PAOLO BARLERA

 

nato a: Monrovia (Liberia)

il: 08/09/1982

altezza: 216

ruolo: centro

numero di maglia: 19

Stagioni alla Virtus: 1999/00 - 2000/01 - 2001/02 - 2002/03 - 2003/04

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto, 2 Coppe Italia, 1 Euroleague

PAOLO BARLERA: "COSI' HO FATTO SLAM NELLA VITA"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 02/08/2001

 

Paolo Barlera, giovane promessa del basket italiano ha vinto la partita più importante, quella con la vita e tornerà a lottare sotto canestro. Duecentosedici centimetri — recitano così gli almanacchi del basket — distribuiti su 104 chili. In realtà lui confessa di essere 213 centimetri per 124 chili. «Ma il mio peso forma è sui 110». Sono questi i numeri di Paolo che festeggerà il diciannovesimo compleanno tra poco più di un mese, l'8 settembre. Paolone — che viene scambiato per Nesterovic (per il taglio di capelli e la conformazione fisica) — è nato a Monrovia, in Liberia. Papà Flavio, mantovano d'origine, lavorava là nel settore degli impianti elettrici. In famiglia ci sono mamma Laura, la più piccola con il suo metro e 74, e la sorella Monica, dieci anni in più e 30 centimetri in meno (comunque tanti: 184). Dopo 4 anni in Africa e 5 a Roma, Paolo è arrivato a Bologna. Miglior giocatore al Nike Camp di Parigi, Paolo è stato costretto, un anno fa, dopo aver preso parte agli incontri di Supercoppa, a un lungo e doloroso stop. Ora, finalmente, la rivincita.

Ben trovato, Barlera.

Grazie.

Come sta?

Bene.

Pronto per la nuova avventura?

Sì. Anche se sarà in salita. Ho qualche chilo da smaltire e soprattutto dovrò ricominciare da zero. Almeno dal punto di vista atletico.

La Kinder l'ha subito indicata come la speranza bianconera.

Mi fa piacere, anche se dietro queste parole c'è un pizzico di responsabilità in più. Mi aspettano allenamenti duri.

Che non la spaventano.

Ci mancherebbe. Dopo un anno ho una voglia addosso che...

È tornato anche Carera per aiutarla a crescere.

Ricordo Flavio. Il suo ultimo anno coincise con qualche allenamento con la prima squadra: mi aiuterà. Vedere una persona di quell'esperienza capace di tuffarsi fa effetto. La generosità non s'impara, ma il suo esempio è importante.

Torniamo a lei. E al suo lungo stop.

Mi sono dovuto fermare per problemi di salute. Problemi che hanno comportato cure che sono durate mesi. Ora il mio problema è definitivamente scongiurato.

Parole simili a quelle usate da Paolino Moretti.

Vicende parallele. Storie che ti portano a rivalutare il basket...

Prego?

A certi livelli la pallacanestro può sembrare noiosa. Pensi che il basket ci sia sempre: ieri, oggi, domani. Che se non ti alleni bene un giorno c'è tempo per rimediare.

Il ricordo più brutto?

È una brutta domanda. Perché sono entrato e uscito dagli ospedali.

Il più bello?

Legato alla società. Che mi è stata vicina in più occasioni. Nonostante non fossi presente mi sono stati vicini: i dottori, gli allenatori, i dirigenti. Tutti. Questo aiuta dal punto di vista psicologico. Ti dà coraggio.

Ci sono messaggi da lanciare a chi ha affrontato un problema come il suo?

No. Non bisogna perdere la testa. Affrontare una questione alla volta.

Cosa le ha dato coraggio?

Mi sono chiuso in famiglia. Non avevo voglia di incontrare altre persone. Ma due o tre sono state veramente quelle giuste. Devo dire grazie ad Angela Petronelli, una dottoressa che mi ha seguito sin dall'inizio. Lo stesso ringraziamento lo devo all'ingegner Giovanni Giardini.

A questo punto affrontare Griffith, seppur in allenamento, sarà uno scherzo.

Giocare contro Rashard non è mai uno scherzo. Tanto più che non sono ancora un atleta. Mi considero un mezzo pensionato.

Tempi di recupero?

Tra qualche giorno ricomincerò a muovermi con il professor Grandi. Potrà succedere di tutto, anche perché dovrò affrontare una serie di controlli medici. Tra un mese potrò essere più preciso.

Ha mai temuto di dover smettere di giocare?

Sì, anche se i medici sostenevano il contrario. Solo quando non giochi puoi scoprire quanto conti il basket. Quando giochi e sei in attività scherzi. Ci ridi sopra. E non ti accorgi di altri aspetti.

Mai pensato di perdere la partita più importante? Quella con la vita?

No. Per fortuna non ho realizzato subito quello che mi era successo. Poi i medici mi hanno detto che sarebbe stata dura, ma che avrei potuto farcela. Mi sono detto: perché non dovrei?

Il suo stop lo possiamo definire...

Un problema di salute.

Rientra nel gruppo che ha realizzato il Grande Slam.

La squadra gira a mille. Sicuramente sono inesperto a questi livelli. Cercherò di dare il mio meglio anche se non è detto che il mio meglio possa bastare.

E allora?

Ho pensato che forse avrei potuto ricominciare da una squadra senza ambizioni.

Invece?

Invece chi ha pensato che potrei farcela di solito non sbaglia. Spero di non smentire chi ha avuto fiducia in me.

 

BARLERA FUORI ALMENO TRE MESI. ORA PODESTA', HAMILTON O ROGERS

di Marco Martelli - La Repubblica - 22/11/2003

 

Rischio di stagione finita per Paolo Barlera: secondo i primi accertamenti, un problema al rachide lombare lo terrà fuori per almeno tre mesi. Si teme, però, che andrà peggio. Non finisce quindi la sfortuna del pivot bianconero, che dopo aver perso tutto il 2000-2001 per una grave malattia subisce un altro pesante stop, proprio nella stagione seguente al rientro a tempo pieno. La Virtus dovrà tornare sul mercato per tamponare la già vistosa falla sotto canestro.

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ADDIO BARLERA, TALENTO SFORTUNATO

di Marco Tarozzi - Il Domani - 18/12/2009

 

Era un talento, e avrebbe potuto essere un campione. Era un ragazzo di ventisette anni, e c'è sempre qualcosa di stridente quando si è costretti a raccontare una morte giovane. Era diventato uomo prima del tempo, combattendo anno dopo anno con il male che ieri, nel primo pomeriggio, se l'è portato via. Paolo Barlera non è più tra noi. Ha sofferto per quasi nove anni, lottando contro un destino che ha cominciato a togliergli proprio quando sembrava avergli dato tanto. Una passione, una vocazione, e un futuro che sembrava già scritto. Che pareva srotolargli davanti parquet di altissimo livello. Grande basket, basket per grandi. La malattia gli ha cambiato la visione delle cose, certamente anche la gerarchia dei valori della vita. Delle peggiori, con quel nome secco, tagliente, maledetto: leucemia. Lui non si è arreso. Ci ha messo voglia di vivere, spirito da combattente, anche serenità, che colpiva tanto quelli che sapevano del suo calvario. Chissà quante volte avremo detto, nell'ambiente, che "Paolo ha talento, avesse soltanto un pizzico di cattiveria, di grinta in più". Sbagliavamo. La grinta, Paolo per tutto questo tempo l'ha messa in una partita ben più enorme e importante, e il suo sforzo vale più di mille vittorie. Ha ragione Marco Sanguettoli, suo mentore, quando dice che Barlera è stato "un uomo vero", nell'affrontare questa sfida. Paolo era nato a Monrovia, dove il papà ingegnere lavorava, l'8 settembre 1982. Prodotto del vivaio bianconero, era già in prima squadra, e nel giro azzurro, quando le prime avvisaglie della malattia iniziarono a limitarne l'ascesa. Poi una storia di cadute e riprese, di angoscia e speranza. Al Progresso nel 2002, fu tra gli uomini scelti da Claudio Sabatini dopo il salvataggio dell'estate 2003. Il patron lo volle capitano dell'allora FuturVirtus, ma di lì a poco i problemi di salute lo fermarono ancora. Anni di buio, di lotta delicata e totale, prima di un rientro che fu accolto nell'ambiente come la più bella delle notizie. Barlera andava in prestito a Biella, portava la sua classe di centro mobile e rapido a dispetto dei 216 centimetri d'altezza, alla corte di Luca Bechi. Tornava ad essere un giocatore di Serie A. Due anni, fino al 2008, in una società e in una squadra che erano anche una grande famiglia, sapendo che a Bologna nessuno lo aveva dimenticato. Un anno fa Sabatini lo tesserò ancora, sperando che il peggio fosse alle spalle. Il peggio, invece, doveva ancora venire. Dall'estate scorsa, Paolo ha vissuto nell'equilibrio precario che la leucemia, e le cure per tentare di debellarla, provocano. Negli ultimi due mesi le cose sono peggiorate progressivamente. Ieri se ne è andato all'ospedale Sant'Orsola. Paolo Barlera non c'è più. Sarà retorica, ma vogliamo immaginarlo nei pascoli del cielo, dove deve pur esserci da qualche parte un pla-yground in cui giocare finalmente libero da tutto questo male insieme a Chicco Ravaglia, che ormai ci manca da dieci anni. Fantastici ragazzi che dovremmo ancora avere accanto, se la vita e la morte non seguissero così spesso disegni incomprensibili.

 

"HA COMBATTUTO CONTRO LA MALATTIA DA UOMO VERO"

di Marco Tarozzi

 

È vero che non ci sono parole, ma qualcuna bisogna pur trovarla per onorare la memoria di un ragazzo che aveva addosso qualcosa di speciale. Le trova, limpide, Marco Sanguettoli, il maestro che seppe sgrezzare e allevare quel ragazzone destinato a diventare un campione. «Noi del mondo della pallacanestro lo abbiamo spesso considerato un ragazzo di talento, ma dicevamo anche che gli mancava un pizzico di grinta. Invece, in questi anni di travaglio Paolo ha dimostrato una forza, un carattere e una serenità interiore uniche, che sono venute meno solo un paio di mesi fa, quando il male lo ha sopraffatto. Anche in campo ha sempre dato il massimo. Me lo ricordo miglior giocatore agli Europei di Zara, quando l'Italia arrivò quarta. Finché è stato bene, ha dimostrato di essere un giocatore importante. Ma quello che è stato come uomo, in questi anni, vale di più. È stato un esempio».

«Ho iniziato a conoscerlo meglio negli anni in cui lui e Brkic erano aggregati alla prima squadra», commenta commosso Giordano Consolini. «Io e Lele Molin lavoravamo individualmente, soprattutto seguendo i giovani del gruppo. Era impossibile non volergli bene. Perché era un ragazzo di una semplicità e di una purezza incredibili. Era arrivato presto nel giro della Nazionale, partendo dalle giovanili, e aveva di fronte un avvenire importante. In casi del genere, per un ragazzo è facile smarrirsi in atteggiamenti sbagliati. Con lui il rischio non esisteva. È sempre rimasto sé stesso: disponibile, solare. Ha dimostrato una forza incredibile nell'affrontare il male, convivendoci per tutti questi anni tra riprese e ricadute. Poco tempo fa l'ho sentito al telefono, e aveva ancora addosso una forza insospettabile. È drammatico pensare a quello che ha dovuto subire».

A Biella, in quel ritorno che sembrava una favola felice, dopo la dura realtà di un trapianto di midollo superato con un coraggio da leone, Paolo aveva trovato un Gm bolognese come lui. Daniele Baiesi, oggi, fatica a trovare le parole, tra le lacrime. «Provo una sensazione di sgomento. Ripenso a quei due anni con lui, alle volte in cui mi arrabbiavo per cose stupide. Penso che ci si è visti poco, dopo. Troppo poco. E ricordo quando ad Avellino, nella stagione 2006-07, ci mandò ai playoff, e dopo la partita trovai lui e Frosini che piangevano come bambini. Il talento era grande, e certo non è facile giocare a basket quando sulla tua testa incombe qualcosa di molto più pesante».

«Con il Progresso, nel 2002 fece il suo primo vero anno da protagonista», ricorda Giampiero Ticchi, «doveva fare la riserva del centro titolare ma ci accorgemmo che poteva stare in campo anche più del previsto. Si vedeva che sarebbe diventato un campione, peccato fosse troppo buono».

«Di fronte ad una cosa di questo genere, si rimane senza parole», commenta Marco Atripaldi, presidente della Pallacanestro Biella. «Tutti noi abbiamo visto Paolo soffrire e lottare per ritornare a giocare e con coraggio combattere in campo da gran professionista. Portiamo con noi il ricordo di un grande uomo».

"SCUSATE MA OGGI SI GIOCA IN SEI": OMAGGIO A PAOLO BARLERA

di Andrea Bonomo - www.1000cuorirossoblù.it - 17/12/2014

 

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Sono molto legato a Paolo e alla sua storia e, per questo, per ricordarlo come merita, ho coinvolto in questo articolo Marco Sanguettoli, Luca Bechi e Giampiero Canneddu.

Paolo è cresciuto nelle giovanili della Virtus Bologna e il suo mentore è stato proprio Marco Sanguettoli, che oggi lo ricorda così:  “Ho allenato Paolo per diversi anni nel settore giovanile della Virtus, ho cominciato ad allenarlo nell’Under 13.  Il problema, chiaramente, era supportare il fatto che fosse un ragazzo fuori dalla norma perché era già molto grande per quell’età. Devo dire che non ha mai dimostrato particolari complessi o fastidi per il fatto che fosse così più grande degli altri, però sicuramente per quello che riguardava il nostro staff bisognava farlo sentire come tutti gli altri: intervenire anche in senso negativo, sgridandolo e correggendolo quando sbagliava. Chiaramente bisognava anche  gratificarlo molto quando riusciva in cose che, sicuramente per lui erano più difficili che per altri, soprattutto nei primi anni, come palleggiare con tutte e due le mani o fare un canestro da vicino. Queste sono problematiche notevoli per quelli della statura di Paolo, che neanche ci possiamo immaginare. Mi ricordo i primi allenamenti quando gli facevo fare magari tutto il campo in palleggio e anche  dei cambi di mano, sotto le gambe o dietro la schiena. Per lui erano ostacoli molto più grandi che per gli altri,  e ricordo la fatica e quasi “l’odio” che provava per questo allenatore che lo costringeva a fare delle cose per lui cosi difficili. Poi, però nel giro di due tre mesi aveva già automatizzato il gesto e riusciva a farlo come gli altri e si vedeva la soddisfazione di aver raggiunto questo obiettivo.  L’obiettivo principale è stato fargli amare la pallacanestro, farlo divertire in modo che non abbandonasse perché magari si potesse sentire inadeguato. Era un ragazzo con capacità motorie notevoli ed era anche coordinato. Nelle partite era sempre protagonista, si è sempre guadagnato la stima e la fiducia dei compagni e di noi allenatori, è sempre stato un giocatore importante, anche nelle selezioni nazionali”.Sanguettoli ha voluto ricordare anche due partite in cui Paolo fu protagonista: “La finale scudetto del 1999 quando vincemmo il titolo Under 17 (allora si chiamavano Cadetti): eravamo a Bormio e giocavamo contro Udine. Paolo fece più di 20 punti e risultò l’assoluto protagonista di quella gara, in cui, tra l’altro, giocava contro Zacchetti. Era una squadra particolare la nostra, avevamo le famose due torri, c’era anche David Brkic con lui, un ragazzo di 210 centimetri. Voglio ricordare anche tutto il campionato europeo che fece a Zara, con l’ Under 18: fu inserito nel quintetto ideale, come miglior pivot della rappresentativa. Fece anche un partita di semifinale memorabile: perdemmo contro la Croazia, ma lui mise a referto tanti rimbalzi e tanti punti. Tra le altre cose, in quella nazionale giovanile allenata da Renato Pasquali, io e Luca Bechi eravamo gli assistenti”.

Proprio Luca Bechi, suo allenatore nei due anni a Biella, ha voluto dedicare questo ricordo a Paolo:“L’ho conosciuto quando era ancora ragazzino, perché facevo parte del progetto degli azzurri delle nazionali giovanili e nel 2000 a Zara giocammo i campionati europei. Si vedeva già li che era un grande giocatore, era uno dei prospetti più interessanti d’Europa non solo d’Italia. Quello che colpiva di lui era l’esempio: non amava dire tante parole, era una persona che dimostrava con i fatti e quindi con il suo impegno quotidiano quanto tenesse alla pallacanestro e come era giusto approcciarsi ad essa. I ricordi legati a Paolo sono tanti, ma mi piace citarne due in particolare: il primo è legato al suo ritorno alla Virtus da giocatore. Quando eravamo insieme a Biella, giocammo a Bologna, e lui uscì in mezzo ad una standing ovation del pubblico. Credo che per lui fu una grande vittoria: essere tornato a casa sua, con lo status che aveva sempre sognato, ma è stata una vittoria anche per me che vedevo la gioia negli occhi di Paolo, e in tutti quegli che gli volevano bene e lo applaudivano. L’altra partita che voglio ricordare, è l’ultima della regular season della stagione 2006/2007, quando noi giocammo ad Avellino e lui fu uno dei giocatori determinanti per la vittoria. Quella fu una partita importantissima, perché vincendo quella partita guadagnammo i playoff”. Paolo della Virtus fu anche il capitano, il primo dell’era Sabatini, di quella che allora si chiamava FuturVirtus. Quella fu una grande soddisfazione, come ci dice ancora Sanguettoli: “Era un atleta promettente e di livello, un punto di riferimento per i compagni e una persona vera. Fu una grande  soddisfazione vedere che era stato nominato capitano. Questo successe quando la malattia si era già manifestata la prima volta, ma sembrava che le cose fossero andate a posto. Paolo ha sempre lottato e ha cercato di vivere una vita normale, anche dal punto di vista della pallacanestro, che era diventato il suo lavoro”. Meraviglioso anche il ricordo che Luca Bechi gli dedica in chiusura di intervista: “I due anni con Paolo, a Biella, rappresentano per me un’esperienza incredibile e indimenticabile. Quando lui è venuto da Bologna, c’era la possibilità di dare una chance a un ragazzo e a un giocatore che aveva vissuto grandi problemi.  All’inizio è stata molto dura, si è veramente sacrificato in modo incredibile, ma sono arrivate anche grandi soddisfazioni. La cosa che mi fa venire ancora i brividi se ci penso è lui che mi ringraziò perché mi disse che io lo avevo sempre trattato da giocatore, da persona normale, con la durezza giusta e senza discriminazioni. Desiderava essere come gli altri e io credo di aver fatto questo per lui. Mi ringraziò proprio perché, nell’esperienza biellese, l’ho trattato come gli altri e questa parità era la sua soddisfazione”.

Con i ricordi di Sanguettoli e Bechi, non poteva mancare quello di Giampiero Canneddu:

Chiedete a un biellese qual è stato il suo pomeriggio più doloroso al palazzetto da quando esiste Pallacanestro Biella. Ne citerà due. E nessuno dei due ha a che fare con la certezza matematica della retrocessione, con il saluto a un ciclo di più di dieci anni di serie A. Quella sera ci furono applausi, pianti e giri di campo con i saluti, l'ultima pagina di un capitolo che finisce e che ci è piaciuto tanto. Ma non dolore. Quello ha raggelato le anime e riempito gli occhi di lacrime quando è stato il momento di salutare Paolo Barlera e Gabriele Fioretti. Cioé il giocatore che a Biella era tornato in campo, dopo aver stoppato il tiro a colpo sicuro di una malattia infame come il linfoma di Hodgkin. E il general manager che non era a bordo parquet il giorno in cui Biella ha vinto il primo trofeo della sua storia, una Coppa Italia di Lnp, perché gli avevano appena diagnosticato un tumore. Il 17 dicembre 2009, il primo schiaffo dal destino. Paolo Barlera aveva passato due stagioni a Biella, riuscendo anche a sfidare la sua Virtus Bologna in un quarto di finale playoff portato fino a gara-5. Poi il ritorno a casa, il silenzio e la scomparsa dai parquet, senza abbastanza notizie (perché Paolone portava con sé una riservatezza inviolabile, insieme a quei 216 centimetri che gli facevano sfiorare le porte con la testa) per capire se il silenzio fosse un cattivo segno. Biella scoprì che lo era una mattina, dall'annuncio che arrivò con il passaparola da Bologna. La malattia era tornata all'attacco e non ci fu verso di stopparla un'altra volta. Pianse a lungo la città chiusa e riservata come lui che lo aveva adottato (e per questo Paolone avrebbe voluto farla diventare la sua casa, una volta smesso con la pallacanestro). Pochi giorni dopo, la domenica di un Biella-Pesaro, la maglia numero 19 venne ritirata per sempre: ora è appesa al soffitto del Forum, ma più grande ancora della canotta oversize è la scritta dietro i tifosi rossoblù, che hanno dato il nome “Barlera” alla loro curva. Chiacchierare di lui, mesi dopo quella giornata triste, significava rendersi conto della traccia che era riuscito a lasciare nella vita di molti, in questa città che ha un orso come simbolo, ma che sotto la pelliccia e la scorza spessa, ha un cuore che sa accogliere e commuoversi. Sara, la sua fidanzata che a Biella è rimasta, è la depositaria di mille aneddoti: dalla loro prima sera insieme in città, con Paolone che, ansioso di farle vedere che era un bel posto, invase la zona a traffico limitato in auto e si beccò una supermulta, alla felpa tripla XL che ruppe il filo dello stendibiancheria perché, zuppa dopo il bucato, pesava troppo, fino all'estate tra il primo e il secondo anno di contratto passata quasi tutta in città perché ci stavano bene e passeggiare essendo notati (2,16 lui, 1,75 lei) era inevitabile, ma era bello farlo senza essere fermati a ogni passo da un fan invadente. La domenica dell'addio, Sara parlò al microfono, di fronte a un palazzetto in lacrime, e riuscì a trovare un messaggio di speranza. «Paolo non ce l'ha fatto, ma ci sono molti altri che questa malattia la vincono». E l'applauso coprì ogni altra voce e i singhiozzi di molti. A pochi passi da Sara e dal microfono Gabriele Fioretti si copriva il viso con le mani. Il suo primo anno a Biella coincise con l'ultimo di Paolo Barlera. Bastò per creare un legame forte tra due anime sensibili e due caratteri riservati. E quando, proprio un anno fa, quarto anniversario della morte di Paolone, condividemmo i nostri ricordi su quel giorno triste, scoprii che avevamo qualcosa in comune: ricordavamo perfettamente dove eravamo quando arrivò quella notizia. Io al lavoro, a Milano, raggiunto da una delle breaking news di un sito web di pallacanestro mentre avevo la faccia tuffata dentro il computer. Lui, la sera prima, a cena con la fidanzata di allora in un ristorante giapponese. Quando arrivò il messaggio sul telefonino (“Paolo non è più con noi”), fuggì in bagno a piangere. Quello scambio di confidenze arrivò nei giorni in cui Biella incrociava le dita e si dava da fare per un bambino ammalato di tumore, costretto a lunghe cure e a soggiorni con la famiglia a Firenze, con la squadra e il mondo della pallacanestro in prima fila. «Ho paura» svelò Fioretti, sapendo che nessuno avrebbe accettato a cuor leggero un altro finale triste. E poi aggiunse: «Ci si domanda quanti di questi groppi in gola e quanti di questi magoni un cuore/persona normale può contenere». Era il dicembre 2013. All'inizio di marzo 2014, una domenica in cui Biella rimontò negli ultimi cinque minuti da un -19 a un +1 in trasferta, arrivò la notizia della guarigione di quel bimbo. E fu gioia vera, e sollievo, condivisa nel bus che riportava a casa la squadra dalla lunga trasferta. Pochi giorni dopo, Gabriele Fioretti non partecipò alla trasferta di Rimini dove arrivò la vittoria della Coppa Italia. Disse che era colpa di “qualcosa che mi porto dietro e dentro da un po' di tempo”. Quel “qualcosa” era un tumore. Impossibile non pensare a Barlera quando chiamava la sua malattia “problemi ematici, problemi seri”. E mentre ci si pensa rieccoci, inevitabilmente, costretti ad affrontare il groppo in gola e il magone...

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