavo vivendo una fase importante della mia vita e anche della mia carriera, avevo appena compiuto un passo decisivo come quello di trasferirmi dalle giovanili della Reyer a Mestre. Mica facile, all'epoca: un po' come passare dalla Virtus alla Fortitudo. Mi trasferivo dunque, andavo a lavorare con Mangano, voluto da Celada. E a suggerire il mio nome era stato Santi Puglisi, che da Mestre se ne era appena andato a lavorare alla FIP. Devo molto a tutti e tre.

Martin Lutero ha detto: "Fino ai 40 anni l'uomo è folle; quando poi inizia a riconoscere la sua follia, la vita è già passata".

Non concordo, anche se per folle si intende magari non essere schiavo della razionalità. E si può essere estemporanei a 15 come a 60, l'importante, a ogni età, è trovare un giusto equilibrio interiore, una serenità.

Confucio invece sosteneva: "Chi arriva a 40 anni senza essere apprezzato, non lo sarà mai più”.

Dissento. C'è un sacco di gente che viene apprezzata, scoperta o anche solo capita post-mortem. Certo, se ti interessa soprattutto l'apprezzamento immediato, dei contemporanei... Ma allora ti dai da fare sempre.

Altre battute sparse e anonime: "Uno sciocco a 40 anni è veramente uno sciocco".

E se io mi mettessi in testa di fare lo sciocco a 50?.

Un... inguaribile ottimista ha detto: 40 anni è un'età terribile.

No. E poi io non considero i 40 anni un'età spartiacque. I 40 anni in realtà possono iniziare idealmente o molto prima o molto dopo. Le cose accadono nel momento in cui le vivi, nello sport come nella vita. Terribile sarebbe magari vivere senza riuscire a dare tutto, anche qui nella vita come nello sport.

Frase super abusata: la vita comincia a 40 anni.

Nel mio lavoro è cominciata molto prima. Ero giovane quando ho iniziato ad allenare, a 17 anni. Poi, a 23 sono arrivato a Bologna, alla Virtus. A 29 ero capo allenatore, a 33 ero Ct della Nazionale: tornando a quella frase di Lutero sulla follia, forse in tutti questi anni, nei miei 40 anni, sono stati molto più incoscienti quelli che hanno creduto in me.

Hanno detto anche che dai 40 ai 50 anni un uomo, sotto sotto, o è uno stoico o è un satiro.

Un divertentone? No, ci sono momenti in cui ti va di essere più stoico, altri più satiro.

Anche per chi ha passato tutta la vita in mare c'è un'età in cui si sbarca.

Giordano Consolini mi ha ricordato che molto tempo fa gli dissi: "A 40 anni smetto". Adesso dico che smetterò quando mia figlia sarà maggiorenne e dunque quando io, di anni, ne avrò 45. In realtà mi piace troppo quello che faccio e non so proprio pensare a quando smetterò. Anche se rinuncio in partenza a cercare di battere il record delle quasi 1000 panchine di Zorzi (le sue presenze in 'serie A' a oggi sono 219, ndr).

Anno primo dopo i 40: da allenatore di una squadra, la Virtus, che...

La Kinder di questa stagione forse non è la squadra che ognuno di noi, io compreso, sogna. Ma può diventare la migliore che abbia mai avuto.

 

Puntiglioso

INTERVISTA A ETTORE MESSINA

di Leonardo Iannacci - Guerin Sportivo - n. 43/1999

 

La prima volta, settembre 1989, ci aveva spalancato due occhi sorridenti e increduli come quelli di un bimbo al suo primo giorno di scuola. A 30 anni indossava pantaloni della tuta e una polo ed era alla sua prima intervista da capo-allenatore Virtus. Ovvero della Juventus del basket. Poi, lo scorrere del tempo e lo stress di finali giocate sempre come fossero drammatiche partite a scacchi gli hanno un po’ strofinato i nervi. Ettore Messina ha cambiato maschera e la spensieratezza di quell'incontro l'abbiamo incontrata sempre meno nel suo sguardo da capo-branco. Giacca grigia, cravatta, parole misurate. Ora è più dogmatico, rigido, controllato, persino militaresco. Ci ha un po' rubato il mestiere scrivendo articoli pungenti sul Corriere della Sera. A 40 anni sa di aver vinto tante scommesse dalla sua tolda, dalla panchina. Scriveva Flaiano: "Chi vive di sogni, si masturba con la realtà". Lui, di sogni, ne ha vissuti tanti. E li ha spesso - se non quasi sempre - trasformati - in trionfi. Diventando con la Virtus e con la nazionale l'allenatore più "in" degli anni Novanta. Facendo tendenza. Diventando anche scomodo. E gelidamente vincente.

Messaggio ai naviganti: il Novecento del basket si chiude nel segno della tua Virtus.

Abbiamo segnato un'epoca, questo sì. Insieme a Cazzola ho progettato le due squadre, quella del 1993 e quella del 1997, che hanno vinto tanto. Ma preferisco ricordare un'altra cosa: ho lasciato la Virtus nel '93 e la nazionale nel '97 e, dopo, entrambe hanno continuato a vincere. Segno che il lavoro di semina era stato buono.

Dal 1990 al 1998 due scudetti, una Coppa Campioni, una Coppa Coppe e tre Coppe Italia con la Virtus, l'argento europeo nel 97 con la nazionale. Cosa ti manca ancora?

Le Olimpiadi. Non ho provato invidia quando l'Italia di Tanjevic ha vinto l'Europeo, ma mi è dispiaciuto fallire la qualificazione olimpica quando allenavo io, la nazionale.

Sei stato il giovane Holden della panchina: a 24 anni eri l'assistente di Alberto Bucci. A 30 hai cominciato a vincere e non hai più smesso.

A 40 anni mi accorgo che il tempo è passato quando penso alle persone care che non ci sono più e al fatto che sono uno degli allenatori più vecchi della serie A-1.

Vincere sempre fa diventare anche antipatici?

A volte si, avverto antipatia nei confronti della Virtus.

Molti sostengono sia difficile convivere con Cazzola.

Abbiamo avuto qualche problema quando lasciai la Virtus, nel 1993. Si è sentito tradito. Poi, due anni fa, mi ha richiamato e ci è stato vicino nei momenti più duri. Quando perdemmo la Coppa Italia, nel 98, la sua pazienza fu fondamentale.

Berlusconi bacchetta Zaccheroni: cosa prova un allenatore in quei momenti?

Ci rimane male. Se un presidente deve dire qualcosa a un suo allenatore, non usi i giornali per farlo. Non ne comprendo l'utilità. Il lucido Berlusconi ragiona troppo da tifoso.

Danilovic è sempre il "Nikita" del basket?

Anni fa lo definii così per la sua gelida spietatezza. E stato ed è il giocatore più importante della mia carriera.

Ma quanto è rompiscatole?

Be', insomma, qualche volta. Ma dal primo incontro siamo cambiati entrambi.

Una volta Danilovic mi disse: "non farò mai l'allenatore, non ne ho il carattere". Ma quale carattere bisogna avere per guidare un gruppo?

Saperlo. È una ricerca continua del Santo Graal.

La disciplina è una religione per te?

Non esiste un allenatore che possa imporre una sua disciplina. Sono i giocatori più forti che la devono condividere al 100%.

Sei un grande tifoso del Milan. Perché?

Da bambino Rivera era il mio punto di riferimento e l'esempio del mio campione preferito: con un grande talento e una capacità di essere un uomo importante, anche dopo il ritiro. Ora lo stimo come uomo politico.

Cos'è lo stress della panchina?

I colleghi del calcio potrebbero fornire una risposta più esauriente. Ma c'è, eccome. Io l'ho provato spesso.

C'è un Messina tra gli under 30?

Tutti dicono Piero Bucchi.

Difetti?

Sono umorale, ma ho anche dei pregi.

Quali?

Penso di essere creativo nel mio lavoro.

Chi ha lasciato un segno sulla tua vita di allenatore?

Sandro Gamba. Persona dolce e moralmente di primo piano.

I Boston Celtics di Larry Bird sono stati un tuo mito.

Li preferivo ai Los Angeles Lakers. Il solito vecchio discorso, metodo contro talento.

Preferisci allenare un purosangue o un giocatore che si costruisce in palestra?

Un giocatore di qualsiasi livello che vuole migliorarsi.

Domandaccia cattiva: tu hai allenato giocatori, non hai formato giovani.

Due anni fa ho preso Nesterovic ancora grezzo. Ora gioca nell'Nba. Adesso sto lavorando su David Andersen.

Rigaudeau è la tua proiezione tattica sul campo?

Dicono sia mio figlio putativo. Ma se io sono il padre, Sasha è il fratello. Si è dannato l'anima affinché tornasse.

Non erano gelosi l'uno dell'altro?

Sai quante volte Sasha va a cena a casa Rigaudeau? Sono diversissimi, come persone. Ma si stimano, anche se il "vaffa" in partita scappa. E più di una volta.

La grande delusione della tua vita di allenatore?

Il nono posto agli Europei '93. Li ho toccato il fondo.

Perché dicono che non ridi mai?

Chi mi conosce sa che posso anche essere un casinista.

Tanjevic ha vinto senza registi. Una bestemmia per te?

No, la sua nazionale aveva dei giocatori che potevano pensare come un play: Meneghin, De Pol, Galanda, Myers.

Un momento per cui vale la pena vivere il basket?

Palla rubata e canestro in contropiede.

Dove ti delude un giornalista?

Quando pensa che un errore nasca a chissà cosa e non da un semplice sbaglio tecnico o tattico.

Il collega del calcio che ammiri di più?

Eriksson. Ma anche Sacchi. Eravamo i due ct delle nazionali di calcio e basket. Abbiamo condiviso tante cose brutte.

Hai perso Nesterovic e ti sei affidato alla quantità sotto canestro (Frosini, i due Andersen, Binelli). Basterà?

Per ora si, grazie a Frosini che sta giocando sopra le righe.

La Fortitudo vive la sindrome Paperino?

No, piuttosto quella di Gastone, senza essere fortunata. Si è specchiata troppo nella sua bellezza.

Paf e Kinder, cosa bisogna fare per perdere lo scudetto?

Per entrambe le squadre l'adrenalina verrà costantemente alimentata dalla grande rivalità cittadina.

Come ti piacerebbe essere definito?

Nel 1989, anno del debutto, giocai a Pesaro. Un tifoso della Scavolini, durante la partita, urlò: Messina "due di picche" stai seduto. Spero che qualcosina sia cambiata da allora.

 

ETTORE MESSINA

tratto da "Euro Virtus" di Gianfranco Civolani

 

Porelli mi diceva sempre che era veramente tanto bravo e allora io un bel giorno dissi al gran capo che forse era il caso di dargli anche la prima squadra, perché no. é presto, mi ghiacciò Porelli. Ma poi tornai alla carica con Francia e a quel punto la risposta fu diversa."Sì, è bravo, ma adesso noi abbiamo Hill e tu capisci..." No che non capisco e meno male che improvvisamente Hill prese altre strade (l'Nba, mi sembrò giusto) e meno male che più o meno dalla porta di servizio per Ettorino Messina fu l'agognata e meritata promozione.

Ettorino, poi diventato Ettorone, è un tipo che sa vivere. Sempre grato a chi lo ha molto considerato, sempre piccato con chi gli fa qualche pipazza di traverso. Ma il suo palmarès recita uno scudetto, una Coppa Italia, una Coppa Coppe e soprattutto una Coppacampioni, a parte un argento con la Nazionale e una qualificazione olimpica solo sfiorata perché in Grecia c'era qualche corazzata più competitiva e perché - figuriamoci - guai al mondo se un posto in qualche modo non fosse stato riservato alla squadra di casa.

Cos'ha Ettore più di tanti altri suoi colleghi? Non lo so, ma direi bravura specifica, eccellente gestione del gruppo e grande feeling con chi lo ha a libro paga, anche. E attenzione al giovanottino (è già vecchino di carriera ma ha solo trentanove anni e non ancora compiuti) così compostino e compitino. Sì, compitino perché veste sempre così benino, ma compostino e compitino all'apparenza perché sa pure lui infiammarsi quando è il caso e prendere a metaforici scapaccioni i pupoli che fanno flanella.

E quando io faccio le mie personalissime classifiche dei migliori allenatori Virtus di sempre, di fronte a Bucci e a Messina (che peraltro lavorarono insieme) sempre mi do un fermo e ci penso. E oggi novantotto dico che nella storia virtussina Ettore è il number one perché insomma guardare i trofei per capire o no?

Ettore - dicevo . non batte ancora i quaranta. In teoria ha altri vent'anni per profetare e vincere. Chiaro che non trascorrerà tutta la sua vita in Virtus, ma intanto facciamogli un bel contrattone nel tempo e Cazzola e la Virtus dell'anno duemila la insieme a lui perché Messina è come il denaro in banca, ovvero qualcosa porti sempre a casa.

 

INTERVISTA A ETTORE MESSINA

di Silvano Focarelli - La Tribuna - 19/08/2002

 

Ettore Messina ha dimenticato gli «apprezzamenti» che riceveva dal presidente Giorgio Buzzavo durante una delle tante sfide infuocate fra Benetton e Virtus Bologna, figurarsi se non ha metabolizzato qualche piccolo screzio avuto con qualche cronista trevigiano al termine di una partita persa sul filo degli uno-due punti... E così un'ora di conversazione con il coach più vincente del basket europeo, seppure all'interno della fornace della palestra della Ghirada, si trasforma in un colloquio amichevole. Quando viene a sapere che chi scrive è veneziano, cominciano a venirgli in mente i ricordi della sua gioventù con richieste di saluti a qualche interprete di una Reyer, purtroppo, defunta da un pezzo. Non s'irrigidisce nemmeno quando gli parliamo di Dado Lombardi e Marco Madrigali e non si rifiuta d'illustrare nemmeno le caratteristiche principali del suo carattere. Rinuncia con cortesia solo ad un paio di domande, ma non sono certo queste cose a spostare l'estrema positività dell'approccio. Messina, dopo vent'anni trascorsi a Bologna, ha un grandissimo entusiasmo nel mettersi nuovamente alla prova in una piazza stimolante come quello della Benetton campione d'Italia. Una piazza che gli offrirà la possibilità di arricchire la sua già ricca bacheca di trofei.

Cosa si prova a lasciare Bologna dopo vent'anni?

È una combinazione di dispiacere, ma anche di eccitazione nel provare un'esperienza importante come questa. Credo che allenare la Benetton possa essere molto utile per la mia crescita e maturazione e per raggiungere obiettivi molto importanti.

Come si riesce a diventare il coach più vincente d'Europa?

Ho avuto la fortuna di far parte di un gruppo di allenatori con la capacità di guidare squadre ad alti livelli. Se pensi, poi, dopo una vittoria, di esser arrivato, è la fine. Bisogna avere, invece, sempre, grandi motivazioni, curiosità ed entusiasmo come io cercherò di mettere fin dai primi giorni qui a Treviso.

Che percentuali dà, nel raggiungimento dei suoi successi, ai giocatori?

Elevatissima, anche se all'inizio della mia carriera ho avuto a che fare anche con giocatori normali. I veri artefici dei successi della Virtus sono stati Cazzola, Porelli e Madrigali che hanno costruito roster di grande levatura. Come, per Treviso, il fautore dei trionfi è stato Gilberto Benetton.

I suoi legami con il Veneto restano solidi?

Fra Venezia e Mestre ho ancora tre amici carissimi. Mia figlia, poi, di 15 anni, abita a Mestre, dove c'è anche mia madre. Del resto, mio padre è nato a Venezia da genitori siciliani. Anche se i miei primi cinque di vita li ho trascorsi in Sicilia, la giovinezza l'ho passata fra Mestre e Venezia: ho frequentato il liceo Franchetti, ho giocato con la Reyer, che ho anche allenato a livello giovanile...

Lombardi, quando sente il suo nome, vuol cambiare argomento, lei che dice?

Non ho alcun interesse di parlare nè di lui, nè di Madrigali. Se ho rinunciato a due anni di contratto, è perché non condividevo la politica societaria e, diciamolo chiaro, dopo i fatti dell'11 marzo (il clamoroso esonero dopo la rovinosa sconfitta di Pesaro, ndr), qualcosa, nei rapporti interpersonali, si era rotto. Ciò che conta, comunque, è che a che livello resterà la squadra. Nella Bologna virtussina c'è un momento di grande sfiducia perché, a differenza della Fortitudo, che ha già individuato alla perfezione la sua idea di squadra con l'ingaggio di giocatori importanti per quasi ogni ruolo, non è stato ancora deciso il tipo di roster da proporre per la prossima stagione.

Concorda con Lombardi sul fatto che Treviso sia la squadra da battere?

Per definizione la squadra che ha vinto lo scudetto è sempre la squadra da battere, ma non si può dimenticare che Siena, con gli ingaggi di Ford e Turkcan, i colpi più importanti dell'ultimo mercato, è la squadra che si è rafforzata con maggior oculatezza. Nel lotto delle pretendenti non si possono mai dimenticare le due bolognesi, Cantù e, per certi versi, anche Roma.

Il colpo più importante della Benetton è stato l'arrivo di Messina?

Non lo so: mi auguro solo che, alla fine della stagione, il signor Gilberto Benetton, che mi ha riservato un'accoglienza molto calorosa, ed è una una persona che ha la capacità di mettere qualunque a suo agio, possa essere soddisfatto, assieme alla società, del mio operato.

Qualcuno afferma che, al termine dei quattro anni di contratto, diventerà il nuovo general manager biancoverde visto che, a Gherardini, il Barcellona fa una corte spietata...

Questa poi non l'avevo ancora sentita... C'è stato qualcuno, come il mio amico Scariolo, che ha provato a fare anche il direttore generale al Real Madrid, mai poi è stato segato... Ritengo che sia impossibile, a livello di grandi club, ricoprire entrambi i ruoli. Ora, però, fatemi almeno iniziare il primo anno e terminare il mio contratto.

A Treviso si è ricreato un pezzetto di Virtus...

Sì, con Lele, Cuzzo e Renato, c'è una bella fetta di Virtus. A proposito, molti bolognesi mi hanno già detto che verranno a vedere la Benetton al Palaverde. Loro amano andare a Cortina nei week-end e, al ritorno, non mancheranno di fare una capatina a Treviso.

Cosa proverà ad affrontare, dall'altra parte della barricata, già il 14 settembre nella Supercoppa, a Genova, la Virtus?

Sarà sicuramente la cosa più difficile: sono affezionato ai giocatori, al club e ai tifosi. Proprio per questo sono contento di partecipare al torneo di Urbino: se andasse bene ad entrambi, potremmo rivederci nella finalissima del 31 agosto. A Genova, così, l'impatto sarebbe meno devastante.

A proposito, la Virtus ha sistemato le sue pendenze economiche?

No, la vicenda si sistemerà con gli avvocati e questo mi dispiace: lo stile del club, purtroppo, non è più quello di Porelli e Cazzola...

Come vede l'approdo di Meneghin alla sponda opposta di «Basket City»?

Assai problematico: Andrea ha una responsabilità enorme di far bene. I tifosi della Virtus non gli hanno ancora perdonato una serie di gestacci durante qualche derby, figurarsi se, fin dalle prime partite, il suo rendimento non fosse pari alle attese.

Vedremo mai Messina alla Fortitudo?

Non credo: i tifosi della Virtus non me lo perdonerebbero mai, ma perché non parliamo della Benetton?

Subito accontentato: l'incognita maggiore sembra quella dell'inserimento di Stojic come ala piccola?

In quel ruolo, non dimentichiamolo, abbiamo anche un certo Pittis... Ad ogni buon conto, se Mario inizierà la stagione con il giusto approccio mentale e soprattutto se starà bene fisicamente, potrà dare un contributo concreto alla squadra. Ho a disposizione, comunque, parecchie soluzioni, vedi quello di far giocare assieme Bulleri, Edney e Langdon.

Quali sono le partite che ricorda con maggior piacere?

La finale di Coppa delle Coppe del '90 a Firenze con il Real Madrid, contro il quale ho conquistato il mio primo trofeo internazionale, e la vittoria della Coppa Italia del 2000-01, la gara nella quale è nato il gruppo storico della Kinder del grande Slam.

E quelle, invece, con maggior disappunto?

La finale di Coppa Italia del 1999-2000, persa proprio contro la Benetton, e quella dell'ultima Eurolega contro il Panathinaikos, nella quale non riuscimmo a controllare l'ansia di conquistare un trofeo così importante davanti ai nostri tifosi.

In Eurolega è il Barcellona la squadra da battere?

Indubbiamente: con Bodiroga e Fucka, i blaugrana hanno un roster fortissimo. E, poi, se ci arriveranno, giocheranno le Final Four in casa, dove, ovviamente, contiamo di esserci anche noi.

 

La grinta di Messina

MESSINA: "NON TORNERO' AL BASKET DEGLI INSULTI"

di Emilio Marrese – La Repubblica - 03/05/2006

 

Ettore Messina, domenica pareva commosso e stravolto, per la vittoria dell’Eurolega col Cska Mosca, come un debuttante.

È vero, avevo lo stesso stato d’animo dell’esordio a Bologna, 17 anni fa. Ho vissuto una stagione con la stessa spensieratezza e incoscienza adolescenziale. E’ stata una gioia diversa dalle altre.

Anche una bella scommessa vinta.

Non mi sentivo di giocarmi tanto, non mi sentivo uno che s’è rimesso in gioco. Avevo più tensione addosso a Bologna e Treviso. La mia scelta mi ha liberato di quel complesso di cui parlava Velasco: quando hai vinto molto, ad un certo punto tutto quello che fai lo fai per difendere il passato e il nome. Hai l’ansia di vincere solo per dimostrare che non sei finito, bollito. In Italia è così per tutti.

Quindi in quell’esultanza c’era anche un po’ di "guardate cosa vi siete persi"?

Per niente. Mai campato di rivincite in vita mia. Giocare contro qualcuno o qualcosa è una motivazione che ai giocatori può servire per una partita, non per un campionato. Le rivincite me le tolgo dicendo quel che penso, un lusso che chi si fa il mazzo tutto l’anno in Italia non si può permettere. La rivincita è poter dire a Repubblica, invece di scrivere una lettera ad Augias, che ho votato per Prodi ma che sarà l’ultima volta se continuano a fare casini.

Di robaccia sul basket italiano ne ha detta.

Ho detto come stanno le cose e, non per fare come Berlusconi, mi do anche ragione. Sono anni che non siamo d’accordo su niente. E sono anni che dovunque andassi prendevo vaffa e insulti a mia madre da svenire. Non faccio il moralizzatore, non mi candido a niente: mi avete rotto e me ne vado, tutto qui.

Eppure a Roma e Milano la vorrebbero riprendere.

E io ho detto che sarebbe una bella esperienza di vita e tecnica, ma non era un messaggio: era per parlare del sesso degli angeli. è assolutamente escluso che io torni in Italia a breve, almeno finché mio figlio Filippo non farà le elementari (ha un anno e mezzo ndr) e mia moglie mi seguirà. Abbiamo deciso di girare un po’ il mondo, magari in Spagna. O fare un altro lavoro, tipo lo scout per la Nba. Basta panchine italiane. Poi, dopo le cose che ho detto, se torno mi insultano ancora di più. Questa esperienza russa è stata anche gratificante sul piano economico e quindi ho la libertà di scegliere. I soldi per una pizza e per una vacanza al mare li ho.

Con un milione all’anno, pizze fino alla terza generazione.

Appunto. Quindi posso tornare a correre ai Giardini Margherita con mio figlio o seguire mia figlia che sogna di fare l’Accademia di arte drammatica. Sono già bello e contento così.

Da lontano le pare così misero il nostro basket?

È una miniatura del mondo politico, in cui l’avversario viene bocciato anche se dice la cosa più intelligente, perché lo scontro è prioritario sul bene comune. E nel basket non ci si intende neanche su quale sia il bene comune. Non si va da nessuna parte, se si fanno guerre di religione anche sul colore della penna biro. Le potenzialità ci sarebbero: un quintetto come Di Bella, Belinelli, Mancinelli, Bargnani e Gigli, più Spinelli, da quanto non lo avevamo? Ci vorrebbero meno squadre, tanto due non arrivano mai in fondo. Oppure due italiani fissi in squadra, come in Russia. Ipotesi buttate lì: qualsiasi cosa, ma in fretta, l’Europa va avanti e noi no. Quando l’Eurolega ci chiede dove li abbiamo i palasport da diecimila, come in Lituania o Spagna, che rispondiamo?

Si sente un po’ il Mourinho del basket?

No, non ne condivido né lo stile né l’epopea. Poi lui ha una cieca fiducia nel proprio lavoro, io sono sempre tormentato dai dubbi.

L’aspetto più difficile della sua esperienza?

Conquistare il rispetto dei giocatori. Ci sono voluti mesi per avere identità di vedute. Mettere insieme culture, storie e lingue differenti ha richiesto uno sforzo enorme di tutti. E ci sono riuscito grazie all’appoggio di Smodis, Vanterpool e Langdon. I russi hanno una grande etica del lavoro ma poca capacità di leggere e reagire. Passo per uno rigido, ma la difficoltà è stata quella di insegnare ai giocatori a interpretare anziché eseguire solo ordini, come erano abituati.

Come si canta in russo "eddai Messina piangi un po’"?

Non lo so, ma io e mia moglie lo cantiamo tutte le mattine a Filippo.

Allora le manca il suo vecchio coro da palasport?

Neanche un po’. Un telecronista israeliano mi ha chiesto se mi facessero impressione i 15 mila di Praga e gli ho risposto che, per chi ha giocato al Paladozza, quello era un pic nic.
 

ETTORE MESSINA

di Dan Peterson - www.basketnet.it

 

Come promesso, nelle prossime cinque settimane, daremo un'occhiata alla nuova generazione di allenatori Italiani, 25 in totale, con meno di 50 anni di età. Penso che questo sia doveroso, visto che ognuno di quelli citati ha fatto qualcosa o ha vinto qualcosa nella sua carriera. Partiamo, com'è anche doveroso, con Ettore Messina, Classe 1959, non solo considerato da molti il migliore coach Italiano e non solo il migliore in Europa, ma anche un candidato serio per essere il primo allenatore non-Americano ad allenare una squadra NBA.

L'Avv. Gianluigi Porelli, GM della Virtus Bologna, ha visto Messina al lavoro a Mestre e l'ha "rubato" dalla Fantoni Udine nel 1983 per allenare i giovanili della Virtus Bologna nonchè fare vice-allenatore sotto Alberto Bucci (scudetto 1984); Sandro Gamba (poi suo vice in nazionale); Kresimir Cosic (Hall of Fame); e Bob Hill (poi coach di 4 diverse squadre NBA). Mentre faceva vice sotto questi quattro grandi allenatori, ha anche vinto diversi titoli giovanili con la Virtus, come l'aveva fatto alla Reyer Venezia, e alla Superga Mestre. Quando Bob Hill è tornato nell'NBA nel 1989, Ettore Messina, a 30 anni, è stato promosso capo allenatore della Virtus.

Una strage. Inutile cercare di elencare tutto ciò che Ettore Messina ha vinto o fatto nella sua carriera ma è stata una strage: Coppa Italia nonché Coppa delle Coppe (battendo Real Madrid nel finale) con la Virtus nel 1990; Scudetto con la Virtus nel 1993. Poi, coach della Nazionale Italiana dal 1993 al 1997, vincendo l'argento negli Europei del 1997, perdendo con la Jugoslavia in finale dopo averli battuti nel girone. Tornato alla Virtus nel 1997, ha sfiorato il Grande Slam, vincendo la Final Four dell'Eurolega e lo Scudetto, ma secondo nella Coppa Italia ha negato al lui la possibilità di fare questa grande impresa.

Era solo l'inizio. Nel 1998-99, la sua Virtus è stata seconda nell'Eurolega e vinse la Coppa Italia. Nel 1999-2000, è stato secondo nella Coppa Saporta e secondo nella Coppa Italia. Il numero di finali di Messina cresce con ogni manifestazione. Nel 2000-01, fa il suo primo Grande Slam con Manu Ginobili in campo: Scudetto, Coppa Italia, Eurolega. Nel 2001-02, è stato secondo nell'Eurolega e primo nella Coppa Italia, in un anno di grande subbuglio societario: Ettore licenziato per una partita poi ripreso. Nel 2002-03, è passato alla Benetton Treviso: vince Scudetto e Coppa Italia, perde la finale dell'Eurolega contro il Barça a Barcellona.

Benetton e CSKA. Vince un'altra Coppa Italia nel 2003-04. Nel 2004-05, vince la sua sesta Coppa Italia in fila. Basta pensare che il record precedente (Nikolic, Bucci, Peterson) era tre Coppa Italia! Nel 2005-06, passa al CSKA Mosca, dove diventa il primo coach a fare Grande Slam in due paesi diversi: Coppa Russia, Scudetto Russo, Eurolega. Quest'anno, ha sfiorato un altro Grande Slam: Coppa Russia, Scudetto Russo, finale Eurolega perso per due soli punti contro il Panathinaikos ad Atene. Coach of the Year in Italia cinque volte, Coach of the Year in Europa nel 2006. Insomma, come detto, una strage di finali e titoli.
Battistrada. A dire poco, Ettore Messina ha tracciato diverse strade per i suoi colleghi della nuova generazione: l'importanza della laurea, l'importanza di sapere l'Inglese e lo spagnolo, l'importanza di studiare sotto veri maestri, l'importanza di rischiare (nazionale in un momento orribile; andare all'estero), sfidare squadre NBA (Toronto), e via dicendo. Se questa categoria ha un portaerei, un ammiraglio, è lui, Ettore Messina, che ha avuto l'umiltà di lavorare per anni nei settori giovanili di quattro società prima di sedersi su una panchina di grande prestigio. Sia chiaro: Lui è il Numero Uno, in Italia, in Europa e, secondo me, altrove!

ETTORE MESSINA: "NON SENTO LA MANCANZA DEL DERBY, NEL 1998 LA GENTE SI ERA BEVUTA IL CERVELLO"

tratto da bolognabasket.it - 24/12/2016

 

Il coach della Nazionale Ettore Messina ha rilasciato una lunga intervista a Luca Aquino del Corriere sul derby di Bologna.
Ecco un estratto delle sue parole:

“Il derby ha vissuto due età diverse: una fatta di prese in giro e di rivalità nel rispetto reciproco, poi quella successiva nella quale si è imbarbarito come tutta la nostra società civile passando a un livello di odio non tanto sportivo. Nelle prime stagioni da capo allenatore si vinceva e si perdeva ma senza l’acredine degli anni successivi. L’aumento della posta in palio ha probabilmente aumentato la tensione, però adesso non ci sono sul tavolo cose analoghe eppure la gente con le vene al collo c’è ancora.

Il mio primo derby? Il giorno del compleanno di mia figlia. Ricordo che abitavo in via Lame e andai al palazzo a piedi senza problemi. Una decina di anni dopo dovevamo arrivare scortati dalla polizia a sirene spiegate e non potevi azzardarti a uscire per strada.

Non ne sento la mancanza, l’ho sentito progressivamente come un peso. Il mio derby è finito il giorno della coreografia della V con i sederi. Quello è il punto di non ritorno, so che farò godere molti fortitudini ma è così. Con la bellezza e il fascino del derby ho finito lì.

Ora c’è molta attesa? E’ giusto così e trovo naturale la gran voglia di andare a vederlo anche se si gioca in A2.

Nel 1998? In quel periodo arrivavano giocatori di un livello che adesso non possiamo neanche immaginarci. Dobbiamo essere grati per tutto quello che fecero e ci misero Cazzola e Seràgnoli, gli sponsor e i tifosi. Per reggere la tensione ognuno provava a isolarsi a modo suo. Prima di un derby io non cambiavo le mie abitudini rispetto alle altre partite. Se riuscivo, andavo a correre e poi si andava a palazzo. Tante volte non vedevo l’ora che passasse la giornata. Dopola sconfitta in Coppa Italia fu decisivo Cazzola nel dare un segnale di fiducia alla squadra dopo quella sconfitta. Poi anche Danilovic che, sapendo di attirarsi l’odio sportivo degli avversari, sminuì la loro vittoria: lo fece per dare un segnale ai compagni di squadra e ai tifosi mettendo gli obiettivi in prospettiva europea, alle sfide con le big di Eurolega per evitare faide guelfi-ghibellini. Un’altra figura fondamentale fu Dorigo che era a sua volta capace di mettere le cose in prospettiva. L’aiuto di queste tre persone lo percepii molto. Ma quando durante le finali, tomo dal supermercato con mia moglie e dall’altra parte della strada due distinti signori mi insultano, lì ho capito che la gente si era bevuta il cervello.

Poi nel 2000 ci fu il +37 contro la F campione d’Italia, e ci diede enorme fiducia perché loro erano una squadra fortissima. All’epoca non me ne ero reso conto, poi alcuni mi dissero che se avessimo perso sarei stato esonerato da Madrigali. Visto a posteriori posso anche crederci.

Boniciolli e il “pareggio”? Di lui non posso dire nulla di male, mi è simpatico e lo stimo. È una persona molto limpida nel modo di rapportarsi, poi ognuno di noi dice cose a volte giuste e altre meno. Mi venne da dire pareggio perché perdemmo di uno e con una vittoria di due al ritorno avremmo potuto ribaltare la differenza canestri, siccome ritenevo le squadre di pari livello. Non c’era una machiavellica capacità di sviare l’attenzione dalla sconfitta facendoli arrabbiare. Negli anni è rimasta questa cosa del pareggio e mi fa ancora sorridere, ma non c’era alcuna strategia dietro

Il derby di Monaco dopo le parole di Skansi sulla nostra paura? Vincemmo quella partita, però ne uscimmo prosciugati perdendo la gara più importante, la finale.

Il clima invivibile in Italia? Confermo e mi ha fatto molto piacere che Basile, quando passò al Barcellona, disse le stesse cose. Con Treviso vincemmo uno scudetto al PalaDozza ma ai quei tempi in campo non si poteva festeggiare e lo facemmo nel sottoscala. Se questa è una bella medaglia da appuntarsi al petto, ditemelo voi.

 

ETTORE MESSINA: "HO GUARDATO. E TIFATO. E GUFATO.

tratto da bolognabasket.it - 08/01/2017

 

Ettore Messina è stato intervistato da Walter Fuochi su Repubblica.
Ecco un estratto delle sue parole:

Messina, aveva detto che col derby aveva chiuso e invece era lì, inchiodato davanti alla tv… Piano, ho chiuso da attore protagonista. Ma ho guardato. E tifato. E gufato. Primo tempo al ristorante, a tavola con Belinelli sull’Ipad, visto che Charlotte gioca qui. Secondo a casa.

E Beli? Tifava, gufava? Beli è un sempre un gran bravo cinno. E’ nato da una parte, i derby veri li ha fatti da un’altra, capisco se pende di là.

Il fornaio che gli manda le torte da San Giovanni era quello che inveiva addosso a Candi. Begli amici, glielo dirò. Non mi piace che in un palazzo si possa perdere la brocca così. Poi, magari, certa gente manco riconosce se stessa, in quegli attimi di eccesso. Ripeto, cerchiamo di evitarli.

Che derby ha visto? Come tutti un primo quarto di tensione, perchè diecimila sul collo, a tanti ragazzi, pesano. E pesa di più che, girando in città, non c’è uno che non ti dica: dobbiamo vincere, dobbiamo ammazzarli. Poi, dopo, una gran bella partita. Complimenti a tutti, soprattutto ai tanti che hanno preso responsabilità.

Alla fine un pareggio, citando Boniciolli, che citava il “divino Ettore”? Ovviamente. Anche se, a distanza di 15 anni, è rimasta la battuta, e non il senso. Pensavo si potesse arrivar pari, alla fine, vincere in casa di due era un obiettivo plausibile.

Forse pure Boniciolli, stavolta, è uscito con sollievo da una partita che poteva spaccare la Effe? Vero, mi ricorda il 2000. Loro imbattuti, noi lanciati. Chi cadeva rischiava la botta seria. E così andò. Stavolta, ad aver più da perdere era la Virtus. E lì, sotto pressione, Umeh e Rosselli hanno mostrato chi sono. Due che, fossi il loro coach, sarei felice di avere. Rosselli non lo conoscevo e, lasciando perdere qualche blasfemo paragone con Rigaudeau, che lo letto, ha continuato, sul -6, con la stessa faccia e le giocate giuste. Bravissimo.

Come escono le due squadre da questo derby? La Virtus rafforzata, anche se al derby di ritorno, e prima, dovrà usare di più i ragazzi. Puntare sui veterani è stata però, stavolta, la scelta saggia di Ramagli. Credo ne esca sollevata anche la Fortitudo, che potrà sperare nel nuovo arrivo e intanto ha avuto da Ruzzier, Montano, Candì grandi prove. Poi, l’uscita per fallì di Mancinelli è stata decisiva. Stava giocando bene, dava equilibrio.

Guardava solo con l’occhio del tifoso o anche con quello del CT? Gente da azzurro ce n’è ovunque, non deve dirmelo Matteo di tener d’occhio Candi, che ha talento e qualità, ma anche tempo davanti. Non so se sarà io il suo CT, ma lui è in quella corsa.