CONCETTO POZZATI

nato a: Vo' (PD)

il: 01/12/1935 - 01/08/2017

altezza:

ruolo:

numero di maglia:

Stagioni alla Virtus: 1952/53 - 1954/55

(in corsivo le stagioni in cui ha disputato solo amichevoli)

HO VISSUTO MILLE VITE MA CHIAMATEMI SOLO PITTORE

di Daniela Camboni - www.informasalutemagazine.it - 14/06/2014

 

Giganteschi frigoriferi straripanti di frutta, di verdura, di tazzine di caffè. Uccelli fantastici dall’aria ipnotica. Reperti ellenici trasfigurati. Orologi coloratissimi che si intersecano e si fondono. Oggetti sognanti, astratti, brillanti. Soggetti paradossali. Apparenza lieve e allegra, talvolta pop. Ma significato profondo ed esistenziale. Insomma non c’è da sorprendersi se questo artista è stato definito un genio. Lui è Concetto Pozzati, classe 1935, figlio e nipote d’arte.

Di certo uno dei più grandi pittori viventi. Le sue opere sono nelle gallerie più prestigiose dei cinque continenti. È stato richiesto alle Biennali di mezzo mondo: Tokyo, Parigi, Kassel, Venezia. Insomma, lui, Concetto Pozzati, è uno che nella vita ha corso sempre avanti e non ha mai avuto paura di rompere gli schemi (è stato spesso inserito nelle varie correnti di avanguardia che hanno attraversato il Novecento). Vive a Bologna. E di Bologna è innamorato.

 

Maestro Concetto Pozzati, lei nella vita ha sempre fatto mille cose: pittore, grafico, artista, sportivo, insegnante all’Accademia, direttore di enti d’arte. Come dobbiamo definirla?

“Sono un pittore con tante attività parallele. Ma poi ogni esperienza, come in un movimento circolare, ritorna al punto essenziale, cioè all’attività di pittore e l’arricchisce. Adesso per esempio sto scrivendo moltisismo: di me stesso per alcuni cataloghi e poi prefazioni, presentazioni… C’è stato un momento in cui ho pensato che forse stavo disperdendo energie. Ma alla fine ho realizzato che ogni strada percorsa contribuisce a darti spessore. Anche l’essere stato un giocatore professionista di basket in serie A – nella Virtus Bologna poi nella Reyer Venezia – ha contribuito alla mia crescita artistica”.

Il basket accostato all’arte, beh sembra una filosofia ardita.

“Eppure è così. Prendete gli schemi di gioco. Dal punto di vista estetico, essi hanno lo stesso schema concettuale dell’arte. Anche l’arte come un qualsiasi schema di gioco, si articola in tre tempi: immagine (cioè l’oggetto nella realtà), fotografia dell’immagine e il perché dell’immagine”.

Lei è stato chiamato a insegnare nelle Accademie di Belle Arti più importanti in Italia, a Firenze, Venezia, Urbino, Bologna. Che tipo di professore è stato?

Chiariamo subito per favore: io mi considero un insegnante, non un professore. Ci tengo molto a questa distinzione.

Perché, scusi, è diverso?

Enorme. Il professore si mette in cattedra: è un po’ trombone e un po’ barone. Non ascolta. Parla solo lui, la comunicazione è a senso unico. L’insegnante è diverso: scende dalla cattedra ed emotivamente si mette sullo stesso piano dei ragazzi: sa che in questo modo ci sarà uno scambio circolare di energie e di saperi. A fine lezione anch’egli ne uscirà arricchito di nuove conoscenze.

Facciamo un salto indietro: Bologna 1993-1996. A Palazzo d’Accursio l’assessore alla Cultura è Concetto Pozzati. La cosa di cui va più fiero?

“Di aver dato l’autonomia alle più importanti istituzioni culturali della città come la Cineteca e la Galleria d’Arte Moderna. Fin a quel momento questi enti artistici di grande prestigio dipendevano dal Comune. In pratica erano condizionati dal no dall’ultimo consigliere comunale che magari non sapeva nulla di arte. Assurdo. Oggi hanno un proprio direttore, un proprio consiglio di amministrazione”.

Che assessore è stato?

“Ahh…notti e notti passate a studiare. Studiavo fino all’ultima virgola non solo le mie delibere. Ma anche tutte quelle dei colleghi. Volevo essere pronto su tutto prima di prendere una decisione. E mattina

andavo a scuola a insegnare. Tante ore di sonno perso, ma per me quando si fa un lavoro, va fatto bene”.

La più grande delusione di quel periodo?

Eravamo in un momento di passaggio fra una giunta e l’altra e Bologna stava per diventare capitale europea della cultura (l’anno sarebbe stato il 2000 ndr). C’erano dei fondi a disposizione per allestire un cartellone di eventi e di celebrazioni. In genere in queste cose la filosofia è di coinvolgere (e di distribuire) un po’ tutte le realtà del territorio. Risultato: tante iniziative, però di poco conto. Io cosa ho fatto invece? Ho invitato a Bologna i rappresentanti delle capitali europee della cultura di quel periodo ( o in procinto di diventare tali ) da Praga a Santiago de Compostela. E ho fatto la mia proposta: invece di organizzare 40 eventi a testa, usiamo i soldi per organizzarne solo tre a testa, ma di grandissimo livello. Poi li rendiamo itineranti, cioè ce li scambiamo. In questo modo ogni città ospiterà per un anno appuntamenti di altissimo livello, una serie di mostre e iniziative di livello mondiale. Tutti hanno detto subito sì. Entusiasmo.

Come è finita?

“E’ stata bocciata”.

Da chi?

“No comment”.

Peccato…

“Un grande dolore perché avrebbe portato a Bologna milioni di visitatori. Sarebbe stata una visibilità enorme per la città”.

Lei ha dipinto tanto e venduto tantissimo. Ha mai avuto la curiosità di sapere dove è finito un certo quadro realizzato tanti anni prima?

“Oh no.. E per una semplice ragione. I mie i quadri che oggi sono un po’ in tutto il mondo sono tutti catalogati. O per lo meno la stragrande maggioranza. Molto spesso sono gli stessi collezionisti o galleristi che mi comunicano di avere una certa opera. Ed esiste un archivio generale Pozzati. (www.archivioconcettopozzati.com). Quindi no, direi che questa curiosità non ce l’ho”.

In questo numero si parla di prevenzione. Ma secondo lei Maestro Pozzati, esiste una forma di prevenzione, non solo per le malattie, ma anche per le sofferenze della vita?

“La pittura è entrambe le cose: è vita, ma è anche grande sofferenza. La pittura ha simultaneamente queste due componenti: gioia e sofferenza. Almeno per me è questo. E un’attività che comporta sofferenza, ma che dà senso e felicità alla vita”.

Pozzati, Magnoni e G. Bonaga alla presentazione dello sponsor Obiettivo Lavoro

CONCETTO POZZATI, IL RITORNO A PALAZZO: "PER AMORE DELLA VIRTUS"

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 14/03/2016

 

Da quanto tempo non si vedeva a palazzo, per assistere a una partita della Virtus, non è ben chiaro. Niente date precise, neppure nella memoria degli amici più cari. C’è chi dice addirittura un quarto di secolo. Probabilmente, qualcosa di meno. Certo è che ritrovare il maestro Concetto Pozzati, grande artista di spessore internazionale e cuore bianconero, alla Unipol Arena, ieri sera è stata una bella emozione.

“Da quanto tempo non venivo a vedere una partita dal vivo? Non so, io dico almeno da una ventina d’anni. Era un altro basket, ovviamente, e a quello di oggi confesso di non essere molto abituato. Però ho ritrovato certe sensazioni, prima tra tutte quella sofferenza quando sei lì a sperare che alla tua squadra vada tutto come deve andare. Questo contava, contro Varese: vincere, prendere questi benedetti due punti. E ce l’abbiamo fatta”.

La vita sportiva di Concetto Pozzati è nata e cresciuta in Virtus. In bianconero ha fatto la trafila delle giovanili, finendo aggregato alla prima squadra tra il 1953 e il 1955. La Sala Borsa era il suo regno, e lui ricorda ancora, lo ha fatto tante volte, “quel posto meraviglioso dove giocavi con la gente a un passo, e il tifo era fatto di rumori continui e martellanti che stordivano gli avversari. La Virtus è stata la mia casa sportiva, poi ho giocato alla Reyer Venezia, ma soprattutto intorno ai ventiquattro anni ho dovuto decidere se fare il giocatore o il pittore. E ho fatto la mia scelta”.

Senza mai abbandonare il mondo dei canestri. Seguendolo, da fuori ma non troppo. Talvolta anche dalla panchina: con la squadra dell’Accademia di Belle Arti, il Pozzati coach ha vinto tre titoli universitari, ed altrettanti li ha messi in bacheca ai leggendari Playground dei Giardini Margherita. Lo avevamo rivisto, a dicembre, alla Cantina Bentivoglio, alla serata organizzata da Obiettivo Lavoro che aveva richiamato tanti virtussini di ieri e di oggi. Il ritorno alla Unipol Arena coincide con una sfida che richiama un passato di gloria, Bologna contro Varese, “e anche se le cose cambiano, l’ho detto, sono venuto da tifoso per veder vincere la Virtus, e torno a casa contento”.

Sorridono gli amici intorno, da Paolo Magnoni, regista delle reunion dei Maturi Baskettari, a Giorgio Bonaga, che prima di diventare uno stimatissimo professore era quello “che gioca meglio di Raga”. Il Maestro è tornato, raccontando col suo sguardo profondo e carismatico una storia oltre lo sport di altissimo significato: ordinario di pittura prima ad Urbino e poi nella sua città, all’Accademia di Belle Arti, protagonista di mostre internazionali, cinque prestigiose partecipazioni alla Biennale di Venezia. Tuttavia, lasciando ancora trapelare quella passione per la pallacanestro e per la Virtus che, speriamo, lo porterà di nuovo nella casa bianconera. Facciamo finta che quello di ieri non sia un ritorno casuale, ma piuttosto una promessa.

Concetto Pozzati, a sinistra, e Giorgio Bonaga, in primo piano, salutano con affetto il presidente Alberto Bucci

(foto di Roberto Serra/Virtus Bologna)

ADDIO A CONCETTO POZZATI, IMMENSO “RAGAZZO DELLA V NERA”

di Marco Tarozzi - Ufficio Stampa Virtus Pallacanestro - 01/08/2017

 

Era tornato a palazzo per amore della Virtus. Nel marzo del 2016, trascinato alla Unipol Arena dall’amico Giorgio Bonaga, il maestro Concetto Pozzati si era seduto in una poltrona di parterre a pochi passi dal presidente Bucci, per ritrovare il calore della gente innamorata del basket, e quell’atmosfera che a Bologna è speciale.

Se ne è andato la sera del primo agosto, questo grande talento dell’arte italiana, a 81 anni e dopo una malattia che gli ha spento la forza e la gioia di vivere in pochi mesi. Ci piace ricordare la sua espressione di quel giorno, il volto di uno che non ha mai dimenticato di essere cresciuto con addosso la gioia della pallacanestro. Ci piace ricordare le sue parole di quella sera: “Non vedevo una partita dal vivo da una ventina d’anni. Era un altro basket, a quello di oggi confesso di non essere molto abituato. Però ho ritrovato certe sensazioni, prima tra tutte la sofferenza di quando sei lì a sperare che alla tua squadra vada tutto come deve andare”. Andò bene, quella sera: la Virtus soffrì ma alla fine ebbe la meglio su Varese, e anche questo contribuì a far rivivere al Maestro frammenti di storia con una sfida dal passato nobile.

La vita sportiva di Concetto Pozzati è nata e cresciuta in Virtus. In bianconero ha fatto la trafila delle giovanili, arrivando ad essere aggregato alla prima squadra tra il 1953 e il 1955. La Sala Borsa era il suo regno, e lui non dimenticò mai “quel posto meraviglioso dove giocavi con la gente a un passo, e il tifo era fatto di rumori continui e martellanti che stordivano gli avversari”. Dopo gli anni in bianconero, quelli alla Reyer Venezia e la fine dei sogni di sportivo a soli ventiquattro anni, perché altri sogni, infine rivelatisi più grandi, erano alla porta. “Ho dovuto decidere se fare il giocatore o il pittore. E ho fatto la mia scelta”. A quel mondo, Pozzati è sempre rimasto vicino. Finendo anche in panchina, con la squadra dell’Accademia di Belle Arti, per vincere tre titoli universitari ed altrettanti ai mitici Playground dei Giardini Margherita.

La vita oltre lo sport gli ha già assicurato un posto tra i grandi: ordinario di pittura prima ad Urbino e poi nella sua città, all’Accademia di Belle Arti, protagonista di mostre internazionali, cinque prestigiose partecipazioni alla Biennale di Venezia. Un grande uomo, ed un cuore bianconero. Che oggi Virtus Pallacanestro, col cuore spezzato, affida al suo album di splendidi ricordi. Con la promessa di tenerne per sempre accesa la memoria.

 

Pozzati e Canna al raduno dei maturi baskettari

(foto fornita da Giorgio Moro)