STAGIONE 1978/79

 

Villalta, Generali, Cosic, Govoni, Martini

Caglieris, Valenti, Bertolotti, Goti, Wells

 

Sinudyne Bologna

Serie A1: 2a classificata su 14 squadre (20-26)

Play-off: CAMPIONI D'ITALIA (6-8)

Coppa delle Coppe: eliminata in semifinale (5-8)

 

N. nome ruolo anno cm naz note
4  Carlo Caglieris  P 1951 178 ITA  
5 Piero Valenti P 1956 183 ITA  
6 Alessandro Goti G 1961   ITA  
7 Massimo Marchetti   1961   ITA  
8 Owen Wells A 1950 200 USA  
9  Mario Martini  A 1954 200 ITA  
10 Renato Vill alta A 1955 204 ITA  
11 Kresimir Cosic C 1948 211 JUG  
12 Pietro Generali A/C 1958 207 ITA  
13 Ugo Govoni C 1959 205 ITA  
14 Massimo Di Grazia   1961   ITA  
15 Gianni Berto lotti A 1950 199 ITA  
16 Marco Cavicchioli   1961   ITA  
18 Maurizio Pedretti A 1961 200 ITA  
             
  Terry Driscol All     USA  
  Ettore Zuccheri ViceAll     ITA  

 

Partite della stagione

Statistiche di squadra

Statistiche individuali della stagione

Giovanili

IL FILM DELLA STAGIONE

di Ezio Liporesi per Virtuspedia

 

La stagione 1978/79 presenta notevoli cambiamenti. In panchina non c’è più Peterson, partito per Milano destinazione Olimpia, dopo 5 stagioni che hanno riportato la Virtus ai vertici. Dopo di allora nessun allenatore è stato per tanti anni consecutivi sulla panchina delle Vu nere e in precedenza solo Tracuzzi c’era stato di più, 6 stagioni negli anni ’50. Lo sostituisce Terry Driscoll che passa dal campo alla panchina. I nuovi stranieri sono lo straordinario Kresimir Cosic, fresco di titolo mondiale a Manila con la sua Jugoslavia e Owen Wells, istrionica guardia americana proveniente da 3 stagioni nel campionato olandese, ma che in precedenza aveva giocato un anno nell’NBA a Houston. In prima squadra anche il giovane Generali.

La partenza in campionato è preoccupante, nelle prime 6 partite, a fronte di due vittorie casalinghe abbastanza agevoli, 4 sconfitte esterne particolarmente significative: quella di Milano ai supplementari e quella di Vigevano di un punto indicano un trend che sarà di tutta la stagione, infatti i bianconeri perderanno solo 9 partite, ma tutte quelle terminate ai supplementari (ben 4) e tutte quelle terminate con scarto di un solo punto (ben 3); le sconfitte di 12 punti a Pesaro e di 3 punti a Siena sono appunto le uniche due che al termine dei 40 minuti presentavano un divario tra le squadre inferiore al singolo canestro. La situazione è preoccupante, Cosic è partito molto piano, Wells segna molto ma non è molto inserito nel contesto della squadra. La crescita di Cosic e la trasformazione di Wells da accentratore a collante di squadra, insieme alla zona 3-2 elaborata da Driscoll forte delle leve lunghissime dei due stranieri saranno la svolta della stagione. Alla settima giornata arriva un rinfrancante successo nel derby con la Fortitudo, 79-77 con 22 punti di Cosic e 19 di Wells, poi la bella vittoria di Cantù e il successo con la Chinamartini Torino. Dopo le sconfitte al supplementare a Venezia e di un punto in casa contro Varese arrivano 4 vittorie sofferte ma importanti: il derby in trasferta con il Gira, le gare casalinghe con Rieti e Pesaro e la trasferta di Roma, tutte con scarti tra i 2 e i 5 punti. Il vizio di perdere ai supplementari (qui sono addirittura due) torna nello scontro casalingo con l’Olimpia Milano, ma dopo arrivano cinque franchi successi tra cui quello esterno con la Fortitudo - dove Wells si dimostra indigesto ai cugini realizzando 20 punti ed essendo artefice della rimonta della Virtus, che nel primo tempo era sprofondata anche a meno 13 e che infine poi vince abbastanza agevolmente 79-68 - e quello casalingo contro la Gabetti Cantù. Nelle ultime cinque partite, due sconfitte, a Torino al supplementare e in casa col Gira di un punto, e tre vittorie, tra cui spicca quella roboante di 19 punti a Varese. La classifica vede Mobilgirgi Varese, Sinudyne Bologna e Gabetti Cantù in fila indiana separate di due punti. Le tante occasioni perse lasciano l’amaro in bocca, sarebbe bastato un successo in più, tra i tanti sfumati per un nulla e la Virtus avrebbe avuto il fattore campo a favore per tutti i playoff.

Da quest’anno spariscono i gironi e si parte con i playoff fin dai quarti di finale. Quarto di finale contro Antonini Siena e semifinale contro Arrigoni Rieti (che ha eliminato Cantù) hanno andamento simile, franchi successi casalinghi e sconfitta netta esterna per una squadra che non era più abituata da tempo a perdere così nettamente. Ma forse la squadra e soprattutto Cosic, che gioca divinamente ma che ha anche grossi problemi alla schiena, centellina le energie in un playoff in cui si gioca spesso. Nella bella di semifinale Bertolotti 25, Villalta 20 e Cosic 18 sono i migliori realizzatori. In finale la Virtus si ritrova la sorpresa Billy che da quinta classificata ha dapprima eliminato Roma, poi Varese espugnando due volte Masnago e regalando alla Virtus il vantaggio del fattore campo in un eventuale bella, cancellando così i rammarichi per le sconfitte sul filo di lana della stagione regolare. Nella prima in Piazza Azzarita, sempre i soliti tre frombolieri a guidare il tabellino, Villalta 23, Bertolotti 21 e Cosic 20. Gara 2 di finale a Milano. Nel primo tempo 50-49 per il Billy con 47 punti su 50 di Silvester e Kupec per Milano e 14 punti di Cosic, migliore della Virtus. "Potranno i due giocatori di Milano continuare così?" è la domanda che si fanno tutti e infatti nel secondo tempo i bianconeri partono con un parziale di 14-0 e volano via con i canestri di Villalta e Bertolotti (rispettivamente alla fine 32 e 28 punti) imbeccati da un Cosic che non esegue più un tiro perché non ce n’è più bisogno. Nonostante un breve ritorno dei milanesi a meno 8, l’orchestra diretta da Cosic e Caglieris che trovano sempre liberi i due realizzatori, ben supportati anche da Wells autore di 18 punti, porta i bianconeri a trionfare per 113-92 e a conquistare l’ottavo scudetto in un palazzone di San Siro straripante di bandiere bianconere e rossoblù, infatti in precedenza infatti si era disputato allo stadio attiguo Milan Bologna 0-0 e molti bolognesi avevano partecipato ad entrambi gli eventi. Coloro che non erano a Milano hanno potuto vedere quell’incontro in una delle prime telecronache filmate rese da una tv privata, nell’occasione Videobologna, che all’una di notte trasmise il secondo tempo dell’incontro.

In Coppa delle Coppe la squadra bianconera giunge seconda nel suo girone con 8 punti subito a ruota del Barcellona che vince il gruppo con 10 punti. Dopo la sconfitta in Catalogna di 14 punti e quella di Belgrado contro il Radnicki di un solo punto, la Virtus vince le restanti partite e guadagna l’accesso alle semifinali, dove incontra il Den Bosch Hertogenbosch; vittoria di 12 punti a Bologna, ma al termine dei 40 minuti in Olanda la Virtus è sotto di 12 punti e lo stesso divario separa le due squadre dopo un supplementare, ma al termine del secondo supplementare gli olandesi prevalgono di 13 punti e volano in finale negando alla Virtus la seconda finale europea consecutiva.

Wells, Villalta, Generali, Cosic, Govoni, Martini, Pedretti, Driscoll

Caglieris, Valenti, Di Grazia, Bertolotti, Goti, Marchetti, Cavicchioli

SINUDYNE È PIÙ FORTE

di Dario Colombo - Giganti del Basket - Giugno 1979

 

L'avvocato Porelli, da abile manager e da persona abituata a valutare i fatti più che le apparenze, probabilmente a certe teorie di corsi e ricorsi storici non ama prestare molto orecchio. Eppure, proprio lui che ha avuto la fortuna di vivere in prima persona gli ultimi due scudetti della Virtus “era-moderna”, forse non mancherà di stupirsi nel constatare come tutti e due i titoli siano arrivati complici uomini e circostanze simili e magari - in futuro - starà più attento a prendere in considerazione certi piccoli particolari dei tutto degni di nota.

In fondo, la magica serata di Milano non era molto distante da certi incontri bolognesi, complice la cucina del ristorante “La grada”, in cui con la verve che lo caratterizza Porelli si era detto stufo di arrivare sempre secondo. “State un po' a sentire questo quintetto” diceva “e poi ditemi se l'anno venturo lo scudetto non è nostro: Caglieris, Carraro, Cosic, Dalipagic e Villalta. Mica male, no?”. Come dire: anche per quest'anno dovremmo metterci il cuore in pace, anzi ce lo siamo già messo, e visto come sono andate le cose non  proprio l'anno in cui ci si può lamentare se arriviamo secondi. Gli stessi discorsi, più o meno, avvenivano nell'ormai lontano 1976, alla vigilia di quel 4 aprile (vittoria sulla Girgi a Varese) che avrebbe sconfessato tutti i programmi dell'avvocato mantovano. Allora, (il ristorante si chiamava “I Franco”) Porelli e Peterson facevano capire che al mosaico messo assieme in anni di paziente lavoro mancava solo un tassello, il più importante, che avrebbero cercato di reperire in quel di Mestre e che si chiamava Renato Villalta. “Quest'anno abbiamo inserito Caglieris e Driscoll” si diceva “l'anno prossimo cercheremo di inserire Villalta: e allora sì che saremo davvero pronti per lo scudetto”. Come siano andate poi le cose, lo sanno tutti, inutile ripeterlo, nonostante la squadra apparisse per quello che in effetti pensavano anche Porelli e Peterson: e cioè ancora un passo indietro rispetto alla grande Girgi, un passo che andava colmato, appunto, con l'acquisto del Renato nazionale. Anche quest'anno - ed era questa la ragione dei discorsi a venire di Porelli - la Sinudyne aveva cambiato due pedine, ma di quelle importanti, dopo la conclusione dell'era Peterson. Terry Driscoll, proprio l'uomo che aveva contribuito in maniera decisiva a portare a Bologna lo scudetto del '76, era stato promosso da allenatore in campo ad allenatore in panchina; e John Roche, il piccolo irlandese di Brooklyn dalla mano fatata, aveva lasciato il posto nientemeno che a Kresimir Cosic, uno dei sogni per tanto tempo proibiti di Porelli, che finalmente era riuscito a portarselo a Bologna. C'era stato, è vero, anche l'ingaggio di Owen Wells, giocatore colore destinato a dare una mano “dietro” a Caglieris: ma nessuno si aspettava grandi cose da lui, l'importante era che rendessero da par loro il signore sulla panchina e quello con la maglia numero 11. Proprio perché al centro di tutte le attenzioni, i due divennero i principali indiziati quando la squadra cominciò ad incassare brutte sconfitte, a giocar male, ad alternare cose egregie (poche) a cose stravolgenti (tante). Finché si arrivò ad una lunga notte a Barcellona, quando vennero a galla tutti i problemi legati ad un inserimento “difficile” come era quello di Cosic. A lui piaceva giocare “alla Cosic”, magari lontano dal canestro e comunque con una certa libertà d'impostazione; alla squadra, diceva Driscoll, avrebbe fatto anche comodo un 2,11 che giocasse vicino al canestro e desse una mano a Villalta sui rimbalzi. La cosa, come sempre è stato nello stile della società bolognese, finì subito lì e nessuno ne seppe più nulla. Ma quand'anche le cose si fossero risolte per il meglio (come poi avvenne) si pensava che ben difficilmente i frutti del lavoro di Driscoll e Zuccheri) e della classe di Cosic, si sarebbero visti quest'anno. Si pensava già alla prossima stagione, quando Cosic avrebbe recapitato i suo i palloni magici nelle mani del mostro Dalipagic, che avrebbe pensato a trasformarli in tanti canestri da scudetto. E invece no: come nel '76, sono bastate queste due mosse per aprire la cassaforte del titolo che, anche con un anno di anticipo, non perde proprio niente del suo valore, anzi. L'altro “ricorso” che deve aver rimandato indietro con la memoria l'avvocato Porcili e tutti quanti s'interessano di cose Virtus ha un nome e un volto ben preciso, quelli di Charly Caglieris. A Varese, quei 4 aprile 1976, era stato lui la chiave principale per aprire il bunker Mobilgirgi. Lui, alto meno di 1,80 - misura oltre la quale, e soltanto oltre, si comincia solitamente a parlare di giocatori di basket - aveva fatto impazzire i signori Aldo Ossola e Giulio Iellini e convinto nel contempo l'avvocato Porelli che i centocinquanta milioni o giù di lì spesi a suo tempo per averlo non erano stati un cattivo investimento. Non c'era stato bisogno, insomma, “che venisse giù il palazzetto di Varese” perché la Sinudyne vincesse a Masnago: era bastato il piccolo playmaker bresciano di nascita e torinese d'adozione a far crollare il muro bianconero. Da allora, la storia di questo giocatore, sempre sul punto di tornare a Torino e mai su quello di lasciare Bologna, era stata un po' la storia della squadra bolognese: grande ogniqualvolta il suo estro la sorreggeva (come nei grandi incontri di semifinale contro la Gabetti degli ultimi due anni), spenta e senza nerbo tutte le volte che il piccolo Charly scuoteva i tanti riccioli, come a dire di essere spiacente, ma per quel giorno dovevano fare a me no di lui. Si trattava solo di aspettare, per, e di aver fiducia: due qualità che non sono mai mancate a Porelli e ai suoi allenatori. E così, anche per Caglieris è arrivato il giorno del “bis”, o del “storico” se preferite: e guarda caso, era giorno di scudetto. È vero, D'Antoni era ormai ridotto alla velina del D'Antoni conosciuto abitualmente: per certi guizzi, certe invenzioni, certa voglia di vincere non si possono fermare con braccia e gambe e polmoni. Eppoi Driscoll: ne ebbe bisogno allora la Sinudyne come giocatore, ne ha avuto bisogno quest'anno come allenatore ma, soprattutto, come americano particolare in grado di sostituire quell'altro bel tomo made in USA a nome Dan Peterson. Come Peterson, che qualcuno chiama suo maestro (anche se praticamente impossibile: i due lavoravano in coppia, l'uno trasferendo all'altro le proprie sensazioni e le proprie esperienze) anche Terry Driscoll è uno di quegli americani-camaleonte che sanno mimetizzarsi benissimo, che non si ostinano a chiamare “cab” il taxi, che non bevono latte o Fanta anche con la “paglia e fieno” e che insegnano ai propri figli anche a dire “busén”, magari, e non solo ”gay”. Era l'unico, detto in parole povere, che potesse sostituire senza grossi traumi il piccolo Dan, portando in più quell'entusiasmo e quel desiderio di far bene che forse Peterson aveva consumato tutti nei duri anni della ricostruzione-Sinudyne. In più, Terry dal cuore gentil poteva portare una cosa importantissima, purché aggiunta ad una profonda conoscenza tecnica: il fascino magnetico di colui che era stato leader e modello in campo, conoscitore dello “spogliatoio”, amico - ma sempre da un gradino più in alto, forse per via di quel famoso “Celtic pride” di cui si è sempre imbevuto - di tutti i giocatori ed in grado di afferrarne al volo umori, amori e dolori. Quando ritornò in Italia, in quel famoso 1975-76, Porelli disse subito di lui: “Terry può fermarsi da noi tutta la vita, se vuole. Quando smetterà di giocare, se vorrà allenare, dovrà solo dirlo: a noi sta bene qualunque cosa, un posto per lui c'è sempre”. Detto e fatto. E confermato che ancora una volta, neppure sapere se Driscoll capiva di interval training, l'avvocato Porelli aveva visto giusto. Con Driscoll (affiancato da uno Zuccheri cui va una buona fetta di merito per lo scudetto conquistato) la Sinudyne ha adesso davanti una prospettiva di lavoro tranquilla e serena, proprio perché tranquillo e sereno è l'uomo chiamato ad affrontarla. Molto probabilmente, per, tutti questi ingredienti più o meno ricorrenti nella vicenda-scudetto del 1976 non avrebbero potuto formare un nuovo cocktail di successo se Porelli - alla continua ricerca di incentivi per i propri quattromila e passa abbonati annui - non avesse aggiunto a due riprese quelli che poi sarebbero risultati “il tocco in più”, quello destinato a fare la differenza tra un modesto spumante ed un grande champagne. Il primo di questi “interventi” era quello già destinato a suo tempo nel '76, Renato Villalta. Porelli non ha mai ammesso chiaramente e apertamente l'ammontare della cifra pagata (giocatori compresi) per portarlo a Bologna, ma è certo che, qualunque essa fosse, lo stesso avvocato è ora il primo contento d'averla spesa. “Ehi, Renato è un'altro Driscoll: uno di quei giocatori che ogni allenatore vorrebbe avere, che arriva sempre primo agli allenamenti e va via per ultimo. In più lui ha fatto dei grandi progressi e adesso è l'unico giocatore italiano assieme a Meneghin che può fare veramente la differenza tra una squadra buona ed una ottima” dice di lui Dan Peterson, che sicuramente ha avuto non poco merito nei progressi compiuti da Villalta dal momento del suo arrivo a Bologna ad oggi. Non è dato sapere cosa poi abbia provato Peterson in quelle due partite (specie quella di Milano) in cui il buon Renato ha fatto ampio uso di tutto il suo repertorio antico e recente per dare la mazzata decisiva al Billy del suo ex allenatore: nessuno sa fino a che punto l'orgoglio nel vedere assimilati i propri insegnamenti possa andare d'accordo con il desiderio di non vederli messi in pratica...

L'altro tocco di classe al cocktail bianconero Gianluigi Porelli l'ha dato la scorsa estate, concludendo a proprio favore una trattativa che aveva visto in lizza da un lato Kresimir Cosic, pivot jugoslavo pluricampione d'Europa e del mondo, dall'altro un sacco di squadre italiane e non, Boston Celtics compresi. All'inizio, tra Cosic ed i tifosi dal palato più raffinato non fu vero amore. Qualcuno, dimenticando che tornava da una Manila fatale un po' a tutti, vincitori e sconfitti, pensò bene di soprannominarlo subito “Gatto marmone”, giocando un poco sul fatto dell'immobilismo e tanto sul fatto della sua risaputa fede mormone. Ci si aspettavano da lui molto probabilmente, due cose. Primo, che Cosic esibisse subito pezzi “da campione del mondo”, giocando anche contro l'ultima in classifica così come si era abituati a vederlo per TV magari nella finale olimpica; secondo, che il buon Kreso si piazzasse a tre metri dal canestro e di lì cominciasse il suo repertorio di ganci, schiacciate, rimbalzi stratosferici via dicendo. L'illusione (o ignoranza) è andata avanti per un bel po', con momenti di autentico rimpianto (“Ma io Cosic lo confermo anche per il prossimo anno” diceva intanto Porelli) e con qualche perplessità sul possibile accordo tra le esigenze della squadra ed il gusto a giocare playmaker di Cosic, lui che è 2,11. Poi, piano piano, la Sinudyne ha cominciato ad assumere il suo vero volto, quello di una squadra che poteva schierare contemporaneamente quattro uomini di due metri e passa, con un giocatore di 2,11 in punta nella propria zona 3-2 e con la possibilità di averlo come regista “aggiunto” in attacco ogniqualvolta c’era bisogno di inventare qualcosa di nuovo. Per quel che riguardava la sua entrata “in moto” c'era solo da aspettare l'arrivo delle partite importanti: ma chi aveva conoscenza del Cosic “slavo” sapeva che sarebbe stato così. E così infatti è stato. A partire dai quarti dei playoff contro l'Antonini fino alle partite-capolavoro contro il Billy, Cosic ha fatto in campo delle cose che solo lui in Europa è in grado di fare, sistemando i compagni sul campo come pedine Su una invisibile scacchiera e recapitando nelle mani giuste il pallone giusto al momento giusto. Driscoll, da uomo intelligente qual'è prima ancora che da allenatore ha capito che non era il caso d'incaponirsi nell'imporre al mormone di Zara le briglie di una disciplina tattica che neppure Nikolic è riuscito a suo tempo ad imporgli, cercando semmai di sfruttarne le “anomalie”: ed il risultato non può che averlo appagato della scelta. Detto di questi uomini, pensiamo sia inutile sottolineare ancora una volta i meriti dell'avvocato Porelli (già alle prese con l'arduo compito di dare il prossimo anno ai tifosi bolognesi uno stimolo in più per accorrere al Palazzo), o di Gianni Bertolotti, capitano silenzioso impegnatosi come un serio professionista dovrebbe sempre fare nell'opera di autoricostruzione, dopo il mezzo disastro, fisico e psicologico, di Manila, o dei vari Generali, Valenti, Martini e compagnia bella, che di volta in volta sono stati chiamati a sostituire i titolari. La Sinudyne si è già da tempo conquistata lo scudetto della serietà e della professionalità proprio perché da anni è diventata una società in cui ognuno, da Porelli al massaggiatore, sta al suo posto senza invadere le competenze degli altri ma cercando di dare tutto quello che in quel ruolo gli viene richiesto. Adesso, si tratterà soltanto di vedere se veramente l'operazione - Dalipagic andrà in porto o se Porelli dovrà rivolgersi altrove per potenziare ulteriormente la squadra. Quest'anno, fatta eccezione proprio per i play-off decisivi, la squadra non ha sicuramente fatto vedere cose eccelse, alla ricerca di una nuova identità dopo il trapasso Peterson-Driscoll e l'arrivo a Bologna di Cosic. Il fatto che nonostante tutto sia arrivato ugualmente lo scudetto dovrebbe costituire un motivo in più per operare con tranquillità e senza affanni, nella convinzione che la squadra dispone come nessun'altra di un potenziale enorme e che il momento in cui verrà sfruttato appieno e con continuità non può che avvicinarsi sempre di più. Chi invece ha probabilmente sfruttato fino in fondo tutto quello che c'era da sfruttare è stato Dan Peterson, nuovo allenatore del Billy. Il lungo applauso dei quindicimila di S. Siro e le parole di elogio che per primi gli hanno rivolto i vincitori, testimoniano dell'apprezzamento e dell'incredula meraviglia che ha riscosso ovunque quest'anno il piccolo coach di Chattanooga. I motivi del suo successo - che poi è stato il successo del Billy - sono probabilmente facili da intuire e lo stesso Dan li ha in parte chiariti quando, al termine dell'ultima partita, ha affermato che per la prima volta dai tempi del Cile aveva provato un così profondo senso di soddisfazione. Per chi ha letto a suo tempo il breve romanzo della sua esperienza cilena pubblicato proprio dalla nostra rivista, non deve essere difficile pensare che Peterson abbia più o meno provato le stesse cose provate a suo tempo all'arrivo a Santiago, quando ai primi di giugno dell'anno scorso arrivò in via Caltanissetta. Da un lato c'erano le aspettative (tante) di chi pensava che bastasse sostituire Faina con Peterson per fare di nuovo una grande squadra; dall'altro c'era la realtà tragica di un parco giocatori sempre più depauperato, con tanti giovani di belle speranze ma di poca esperienza con i quali il minimo che bisognava fare erano i miracoli. Era la situazione ideale, conoscendo la mentalità e le propensioni di Peterson, per dare via libera alla sua creatività ed al suo ingegno. Due giovani assistenti, un giovane general manager, un presidente lontano ed inavvicinabile così come dev'essere stato a suo tempo il presidente del consiglio dello sport cileno, più odiato che amato da tutti: come non pensare che in queste condizioni, dove c'era tutto da inventare, Peterson non potesse ritrovare quell'entusiasmo e quella voglia di fare che forse, nella professionale e professionista Sinudyne, aveva in parte smarrito? Era un ambiente ed una squadra da costruire, ma era anche un ambiente ricco di entusiasmi, con una grande disponibilità a fare tutto, proprio come accade quando in genere non c’è niente. Su quella specie di tabula rasa che era la squadra, Peterson ha cominciato ad innestare tutti i principi della sua filosofia, fatta di sofferenza in allenamento, di abitudine alla fatica, di temperamento. Era un'impresa difficile, sette od otto schemi poi abbandonati, alla ricerca di quei giochi che potessero sfruttare al meglio le qualità dei giocatori a sua disposizione. La sua fortuna, inutile negarlo, è stata quella di incontrare sulla sua strada un giocatore a nome Mike D'Antoni, sul quale lo stesso coach era dubbioso all'inizio di stagione, al quale poi ha dovuto riconoscere gran parte del merito per i traguardi raggiunti dalla squadra. Nella vicenda personale allenatore-giocatore, che come in altri casi (Driscoll-Cosic, Cardaioli-Griffin) si era protratta per parecchio tempo sul filo del rasoio, il momento decisivo arrivò all'indomani della sconfitta a Torino contro la China- martini. “Ehi, il signor D'Antoni adesso non può più continuare a vivere sul ricordo di alcune belle partite, lui mi deve dimostrare di saper giocare sempre in un certo modo, lui è in grado di farlo, altrimenti bisognerà rivedere certe cose” disse Peterson quel giorno, poche ore prima dell'incontro negli spogliatoi con il giocatore. Le cose, come si sa, cambiarono: e da squadra candidata alla retrocessione il Billy divenne squadra da battere, costantemente impegnata in una guerra di corsa su tutti i mari del campionato, addirittura sul punto di arrivare seconda alle spalle dell’Emerson se non fosse intervenuta la famosa vicenda della partita con l’Antonini a rivoluzionare tutti i programmi della squadra e a farle addirittura disputare l’ultimo incontro con il Mecap con l’affanno di vincere ad ogni costo per non finire addirittura all’ottavo posto. Da quel momento le sorprese sono arrivate puntuali ad ogni incontro, a partire da quello di Roma contro la Perugina fino all’apoteosi contro l’Emerson.

Che poi la squadra abbia ceduto contro la Sinudyne era quasi logico, visto il dispendio di energie prodotto negli incontri con i varesini, dei quali il primo a rendersi conto era stato lo stesso Peterson: “Ma io dovevo vincere contro l’Emerson, e dovevo fare tutto il possibile per portare a casa il risultato: come facevo a pensare di far riposare i titolari in previsione degli incontri successivi?”. Ma uno striscione appeso su una delle tribune di S. Siro dai tifosi dimostrava che anche il pubblico milanese aveva capito quanto la squadra aveva già dato, indipendentemente dal risultato con la Sinudyne: “Thank you, Dan for everything”. Milano era ritornata grande con i D'Antoni, i Sylvester, i Kupec, ma anche con i Gallinari, i Battisti, gli Anchisi, i Boselli: e buona parte del merito di chi era, se non dell'ex-allenatore della Nazionale cilena? Ma il problema, come dice lo stesso Peterson, è che i miracoli si fanno una volta sola nella vita: e quali saranno le garanzie perché il prossimo anno il Billy possa competere sugli stessi livelli senza dover contare sui miracoli? Curiosamente, l'ascesa della stella Billy è concisa con il tramonto del l'astro varesino. Sulla soglia della stella del decimo scudetto, la squadra di Meneghin, Morse, Yelverton, ha perso tutto. Addio Coppa dei Campioni, addio scudetto, addio egemonia in Italia e in Europa. Inutile ripetere quello che questo gruppo di uomini ha dato al basket italiano in tutti questi anni: coppe, vittorie di prestigio, giocatori di carattere che hanno rinvigorito le file della Nazionale. Peterson, al termine della partita decisiva di Varese, ha detto che non è vero che il ciclo Emerson è finito, in ogni caso che loro saranno già pronti ad iniziarne un altro fin dal prossimo anno. Può darsi. Rusconi ha dimostrato di aver lavorato bene, meno bene forse sta lavorando la società, se è vero che nessuno ha fatto niente per smentire le voci che vogliono Yelverton in partenza e soprattutto niente per tenerselo a Varese, dove sicuramente il saxofonista di New York avrebbe piacere di stare e dove nessuno, pensiamo, possa lamentarsi di lui come uomo e come giocatore. La ricostruzione dell'Emerson, se mai ci dovrà essere ricostruzione, non potrà prescindere da lui, così come non potrà prescindere da Meneghin e Morse. Ma tutti sanno come, terminato un grande ciclo, sia sempre difficile ritornare sui livelli d'un tempo: la tensione, l'entusiasmo, la concentrazione, la determinazione spesso durano finché durano i successi. A meno che, come tante altre volte, Meneghin e compagni non smentiscano fin dall'anno prossimo anche questa consuetudine: ne trarrebbe giovamento per primo il campionato, così come quest'anno ha tratto giovamento dal fatto che a vincere, dopo tanti anni, non siano stati ancora loro.

Generali segna in rovesciata nella gara decisiva a Milano mentre D'Antoni protesta (foto Giganti del Basket)

Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Non c'è Bonamico, in prestito a Siena, ma da Mestre torna per fare la sua parte Pietro Generali. Gli stranieri sono nuovi. O meglio, è nuovo Owen Wells, una guardia di colore reduce da un campionato nei paesi scandinavi. Insieme a lui una vecchissima conoscenza del basket italiano ed europeo: Kresimir Cosic, trentunenne slavo di religione mormone di scuola tecnica un po' americana e un po' jugoslava, protagonista di duelli storici e spesso vittoriosi con il nostro basket a livello di squadra nazionale. Wells non è un "super" ma lavora bene in difesa nella 3-2 di Driscoll, dove le sue lunghe braccia mettono paura e recuperano non pochi palloni. Cosic è invece quello che i più fiduciosi si attendevano e che Porelli, che stravedeva per lui da anni, giurava sarebbe stato.

Il Creso ama salire in post, ricevere il pallone e restituirlo ai compagni meglio smarcati con deliziosi assist. Non tutti lo capiscono subito e c'è chi rimpiange il Driscoll giocatore e contesta il Driscoll allenatore specie quando la squadra perde qualche partita di troppo in casa, o si fa recuperare, fuori casa, vantaggi cospicui in Coppa delle Coppe dove viene eliminata in semifinale. Ma in campionati con i play-off "un bel tacer non fu mai scritto" e infatti, la Virtus, sornionamente quel tanto che basta, elimina prima l'Antonini Siena in tre incontri, poi anche l'Arrigoni Rieti, ancora su tre incontri, dimostrando sempre, però una certa fragilità in trasferta. Il fato, o la bravura di Peterson, ripropongono nella finalissima un confronto che forse solo il coach milanese voleva, mentre crediamo che Porelli e Driscoll l'avrebbero volentieri evitato per tante ragioni. In finale troviamo le società più blasonate: la Virtus e il Billy, erede del Borletti e del Simmenthal, le squadre che più di tutte hanno contribuito all'affermazione del basket in Italia in anni e anni di epici duelli, prima alla Sala Borsa e poi al Palazzo di Piazza Azzarita. Un simbolo di questa Virtus è Charly Caglieris, giocatore che sembra sempre voler partire per la sua Torino, ma che non è mai in partenza da Bologna. Nei play-off Charly offre due prestazioni memorabili quando annichilisce Mike D'Antoni. Al resto pensa Cosic: "Lui ha fatto in campo delle cose che è l'unico a sapere fare in Europa" leggiamo su Giganti del basket a firma Dario Colombo. "è in grado di sistemare i compagni sul campo come le pedine su una invisibile scacchiera e recapitare nelle mani giuste il pallone giusto al momento giusto. Driscoll, da uomo intelligente quale è, prima ancora che allenatore, ha capito che non era il caso d'incaponirsi nell'imporre al mormone di Zara le briglie di una disciplina tattica che neppure Nikolic è riuscito, a suo tempo, ad imporgli, cercando, semmai, di sfruttarne le anomalie: ed il risultato non può che averlo appagato della scelta". Memorabili i momenti in cui con il pallone proteso in alto con una sola mano si permetteva di ridicolizzare la già famosa 1-3-1 dei milanesi con Tojo Ferracini che non sapeva più cosa fare per impedirgli di fare il playmaker. La Virtus elimina i rivali milanesi in due sole partite, andando a costruire un autentico capolavoro a Milano, quando sbanca il Palazzone davanti a 15mila persone che alla fine applaudono tutti. Loro, il loro scudetto lo avevano già vinto. Era stato Dan Peterson, il bolognese Dan Peterson, a resuscitare una squadra che molti davano per spacciata all'inizio della stagione. In semifinale avevano compiuto un autentico capolavoro estromettendo Varese (la bestia nera della Virtus degli ultimi due anni) andando a vincere due volte fuori casa. Dan, forse, aveva voluto rendere ancora un servigio alla Virtus? Non lo crediamo, ma credere che ci fosse anche un po' di questa motivazione non costa niente. E poi chi è stato virtussino una volta, non lo rimane per tutta la vita?

Ormai il Billy non può più recuperare: Caglieris sente odore di vittoria (foto Giganti del Basket)

BERTOLOTTI-VILLALTA TANDEM-MONSTRE

di Oscar Eleni – Superbasket – 16/05/79

 

Basket arrivederci e con tanto affetto. Due scudetti sono stati cuciti su maglie gloriose nella zona di San Siro in quattro ore dedicate prima al folclore, lato calcio, poi allo sport con la dura legge del ko da rispettare e questo è avvenuto nel lato basket. Da una parte e dall'altra la gente ha sfondato cancelli, superato barriere proibite. Per quelli del Milan il tormento di un ping-pong fatto per non nuocere e non avere guai, per quelli della Sinudyne un trionfo in progressione, di quelli veri che si gustano per anni. Il calcio ha avuto un campione discutibile, forse il meno debole, il basket può vantarsi di presentare come squadra scudetto quella messa meglio come organico, forte negli uomini in campo, straordinaria in quelli fuori.

PALALIDO - Il Billy, come un grande moschettiere del re, ha difeso la sua identità e i gioielli della regina fino alla fine, dignitosamente, anche quando il fioretto in mano era diventato insopportabile, nei momenti in cui c'era la tentazione forte di alzare una bella bandiera bianca. Il suo finale non è stato sostenuto dalla coralità. Prima tutte le responsabilità su due uomini, i tiratori Kupec e Sylvester, poi lo sfacelo fisico, la fuga da una certa realtà di squadra, l'obbligo, dopo la sbornia all'inizio del secondo tempo, di aggredire una squadra che in regia ha un folletto penetrante come Caglieris e, sotto le plance, il Villalta giocatore numero due d'Italia, oggi, con Meneghin in convalescenza, senza dubbio il numero uno. Il Billy è rimasto prigioniero della propria leggerezza, dal poco peso sotto i rimbalzi, di una statura media buona che però non ha consentito di tamponare, ad esempio, sul regista di centro area, il vescovo Cosic, che tanto male ha fatto alla nostra nazionale e che tanto bene, come previsto, ha fatto alla Sinudyne soprattutto nei momenti che contavano sul serio. Una simpatica signora, prima della partita, mi suggeriva di puntare tutto sul Billy. Perché? Con grande candore la tifosissima confessava: “Quando Silvester ha un bel colorito vuoi dire che la squadra può vincere, da lui dipende il destino dei Billy”. La previsione sembrava azzeccata: una partenza fantastica, proprio del super-marines che sbarcava sulla spiaggia della Sinudyne piazzando sette bombe consecutive. Il colorito di Sylvester svaniva però con il tempo, quando la fatica cominciava a pizzicare muscoli e nervi e la maglia della Sinudyne era sempre appiccicata a quella rossa del Billy. Nel magnifico gruppo inventato da Peterson la stessa sensazione che forse provano quei corridori che tentano fughe disperate nelle super-classiche e, poi, a pochi chilometri dal traguardo, si girano indietro e vedono un avversario più fresco, più forte, pronto a succhiare la ruota per un tratto breve, quindi in grado di finire a braccia alzate sul traguardo. Il colorito di Sylvester è svanito in venti minuti. Al rientro in campo il suo pallore già segnalava la fine. A gesti, vi confesso, ho cercato di richiamare l'attenzione di Torquemada Porelli per fargli capire che consideravo già chiuso lo scontro e che ero pronto a brindare. Lui mi ha fatto un gestaccio in tutta amicizia, in tre minuti ha capito però che la segnalazione dal boccascena era esatta e che il titolo stava viaggiando per l'ottava volta verso Bologna.

ROCCIA SORRIDENTE - Primo scudetto per Renato Villalta, granatiere di Maserada sul Piave, la roccia intorno alla quale è stata costruita anni fa la squadra e contro cui si sono feriti gli avversari di questo campionato e i difensori del Billy. il suo blocco ha liberato migliaia di tiri, però quest'anno l'uomo ha messo qualcosa in più nel suo bagaglio tecnico. Ora, quando gli lasciano dieci centimetri, sa punire e il grande bottino della finale non è venuto fuori soltanto dal suo strapotere sotto canestro. Un'altra roccia del meccanismo che Terry Driscoll ed Ettore Zuccheri hanno messo insieme con pazienza infinita, sorridente però questa roccia, è stato ovviamente Creso Cosic. Ora capiamo perché‚ Slavnic con lui in campo fa cose stupende, non possiamo stupirci di aver trovato un Caglieris bravo e maturo in queste partite decisive. La Sinudyne offre a Giancarlo Primo tre uomini da quintetto base: l'unico vero regista italiano, Charlie Caglieris, la grande novità per la squadra azzurra, dentro e fuori le trincee nemiche, Renato Villalta, infine l'ala-guardia che lontano da un allenatore tremolante ha ritrovato il suo artiglio, il ritmo che nessun altro due metri di casa nostra sa tenere, ci riferiamo a Gianni Bertolotti.

FOTOGRAFIA - Due uomini del Billy non potevano tenerne sei della Sinudyne ed era questo l'unico filo da seguire presentando la finalissima. Nel Billy il quinto uomo in scena è Vittorio Gallinari, giocatore utile, buon rimbalzista e difensore, bagaglio troppo limitato in attacco però e quindi marcabile da lontano, così come si poteva fare spesso su Ferracini, il migliore del Billy come medie totali nell'anno, ma di certo non un tiratore pericoloso a cui prestare mille attenzioni. Nella Sinudyne la forza era data dal sesto uomo, il solidissimo Generali a cui non avremmo proprio chiuso in faccia le porte della nazionale, senza contare che il numero sette del gruppo, Piero Valenti, from Friuli, meglio, Monfalcone, provincia di Gorizia, il cervello di riserva che aiutò la Sinudyne a passare il terribile momento dei super infortuni e che in queste finali è sempre stato il tocco di saggezza per la squadra campione. Valenti, non dimentichiamolo, era in squadra nell'anno dello scudetto 1976, magari più utile come sparring-partner in allenamento che in partita, così come oggi è il secondo regista della squadra, questa volta utilissimo anche dentro l'inferno. La fotografia di questo scudetto è proprio nella disponibilità degli uomini: Peterson aveva abbondanza di registi-guardie, un lusso considerando le sue debolezze a rimbalzo e la presenza di D'Antoni che ovviamente non ha alternative. La Sinudyne era altissima e completa, magari facile da prendere in contropiede nei periodi in cui non erano sistemati bene i compiti dei rimbalzisti, difficile però da attaccare visto che in tutti gli avversari nasceva, prima o poi, l'ansia perché portare via un rimbalzo sarebbe costato sangue.

DALLA - La Sinudyne ha deciso di festeggiare il suo scudetto in una serata particolare, partecipando ad un concerto di Lucio Dalla, grande tifoso del basket prima che della Virtus, disponibile da tanto tempo per uno spettacolo in onore dei suoi beniamini. Sarà bellissimo. I giocatori lo hanno chiesto imploranti a Gianluigi Porelli, e il sommo duce, dimenticando le grandi paure invernali, ha detto sì. Lucio Dalla segue il basket da anni, forse il suoi idolo oggi è Caglieris, considerando the anche lui avrebbe voluto tentare la grande regia nel basket, trovandosi però fuori gioco per qualità canore e poche referenze fisiche. Amici comuni mi hanno raccontato che nella serata del primo Sinudyne-Billy, quello di Bologna, subito dopo la partita, Dalla e il suo gruppo sono andati di corsa a casa per vedere, su una televisione privata, la differita dell'incontro che, poi, è stato anche regolarmente registrato sull'apparecchio dell'uomo che ha fatto vibrare tante volte l'anima nostra e dei suoi ascoltatori. Fino all'alba discussioni su percentuali, tiri in sospensione, non certo sulle note.

RUGBISTA – Charlie Caglieris, dicono i suoi amici torinesi, che lo guardano con il lacrimone fisso, perché lo vorrebbero alla China come regista di una grande squadra, poteva essere un ottimo calciatore se non avesse trovato il basket. Noi diciamo che probabilmente sarebbe diventato uno splendido rugbista se nella sua vita fosse entrato il pallone ovale invece di quello da accarezzare per spedirlo nel canestro avversario. Non preoccupatevi. Non stiamo criticando Caglieris per il suo lavoro difensivo. Le sue doti di rugbista le abbiamo notate alla fine della gara, al momento del trionfo quando Gianluigi Porelli, sconvolgendo tutti, aveva lasciato la panchina della squadra per andare sotto il canestro Billy, dalla parte opposta all'angolo Sinudyne. Porelli aveva dato un ordine preciso: recuperare il pallone della partita, perché quello sarebbe stato il regalo della Virtus al sindaco di Bologna Renato Zangheri. L'arbitro romano Alessandro Teofili, il migliore italiano, insieme a Vitolo quest'anno, scommetteva però con Porelli che il pallone non sarebbe finito nelle mani della Sinudyne. Dieci secondi di tensione, poi il recupero al volo di Caglieris che cominciava il suo slalom fra i tifosi, inseguito da Teofili. Sulla strada dell'arbitro romano due grandi blocchi: una volta Villalta, poi uno spettatore, Caglieris ha cambiato ritmo, ha scartato venti persone, ha fatto un paio di frontini e, finalmente, si è buttato in meta sotto la doccia con il pallone regalo.

PROSEGUIMENTO - Per Adolfo Bogoncelli non è arrivato il ventesimo scudetto. Il suo allenatore ha fatto un capolavoro sul poco che gli era stato servito, però gli è mancata la tavolozza dei colori idonea per il gran finale. Al patriarca restano i quasi cento milioni delle due partite giocate al palazzone. Abituato a vincere con stile, primo fra tutti in Italia per, e questo va riconosciuto, a sapere perdere con altrettanta classe, il presidente del Billy ha ringraziato giocatori e tecnico. A Dan Peterson, sulla porta dello spogliatoio ha detto: “buon proseguimento”. Peterson resterà.

Porelli mantiene la promessa fatta al sindaco di Bologna Zangheri: gli consegnare il pallone della partita scudetto

Tratto da "Il Mito della V nera 2"

 

Il torneo '78-'79 comincia più tardi perché i mondiali di Manila si disputano in ottobre. A settembre la Nazionale azzurra, con Bertolotti, Caglieris e Villalta, affronta al Palasport bolognese quella jugoslava, nella quale giganteggia il mormone Kreso Cosic, neoacquisto bianconero. Il nuovo allenatore, Terry Driscoll (Peterson si è accasato a Milano), gli affianca Owen Wells, la prima guardia vista in Italia di 200 cm, nerissimo e grande difensore dalle braccia infinite. Qualche cambio anche tra gli italiani: generali e Valenti rientrano, Antonelli, Pedrotti e Bonamico se ne vanno. La squadra, come due anni prima, fatica a calibrare. Ma quando Cosic, che si allena poco, soprattutto per problemi fisici, inizia a girare e funge da regista aggiunto, le potenzialità della Sinudyne si sviluppano compiutamente.

In Coppa delle Coppe è fatale il secondo supplementare a Hertogenbosch, in semifinale e senza Caglieris; per un punto gli olandesi privano la Virtus della chance di rivincita contro Cantù, che sta consolidando il suo ciclo europeo.

Abolita la poule scudetto, da questa stagione ci si concentra sui play-off. Seconda in regular season, la Sinudyne non si spreca nei quarti e in semifinale, dovendo per due volte ricorrere alla terza partita contro Siena e Rieti. Il Billy di Peterson fa fuori Varese e cala a Bologna per la finale. 94-81 per la Virtus il risultato di gara 1; gara 2 si gioca al Palazzone di San Siro, che da lì a pochi mesi vedrà il tetto crollare a causa della neve. Di fianco, poche ore prima, il Bologna Calcio artiglia una sudata salvezza contro il Milan che si laurea campione d'Italia: è uno 0-0 morbido e dolce, che comincia e finisce in ritardo perché alcuni tifosi occupano un settore chiuso del secondo anello, e i supporter bolognesi che fanno la "doppia" rischiano di arrivare tardi all'appuntamento con il possibile scudetto del basket.

Il primo tempo termina con il Billy in vantaggio per 50-49. Ma nel secondo tempo le V nere dilagano: il 113-92 finale suggella la grande gara di Villalta e Bertolotti (34 2 28 punti, rispettivamente). A proposito: Cosic era diventato campione del mondo a Manila.

Agli europei di Torino Bertolotti, Caglieris e Villalta costituiscono la spina dorsale della selezione azzurra, Caglieris viene selezionato nel resto d'Europa e si esibisce in Cecoslovacchia dove vince l'Oscar del basket, Generali vince il trofeo Rinaldi, intitolato alla memoria del nostro cestista ed ex-socio, nonché valente giornalista. La statura media del basket si alza.

Il quintetto virtussino è oramai tutto oltre i due metri, eccezion fatta per il play. Il meccanismo della zona è stato il pilastro su cui Driscoll ha costruito la squadra dell'ottavo scudetto.

 

I RETROSCENA A PUNTATE DELLO SCUDETTO-SINUDYNE

A cura di Enrico Franceschini – Superbasket – numeri diversi del ‘79

 

1. PICCOLI DRAMMI DI UNA GRANDE STAGIONE

Terry Driscoll è un uomo paziente. Mentre la sua squadra si disperde (Cosic è già corso da Skansi, Caglieris, Bertolotti, Villalta sono a disposizione di Primo), lui corre da una tivù, privata o pubblica, all'altra, parla alla radio, risponde al telefono, spiega e racconta a tutti lo scudetto Sinudyne. Sempre appassionato, sempre disponibile, quasi troppo: un fiume di parole nel suo italo-americano. è tempo di bilanci, si passa una stagione al microscopio. Ha vinto 23 partite di campionato su 34, addirittura 21 su 28 se si saltano le prime sei balorde giornate. Ma, appunto, non tutto è stato facile quest'anno, i momenti difficili, quelli in cui si temeva il crollo, non sono certo mancati. “Più che all'inizio - dice Terry - quando perdevamo fuori ma riuscivamo a vincere, bene o male, a Bologna, c'è stato un solo periodo in cui ho davvero temuto il peggio: abbiamo perso una orrenda partita a Venezia, poi perso in casa con l'Emerson di 1 punto un match che non dovevamo perdere. Mi sembrava che tutto il lavoro non riuscisse. No, nessun timore di licenziamento o cose simili, ero sempre in contatto con Porelli, non erano questi i problemi. Ma la responsabilità era mia. Però avevo sempre fiducia che sarebbe stato difficile per noi non entrare nei playoff piano piano mi sentivo crescere come coach, notavo leggeri miglioramenti di ognuno”.

Tuttavia non è difficile ricordare la bagarre scatenata fra il pubblico sulle qualità di Driscoll in panchina: i dubbi, ad un certo punto, erano molti. Nessuno, si diceva in tribuna stampa a quei tempi, voleva attaccare a spada tratta un uomo così sincero, così giusto come Terry, ma l'head-coach non pareva il suo mestiere. “La cosa più difficile per me era capire lo "scopo" globale del mio lavoro: soprattutto tante piccole cose cui non ero abituato, che so, un giocatore che ti dice "non mi sono arrivate le scarpe della Lotto" e lo dice a te, o ricordarsi di chiamare uno juniores all'allenamento perché manca qualcuno. Insomma avere fino in fondo tutte le responsabilità di un rapporto psicologico con altri dieci uomini che fanno capo a te, oltre ad avere sempre in testa un piano organizzativo”.

 

2. LA MODESTIA È LA VIRTÙ DEI FORTI

Forse c'è un nuovo proverbio da inventare: la modestia è la virtù dei forti. Vale senz'altro per la coppia- regina delle panchine italiane, Driscoll-Zuccheri, un binomio perennemente estraneo a malizie, equivoci, complicazioni. L'uno e l'altro si appioppano meriti a vicenda, entrambi ricordano che ha vinto la squadra, più che la panchina. Eppure tutti e due firmano, con ruoli differenti, il ciclo di questa Virtus: due scudetti e due volte seconda in quattro anni, la palma di squadra-società guida del basket italiano nella seconda metà degli anni Settanta. “Zuccheri - spiega Driscoll - è un vecchio amico, un tecnico dei più informati, che studia e legge basket, che parla di basket con passione, che ama il basket. Ha la voglia di vincere, mi ha aiutato molto in questo primo anno, anche in tutte quelle piccole cose che lui sapeva (e io no) far parte del lavoro di coach. Discutiamo molto di tutto: abbiamo scoperto che parlando a lungo fra noi di ogni problema è più facile chiarire i concetti e quindi spiegarli meglio ai ragazzi. All'inizio parlavamo ore per decidere se cominciare con un esercizio o l'altro gli allenamenti, per l'impostazione da sistemare nel modo migliore. E in questo Ettore è molto bravo. In un anno sono state pochissime le cose in cui non eravamo d'accordo”. “Driscoll - spiega Zuccheri - è un grande uomo, è stato un grande giocatore, ha un’enorme conoscenza del basket e dei giocatori di basket, per questo, credo, Porelli gli ha dato fiducia anche se non aveva esperienza. Un coach ha 10 casi individuali da risolvere e Terry ha dimostrato, sopra ogni altra cosa, grande sapienza psicologica. Lui è stato campionissimo nei college, grande atleta nell'NBA e in Italia, credo che sarà un grande tecnico”. Poi, i due allenatori campioni d'Italia (uno senza la tessera d'allenatore, l'altro considerato a torto da molti un coach da provincia, buono solo a fare da spalla), non si sentono “arrivati” per questo scudetto. “Certo, tutti adesso mi fanno un mucchio di complimenti, e ne sono felice - racconta Terry. - Ho avuto un’esperienza molto importante e anche fortu nata, forse. Porelli e Zuccheri mi hanno detto che questo è stato l'anno più difficile degli ultimi 10 per chi volesse lo scudetto e so di avere imparato moltissime cose. Ma ho bisogno di un altro anno, almeno, per capire se mi trovo bene davvero, se sono proprio capace di fare l'allenatore professionista, come sono stato giocatore professionista. Non voglio dire che sia stato facile vincere lo scudetto, ma comunque l'abbiamo vinto. Voglio vedere cosa succede adesso”. “Se sarò virtussino a vita? - risponde il prode Ettore. - Se mi tengono ben volentieri. Mi piace questa società, mi dà la possibilità di insegnare oltre che allenare, perché, finché non vado in pensione come prof. di educazione fisica il basket a tempo pieno non fa per me. Ho una famiglia da mantenere, ho bisogno di un lavoro stabile. Il basket mi piace molto, ma mi sembra che nel mondo del basket, Virtus esclusa, non sia possibile fidarsi del tutto, non esistono vere strutture professionistiche. Magari un Taurisano ottiene un contratto di 5 anni a 30 milioni l’anno, ma credetemi, è l’eccezione. Alla Sinudyne con Terry c’è un rapporto ottimo, poi quando hai dietro Porelli le cose vanno per forza in un certo modo. Per cui… Non rischio di entrare in certe pazzie”.

Come quella, tanto per rinfrescare la memoria che gli è capitata quando, riportando in A una squadra e una società che si era spenta per tempo immemorabile, s’è visto premiare con un bel licenziamento.

 

5.IL MIGLIOR ALLENAMENTO È POCO ALLENAMENTO

I campioni d'Italia hanno giocato le ultime quattro gare (perdendo a Rieti, vincendo due volte a Bologna e una a Mila no) in otto giorni: eppure tutti hanno visto una Sinudyne frizzante, a tutto gas, in condizioni fisico-atletiche smaglianti. Davanti a squadre arrivate un po' “cotte” allo sprint finale, i bolognesi hanno giocato col vento in poppa. “Nessun segreto, naturalmente - avverte Driscoll -. Il fatto che la squadra sia partita un po' in ritardo con la preparazione atletica, anche per via di Manila, una prima crescita iniziale, un calo a metà torneo, poi un lento miglioramento, ha determinato la buona forma finale. Il nostro preparatore atletico, il prof Ceschia, ha fondato la preparazione sulla corsa lenta, per acquistare resistenza: non abbiamo mai cercato velocità folli in preparazione atletica, anche perché se uno non sa giocare a quella velocità non gli serve saper correre come un treno. Invece abbiamo contato molto sulla resistenza allo sforzo, per ottenere da ognuno la capacità di giocare per 40' di seguito con il cuore a 150/170 battiti al minuto, con pochissime pause in panchina. Solo a Villalta abbiamo chiesto di più obbligandolo spesso a rinunciare anche alla sosta di riposo. Bisognava tenere i muscoli dei ragazzi sempre freschi, concedergli recuperi necessari. Dopo i primi due mesi non abbiamo fatto molta atletica: in allena mento cercavamo di giocare molto, di fare molto giochi di squadra. Quando hai atleti così maturi l'importante è farli giocare insieme”. “Durante la preparazione fisica - gli fa eco Zuccheri - si cerca quello che manca nel gioco. Il basket offre il cosiddetto "lavoro intervallato", cioè uno corre, palleggia, salta, tira, ma fa anche le sue pause. Manca la corsa continuata. Nel periodo dei playoff specialmente, abbiamo fatto pochissima atletica, tempi brevi, appena dei "richiami". L'ultimo è stato fatto prima delle due partite col Billy, così i ragazzi hanno avuto tempo di riposarsi e voglia di giocare. Non è un'invenzione, del resto, se lo chiedi a Peterson è la sua filosofia. Non puoi fare prima di una partita dura un allenamento molto impegnativo. Dopo la prima partita col Billy abbiamo dato addirittura un giorno di festa (e ne restava solo uno per allenarsi per Milano). Bè, qualcuno è voluto andare in palestra per conto suo. Questo è importante: la voglia che avevano dentro di giocare, di allenarsi per essere al meglio. Una condizione psicologica eccezionale. La carica nervosa è alla base di tutto a questo livello”.

 

6. LE FOLLIE DEL CAMPIONE DEL MONDO

“Io lo confermo per l'anno prossimo, checché ne dicano gli altri, perché è un grande campione” aveva detto l'avvocato Porelli ad un cenacolo di giornalisti, la notte degli spareggi fra Al e A2. Indubbiamente aveva visto giusto. Però le polemiche attorno a Creso sono fioccate a lungo, prima che tutto finisse in gloria. Oggi, col senno di poi, si può dire che forse questo è stato uno dei suoi anni migliori in assoluto, anche perché il livello del nostro campionato, lo scontro continuo coi pivot americani, il sorridente Kresimiro l'aveva verificato solo occasionalmente, mai per una intera stagione.

“Lui è un po' un gigione – dice Charlie Caglieris che di screzi col fenicottero jugoslavo ne ha avuti parecchi sul campo di gioco – ogni tanto gli piace fare il fenomeno. Chiarisco che veri e propri litigi non ce ne sono stati fra noi, basta conoscerlo per capire che sarebbe impossibile litigare sul serio con lui o volergli male. Il fatto è che, per esempio, lui prendeva il rimbalzo e correva via in palleggio, dopo che per una settimana, in allenamento, avevamo fatto il contrario, visto che per quanto è veloce, sono più veloce io. Forse questo è anche dovuto al fatto che in Jugoslavia, nella sua società, faceva di tutto, in completa libertà, anche perché da loro ci sono meno ruoli fissi che in Italia. Per cui è capitato, e magari capita sempre un paio di volte, che Creso togli spazio a me, o all'ala; certo è un grande punto di riferimento, quando parto in palleggio, come contro il Billy, so sempre che c’è lui pronto, è giocatore di grande intelligenza. Dovevamo soprattutto conoscerci a fondo, abituarci a giocare insieme su certi moduli. Ci tengo comunque a ribadire, che gli scatti nervosi erano limitati a un attimo, in campo; non hanno mai avuto un seguito”.

Driscoll si spazientì un po’ quando Cosic sembrava non volerne sapere di giocare come serviva. Lo tenne anche a bagnomaria in panchina per una quindicina di minuti in Coppa e, forse, fu un'esperienza salutare per entrambi, il coach e il pivot. “Con lui veramente non ho mai avuto veri problemi – ricorda Driscoll – Adesso che me lo dici, ripensandoci, è vero che, specie in un paio di partite di Coppa, ci fu un po’ di tensione, qualche incomprensione. Qualche volta non ci siamo proprio capiti. Era che non conoscendolo bene, non capivo certe cose che voleva fare. La mia impressione su di lui era sbagliata, dopo tutto s'è aggiustato. Inoltre ho parlato spesso con Creso, perché lui ha l’intelligenza e l'esperienza per potermi dare una mano, un consiglio, per confrontare un'idea”.

Il che fa ancora una volta onore a Edward Terry, ma anche se il tempo ammorbidisce tutto, diciamo che pure Cosic non aveva capito certe cose che voleva fare Driscoll, il peso della Sinudyne e l'élite del nostro basket. Le ha capite, è stato capito, e i risultati si sono visti in fretta.