MATTEO PANICHI

Panichi in contropiede

nato a: Firenze

il: 26/09/1972

altezza: 205

ruolo: ala

numero di maglia: 15

Stagioni alla Virtus: 1997/98 - 1998/99

statistiche individuali del sito di Legabasket

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto, 1 Coppa Italia

biografia su wikipedia

 

LA VIRTUS PRENDE PANICHI DA FORLI'

La Gazzetta dello Sport - 21/01/1998

S'è allenato ieri per la prima volta con la Kinder Bologna, Matteo Panichi (25 anni, ala di 2.02). La Virtus ha rilevato il contratto del giocatore dalla Montana Forlì (circa 80 milioni). I bolognesi completano, così, l'organico dopo la fuga di Papanikolaou (ma Panichi non può giocare in Eurolega) mentre anche Riccardo Morandotti dovrebbe poter tornare in panchina già domani contro l'Alba Berlino.

 

PARTO DALL'ULTIMO POSTO

Matteo Panichi è arrivato in punta di piedi

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 22/01/1998

 

Due anni di contratto, perché la Kinder ha rilevato in tutto e per tutto l'accordo che il giovanotto aveva sottoscritto con la Montana Forlì. Matteo Panichi oggi è un ragazzo felice, anche se l'Eurolega potrà viverla solo da spettatore.

"È successo tutto nelle ultime ore - racconta Matteo - ho saputo che la Kinder era interessata a me domenica sera, a Gorizia. Mi hanno chiesto cosa ne pensavo, Non ho impiegato molto tempo a decidere che quella della Virtus era un'opportunità incredibile".

È soddisfatto, Panichi, e non fa nulla per nasconderlo. "Ho fatto un bel salto, dalla A2 alla A1, Ma questa, poi, è una A1 particolare, perché Bologna ha tradizione, forza, blasone".

Arriva in punta di piedi, Panichi, non ha paura della panchina e tantomeno della tribuna. "Parto dall'ultimo posto - prosegue -, in posizione defilata, com'è giusto che sia. Voglio fare il possibile per contribuire ai successi della Kinder". Conosce Ravaglia - è stato suo compagno di squadra ai tempi di Varese -, Abbio e Frosini. E in allenamento dovrò marcare Danilovic: paura? "No, nemmeno soggezione. Piuttosto c'è la grande soddisfazione di trovarsi in una società che è tra le migliori d'Europa. È come una favola".

"IL MIO SCUDETTO È MARCARE SASHA"

Panichi non sente il peso della panchina: "Con questa Kinder mi basta fare allenamento". La "lezione" virtussina: "Qui le vittorie sono volute perché il gruppo è capace di restare sempre concentrato"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 12/08/1998

 

Il titolo di campione d'Italia non l'ha cambiato. Matteo Panichi è rimasto identico a sé stesso anche perché quel profumo tricolore l'aveva già gustato, giovanissimo, nel 1990. Era l'undicesimo della Scavolini di Sergio Scariolo, ma nella finale contro Varese trovò un posto nei dieci. Più o meno quello che gli è accaduto l'anno scorso e tanto sudore in palestra, per seguire le piste di un personaggio che risponde al nome di Sasha Danilovic. Le prospettive per Matteo - anche se la Kinder non ha raggiunto l'accordo con il Don Bosco Livorno per l'ingaggio di Silvio Gigena - non sono cambiate ma lui, venticinquenne di belle speranze, è contento ugualmente.

"Perché Bologna - spiega - rappresenta un'esperienza irripetibile e un gruppo incredibile. Ero a Pesaro ai tempi del secondo titolo. Ma quello scudetto, vissuto da vicino, mi sembrò casuale. Quello della Kinder, invece, era voluto. Fortemente voluto perché qui c'è un'aria vincente. Sempre".

Chissà, forse saranno i portici o..."Bologna - risponde lesto Matteo - mi ha insegnato tantissimo. E soprattutto mi ha fatto capire cosa siano il professionismo e l'importanza dell'applicazione mentale. Quell'intensità che non ho mai visto da altre parti".

Praticamente una scuola e, secondo Matteo, il segreto della Virtus è tutto lì. "Abbiamo vinto - sottolinea - perché indubbiamente c'erano giocatori di talento. Ma il successo è arrivato perché questo gruppo è stato capace, in qualsiasi condizione, di rimanere ferocemente concentrato e aggrappato all'avversario. Dopo aver vinto a Barcellona non era facile ripresentarsi in palestra con gli stessi stimoli e la stessa voglia.  Eppure la Virtus è stata capace di ritrovare sé stessa, il gioco, e la voglia di soffrire". Il momento più bello di Matteo è stato proprio quello iniziale: la chiamata di Messina e della Virtus. "Ero a Forlì, i A2. Quando me l'hanno detto ho pensato a uno scherzo. Invece era tutto vero. Momenti brutti, invece, non ce ne sono stati: al massimo periodi faticosi, ma per il resto..."

Sgobbare durante la settimana per un posto vicino alla panchina, la domenica, però...

"Nessun rimpianto. Quando ti trovi a marcare Danilovic, in allenamento, sei ripagato da qualsiasi sacrificio. Lui è il numero uno in Europa. Anzi: allenandosi così è persino più facile giocare incontri ufficiali. Non ne ho fatti molti, però l'impressione era quella tanto è lo scrupolo con cui Messina lavora in palestra".

In attesa dei "mondiali" la Kinder ha ripreso la strada dell'Arcoveggio e l'ha ripresa con quel Panichi che ha sempre voglia di lottare per un posto tra i dieci. Ammesso che qualche società - e qualcuna c'è già stata - non gli strizzi l'occhio per convincerlo ad accasarsi altrove.

 

IL FUTURO È IL SUO

di Lorenzo Minganti - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

Matteo è arrivato a Bologna a metà stagione, dopo la fuga di Papanikolau, e gli infortuni di Ravaglia, ma soprattutto di Morandotti, che per via del ginocchio ha passato parecchi mesi a bordo campo. Matteo è un ragazzo talentuoso, chiamato da Messina a dare intensità agli allenamenti, senza dover ricorrere sempre agli juniores, si è messo a disposizione, senza fiatare, ha sempre eseguito ciò che gli veniva chiesto con molta umiltà. Ha poi giocato scampoli di partite in campionato (in Eurolega non è potuto scendere in campo perché il tesseramento per questo torneo era già chiuso), dando modo alle stelle della Virtus di rifiatare qualche istante.

Sempre molto disponibile con giornalisti e tifosi, Matteo ha girato le panchine di mezza Italia. Ha accettato un ruolo da comprimario senza aver mai avuto qualcosa da obiettare. Bravo Matteo, anche tu hai portato il tuo mattoncino alla causa della Virtus.

 

LA VIRTUS SECONDO MATTEO

di Salvatore Maria Righi - Bianconero n. 18/anno 2 - dicembre 1998

 

"È stato una delle più grandi promesse del basket italiano ma, forse, ha cambiato troppe squadre e ha giocato troppo pochi minuti". "Ex grande promessa, parlare di talento sprecato forse è un po' riduttivo... Chance di esplodere ne ha avute, sia in A1 che in A2, vicino a casa e lontano, con coach di ogni tipo, ma alla fine hanno fallito tutti...". Dovrebbero mettersi d'accordo, Dan Peterson e il "Chi è chi", lo Zander Hollander del basket italiano. Perché così è difficile capire chi sia davvero Matteo Panichi, il ragazzo che ha 26 anni, dopo nove stagioni e cinque club di serie A, ha rimesso indietro l'orologio della vita. Diciamo meglio, che ha dovuto, tornare indietro. Sentirsi di nuovo adolescente, provvisorio. L'ultimo arrivato che deve pensare - daccapo - a costruirsi un paio d'ali per volare alto tra i panieri. No, non fraintendete. Non è questione di fisico, di muscoli, di elevazione. Quelli, a Panichi, madre natura glie li ha dati. Il nano ghiacciato che (massì) deturpa le vocali e anche la guida di Superbasket. "Segna da 3 e schiaccia alla Doctor J"; "Fisico e capacità atletiche da 3 di primissima qualità, braccia lunghe, contropiedista, rimbalzista (specie offensivo), volendo anche ala forte...".

No, le ali che servono a Matteo, ora, sono altre. E se le deve cucire e ispessire nella palestra dell'Arcoveggio, quasi tutti i giorni. Sono ali da appiccicarsi dentro, e da spalancarsi allo specchio. Sul campo, ma non solo- Si chiamano, volendo, fiducia, consapevolezza, freddezza, mestiere. Maturità, praticamente. Gadget che ti devi cercare da solo, gadget che sa solo non puoi mettere insieme. Serve anche una mamma, ad esempio. E la Kinder è anche una grande mamma, se vi scrollate dagli occhi la bacheca, le coppe, le trasferte;se le orecchie non pensano al tumpf tumpf dello Spalding sui legni del palazzo. In grembo alla Virtus Panichi ci è arrivato con uno zaino pieno di doti, facendo finta che il prima non ci fosse. Che gli anni fossero sedici, non ventisei. Il modo migliore per imparare dai professori bianconeri. I migliori, i più severi. Il modo è quello più banale. L'allenamento, lo spogliatoio, lo schema da provare. Un certo Danilovic da tenere sotto pressione tutti i giorni, pensare che gli avversari dichiarano, commentano e si preoccupano a trovarselo davanti quaranta minuti. Gli urlacci, i sorrisi. L'odore di canfora. Gli scherzi. Il sudore mischiato al sudore, come rubare l'anima dai pori di un campione. I giornalisti che sono sempre lì, ma sempre per gli altri. E i taccuini si aprono solo se si spalanca il cielo del palazzo e tu inventi un paio di schiaccioni. Che nel basket piallato di oggi fanno l'effetto di musica rap. Mister Linea di fondo, ti dicono i compagni. E che compagni. Allora Panichi vive e si sente come un dottore in legge che fa pratica con Perry Mason. O un laureato in lettere che sta appiccicato a Milan Kundera. O, magari, un giovane chitarrista che frequenta Eric Clapton. Più o meno è così, per Matteo, vivere denro la Virtus. Lo sice semplicemente: "Finché sono qui a Bologna, con la Kinder, sono l'uomo più felice del mondo".

Per gli altri. invece, è difficile da spiegare. è difficile da capire, se ci si ferma alla virgola nello score e alla tuta (quasi) mai sfilata. Ma è davvero così. "Devo fare ancora tanta strada per diventare il giocatore che vorrei essere, sono in A1 ma questo non significa poi molto. Ma stare in questa squadra, in questo gruppo, ti mette nelle condizioni per rendere al meglio. Per tirare fuori il meglio di te, visto che mi viene richiesto il massimo impegno fisico e mentale".

Parla piano e dice a singhiozzo, Panichi. Pesa le parole come i passi su quei legni così importanti,così impegnativi. "Fare parte della Virtus vuol dire essere al massimo livello, in Italia ed in Europa. Vuol dire difendere tutti i giorni sui campioni che conoscete, e farlo nel miglior modo possibile. Vuol dire anche pensare ad ogni passaggio, ad ogni tiro in modo perfetto. Due ore di concentrazione estrema tutti i giorni. Incredibile".

Incredibile, dice. Più compiaciuto che preoccupato, ci  mancherebbe. Con la stessa serenità si volta indietro: "Forse mi ha frenato un po' il fatto di aver giocato in tanti posti e con tante squadre diverse, anche perché ad lato livello ho avuto spazio solo poche volte. Perché la consapevolezza di avere buoni mezzi, di essere quello che si dice una promessa, ce l'ho. Ma a volte la differenza tra un buon giocatore ed un giocatore mediocre deriva proprio da questo, secondo me: cioè dalla possibilità di stare più spesso in campo".

Quando non ci sta, quando la Virtus lo lascia libero di vivere la sua età, Panichi assomiglia molto ai ragazzi che lo vedono sedersi sulla panchina bianconera. E magari lo invidiano sul serio, come scrive il "Chi è chi". Assomiglia a chi nella vita cerca una strada passando da una porta stretta, molto stretta, ma eccezionale. "Quando non gioco faccio finta di studiare, nel senso che sono iscritto alla Facoltà di Sociologia di Urbino e quando posso faccio qualche esame, ma sono indietro da vergognarsi". Uhm, sociologo: potrebbe anche essere il suo abito, se continua ad osservare e ascoltare in silenzio cosa succede nel mondo (bianconero). Poi Bologna, il secondo amore dopo Pesaro, città adottiva (con relativo fidanzamento). "Pur essendo una grande città, Bologna ha le caratteristiche di un piccolo centro. E poi ha una piazza che diventa fantastica, quando è illuminata". Piazza Maggiore come Piazza della Signoria,come le vie acciottolate ed i muri profumati di tufo e di muschio nella Firenze che si porta dentro. Ci ha lasciato i genitori, gli amici. Un pezzo di cuore sportivo, la Fiorentina. "Ma no, non si può dire una cosa così a Bologna". Va bene, diciamolo a bassa voce, e aggiungiamo alla lista dei tifosi del giglio anche Sconochini e Gigena. Loro per il cordone ombelicale argentino con Batistuta, Panichi per motivi di nascita: sono attenuanti accettabili, via, vanno perdonati. Anche perché Matteo è curioso del mondo, a forzare la sua serratura di prudenza lo scopri anche vispo, ironico. Sennò mica gli piacerebbero i film di Woody Allen. Sennò, ascoltate questa, mica avrebbe un sogno tanto particolare nel cassetto. Girare un film, da regista. Mica poi troppo impossibile. A vivere su venti metri di parquet con le stelle della Kinder, ti abitui a tutti. Poi, cosa vuoi che sia, gestire Tom Hanks o Jennifer Lopez.