JURE ZDOVC

(Jurij Zdovc)

Jure marcato da Antonella Riva (foto Giganti del Basket)

nato a: Maribor (SLO)

il: 13/12/1966

altezza: 195

ruolo: playmaker/guardia

numero di maglia: 7

Stagioni alla Virtus: 1991/92

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

 

BASKET, A BOLOGNA LO SLOVENO ZDOVC?

La Repubblica – 06/09/1991

 

Juri Zdovc, lo sloveno che fu costretto a saltare semifinale e finale degli Europei di Roma per un divieto della sua federazione, è da ieri a Bologna. Sosterrà alcuni provini per la Knorr, assieme a un paio di giovani americani, per scegliere il sostituto di Richardson. Zdovc, 25 anni, 195 cm, buon tiratore e grande difensore, è il favorito: la Knorr avrebbe già sottoscritto un' opzione che prevede una rinuncia solo da parte della società e non del giocatore, cui andranno 400mila dollari. "Non giocare la finale - ha detto ieri - fu uno choc. Voglio giocare in Italia, il campionato jugoslavo non ha futuro".

 

CHUCK JURE

di Leonardo Iannacci - Giganti del Basket – 22-28 ottobre 1991

 

Petrovic, Divac, Radja, Kukoc e... Zdovc. Come dice la pubblicità della Rai, di tutto di più. C'era una volta, all'Eurobasket di Zagabria, una Jugoslavia che aveva quattro colonnelli dal canestro facile: Drazen Petrovic (ora latitante nei New Jersey Nets), Vlade Divac (che ha sulle spalle la pesante eredità di Jabbar a Los Angeles), Toni Kukoc (ko a Treviso) e Dino Radja (l'uomo mascherato di un Messaggero ancora indecifrabile). Il quinto, poco colonnello e con il volto triste e a quell'epoca (1989) sconosciuto, era appunto Jure Zdovc. Un nome impronunciabile per molti, non per chi sapeva parlare il dialetto bolognese che presuppone suoni strani e caldi: "Sdouz" era la pronuncia esatta e un anno dopo, nell'agosto del 1990, quando la Jugoslavia salì in Argentina sul tetto del mondo, anche chi non aveva mai masticato basket in vita sua, capì che la pronuncia del suo nome era l'unica cosa difficile dell'uomo e del giocatore Zdovc. La sua pallacanestro semplice e lineare, i movimenti sincronizzati subito con quelli dei compagni, la difesa asfissiante e la capacità di segnare sempre il canestro giusto al momento giusto, incuriosirono Ettore Messina che, già da allora, pensò a lui come al miglior dopo-Richardson per la Knorr.

Da fante, intanto, Zdovc era diventato con il tempo un graduato di carriera, solido, senza troppi fronzoli, consapevole di considerare sempre il basket come "the best job", il lavoro  migliore, forse l'unico che il ragazzo sloveno era stato capace di fare.

Quando la Knorr mi offrì il posto che era stato di Sugar Richardson - racconta - capii che era venuto il mio momento. Uno dopo l'altro i miei compagni di Nazionale se ne erano andati, chi negli Stati Uniti, chi in Italia. Accettai subito le offerte della Knorr, anche se il mio contratto è sensibilmente 'diverso' rispetto a quelli di Radja a Roma o di Kukoc a Treviso. Ovviamente, in termini monetari...

Quando se arrivato a Bologna eri, comunque, un'incognita per molti...

Soprattutto per voi giornalisti, o almeno così mi è sembrato. Non siete stai troppo obiettivi. Il vostro lavoro vi ha portato a confrontarmi subito con Richardson, quando sono il primo a riconoscere che lui è un grandissimo e io sono un giocatore diverso. In tutti i sensi. Non mi sono mai lamentato, ma ho vissuto un paio di settimane difficili, imbarazzanti.

Dal Comet Konyce alla Knorr, passando per l'Olimpia Lubiana e la nazionale Jugoslava campione di tutto: non ti sei un po' stancato di sentirti definire da tutti l'"operaio del parquet"?

Sai la cosa strana? Non lo considero assolutamente riduttivo, forse anche per le mie origini umili. Sono nato a Konyce, una città piccolissima della Slovenia. Una famiglia semplice, con una sorella più grande di me di un anno. Da piccolo giocavo a basket, calcio, ping-pong, pallavolo. Dieci anni fa mio padre morì. Allora feci la mia scelta: la pallacanestro come lavoro. A 16 anni, dalla Comet Konyce passai all'Olimpia di Lubiana dove ho avuto come allenatore anche Vinko Jelovac.

Per certi versi la tua carriera è stata scandita dai trionfi della Nazionale, nel bene e... nel male. Vero?

Ogni anno ho avuto una stagione saltante con la maglia di quella squadra. Nel 1987 il debutto; nell'88 le Olimpiadi di Seul, che ho praticamente vissuto dalla panchina per la leadership incontrastata di Petrovic, grande stella e grande accentratore; nel '90 i Mondiali in Argentina, en estate indimenticabile per la squadra che ha giocato un basket grandissimo. Ricordi? Abbiamo battuto gli Stati Uniti pur non avendo Radja in squadra.

Poi arrivarono gli Europei di Roma: giugno 1991, semifinale europea tra Jugoslavia e Francia. Nel roster della Jugoslavia il nome di Jure Zdovc saltò all'ultimo momento. Con la guerra civile in corso, rifiutasti di indossare la maglia del tuo paese, o meglio, di quello che stava diventando il tuo ex-paese. Cosa accadde realmente?

Mille volte, me l'hanno fatta mille volte questa domanda. Stavo salendo sul bus che portava la squadra al PalaEur quando il ministro dello Sport della Slovenia mi telefonò, chiedendomi di non giocare. Fu una richiesta molto civile, non ci fu nessun atto di forza. La mia famiglia era in Jugoslavia e con la guerra in corso preferii starle vicino. Tutti i miei compagni mi appoggiarono, avrebbero fatto la stessa cosa. Adesso sono molto più tranquillo, la Slovenia è libera.

Come vedi il futuro politico della Jugoslavia?

Il comunismo è finito, anche quello reale, e gli ideali di Tito sono morti e sepolti. Queste sono realtà, non sensazioni. Non ci sarà mai più una Jugoslavia unita e, quando avrò smesso di giocare, spero di tornare nella mia Konyce.

Il tuo contratto triennale con la Knorr ha una piccola clausola: durante l'estate hai la possibilità di partecipare a qualunque "camp" della Nba. Puoi tentare l'avventura soltanto in una squadra americana. È vero che l'anno prossimo i Lakers ti aspettano a braccia aperte?

Il mio basket preferito è quello di Magic Johnson: spettacolo, velocità, divertimento. Ma da qui a dire che sarò scelto da Los Angeles ne passa. Un try-out non significa nulla, e io a questo benedetto try-out non sono stato ancora invitato. L'estate scorsa ci fu un abboccamento, ma la guerra mi costrinse a rifiutare.

Divac cosa ti racconta di Los Angeles?

Nulla. Non lo sento da mesi. Con Kukoc, Radja e gli altri miei compagni di Nazionale non ho un rapporto così intenso come credono in molti. Soltanto Toni e Dino sono molto amici. C'è grande rispetto tra di noi, ma ognuno ha intrapreso una strada diversa. Giusto così. La mia vita, ora, è a Bologna con mia moglie Irina e mia figlia.

Il peggior difetto di Bologna-città?

Il costo della vita. Non sono un taccagno, ma i prezzi dei negozi sono off-limits. Dalla lampadina al maglione di cashmere.

Brunamonti, quando fu annunciato il tuo arrivo a Bologna, tirò un sospiro di sollievo dopo la grana-Richardson. Ma nessuno pensò, allora, allo scudetto. Ora la Knorr ha lanciato un nuovo messaggio al campionato.

State andando tutti nel pallone. Abbiamo giocato soltanto poche partite difficile. In casa, contro la Benetton, ci siamo trovati di fronte ad una squadra che non aveva Kukoc. Ecco, quello che mi da fastidio, è l'incoerenza di voi italiani. Questa Knorr, dal girone dei dannati, è passata in paradiso. Non vi sembra di esagerare?

Jure batte in palleggio Vinny Del Negro (foto Giganti del Basket)

 

ZDOVC OLTRE IL BASKET

di Walter Fuochi – La Repubblica – 13/10/1991

 

Chissà cosa sarebbe successo se fosse partito male. Se fosse arrivato qui, per entrare nei cuori della curva scavati dall'improvvisa assenza di Richardson, e ne fosse risultato una controfigura pallida, inutile. Invece, le prime partite di Jure Zdovc a Bologna sono andate benissimo e anche lui ha già sicure nicchie d'affetto. Altre immagini, altre forme, rispetto a Sugar: mai una forzatura, mai un tiro se proprio non serve, mai una girandola da artista, o un pugno istrionesco levato alla curva. Così amava ammaliarla il grande moro che oggi sfida la Virtus in tribunale, e quasi ha sepolto, fra carte bollate, chiacchiere e provette, la vigilia della partita più importante del quarto turno, una sfida tra chi non ha mai perso che vale il primato solitario in A1. Knorr-Benetton ha quasi un sapore clandestino, dentro una città avvinta per giorni dal basket in tribunale, più che da quello in campo. E se Ettore Messina garantisce che la squadra non ha avvertito fastidiosi rumori di fondo, che Sugar è un vecchio amico cui ancora i compagni non negano affetto, ma fa parte del passato del gruppo, il presente è proprio la faccia smunta di Zdovc, che nell'appartamento di Richardson, fra qualche coppa dimenticata lì, è andato a vivere, con moglie e bambina. Arrivò in Golf da Lubiana, partenza alle 9, palestra alle 15 morsicando un panino, lasciando una patria sospesa tra guerra e pace e trovando un pallone e un "nemico" per giocarsi una maglia e un contratto da 400.000 dollari. Il giovanotto di questo "spareggio" era un aitante nero di nome Tracy Moore: Zdovc lo travolse, e qualcuno racconta che quei due giorni di allenamenti restano le sue migliori prestazioni da quando è arrivato. Alla gente di Bologna, finora, sono bastate le partite della domenica: firme nitide sui successi di Pavia e di Verona, marchiate di canestri, non solo del sigillo dell' eccellente difesa che già l'aveva reso noto con la nazionale jugoslava. Zdovc ne era stato il quinto pezzo, in un quintetto di fenomeni, forse mai così famoso come quando il ministro dello sport sloveno lo bloccò, prima delle finali europee di Roma. Appunto come quinto pezzo, grande difensore, ma attaccante a scatola chiusa, fin lì oscurato da quelli più bravi, Zdovc arrivò a Bologna: a spiegare senza parlare (arranca su un brutto inglese, attacca appena con l'italiano, ma neppure deve amar troppo i discorsi) che anche i tiri gli piacciono e gli riescono. Avrebbe marcato Kukoc, stasera, se il grande Toni non fosse infortunato: si affrontavano anche in Olimpia Lubiana-Jugoplastika Spalato, e Jure non stenta ad ammettere che la bilancia pendeva dall'altra parte. "Di tutto il nostro quintetto, che purtroppo non si metterà mai più insieme, Kukoc era il più bravo, l'unico davvero insostituibile. Peccato, in squadra eravamo tutti amici, la politica fra noi non era mai entrata. La sera che non potei giocare a Roma, rimasi in albergo a piangere. Poi partii, in macchina, verso casa: a Lubiana c'era la guerra, cosa poteva contare una medaglia d'oro?".

 

ZDOVC PIANSE SUL FAX E UNA SQUADRA MORI'

di Walter Fuochi - La Repubblica – 19/06/2000

 

L'ultima Jugoslavia conosciuta fu quella che vedemmo a Roma '91: giocò, e stravinse, quei campionati Europei. Non ci furono altre squadre di "plavi" (cioè azzurri), dopo: semplicemente perché non ci fu più Jugoslavia. Era fine giugno e raccontavamo, noi dal PalaEur, dei suoi magnifici atleti, mentre i nostri giornali, le stesse mattine, spiegavano in prima pagina come stesse cadendo a pezzi l'ex impero del maresciallo Tito. Ma capitò proprio a noi, cronisti sportivi, di raccontare il gesto piccolo, ma di enorme significato, che diceva, delle spaccature in tumultuoso corso, molto più d'un saggio politologico sull'instabilità dei Balcani. Fu quando, dal governo sloveno di Lubiana, partirono prima una telefonata, poi un fax, che vietavano a Jure Zdovc, atleta di quella repubblica, di scendere in campo sotto una bandiera che non contava più. Lì, con l'efficacia della storia in diretta che lo sport spesso offre come involontario optional, il mondo capì che nulla sarebbe stato più come prima. L'anno dopo, alle Olimpiadi di Barcellona, avremmo vista premiata una neonata nazionale di Croazia: i serbi erano a casa, sanzionati come i "cattivi" della storia. Era fine giugno, dunque, e a Roma stavamo sotto altre bandiere: quelle, allora felicemente dispiegate al vento, della Ferruzzi gardiniana maritata Montedison. Il gruppo pompava, tra gli altri, disinvoltissimi soldi nel basket, sotto la sigla del Messaggero, e fece di quegli Europei un pezzo di romanissima Dolce Vita: dopo le partite, al villaggio Vip, passava un'umanità varia e suadente, e davvero le notti non finivano mai. Grazie pure a quelle bandiere, un'Italia di Sandro Gamba onesta ma non travolgente, arrivò alla medaglia d'argento, per strade sulfuree. Rimontò nel match d'apertura un ripido 18 alla Grecia, con spallate di Premier, bonari fischi arbitrali, qualche cesto segnato pure dalla curva. Batté di 3 punti la Francia, di 20 la Cecoslovacchia e ancora di 3 una mezza Spagna in semifinale. In finale si schiantò sulla Jugoslavia. La tv faceva sui 4 milioni anche allora: ai signori della Ferruzzi monna Rai non negava le reti principali. Di più, poi, sport e cronaca si mischiavano. Gli inviati scoprivano che alla frontiera di Trieste non c'era più il cartello «Benvenuti in Jugoslavia», ma si alzavano gli stendardi di Slovenia e di Croazia, e la prima prova di quell'autonomia tracimò, appunto, tra i nostri canestri. Alla vigilia della semifinale Francia-Jugoslavia, il governo di Lubiana inviò l'ingiunzione di non giocare a Jure Zdovc, biondino di Maribor che faceva il play titolare, di quella super nazionale. Lo conoscevamo appena, l'avremmo ritrovato, di lì a pochi mesi, in maglia Virtus, ma a Roma Zdovc fu sola la vittima di una vicenda enorme. Piangendo, vi si rassegnò. Non uscì dall'albergo, il venerdì che i suoi batterono la Francia. In finale, ecco l'Italia. Ed ecco l'ovvio trionfo della Jugoslavia, davvero fenomenale. In quintetto base, al posto di Zdovc, fu lanciato a sorpresa un ventenne col ciuffo ribaldo che ci avrebbe raccontato, poi, qualche altra storia. Si chiamava Danilovic, quella notte ci parve un super difensore, se fu messo per azzerare Gentile, il miglior azzurro del torneo. E lo azzerò. Danilovic al posto di Zdovc sarebbe capitato ancora, proprio nella Virtus. L'Italia sprofondò subito sul 3015, sognò al riposo di potersela giocare (4841), riemerse nella ripresa a non segnare più d'un canestro nei primi 7', sotterrata 7045 e salvata poi da un margine più accettabile. Non ci si poteva giocare, contro quella Jugoslavia, che avrebbe spedito sei uomini nella Nba, eppure, lì a Roma, non aveva il migliore, quel Drazen Petrovic, che poi sarebbe morto nel '93, su un'autostrada tedesca. Sarà il destino, doversi spaccare, di quella squadra e di quella terra. Anche solo per un giorno, rivederli insieme a Bologna darà un brivido lungo.