TONINO ZORZI

Tonino Zorzi nel suo habitat: la palestra (foto tratta da www.virtus.it)

nato a: Gorizia

il: 10/06/1935

Stagioni alla Virtus (come viceallenatore): 2008/09

palmares individuale in Virtus: 1 Eurochallenge

Statistiche individuali

biografia su wikipedia.it

 

IL SEGNO DI ZORZI

di Franco Bertini - Superbasket - 6/12 dicembre 1994

 

Tonino Zorzi, classe 1935, il coach nostrano di più lunga milizia: 893 partite con 464 vittorie, pari al 52%. Un record assoluto. Viene da Gorizia, terra di grandi talenti e di cecchini formidabili, da Vittori ad Ardessi, da Brumatti a Zollia, da Sardagna che schiacciava quando ancora la schiacciata era un'idea platonica a Zorzi, appunto, gran spolveratore di retine fra gli anni '50 e '60. A 27 anni, nel bel messo di una carriera di giocatore ancora aperta al futuro, Zorzi salta il fosso e va a sedersi in panchina percorrendo l'Italia in lungo e in largo per trent'anni, la Venezia di Reggio Calabria, da Napoli a Gorizia, da Pavia a Siena. Adesso è da una settimana il nuovo coach di Montecatini.

Caro Tonino, ti dò una notizia in esclusiva: sei l'allenatore più vecchio in circolazione di tutta la A1. Che ne dici?

Che non mi sento affatto vecchio e che ho ripreso ad allenare come se fosse il primo giorno di scuola. è nella mentalità della mia, anzi, se permetti, della nostra generazione, ci divertiamo a lavorare.

Fai una botta di conti: con questa quante sono le squadre che hai allenato?

Con Montecatini sono otto, però con vari ritorni in parecchi posti"

Che ricordi hai del tuo debutto che risale ormai alla notte dei tempi?

Fu come giocatore-allenatore nel 1962 a Gorizia che allora era in serie B e fummo subito promossi. Fare il giocatore allenatore è un'esperienza bestiale che non auguro a nessuno. Ricordo che durante una partita mandai un giocatore a riscaldarsi dietro la tribuna prima di farlo entrare. Solo che poi me ne dimenticai e a fine partita un dirigente mi venne a dire che quel giocatore ormai più che caldo era... cotto.

In tutti questi anni hai guadagnato un sacco di soldi, ascolti Mozart, fai il giornalista, vai in barca a vela e stai scrivendo un libro. Chi te lo fa fare a tornare ad allenare?

Me lo hanno detto in tanti che sono un masochista, ma la verità è che allenare mi piace, mi diverte e in più mi pagano per fare una cosa che farei comunque.

Quante volte hai cambiato idea sul modo di allenare?

Non tante, perché sono partito col piede giusto. Da giocatore ho avuto un buon allenatore che era stato allievo di Van Zandt e quindi alcune idee di base le ho sempre avute. Da Nikolic ho preso la preparazione e la programmazione e infine molto ho imparato dai miei vecchi giocatori come Vittori, Maggetti, Gavagnin, Bufalini. Perfino da te quando eravamo in Nazionale, anche se mi facevi leggere Kafka e non ci capivo un bigo.

Hai lavorato anche con la Nazionale che è cambiata pure lei. In meglio o in peggio?

Non è cambiata la nazionale, si sono fuorviati i giocatori. Quelli della nostra generazione erano più dotati in fatto di fondamentali generali, quelli di oggi sono più forti fisicamente ed anche tecnicamente, ma solo nelle cose in cui sono specialisti.

Di che cosa parla il libro che stai scrivendo?

Di 44 anni di basket e di episodi legati al basket. è un modo per avere altri interessi e per non vivere sempre con l'idea fissa degli allenamenti.

Lo sai che quando uno sportivo scopre la cultura e la musica classica non è più lui?

Ah sì? Ascolto Mozart, ma ascolto soprattutto jazz e blues. Però Mozart mi piace, così come mi piace il legame fra Venezia e Wagner. Mi piace la bella musica in genere, ma prima di tutto viene "Farfallone amoroso"...

Come sono cambiati attraverso gli anni gli elementi per valutare la bravura di un giocatore?

Oltre alla tecnica la base resta sempre il cuore. Mi piacciono i giocatori non specialisti, che sappiano fare tante cose, magari al meglio, ma con un tasso di bravura più alto possibile.

Ormai sei un classico come Manzoni, molti giovani coach ti citano fra i loro maestri.

Sono molto felice quando leggo che Caja si ispira ai miei giochi e mi fa piacere che Vitucci, Di Lorenzo e Gebbia parlino di me. Sono un vecchio rincoglionito e queste cose mi commuovono, anche se ancora non piango. Credo che dipenda dal fatto che quando vado ai clinic e parlo ai giovani allenatori loro sentono che non racconto quello che ho letto, ma quello che ho fatto e che ho pagato sulla mia pelle. è come quando un padre dice al figlio: fai quello che vuoi, ma almeno evita questi errori che ho già fatto io.

Quando giocavi eri uno che segnava tanto, come Lombardi. Lui è diventato un fissato per la difesa, e tu?

Diciamo cinquanta attacco e cinquanta difesa, anzi settanta e trenta, qualcuno dice addirittura novanta e dieci. Certo, la difesa è importante, ma, come diceva giustamente Otello Formigli, gira e rigira bisogna fare "la canestra". Ho ancora idee da giocatore, non sono un fanatico delle riunioni che anche da giocatore mi rompevano le balle.

Mi pare che tu abbia una specie di vocazione al martirio: sei tornato a Napoli quando era ora di scappare, adesso Montecatini che avrà da soffrire per tornare in alto.

Non sono votato la martirio, mi sarebbe piaciuto avere una buona squadra fin dall'inizio di stagione. Invece sono rimasto deluso perché mi aspettavo qualcosa di meglio dopo il bel campionato a Napoli senza soldi, neppure per l'acqua minerale e con i giocatori che per raggranellare denaro facevano i pizzaioli e i posteggiatori. O forse sono uno che rompe troppo, ma d'altronde noi allenatori dobbiamo farlo nell'interesse delle società.

Nel tuo ricchissimo carnet mai una grande squadra. Perché?

L'ultima occasione è stata la Scavolini quando se ne andò Bianchini e subentrò Scariolo, ma avevo ancora un anno di contratto con Reggio Calabria. Mi sarei dato una botta in testa, ma fui ligio al mio impegno professionale.

Come mai la tua carriera di giocatore si arrestò così presto?

Ancora masochismo, fin da allora mi piaceva fare l'allenatore, un amore mai finito.

Cosa apprezzi in un giocatore e cosa in un allenatore?

In un giocatore la tecnica, ma soprattutto l'impegno per migliorarsi in ogni età. In un allenatore la coerenza in quello che fa e la continuità nel cercare sempre qualcosa di nuovo e magari anche un po' pazzo migliorando il proprio bagaglio. Questo me lo ha insegnato Vittorio Tracuzzi, che forse reputo il più grande di tutti.

Il libro più difficile che hai letto?

Non ne ho letti di particolarmente difficili. Ho l'abitudine di leggerne tre o quattro alla volta. Mi piacciono molto quelli che parlano del periodo della guerra e del dopoguerra perché mi ricordano anni che ho vissuto.

Musica classica e schemi di gioco: non mi dire che hanno un rapporto...

Nel ritmo certamente sì.

Ho letto un tuo pezzo sul Gazzettino in cui parlavi di basket barocco. Sei impazzito?

Barocco è il basket rimescolato per il piacere del rimescolo. Sono per un basket lineare, per il contropiede e per il passing-game. Mi piace di meno il basket fatto di numeri per chiamare i giochi e di occhio al cronometro prima di cominciare ogni azione. Barocco è il basket giocato più con sé stessi che con l'avversario e che disdegna il canestro facile.

Tonino Zorzi pare un buon bicchiere di vino fra whisky acidi e pessimi cognac d'imitazione. Lineare come sanno esserlo i friulani qunado sono nella loro migliore versione, pare quasi fuori moda e invece è un classico. Cita gente come Vittori e Gavagnin, Maggetti e Bufalini, Van Zandt e Formigli e quel Vittorio Tracuzzi che, tanto per dirne una, vinceva gli scudetti nel 1956 con la Virtus facendo la zona 1-3-1 a metà campo con in punta un uomo di due metri. Sì, proprio quella 1-3-1 inventata vent'anni dopo da Peterson fra la meraviglia di molti. Mozart e passing-game, blues e contropiede, difesa sì, ma conta "la canestra", tecniche nuove ma maestri antichi, un libro di ricordi baskettari e il traguardo delle mille partite. Vai così Tonino, che vai bene.

Un giovane Tonino Zorzi, allenatore della Fides Napoli nel 1968/69

LA PRESENTAZIONE DI TONINO ZORZI

di Valentina Calzoni - www.bolognabasket.it - 11/11/2008

 

Dopo Matteo Boniciolli, è stata la volta di Tonino Zorzi, “padre della patria” cestistica, come lo definì ieri il nuovo coach bianconero, a presentarsi alla stampa. Sabatini ha messo insieme i 2 grandi millenari del basket: Zorzi e Terrieri. Lei è un padre fondatore della nostra pallacanestro e non è mai stato sopra un piedistallo, ha sempre avuto cura dei giovani e oggi viene a Bologna con un ruolo nuovo, il senior assistant: ritiene di essere arrivato un po’ tardi alla Virtus?

Ricordo bene che il primo contatto con la Virtus fu nel 1952 in Sala Borsa: le loro tute erano di raso bianconero, bellissime, ma il nostro spirito era buono ed ebbi delle ottime recensioni dai giornalisti di allora, erano bei tempi. Sul fatto di essere arrivato solo oggi qui dico che come sempre prendo quello che riesco a ottenere. Insieme a Boniciolli sono certo che faremo molto bene e cercheremo di raggiungere i massimi risultati possibili. Penso che la pallacanestro sia un gioco bello e allo stesso tempo crudele perché conosco la disperazione delle partite perse di un punto e per questo voglio sempre vincere. Si dice che sia arrivato qui tardi, ma un po' di anni fa qui ho mandato un figlioccio, Ettore Messina che era mio allievo a Mestre e giocava nelle juniores. Quando sbagliò 2 tiri liberi nelle finali interzona contro Mestre lo chiamai e gli dissi “ragazzo con quei piedi non vai da nessuna parte, incomincia a fare l’allenatore.” E cosi è andata.

Come è nato il sodalizio con Boniciolli? La situazione di Avellino è riproducibile a Bologna secondo lei?

È un po’ di anni che ci conosciamo tramite Tanjevic: Matteo mi chiamò la prima volta quando allenava le giovanili azzurre a Nuova Gorica e da li è nata una filosofia comune: io amo discutere sempre delle idee che ho, a volte sono anche troppe e da limare, per questo quando mi ha chiesto di andare con lui ad Avellino ci ho messo 7 secondi ad accettare. In 8 mesi abbiamo confermato il nostro lavoro passando anche attraverso le burrasche, perché non è tutto bello quello che riluce: a volte è stato anche difficile, ma io amo combattere per quello in cui credo e amo i dirigenti che sono vicini quando le cose non vanno bene e ti danno la loro tranquillità quando invece tutto va bene. Una volta nella pallacanestro si sbagliava e allo stesso tempo si migliorava molto di più. La nazionale era composta da giocatori più bravi, non c’erano gli specialisti. Ora i giocatori sono fisicamente più forti, ma non abbastanza completi. Una volta si lavorava di più, c’era ricerca. La pallacanestro è un gioco che va ripetuto ogni giorno, tutta la settimana: bisogna sempre lavorare duro come fanno gli operai alla Ferrari per poi essere essere piloti la domenica. Serve lavoro e sudore per imparare.

Ha cominciato ad allenare nel '62 a 27 anni ed è ancora attuale come allora. Come ha fatto ad adattarsi ai cambiamenti?

Si cercava, si faceva… Ci si arrangiava: partivo da Gorizia con la mia 500 per andare a vedere i clinic anche all’estero. Andai a vedere Il primo McGregor che arrivò con le divise americane dell’università di New Mexico a Porto S. Giorgio contro la Polonia. I polacchi vinsero di 40 punti. Ho rivisto Aito e Bianchini a Malaga e mi hanno fatto venire in mente quando sono andato con loro ad un altro clinic: a loro forse è andata molto meglio di me, ma abbiamo tutti fatto pallacanestro, con Tracuzzi e De Sisti a Roseto durante l’estate d’estate svitavamo le sedie dei bar per simulare le difese e gli attacchi... Cercavamo di studiare con i nostri mezzi cercando le cose più semplici per i giocatori, giocare veloce in contropiede. Quando ho vinto lo scudetto a Varese con Garbosi, “la volpe della laguna”, ricordo che ci faceva correre sempre, facevamo solo contropiede. Mi mi diceva “jouais mal, mais jouais vite”.

La sua storia è affascinante e così la storia della Virtus. Quale Virtus avrebbe voluto allenare?

La prossima mi va benissimo.

Si è trasferita anche la sua famiglia?

Appena potranno verranno certamente, sono tutti entusiasti di questa opportunità, soprattutto mia moglie.

Come si fa oggi ad essere attuali nella pallacanestro?

“Oggi è facile essere attuali: basta leggere, guardare, ci sono libri, c’è la televisione: bisogna avere la passione ed io sono appassionato di questo sport. Ho smesso presto di giocare perché volevo allenare, se mi fanno psicanalizzare probabilmente diranno che ero matto. Io facevo 30 punti a partita, ma volevo passare il mio tempo con i ragazzi in palestra, ad allenare. Per 7 ore consecutive allenavo eppure avevo ancora una buona carriera di giocatore. Posso dire che quando sono stato per 5 anni capo allenatore a Gorizia ho sempre desiderato di ricreare una “piccola Virtus” in quella realtà, riprodurre la stessa mentalità insomma.

Cosa succede quando si cambia allenatore durante la stagione secondo lei?

Io ho sostituito tanti bravi allenatori che non sono stati fortunati. La componente della fortuna è molto importante in questo sport: la cosa da non fare mai credo sia parlare con l’allenatore che c’è stato. O la faccenda è troppo mielosa o è troppo dura. Ho sempre voluto trattare io personalmente il gioco e i giocatori e poi tirare le somme. Certo a volte quando tiri le somme pensi che potevi fare diversamente, ma io preferisco gestire giocatori e gioco da subito in prima persona, direttamente.

Che impressione ha avuto ieri, soprattutto guardando le facce dei giocatori che non erano piaciute recentemente?

Se devo dire la verità ho percepito un’atmosfera superiore a quella che mi aspettavo. Avevo visto la partita di Pesaro, ma l’allenamento mi è parso nella norma: ieri i giocatori erano in attenzione per non stare ne sopra ne sotto le righe, stamattina invece l’allenamento è andato ottimamente, sia come attenzione che sulle individualità e i fondamentali di tiro. Posso dire di essere moderatamente soddisfatto.

Quante delle cose che lei scriveva sul taccuino di cui ha parlato Boniciolli abbiamo visto in campo ad Avellino?

A dir la verità molte: io sono molto esplosivo nelle cose anche se col tempo ho imparato che prima bisogna tenerle per se e provarle, ma la cosa più importante è avere idee. Il giocatore per me deve lavorare per migliorarsi su più fronti. “Improve” è la parola che conosco meglio dell’inglese e so che per gli americani ha un significato molto importante: credono molto nella possibilità di migliorarsi, anche per avere contratti migliori. Tanti dei miei giocatori che si sono impegnati sotto questo punto di vista sono migliorati: Delfino lavorava 2 ore prima e un’ora dopo la fine degli allenamenti e così Eze: hanno lavorato tanto e imparato tanto anche grazie agli allenatori che hanno avuto al loro fianco.

Lei una volta era considerato il profeta del passing game. Ora c’è la tendenza a vedere un po’ in tutte le squadre gli stessi giochi e schemi. Ad Avellino l’anno scorso però non era così...

La mia filosofia di gioco nasce dalla difesa e prosegue nel contropiede. Fino all’anno scorso con il mercato sempre aperto bisognava inventarsi sempre qualcosa di rapido. Il passing game, le transizioni e i pivot che corrono sono cose molto importanti per me così come saper creare spaziature, giocare l’uno contro uno e il backdoor, ma soprattutto difendere duramente.

Lei è stato un grande giocatore e poi allenatore. Qual è la soglia oltre la quale l’allenatore non deve andare nei rapporti con un giocatore, anche una superstar. Ha sempre rispettato questa soglia?

Ho sempre rispettato la spinta del giocatore,ma ho anche sempre pensato che se da 100 può dare 110. A quel punto se vedevo un rifiuto cedevo io perché il giocatore è sempre la cosa più importante: non penso che ci siano stelle Nba che debbano godere di un trattamento diverso. Tutti devono essere pronti per la partita allo stesso modo. Non mi sento mai nel giusto a dare dei vantaggi ad un giocatore, neppure se è una stella americana. Ho sbagliato solo con Haywood, che ha schiacciato solo dopo 20 giorni che era a Venezia: volevo trattarlo come gli altri, poi il suo compagno americano mi disse “è la stella NBA”, io gli ho risposto “non qui, quando si ubriaca prima delle partite di playoff, o passava la notte in giro”. Avevamo Dalipagic con il gesso alla gamba, se lo fece togliere, e giocò perché “non puoi giocare senza un americano”. Segnò 33 punti, poi non poteva nemmeno camminare. Avrei forse dovuto dargli tutto quello che voleva, ma non posso, anche per rispetto verso gli altri, fare differenze.

Quando si parla delle polemiche Peterson-Bianchini molti non si ricordano della sua polemica con Peterson che fu la prima e si concluse con un telegramma. Oggi le polemiche sono di altro genere, e sembriamo tornati ad un livello di nicchia. Lei come si trova?

Non amo molto questa generazione che vive con il telefonino. Io lo uso solo per mantenere il contatto con i miei ex giocatori, ad esempio Bufalini, Avenia, Lamma che mi tirano sempre su di morale quando sono incazzato. Amo il contatto diretto, se devo dire qualcosa lo dico: noi allenatori non facciamo politica, facciamo qualcosa di concreto, ma siamo come cani sciolti, a differenza dei procuratori che riescono a legare fra loro i giocatori. Fra di noi non c’è una comunicazione globale, siamo una cellula chiusa e non basta. Siamo legati alla squadra ma a volte sarebbe utile guardare oltre, aprirsi oltre la realtà di squadra. I dirigenti del basket attuale ad esempio dovrebbero essere anche amanti del gioco e del lavoro di gruppo, della nazionale. Pensare solo alla tecnica, di cui io sono comunque amante, non basta. Bisogna far amare lo sport, far amare la maglia della squadra, far venire su i giovani e lavorare con gente che davvero tiene alla pallacanestro, ed è bello che gli allenatori lavorino bene. Chi è bravo stia in alto, chi non lo è lavori per diventarlo. Poi la tecnica è importantissima, però si deve anche portare la gente ad amare questo sport e questa squadra, non solo le scarpe e le magliette. Convincere i bambini a portare alle partite le famiglie, anche in una città come Bologna, dove c’è sport, educazione, evitando che ci siano anche i “mona”, i cretini.

L’anno scorso non avete allenato gioielli ma li avete creati. Quest’anno le condizioni sembrano ideali per far bene, e far bene significa vincere. Non ci sono mezze misure. Lei e Matteo come avete deciso di porvi nei confronti di questa nuova realtà?

Forse lo direbbe meglio Matteo, ma io penso che si debba giocare con spirito golfistico “buca per buca”: primo obiettivo playoff, finale di coppa Italia, finale di Coppa Europea, finale di playoff. E’ questa la nostra scaletta e nel mentre speriamo che qualche giovane giocatore venga fuori e ci sia anche un po’ di fortuna. Non abbiamo la bacchetta magica, mi auguro che lavorando con questi giocatori di talento succeda come ad Avellino. Vedremo se sapranno passare dal meccanico al pilota domenica dopo domenica.

Come far diventare la difesa un punto di forza considerando anche le difficoltà di Boykins?

Il nonno diceva “faccio la minestra coi ceci che ho”. L’obiettivo sarà sistemarli nelle posizioni ottimali, è questo che cercheremo di fare. Non è solo un problema di Boykins: Green era come lui, ma la pallacanestro è un gioco di squadra, se ci sono gli aiuti tutto sarà più facile anche per lui.

Come si può costruire una squadra a livello di Siena cambiando continuamente le formazioni? E’ necessario cercare per forza in America piuttosto che in Europa?

E’ un problema di soldi, di club, di conoscenza. Loro quando si è rotto Kaukenas hanno preso Diener per un milione di dollari o giù di lì, e nessuna delle altre squadre lo ha preso, forse perché erano già al limite del budget. Hanno tenuto una ossatura importante, portata avanti nel tempo, facendo crescere chi avevano come Eze, e sostituendo chi è partito con signori giocatori, vedi il cambio Thornton-Domercant. A Siena sono riusciti a guardare lontano non solo pensando alla piazza e alla fretta di cambiare. Non basta però l’organizzazione, ci vuole anche la solidità economica. Vedere continuamente squadre che spariscono non è un bel segnale, ma se viviamo ancora dopo tutti i problemi vuol dire che la passione per la pallacanestro c’è ancora, ma bisogna lavorare per dare le cose migliori alla gente.

Siccome in Italia si tende a paragonare tutto col calcio: tu sei conosciuto come il paron: Nerio Rocco ha avuto Sani, Altafini, Rivera, chi sono stati i tuoi?

Carraro, Vittori, e Dalipagic che faceva canestro quando serviva, e a differenza di Oscar ogni tanto difendeva… Lui mise 70 punti contro la Virtus (era il 1986-87): a fine primo tempo mi dissero che ne aveva messi 46, ma non forzava niente, si appoggiava e tirava solo con la mano destra, dicevano, ma alla fine faceva sempre canestro. Ma in quella partita vincemmo con i 6/6 di Masetti, i 5/5 di Brusamarello, non basta che segni solo uno. Binelli fece 30 e non se ne accorse nessuno, un peccato perché lui giocava veramente bene…

Il patron Sabatini ha anche precisato che sono già iniziati i lavori di restyling al museo Virtus per inserire il nuovo coach Matteo Boniciolli e Tonino Zorzi.

 

 

ZORZI: «VIRTUS, BASTA PRENDERE SCHIAFFI»

di Vincenzo Di Schiavi - La Gazzetta dello Sport - 24/04/2009

 

L'unica possibile coppa europea targata Italia passa dalle Final Four casalinghe di Eurochallenge della Virtus, oggi a caccia della finalissima contro Limassol. L'Europa, il delicato momento della Virtus, Sabatini e la sfida al veleno con Siena: il tutto visto dall'occhio saggio ed esperto di Tonino Zorzi, 73 anni, con le sue oltre mille panchine, ormai mitico senior assistant (così li chiamano negli Usa) di Matteo Boniciolli, di nuovo a caccia di una trofeo europeo dopo il successo di 40 anni fa in coppa Coppe con Napoli.

Zorzi, per introdurre la sfida col Limassol, partiamo dal tonfo di Ferrara.

Tra notturne e sfide a mezzogiorno, erano 3 mesi che non giocavamo la domenica pomeriggio. La scusa banale è che non eravamo più abituati, in realtà ha pesato la partita con Siena. La squadra non era pronta mentalmente: mi sono accorto che i ragazzi parlavano troppo dei fatti legati alla gara con l'Mps. Forse ci facciamo travolgere più degli altri dagli episodi sfavorevoli.

Gli errori arbitrali di quella gara sono un'ossessione?

No, ma stanno condizionando una squadra che è convinta di aver perso non per demeriti propri. Sarebbe stato meglio uscire sconfitti per uno sganassone dato a Kaukenas sul rimbalzo offensivo. Anche se, va detto, Siena è ancora superiore in termini di esperienza. Alcuni nostri giocatori, forse per la giovane età, non sono pronti per gare come quella, da playoff, partite dure dove volano molti schiaffi. Noi li abbiamo solo presi, a volte bisogna ridarli o prevenirli.

Final Four, da vincere in casa. Quali i pericoli?

Cerchiamo di non snobbare il Limassol: sono fuori dal loro campionato e puntano solo alla Coppa. Sono esperti e hanno molti giocatori a caccia di un contratto. Occhio al play Mitchell, a Jeretin, Dozet e Taylor che sono buoni tiratori e a Blanchard con me a Reggio Calabria 4 anni fa. Tutti tirano con oltre il 40% da 3. Io sono un golfista e dico sempre: giochiamo buca dopo buca.

I suoi primi mesi in Virtus?

Molto intensi. Ho lavorato in tante squadre: senza offendere nessuno, ma la Virtus è la Virtus. Il top come ambiente e organizzazione.

Ma c'è anche tanta pressione.

Quella l'ho sempre sentita, ma la so gestire. Non vado al gabinetto ogni 20" come i giocatori prima della partita.

Il rapporto con Sabatini?

Ottimo. Anche quando sclera lo fa per perseguire uno scopo, non parla mai a vanvera.

Pagelle Virtus: chi l'ha impressionata? E chi può dare di più?

Langford, che farà una grande carriera, e Boykins da cui dipendiamo, sono super. Koponen si è involuto: come certi giovani italiani, quando sbaglia va in crisi mistica, ma ha talento: può migliorare.