ALESSANDRO ABBIO

Questa l'ho vinta io!

nato a: Racconigi (TO)

il: 13/03/1971

altezza: 190

ruolo: guardia

numero di maglia: 7

Stagioni alla Virtus:   1994/95  - 1995/96 - 1996/97 - 1997/98 - 1998/99 - 1999/00 - 2000/01 -  2001/02 

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 3 scudetti, 4 Coppe Italia, 2 Euroleague, 1 SuperCoppa

 

 

ALESSANDRO ABBIO

"Il chi è chi" 96/97, redazione Superbasket

 

Nell'ordine il naso, due gambe supersoniche, le sue penetrazioni e la capacità di lamentarsi sempre e comunque per qualsiasi chiamata arbitrale giusta o sbagliata che sia, sono le cose che si notano di più in lui ...

Gioca guardia in attacco, in difesasi oppone alla grande anche ai playmaker ...

A Torino si caricava la squadra sulle spalle, ovvio che alla corte del "Signor Motorshow" abbia mutato un po' atteggiamento ma l'ha fatto talmente bene da diventare un punto fermo non solo nella Kinder ma anche nella nazionale in un ruolo coperto ...

Giocatore non dalla personalità devastante (al contrario della sua signora), una volta era molto agitato, mentre ora si è calmato ...

Sembra abbia risolto i guai alla spalla che l'hanno tormentato in passato ...

Il soprannome Picchio pare non derivi solo dalla somiglianza con Woody Woodpecker ma anche da certe doti nascoste ...

Schiacciatore formidabile.

IL RITORNO DI ABBIO: "ASPETTAVO QUESTO GIORNO"

La miglior prestazione stagionale per Alessandro, partito in quintetto. "Metteteci pure un po' di fortuna, ma ne avevo bisogno".

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 28 ottobre 1996

 

Lucido, preciso, come non gli capitava da tempo. Una partita da incorniciare per "Tiramolla" Abbio, che Bucci ha lanciato in modo del tutto inatteso nel quintetto di partenza. Ma la mossa del coach della Kinder aveva un triplice scopo: dare un po' di riposo a Prelevic, avere un difensore che potesse mettere in difficoltà con le sue lunghe leve "Trottolino" Grant e dare spazio e fiducia a "Tiramolla", che ne aveva proprio bisogno. Una partita così bella - tre su tre da due punti e nei liberi, quattro su quattro nelle bombe, quattro rimbalzi, due palle recuperate e tre assist per un complessivo trentuno di valutazione - che hanno spinto il general manager bianconero, Piero Costa, a sottolineare come la società non ricorrerà al mercato.

"Quello di cui abbiamo bisogno - sottolinea Costa - ce lo può dare tranquillamente Abbio". Capitolo chiuso, insomma, almeno fino alla prossima partita, dal momento che "Tiramolla" ha potuto scatenare i suoi garretti esplosivi soprattutto quando ha potuto giostrare come guardia, in appoggio a un sempre lucido Patavoukas.

"Era un po' che aspettavo questo momento - attacca Abbio -, ma spero che si tratti solo dell'inizio". Alessandro non si è montato la testa, non vuole un posto garantito in quintetto, vorrebbe ritrovare solo un po' di tranquillità e altrettanta continuità.

"Metteteci pure un po' di fortuna - prosegue - ne avevo proprio bisogno". E che fosse una giornata speciale lo rivela anche lui.

"Non mi entravano mai bombe o tiri liberi, nelle ultime partite, anche se in allenamento ero sempre stato preciso. Così ho passato gli ultimi due giorni senza curare questi due particolari aspetti. Il risultato mi ha dato ragione, perché alla fine non ho sbagliato nulla".

Da domani, però, tornerà in palestra, come sempre, per affrontare una settimana tutto sommato riposante, dal momento che non ci saranno intermezzi europei.

"Voglio crescere - taglia corto - anche perché non mi sembra di essere andato così male come playmaker".

VIRTUS, ARIA NUOVA IN EUROLEGA

di Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport - 15/01/1997

 

Non rinnega l'esperienza da play ma col ritorno di Galilea si trova meglio, come tutta la squadra: "Il periodo nero è passato - dice Picchio -: ora il futuro, soprattutto in Europa, dipende solo da noi". Oggi il test - Leverkusen Bologna - "Faccio il playmaker in maniera diversa da come si aspetta la gente o la critica, più alla Djordjevic che alla Bonora, e questo forse mi ha messo in cattiva luce, l'impatto è stato sottovalutato, sono meno considerato rispetto ad altri giocatori ma quello della regia è un ruolo che sento ancora di poter tenere nel mio bagaglio tecnico. Se non altro per il futuro, quando avrò smesso di saltare e non sarà necessario che faccia tanti punti". Restituito al suo compito naturale di guardia, con grande beneficio suo e della squadra, Alex Abbio non abiura il passaggio in play che nell'emergenza, prima del rientro di Galilea e del riacquisto di Ravaglia, ha eseguito con molti chiaro-scuri. Come tiratore-percussore, l'ex torinese piace di più e il suo rendimento sta convincendo anche il c.t. Messina. Stasera nell'impegno interno di EuroLega contro il Bayer Leverkusen, mai vincente finora (0-11), il buon Picchio ha l'occasione di confermare il suo buon momento di forma. "Le mie caratteristiche le conoscete: sono più portato a correre, segnare, giocando da guardia - continua Abbio -, ma i ruoli intermedi, soprattutto tra gli esterni, nel basket moderno sono ormai diventati omogenei perciò non voglio gettare l'esperienza, comunque utile, maturata come regista. Mi sono sacrificato ma non mi sono mai sentito spersonalizzato. Società e squadra mi hanno mostrato grande fiducia anche quando ho giocato male. Ora posso dire che il momento difficile, mio e della squadra, è passato. Stiamo riprendendoci, il segreto è sentirsi bene mentalmente, fisicamente e coi compagni. L'umore dello spogliatoio è tornato sereno, guardiamo avanti al prosieguo della stagione con ottimismo. Il primo posto in campionato e il secondo nel nostro girone di EuroLega sono ancora alla nostra portata". Adesso Abbio può sorridere, col ritorno di Galilea si è rimesso a fare canestro, una dote che gli appartiene ripensando ai suoi record di 45 punti in serie A e di 65 nelle giovanili segnati in faccia a Portaluppi in un Torino-Milano juniores. Domenica a Roma è stato decisivo ma solo due mesi fa lo ricordiamo oggetto misterioso di un derby giocato in apnea: 5 falli e zero canestri in 8'. "Quello è stato il nostro e il mio periodo più brutto. Non ero a posto, avevo l'influenza e la spalla mi duoleva ancora - ricorda -. La svolta è venuta a Treviso. Pur perdendo in modo anche rocambolesco, abbiamo giocato un grande secondo tempo. Lì ci siamo ricompattati e piano piano siamo usciti dal tunnel della crisi. Fare il play per me non è mai stato un problema anche se tutti in giro lo vedevano come una lacuna della squadra. Ricordo che ho fatto pure l'esordio in nazionale, sotto Gamba, giocando da regista. Io non voglio chiudermi nessuna porta, so di avere anche buone qualità di passatore soprattutto in contropiede. Quello che conta non è tanto il ruolo ma l'aver ritrovato la piena condizione fisica". è un Abbio su di giri. "L'ho detto - conclude -, possiamo ancora centrare tutti i nostri obiettivi. In Europa ci servono 5 vittorie su 5 per arrivare secondi, in campionato potremo sfruttare il fattore - campo contro Treviso, Milano e Fortitudo. Diciamo che il nostro futuro in coppa dipende da noi mentre nella Lega anche dai risultati altrui. Dobbiamo sperare in qualche scivolone delle nostre rivali stando bene attenti, però, a non commetterne noi". Il Bayer, che ha perso l'egemonia in Germania a beneficio dell'Alba Berlino, non può essere una buccia di banana. Contro i tedeschi, pieni di nostre vecchie conoscenze come Riccardo Esposito, Marco Baldi, Kevin Pritchard (ex Reggio Calabria) e Tony Dawson (ex Ferrara e Desio), ritorna in campo con la Kinder Arijan Komazec, fermo a Roma per la tallonite. Si gioca al PalaDozza alle 20.30, arbitrano lo sloveno Rems e il francese Vauthier.

 

IL BOMBARDIERE ABBIO

È continuato anche a Pesaro il magic moment di Tiramolla. "La vittoria nella gara da tre punti la dedico a Piero Costa"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 24/02/1997

 

L'avevamo ribattezzato "Tiramolla". Perché di quel personaggio dei fumetti degli anni Settanta ha la capacità di allungarsi a dismisura, con le sue gambe esplosive e le sue lunghe braccia. E visto che sempre di fumetti si tratta abbiamo tentato la provocazione: "Tiramolla" Abbio come il Michael Jordan complice del coniglio Bugs Bunny?

Ci perdoni, "Tiramolla". Dovremo chiamarla Jordan in futuro?

"Non scherziamo. Di MJ ce n'è uno solo. E credo che ne sarà sempre uno, anche negli anni a venire".

In questo periodo le viene tutto bene.

"Capita."

Ma ha vinto pure la gara da tre punti.

"È così strano?".

Strano no, singolare sì.

"Avrei potuto farcela anche un anno fa. Ma cominciai per primo, i raccattapalle fecero un po' di confusione e io finii nel "pallone". A Pesaro è andato tutto bene".

Una bella soddisfazione.

"Certo. Ma in allenamento riesco a fare anche meglio".

A Pesaro non era un allenamento, però.

"Ma non c'era pressione particolare. Era una festa e tutti siamo stati contagiati da quel clima particolare".

Un clima che l'ha costretta a utilizzare il cerotto al naso reso celebre dagli azzurri di calcio agli europei.

"Non è un vezzo. Ero veramente raffreddato. E non potendo prendere aspirine perché sono allergico sono ricorso a quello.

E ha portato a casa quel bel trofeo.

"L'ho con me: lo guardo e lo riguardo. Ho sempre avuto la mano calda, comunque. Ricordo quella volta che giocavo a Torino. Feci 45 punti, che rappresentano ancora il mio record. Ne realizzai tanti anche perché feci sei su sei da tre punti".

Dediche particolari?

"Se me lo concedete sì. Un trofeo per Piero Costa, che non è più tra noi. Aveva lavorato assai per mettere insieme questa squadra. Speriamo di potergli dedicare qualcosa tutti insieme".

Cominciamo sempre da lei, che sta attraversando un momento di forma eccezionale.

"Ma ho sofferto parecchio. Adesso gioco, segno, difendo. Ma quando ho ripreso ad allenarmi con i compagni, in estate, qualche timore l'ho avuto".

Già, quell'operazione alla spalla che ogni tanto "usciva". Adesso salta senza paura.

"Devo ringraziare ancore un sacco di persone. Da Renzo Colombini, il preparatore della Virtus, che mi ha seguito per mesi, alla mia fidanzata, Valentina, che ha avuto pazienza, insieme con Fabio, Marco, Cinzia, i mie amici".

Perché parla di pazienza?

"Forse e lo siete dimenticati, ma avevo il braccio praticamente incollato al busto e inutilizzabile. Non potevo guidare e la rieducazione l'ho iniziata a Modena. Valentina e i miei amici mi hanno scarrozzato parecchio. Se non ci fossero stati loro non so come avrei fatto".

E invece è qua, splendido protagonista.

"Manca solo una cosa".

Quale?

"Il mio amico Cuki. Anche lui ha subito un intervento chirurgico. Sono sicuro che tra un mese sarà al 100 per cento. Guai a chi incrocerà la strada della Virtus".

Un grande affiatamento tra lei e Galilea, vero?

"Ci conoscevamo da parecchio. Siamo stati avversari, di nazionale, a tutti i livelli. Così quando è arrivato a Bologna abbiamo subito trovato l'intesa giusta. Ma la forza di questa Kinder è proprio lo spogliatoio. Nessun attrito con il coach, né tantomeno con i compagni, Chicco, Flavio, Gus, stranieri e comunitari puntano allo stesso obiettivo".

Vuole ricordarcelo?

"Semplice: siamo in corsa su tre fronti. Possiamo farcela; anche in europa non dateci per spacciati anche se dobbiamo rendere visita alla Stefanel".

ALESSANDRO ABBIO

di Emanuela Negretti - tratto da "Euro Virtus"

 

Picchio, Tiramolla, Sky o semplicemente Sandro. Sono questi i nomignoli che gli hanno affibbiato i suoi fans. Per tutti però è l'uomo delle missioni impossibili. Abbio è un grandissimo difensore, un feroce mastino che si attacca alle costole dei suoi diretti avversari senza lasciar loro nemmeno il tempo di respirare. è cresciuto molto in queste ultime annate. La sua determinazione e la sua costante concentrazione lo hanno portato alla ribalta del basket italiano ed europeo. Sandro è un tipo spigliato sia dentro che fuori dal campo, ama scherzare con i compagni, far loro qualche tiro mancino, ma soprattutto ama essere tranquillo con la propria coscienza. I compagni adorano la sua allegria, la sua ilarità, la sua voglia di divertirsi sempre e comunque, nonostante gli impegni siano sempre molto fitti e importanti. Alle volte, però, rischia di farsi saltare i nervi. Alessandro è uno passionale, troppe volte il fuoco che gli brucia dentro vorrebbe esplodere, ma ultimamente riesce a controllarsi di più rispetto ai primi anni di basket. Ma che cos'ha nelle gambe questo ragazzotto alto 1,93 e di 27 anni? Forse dinamite, forse delle molle, fatto sta che ha un'agilità fuori dal comune. Quando salta sembra quasi che riesca a raggiungere il cielo. La sua vita se la immaginava un po' diversa. Molto piccolo aveva iniziato a giocare a calcio, per l'esattezza la sua specialità era difendere la porta: i tuffi non gli facevano di certo paura. Ma il richiamo del basket è stato più forte di lui, non ha saputo resistere. Da Racconigi, dove è nato il 13 marzo 1971, e che ha visto le prime evoluzioni del giovanotto sui campi da basket dell'oratorio, si è spostato così a Torino, dove è entrato a far parte dell'Auxilium. Eccezionali le sue ultime 3 stagioni torinesi, dove Abbio era diventato la punta di diamante della squadra. Quando lo cercò la Virtus, la sua gioia fu immensa, soprattutto perché avrebbe potuto vedere da vicino il suo grande idolo: Sasha Danilovic. Era già a Bologna, per rendersi conto di persona del clima e dello squadrone dove l'anno seguente sarebbe capitato,la giornata che consacrò la Virtus Campione d'Italia nella stagione '93-'94. La gioia di essere diventato "bolognese" traspariva già dai suoi occhi. Era giunto sotto le due Torri con la fidanzata Valentina, che lo seguiva come un'ombra, la quale lo avrebbe portato all'altare nel maggio del 1997. Nella passata stagione, al termine della partita che regalò alla Virtus la sua quinta Coppa Italia, Abbio si alzò in piedi su una sedia e con le lacrime agli occhi per la gioia gridò il nome della sua amata: Valentina. Questo bellissimo gesto ci ha sempre ricordati un po' il film con Sylvester Stallone, Rocky. Anche se ancora giovane, Abbio ha già vinto parecchio: uno scudetto, una Supercoppa, una Coppa Italia e un'Eurolega con la Virtus. A livello di nazionale maggiore, l'argento agli Europei di Barcellona dello scorso anno. A livello di giovanili ha riempito la sua personalissima bacheca con un Europeo juniores nel '90 e un Europeo under 22 nel '93, più due medaglie d'argento ai mondiali juniores del '91 e a quelli militari di Pechino.

NEL CUORE DEI TIFOSI

di Jorge De Carvalho - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

Fa parte anche lui di quel gruppo che entra nella storia della Virtus, dopo la conquista della Coppa dei Campioni (anche se ora la chiamano Eurolega), la prima e quindi irripetibile! Non solo. C'è anche il trionfo in campionato. Sì, trionfo perché giocato contro l'avversario più difficile in assoluto. Con partite quasi sempre da recuperare e dove "Sandrino" (così viene incitato da buona parte del pubblico femminile) ha sempre fatto la sua parte, soprattutto in gara4 (la bomba del sorpasso-vittoria), rivelandosi uno dei protagonisti decisivi della stagione per sempre segnata dalla grandiosa vittoria europea.

La sua grinta e le grandi capacità fisiche che ogni volta limitano le entrate e i tiri dell'avversario più forte, le schiacciate in contropiede, i rimbalzi rubati a gente più alta e più grossa oltre al coraggio sempre dimostrato, hanno portato Picchio diritto nel cuore dei tifosi.

L'abbiamo sentito descrivere per i lettori di "Bianconero", come ha vissuto questa stagione esaltante e piena di prestigiosi trofei per le V nere.

Una stagione vissuta in crescendo e che ti ha visto grande protagonista nella serie finale contro la Fortitudo.

È stata una stagione che ci ha dato molto sia a me che alla squadra e alla società. Le sentiamo per la grande attenzione che i media ci dedicano e soprattutto per i continui festeggiamenti da parte dei tifosi. Però quello che non riesco ancora a descrivere bene è la prodezza che siamo riusciti a realizzare in questi cinque derby, anche se quello che veramente poi contava era l'ultimo ma si è chiuso in un modo eccezionale, che neanche il migliore scrittore di "gialli" avrebbe potuto inventare. Gara 5 ha fatto vedere l'apice delle emozioni che può offrire la pallacanestro. Non ti dai mai per vinto. Ci credi di poter recuperare ad ogni momento. Questo è il basket. Per me è stata una stagione eccezionale e particolare. Mi sono visto alla partenza magari un po' in sordina. La gente vedeva l'arrivo di tanti grossi nomi in squadra, ma io ho sempre pensato di cavarmela.

Nonostante qualche problema fisico, come quello che mi ha tenuto fuori squadra nella gara persa in coppa ad inizio stagione (con questo non voglio dire che con me si vinceva), strada facendo ho trovato i miei spazi. Come guardia, come ala, come play, da difensore. In tutto quello che mi si chiedeva e che la squadra pretendeva da me.

Una grande squadra per raggiungere grandi traguardi.

Sì, un gruppo dove ciascuno aveva il suo compito ben preciso, sapendo con certezza ciò che poteva e doveva dare. Una squadra costruita bene. Con regole, giocatori e stimoli giusti, per arrivare a questo doppio successo che resterà memorabile, specialmente nel momento della conquista dello scudetto. Per me è stata la soddisfazione più grande in assoluto. Giocare così una partita in cui sei sempre sotto, recuperare e vincere al supplementare, contro una squadra piena di campioni come la Fortitudo è stata un'impresa che ha dell'eccezionale.

Quando la Virtus ha vinto lo scudetto precedente tu eri arrivato a Bologna da poco. Ora ne sei parte della storia. Dacci un "flashback" di questi anni in bianconero.

Ho avuto la possibilità di giocare su tutti i parquet d'Italia e d'Europa, con il peso di questa maglia con la Vu Nera che non sta simpaticissima a tutti perché magari vince troppo e quindi dà fastidio. Qui sono cresciuto, maturato ed ho anche allargato il mio repertorio, diventando un giocatore più completo.

Sei partito per questa stagione come il migliore difensore in circolazione, poi la trasformazione proprio nella serie finale con i "cugini", sei quasi tornato il tiratore dei tempi di Torino.

Sì, sono riuscito a mischiare un po' le due cose. Forse ad inizio stagione difendevo di più. Nelle finali l'ho fatto di meno perché ti porta via tantissime energie, e poi un po' più attaccante perché serviva molto alla squadra qualcuno che facesse dei punti perché, come vedevi, Sasha era in condizioni fisiche molto brutte anche se ha dato il massimo e proprio per quello rischiando tanto. Un po' mi rivedo. Sono anch'io andato in campo diverse volte con problemi fisici vari. Proprio su Sasha vorrei raccontare una cosa accaduta il giorno prima di gara4. Cercavo la forza per affrontare una gara molto difficile visto che la Fortitudo giocava in casa il "matchball" per il titolo egli ho chiesto di dirmi qualcosa. Mi ha risposto "quando siamo in campo giovedì e anche domenica, perché gli roviniamo la festa, ascoltami e seguimi, tutto andrà per il verso giusto". Ciò che ha detto Sasha si è verificato e ora sono felice.

Chiudiamo con un momento speciale della tua stagione.

Beh, la Coppa dei Campioni è stato un momento che mi ha dato sensazioni uniche. è stato un traguardo storico per tutti noi, però vincere il campionato alla quinta partita, contro la Fortitudo ed il quel modo quasi drammatico ha avuto per me un sapore particolare. Il momento speciale è stato sicuramente alla fine di gara4 quando Ettore, durante il time out, ha chiesto di fare due tiri. Loro hanno marcato bene sia Sasha che Antoine e quando mi sono trovato con la responsabilità del tiro. è stata una grandissima gioia!

Abbio mostra orgoglioso trofei e famiglia

LE VIRTÚ DI SUPER PICCHIO ALESSANDRO ABBIO

di Carlo Annese - La Gazzetta dello Sport - 20/06/1998
 

 

Ci sono emozioni che non si dimenticano. Mai. Anche se hai vinto già abbastanza, se sei abituato a giocare con i più forti e hai la stoffa del campione. Alessandro Abbio, in arte "Picchio" per un naso un po' importante e la camminata ciondoloni, l'emozione del suo secondo scudetto con la Virtus Bologna la porterà sempre con sé, "con il portafogli e la foto di mia moglie", dice scherzando. Dopo gara-5 di quella che è stata la più bella e più lunga serie di finale del campionato italiano di basket, ha vagato per qualche minuto con gli occhi sbarrati nell'androne dello spogliatoio del PalaMalaguti di Casalecchio che ribolliva di gente bianconera in festa. Poi è crollato a terra ed è rimasto lì, con la testa appoggiata al muro. Semplicemente felice.

Perché nella straordinaria sfida stracittadina tra la Virtus e la Fortitudo, lui aveva fatto la parte del protagonista. Tra le due squadre più forti d'Europa, che mai come quest'anno hanno lacerato Bologna nei suoi tessuti più profondi, lui era stato determinante. Tra la Kinder multinazionale dei canestri (due jugoslavi, uno sloveno con passaporto greco, un francese e un argentino naturalizzato italiano) e la Fortitudo delle superstar americane (Dominique Wilkins, una leggenda dei professionisti Nba, e David Rivers, nominato miglior giocatore in Europa), lui ha rappresentato la via italiana allo scudetto. Il simbolo di un movimento che, dopo la medaglia d'argento ai campionati europei di Barcellona e la conquista dell'Eurolega da parte della stessa Kinder due mesi fa, è considerato di nuovo tra i più importanti del mondo. Immaginate cosa possa essere tutto questo per un ragazzo di 27 anni, cresciuto in Piemonte, ovvero in una zona considerata cestisticamente depressa già prima che la storica Auxilium Torino scomparisse dagli orizzonti della serie A, ed esploso più per azzardo che per ferrea convinzione di chi lo ha scoperto.

Nato a Racconigi, in provincia di Cuneo, Alessandro Abbio è cresciuto a Bra, nota più per essere l'epicentro del mangiar lento e con gusto che per trascorsi sportivi. La sua passione era il calcio, in un ruolo che ha molto a che fare con il basket: il portiere. "Ho fatto, come si dice, tutta la trafila delle giovanili con l'A.C. Bra - racconta Abbio - e tuttora, quando gioco a calcetto con i compagni della Virtus, non ho alternative: sto in porta. Da piccolo, pero ero un po' debole, sempre malaticcio, e sotto la pioggia, che dalla mie parti è perenne, passavo da un raffreddore all'altro. Anche per questo, a 8 anni, ho cominciato a giocare a basket: per stare più al coperto. E a un certo punto ho fatto una scelta".

Non era difficile vedere in quel ragazzino ottimo materiale su cui lavorare. Alessandro sembrava fosse fatto di gommapiuma. Saltava più di tutti (a 16 anni é anche arrivato 8° nel salto in alto ai campionati studenteschi, con un fosbury mai provato da 1.91 cm) e con un corpo snodabile. Il basket per lui era sinonimo di America e il fatto che il suo primo allenatore fosse Frank Valenti, ex folletto italo-americano della Saclà Asti, era solo un segno del destino. "Lo vedevo giocare e mi sembrava di un altro pianeta - racconta Abbio -: Frank palleggiava benissimo, tirava da fuori, sapeva passare il pallone ed era forte in difesa. Mi dissi: cavolo, un giorno vorrei diventare bravo come lui". Valenti oggi è vice-allenatore all'Universita di Buffalo e di Abbio forse non sa quasi più niente. Ma per Alessandro è stato un punto di partenza fondamentale, il primo di una serie di maestri importanti che hanno lasciato il segno nella sua vita, oltre che nella sua carriera.

Dido Guerrieri, ad esempio, personaggio straordinario della panchina. Nei suoi taccuini da Slobbovia, una rubrica letterario-visionaria che non poteva mancare sul Superbasket diretto da Aldo Giordani, il "professore" scriveva: "Il nostro play anche questo mese si è infortunato". Quel play era Abbio, appunto: a 20 anni era alla prima vera stagione in serie A con l'Auxilium Torino, che lo aveva preso da Bra nell'88 sistemandolo in una famiglia perché non soffrisse troppo il distacco dalla sua, ed era già diventato il suo pupillo. E poi Alberto Bucci, il suo primo allenatore alla Virtus. Abbio era stato comprato da Bologna nel '93, ma più per farne un uomo-mercato che per reali convinzioni sulle sue qualità di uomo-squadra. Non a caso fu lasciato a maturare per un'altra stagione a Torino. Segnava tra i 16 e i 20 punti a partita, che fosse A1 o A2 era indifferente, era il re del contropiede e uno specialista nell'uno contro uno. Aveva insomma, gambe straordinarie e tanto estro. Dicevano però che non gli piacesse difendere, per non dire che nel suo ruolo, quello di guardia, alla Virtus c'erano presenze troppo ingombranti da rimuovere, giocatori troppo più esperti e titolati.

Ma Bucci ha voluto rischiare su di lui: "un giocatore che fa parte del basket del 2000. Ha enorme talento e incredibile forza fisica - disse allora -. In più, quando è in aria, sa trovare un perfetto equilibrio. Sarà uno dei protagonisti fondamentali del movimento italiano degli Anni Novanta". Vaticinio perfetto, ma la trasformazione di Abbio non è stata così facile e rapida. Da grande solista quale era stato, doveva accettare la panchina e anche la prospettiva di non illudersi troppo se una volta ogni tanto (come e accaduto nel capodanno del '95, quando segno 33 punti al Benetton, con Coldebella, Danilovic e Moretti infortunati) avesse guadagnato la copertina. Doveva, insomma, ricominciare quasi tutto da zero. "Una prospettiva come questa non mi ha mai spaventato - spiega la guardia della Virtus -. Ho un carattere tignoso, che deriva dalle mie origini piemontesi, ma anche dall'educazione che ho avuto in famiglia. Mio padre e mia madre hanno sempre lavorato durissimo per farmi andare avanti. Facevano entrambi i camionisti, sì anche mia madre che ho perso nell'89: una donna solidissima, con due mani grandi e forti come le mie, che mi ha insegnato a non lasciare mai le cose in sospeso e a cavarmela sempre da solo". Negli anni, Abbio si è applicato su tutto: e diventato uno specialista della difesa, ha imparato a scegliere i tiri e le penetrazioni, ha capito che si può essere importanti anche giocando solo dieci minuti, ma di grande qualità. Quello che, in una parola, si definisce maturità.

È quello che gli serviva per poter rimanere in una squadra selettiva come la Virtus Bologna, pur restando legato alle sue origini (il suo agente è ancora il presidente della societa di Bra). "Ho avuto pazienza, perché ho capito che le opportunità che mi avrebbe offerto questa società, i programmi e soprattutto la possibilità di giocare in Europa ad altissimo livello, a Torino non le avrei mai avute. Sono cresciuto con il mito della Juventus e della sua rincorsa continua a un titolo europeo, dopo la tragedia dell'Heysel. Ho sempre avuto in testa di finire in una squadra così e la Virtus, al di là dei colori in comune, ha lo stesso effetto psicologico della Juventus". Con la Virtus è arrivato un ruolo stabile in nazionale, che sarà cementato ai Mondiali di Atene in agosto. E con la nazionale, l'argento di Barcellona, lo scorso anno. Per scelta di Ettore Messina, il mentore della Virtus vincente di questa stagione, l'ultimo maestro-chiave di "Picchio". "In azzurro mi aveva chiamato Sandro Gamba, già nel '92, ma non avevo mai partecipato a grandi manifestazioni - prosegue Alessandro -. Con Messina è arrivato il massimo, anche se siamo passati attraverso momenti difficili. Agli Europei del '95, avevo una caviglia infortunata e mi rifiutai di entrare in campo a una decina di minuti dalla fine contro la Svezia quando eravamo sul +40. Lui si infuriò, ma poi ci chiarimmo e il giorno dopo giocai benissimo contro la Russia nella semifinale per il 5° posto. Normale, comunque, che in una squadra ci siano conflitti tra personalita un po' forti. È successo quest'anno al Bologna tra Ulivieri e Baggio, quando si sono capiti, hanno ottenuto ottimi risultati. Ettore sa come far giocare la sua squadra, conosce le caratteristiche di ogni giocatore, suo o avversario. E quest'anno a me ha dato la possibilità di tornare a fare il playmaker, per togliere un po' di pressione ad Antoine Rigaudeau. Ci ho sempre pensato, anche se gli altri ci credevano poco. Non mi sono mai sentito un regista statico, bravo solo a far girare la palla. Il mio modello era Magic Johnson, un giocatore atipico, con grandi mezzi fisici e un talento per l'attacco. Mi piace decidere la strategia della squadra, cercare l'assist o il gioco a due con un compagno lungo, anche a costo di trattenermi un po', di rinunciare all'uno contro uno che mi viene naturale. È un pezzo che posso aggiungere al mio bagaglio. Molti quest'anno si sono sorpresi perche sono riuscito a fare bene di tutto: attacco, difesa, rimbalzi, palle recuperate, tiri liberi. Mi hanno definito prima stopper, poi libero, poi regista infine centravanti, sapendomi appassionato di calcio. Beh, io invece me l'aspettavo: conosco il mio potenziale, so di poter fare certe cose". Doveva solo trovare l'occasione giusta. E Abbio ha scelto lo scudetto.

PAROLA DI ALLENATORE: È stato decisivo in tutti i playoff

Alessandro Abbio era destinato a rimanere nell'ombra. Prima Danilovic, poi Moretti e Coldebella, infine Bane Prelevic. "Quando a Bologna Picchio stava in panchina, io lo facevo giocare titolare in nazionale", sottolinea Ettore Messina, artefice dell'argento europeo del '97 che, tornato alla Virtus dopo i 4 anni azzurri, ha salvato solo Abbio, Binelli e Morandotti dalla rivoluzione che ha riportato in Italia Danilovic. "Ha doti atletiche straordinarie e in difesa un'applicazione eccezionale sull'uomo. Nella serie finale, ha fatto un gran lavoro su Myers. È stato decisivo in tutti i playoff consentendomi di trovare un'alternativa a Rigaudeau nel ruolo di play. Il fatto che abbia svolto cosi bene i suoi compiti di regista aggiunto ci sarà utile nella scelta della squadra del prossimo anno. Possiamo puntare con maggiore tranquillità a rinforzare altri ruoli, a cominciare da quello di ala".

CARTA D'IDENTITÀ

ALESSANDRO ABBIO è nato a Racconigi (Torino) il 13 marzo 1971. Guardia playmaker di 193 cm per 85 kg, dopo essere cresciuto nel Basket Team di Bra, ha esordito in serie A nell'88 con l'Auxilium Torino dove è rimasto per 6 stagioni; nel luglio dell'89 un grave infortunio al ginocchio destro rischiò di compromettergli la carriera. Dal '94 gioca a Bologna nella Virtus, con la quale ha vinto scudetto e Supercoppa nel '95, la Coppa Italia '97, scudetto e Eurolega '98. Ha partecipato con l'Italia juniores ai Mondiali di Edmonton '91 (argento) e all'Europeo U. 22 di Atene '92 (oro). Ha esordito in nazionale maggiore l'11 febbraio '92 contro la Cecoslovacchia a Siena (75-57), ha vinto l'argento europeo '97 di Barcellona e quello dei Goodwill Games '94 a San Pietroburgo. Finora vanta in nazionale 70 presenze e una media-punti di 5,6. Nel '93/94 con 21,7 la sua media-punti piu alta in carriera e il 21/1/94 l'high score (45 punti).

 

INTERVISTA A SANDRO ABBIO

di Franco Montorro - Guerin Sportivo - n.45/99

 

Nella Nazionale di basket campione d'Europa c'è un giocatore che ha, in ordine d'importanza: 1) un ruolo fondamentale; 2) una fama da duro; 3) la specializzazione in missioni impossibili; 4) due soprannomi da fumetto (Picchio e Tiramolla). E’ Alessandro Abbio, che fra gli azzurri di oggi è quello che ha conquistato più successi in carriera.

Abbio ha vinto molto, non a caso. Perché il caso nello sport esiste solo nelle scuse di chi ha perso. Mentre Picchio-Tiramolla, per qualcuno il grande antipatico, è...

"È uno che vince perché è un vero jolly, sa entrare da protagonista in qualsiasi situazione di gioco". La descrizione tecnica è di Boscia Tanjevic, Ct azzurro: "È una guardia, ma sa organizzare il gioco da playmaker, sa difendere sulle ali, è il giocatore più moderno che conosco. Con un grande pregio: crede in quello che fa. E io so sempre quello che lui mi può dare. Quando lo intervisterai, chiedigli del canestro più importante della sua carriera. So cosa ti risponderà, e ora ti dico che sapevo già che l'avrebbe segnato, quel tiro. Me l'aspettavo e quando è partito gli ho urlato un "mettila!" che era già un complimento. Lui è il più affidabile, è un uomo di fiducia, quello che non molla un secondo e che fa sbagliare gli altri, quello che smonta i rivali. È temuto, perché non è quello dei 30 punti segnati ma semmai quello dei 30 punti evitati. È uno che non sarà un mito ma distrugge i miti. È uno che non molla mai, che non accetta di perdere, che sa disarmare gli avversari più pericolosi e sa benissimo come far perdere agli altri fiducia e sicurezza. Ed è la conferma che nel basket il sesto uomo è un ruolo fondamentale. Lui è un grande sesto uomo, perché sai che avrà sempre un rendimento da primo. Non altissimo, ma alto costante. Perché lui crede sempre di potercela fare. E non è presunzione, ma convinzione".

Sandro, perché "Picchio" e perché "Tiramolla"?

Picchio mi chiamò un allenatore a Torino, Dido Guerrieri, perché diceva che correndo muovevo la testa avanti e indietro proprio come fanno i picchi contro i tronchi. E aggiungeva: ma i picchi nel cervello hanno una specie di ammortizzatore. Che storie... Tiramolla è un soprannome guadagnato a Bologna, perché mi muovo che sembro fatto di gomma oppure disarticolato, perché salto e corro.

Se avessi giocato a calcio saresti stato un mediano e magari ti avrebbero dedicato una canzone.

Il calcio... Sono uno juventino che non odia il Toro e che anzi è stato contento per l'ultima promozione. Mediano? Forse sarei stato una di quelle ali che vanno su e giù per il campo. Però mi sento più vicino a Roberto Baggio. Sì, lo so che non sono un fuoriclasse e nemmeno un fantasista. Però Baggio mi assomiglia nel carattere. Anche Roberto è chiuso e forse per lui questo è stato anche un difetto, magari sarebbe stato ancora più grande se qualche volta avesse alzato la voce. Ha avuto meno di quello che meritava mentre ad esempio un Ronaldo mi sembra fin troppo pompato e immune da critiche. Baggio mi ha sempre dato l'impressione di uno che comunque subiva oltre il dovuto.

E tu, quanto subisci questa storia di Abbio giocatore antipatico?

Quando giocavo a Torino, non mi filava quasi nessuno. Alla Kinder è stato subito diverso. Certo, poi in ogni squadra uno sa vendersi bene, un altro sa arruffianarsi meglio. Ma se mi fischiano è perché faccio parte di una grande squadra anche se non sono un protagonista assoluto.

C'è quella brutta storia del derby di Eurolega, la rissa che ha visto mezza Italia.

Ho perso la lucidità, ho sbagliato per difendere un compagno e senza colpire nessuno alle spalle, ho pagato. Mi sono vergognato, soprattutto perché se per una volta siamo finiti in televisione è stato per una scazzottatura. Ricordo un titolo di Canale 5: "Eurorissa". Ma sulla stessa rete poi non ho visto "EuroKinder" quando un mese dopo abbiamo vinto il titolo europeo. Ma con gli altri giocatori è finita lì.

Prima che ti si allunghi ancora di più il naso - e il soprannome "Picchio" era ispirato anche da questo - preciso io: eri un grande attaccante. E sei diventato un grandissimo difensore.

Sono più difensore che attaccante, oggi. Quindi più "controllato" dagli arbitri. Sicuramente uno che protesta, ma tutti lo fanno. Io alzando le braccia e dicendo di no con la testa. Andrea Meneghin parlottando in continuazione con gli arbitri. Poi, ci sono altri eccessi: Pozzecco, ad esempio, che salta fuori dal campo, che si agita, che grida. Ma non sono gravi colpe.

Qual è l'accusa che ti ha fatto arrabbiare di più?

Hanno scritto che ho colpito da dietro un avversario. No, non sono un vigliacco. Hanno detto che gioco solo di fisico. Ehi! Sono alto 1,90 e peso 85 chili, a fare panca e pesi sono sfigatissimo, a forza fisica mi superava anche Crippa, ho un ginocchio ballerino da 10 anni e mi disegnate anche come un TIR?

Sasha Danilovic...

Sasha in campo indossa una veste, perché è sempre molto nervoso e ha bisogno di nasconderlo con un atteggiamento da duro.

Semifinale degli Europei '99: Tanjevic ti manda in campo contro Danilovic che sta guidando la rimonta jugoslava. Qualcuno pensa: missione impossibile. Ma tu dai subito la svolta: ce l'ha confessata Tanjevic la storia di quel tiro...

...scomparso. Un mio tiro da tre. Si, va bene, in faccia a Danilovic, un canestro che blocca la Jugoslavia. Peccato che in tutti i riassunti televisivi di quell'impresa facciano vedere un'altra mia bomba, contro la Russia, fortunosa al 100%. Quel tiro contro Danilovic, voluto, provocato, cercato non l'ho più rivisto, qualcuno ha la cassetta?

 

CAPITAN ABBIO, IN BOCCA AL LUPO

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 15/10/2000

 

Capitan Abbio, pronto per il discorso ai compagni?

"Ma quali discorsi, quelli spettano a coach e presidente. Posso dirmi contento di essere diventato capitano, è la prima volta che mi capita in 13 stagioni".

Tredici portafortuna, dunque.

"È il mio giorno di nascita".

Ha parlato con il suo predecessore, Binelli, o con Sasha, il suo "rivale"?

"Devo chiamare Augusto. So che è stato operato; in questi giorni si sono succeduti vari impegni e non sono mai riuscito a sentirlo. Mi dispiace per Sasha, non solo come giocatore ma come uomo. Non siamo sempre stati d'accordo su tutto, ma il nostro rapporto è stato buono".

Sasha era il "cattivo". Chi avrà questo ruolo?

"Non so. Non è detto ci sia".

Lei non c'era, ma la Virtus ha perso a Siena la finale di Supercoppa. Quinto stop consecutivo: non sapete più vincere?".

"Tranquilli. Dobbiamo solo stare tranquilli. È successo che in passato si sia vinto tanto, con continuità. Quello che è accaduto ora non cambia la nostra storia".

Che impressione le ha fatto la nuova Kinder?

"Positiva".

E Siena, l'avversaria di oggi?

"È una buona squadra. Forse Scarone non è al 100 per cento. Ma hanno ottimi elementi, Gray, Evans, Rowan, Busca. E Mays che è alto, robusto, aggressivo".

Facciamo un passo indietro. Avrebbe mai pensato quando arrivò a Bologna che un giorno sarebbe diventato il capitano?

"Sinceramente sì. Non era un obiettivo particolare ma ho pensato che avrebbe potuto accadere".

È possibile che in una gara delicata come quella tra Italia e Australia Mian sia in campo e lei in panchina?

"Sì. Michele ha disputato un ottimo incontro".

Lei, però, è abituato a gestire palloni pesanti.

"Sono decisioni che si prendono sotto pressione. Rispetto le scelte di Tanjevic. E lasciamoci alle spalle un'Olimpiade che per noi è finita male".

E adesso?

"Voglio vincere il più possibile prima di smettere".

Che fa, pensa al ritiro pure lei?

"No, però l'addio di Sasha mi fa sentire più vecchio".

Veramente?

"Beh, sono il più vecchio della Kinder e in nazionale mi batteva solo Li Vecchi".

Quindi lei non è capitan Abbio, ma il vecchio Abbio.

"È così, sono passato da imberbe a vecchio senza nemmeno accorgermene".

...

ABBIO, DALLE "DIMISSIONI" AL SILENZIO STAMPA

di Walter Fuochi - La Repubblica - 22/12/2001

 

Non parla il capitano degradato sul campo. Abbio l'ha messa così: tacere, lavorare, dondolare la testa e poi, staccata la spina, rifugiarsi in famiglia, come illustra oggi il magazine della Gazzetta, ritraendovi il piccolo Andrea e in copertina, faccione e nasone dentro il cesto, Picchio nostro. In Virtus hanno detto che ha fatto un lodevole passo indietro, anche se si capisce da un chilometro che Abbio non ha affatto gradito le proprie dimissioni. Ma si sa come vanno queste cose: quando non ci sono più bivi, e te l'han fatto capire, si appoggia sul tavolo una lettera (o la fascia, se piace di più), ed è ovvio che il boccone va giù indigesto. L'ha raccontato pure, senza ipocrisie, il neoeletto Rigaudeau, dopo il cambio della guardia.
La Virtus dei conflitti smussati e ricomposti dentro le sacrali quattro mura ha scelto dunque stavolta, per reprimere, la gogna pubblica, utilizzando per la sceneggiatura uno dei rituali che più compattano squadra e pubblico. Abbio è diventato un ex capitano nell'iniziale sfilata chiamata in campo dallo speaker: e se la forma veste la sostanza, o denuda la realtà, come in questo caso, è stata una forma dura, buttata in faccia a seimila fedeli (ossia tutti, tranne i due commentatori di RaiSat, che in due ore di diretta mai l'hanno citato). Il senno di poi dirà se la scelta fu giusta o sbagliata, e il senno di poi s'alimenterà, come sempre, di risultati, favorendo i profeti dell'«io l'avevo detto». Tanto per stare col senno di prima, non avrei proceduto in quel senso, ma riconosco che in Virtus la situazione era quotidianamente sott'occhio, e pure che fare l'allenatore o il presidente è più difficile che fare il giornalista (diffuso esemplare, peraltro, della voliera di quelli che l'avevano detto...). Da ultimo, Abbio poteva anche cavalcare la vittoria sul Barca, dire ieri che lui, capitano o non capitano, in una partita ci butta sempre gli stessi ingredienti (il quarto quarto è stato da Abbio, l'uscita acclamata dalla curva pure). Ha preferito il silenzio alle diplomazie. Scelta sua, e non di mano tesa.

 

LA LETTERA DI ADDIO DI ALESSANDRO ABBIO

www.virtus.it - 03/04/2002

 

Mentre sto per lasciare Bologna, sento la necessità di esprimere tutta la mia gratitudine alla Società ed a questa città che mi hanno accolto con sincera simpatia sin dal mio arrivo che mi hanno permesso in tutti questi anni di vivere momenti indimenticabili e colmi di grande gioia. Con la Virtus, infatti, ho potuto raggiungere risultati inimmaginabili, che mai avrei pensato di conseguire.

E per tutto ciò sono profondamente grato ai miei compagni di squadra, all’allenatore e allo staff tecnico, che mi hanno permesso di vivere assieme a loro un periodo meraviglioso. Ma soprattutto mi preme esprimere un particolare senso di gratitudine al Presidente Madrigali, che ha capito che la mia è stata una scelta – oltre che cestistica – umana, e che mi ha concesso di separarmi dalla squadra in piena serenità e senza problemi di sorta.  

Nell’allontanarmi da tutti voi con grande rammarico, sento il dovere di ringraziare in modo particolare tutti i tifosi che mi hanno sorretto ed incitato anche nei momenti più difficili della mia carriera. Vi assicuro che continuerò a tenervi tutti nel mio cuore, e che ricorderò sempre questa città con grandissimo affetto.  

Ed è con questi sentimenti che formulo un grande " in bocca al lupo" al Presidente, all’Allenatore, alla Squadra, ed a tutti coloro che operano con grande dedizione nella Virtus.  

Bologna, 3 aprile 2002  

Alessandro Abbio

Abbio con la maglietta del Grande Slam

ABBIO, OTTO STAGIONI DA PROTAGONISTA POI LA ROTTURA CON MESSINA

di Walter Fuochi - La Repubblica - 04/04/2002

 

Senza  sapere se la Virtus rifarà oppure no il Grande Slam, una cosa è certa: quest'anno sono capitate proprio tutte. L'allucinante altalena di Messina resterà il record del mondo, ma anche il divorzio tra la Vu nera e il suo giocatore più rappresentativo o, almeno, di più lunga milizia, non è uno scherzo. E così, incazzato e liberato, se ne va Alessandro Abbio da Racconigi, dalla casa dove per lui non c'era più posto e trapelava un gradimento ormai modesto. Si chiude una vicenda umana e sportiva durata 8 anni, 3 scudetti, 2 Euroleghe, 4 Coppe Italia: tutto con questa maglia, e qualcosa di questo pure con una fascia da capitano che, a dicembre, gli era stata levata. C'entra molto, ovviamente, quell'affronto, pure in questo divorzio. Con Messina non c'era più feeling e adesso è palese che non era stata una febbre a tenerlo a casa martedì dalla partita di Milano, come in Virtus, ancora ieri mattina, pateticamente mentivano. Era già tutto finito, anche se si poteva, ancora ieri, rappattumare i cocci con un colpo di scopa. Ma Abbio s'era intanto trovato un'altra squadra. Esce di scena, dal teatrino torrido di Basket City, un personaggio vincente, non sempre liscio per amici e nemici, comunque impregnata di Virtus: uno che s'era meritato una maglietta dell'odio dirimpettaio (“Anch'io Picchio Abbio”), quando nell'euroderby del '98 s'azzuffò con Fucka; uno che, pochi mesi dopo, fu il protagonista vero della faida scudetto, per quantità e qualità di gioco, prima che "il Tiro" deificasse Danilovic. Abbio non giocava come allora, adesso. Meno gambe, meno tiro, e anche meno voglia di sbattersi per una causa sempre meno sua.

L'ultimo strappo risale a sabato sera. Abbia gioca con Treviso una delle peggiori gare della sua vita bianconera, scambia parole dure con Messina in spogliatoio e chiude con la promessa (o minaccia) di andarsene in fretta, subito riportata al Presidente: pare, con una simbolica consegna di maglia. Madrigali gira la palla al tecnico, che lo esenta dalla trasferta di Milano. Abbio decide: basta, a Valencia. Che fu già, per singolare intreccio, una storia dell'estate scorsa. Ricordate quando Myers si fece quel volo di propaganda, indispettito perché in aeroporto c'erano i giornalisti, e mandò tutto a monte? Bene, prima di Myers Valencia aveva trattato Abbio, contattandolo attraverso il vecchio compagno Galilea. Abbio vacillò, poi Madrigali gli rinnovò un triennale e il capitano ripartì qui. Ma capitano solo fino a dicembre, quando, dopo una lite in palestra, fu degradato, o indotto a offrire le dimissioni. Lo strappo delle spalline avvenne poi in pubblico e fu pure oltraggioso, inutilmente punitiva. Eppure, quella sera col Barcellona, Abbio giocò benissimo: e il messaggio fu che sul professionista, anche ferito, si poteva contare. Poi, con Messina, di ritorni in panchina col muso girato dall'altra parte ce n'erano già stati tanti. Abbia brontolone era il cliché. Si sapeva e s'accettava. La situazione s'è invece incancrenita e l'ultima curva, con cacciata e riassunzione di Messina, non dev'essere stata secondaria. Resta da prevedere il seguito.

Abbio a Valencia è un affare che s'allontana da questi portici: ci fata dare un'occhiata ai tabellini, con affetto, come si fa con chi ha scritto pagine importanti, ed emozionanti, delle nostre storie. La Virtus con un giocatore in meno, come ha detto ieri Messina, sarà tutta da capire. Se Becirovic più Brkic, nonché Bonora, fanno un Abbio, l'algebra funziona. Ma il basket non è algebra e un Picchio, quello vero, o quello visto non più d'una decina di partite quest'anno, era il paradigma stesso del sesto uomo: utile in difesa sui ruoli 1, 2 e 3, e in attacco in 2 e 1, pochi in Italia possono salire dalla panchina con un catalogo altrettanto ampio. La Virtus scommetterà sulla ripresa di Becirovic. Poi, guardarsi in giro, non sarebbe male.

 

ABBIO: "IN QUESTA VIRTUS NON MI DIVERTIVO PIU'"

di G. Egidio 05/04/2002 - La Repubblica

 

Nel giorno dell'esonero di Messina, quando i giocatori bianconeri sfilavano muti e faticavano a farsene una ragione, come tutti, solo uno di loro non mostrò particolare disappunto, consegnando in confidenza un commento distaccato: «Che volete farci, nel calcio succede sempre che caccino gli allenatori, e ogni tanto succede anche nel basket». Indovinato, era Abbio. Ed era ancora lui il giocatore descritto da Messina nel suo libro sulla passata stagione, che nelle stanze segrete dello spogliatoio mise il ditino minaccioso sotto il naso del coach. No, non era da un giorno che i due non si amavano più. Poi, sopportandosi, vincevano insieme, tanto e di tutto. Capita. Capitò pure a Sacchi e Van Basten, nel Milan. Solo che dal Milan ad andarsene fu Sacchi.
«Non mi sentivo più io - ha detto ieri Abbio dal suo hotel di Valencia -, e mi spiace non portare a termine quest'annata, e soprattutto rinunciare alle finali a Casalecchio, con una squadra cui auguro di vincere tutto. Ma i dissidi interni succedono, nello sport, e la mia decisione di andare è maturata dopo la sconfitta con Treviso. Già prima del derby però capivo che non ero più io, mangiavo e dormivo poco e male, non c'era più tranquillità». Nulla di chiassoso, scegliendo una linea soft, e del resto, con Abbio, c'era sempre più polpa ad osservare che ad ascoltare. Chi sa sbirciare con attenzione i concitati momenti del basket vissuti in panchina, ricorderà l'ultimo derby al PalaDozza in cui Picchio ignorò deliberatamente la stretta di mano di Consolini, o l'altra volta in cui uscì scuotendo la testa e mormorando in modo visibile, allo stesso Consolini, che lui non sarebbe mai più rientrato in campo. Non passò un minuto, Messina lo centrò in mezzo agli occhi col suo ghigno più duro, indicando il cubo dei cambi. Su cui Abbio, a testa bassa e sguardo torvo, si sedette immediatamente. Perché l'antipatia è un conto, e l'ammutinamento un altro. E di quest'ultimo, grave, reato sportivo, Abbio non si è macchiato, neppure in questo brutto finale della sua lunga, e strepitosa, avventura bianconera. Ormai incapaci di intendersi e di volersi, Abbio e la Kinder sono semplicemente scoppiati, come capita a certe coppie usurate anche dalla felicità. Messina non lo sopportava più, giudicandolo perfino dannoso per la chimica di gruppo. E lui non sopportava più Messina, che gli aveva levato la fascia di capitano, con gesto duro e punitivo. Verrebbe allora da dire che è stato meglio così, che in fondo è quanto ha detto lo stesso Abbio ieri alle 12, presentandosi a Valencia alla stampa, in attesa di mostrarsi in campo, forse già domani, contro il Barcellona.
«Ho lasciato la Kinder per motivi strettamente personali, adesso voglio tornare a divertirmi giocando. Quando un giocatore non è tranquillo, non gioca con le giuste motivazioni, difficilmente può dare il meglio. Io non mi sentivo in grado di aiutare la squadra come avrei voluto, e allora ho pensato che era arrivata l'ora di andarmene. Voglio comunque ribadire che la separazione è stata dolce, i dirigenti mi sono venuti incontro e adesso mi sento molto più sereno. Ed ora sono qui per mettere a disposizione del mio nuovo club la mia esperienza e il mio entusiasmo».
Esperienza ne ha da vendere, e anche a talento non scherza. L'entusiasmo invece l'aveva perso per davvero, e dovrà ricostruirselo. Ai tifosi mancherà molto, alla Kinder ancora non si è capito, agli avversari proprio per nulla.

 

PICCHIO ABBIO DICE BASTA, EROE AZZURRO E BIANCONERO

di Guido Guida - La Gazzetta dello Sport - 08/05/08

Alessandro Abbio è nato il 13 marzo 1971. È stato un grande giocatore, ma non un fuoriclasse assoluto. Eppure ha vinto più di tanti campioni di prima grandezza. Se lo vedevi giocare lo detestavi, a meno che non fosse nella tua squadra e allora stravedevi per lui e per quell'atteggiamento duro, ma non cattivo, sempre ai limiti della provocazione. A 37 anni lascia il basket Alessandro "Picchio "Abbio, uno dei giocatori più rappresentativi della pallacanestro tricolore degli ultimi 20 anni. Piemontese, debutto a Torino nell'allora A-2 e sembrava destinato a una carriera da primo violino in virtù di mezzi atletici esplosivi e di un fiuto per il canestro fuori dal comune. Nel 1994 il passaggio alla Virtus Bologna, allora targata Buckler, campione d'Italia. Alla corte di Alberto Bucci, con un roster farcito di stelle tra cui Brunamonti e Danilovic, Abbio ebbe la grande capacità di riciclarsi in gregario di lusso. Non un semplice portatore d'acqua, viste le indubbie qualità, ma un difensore pronto a metterci anima e corpo su ogni azione, un leader vocale prezioso e un elemento capace di fare canestro non appena lasciato libero.

VITTORIE E PENSIERI - La sua bacheca personale vanta tre scudetti, due Euroleghe, quattro coppe Italia, un oro e un argento agli Europei con l'Italia. Nel 2002 lasciò Bologna per la Spagna (prima Valencia e poi Granada), nel 2005 il ritorno in Italia a Livorno e poi due stagioni con mille problemi fisici a Firenze in B1. In questo campionato solo 7 presenze prima di finire sotto i ferri. "Lunedì scorso - dice Abbio - ho deciso di rescindere consensualmente il contratto con l'Everlast e quindi di lasciare l'attività agonistica. È dall'operazione al ginocchio effettuata nell'ottobre 2006 che mi trascino fra problemi fisici che hanno influenzato il mio umore. Lascio con l'unico rimpianto di essere stato tagliato alla vigilia di Atene 2004, mentre le più grandi soddisfazioni della mia carriera sono la vittoria inaspettata dell'Europeo con l'Italia a Parigi nel 1999 e la stagione 2001 del Grande Slam con la Virtus. Il più grande compagno di squadra? Sasha Danilovic, modello di riferimento in campo e fuori. Il futuro? Spero di avere la possibilità di lavorare con la Virtus Bologna e mi auguro di continuare la mia attività sportiva nel minibasket, di cui sono già testimonial, lavorando con i ragazzi che amano il basket".

Abbio sottoposto ad un trattamento speciale dalla difesa di Varese

GRINTA E PASSIONE

di Massimo Maccaferri - V Magazine novembre 2008

 

Devo incontrare un amico che risiede dove non osano nemmeno le aquile e dove il 4x4 regna sovrano, meglio usare il navigatore satellitare. Digito la voce "Alessandro Abbio" e in pochi secondi mi appare tutto l'itinerario. Alessandro è in giardino e, notando gli stivali di gomma e la vanga che tiene in mano, capisco subito che è lui il giardiniere di casa. Ci accomodiamo ed inizia subito la nostra lunga chiacchierata, sottovoce, perché Anna, la sorellina di Andrea, sta dormendo.

C'è una cosa che vorrei chiederti subito, in quei famosi ultimi 6 secondi della finale '98, dopo la palla persa di Rivers, sei partito a razzo e... cosa ti disse Danilovic?

C'era un'indicazione abbastanza precisa, cioè che l'uomo marcato da Dominique Wilkins, che notoriamente uno contro uno era il meno abile, avesse la palla. In quell'azione lui marcava me allora ho cercato di batterlo, magari di prendere un fallo, sono andato via veloce, ma poi sull'aiuto è arrivato Fucka che mi ha stoppato, poi non ricordo chi ha preso la palla, è successo un po' di casino. Non ho mai rivisto quell'azione, penso che ci darò un'occhiata. Sicuramente Sasha mi ha detto qualcosa, ma sinceramente non mi ricordo, come non mi ricordo in gara 4 cosa mi ha detto durante il mio tiro libero, sono attimi, ma alla fine chi fa canestro ha sempre ragione ed io quel libero lo sbagliai. Comunque se c'era qualcuno quell'anno che poteva dire qualcosa era lui, ed era anche giusto, perché era un punto di riferimento per tutti, si prendeva sempre le responsabilità, come in gara 5, quando pur non avendo giocato bene sino al tiro da 4, si è acceso, ha cambiato ritmo e inerzia della partita.

Tu giocasti molto bene in quelle finali.

Sì, devo essere sincero, quella tripla in gara 4 che ci diede il sorpasso fu importante, per esempio, adesso che un po' di tempo di guarderò quelle gare.

Tu hai iniziato a Bra come calciatore.

Sì, come tutti i bimbi giochi a calcio, anche perché il canestro non ce l'hai, poi siccome io abitavo un po' fuori ed il campo sportivo era più vicino del palazzetto, al pomeriggio andavo lì dopo scuola ed ho iniziato come portiere, ero abbastanza alto e con le mani grandi. Poi io mio vicino di casa faceva i corsi di minibasket e mi raccontava che l'anno prima, durante un torneo, avevano regalato dei canestri, dei pallone... allora mi sono detto "io non ho il canestro in cortile, sarebbe bello averlo", sono andato a vedere ed ho iniziato a giocare anche a pallacanestro, ho continuato entrambe le attività fino a 15/16 ani, finché la scuola me lo ha permesso, poi ho fatto con Bra i cadetti, abbiamo fatto anche le finali nazionali, mi hanno notato e sono andato a Torino, quindi il calcio l'ho giocato saltuariamente con gli amici, con i ragazzi dell'oratorio San Giovanni a Bra.

Frank Valenti e Dido Guerrieri.

Valenti è stato il mio secondo allenatore, ho iniziato con Dario Giandrone che allena ancora a Savigliano, Frank faceva il giocatore e l'allenatore della prima squadra in C1, inoltre allenava anche i bambini, era la prima volta che vedevo un allenatore in campo che faceva i quintetti, entrava, usciva, lui aveva giocato anche in serie A nel Saclà Asti, e vederlo così era uno stimolo, vedevi nettamente la marcia in più, la differenza di capacità di ball handling, di tiro, era un italoamericano. Poi arrivato all'Ipifim, nel 1988, a 17 anni, c'era Gianni Asti, giocavo nei juniores e in prima squadra, ho esordito proprio qui a Bologna contro la Virtus, abbiamo preso, se ricordo bene, una ventina di punti, ma ho esordito giocando 4 o 5 minuti marcando Richardson, poi c'era Clemon Johnson, Bonamico, ecc. Con noi giocavano Morandotti, Vidili, Governa. Mi ricordo che gli arbitri avevano ancora quelle divise molto chaire, anche i pantaloni. HO ancora quella cassetta. Poi un paio d'anni dopo vincemmo qui a Bologna ed io giocai una buonissima gara, c'era Darryl Dawkins.

Poi la Virtus acquistò Abbio, che rimase a Torino. I tifosi bianconeri, il lunedì, controllavano anche i tuoi tabellini.

Eravamo in A2, una buona squadra, arrivammo terzi o quarti, c'erano Pozzecco e Orsini con noi. Vedevo la Virtus vincere gli scudetti, ero abbastanza tranquillo ma non vedevo l'ora di iniziare questa nuova nuova avventura, di misurarmi con la pallacanestro di vertice, perché la Virtus in quegli anni lì stava vincendo... un po' di preoccupazione c'era, ma l'età non te la faceva pesare, non avevo idea di dove andassi a finire, ma, fortunatamente, me ne sono accorto subito, perché nell'anno in cui firmai il contratto c'era tre guardie che cercavano una squadra importante: io, Myers ed Esposito. Io alla Virtus, Vincenzino alla Fortitudo e Carlton a Pesaro... trovammo tre sistemazioni ad alto livello. All'inizio ero un po' preoccupato, perché alla prima stagione Abbione (Abbio n.e.) lo abbiamo letto diverse volte sui giornali, poi ho avuto un po' di spazio, nel periodo di Natale 1994, credo, giocai bene e andai avanti fino a passare 8 anni eccezionali, tra i quali alcuni meno fortunati, ma nel complesso tutti meravigliosi. Poi tornò Sasha, con tutto quello che abbiiamo già ricordato, fino al suo ritiro...

Me la ricordo quella sera infausta, ricordo anche che da allora "il capitano della Virtus non sarà, ma è Alessandro Abbio".

Io non sospettavo assolutamente che si ritirasse, ero in spogliatoio con lui e vedevo che quando facemmo allenamento, c'erano già Manu, Jaric, etc., lui era pimpante, determinato. Non gli ho mai chiesto perché ha smesso, sono comunque cose sue, avrei preferito ritirarmi anch'io come ha fatto lui e non per problemi fisici. Lui ha il suo carattere, è un certo tipo di persona e di celebrità, magari per uno come lui è stato meglio smettere prima che dopo, sicuramente lui non è stato un giocatore che poteva scendere di categoria, a me invece non me ne è importato assolutamente niente, a me bastava giocare a pallacanestro.

Soprattutto giocare e partecipare da protagonista al "Grande Slam".

Fu qualcosa di veramente entusiasmante: 33 vittorie consecutive, 9 a 0 nei play-offs..., avevamo una squadra nettamente superiore e, naturalmente, gestita nel modo migliore. Griffith era in forma strepitosa, sono cresciuti tantissimo sia Smodis che Andersen, poi, mi ricordo che all'inizio dell'anno dicevano "perché abbiam preso Ginobili, perché abbiam preso Jaric"... Come la storia del mancato arrivo di Meneghin, in fondo è andata grassa così... Ginobili ci aveva stupito nei play-off della stagione precedente quando era a Reggio Calabria, si vedeva che era un giocatore con enormi capacità. Fu una stagione perfetta sotto ogni punto di vista, l'ho vissuta da capitano quindi è stata una soddisfazione ancor più importante e... purtroppo l'anno successivo cambiarono un po' le cose. All'inizio si diceva che non sarebbe stata toccata la squadra, che andava bene così, poi arrivò Becirovic e durante l'anno le cose sono cambiate ancora, allora una decina di giorni prima della Final Four di Eurolega andai via...

E molti dissero "se ci fosse stato Abbio".

Sì, però... la stagione precedente l'avrei detto anch'io, ma quell'anno lì, anche se era praticamente la stessa squadra, le situazioni erano diverse, c'era più tensione, più... non so come dire... tutti si aspettavano sempre qualcosa in più. Alcuni problemi erano già arrivati, io avevo lasciato i gradi di capitano per problemi vari e sono andato via. Comunque, nell'estate 2001 avevo già avuto dei contatti, perché mi era scaduto il contratto, il Valencia mi offriva delle cose che non avevo mai visto in vita mia, sinceramente, qualcosa che non avrei mai pensato di poter ricevere. Ma avevo appena acquistato casa, avevamo appena vinto tutto, io stavo bene a Bologna... forse avrei dovuto accettare, ma queste cose le impari solo dopo, la mia idea e convinzione in quel momento era quella di continuare qui, sarei andato via solo per la NBA... ma a trent'anno era difficile... Rigaudeau c'è stato, ma ha giocato pochissimo... Antoine è stato un grande, sempre silenzioso, tranquillo, una persona come si deve, ecco... non aveva mai eccessi d'euforia, né sconforti in nessun momento, se io avessi avuto la sua calma, forse non sarei riuscito a giocare a pallacanestro. Poi mi sono anche detto, sai... sono nel posto migliore per poter giocare a basket... quindi sono rimasto. La squadra del Grande Slam aveva le pedine giuste, messe nei posti giusti... e qui bisogna dare giustamente merito a Messina che è riuscito a farlo perfettamente. La Spagna è stata una bellissima esperienza di vita, Valencia era una città bellissima che si è migliorata ancora con gli anni, in squadra mi sono trovato benissimo, tranne qualche problemino con Tomasevic in una delle ultime stagioni, me ne ho avuti di problemi anche con altri giocatori in Italia. SIamo arrivati in finale scudetto contro il Barcellona, abbiam vinto una Uleb Cup... poi a marzo 2003 mi si ruppe il tendine d'Achille e da lì le cose andarono sempre peggio, mi feci male a marzo, ripresi in agosto... sembra una cosa incredibile, stavo riprendendo dopo 5 mesi d'inattività e, prima di giocare la prima gara di precampionato a Los Barrios in Andalusia, lessi sul televideo italiano che la Virtus era stata cancellata. Poi la prima gara feci 21 punti, alla seconda invece mi uscì la spalla destra ed iniziarono altri problemi. Giocammo anche l'Eurolega, contro la Benetton feci una buonissima gara, se ricordo bene 15 o 16 punti, poi le cose peggiorarono ancora.

Poi Granada.

Sì, ma anche lì... vedi, dopo Valencia, sono state tutte combinazioni, non erano cose programmate. Venivo da un anno dove non ero riuscito a giocare, perdiamo ai quarti di finale dei play-offs contro Malaga, gara 5 in casa nostra, dove io non entro in campo... durante l'anno era venuto a trovarmi Recalcati che mi disse di volermi portare in Nazionale, però dovevo partire subito. Allora sono partito per il raduno di Genova e ho ripreso con la Nazionale per qualche mese. Poi, dieci giorni prima di andare alle Olimpiadi di Atene, nonostante avessi svolto tutta la preparazione, mi lasciò a casa. E non parliamo del mercato di quella estate, io ero senza procuratore ed è successo di tutto, anche la storia della Virtus, non Virtus, Siena, non Siena... e via dicendo... dopo la partita con gli Stati Uniti in Germania, dove vincemmo con Basile e Galanda che fecero una grande partita, io non giocai perché non avevo la roba... la compagnia aerea, da Bologna a Milano, mi ha perso la borsa ed io sono rimasto tre o quattro giorni in Germania senza niente di niente. Poi, per uno scherzo del destino, Recalcati mi convoca per dirmi di avere scelto Mian, io esco abbastanza triste e nella hall dell'albergo c'era la mia borsa che avevano ritrovato... la presa per i fondelli finale. Presi le mie cose ed andai a Granada, giocai una stagione che dal punto di vista dei numeri non è stata granché, ma la squadra era mediocre, l'obiettivo salvezza è stato raggiunto, sono stato praticamente sempre insieme a Pecile, almeno ho fatto una stagione "totale", senza avere problemi fisici, poi ho detto basta... voglio tornare in Italia, ma non avevo nessuna idea. Mi telefonavano squadre che non erano... diciamo "sicure"... non avevo la conoscenza di quello che era qui il mercato economico, quanto guadagnava un giocatore italiano... telefonai a Gallinari perché mi rappresentasse e mi cercasse una sistemazione qui in Italia, mi avevano già chiamato sia Roseto che Reggio Calabria, ma il "Gallo" lavorava insieme a Forti che a Livorno ed andai là.

Facendo l'anno a Livorno mi accorsi che non mipiaceva più di tanto la pallacanestro italiana in generale, ma soprattutto la situazione dove hai troppi americani in squadra, noi ne avevamo cinque, uno col passaporto italiano, forse aveva dei parenti qui, un altro era nato a Parigi ed era comunitario... ma era una situazione diversa dagli anni passati, dai vari Dawkins o Richardson di cui parlavamo prima... poi il fatto di doversi di nuovo spostare con la famiglia, andare chissà dove... mi sono detto "o mi ritiro, o cerco un contratto più lungo". Allora Forti mi parlò di Firenze, della loro intenzione di fare una buona squadra, mi offrirono tre anni di contratto... tutto andava benissimo... alla terza giornata di campionato mi si rompe il menisco esterno e, da lì, è iniziato un calvario di due anni dove riuscivo a fare poco e niente... alcune partite le giocavo, altre non riuscivo perch<è il ginocchio era grosso come un melone... sono riuscito a giocare bene solo nel finale della stagione 2006/07 con sette partite di seguito con allenatore Giulio Cadeo che mi gestiva bene, perdemmo i play-offs contro Casalpusterlengo di Boni, nei quali feci circa 25 punti di media, poi la stagione dopo ripresi la preparazione, mi sono operato di nuovo, ho stretto i denti... ma arrivato a marzo andavo avanti con iniezioni, non camminavo quasi più e allora ho detto basta.

E adesso cosa stai facendo?

Mi piace insegnare ai bambini, ho avuto la possibilità con la Polisportiva Monte San Pietro, sto facendo i corsi di minibasket, avevo già fatto il testimonial per il minibasket della Federazione, andavo a fare i camp, i tornei, tante cose, anche al camp di Myers a Rimini. Mi piace lavorare con i bambini, far vedere i movimenti... non mi piace la parola "insegnare", preferisco "dimostrare", una cosa che i bambini riescono a recepire meglio. Per me, come detto prima, riuscire ad avere come allenatore Frank Valenti, che mi faceva vedere certi tipi di movimenti, quello che poteva servirci per migliorare o da apprendere, è stato molto importante, perché l'emulazione dei bimbi rispetto agli adulti è uno stimolo forte. Mi ricordo che lui faceva vedere la virata, il tiro, l'arresto a un tempo... magari altri allenatori certe cose le spiegano, io forse devo ancora imparare la dialettica adatta per esporre le cose ai bambini di otto anni, allora cerco di aiutarmi facendo vedere i movimenti. è una cosa che mi è sempre interessata, vediamo un po' come va e spero, naturalmente, di riuscire a far bene. Al momento fare altre cose nell'ambito della pallacanestro non mi attira e non mi interessa più di tanto. Così posso godermi i miei figli, Andrea ha già sette anni, Anna uno e mezzo... magari se vai a lavorare per qualche società devi viaggiare, spostarti di nuovo e non sono cose che voglio in questo momento. Magari così penso anche un po' meno a questa cosa del ginocchio, al ritiro dalla pallacanestro... ho sempre pensato di non dover mai smettere di giocare, la vedevo sempre come un'attività senza una fine, invece...

C'è un canestro in cortile, mi sembra 3 e 05.

Sì, ma quello è di Andrea, ne aveva un altro, ma era diventato piccolo, ha iniziato il corso di minibasket a Firenze due anni fa...

E la mette come il padre?

Mah, non lo so... vedremo, è ancora presto.

Abbiamo parlato di tanti personaggi, di tanti episodi indimenticabili, di tante città. Ne manca una: Barcellona.

Sì, Barcellona è stato un momento indimenticabile, non tanto per la vittoria finale che abbiamo meritato ed è stata una grande soddisfazione, soprattutto per le sensazioni e le emozioni che si sono vissute lontane da Bologna. è stata una cosa particolare, perché non è facile riuscire a spostare tanta gente, l'immagine che c'era nel Palau St. Jordi è indelebile... questo muro bianconero composto da migliaia di persone era qualcosa di impressionante. L'appuntamento era importante, il top della pallacanestro europea, una Final Four dopo quel famoso derby, ma nessuno di sarebbe immaginato una roba del genere.

La Virtus penso abbia fatto qualcosa di importante, oltre che giocare a pallacanestro, aveva creato un movimento e una famiglia enorme introno a sé, che gioiva sino a piangere, appunto, di gioia. Una parte di Bologna si era trasferita al di fuori della città e questo fu merito della società, del gruppo e di tutti quelli che avevano lavorato perché ciò succedesse, in primis i tifosi stessi. Poi qualcuno disse "ma non era stata una grande pallacanestro, i punteggi erano bassi, le difese avevano il sopravvento..:" però si vince così, facendo canestro e chiudendo dietro, noi avevamo la nostra metodologia di gioco e l'abbiamo applicata ottenendo un risultato. Altri, in quell'anno lì, non l'hanno ottenuto. Anche se è stata una partita abbastanza dominata, la sicurezza si è avuta soltanto verso la fine con la tripla di Savic. Loro erano una buona squadra squadra, noi pure, c'è stata partita. Noi tutti abbiamo dato il nostro contributo, ma se c'è qualcosa che ricordo con piacere è la crescita di Rascio Nesterovic, sia dal punto di vista tecnico che di capacità. Era partito come una giovane promessa ed, alla fine, sembrava un veterano, lui ha fatto veramente cose incredibili calcolando anche la sua età, è stato importantissimo.

Avete vinto un'Eurolega allenandovi a calcetto.

La preparazione mattutina, non ricorso se prima della finale o prima della gara col Partizan, forse entrambe, stavamo lì a giocare a calcetto, usavamo le strutture del canestro come porte, oltretutto erano abbastanza grandi per fare gol anche da lontano. Poi abbiamo giocato a calcetto anche all'aeroporto, prima di partire. io, Zoran e Sasha, insieme a qualche tifoso, con un "super tele" che volava da tutte le parti.

Quando verranno lette queste righe, in molti avranno un groppo alla gola, sei stato un giocatore molto amato e con un ottimo rapporto coi tifosi.

Non è stata mai una cosa forzata, la gente della Virtus è molto affettuosa, calorosa... e tutto. Ricordo di tante persone che mi invitavano a mangiare a casa loro, dove sono stato, ci si incontrava, le feste. Ancora oggi vedo tante persone... come ho già detto era una grande famiglia e quindi mi trovavo bene con tutti, volevano sempre sapere qualcosa riguardo a noi giocatori, quello che si poteva dire si diceva, ne discutevamo... sono stato veramente bene e, di questo, non te ne rendi conto sino a che non ne sei fuori, tendenzialmente pensi a a quanto siamo stati fortunati noi giocatori che abbiamo fatto parte di questa società. Io dal 1994 al 2002 ho passato anni che augurerei a qualsiasi giocatore di basket. In otto anni sono riuscito a vincere con tre differenti squadre che hanno fatto la storia: quella del "tris vincente", quella del 1998 e quella del Grande Slam. Oltre che per i risultati, penso siano stati anni indimenticabili anche per chi ha partecipato indirettamente, le altre squadre, la Fortitudo stessa, la Benetton, Pesaro, anni di scontri all'ultimo sangue. La pallacanestro non era, come si diceva, monopolio di Bologna, ma era una cosa vasta, con la Milano di Bodiroga e Fucka, i grandi duelli con Henry Williams o Iuzzolino... era proprio un bel periodo per tutta la pallacanestro e speriamo che ritorni, per quelli che giocano adesso, per i ragazzini del futuro, perché adesso il basket mi sembra differente e non in meglio, ma... magari mi sbaglio.

Anna si è svegliata, dobbiamo salutarci, Avrei voluto chiedere mille altre cose... chissà se possiede una di quelle gettonatissime magliette con la scritta "io picchio Abbio". Lui forse no, ma sua moglie Valentina, una ce l'ha sicuramente...

Gambe al fulmicotone per penetrare e difendere

MI RITORNI IN MENTE: QUINTA PUNTATA

di Bruno Trebbi - www.bolognabasket.it - 13/02/2013

 

In tempi recenti, è capitato che si giocasse il giorno di Natale. In tempi molto meno recenti, invece, fu programmata una doppia e inusuale partita nel giorno di San Silvestro. Correva l’anno 1994, e prima fu irradiata in tv la partita della Fortitudo a Pesaro (prima contro seconda), coi biancoblu che persero 79-78 dopo aver dominato, abbattuti dai colpi di Antonello Riva e Corey Gaines, a seguire ci fu l’altro big match, tra la Virtus e Benetton Treviso. La Virtus veleggiava nelle zone altissime della classifica, mentre Treviso arrancava un po’ indietro, anche se aveva da poco inserito il giocatore che cambiò la stagione biancoverde, quell’Orlando Woolridge passato poi anche in Virtus - con fortune decisamente minori - e prematuramente scomparso alcuni mesi fa.

Teoricamente la Virtus era favorita, ma quel giorno coach Alberto Bucci era privo di Danilovic e Coldebella, ovvero il miglior realizzatore e il miglior difensore della squadra. E infatti nel primo tempo la Benetton semplicemente dominò, chiudendo avanti di 11 punti con Naumoski e Woolridge semplicemente inarrestabili. Sembrava tutto scritto, ma poi arrivò Alessandro Abbio. Arrivato da Torino, dove in A2 ventelleggiava senza problemi, il 23enne piemontese fino a quel momento era stato ai margini delle rotazioni, chiuso da veri e propri mostri sacri come Danilovic, Brunamonti e Coldebella. Pochi minuti in campo, e una sola volta in doppia cifra.

Il campione però sa cogliere il momento opportuno per emergere, e lui lo fece. In quella partita di San Silvestro fu semplicemente inarrestabile. 7 su 10 da due, con quel tiro particolarissimo “a una mano sola”, 11 falli subiti a 16/16 ai liberi. 33 punti, 44 di valutazione, una partita semplicemente dominata. Un duello con Naumoski da consegnare agli annali, e i primi accenni anche di quella che poi sarebbe stata la sua caratteristica peculiare, la difesa durissima. Per la cronaca la Virtus vinse 92-85 dopo un supplementare, e mesi dopo la sfida con Treviso si ripetè, col medesimo risultato, in finale scudetto, per il terzo tricolore in fila delle Vu Nere. Ma da quella partita dicembrina tutti seppero di poter contare su Alessandro Abbio, che a Bologna giocò otto stagioni, diventando capitano e perno fondamentale della Virtus, e vincendo tutto quello che un giocatore può vincere.