ANTONIO CALEBOTTA

Calebotta esce dalla sede della S.E.F. Virtus (foto Giganti del Basket)

 

nato a: Spalato (YUG)

il: 30/06/1930 - 23/03/2002

altezza: 204

ruolo: centro

numero di maglia: 14 - 21

Stagioni alla Virtus: 1953/54 - 1954/55 - 1955/56 - 1956/57 - 1957/58 - 1958/59 - 1959/60 - 1960/61 - 1961/62 - 1962/63 - 1963/64 - 1964/65 - 1965/66 - 1967/68

biografia su wikipedia.it

palmares individuale in Virtus: 2 scudetti

 

NINO

di Gianfranco Civolani - da "I Cavalieri della Vu Nera. I 125 anni della SEF Virtus attraverso i suoi campioni"

 

Sala Borsa, i primi anni Cinquanta. Noi ragazzi veniamo a sapere che il Cus Milano gioca un'amichevole con la Virtus e che nella squadra milanese c e un gigantone che misura ben due metri e che si chiama Calebotta. Andiamo a vedere e poi sospiriamo tutti insieme: oh, lo potesse catturare la Virtus, lo potesse mai un giorno. Da notare che la Virtus dei quattro scudetti consecutivi è un po' in panne e che in classifica viene anche superata dai parvenus del Gira. E allora la Virtus, ma sì, riesce a catturare quel gigantone e sulle prime patisce ancora un bel po' di pene, ma poi comincia a vincere e sembra non dover smettere più.
Bologna, i dolci colli di via Petrarca. Io lì ci gioco a calcio ogni giorno e lì nei pressi ci abita la dolce e diafana Laura Mandes, sorella di un nostro amico. E un bel pomeriggio chi ti vedo inerpicarsi sui dolci colli e passeggiare poi sotto braccio con la Laura? Ti vedo quell'anima lunga, il pistolaccio che ci lascia bancaliti, perché come si permette quell'anima lunga di venire a seminare nei nostri orti?
Ma attenzione al pistolaccio. Ma chi è cal Camel dicono in centro quando lo vedono toccare il cielo. Camèl che non vuol dire cammello, ma invece Camillo, un omone che non finisce più. Lui Antonio Nino Calebotta non è affatto un pistolonaccio come tutti crediamo. è zaratino e discende da una famiglia di albanesi (Colbòt ovvero gran capo, Colbot che è una contrazione del cognome Calebotta) e il suo papà è un funzionario del Ministero degli esteri e così Antonio Nino viaggia in Egitto, a Odessa, a Parigi e dintorni vari. E si fa una cultura sui libri e una cultura di vita. Siccome non ha nemmeno un caratterino tanto soave, guarda sempre di traverso quegli immancabili burloni che vorrebbero prenderlo in mezzo. E in campo Nino non si fa mica tanto picchiare. Ha l'uncino mortifero e con la sua statura, la sua tecnica (notevolissima per un due metri e rotti) e il suo uncino comincia a determinare parecchio. Con l'avvento in panca del focoso Moro di Messina (alias Vittorio Tracuzzi) e con il contributo di altri giocatori di grande qualità (cito per tutti Canna e Alesini) la Virtus di Calebotta prende il volo e a metà degli anni Cinquanta vince due scudetti uno dopo l'altro e laurea Antonio Nino Calebotta come uomo e giocatore di grande rispetto. Dimenticavo: la dolce e diafana Laura, Nino se la sposa e la dolce e diafana poi al Nino gli dà tre figlie una più affascinante dell'altra, e siccome il suocero di Nino conduce un'azienda farmaceutica molto avviata, ecco che Nino capisce al volo che non si può vivere di solo basket. A Nino piacciono assai i soldoni (le "palanche", come dice lui) e così succede un giorno che la Virtus reputa Nino un po' invecchiatone e Nino coglie la palla al balzo andando a giocare prima a Venezia e poi anche in Abruzzo per chiudere a quarant'anni suonati da quel dì. Nino fa l'avanti-indietro in treno o in auto perché sa che un bel giorno la bella favola finirà e lui vuole sempre mantenersi giovine e integro e infatti invito tutti a fare magari una visita a Nino in azienda, nei pressi di Calderara. Nino oggi ha sessantacinque anni, ma ha conservato quel suo fisico asciutto e per certi versi tanto funzionale. Al palasport non ci va quasi mai, ma vede basket, si diletta di pesca e di nautica, ha una bella barca, fa parte di associazioni importanti e non manca mai di ostentare in ogni circostanza la sua naturale brillantezza e quei mattoni di cultura libresca e pragmatica che ne hanno sempre contrappuntato l'esistenza.
Com'era il pivot Calebotta? Anche un po' stralunato e lunatico, perché non ricordarlo. Ma appunto determinante come poteva essere un'anima lunga di metri due e zeroquattro in un'epoca nella quale i gigantoni non c'erano proprio e pazienza se venivi segnato a dito perché nel basket potevi veramente fare punti e ancora punti e dunque sfracelli.
E andate oggi a leggervi le cifre: troverete al top dei marcatori italiani Virtus di sempre le più belle teste coronate, dico Renatone Villalta, Roberto Brunamonti, Dado Lombardi, Gigione Serafini e poi Gianni Bertolotti, Marco Bonamico e fra i primi sei o sette di sempre anche lui, 3.235 punti solo per la V nera, dico e non aggiungo altro. E più di duemila rimbalzi e raramente una nuvola d'ira che attraversasse mai quel gigantone, perché Nino era sempre molto sveglio, ma fisiologicamente contrario alla violenza e alla volgarità.
Negli ultimi anni sono andato qualche volta a trovarlo in azienda. Sempre così accattivante e disponibile, sempre così pronto a raccontarmi l’ultima barzelletta ancora intonsa, sempre così orgoglioso della bella famiglia che mise insieme e che resiste alla grande all’usura del tempo e dei sentimenti.
Pistolonaccio lui? Mica vero e mica tanto, pistolonacci tutti noi che lo battezzammo in un certo modo e che faticammo a capire che Antonio Nino Calebotta ci avrebbe dato importanti lezioni di sport, dunque di vita.

 

TRATTO DA WWW.CIAO.IT

 

Fortissimo giocatore del dopoguerra (classe '30, 2.04 per 93 kg), nato a Spalato dove il padre era un noto diplomatico, proviene addirittura dalla famiglia del re di Albania, mentre il cognome deriva dalla nobile casata macedone dei "Colbot": il suo ingaggio all'epoca da parte della Virtus Bologna, che lo prelevò dal Cus Milano insieme ad Achille Canna (erano in assoluto i primi 2 giocatori non bolognesi schierati da un team delle 2 Torri), fu... una Lambretta! (sulla quale il nostro arrivò a Bologna da Milano, 200 chilometri in più di 5 ore ai 40 all'ora...). Quando poi arrivarono i primi soldi veri (relativamente a quelli che giravano allora...), Nino potè permettersi una 600 Fiat, ma essendo l'unico della Virtus ad avere l'auto doveva dopo ogni allenamento e partita riaccompagnare i compagni di squadra: Borghi, Alesini, Pellanera, Barlucchi, Johnson più Calebotta, tutti e 6 sui 2 metri, più le relative borsone su una povera 600... Nino era dotato di un gancio alla Kareem Abdul-Jabbar, grazie al quale nessuno possedeva adeguate contromisure al suo strapotere sotto canestro: in un incontro contro Pesaro, nella stagione '55/'56 in maglia Virtus Minganti, realizzò 59 punti (ancor oggi primo punteggio personale nell'intera gloriosa storia della Virtus Bologna e 16esimo punteggio assoluto mai realizzato nel nostro campionato, meglio di lui 2 soli italiani vale a dire Riminucci e Myers): con le medie di realizzazione di allora poteva equivalere più o meno a 100 punti odierni. Il suo idillio con il basket (15 anni alla Virtus con 2 scudetti, 1 a Venezia, 2 al Fernet Tonic Gira Bologna ed 1 alla GD ancora di Bologna più 70 presenze in Nazionale) non ha conosciuto stasi, anche per destino, avendo sposato 2 delle sue 3 figlie (tra l'altro ex campionesse italiane di nuoto) ad altrettanti cestisti (una all'altro "bolognese" Piero Valenti); appese le scarpe al chiodo, la "Terza torre di Bologna" (com'era soprannominato) diventò titolare di un impresa di deposito e distribuzione di medicinali, oltre a detenere una rinomata collezione personale di quadri figurativi moderni.

In un derby contro il Moto Morini, marcato dall'ex-virtussino Dario Zucchi

 

NINO CALEBOTTA

Giganti del Basket - Settembre 1981

 

Nato a Spalato il 30 giugno 1930, alto 2,02 viene considerato il primo vero pivot nella storia del nostro basket. Sessantaquattro volte nazionale ha partecipato all'Olimpiade di Roma. Ha iniziato la carriera al Cairo con Paratore per continuarla a Milano nella squadra universitaria del Cus; successivamente passò alla Virtus allenata da Strong con la quale vinse due titoli; nel '63-'64 passo alla Reyer quindi rientrò alla Virtus per un altro anno. Successivamente andò a giocare a Roseto in serie B per tornare a Bologna sponda Gira (sempre in B), squadra con la quale ha giocato fino al '71. Sposato con tre figlie, è titolare di un grosso deposito farmaceutico che serve la Romagna. Ha due hobby: la vela e i cani dobermann (ne possiede ben sette): "Da quando ho smesso di giocare sono andato a vedere sì e no tre-quattro partite di serie A. Ho preferito ragliare completamente i ponti. Questo è uno sport bello fin che lo pratichi. Dà molto ma pretende molto. Forse io ho giocato troppo perché mi hanno "costretto" a smettere a 41 anni. A quel punto, dopo una carriera intensa di punto in bianco ho deciso di dire stop per dedicarmi ad altre cose. Questa decisione non è stata facile da prendere e ha creato contrasti e discussioni anche feroci con gli amici che mi rinfacciavano questa improvvisa disaffezione. La vita però è fatta di tante pagine, si trova sempre qualcosa che appassiona, che dà nuovo interesse al di fuori del lavoro. Ebbene, io ho trovato questo interesse nel mare, nella pesca, nella vela. Senza dimenticare i miei dobermann che da necessità sono diventati una passione. Aggiungiamoci gli impegni di lavoro ed ecco che per il basket non resta più tempo, neppure per tenersi aggiornati tramite i giornali. Non c'è più un interesse specifico anche perché mi sembra che oggi ci si è allontanati molto da quello che era lo sport scuola di vita. Una volta c'era più passione, più entusiasmo, più orgoglio. Oggi, forse giustamente, contano di più i soldi. E mi riesce impossibile paragonare il nostro gioco con quello moderno. Oggi gli allenatori richiedono giocatori con un arco di specialità più vasto. Ieri giocavo pivot stando perennemente sotto canestro imbeccato dai compagni. Non c'era velocità, l'entrata era sconosciuta; al massimo c'era il mio uncino che consentiva un rapido e facile rientro a rimbalzo. Senza contare che un tempo le difese erano meno preparate e il predominio dell'area era più un gioco d'astuzia piuttosto che una questione tecnica."

 

tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Nino Calebotta, il primo pivot "vero", come statura ma anche come doti tecniche, del basket italiano: famoso rimarrà il suo tiro in gancio ricco di tecnica e di coordinazione. Vediamo di saperne di più riportando un brano di Enrico Campana tratto da "60 anni di campionato": "Figlio di un funzionario del Ministero degli Esteri, poliglotta, visse al Cairo, a Odessa, Roma e Milano" racconta Enrico Campana "Calebotta ha una strana storia da raccontare. è documentato come egli discendesse in linea retta dal primo Re d'Albania, montanaro di forza erculea molto più alto di lui, almeno m 2,20. Si dice che i figli del re deposto dopo la caduta di Costantinopoli ad opera dei Turchi fuggirono a Roma". E ancora Adalberto Bortolotti ricorda come "A Bologna ancora oggi si chiama Calebotta, in senso ironico, un tipo basso di statura". Zelio Zucchi, responsabile della rubrica basket del Corriere della Sera, invece racconta un divertente episodio che lo vide protagonista insieme a Calebotta. "Ero un ragazzino" racconta"e vidi giocare Calebotta a Trieste in Nazionale contro la Francia. Vedendomelo passare davanti dopo la partita, mi scappò di dire "varda che toco de mostro" che nel mio dialetto significa soltanto "che pezzo d'uomo". Ma Calebotta che essendo nato a Zara dovrebbe pur conoscere bene il dialetto delle mie parti, capì invece tutt'altra cosa e se non ci fosse stato di mezzo un amico ad evitarmi la mischia, sarei finito piuttosto male".

Sentiamo invece direttamente da Nino Calebotta un suo ricordo di quegli anni in cui lui era considerato il primo pivot moderno. "Giocavo pivot stando perennemente sotto canestro dove venivo imbeccato dai compagni. Non c'era velocità, l'entrata era sconosciuta, al massimo c'era il mio uncino che consentiva un rapido e facile rientro a rimbalzo. Senza contare che un tempo le difese erano meno preparate e il predominio dell'area era più un gioco d'astuzia piuttosto che una questione di tecnica". Avete letto un'immagine impietosa di quella pallacanestro artigianale, ma c'è anche un po' di modestia, perché Nino Calebotta era, in campo, quella che oggi si definisce una "presenza". Ed era una "presenza" che è durata a lungo, se è vero come è vero che il discendente del Re d'Albania è rimasto brillantemente in campo fino a 41 anni. E ha smesso solo per via dei regolamenti che non gli consentivano di continuare.

Calebotta in palleggio (foto tratta da "100mila canestri")

PER SEMPRE BIANCONERO

di Carlo Orzesko - Bianconero anno 6, n. 4 - 30/03/2002

 

Non so se sia stato l'ultimo a fare un'intervista articolata a Nino Calebotta. So però che è stata un'esperienza bellissima. Avevo proposto a Romano Bertocchi di intervistare Calebotta per "Bianconero", ne fu subito entusiasta. Per Romano rappresentava un'idolo, per me un mito. Infatti di Calebotta ne avevo sempre sentito parlare, ma per ragioni d'età non l'ho mai potuto veder giocare. Calebotta era sempre il paragone di confronto con una Virtus che nel periodo della mia giovinezza non è che attraversasse mai periodi di grande splendore. "Quando c'era Calebotta" ed io ad immaginarmi un mostro dalle sette teste che dominava gli avversari dall'alto della sua altezza spropositata nei confronti degli avversari. Avevo avuto occasione di incontrarlo fugacemente, ma quella sera quando ci incontrammo fu molto affabile e ben disposto a parlare di sé. Avevo avuto su di lui un quadro di una persona schiva e poco disponibile, invece nell'incontro avuto si è dimostrato estremamente affabile e soprattutto carico di umanità. Il basket, la Slovenia, la sua attività legata ai prodotti farmaceutici e soprattutto le sofferenze per la guerra (quella dei Balcani) dove si sentiva moralmente impegnato (lui istriano di nascita) ma che si rifiutava di accettare. Un lungo racconto che cercai di condensare nella pagina di "Bianconero". Piccola parte di una lezione di vita che diventa bagaglio conoscitivo di chi fa la professione del giornalista. Nel suo racconto esternava ogni sentimento: soddisfazione per quanto aveva fatto nella vita, amarezza per certi riconoscimenti che lui riteneva essergli stati negati. Un uomo vivo, vero e che aveva il basket nel sangue, voleva far finta di non interessarsi più però conosceva perfettamente ogni tattica di gioco e soprattutto era aggiornatissimo su ogni ultimo evento. C'eravamo ripromessi di rivederci per continuare lo scambio di esperienze. Invece i disegni divini hanno deciso in maniera diversa, lasciando nel cuore tanta tristezza.

 

LA VIRTUS PIANGE LA SCOMPARSA DI NINO CALEBOTTA

di Paolo Francia - Il Resto del Carlino - 24/03/2002

 

Il basket italiano è in lutto: si è spento all'età di 72 anni Nino Calebotta, una delle prime torri del basket italiano. Alto 2,07, classe 1930, Calebotta ha vestito la maglia della Virtus Bologna per 314 volte, quella azzurra per 63 volte (raggiungendo il quarto posto alle Olimpiadi di Roma), e segnando in maglia Virtus 3255 punti. Calebotta arrivò in Virtus nel 1954, conquistando lo scudetto negli anni 1955 e 56. Oggi, prima del derby, sarà osservato un minuto di silenzio.

Nino Calebotta è stato un grande in tutti i sensi. Per la statura, innanzitutto ai suoi tempi superare di 3 o 4 centimetri i 2 metri significava essere la torre del campionato italiano è uno dei più alti giocatori in Europa. Poi per il suo talento, un mix di forza e di agilità sottocanestro, che lo fece diventare il primo vero pivot italiano del basket pre-moderno e lo trasformò nella carta vincente della Virtus dei campionati 1954- 55 e 1955-56 i primi due conquistati nel nuovo Palazzo dello Sport dopo l'abbuffata di scudetti (4) post-bellici della Sala Borsa. Infine per la sua vita di ragazzo costretto all'avventura dal mestiere del padre. Dino era nato a Spalato, in Dalmazia, e aveva girovagato nell'Est europeo prima di sistemarsi in Italia dove la famiglia aveva finalmente trovato l'approdo.
Di quella Virtus magica del biennio di Vittorio Tracuzzi resta in tutti gli appassionati un forte ricordo. Alesini, Canna e Gambini erano le pallottole in canna della squadra e se potevano tirare serenamente a canestro, anche perché là sotto comunque c'era Calebotta, che avrebbe potuto in ogni momento recuperare il rimbalzo vagante.
Se ne è dunque andato un grande virtussino in un momento difficile per il club. Chissà se anche il ricordo di Calebotta sarà d'aiuto per far capire che la Virtus non è mai stata nè può essere un club come gli altri.

Personaggio anche fuori dal campo: Calebotta (a destra) al microfono con Borghi e Alesini

L'ULTIMO SALUTO A CALEBOTTA , GIGANTE DELLA VIRTUS

di Francesco Forni - la Repubblica - 26/03/2002

 

Nino Calebotta, indimenticato gigante di due scudetti virtussini, datati anni Cinquanta e conquistati nella gloriosa Sala Borsa, è stato sepolto ieri pomeriggio alla Certosa, da una piccola folla di familiari, ex compagni, simpatizzanti bianconeri. Era morto sabato, a 72 anni, in una clinica di Bentivoglio: un male inesorabile se l' era portato via in pochi mesi. C' erano molte facce del basket di ieri e di oggi, ieri al cimitero bolognese, per l' ultimo saluto al primo 'duemetri' della pallacanestro italiana, e per ascoltare la funzione officiata da don Francesco Cuppini, parroco di Calderara. Si riconoscevano Brunamonti e Messina, Canna e Lombardi (che di Calebotta furono compagni di squadra e di Nazionale), Sardagna e Rundo, Serafini e Valenti, Negroni e Dondi Dell' Orologio. L' assessore allo sport Foschini rappresentava il Comune, per la federbasket c' era il dirigente regionale Galimberti. Un breve e commosso ricordo del padre è stato pronunciato dalle tre figlie, Consuelo, Dolores e Manuela. Calebotta era nato a Spalato nel 1930, figlio di addetti d' ambasciata, per cui si spostò, nell' infanzia, tra molte capitali. La Virtus lo acquistò dal Cus Milano nell' estate del ' 53: dopo un terzo posto, vennero i due scudetti del ' 56 e del ' 56. Lasciato il basket sulla soglia dei quarant' anni, Calebotta, che aveva intanto sposato la signora Laura, s' era sistemato a Bologna, dove fino a poco tempo fa aveva lavorato nel ramo farmaceutico.

IL PIVOT CALEBOTTA: NOBILTA' D'ALTRI TEMPI!

di Nunzio Spina - www.basketcatanese.it - 20/04/11

 

Fu il primo duemetri della pallacanestro italiana. E per essere il primo, portava attorno alla sua imponente figura il giusto alone di mistero e di stravaganza. Persino il nome, Nino Calebotta, che sembrava quanto di più nostrano ci fosse, aveva in realtà un’origine esotica da svelare. Che non passasse inosservato, in quella schiera di cestisti-ometti anni ’50, era fuori di dubbio. Ma che uno come lui potesse anche esprimere doti tecniche, oltre a quelle fisiche, apparve a tutti come la cosa più sorprendente. Un antesignano. Da lì in avanti si capì anche da noi che i lunghi nel basket – più che una risorsa – costituivano la normalità.

I cromosomi della statura avevano ascendenze nobili. Pare infatti che tra i suoi vecchi antenati ci fosse l’eroe nazionale d’Albania, Giorgio Castriota Scanderbeg, vissuto nel XV secolo, che i racconti del tempo avevano dipinto come un colosso di due metri e venti, dotato di una forza fuori dal comune. Di generazione in generazione, la dinastia si era succeduta col cognome Colbot (in albanese, gran capo), che divenne Calebotta quando una parte del casato decise di trasferirsi in Italia.

Il padre era un funzionario del Ministero degli Esteri, in giro da un paese all’altro, e così Nino divenne un cittadino del mondo. Nacque a Spalato, nel giugno del 1930, per uno strano gioco del destino che lo legava ancor più alla terra balcanica. Poi un’infanzia senza fissa dimora, tra Parigi, Odessa, Il Cairo. Racimolava cultura in ogni luogo, e tra i tanti insegnamenti ci fu anche il basket: avvenne in Egitto, dove un «certo» Nello Paratore (allenatore rampante, di origini siciliane) gli mise un pallone in mano e, indicandogli il canestro, lo invitò ad allungare il braccio…

Milano segnò l’approdo italiano. Bastò la sua altezza (2 metri e 4 centimetri, per la precisione) a farlo mettere in luce con la maglia del CUS, in serie B. Gli occhi addosso di tutti, mai visto un giocatore di tale prestanza. La Virtus Bologna, che se lo ritrovò come avversario in un torneo disputato sul suo campo (la mitica Sala Borsa), bruciò la concorrenza, offrendogli un impiego nel magazzino del presidente e, come premio d’ingaggio, una fiammante lambretta… Affare fatto!

Da allora successi e gloria. Quattordici stagioni consecutive con le «V nere», dal ’53 al ’68, ma furono i primi anni a decretare il suo vero exploit, grazie a un pigmalione di nome Vittorio Tracuzzi, al quale la società bolognese aveva affidato il doppio incarico di giocatore-allenatore. Il «moro di Messina» (appellativo dovuto alle sue origini e al colorito della sua carnagione) trasformò quel ragazzone rozzo e dinoccolato in un elegante cestista. Lento era lento, forza muscolare pochina; ma gli bastò coordinare alcuni movimenti sotto canestro per diventare lo spauracchio delle difese avversarie. L’unico problema era ricevere la palla, il resto gli veniva facile: su in alto con le sue lunghe braccia, per poi lasciare partire un classico tiro a uncino. Praticamente immarcabile.

Arrivarono presto due scudetti consecutivi, nel ’55 e nel ’56. Tracuzzi ringhiava, dalla panchina e sul campo. Dava tanta carica ai suoi, ma era soprattutto uno stratega. Aveva inventato una difesa a zona 1-3-1, un contropiede e uno schema offensivo con servizio sotto, che mettevano in crisi chiunque; e da una parte all’altra del campo, Calebotta era una figura geometrica chiave, un pilastro indispensabile. Stoppate, rimbalzi, canestri, tanti canestri: in una partita della seconda stagione-scudetto arrivò a segnare 59 punti, record che ancora resiste nella hit-parade italiana di tutti i tempi.

Le porte della Nazionale si spalancarono da lì a poco. A dargli il benvenuto (toh, chi si rivede!) c’era Nello Paratore, che aveva deciso di sfuggire ai sussulti nazionalistici in Egitto, accettando la proposta del presidente FIP, Decio Scuri. Le Olimpiadi di Roma del ’60 come primo importante impegno da onorare. Giunse un successo insperato. Quarti alla fine, dopo avere assaporato anche il gusto di una medaglia, al cospetto di un pubblico mai così numeroso, sulle tribune del Palasport e – per la prima volta – davanti alla TV. Per Nino Calebotta fu un’esperienza esaltante: contribuì con il suo uncino (e con i suoi gomiti) alle vittorie su Ungheria, Giappone, Cecoslovacchia e Polonia; davanti ai campioni statunitensi, sovietici e brasiliani riuscì a non sfigurare. Venne celebrato come un eroe, al pari di tutti i suoi compagni. Tra le cose che l’Italia del basket poté mostrare al mondo, c’era anche un pivot degno di tal nome.

Fece registrare 63 presenze in maglia azzurra e una lunga carriera nelle squadre di club: giocò anche a Venezia e a Roseto degli Abruzzi; poi ancora a Bologna per diversi anni, su sponde diverse da quelle virtussine. Così lunga, la sua carriera, da veder crescere e maturare attorno a lui tanti altri duemetri, più potenti, più tecnici, più veloci. Si vide sorpassare da quel basket che – in qualche modo – aveva fatto progredire con la sua semplice presenza in campo e con i suoi delicati movimenti da trampoliere. Era la legge naturale dell’evoluzione: non restava che accettarla, così come accettò di restare sempre più in panchina negli ultimi campionati disputati. Diede anche questo esempio di passione e di umiltà, prima di scomparire definitivamente dalla scena.