FLETCHER JOHNSON

Fletcher Johnson su Tillotson

 nato a:

il: 31/05?/1931

altezza:

ruolo: ala/centro

numero di maglia: 8 e 20

Stagioni alla Virtus: 1957/58 - 1958/59


 

QUANTE STAR "USA" NEL CIELO DEL BASKET BOLOGNESE

di Giovanni Cristofori - Il Resto del Carlino - 22/08/1974

 

Pivot negro di 1,96, fu discusso subito dopo il suo arrivo in Italia per la discontinuità in rendimento nelle partite di precampionato. Ma dopo un breve periodo di rodaggio, si dimostrò forte rimbalzista ed eccellente realizzatore. Nel primo campionato in maglia Virtus, fu tra i migliori topscorers con 309 punti. Riconfermato nel campionato successivo, migliorato tecnicamente, realizzò 355 punti.

 

Fletcher Johnson in un derby contro il Motomorini

(foto tratta dall'Archivio SEF Virtus)

Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Un ricordo di Peppino Cellini su Fletcher Johnson: "Conquistò subito la piazza, divenne ben presto idolo della tifoseria. Solo una volta prese la pazienza, fu contro il Gira oramai al canto del cigno, marcato da un piccoletto come Rino di Cera che per evitare di farlo andare a rimbalzo, usò per una volta metodi poco ortodossi. Fletcher si voltò di scatto e lasciò partire un destro, che se non prontamente schivato, avrebbe potuto staccargli la testa".

Fletcher Johnson in avvicinamento a canestro, marcato da Bon Salle (foto tratta da Giganti del Basket)

IL CUORE NEL CANESTRO

di Aldo Giordani - Il Guerin Sportivo - luglio 1982

 

Sono passati venticinque anni e l'aitante giovanottone di colore che allora giunse a Bologna proveniente dalla Duquesne University di Pittsburgh per giocare nella Virtus, è oggi un robustissimo cinquantenne sdraiato sulla spiaggia di Milano Marittima. Ha vicino la moglie e due figli. E la sua è una storia eccezionale. Fletcher Johnson aveva avuto un'infanzia difficile: sua madre faceva la domestica e lui - già all'età di otto o nove anni - si prodigava nei mestieri più umili per portare a casa qualche dollaro e arrotondare così le magre entrate familiari. Oggi è un cardiochirurgo fra i più quotati in America e può permettersi un'esistenza agiata: "Se guardo indietro - dice - concludo sempre che la mia vera vita è cominciata a Bologna".

BORSA DI STUDIO

Fletcher Johnson aveva studiato psicologia. A Lello Zambonelli, per portarlo alla Virtus, bastò offrirgli una borsa di studio per il corso di sei anni di medicina all'università di Bologna: "Allora non si usavano - spiega Johnson - le cifre colossali degli ingaggi di oggi, ma i giocatori pensavano di più all'unica cosa che conta: al proprio avvenire e a divenire uomini". Avendo studiato psicologia, Johnson non poté completare, per le leggi italiane, tutto il corso di medicina a Bologna e dovette poi laurearsi a Ginevra. Ma a Bologna imparò ad amare l'Italia, un amore che non ha più dimenticato: "So che oggi voi italiani avete molti problemi - dice - ma problemi ne hanno tutti: sociali, religiosi, razziali, economici. Però in Italia c'è ancora una dimensione umana che è difficile trovare fuori di qui".

ITALIA MON AMOUR

Johnson vive d una cinquantina di chilometri da New York. Ha arredato la casa all'italiana, ed anche il suo studio medico. A New York va solo per lavoro, per affari o per il basket. La "Big Apple" non gli piace: "La cosa più bella che c'è - dice con un sorriso - è l'aeroporto. Perché in sette ore si arriva in Italia". Johnson lavora duro per dieci mesi all'anno (anche quindici ore al giorno), per prendersi una vacanza qui da noi. Adesso i figli cominciano a diventare grandicelli e lui - che oltre all'italiano parla bene anche il francese - cerca di fargli conoscere il mondo. Si è fermato due settimane a Cannes: "Ma non è come qui. I bambini sono i padroni, possono giocare, fare quel che vogliono, divertirsi. Là c'è troppa formalità, i ragazzi debbono stare zitti, non possono correre a volontà. Non c'è dubbio, molto meglio qui". E indica i suoi due ragazzi che stanno facendo un castello di sabbia con un tedesco, un olandese e un italiano: "La perfezione al mondo non esiste - riflette ad alta voce - ma questa amicizia, questa cordialità tra elementi di razze così diverse, è molto vicina alla perfezione".

IERI E OGGI

Quando Fletcher Johnson venne in Italia per la prima volta, ci furono equivoci - tra i meno esperti - perfino sul suo nome e cognome. Taluni pensarono che Johnson fosse il nome e Fletcher il cognome. Anche alcuni giornali caddero nell'equivoco. Non era un fenomeno, ma aveva un gran potenza e per la sua mole una notevole agilità. L'allenatore della Virtus di allora era Vittorio Tracuzzi e il "professor" Johnson è oggi lietissimo di apprendere che il suo vecchio coach di una volta ha ora una posizione di rilievo come allenatore della nazionale femminile. Johnson ricorda ancora con simpatia i suoi vecchi compagni, da Canna a Calebotta, ed è informatissimo: sa molto bene, ad esempio, che Gambini è ora sull'altra sponda petroniana, quella della Fortitudo. Del resto, quando ha potuto, Johnson ha sempre cercato di ritrovare i suoi vecchi compagni. Quest'anno non può, perché deve ritornare in USA, rinunciando volentieri a qualche giorno di ferie, per essere puntuale al consueto "Memorial Stokes" di Monticellouna classica di beneficenza cui partecipano le grandi stelle di "pro" in ricordo di Maurice Stokes, l'ex-asso dei Cincinnati Royals che negli anni '50 fu colpito da una encefalite nel pieno della carriera, dovette smettere e poi morì nel fiore degli anni. Al "Memorial Stokes", come sempre, anche quest'anno Johnson si presenterà gratuitamente come medico, dall'aeroporto andrà direttamente al campo. Fino a qualche anno fa, Johnson era primario di un ospedale. Adesso fa il libero professionista, e annovera tra i suoi pazienti anche alcune celebrità dello spettacolo. Ha operato Myron Cohen e, di recente, Melen Hayes, considerata la miglior attrice americana. La stragrande maggioranza di coloro che si rivolgono a lui è di razza bianca: "E non vengono da me - disse una volta con orgoglio ad una rivista americana - per chiedere un'aspirina!". Gli affidano in effetti la propria vita. E sembra quasi impossibile che quelle enormi manone, che una volta nascondevano la palla come fosse una mela, possano oggi armeggiare col bisturi in mezzo centimetro quadrato sull'aorta oppure tra le valvole del cuore. Di recente, gli è accaduto un episodio che ricorda con fierezza ma anche con una certa qual meditazione sugli insegnamenti della vita: "Quando avevo dodici o tredici anni, facevo il groom in un Grand Hotel e aiutavo i facchini a portare le valigie. Così all asera potevo portare a mia madre qualche spicciolo. Adesso il proprietario di quel Grand Hotel è venuto da me per farsi operare al cuore!".

GUSTO ITALIANO

Ha una spiccata predilezione per il gusto italiano, per i prodotto italiani: ha sempre avuto una Lamborghini, adesso ha una Maserati Quattro Porte; gli piace la cucina italiana e ne insegna ai figli le leccornie. Jaime, il più grande, è un torello di dieci anni. che nel fisico somiglia al padre, e che diventerà di sicuro una "power forward" del basket o un "full back" del football. Benjamin, il più piccolo, ha sei anni, è più asciutto e minuto, ma - dice la mamma - "è più atletico, più rapido, più scattante dell'altro". Anche la signora Jane segue le vicende del basket italiano. Sa che Haywood è stato in Italia e che qui ha creato qualche problema. "Ma il più caposcarico di tutti i campioni - le diciamo - è stato forse Barnes". "Anche negli Stati Uniti - è la risposta - non aveva sempre la testa a posto". E i giocatori di oggi rispetto a quelli del tempo che fu, come sono? Qui interviene di nuovo il signor professore: "Sono più alti, e in genere più forti, non soltanto in Italia. Tirano anche meglio. Ma non sono abbastanza completi. Dovrebbero rendere di più. Nella differenza del gioco c'entra anche un diverso metro di valutazione degli arbitri: oggi è lecito, nei contatti o nel prendere posizione, ciò che a me veniva fischiato". Fletcher Johnson si trovava in Francia quando l'allora Squibb vinse la Coppa dei Campioni a Colonia contro il Maccabi. Vide l'incontro in televisione: "Buona partita, ottimi giocatori - dice - molto buono il livello tecnico. In Italia il miglioramento è stato notevole".

UNO SPECCHIO

I due ragazzi partono a razzo per tuffarsi in acqua. La famiglia Johnson è in spiaggia già alle nove del mattino. L'attuale chirurgo di gran fama sta scrivendo un libro. Stando sotto l'ombrellone ha riempito quaderni e quaderni, che farà ribattere una volta a casa. Un libro, se abbiamo capito, di medicina, basket, sociologia. Forse lo specchio della sua esistenza: "I malati, come i giocatori, devi capirli. Io ricevo dalle cinque del pomeriggio alle due di notte. In media dedico mezz'ora a ciascuna visita, perché qualche caso ha bisogno di dieci minuti magari per il semplice esame di un elettrocardiogramma, e qualche altro, invece, richiede più di un'ora per scoprire se c'è il male e dov'è. è lo stesso coi giocatori: a qualcuno basta dare un'occhiata, a qualche altro devi dedicare più tempo. Guai a generalizzare: ognuno ha bisogno di un trattamento diversificato". è un concetto che Johnson mette in atto anche nella sua professione. Dal miliardario si fa pagare tutto; se invece in Harlem, mentre assiste al Rucker Tournment, un poveretto gli chiede di visitarlo, lo fa ben volentieri senza riscuotere una lira. E magari lo opera, pure gratis. Lavora molto per avere poi il tempo di correre in Italia. Dove - lo dice e lo ripete - imparò a vivere e dove mosse i primi passi per la grande "escalation" sociale che ha realizzato.

Fletcher Johnson, affermato chirurgo, veniva sempre in vacanza nella Riviera Romagnola

ADDIO A FLETCHER JOHNSON, GLORIA VIRTUS

La Gazzetta dello Sport - 08/10/2008

 

È morto sabato scorso all'età di 77 anni, stroncato da un tumore al pancreas, Fletcher Johnson. Il suo nome è legato a quello della Virtus Bologna con cui giocò dal 1957 al 1959, diventando uno degli stranieri più celebri e apprezzati dell'epoca. Uscito dalla Duquesne University (finalista del Nit nel 1954), sbarcò in Europa dove, a fianco della pallacanestro, proseguì gli studi e si specializzò in chirurgia. Pilota dell'Air Force durante la guerra di Corea, nel 1973 si stabilì nel New Jersey dove continuò a esercitare la professione medica fino alla scorsa settimana.