MARCO BONAMICO

Un esile e giovanissimo Marco Bonamico

 

nato a: Genova

il: 18/01/1957

altezza: 200

ruolo: ala

numero di maglia: 15 e 10

Stagioni alla Virtus: 1972/731973/74 - 1974/75 - 1975/76 - 1977/78 - 1980/81 - 1981/82 - 1982/83 - 1983/84 - 1984/85 - 1985/86 - 1988/89

(in corsivo la stagione in cui ha disputato solo amichevoli)

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 2 scudetti, 3 Coppe Italia

 

INTERVISTA A MARCO BONAMICO

di Roberto Cornacchia - VMagazine

 

Agli inizi non fu solo basket.

Beh, come tutti a quei tempi prima di darmi esclusivamente al basket avevo praticato calcio, prepugilistica e, cosa quasi inevitabile per uno come me originario di Genova, pure un po’ di nuoto e pallanuoto. Ma il basket prese presto il sopravvento e mi dedicai solo a quello abbastanza presto. Quando smisi col basket tornai a fare qualche allenamento di pallanuoto, ma niente di più.

Il carattere combattivo, ma non sempre facile, venne fuori fin da subito.

L’improvvisa partenza di Tojo Ferracini, che dovette essere restituito a Milano a seguito di una querelle di mercato, mi catapultò in prima squadra abbastanza inaspettatamente. In effetti non ero proprio il più dimesso dei ragazzi, forse non sempre ascoltavo e di certo avevo un carattere deciso, una cosa che può magari avermi aiutato all’inizio della carriera ma che poi mi ha reso il prosieguo della carriera non sempre facile. Ma non è che potessi scegliere di fare diversamente, quello era il mio carattere.

Finisti col prendere il posto a Loris Benelli.

Premesso che non ebbi nessun problema col mio amico Loris, col quale mi sento ancora spesso, fu una questione più che altro legata al ruolo. Io ero più ala piccola e Loris era, si potrebbe dire oggi, un’ala forte, ma all’epoca non è che questo fosse un ruolo così scolpito nella roccia. Fondamentalmente c’erano i centri e tutti gli altri erano degli esterni e Loris era a metà strada tra i due ruoli. Anche caratterialmente eravamo diversi, io più irruento e Loris più riflessivo, misurato.

Era l’epoca in cui avresti potuto giocare nel campionato universitario americano.

Proprio così. Avevo fatto un paio di camp estivi negli Stati Uniti e Bill Foster, allenatore di Duke, mi aveva chiesto se fossi stato interessato a giocare per lui, e non fu il solo, anche la Washington University mi fece delle proposte. Ero andato a visitare il campus universitario e avevo anche firmato la lettera d’intenti quando l’avvocato Porelli si mise d’accordo con la Federazione e mi fece sapere che non avrei potuto andare a giocare in America sennò non avrei potuto giocare nel campionato italiano in seguito o in Nazionale. La norma, anche se col senno di poi si dimostrò assolutamente anacronistica e sono sicuro che se avessero voluto avrebbero potuto modificarla, comunque c’era e non potei ignorarla. Così non andai.

Parlaci di quella volta che, ancora giovanissimo, mettesti la museruola a Bob Morse. Fu allora che capisti che potevi spostare anche ad altissimo livello?

Fu un misto di fortuna e incoscienza. Bob Morse allora era veramente immarcabile, davvero un giocatore di livello superiore. Uno dei motivi che contribuì a limitarne la pericolosità fu il fatto che riuscimmo a fargli fare tre falli di sfondamento, due dei quali su di me. Il merito di questo fu principalmente di coach Dan Peterson, che fu uno dei primi ad insegnare al difensore come mettersi sulla direttrice di penetrazione dell’attaccante. Diciamo che mi andò bene.

È vero che all’arrivo di Renato Villalta dovesti difendere il tuo numero “10”?

È sempre stato il mio numero. Quando arrivò Renato me lo tenni stretto ma poi mi mandarono in prestito e quando tornai ormai era diventato suo. Però nelle altre squadre in cui sono stato ho sempre giocato col 10 sulla maglia.

A proposito, come ci si sentiva a venire dato spesso in prestito, come ti è capitato diverse volte?

Non mi sono mai posto il problema, anche perché sono sempre stato bene nei posti dove andai a giocare. In fin dei conti, se mi volevano dare in prestito significava che di me non avevano tanto bisogno e a me interessava principalmente giocare e crescere. Poi ho avuto dei grandi allenatori: Rinaldi a Siena, John McMillen alla Fortitudo e di nuovo Dan Peterson a Milano, quindi non ho nessun ricordo negativo legato al fatto di essere stato prestato ad altre squadre.

Che ricordi hai degli scudetti?

Premesso che ne ho vinti solo due, il primo, quello del 1975/76 fu una grandissima gioia ma, avendo solo 19 anni, non lo vinsi proprio da protagonista. Davanti a me avevo un Gianni Bertolotti strepitoso, giocatore modernissimo per l’epoca, grande atleta e tiratore. Però tornare a Bologna di notte col pullman e vedere Piazza Azzarita piena di gente che si apriva come il Mar Rosso di fronte a noi è un ricordo che nulla potrà mai cancellare. Una delle cose più belle fu giocare a fianco di grandi campioni come John Fultz, all’epoca un vero mito, Terry Driscoll, Tom McMillen che era una vera superstar, un 211 estremamente tecnico ed intelligente e Jim McMillian. Poi c’erano gli italiani, da Caglieris a Serafini e Brunamonti. Il secondo scudetto, quello della Stella, lo vissi molto di più.

Anche in quella stagione dovesti combattere con la concorrenza interna.

Non mi sono mai posto problemi con queste cose. È vero che spesso Domenico Fantin partiva in quintetto e io in panchina ma dipendeva anche dalle squadre contro le quali giocavamo, lui grande tiratore e difensore, io giocatore più arrembante e potente giocavo di più contro squadre di diverso tonnellaggio. Poi c’era Ian Van Breda Kolff col quale spesso mi intercambiavo, a volte giocavo guardia e lui ala e viceversa. In fin dei conti i primi 5 minuti della partita sono i meno importanti, l’importante è chi è in campo in quelli finali.

In quello scudetto Alberto Bucci ebbe un merito particolare o faceste tutto voi giocatori?

Bucci ci mise molto del suo e c’è sicuramente il suo zampino in quella vittoria. Certamente fu anche fortunato ad essere l’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto, ma aveva saputo costruire e far funzionare una squadra vincente.

Tra quei due scudetti ci fu anche la famosa finale di Strasburgo, il cui episodio decisivo ti vide protagonista involontario. L’hai più rivista quella famosa azione?

Non l’ho rivista per oltre vent’anni fino a quando qualche anno fa mia figlia mi dice: “Vieni a vedere questa cosa su youtube che ti riguarda”.

E cosa hai pensato dell’arbitro Van Der Willige nel rivedere l’azione?

Sicuramente nessuna offesa. Come direbbe Boskov “fallo è quando arbitro fischia”. Avevo battuto il difensore sulla linea di fondo come avevo già fatto altre volte nel corso della stessa partita ma in quell’azione l’arbitro ritenne di fischiare. Non mi piace l’abitudine tutta italiana di addossare sempre la colpa agli arbitri, cosa che ad esempio nessuno nel mondo del rugby si sognerebbe di fare tranne, appunto, i telecronisti italiani.

Il tuo più bel ricordo in Nazionale?

Ovviamente la vittoria del titolo Europeo a Nantes, il primo del basket italiano. Fu una vittoria incredibile, preceduta dalla partita che finì in rissa nel girone eliminatorio contro la Jugoslavia che era la nostra bestia nera e che schierava quel Kicanovic col quale io e Villalta avevamo duellato spesso in campionato.

E nelle Coppe Europee è quello legato ai 43 punti che segnasti a Madrid?

In realtà no, perché poi perdemmo. Era una serata magica in cui tutto entrava e superare i 40 punti, senza il tiro da tre punti, era ancora meno facile di oggi. Ma non bastò per vincere e quindi è un record che non ha un particolare valore ai miei occhi.

Dopo esserti ritirato da giocatore hai ricoperto diversi ruoli nell’ambiente: presidente della GIBA (l’Associazione dei Giocatori), telecronista per le telecronache RAI, ora presidente della LegaDue.

La cosa più divertente però rimane sempre quella di giocare e comunque non bisogna mai dimenticare che i giocatori rappresentano il nostro sport, sono loro i veri protagonisti e noi dirigenti dobbiamo solo cercare di fare meno danni possibile. Questo è un momento particolare per lo sport e per il paese tutto, forse dovremmo smettere di lamentarci che mancano soldi e cercare di avere più idee. Non è certo impresa facile, ci stiamo provando cercando di favorire una presa di coscienza sul fatto che i buoni giocatori ci sono, bisogna solo farli giocare di più. L’anno prossimo in LegaDue ci saranno due stranieri e un italiano non formato in Italia. Speriamo che questo rappresenti un ritorno ad un basket più verace.

Sarebbe più complicato da fare in Serie A, dove poi contro le altre squadre europee imbottite di stranieri le società italiane avrebbero maggiori difficoltà.

Beh, non mi sembra che nelle coppe abbiamo fatto molto in questi ultimi 10 anni. E rivoluzionare da capo la formazione ogni anno, non credo che renda le squadre più seguite. Se il problema sono le coppe, una volta c’era lo straniero di coppa... I nostri se giocano dimostrano che sono bravi. Ricordo che quando commentavo le partite e vedevo Cinciairni giocare a Pavia pensavo che sarebbe potuto diventare il playmaker della Nazionale. Ma non conta dare ai giocatori solo minuti, ci vogliono anche minuti giusti, da protagonisti. Bisognerebbe far giocare gli stranieri solo se sono migliori dei nostri: i nostri devono abbassare le pretese economiche ma questo mi sembra che lo stiano facendo. Sono passi che sono stati concordati con le società e devo dire che anche Petrucci è sulla stesa lunghezza d’onda: la LegaDue non dev’essere una riserva indiana.

Non è che oggi i tifosi si affezionano più alla maglia che ai giocatori, visto che questi durano lo spazio di un mattino?

Attenzione, i tifosi si affezionano alla squadra se vince. Parlando della Virtus ci sono dei giocatori come Peppe Poeta e Angelo Gigli che rappresentano bene lo spirito della squadra, anche perché a fianco di giocatori che cambiano frequentemente, dopo appena due o tre anni paiono dei giocatori che sono lì da sempre. Poi la Virtus è brava perché investe sui giocatori del suo vivaio. Chi fa seriamente attività giovanile dovrebbe essere aiutato maggiormente. In Italia non abbiamo le highschool e il campionato universitario.

Com’è il tuo rapporto attuale con la Virtus?

Non faccio l’equidistante, la V nera non si dimentica: il risultato della Virtus è sempre il primo che vado a cercare la domenica sera.

Cosa ne pensi degli ex-giocatori impiegati come dirigenti nel basket. Tanti o pochi?

Mah, non saprei. È normale che la scelta degli uomini di fiducia sia prerogativa dei proprietari. Negli Stati Uniti è molto più frequente la figura del giocatore che ha degli incarichi interni alla società nella quale ha giocato una parte importante della sua carriera ma anche i giocatori devono prepararsi e non credere che un posto gli sia dovuto. Lavorare nel basket oggi non è facile, suggerirei di provare anche in altri settori e poi eventualmente tornare con conoscenza degli aspetti di marketing e con idee nuove, perché è di questo che il basket italiano ha bisogno.

 

MARCO BONAMICO

Yearbook 1974/75

 

Marco Bonamico ha solo diciassette anni, è alto poco più di due metri ed ha una struttura fisica perfetta. Del giocatore di pallacanestro, anzi dell'ala, ha moltissime doti: buona velocità di base, ottima elevazione, ottimo tempismo, grande spirito combattivo, grande volontà d'apprendere e di riuscire. Marco ha anche un altro magnifico pregio: è dotato di una vispa intelligenza e vivacità e capisce al volo tutto ciò che gli viene spiegato, riuscendo ad applicarlo con estrema facilità.

A questi pregi, che lo rendono già adesso un giocatore interessantissimo, adatto alla Sinudyne e a qualunque altra squadra, s'accompagna però un difetto ancora pesante: l'immaturità. Marco infatti alla sua formidabile intelligenza non accoppia spesso un'altrettanto valida saggezza, né la giusta umiltà e modestia che dovrebbero essere il bagaglio principale di un diciassettenne che si sta affacciando nel mondo del grande basket e che ha tutte le possibilità per diventare un eccellente giocatore.

Per adesso Bonamico non si è ancora reso conto a sufficienza di quanto possa essere importante per lui saper stare zitto e saper incassare anche i rimproveri che ritiene ingiusti, né ha compreso che la presunzione ingiustificata non lascia mai buona impressione e che deve tantissimi sacrifici ancora per diventare quello che tutti gli pronosticano possa diventare. Non lo ha ancora capito Marco, ma lo capirà presto, se lo vorrà. E quel giorno ricordatevi di questo nome: Marco Bonamico, il nome di un vero campione di basket, se imparerà innanzitutto ad essere grande e modesto come uomo.

 

ROCK & ROLLE

di Tullio Lauro - Giganti del Basket - Luglio 1984

 

L'appuntamento con Bonamico e Rolle è per le 11:30 del sabato immediatamente successivo alla conquista dello scudetto. Al palasport è in programma l'ultimo allenamento prima della semifinale di Coppa Italia del giorsno successivo contro la Benetton. Prima sorpresa. Elvis Rolle non c'è, scomparso, nessuno riesce a sapere dove sia finito. "Paura dell'intervista", scherza qualcuno. Seconda sorpresa. Bonamico si ferma per un'altra razione di allenamento non richiesta dal coach. Due contro due con Villalta, Brunamonti e Fantin. Strano, un po' fuori dal cliché del giocatore italiano che ha appena vinto lo scudetto. Terza sorpresa. Bonamico ricompare dopo una rapida doccia in perfetta tenuta da  Francesco Moser: pantaloncini anatomici di seta, t-shirt, canottiera corta dall'ultima moda. "Sono qui con la bici da corsa, basta venirmi dietro con la macchina". Ok, va bene. Quarta sorpresa, un po' meno piacevole. Bonamico viene rapito per una buona mezz'ora da un collega di un quotidiano per l'ennesima intervista del dopo-scudetto. Pazienza, mettersi in fila ed aspettare. Dopo il collega ci sono i ragazzini che se lo mangiano con gli occhi e lo salutano dall'altro marciapiede. Si parte? Non ancora: in bicicletta arriva anche la signora Bonamico, altri cinque minuti per quattro chiacchiere con il figlio.

Pronti, via! L'impressione è quella di essere Vincenzo Torriani al seguito del Giro d'Italia, e non solo perché fa strada Bonamico vestito da Moser. Ai semafori, agli incroci, su dieci persone almeno otto lo riconoscono e lo salutano, proprio come succede per le strade del Giro. Anche chi si spazientisce per l'andatura un po' lenta della mini carovana, una volta riconosciuto il ciclista lascia perdere la rabbia e tira fuori la gioia e i complimenti per lo scudetto Virtus.

La casa dove Bonamico, dal prossimo luglio, metterà su famiglia è l'ultima della periferia bolognese. Dopo, solo prati. C'è il clima degli ultimi preparativi, qualcosa manca ancora, in compenso sono già arrivati i regali di Peterson (un gioiello di casa Simac) e, per l'occasione, un ospite inatteso per la bella Clara. Inutile aspettarsi i tortellini - "Ci faremo spaghetti con il pesto fresco portato da Genova. E niente pane, solo focaccia che faccio arrivare in quantità industriali e conservo in freezer" -, poi si rimedia all'improvvisata con un hamburger.

Nel frattempo, siamo riusciti a ripescare anche Elvis Rolle: e così gli ingredienti per la chiacchierata con due protagonisti di primo piano della stella Virtus ci sono tutti.

l'inizio di stagione per Marco Bonamico non è dei più convincenti. Alberto Bucci, presentando la squadra, lo indica come il sesto uomo ideale, cosa che non lo rende certo felice. "Bucci me ne aveva parlato, mi aveva esposto i suoi programmi e io non potevo far altro che accettare quello che mi chiedeva" ricorda oggi il marine genovese. "L'unica cosa che mi rendeva tranquillo era che non ho mai avuto paura della concorrenza: e allora ero pronto a giocarmi con chiunque il posto in quintetto base". E così avviene: piano piano, domenica dopo domenica, per Bonamico si riaprono le porte del quintetto base, grazie anche al lavoro di Bucci che riesce sempre a trovare i quintetti migliori per avere, da lui come da Fantin, il rendimento più elevato. La Virtus però procede a strattoni, a sbalzi terribili d'umore e di risultati: spesso pecora in trasferta, sempre leone in casa. In altre piazze ci sarebbero stati problemi per l'allenatore, a Bologna invece tutto rimane tranquillo. "Casomai si sono buttati tutti addosso a Brunamonti, scaricando su di lui il peso di certe sconfitte. Mi sembrava un po' una manovra di certa stampa non bolognese". Ma anche in loco non si scherza, se è vero che ad un certo punto, per la voce di uno dei suoi più autorevoli tifosi, si afferma che "Rolle è tristo con i buoni e buono con i tristi".

Il sorriso bianchissimo del nero delle Bahamas si apre in una grande risata che ricorda certi personaggi di "Radici".

"Avessero scritto queste cose nel mio primo anno a Bologna - afferma - probabilmente sarei andato in crisi. Quest'anno avrebbero potuto scrivere anche le cose peggiori ché tanto ero tranquillo e sicuro di me stesso e dell'atmosfera che c'era nella squadra. Si è visto poi chi ha avuto ragione. Il fatto è che qui da voi ci sono troppi giornali che non cosa scrivere e allora inventano le cose più assurde". "Io sfido chiunque - ribatte Bonamico - a trovarmi un centro più intidimatore e più 'presente' di lui: ha avuto una grossa fetta di merito nel nostro scudetto".

Anche il 'saggio' Van Breda Kolff è stato spesso nel mirino della critica, definito un giocatore perfetto per una squadra che vince, ma incapace di dare qualcosa in più a chi ha bisogno di qualche canestro importante nel momento decisivo. "Io dico invece - ribatte Rolle - che Jan ha fatto vedere un nuovo ruolo nel campionato italiano, un ruolo che finora non aveva mai ricoperto nessuno come ha saputo fare lui. Perché ha preso rimbalzi, ha tirato, ha marcato giocatori alti e piccoli e ha aiutato Brunamonti nella costruzione del gioco. Cosa si vuole di più?".

Ma ovviamente una squadra vincente non è fatta soltanto di tiri e di rimbalzi, di ali o di pivot, ma anche di tanti piccoli particolari che però alla fine hanno la loro importanza. "Quest'anno con Bucci ci siamo visti parecchie volte anche al di fuori del campo - affermano ad una voce i due giocatori - Andavamo a casa, stavamo assieme, insomma ha rivalutato l'idea di amicizia tra i giocatori: e questo è stato un merito suo e soltanto suo".

Ecco, Bucci. All'inizio dell'anno era stato accolto dall'ambiente bolognese con una certa sufficienza. Non era il nome famoso che molti si aspettavano, non aveva esperienze di grandi club alle spalle, era per giunta bolognese, cioè con l'ansia di dover per forza far molto bene nella sua città: come avrebbe potuto riuscire lui dove aveva fallito il grande professore jugoslavo (Nikolic), il giovane allevato in casa (Di Vincenzo), l'americano amico del presidente (Bisacca)? "Nikolic - afferma Rolle - si è dimostrato un grande tecnico ma è stato assolutamente inesistente sul piano umano. Di Vincenzo è un'ottima persona, che ho apprezzato sia sul piano tecnico che su quello umano. Mi ha aiutato molto e di lui non posso che avere un buon ricordo. La stessa cosa non posso dire di Bisacca. Non aveva nessuna tecnica di lavoro, era superato, un tipo come lui non aveva ragione di stare in panchina. In quella stagione c'era un caos enorme in squadra. Io personalmente avevo il sistema nervoso a pezzi per tutto questo insieme di cose ed è stato proprio in quell'anno che è successo il famoso incidente con Costa. Ancora adesso vorrei chiedergli scusa per quel gesto stupido che, tra l'altro, mi è costato tre milioni e mezzo di multa e il pericolo di essere tagliato. Bucci invece oltre che essere preparato dal punto di vista tecnico, ha riportato in squadra un clima di amicizia che non c'era mai stato prima: e i risultati sono arrivati".

"Del resto - conferma Bonamico - non penso che dal punto di vista tecnico ci sia più molto da inventare. Un allenatore al giorno d'oggi deve essere soprattutto capace di far fruttare al meglio i giocatori che ha a disposizione: e Bucci questo lo ha fatto dentro e fuori dal campo in maniera perfetta". Ciò non toglie che prestazioni come quella della prima partita contro la Simac, quando la Granarolo si è fatta beffe della famosa 1-3-1 milanese, abbiano fatto gridare tutti al miracolo di Bucci e alla sua sapienza cestistica.

"Non abbiamo fatto niente di diverso dal solito - ribatte Bonamico - se non attaccare finalmente con molta calma il bunker dei milanesi. Ecco, forse si può dire che proprio nella partita giusta siamo riusciti tutti a fare quello che Bucci ci diceva dall'inizio dell'anno ogni volta che incontravamo la Simac e la sua 1-3-1: attaccare con calma, avere pazienza, far arrivare la palla negli angoli: Villalta e Fantin poi hanno fatto il resto". "Anche nella partita di ritorno - continua - Bucci ci aveva anticipato quella che sarebbe stata la mossa vincente di Peterson, e cioè la difesa 2-1-2 e ci eravamo preparati ad affrontarla: il fatto è che eravamo già convinti di essere campioni d'Italia...".

E arriviamo ai due protagonisti in questione, ai due personaggi che forse all'inizio della stagione avrebbero dovuto vivere nell'ombra di giocatori più famosi e che invece si sono poi rivelati alla fine insostituibili nell'economia della Granarolo. "Anni fa - dice Bonamico - mi dicevano che dovevo imparare a palleggiare e passare meglio. Io ho lavorato in questo senso e credo anche di essere migliorato, però non c'è nessuno che lo dice. Il fatto è che ormai mi porto addosso questa etichetta di giocatore irruente e poco controllato per cui se anche succede, come contro la Berloni, che io schivo soltanto un pugno di Ray, Bonamico è sempre quello quello delle risse e vengo squalificato per una giornata. Ma allora se il pugno glielo avessi dato sul serio cosa succedeva? Mi fucilavano sul posto?".

"Non sono mai stato un gran difensore - ammette Rolle - però mi sembra che dal primo anno che arrivai in Italia ad oggi di passi avanti in questo senso ne abbia fatti parecchi: e questo, devo riconoscerlo, è soltanto merito del fatto che gioco in una squadra come la Virtus, dove ci sono molte stelle e dove si lotta sempre per il titolo. Giocassi in una squadretta di provincia probabilmente avrei più palloni, farei più punti, probabilmente la gente si accorgerebbe di più di me, ma in sostanza non so se sarei migliorato come giocatore, quanto sono migliorato in questi anni qui a Bologna".

Strana annata, questa della coppia Bonamico-Rolle. Per il primo iniziata con il pericolo di diventare il sesto uomo fisso della squadra, di essere ceduto a fine stagione in cambio del gioiellino Tonut e finita in gloria con il posto in quintetto base e lo scudetto tricolore.

Per il secondo invece, iniziata con buonissime partite, la certezza del ruolo di pivot, lo scudetto e poi la notizia della probabile cessione. "Più strana di così non poteva proprio essere - ammette Marco la roccia - per me come per la squadra. Fino alla partita con la Simac non avevamo mai perduto in casa, la gente al palazzo non faceva nemmeno più il tifo per noi, vincere era una normalità. Non capivo più niente. Quando poi siamo tornati a Bologna campioni d'Italia mi sembrava di rivedere i Dieci Comandamenti: il mare della folla che si apriva davanti al nostro pullman e poi si richiudeva alla spalle. Chi l'avrebbe mai pensato quindici giorni prima?".

"Porelli ha capito la mia voglia di provare con i pro e mi ha concesso questa possibilità - afferma Rolle -. Mi sento pronto per fare il grande salto nell'NBA, a condizione però di avere un contratto adeguato. Dovesse andare male là penso che un posto in squadra alla Virtus per me ci dovrebbe essere ancora...".

Il tempo dell'intervista è finito, i due devono andare a comprare il regalo per Bucci, anche questo un segno della nuova aria che si respira nella Virtus del decimo scudetto.

L'ultima battuta è di Bonamico: "Non vorrei che qualcuno pensasse che ce l'ho con i giornalisti milanesi, sono stato a Milano, li conosco tutti, sono tutti bravi: però avrei preferito se avessero scritto che lo scudetto l'ha vinto la Granarolo, non che l'ha perso la Simac. O no?".

Bonamico a rimbalzo contro Siena

UN MARINE DEV'ESSERE COSI'

Giganti del Basket - Agosto 1984

 

Non so chi, per la prima volta, l'abbia chiamato "il marine". E non so se la definizione sia calzante nella realtà, nel senso che il solo marine che io abbia mai conosciuto esce dai fotogrammi dei fil d'epopea. L'ho conosciuto, Bonamico, una sera a Cantù. C'era la finale-scudetto fra Gabetti e Sinudyne, aveva appena vinto la Sinudyne, stavo dettando dal telefono del mio posto stampa e, attorno, una fauna non molto simpatica di delusi tifosi canturini aveva da dire la sua, sulla partita, sugli arbitri (eterni colpevoli) sulle cose che io dettavo. Qualche banchetto più in là, Franco Grigoletti aveva le sue gatte da pelare con un esagitato. Oscar Eleni non stava molto meglio. Anche per me minacciava tempesta. Bonamico non era della partita: Porelli l'aveva dato in prestito al Billy, la partita-scudetto per quell'anno non lo riguardava.

Allora con Bonamico non avevo molta dimestichezza, io sapevo chi era lui, lui sapeva chi ero io, ma a dir la verità non avevamo mai mangiato pasta e fagioli assieme. Bene, improvvisamente attorno si fa silenzio e se con un occhio guato il tabellino, con l'altro mi guardo attorno e vedo Bonamico piantato tre metri davanti a me, braccia conserte, uno sguardo molto espressivo, per far capire a chi mi stava mettendo in condizioni di non lavorare che gli poteva andar male, se continuava a rompere.

In quell'episodio c'è tutto Bonamico. Ma chi glielo faceva fare di cercare grane per difendere gente che, in fin dei conti, non gli era particolarmente amica? Ma chi glielo faceva fare di trovarsi nemici nuovi, nella battaglia contro i mulini a vento di braccia pronte a colpire i giornalisti e i loro amici?

Battaglie contro i mulini a vento, Bonamico ne ha fatte tante, soprattutto in campo. È l'uomo che tira quando il pallone scotta anche se non dovrebbe. È l'uomo che si prende carico - senza che nessuno glielo chieda - gatte da pelare anche durante le partite. È l'uomo che va a difendere i compagni, dando un pugno, prendendone tanti, finendo espulso. È l'uomo che a Strasburgo si fa beccare in sfondamento all'ultimo secondo: un altro, avrebbe aspettato il fallo. Lui no, uomo d'azione doveva entrare quando il clima e il metro arbitrale lo sconsigliavano. Forse non è il giocatore che farei capitano della mia squadra ideale, ma è l'amico-giocatore con il quale andrei volentieri a mangiare dopo la partita.

Senza cercare io clamorose dichiarazioni, certo che non cercherebbe lui di addolcire le mie impressione. Un marine, ecco, o meglio come dovrebbe essere un marine.

 

IL MARINE

di Gianfranco Civolani

 

Pronti via. Siamo a Berck, in Francia. La Fortitudo si sta giocando una qualificazione in Korac e in questa Fortitudo allenata da John Mc Millen c'è anche Marco Bonamico, Virtussino in prestito ai cosiddetti cugini. Pronti via, la Fortitudo deve difendere uno scarto di più quindici e sarebbe molto bello e istruttivo far subito capire ai francesi che aria tira. Pronti via, Bonamico va in presa diretta a canestro e molla uno schiaccione terrificante. Beh, il Marine andava via così, e il Marine io lo avevo conosciuto quando era ragazzino e quando poi io avevo il sospetto che quel muscolarone avesse la mano un po' quadra e via lacrimando. Errore, non conoscevo bene il fil di ferro che avvolgeva quel ragazzone appunto così ferrigno e granitico. Eppure restava nell'ambiente la sensazione che Marco fosse un muscolare non propriamente baciato da classe e stile. Altro errore, il tempo dimostrò poi che la classe (stile più rendimento, recitava e cantava il divin Gianni Brera nei suoi scritti alatissimi) era superba e che la carriera non poteva che essere tutta in piena luce. Eppure Marcone mi era apparso in una dimensione esistenziale davvero specialissima quando lui aveva più o meno diciotto anni e mi veniva a chiedere notizie di una bella fanciullona che giocava nella mia squadra. Arrangiati, gli dissi fra il paterno e il badiale. È una gara un po’ dura - mi rispose lui - ma io ci provo e ci riprovo. Poi Marco e Clara si fidanzarono e si sposarono e ancor oggi mi risulta che Clara - donna di grandissimo stile che fece poi la fotomodella - e Marco siano sempre felicemente sposati. Nel frattempo avevo pure conosciuto mamma Bonamico, una signora molto operosa e giustamente smaniosa verso le imprese del figliolone. E soprattutto mi ero avvicinato meglio a Marco nel momento dei suoi migliori successi. Come ingannavano le apparenze. Il muscolare ingrugnito e seriosissimo in realtà era un ragazzo vivo, intelligente, disincantato e anche frizzante. E il giocatore era riuscito a superare anche momentacci di sfiga marcia, leggi un intervento tremendo al ginocchio con recupero tanto lento quanto felicemente irreversibile. Lo chiamavano il Marine perché era proprio da sbarco, nel senso migliore dell'espressione. Difesa, tiro, entrate radenti e palle di piombo, ci siamo capiti. Ha continuato a giocare fin verso i quaranta, ha impiantato un paio di attività commerciali sulle quali - suppongo - non tramonterà mai il sole. Oggi Marcone viaggia sui quaranta ed è stato insignito come nuovo presidente dell'Assogiocatori. Da atleta militante vinse i suoi bravi scudetti e ci mise un indelebile marchio di fabbrica. Ma atteggiamenti fuori luogo nemmeno uno, mai. E una sera che a Madrid contro il mitico Real Marco fece segnare a referto quarantacinque, io gli dissi che l'impresa poteva considerarsi davvero leggendaria. E lui: «Mi è andato bene tutto, ho avuto chiappe e basta».

 

I "MARINES"

di Zelio Zucchi - tratto da "Il cammino verso la stella"

 

(...)

Da Battilani a Bonamico: i due cognomi cominciano per B, come se la Nemesi si fosse divertita a giocare anche con i dati anagrafici. Oddio, Marco non è, in campo, il massimo dell'eleganza, e forse le signore del parterre storcono il naso quando, proprio vicino a loro, a Marco scappa qualche moccolo per rinforzare l'effetto di tiro sbagliato o addolcire le conseguenze di un colpo (preso) che fa male. Ma anche qui la Virtus scopre di aver bisogno dell'anima meno nobile e meno salottiera, per vincere le partite e soprattutto per giocare i palloni che scottano, quando c'è voglia d coraggio più che di belle ed eleganti parole. Non vorrei aver dato l'impressione di giudicare Bonamico uno zotico. Parlo del giocatore, non del ragazzo di bella presenza e di facile eloquio che, appunto, in campo si trasforma. Gli voglio bene e non è un delitto: ho già scritto che, lui, non lo farei capitano della mia squadra ideale, malo considero un Uomo con la U maiuscola. Di quelli indispensabili per far migliorare la società, una società, una squadra, che sia Virtus o che sia Italia.

Una foto che ben riassume lo spirito combattivo del Marine

MARCO BONAMICO

tratto da www.ciao.it

 

Genovese, classe '57, ala di 2.01, giocatore davvero importante nella storia cestistica italiana (uno dei pochi ad aver militato a Bologna sia sulla sponda virtussina che su quella Fortitudo), è stato per tutti il "Marine", nomignolo che ben disegna la sua tenacia e combattività in campo, doti che gli hanno permesso di raggiungere mete sportive invidiabili ed una carriera non comunemente lunga (21 stagioni in serie A, dal 1973 al 1994, nelle quali ha giocato in Virtus, Fortitudo, Siena, Olimpia Milano, ancora Virtus, Napoli, ancora Virtus, Forlì ed Udine, per un totale di 7817 punti, più 154 presenze in nazionale). Arrivò al basket casualmente ed abbastanza tardi: in prima media il professore di applicazioni tecniche fece costruire alla sua classe un tabellone in legno con relativo canestro per giocare in palestra, ma Marco, nonostante la già notevole altezza, non rivelava grande amore per questo sport, preferiva di gran lunga la pallanuoto (che praticava ad ottimo livello come centroboa nella sua Genova e che tornò a praticare a 40 anni suonati a Bologna con gli Over 30 della Nuovo Nuoto). Quando qualche tempo dopo decise invece di dedicarcisi anima e corpo bruciò le tappe con grande facilità: dopo soli 3 anni di attività approdava alla Virtus Bologna. Per la verità esordì in prima squadra per cause di forza maggiore: nel '73 arrivò a Bologna Dan Peterson, ed a quel tempo il futuro "marine" aveva solo 16 anni e giocava nella squadra cadetti-juniores di Ettore Zuccheri. Successe che Milano si riappropriò anzitempo di Vittorio Ferracini, che era in prestito appunto alla Virtus: e le condizioni economiche della società virtussina, a quel tempo tutt'altro che floride, imposero di non sostituirlo con un nome ugualmente altisonante ma con un ragazzino delle giovanili, che doveva quindi in teoria farsi esclusivamente una bella esperienza di allenamenti e di panchina in serie A con la prima squadra. Fu scelto appunto Bonamico, come detto di soli 16 anni, con, al tempo, una tecnica di tiro personalissima e sinceramente inguardabile, con il gomito a 90 gradi dalla giusta posizione. Peterson gli raddrizzò il tiro, e nella stagione successiva ('74/'75, a soli 17 anni) Bonamico si meritò il quintetto base, anche se, racconta Dan, non in modo assolutamente cristallino: intraprese infatti una vera guerra in allenamento con il diretto avversario per il posto in quintetto, vale a dire il ben più quotato Loris Benelli che a quel tempo era in Nazionale. Vinse il "marine", anche se l'esordio nello "starting five" fu tutt'altro che entusiasmante: ad Udine Marco si esibì infatti con 0/3 al tiro, 0/2 nei liberi, e 3 falli commessi (uno dei quali tecnico), ed il tutto in soli 7 minuti. Peggio era impossibile. Peterson però a sorpresa non gli tolse la fiducia, pungendolo anzi nel vivo dichiarando alla stampa: "Se Bonamico crede che lo tornerò a retrocedere tra i secondi 5 si sbaglia, sarebbe troppo comodo per lui. Dovrà tornare in quintetto e fare inevitabilmente altre brutte figure". Non ci poteva essere modo migliore per caricare il "Marine": la stagione, e la sua carriera, fu così in splendida ascesa, con 2 scudetti ('75 e '84) più l'oro europeo di Nantes e l'argento olimpico di Mosca, 686 match di serie A e 154 di Nazionale in 21 anni. L'invidiabile carica di questo atleta, nato a Genova nel 1957, ha determinato parecchi aneddoti: nella stagione '76/'77, ad esempio, durante un incontro in maglia Alco Fortitudo Bologna contro Cantù, si ruppe un polso contro un cartellone pubblicitario, rimanendo però in campo tranquillo e sereno fino alla fine della partita. Purtroppo, suo malgrado, il nome di Bonamico (che spesso era simpaticamente storpiato nell'americano "Goodfriend") è per i tifosi virtussini indissolubilmente legato anche alla celebre finale di Coppa dei Campioni di Strasburgo contro il Maccabi Tel Aviv, nel quale la squadra bolognese venne defraudata della vittoria per uno sfondamento quanto meno dubbio sanzionato proprio a Marco nei secondi finali. Invece nella storia della pallacanestro italiana il suo nome rappresenta la cecità dei vertici cestistici italiani: quand'era giovane Marco manifestò, d'accordo con la Virtus, l'intenzione di andare a giocare in un'Università americana per crescere tecnicamente, ciò che in pratica le altre federazioni europee già allora concedevano ed anzi consigliavano ai propri tesserati. Ebbene, la F.I.P. non rilasciò il necessario nullaosta, aggiungendo inoltre che se Bonamico si fosse ugualmente recato negli States (in effetti poteva farlo) al ritorno nello Stivale sarebbe stato considerato uno straniero a tutti gli effetti. Non c'è che dire, un vero e fulgido esempio di lungimiranza... Quest'ala genovese (probabilmente il miglior cestista ligure di tutti i tempi) ha negli anni virtussini (e non solo in quelli) avuto qualche piccolo screzio con Renato Villalta, il quale gli "scippò" il n. 10 delle maglie bianconere e col quale ebbe anche un acceso diverbio nell'occasione del ritorno a Bologna in maglia milanese in un "Trofeo Battilani": allora vennero entrambi espulsi, ora sono invece amiconi. Anche Bonamico ha sempre posseduto qualche "cabala": per esempio in fase di riscaldamento lo si notava spesso mentre... Baciava il primo pallone col quale effettuava la "ruota" prepartita. Ritiratosi a 38 anni fu subito nominato "commissioner" della Giba, il sindacato dei giocatori di basket, divenendone poi dopo qualche tempo anche presidente, pur mantenendo le sue numerose altre attività con cui riempiva già negli ultimi anni di attività agonistica il tempo libero: ha una famosa palestra (il "Lodi Club", a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna) ed ha anche impiantato un'attività per la produzione di plantari sportivi e non.

 

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

"Grosso giocatore, diventerà formidabile" dice di lui Dan Peterson nel maggio del '75 "Ha tutto per riuscire: grinta, mentalità vincente, estro, velocità,elevazione. I suoi difetti? Il tiro da fuori, i tiri liberi, i troppi falli che commette quando deve difendere sull'uomo. Però lui non vuole mai perdere, è un tipo dalla faccia dura. La faccia corta: è un giocatore americano, per come si muove, per come concepisce il basket. Se farà strada? Ne farà tantissima". Peterson non aveva perso fiducia nel "Marine" della Virtus nonostante un anno prima, mandato in campo al posto di Loris Benelli in un incontro a Udine, avesse esordito con 4 falli, 4 passi e 0/4 al tiro.

Bonamico premiato dal sindaco di Bologna Imbeni

BONAMICO, L'ORA DI DIRE BASTA

Un altro degli eroi di Nantes ha deciso di chiudere col basket.
"L'oro europeo è forse il ricordo più bello: lo spirito di quella squadra è irripetibile. Ma oggi il rapporto con l'azzurro è cambiato"

di Lorenzo Sani - Il Resto del Carlino 09/10/1995

 

Ha staccato la spina, ma forse nessuno lo sa. A dire il vero neppure lui ne è troppo convinto, ma forse quel momento è arrivato davvero anche per Marco Bonamico, classe 1957, vent'anni di basket vissuti come un romanzo, con la forza e la rabbia degli eroi puliti. Gente che ci mancherà sempre di più, come ci mancherà il Marine di Genova cresciuto a Bologna, passato per Siena, Milano, Napoli, Forlì e, infine, Udine, oro a Nantes e argento olimpico a Mosca, sempre più forte anche di quella sfortuna che avrebbe potuto stroncargli la carriera dieci anni fa, più forte di una "parabola discendente", che ha cavalcato con orgoglio e onestà, mai subito perché ha sempre saputo vivere ogni momento da grande campione. Tradotto, significa una cosa molto semplice; nella lotta per lo scudetto o per la promozione dalla B alla A, Marco Bonamico è sempre stato importante per la sua squadra. A Udine, l'ultimo anno, faceva anche il pivot. Gente così forse non ne nasce davvero più, forse è davvero cambiato vertiginosamente il basket come dicono tutti i giocatori sensibili, generosi e intelligenti che stanno per smettere o l'hanno appena fatto. Gente "che ha conosciuto i due rovesci della medaglia pallacanestro, la luce dei grandi club, i momenti più belli della nostra nazionale, irripetibili per lo spirito che c'era e l'amore che davamo tutti a quella maglia, ma anche la provincia che resta una certezza culturale viva, perché la passione è vera, profonda, e non è legata solo a quei risultati che spengono o accendono, invece, la metropoli".

Uno a quel momento non ci pensa mai, "ma sì, talvolta ci sentiamo un po' come quelle belle donne che tutti si voltano a guardarle, convinte che la gente lo faccia per sempre. Invece il momento di dire basta arriva: me lo sono ripetuto molte volte negli ultimi anni, ma solo da pochi giorni ne sono convinto. Io dal basket ho avuto molto, ma se avessi per un solo istante smesso di divertirmi e di amare profondamente quello che stavo facendo avrei detto basta molto prima. Io sono uno che non riesce a fingere, per me la vita è emozione e, se vogliamo, tra le emozioni che ho vissuto su un campo da pallacanestro c'è anche quella di essere stato convocato per la nazionale di serie B dopo le olimpiadi o l'oro europeo vinto con quella maggiore. Ricordo "che giocammo due partite contro la Spagna: di vecchi c'eravamo solo io e Generali, tutti gli altri erano ragazzi, gente che magari non è mai riuscita a giocare in serie A. Quando hanno suonato l'inno, prima della partita, ho avvertito che tutti avevano i brividi per l'emozione, me compreso. L'ho trovato bellissimo. Questo è accaduto un paio di anni fa, non un secolo e significa che probabilmente non sono cambiate le persone. Io mi sono trovato a fare queste riflessioni e mi sembra anche un po' strano, ma sì mi sembra strano fare questa prima intervista da vecchio, o da ex, fate un po' voi. Per me e per la gente come me, la nazionale è qualcosa di unico, un motivo di orgoglio immenso, un sogno e non ci trovo niente di ridicolo nel confessarlo. Oggi mi rendo conto che questo rapporto è cambiato e le società, sotto questo aspetto, hanno precise responsabilità. Quello che abbiamo provato a Nantes, quel momento irripetibile, nel quale ci sentivamo veramente invulnerabili e legati dallo stesso spirito, tutti al massimo della condizione fisica, è qualcosa che anche adesso, ripensandoci, mi fa venire la pelle d'oca. Perché, mi chiedo, il basket ha paura della propria memoria, che poi sono i giocatori? Perché ad eccezione di Marzorati e Meneghin, i club hanno disperso tutto il loro patrimonio di uomini che magari quando vanno al palazzo debbono anche pagare il biglietto? Paura che facciano ombra a qualche mezzo dirigente? Il mio non è uno spot personale, ma il tanto criticato calcio, sotto questo aspetto, è avanti anni luce rispetto al basket".

PRESSING A TUTTO CAMPO

Superbasket - 10/12/1987

 

LA CARTA D’IDENTITA'  
Nome Marco
Cognome Bonamico
Luogo e Data di nascita Genova, 18/01/1956
Segno zodiacale Capricorno
Altezza 200 cm
Peso 97 kg
Numero di scarpe 47
Capelli biondi
Occhi verdi
Stato civile coniugato
Titolo di studio licenza media superiore
Lingue straniere inglese
Ruolo in campo ala
   
LA CARRIERA  
Scudetti vinti 2
Presenza in Nazionale 154
Titolo giovanili nessuno
Prima partita in serie A non ricordo
Chi ti ha scoperto Tortorici
Più bella partita giocata Real Madrid
La tua ambizione rimanere in A1
   
LETTURE  
Quotidiano Repubblica e Resto del Carlino
Settimanale Panorama
Giornalista Montanelli
Giornalista sportivo tutti e nessuno
Libro La fine della storia
Scrittore molti
   
SPETTACOLO  
Cantante italiano Lucio Dalla
Cantante straniero Brian Ferry
Complesso U2
Il disco più bello Simon and Garfunkel in the Central Park
Genere musicale un po' di tutto
Spettacolo tv Almanacco del giorno dopo
rai o tv private quello che capita
Showman o showgirl Patrizio Roversi
Comico Adriano Celentano
Presentatore Alessandro Benvenuti
Genere cinematografico un po' di tutto
Film L'ultimo imperatore
Attore Jack Nicholson
Attrice Nastassia Kinsky
   
POLITICA, SPORT E TEMPO LIBERO  
Uomo politico Bourguiba
L'ora del giorno 14
Il giorno della settimana venerdì
Il mese giugno o settembre
La stagione estate
Il numero 10
L'animale delfino
Il colore azzurro
Il metallo platino
Hobby vela
La vacanza mare
Luogo preferito Isole dei Caraibi
Città italiana Firenze
Città straniera Budapest
Il giocatore italiano di basket Bertolotti
Il giocatore europeo di basket Dalipagic
Il giocatore NBA Bird
L'allenatore italiano escludendo l'attuale, Di Vincenzo e Bucci
La squadra italiana Virtus... Ragusa
la squadra europea Il Real Madrid di Brabender e Corbalan
la squadra NBA Boston
Gli altri sport che ti piacciono vela
Il campione di sempre Dennis Conner
   
A TAVOLA   
Aperitivo Philipponat
Antipasto astici bolliti
Primo piatto tortellini dell'Arduina
Carne cima alla genovese della zia Elsa
Pesce spigola bollita
Contorno insalata di rucola
Formaggio diperino
Dolce torta di mele
Frutta pesche
Vino trebbianino
Bibita chinotto
Bevanda preferita durante il pasto vino
   
UN PO' DI ME STESSO  
La mia auto Fiat Uno
La mia moto Vespa 125
Cosa non sopporto perdere a carte
Il mio carattere pessimo
Quello che mi rimproverano gli altri di essere poco modesto
Che cosa non mi va di me stesso il naso
   
CHE EFFETTO FA…  
Vivere nel nostro tempo non c'è scelta
Gli applausi piacere
I fischi in genere mi caricano, soprattutto se sono del pubblico avverso
Un complimento vero è difficile da giudicare
Un complimento falso idem
Rimanere solo è una cosa normale, fa parte della vita
La vittoria piacere
La sconfitta serve a far capire gli errori commessi
Il denaro piacevole
Il passare degli anni sono giovanissimo!
Le osservazioni del tecnico sono l'unica cosa che un giocatore deve sempre ascoltare