CHI SIAMO

ROBERTO CORNACCHIA

 

Cresco inconsapevole di cosa sia il basket in una Romagna che, allora ancor più che adesso, conosce solo il calcio, il ciclismo e "i motori". A 8 anni, indirizzato da mio padre, dò i primi calci ad un pallone. Lui è un grande tifoso del Bologna e mi porta alle partite al Dall'Ara, trasmettendomi la passione per questa squadra e, indirettamente, per la sua città. Nel ’77, vedo la mia prima partita di basket in tv, evento rarissimo allora: Mobilgirgi Varese – Maccabi, finale di Coppa dei Campioni con sconfitta italiana a fil di sirena. Pur deluso dal risultato, rimango affascinato da questo sport che consente finali così palpitanti. Il seme viene piantato ma è ancora presto perché sbocci.

Sulle pagine di Stadio (a casa di un tifoso del Bologna mica si legge la Gazza o Tuttosport...) scopro che c’è sempre una pagina dedicata a questo sport. Non conosco nessuno che segua il basket che mi possa indirizzare o influenzare e quindi scelgo di tifare per una squadra della stessa città della mia squadra di calcio preferita. Inoltre è anche la città più vicina a me, e così anche il criterio geografico è rispettato. Dilemma, le squadre di Bologna sono tre: la Sinudyne, l’Alco e il Gira. Come abbia fatto a scegliere fra le tre non me lo ricordo. Forse il nome Sinudyne mi sembrava di averlo già sentito (aveva vinto lo scudetto l’anno prima) o forse perché era quella messa meglio in classifica in quel momento. Ero stufo di farmi prendere in giro dai miei amici immancabilmente juventini/milanisti/interisti. Almeno nel basket speravo di non dover far sempre la figura del vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro.

Un paio d'anni più tardi, il seme germoglia. Alcuni miei compagni delle medie giocano e decido di provare anch'io. Faccio installare da mio padre un canestro nello stretto cortile di casa ma soprattutto comincio ad andare agli allenamenti di basket, senza smettere di andare a quelli di calcio. Sfortuna volle che entrambi si tenessero di martedì e di giovedì: calcio dalle 14:30 alle 16:30, basket dalle 17:30, il tempo per andare dallo stadio al palazzetto. Per un mese reggo e poi crollo, non ce la faccio fisicamente (chissà cosa avrà pensato la gente nel vedere questo adolescente con le borse sotto gli occhi…), torno al calcio nel quale ero più “affermato” ma ormai ho contratto inguaribilmente il morbo.

Compro il primo Superbasket: sulla copertina ci sono Magic e Bird che stanno per incontrarsi nella finale del college basket e poi andranno al draft del 1979. È l’inizio dell’epoca d’oro della NBA e parallelamente esplode la mia passione. Mi abbono a tutte le riviste del settore (all'epoca solo Superbasket e Giganti del Basket) e in televisione posso finalmente godermi le prime partite NBA, magistralmente commentate da Dan Peterson. Trovo pure la maniera di farmi mandare qualche rivista specializzata americana.

Convinco mio padre a portarmi a palazzo per lo scontro con la Cantù di Marzorati, Della Fiori e Johnny Neumann. È la Virtus dei Caglieris, dei Bertolotti, dei Villalta, dei Generali. Ma a me rimane impresso Cosic che si posiziona in lunetta e dall'alto della sua statura, ma soprattutto della sua classe, dispensa tali perle di saggezza cestistica da far sembrare buono anche un'onesto mestierante come Owen Wells. Abituato al freddo e alla lontananza dall’azione tipica di una curva calcistica, l’impatto con l'ovattata atmosfera del Madison di Piazza Azzarita è spiazzante: i giocatori sono lì, mi sembra di poterli toccare con mano (anche se in realtà non sono proprio in prima fila), la gente urla, fischia e si arrabbia, ma sempre con un contegno dignitoso che nelle curve del calcio non c’è. Sono conquistato, anche dalle avvenenti presenze femminili che popolano le gradinate a palazzo (a 14 anni è un fattore importante!).

L’anno dopo mollo il calcio e torno al basket, in maniera definitiva. Non sono un campione e non lo sarò mai, questo è chiaro, ma la passione per il Gioco è davvero tanta. A 18 anni, vedendomi molto coinvolto e consci che come giocatore non si perdevano niente, mi propongono di allenare una squadra giovanile. Accetto con entusiasmo, ma fra scuola, allenamenti e scuola guida gli impegni sono troppi e smetto di giocare. Tornerò a calcare i parquet con la canotta addosso solo per qualche partita negli amatori o fra amici. Mi tocca pure di arbitrare, visto che all’epoca, per poter ottenere il tesserino di “tecnico regionale del basket” è obbligatorio fischiare per un biennio. Ottenuto il tesserino metto subito via il fischietto, non fa per me. Alleno a periodi alterni, compatibilmente col lavoro che mi vede anche lontano dalla mia residenza o impegnato fino a tardi, ma sempre nelle giovanili, se si eccettua una stagione da assistente in un campionato minore, ma poi, negli anni, smetto. Zeru tituli, ma so di aver trasmesso o alimentato la passione per il Gioco di qualche ragazzo.

Il lavoro, gli impegni, le “morose” e la lontananza da Bologna non sempre mi hanno consentito di seguire la Virtus con l'assiduità che avrei voluto. Ne ho seguito senza sosta le vicende su quotidiani e riviste ma mi sono sempre mancati gli “spifferi” dei portici, quelle cose che solo chi è di Bologna può aver sentito da un amico bene informato o discusso all’infinito al bar, anche se negli ultimi anni, grazie alla frequentazione dei forum, è molto più facile venire a conoscenza di risvolti poco noti o discutere con amici dalla comune passione. È stato così, parlando di campioni del passato con chi non li conosceva che, nel 2007, ho cominciato a radunare gli articoli che trovavo sul web e a raccoglierli in un sito artigianale, inizialmente di poche pagine. Poi mi sono fatto prendere la mano e nel tempo mi è venuta la fregola di metterci tutto e il divertimento è diventato non più descrivere i campioni più grandi ma quelli meno noti e sui quali è più difficile, a volte quasi impossibile, trovare materiale.

Da allora Virtuspedia è cresciuta parecchio grazie all'aiuto di Ezio (conosciuto grazie alla prima versione di Virtuspedia con lo sfondo nero) e dei personaggi e semplici tifosi che hanno dato il loro contributo: i contenuti e le foto che solo qui si trovano (perché reperiti da vecchie riviste introvabili) vengono citate da siti molto autorevoli come wikipedia, il sito dell'Eurolega, il sito stesso della Virtus e molti altri. Così facendo mi sono immeritatamente costruito la fama di "storico" della Virtus, quando invece è proprio per compensare alla mancanza di certi ricordi in prima persona che è nata Virtuspedia. Grazie a questo sito ho avuto la possibilità di scrivere di basket e di incontrare molti dei campioni che una volta ammiravo dagli spalti. Posso dire di avere ricoperto quasi tutti i ruoli possibili in campo cestistico: giocatore, arbitro, allenatore, dirigente e scribacchino. Mi manca solo di fare il proprietario, ma appena vinco all’Enalotto compro la Virtus e vedrete che squadrone vi faccio!

 

 

EZIO LIPORESI

 

Ero un predestinato. Sono nato nell’agosto 1963, Bologna si apprestava a vivere con entusiasmo e passione un’annata che sarebbe culminata in giugno con la conquista dello scudetto da parte del Bologna e con lo scudetto sfumato per la Virtus solo all’ultima giornata. Sono cresciuto in una famiglia che viveva queste vicende molto da vicino: lo zio di mio padre lo accompagnava allo stadio già agli inizi degli anni '30, ma questo non impedì al nipote di affezionarsi anche al basket e seguire la Virtus dalla Santa Lucia fino a Casalecchio, passando per la Sala Borsa e il palasport. In Sala Borsa andava anche mia madre e non mancavano neppure i suoi genitori che testimoniavano la loro vicinanza alla V nera gestendo anche il circolo Virtus in via Ugo Bassi, dove, particolare non trascurabile, s’incontrarono i miei genitori.

Fu così che fin dal 1970 vidi le mie domeniche scandite dagli appuntamenti con lo stadio e il Palazzo dello Sport. Avevo sette anni e mi innamorai subito delle imprese di Savoldi e Fultz, di Serafini e Bulgarelli; l’emozione delle partite s’intrecciava ai racconti che sempre più prendevano connotati a me riconoscibili, le partite infuocate in Sala Borsa, le epiche trasferte fin dall’anteguerra di mio padre per seguire il Bologna, la Virtus o entrambi come nell’anno magico 1964, il primo marzo a Milano per una storica doppia vittoria contro Milan e Simmenthal. Proprio per questo il passato valeva per me come il presente e il tempo che precedeva la partita, come pure l’intervallo, non erano momenti vuoti, ma era divenuto un gioco cercare di indovinare a quale categoria appartenessero i personaggi con cui si intratteneva mio papà a parlare; si trattava spesso di ex giocatori o giornalisti e naturalmente erano i primi a calamitare il mio interesse.

Allo stadio guardavo con ammirazione Genovesi e Pavinato, i capitani del primo e ultimo scudetto, molto più di Giulio Cesare Turrini che scriveva sul Carlino e al Palazzo erano Cesare Negroni, Rapini e Battilani (che bello il poster che mi regalò) a colpire la mia immaginazione molto più dei giornalisti Mongiorgi e Vespignani. Una persona mi incuriosì perché presenziava a entrambi gli eventi, ma proprio per questo motivo lo avevo etichettato come “non giocatore” e retrocesso in seconda fila nel mio schedario mentale, ancor prima di avere la conferma del mio genitore: “Lemmi Gigli, giornalista”.

Intanto passavano i campionati, il Bologna scendeva in classifica e la Virtus, dopo brividi da bassifondi, risaliva fino al magico scudetto del 1976, con quella poule scudetto trionfale che ricordo a memoria. Nel frattempo avevo cominciato a giocare allo Sferisterio nell’LP, ma a 14 anni smisi quando mi consigliarono per continuare col basket di accettare l’offerta della Fortitudo, tesseramento e abbonamento per assistere alle partite della prima squadra: non avrei mai potuto accettare, lasciai l’agonismo e riservai il mio scarso talento e la mia passione per le sfide al campetto. Conservo un ricordo splendido di quegli anni: le partite, gli amici e quelle due sfide contro la Virtus, da togliere il fiato, soprattutto quella sul parquet di Piazza Azzarita. Ritrovai quell’atmosfera solo molti anni dopo, quando alcuni miei ex allievi (sono insegnante) mi nominarono, senza merito alcuno da parte mia, presidente onorario della loro squadra.

Così nel giugno 1978 lasciai il basket agonistico; in aprile avevo effettuato la prima trasferta, a Cantù con mia sorella, per la bella di semifinale, vinta trionfalmente, con Caglieris e Roche imprendibili per Marzorati; ricordo l’atmosfera gioiosa nel viaggio di ritorno in pullman, anche se una sassaiola all’uscita da Cucciago aveva infranto i vetri e la temperatura in autostrada non era delle più gradevoli. In realtà c’era stata una precedente partita a cui avevo assistito fuori Bologna: nel 1974, con tutta la famiglia eravamo a Reggio Emilia, in campo neutro per la squalifica del campo di Bologna, per vedere un’emozionante Sinudyne – Snaidero, decisa da due liberi di Benelli allo scadere del secondo supplementare. Spesso seguivo mio padre alla Virtus Tennis, ma più che dalle sue sfide con gli amici, ero attratto dal campo di calcio dove si allenava il Bologna e intanto cominciavo a capire che quella V che si ritrovava in tanti luoghi in città, era una famiglia molto più estesa di quella che seguiva la palla a spicchi, fatto del resto confermato anche dalle immagini che avevo seguito in tv, le sfide di pallavolo tra la Virtus Lubiam e le rivali Ruini Firenze e Panini Modena.

Gli anni correvano e la ragazza che aveva preso nei miei pensieri uno spazio non trascurabile, una mia compagna di liceo, che giocava per la Virtus Tennis in Coppa Italia, una sera mi raccontò che un giornalista, un tal Renato Lemmi Gigli, dopo gli incontri, le telefonava per conoscere i risultati. Rimasi folgorato, quel signore a cui per anni avevo rivolto solo un distratto saluto, dedicava il suo tempo a raccogliere dati sul Bologna e la Virtus tutta. Trascurai un po’ la ragazza quella sera, ma pensavo solo ormai a come rintracciare al più presto quella fonte di scienza sportiva. Ben presto imparai come Renato aveva raccolto un’immensità di dati, che gli avevano permesso per esempio di scrivere il volume di celebrazione dei cento anni della Virtus, “Il mito della V nera” e che lo vedevano preparare un opuscolo sulla Virtus Pallacanestro, “Centomila canestri”.

Appresi il suo modo di procedere e mi trovai quasi subito a imitare quello stile; il mio amore per la matematica, che faticava a rimanere confinato nello studio prima e nell’insegnamento dopo, fece il resto. Cominciai a conservare articoli, a raccogliere dati, a scrivere fogli, quaderni, blocchi, a compilare tabelle, a tenere statistiche, poi fortunatamente venne l’informatica a mettere ordine in quel materiale… e nella mia casa. Dietro tutti quei numeri però, seguendo i protagonisti dalle categorie giovanili, fino ai veterani, venivano fuori storie sconosciute, aspetti umani che mi spinsero a intensificare sempre più le ricerche. In questo lavoro di analisi storica, mi ritrovai naturalmente a incontrare il sito Virtuspedia, un'opera tanto gigantesca quanto meritoria intrapresa da Roberto; subito mi accorsi che avrei potuto portare un contributo e lo contattai. Ci incontrammo e condivisi subito la sua idea di cercare di non mandare disperso un patrimonio così importante, la storia della Virtus, quella delle vicende sportive, ma anche quella dei singoli personaggi. Mi dedicai maggiormente alla parte statistica e a fornire qualche vecchia foto e articolo, mentre Roberto, che già aveva accumulato una notevole quantità di materiale, curava la parte relativa alle storie dei protagonisti e all'ideazione di nuove sezioni e oggi lo ringrazio particolarmente per averni concesso l'onore di far parte ancora più direttamente della famiglia di Virtuspedia. La passione che alberga nella mia famiglia ormai da più di 80 anni e che, contagiando i miei figli, ha raggiunto la quarta generazione, ha trovato così naturale sfogo in un ricco archivio, che tengo aggiornato ormai da trent’anni, dal quale traspare la storia di personaggi che hanno fatto la  storia dello sport a Bologna e che insieme a Roberto cerchiamo di condividere con tutti gli appassionati della V nera.