ETTORE ZUCCHERI

(allenatore)

nato a: Budrio (BO)

il: 01/06/1943

Stagioni alla Virtus (comeviceallenatore): dal 1975/76 al 1979/80 (dal 1972 nel settore giovanile)

Stagioni alla Virtus (come allenatore): 1980/81

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

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Tratto dal sito Allenatori Pallacanestro Giovanile

(http://www.allenatorigiovanili.it)

 

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Da diciassette a ventidue anni ho giocato come protagonista, poi il ginocchio saltò e l’ortopedia allora non esisteva, nel senso che ti ingessavano un mese e per te era finita. Rieducazione? Dovevi arrangiarti. Io l’ho sempre fatto giocando, ma in quel caso ero spacciato. Ho ripreso a studiare, giocando non ero più lo stesso, sembrava la fine dei sogni. Invece quando nella vita si chiude una porta, ecco un “portone” che si apre. Trovo Cristina, mia moglie, che è molto meglio di segnare 40 punti in una finale...!!!

Basta col basket giocato, comincio ad allenare. Juniores Virtus 1972. Subito campioni d’Italia. Moltissimi allievi approdano in serie A. Poi, come assistente di Dan Peterson, vivo tre anni dentro un sogno. Mi chiamano al Fernet Tonic, terza squadra di Bologna: dalla “B” saliamo subito in “A”, con uno squadrone che faceva paura: Massimo Masini, Romeo Sacchetti, poi Frediani, Anconetani…! Quindi, nel ‘76, Dan mi richiama: “Coach, torna con noi questa è la tua società!”

Con Dan sono stato fino al suo esonero. Nel 79-80 e 80-81, insieme a Driscoll, vinciamo lo scudetto. Ho avuto l’onore di allenare il grande Kresimir Cosic, il più grande straniero (a mio avviso) mai approdato in Italia. è il fiore all’occhiello della mia vita di allenatore.

L’anno successivo 80-81 come capo allenatore (da solo) ho compreso che, quando la squadra non ha la “chimica” giusta si va alla deriva. Scontato, vero? Via Cosic, la squadra fu fatta malissimo. Comunque imbattuti in coppa e terzi in campionato decisi per le dimissioni, con grande amarezza.

Come tutti i cavalli che decidono di correre da soli, visto che allo stesso modo ero diventato giocatore ed allenatore “ruspante”, decisi di cambiare la meta del mio essere allenatore. Dare uno scopo diverso al lavoro di Coach. Ricominciare da capo senza andare più alla ricerca del campione, ma utilizzare il basket per far crescere insieme i ragazzi. Far superare loro la fase critica quando, per la soddisfazione dei propri bisogni primari in chiave affettiva e relazionale, un ragazzo decide che il gruppo sostituisca la famiglia.

A Granarolo, sempre nella “bassa” bolognese, ho maturato il proposito che i miei giovani giocatori, per quanto validi, potessero avere un percorso di crescita lontano dalle “sirene” delle società di serie A, troppo spesso dispensatrici di sole frustrazioni per chi non sia realmente di primissima fascia. La prima meta doveva essere quella di costruire un gruppo di amici del basket. Tenerli insieme per superare la fase critica della loro crescita psicologica. Un livello di obiettivo più alto del semplice allenare, un valore educativo da raggiungere.

Il collante? Spesso la vittoria. Ho compreso che l’ortodossia del basket proposta da molti allenatori spesso comporta elementi di frustrazione per i ragazzi, ed eventuali vantaggi ai soli allenatori. Chi imposta le cose secondo questa logica lavora per sé stesso e non per il futuro del giocatore. Non sono tanto gli allenatori ad insegnare la strada per diventare giocatori di serie A, quanto il sogno dei ragazzi, avendone il talento. Non solo posso portare il mio esempio, ma anche quello di tanti altri giocatori. Gli allenatori possono solo essere di complemento a questo percorso e far qualcosa di importante per la formazione futura di quei ragazzi che, per loro caratteristiche, devono evolvere in modo significativo la loro dimensione di gioco per poter ottenere dei risultati da adulti.

Troppo rischioso o troppo difficile? Non credo che le sconfitte siano strumento di crescita. Sicuramente più la vittoria che la sconfitta ha il potere di far diventare un gruppo di ragazzi “squadra vera”. Creare il gruppo per far vivere “bene” un difficile, contraddittorio e talvolta rischioso periodo della vita era la vera meta, la scelta del Campionato a cui partecipare il semplice mezzo di questo percorso. Non ci riuscii a Granarolo perché occorre la fedeltà dei genitori che, purtroppo, perdono facilmente la testa al richiamo delle “sirene”. E quando uno cede, spesso il contraccolpo sfalda anche il gruppo...

Alleno ora a Budrio da 5 anni. L’anno scorso abbiamo aderito con entusiasmo all’idea dell’amico Maurizio Massari di fondare un progetto insieme, partendo dalla condivisione di questi presupposti e dal fatto che le sicurezze acquisite andassero combinate con opportunità di confronto e crescita. Chiamammo il progetto InBin, Insegnare il Basket Insieme. Grazie a questo percorso, siamo riusciti a tenere lontani i nostri giovani dalle grosse società permettendogli comunque opportunità di alto profilo. Sono un gruppo fantastico che stiamo traghettando, tenendoli insieme, per superare il mare di difficoltà della vita di oggi. Diamo a loro la possibilità di confronto con altri giocatori, quelli più bravi della regione. Siamo convinti che lontano dalle grosse società, attraverso l’opportunità di rimanere protagonisti del loro percorso di crescita, abbiano più opportunità di diventare giocatori veri, ma, chiaramente, dipenderà soprattutto da loro. Sostegno tecnico e possibilità di allenamento di ogni tipo non mancheranno. Lo devono solo sognare, avendone il talento.”

 

Dan Peterson nel Convegno sul Settore Giovanile tenutosi a Reggio Emilia durante le Finali Nazionali U21 2007, ha detto di Ettore:

“Dai nostri settori giovanili sono usciti i migliori allenatori attualmente sulla scena: penso a Ettore Messina, a Sergio Scariolo. Ma ci sono anche altre figure e altre storie. Penso ad un altro Ettore con cui ho lavorato sempre a Bologna, Ettore Zuccheri, che, da eccellente allenatore che era, ha consapevolmente deciso di essere istruttore di settore giovanile e di formare, a livello di base, i giocatori di domani. Solo questo può realmente sviluppare il futuro: eccellenti istruttori che si dedichino lontano da riflettori, risultati ed affermazione personale al lavoro di base. Ed in questo, Ettore Zuccheri è un esempio per tutti.”

tratto da http://www.allenatorigiovanili.it/apg/index.php?option=com_content&task=view&id=11&Itemid=41

UNA VITA CON LE VU NERE

di Demetrio Pianelli - Superbasket - 22/05/80

 

Allora, Ettore, cosa si prova a svegliarsi la mattina pensando: ecco, io sono l'allenatore dei campioni d'Italia, che sono poi la Virtus per cui ho sempre giocato, che è poi la squadra della mia città...

"Guarda, la mattina appena alzato io ho sempre un gran sonno, quindi non penso granché. Poi esco, vado a scuola ad insegnare e lì capita che mi distraggo un momento. Allora penso al mese di giugno, ai giocatori che avrò a disposizione, agli allenamenti, al lavoro che faremo...".

Dicono di lui che ha molto merito negli ultimi due scudetti della Sinudyne, quando sedeva accanto a Terry Driscoll, a fargli da vice. Ogni tanto dicevano cose così anche ai tempi di Peterson, ma del resto i successi personali nel suo libro d'oro non mancano, da giocatore o da allenatore. Ma qui, in questa rispostina alla classica domanda post-investitura ufficiale, c'è molto di Ettore ZUccheri: uomo concreto, modesto, gran lavoratore. Allenatore di alto livello da 7 anni, professore di cose cestistiche da molto di più, diplomato all'Isef, non ha mai voluto lasciare l'insegnamento, del basket come lavoro per la vita non si fida tanto, preferisce aspettare tre anni, pigliare la pensione. Ma adesso ha firmato un contratto di un anno, un anno in cui sarà a tempo pieno della Sinudyne, e del basket: "Per un anno mi distacco dalla scuola, come hanno fatto molti miei colleghi, è una cosa quasi fatta. Per il futuro si vedrà, io ora penso ancora all'insegnamento, ma non voglio ipotizzare niente, perché è sgradevole, dopo, rimangiarsi la parola".

Allenatore della "sua" Virtus Sinudyne, una grossa responsabilità, ma anche una bella emozione, una grande piacere. Per lui è una meta importante, la sola per la quale avrebbe rinunciato ad insegnare. Chi lo conosce, chi lo segue nel suo lavoro, ha l'impressione ben netta che Porelli piuttosto che Primo o un nuovo, estraneo all'ambiente, abbia scelto giusto, ancora una volta.

"Ora il rapporto con i giocatori sarà diverso, perché è vero che quell'opera di mediazione fra il coach e la squadra non rientra più tre i miei compiti. Ma io non sono mai stato quello da pacche sulle spalle e uscite a cena, non ero il compagnone, dunque non ci saranno mutamenti concreti nei nostri rapporti. Poi vicino a me ci sarà un assistant-coach, come lo ero io per Terry e per Dan. Un assistente "vero": io ho sempre accettato di fare il vice a condizione di poter parlare, dire ciò che penso. Così deve essere, se no a che serve? Anche se l'ultima parola spetta all'allenatore". Nel settore giovanile la supervisione di Zuccheri continuerà, anche se Pilotti, che è già uno dei responsabili, svolgerà le mansioni di direzione e organizzazione generale.

Si dice che un assistente cresce all'ombra del suo allenatore: per Zuccheri le cose non stanno proprio così, ma certo ha avuto modo di imparare molto. "Ogni allenatore con cui ho avuto a che fare, anche come giocatore, mi ha insegnato qualcosa sotto il profilo tecnico e umano. Ma due persone in particolare hanno dato, qui a Bologna, una grande lezione di basket, portando un modi di allenare grandemente professionale: Peterson, a livello soprattutto psicologico, e Nikolic, con la sua scientificità".

E Driscoll? Hai insegnato più tu a lui o viceversa?

"Io e Terry abbiamo lavorato insieme, ecco la verità. Lui è un grandissimo conoscitore della pallacanestro, ma non poteva già conoscere il lavoro di tutti i giorni, pur mantenendo responsabilità e decisioni ultime per sé".

Per le questioni più tecniche c'è tempo: per ora ai tifosi della Sinudyne basti sapere questo: "Ho accettato l'incarico - spiega Ettore - non perché stufo di fare il vice o di lavorare coi giovani,ma per passione, per il piacere di lavorare a problemi e situazioni di alto livello. Le responsabilità non mi pesano, lavorerò con impegno, voglio avere la coscienza a posto. Ho alle spalle una delle migliori società d'Italia, avrò comunque, doppio Usa o meno, una buona squadra. C'è un lavoro già impostato da continuare e approfondire. Perciò, al lavoro".

ZUCCHERI: UN'EREDITA' NATURALE

Giganti del Basket - Giugno 1980

 

Ettore Zuccheri è figura emblematica della pallacanestro bolognese. Da anni impegnato, dopo aver militato durante gli anni sessanta nelle file della stessa Virtus, quale responsabile del vivaio Sinudyne, con una breve parentesi alla guida del Fernet Tonic, che ha fruttato alla seconda squadra della città l'ingresso nel massimo campionato, vede ora la possibilità, partito Terry Driscoll del quale è stato - negli ultimi due anni - il preziosissimo collaboratore, di realizzare finalmente il grande sogno: guidare, in prima persona, la vecchia Virtus campione d'Italia. Questa soluzione, sicuramente la più logica da un punto di vista tecnico, era data per scontata ormai da tutti in seno alla società; da tutti, tranne che dallo stesso Zuccheri. “Naturalmente” chiarisce l'allenatore “l'offerta della società è stata una grande soddisfazione per me. Guidare una squadra come la Sinudyne è un compito difficile, ma senza dubbio stimolante per ogni allenatore. Le perplessità su un mio effettivo impiego in questo senso, sono nate riguardo i miei legami con la scuola, dove ancora insegno educazione fisica. Ormai sono quindici anni che lavoro in palestra con gli studenti, fra quattro potrò andarmene in pensione, sarebbe assurdo abbandonare proprio ora, non ritornerò sulle mie decisioni”. Pochi giorni dopo il “forfait” di Driscoll, tutta la stampa sportiva salutava Ettore Zuccheri quale neo-allenatore dei bianconeri; ora sappiamo che nel contratto che lega Zuccheri alla Sinudyne, quale allenatore per la stagione 1980-81, è presente una clausola, chiesta dallo stesso Zuccheri, che condiziona l'effettiva accettazione dell'incarico alla definitiva soluzione dei suoi problemi legati all'incarico di insegnante, che tuttora ricopre Al momento in cui scriviamo, Zuccheri non è ancora dunque in tutto e per tutto l'allenatore della Sinudyne; la società si è comunque impegnata a risolvere al più presto il nodo legato alla famosa clausola. “Se sarà possibile per me, conciliare la professione di allenatore, con quella di insegnante” afferma Zuccheri “allora accetterò sicuramente; altrimenti manterrò il mio incarico attuale in seno alla società; con Porelli sono già d'accordo”.

Occupiamoci quindi della squadra campione d'Italia che disputerà il campionato prossimo, dando per scontata la presenza di Zuccheri alla sua guida. “è impossibile” riprende il tecnico “stilare programmi in questo momento, tutto dipende dalla presenza, nella prossima stagione, del secondo straniero. Di sicuro c'è solo il ritorno di Bonamico, mentre sono infondate quelle voci che hanno dato da tempo Bertolotti sicuro partente. Forse verrà ceduto, non è escluso, anche se, a mio avviso, un posto in questa Sinudyne Bertolotti può sempre trovarlo”. In due anni di guida alla panchina della squadra bolognese, dopo esserne stato l'idolo per anni, Terry Driscoll, il “bostoniano”, ha vinto due titoli italiani; l'eredità che lascia al suo successore non è certo delle più facili: “Terry è stato molto in gamba” ammette Zuccheri “soprattutto dal lato psicologico. I suoi rapporti con i giocatori sono sempre stati ideali e questo, secondo me, è il vuoto più difficile da colmare dopo la sua partenza. Questo discorso è comunque sempre legato a quanto detto prima; tutto dipenderà dalla squadra che verrà allestita per la prossima stagione, allora ci porremo anche questo problema. I miei rapporti con i giocatori” conclude Zuccheri “sono sempre stati improntati sulla massima professionalità, ho sempre svolto il mio lavoro in palestra nell'ambito del mio ruolo, quello di vice-allenatore. Ormai mi conoscono, non dovrebbero sorgere problemi a riguardo”.

Zuccheri assistente di Driscoll nella stagione 1978/79 e 1979/80 (foto tratta da "EuroVirtus")

SOTTO IL SEGNO DI COSIC - DUE SCRITTI PER NON DIMENTICARE

di Ettore Zuccheri

 

L’IMPORTANZA DI UN LEADER

 

Ogni volta che parliamo delle problematiche di una squadra, prima  o poi , il discorso cade sul “leader”, sul suo ruolo, la sua importanza e le caratteristiche che deve avere.

Tutti sanno, e gli allenatori in particolare, che avere un leader all’interno della squadra può essere fondamentale per una migliore gestione del gruppo stesso (da parte del coach) e per l’attuazione delle proprie idee tecniche e tattiche, ma anche disciplinari e comportamentali.

 

Agli inizi degli anni ottanta la Virtus Sinudyne Bologna aveva un grande leader, purtroppo non riconosciuto dalla squadra, dai suoi compagni, ma in verità un vero collaboratore dell’allenatore, che si assumeva in campo, durante la gara, la responsabilità tecnica ogni qualvolta  ce n’era bisogno. Stiamo parlando di Kresimir Cosic, uno straordinario uomo e fantastico giocatore , la cui grandezza non è stata mai oscurata da nessun altro giocatore straniero venuto dopo.

A mio avviso , naturalmente…ma anche  non bisogna dimenticare che tutta una squadra ha vinto due scudetti consecutivi e, solo grazie a lui, gli allenatori sono diventati “coaches intelligenti”.

Perché non era riconosciuto dai compagni in questo ruolo? Per il suo modo di vivere fuori dal basket e per il suo atteggiamento durante gli allenamenti settimanali. Anche questa è  solo la mia opinione. Le cose andavano in questo modo. Poiché si allenava molto da solo, sempre di mattino, non dava mai il massimo durante gli allenamenti serali , insieme a tutta la squadra. Per mancanza di energie psico-fisiche e non per snobbismo, naturalmente, avendone già spese un po’. Inoltre era un Vescovo Mormone ed aveva impegni religiosi e poco tempo da dedicare ai compagni, come fanno di solito i leader riconosciuti. Aveva però una grande conoscenza del basket, un vero allenatore in campo e gestiva tecnicamente i compagni con grande sapienza. Deliziosamente ironico, voleva bene ai suoi compagni dei quali parlava sempre in modo positivo, anche se li prendeva scherzosamente “in giro”. L’insieme di queste cose  disturbavano  un po’ i compagni anche perché nelle prime partite del campionato non era mai in grado di giocare come sapeva. Era però sempre in gran forma alla fine, durante i play-offs. E questo ci faceva vincere il campionato. Mica male, vero? E’ successo nel 1979-80 e 1980-81.

Ancora una sola cosa a riguardo. Devo anche dire che, se non correva un buon feeling coi compagni,  un po’ di colpa è da attribuire anche agli allenatori che non erano riusciti a mediare questo personaggio col resto della squadra. Il motivo? Sicuramente abbiamo imparato un po’ tardi a capirlo e a stabilire che era veramente  un grande.

Per una squadra possedere un leader, dal quale farsi guidare soprattutto nei momenti di grande difficoltà, è di vitale importanza per arrivare ad ottenere i risultati che la stessa società sportiva desidera raggiungere. Il leader è colui che fa risaltare le potenzialità dei singoli, il fulcro intorno al quale si fonde il gioco e lo spirito di un gruppo, molto importante per il raggiungimento dei traguardi sportivi.

Kresimir Cosic aveva in mano tutto l’attacco di squadra, il primo passaggio era sempre per lui ,e questo lo avevamo stabilito noi allenatori. Era considerato dal coach il vero playmaker della squadra. La sua caratteristica principale? L’imprevedibilità del passaggio, ma sapeva fare tutto. Con il possesso di palla era in grado di distribuire passaggi a tutti , perché era pericoloso nel tiro, ma soprattutto era eccezionale nella ricerca del compagno più in forma in quel momento. Quando lo aveva scelto si concentrava solo su di lui facendolo rendere al massimo. Quanti giocatori sono in grado di fare la stessa cosa? In una partita col Partizan di Belgrado (1980) fece realizzare 25Pt. in un solo tempo a Jim McMillian perché aveva stabilito che era il terminale dell’attacco più sicuro in quella gara. Finché Jim realizzava nessun altro riceveva la palla per un tiro, anche se erano liberi.

Chi è mai stato in grado di ragionare in questo modo?Il giocatore che maggiormente è migliorato durante il suo periodo a Bologna? Sicuramente Renato Villalta, un esecutore micidiale per realizzare canestri sui suoi passaggi.

Le persone che hanno giocato ad un certo livello sanno che non tutti possiedono la stessa dote di carisma. Vi sono quelli che restano defilati, altri che amano farsi guidare, altri ancora capaci soprattutto di trascinare. In che modo? La leadership è una componente dinamica che integra molti altri elementi, in particolare la personalità e l’ascendente sui compagni.

E i leaders, solitamente , vengono vissuti dai compagni come figura capaci nel condurre le squadre verso il successo.

A Kresimir Cosic non interessava la classifica dei marcatori, ma risolvere le situazioni “topiche” della gara, che non erano sempre le stesse. A volte bisognava realizzare un canestro per la vittoria, altre quello dell’aggancio, altre ancora quello  che distruggeva completamente le speranze avversarie di rimonta. Solo da lui abbiamo sentito pensieri riferiti alla cattura di  rimbalzi in un momento topico  per vincere una gara, solo lui era in grado di creare situazioni con continuità e, quando voleva, fare passaggi vincenti (decisivi) per i compagni e per la squadra. E la difesa. Era un grande intimidatore, grazie al suo tempismo nel salto. Per questo, la sua difesa preferita era la “3-2” con lui stesso in punta. I compagni dovevano fare il tagliafuori per lasciare a lui la cattura del rimbalzo nella zona centrale  e l’esecuzione del passaggio di uscita per il contropiede.

Sapeva poi leggere qualsiasi situazione tattica che l’avversario presentava e, soprattutto, come risolverle. Non aveva bisogno di guardare l’allenatore per avere suggerimenti.

In campo, il coach era lui.

I leaders sanno creare buoni rapporti coi compagni e l’allenatore. Il leader “riconosciuto” deve avere una personalità particolare, un ottimo livello di autostima, essere consapevole del proprio lavoro, avere la capacità di guidare in campo la propria squadra, senza essere egoista e mettersi a disposizione del gruppo. L’intelligenza e sensibilità sono le sue doti principali.

In altre parole, deve avere una grande intelligenza emotiva.

Il leader che aveva queste capacità di essere accettato e riconosciuto dai compagni come tale era Massimo Masini, che ho conosciuto personalmente  quando allenavo il Fernet Tonic. Un grande giocatore che giocava con “le statistiche in tasca” , tirando a canestro  senza forzature, ma con grandi  percentuali. Era amato dai compagni coi quali si ritrovava spesso fuori dal basket ed aveva uno stupendo rapporto anche col coach.

Ritornando a Cosic, voglio ricordare che non aveva questo rapporto coi compagni fuori dal campo, ma apprezzavo la prontezza nel difenderli dal “mobbing” dei cattivi tifosi, fatto anche dai giornalisti e da certi dirigenti. In che modo interveniva verso quest’ultimi? Quando volevano punire i suoi compagni che commettevano errori comportamentali o per mancanza di rendimento aveva sempre una buona parola per loro, facendo aumentare nei dirigenti il loro livello di pazienza e tolleranza.

Bisogna distinguere tra leader positivo e negativo. La differenza? Quando il leader è positivo , nel senso che sposa la linea scelta dall’allenatore, diventa un supporto per la gestione tecnica del gruppo smussandone gli angoli di contrasto, rendendo la vita del coach più facile e migliorando il rapporto di creatività della squadra e convivenza dei compagni.

Quando invece il leader è negativo e assurge al ruolo di primadonna, non dando mai l’esempio in ogni circostanza, viene usato dal gruppo nel tentativo di ottenere delle riduzioni del lavoro da svolgere, per evitare  un supplemento di lavoro, un ritiro oppure un’amichevole ingombrante.

In questo caso, se la società non forma un unico blocco con la conduzione tecnica (coach), questi si troverà spesso a lavorare in contrasto con la squadra  come tra “l’incudine ed il martello”.

Quando invece la società è forte ed ha un unico interlocutore tra proprietà ed il tecnico, allora il discorso cambia. Quando si verifica questa coesione, il leader negativo sa di non trovare alleati, quindi sposa meglio la linea comune imposta dalla società e il tecnico. è l’unico modo affinché diventi utile nell’economia del gruppo e non tenti di scavalcare il tecnico.

Ci sono stati nella storia della Virtus Bologna giocatori che vestivano gli abiti del leader negativo? Certamente. Si comportavano come primedonne ed erano sempre a cena coi giornalisti. Raccoglievano articoli dei giornali sapendo che era una documentazione importante da esibire (eventualmente) agli sponsor che investivano in pubblicità. Facevano magari ottime partite, ma mai hanno fatto vincere campionati alla squadra. Ingigantivano con effetto “alone”quella saltuaria bella prestazione che eseguivano, facendo così sperare inutilmente in una continuità su quel livello. Non sono mai stati in grado di fare l’ultimo tiro per vincere una partita sviluppatasi punto-a-punto. Il rapporto coi compagni era, ovviamente, pessimo. Fino a che punto? Raccontiamo a proposito questo aneddoto.

Una volta 9/10 della squadra si ribellarono al leader negativo con una dichiarazione di sfiducia inoltrata alla presidenza della società. Della serie: “O via lui o noi cambiamo squadra!”

Come andò a finire? Il Presidente fu d’accordo, ma lo sponsor mise il veto sulla cessione del leader negativo, che non faceva vincere nulla ma si sperava che fosse ugualmente un utile veicolo pubblicitario.

Ricordiamo infine che esistono giocatori che si atteggiano al ruolo di leader solo nello spogliatoio, prima degli allenamenti, ma poi sul campo riescono a svolgere unicamente il loro compitino. Sono delusi e fanno polemica, ma di nascosto senza avere il coraggio di essere negativi più di tanto. Sono re della zizzania, portatori di “mobbing”.

Abbiamo visto nella favola del “Jungle Team” la figura della Volpe che deve essere considerato un esempio di leader negativo a causa del suo atteggiamento egoistico e per desiderio di ottenere maggiore considerazione da parte dei tifosi e giornalisti. Qui, il leader negativo ha la stessa volontà e determinazione del Delfino, ovviamente leader positivo, ma usa il suo talento per remare dalla parte opposta alle idee dell’Elefante-Coach perché non ha nessuna motivazione  verso l’amicizia, la socializzazione della squadra perché non è tanto considerato. Nella favola la Volpe non ha seguaci mentre nella realtà possono nascere delle amicizie tra i componenti di un gruppo che amano la trasgressione, ma non hanno il coraggio di affrontarla personalmente. Senza una precisa personalità indirizzata in quel senso, si accodano e basta.

 

IL VALORE DELLA CONOSCENZA

 

L’atleta che ha riempito il suo “sacco” di conoscenze si diverte in campo ed è di grande aiuto per suo allenatore, dal quale ha anche la fortuna di non dipendere più, dal p.d.v tecnico, ovviamente. Sa come interpretare il gioco, è diventato autonomo. Ricordo con piacere di avere allenato il grande K. Cosic, a mio avviso il più grande e completo giocatore che sia mai venuto a giocare in Italia. 

È grazie soprattutto a lui,  al suo modo di pensare, alle conoscenze del gioco acquisite in campo e a quelle accumulate per suo  interesse personale frequentando anche “clinics” di aggiornamento per allenatori, che abbiamo vinto due scudetti (1979-80 e 1980-81). è l’esempio del giocatore che, interpretava il gioco basandosi sulla conoscenza, sullo spirito dello stesso gioco che interpretava sempre per vincere. Se fosse rimasto a Bologna, invece di lasciarlo andare inopportunamente, avremmo vinto ancora.

E saremmo rimasti allenatori vincenti. Sapeva fare di tutto,  ma soprattutto aveva la consapevolezza di quello che era giusto fare, in qualsiasi momento della partita, in relazione all’operato della difesa. E lo faceva con uno solo scopo, quello di far vincere la squadra, ovviamente. Comprendeva, come detto, lo spirito del gioco. La conoscenza l’aveva reso padrone del campo, un vero allenatore che giocava, ma soprattutto un giocatore capace d’intuire il modo di vincere in maniera essenziale, anche a prescindere dall’opinione di chi guidava la squadra. Sicurezza e personalità supportata dai risultati perché, ovunque è andato, ha fatto vincere.

Aveva costruito una pallacanestro personale sopra quella appresa dal suo allenatore jugoslavo e, grazie a ciò, era diventato un giocatore imprevedibile. Se volessimo descrivere l’identikit del giocatore che dovrebbe uscire dopo l’attività delle giovanili, ammesso che si avesse la fortuna di lavorare con un grande talento, noi proporremmo,  senza ombre di dubbio, quello di K. Cosic. Sapeva fare tutto ,con la palla, senza la stessa e a rimbalzo. La sua abilità tecnica, tuttavia, sarebbe stata insufficiente se non avesse avuto la percezione dell’importanza della conoscenza. Non so se qui tutti siamo d’accordo, perché vogliamo sottolineare che l’abilità tecnica ha uno scopo che si raggiunge solo leggendo la difesa e con la conoscenza di tutto quello che bisogna fare in campo. Abbiamo così preso l’esempio di Cosic per sottolineare  il valore delle capacità cognitive .

Come verrà  recepita dall’allievo il fatto che non solo deve saper fare, ma anche conoscere? Questo è il problema, ma è lo spirito del basket. E’ possibile far apprendere il basket come espressione della personalità del ragazzo? Dipende soprattutto da lui, ma anche da noi allenatori. In che senso? Non dobbiamo annichilire le personalità per comprimerle dentro la nostra idea di insegnanti. Questo è il primo consiglio. Dovremo, prima o poi, allinearci sulla filosofia che non c’è nulla da insegnare quando è tutto da apprendere. Lo so che il 98-99% degli allenatori non è d’accordo. Cosa dobbiamo poi insegnare se, aspettando che il ragazzo recepisca (o apprenda tutto), intanto deve subire continuamente sconfitte personali e di squadra? Non è meglio far apprendere lo spirito del gioco, appunto giocando ed esprimendo la sua personalità, per poi vedere come fare affinché venga appresa anche la nostra filosofia del lavoro sui fondamentali? Perché ci intestardiamo a dire che non è importante vincere, ma soprattutto apprendere quello che noi stessi insegniamo?

L’allenatore deve trasmettere al ragazzo anche la cultura, insieme alla tecnica, con pazienza e costanza cercando di stimolarlo nel migliore dei modi. Lo si può fare solo col gioco nel senso che il punto di partenza è quello. Questo è anche il minimo che si deve realizzare perché il mezzo per apprenderne lo spirito è proprio quello, e cioè di cimentarsi prevalentemente nel gioco e non nell’esercizio propedeutico. Se l’allenatore ci crede veramente sarà gratificato dall’ottenere come risultato il tipo di giocatore rappresentato da Cosic, se avrà la fortuna di incontrare un talento del genere. Penso che sia logico favorire la crescita dei pochi ragazzi che hanno il talento mentale  adatto, guai annichilire le loro inventive. Se volete avere un esempio di come non si deve mai trattare un talento leggete “Canone Inverso” di P. Maurensig. Qui si parla di musica, ma il talento non va mai incanalato nella mediocrità e sottomissione, in qualsiasi campo si manifesti.

Se l’allenatore ci crede veramente farà il possibile per trasmettere cultura a tutti perché senza conoscenza, senza sapere il “perché” si agisce in un certo modo, non si va lontano. Quelli che lo seguiranno comprenderanno l’importanza e l’allenatore dovrà fare in modo di non lasciarsi scappare l’occasione di trasmetterla. Naturalmente  deve seminare bene, ma con la consapevolezza che chi fa crescere il ragazzo è sempre la sua voglia di imparare. Questa è una verità assoluta.

Se i propri allievi giocano una pallacanestro “cognitiva” è perché hanno appreso, con partecipazione mentale, gli scopi del loro agire fin dall’inizio, leggendo la difesa. Quest’ultima non va letta solo individualmente, ma anche quando agisce come squadra. E la conoscenza porta a sapere non solo quello che individualmente si deve sapere-fare dentro l’attacco della squadra (conoscendone lo scopo), è la base per comprendere che bisogna conoscere anche quello che devono fare i compagni. Kresimir Cosic era interessato soprattutto a questo e, per far crescere i compagni, sapeva cosa fare.

 

Dan rompe la tradizionale segretezza degli allenamenti: tutti possono assistervi

 

DUE PAROLE SU DAN

 

Sono stato molto fortunato nella mia lunga attività di coach. E non lo penso solo io.

Dopo tanto tempo alcuni colleghi mi hanno confessato, senza mezze misure, di avere provato una certa invidia nel vedermi insieme, tanto tempo fa, a Dan Peterson. Agli inizi degli anni settanta, avevamo tutti una gran fame di tecnica cestistica e lui veniva dall’altro mondo con lo scettro, un’autorità per il mondo del basket. Anche senza sapere se era bravo o no, per noi era già il massimo. Era americano, vestiva coi pantaloni  “quadrettucci”, teneva la scena e a noi bastava. Non voglio però lasciare dubbi: era anche molto bravo. Ve lo dice uno che ha conosciuto fior di allenatori, Dan era super. Il migliore.

Il fascino era talmente grande che l’effetto alone ebbe una grande influenza sui comportamenti di tanti. Alcuni coach cominciarono a vestire come lui, a comportarsi come lui e, naturalmente a copiare quello che predicava, senza sapere che non era possibile farlo. Copiavano anche la mimica, le pause e il cambio di ritmo dell’oratore, ma soprattutto “contavano” cominciando dal mignolo. Solo gli allenatori erano “innamorati”? Dan era anche entrato nel cuore dei tifosi virtussini. Era fantastico il suo comportamento e, soprattutto, era un coach diverso dagli altri! Quello che proponeva e come lo trasmetteva non era del nostro mondo. Gli allenamenti erano a porte aperte. Nessuno lo aveva mai fatto. Ore 16,00 allenamento al palasport di Bologna con la curva est piena zeppa di spettatori. Uno spettacolo. Nessuno giocatore poteva tirarsi indietro nell’impegno e lui “volava” da un atleta all’altro, legandoli insieme con una dialettica “ispano-americana” (veniva dalla esperienze del Cile).

Una capacità di correzione veramente didattica.  

La prima lezione che ci impartiva era la comunicazione figurata, per raggiungere la massima chiarezza. Poi, l’accessibilità dell’esercizio proposto, che deve essere adatto alle possibilità motorie del giocatore. L’evidenza , basata sulla dimostrazione, che lui sapeva fare benissimo, fotogramma per fotogramma. Quindi, la progressione didattica che va dal semplice al complesso e, infine, il divertimento. Un programma basato sulla diversità giornaliera del lavoro, non poteva certo annoiare. Il microciclo degli allenamenti? Lunedì, fondamentali individuali d’attacco e gioco: metà campo e tutto campo, basato sulla organizzazione delle situazioni di gioco.

Martedì, fondamentali individuali per la difesa, poi situazioni di gioco difensive, quindi il gioco non mancava mai. Mercoledì, massima intensità nel gioco con cura delle priorità difensive ed offensive, senza tante interruzioni. Si arrivava alla fine sfiniti. Giovedì, cominciava a calare l’intensità, ma solo un po’, per dare spazio alla conoscenza della tecnica dei prossimi avversari. Venerdì, studio vero dell’avversario e gioco prevalentemente a metà campo. Sabato, ripasso delle situazioni d’attacco e difesa. E la domenica? Se giocavamo in casa, ore 11,00, tutti pronti per il tiro. Nessuno poteva pensare di stare a dormire fino a mezzogiorno. Dan è stato il primo allenatore, organizzatore e programmatore degli allenamenti. Nulla era lasciato al caso: un piccolo promemoria da tenere in tasca era la sua guida, una coperta di Linus a cui teneva tantissimo. Per noi era un modo d’interpretare la professione veramente eccezionale, ma per lui era solo routine.

Attraverso Dan Peterson, tutti noi abbiamo imparato la lezione, anche perché è stato il primo divulgatore della tecnica cestistica, attraverso un certo numero di libri. Non sto ad elencare la sua produzione come autore di best-sellers sportivi, perché non era questa la sua caratteristica principale. Ci mancherebbe!

Dan amava ed ama la storia, come dispensatrice di episodi fatti da uomini che l’interpretano a seconda delle situazioni. Proprio come il basket, giusto? Conoscendo episodi storici e le biografie dei personaggi che l’hanno interpretata, si possono trarre episodi per risolvere le situazioni psicologiche della squadra nei momenti chiave, quelli precedenti alla gare. Niente deve essere storicamente dimenticato perché tutto ritorna. Non ci avete mai pensato vero? è una questione  di cultura. Infatti, allenare è principalmente questo… una questione di cultura.

Dan è stato un grande conduttore di uomini, con lui si arrivava ad interpretare la figura del guerriero in campo. Ti faceva sentire importante e trovava mille modi per trasmetterlo. Un esempio?

L’ultimo allenamento della settimana teneva una piccola riunione nello spogliatoio. Disegnava cartelli che io stesso appendevo sulle pareti e, quando i ragazzi finivano l’allenamento, teneva il discorso preparatorio per la gara, proprio nello spogliatoio. 

Non accennava mai ai cartelli affissi, sembravano lì per caso, ma i ragazzi li vedevano, eccome!!! Cosa c’era scritto? Con il ritratto di Renato, Villalta dice: “Per vincere a Varese, tagliafuori e sfondamenti. Senza Pietà!”

Infuocava gli animi, non ci credete? Così piccolo, ma grande! Diventava alto più di due metri quando parlava, indicando la via del successo.

Io stesso invidiavo Villalta, Bertolotti, Caglieris e tutti gli altri. Avrei voluto anch’io sentire quelle parole prima di entrare in campo. Ai miei tempi ci si caricava da soli e spesso non ci riuscivamo. Disegnava il viso dei ragazzi come un ritrattista di professione. Era più importante quello, oppure insegnare la tecnica? Chi non è stato giocatore può sorridere, ma non sa cosa vuol dire. è logico che c’è bisogno di tutto, non si può escludere nulla, ma la tecnica è una priorità facile da conquistare. “Ettore, secondo te, cosa pensano i ragazzi dei cartelli affissi al muro?"

“Ho visto Villalta staccarlo e portarlo a casa. Sono un messaggio importante.”

Come già detto, Dan era un grande conduttore di uomini che li portava sul campo, per vincere una battaglia. Su una palla vacante si eccitava nel vedere che tutti si tuffavano. Vietato avere paura del contatto fisico. Se scorreva il sangue, era un buon segno. Una grinta, la sua, che sfiorava la cattiveria. Cosa sarebbe stato se avesse avuto il fisico di Meneghin?

Non avrebbe sicuramente allenato.

Mi è sempre piaciuto prestare attenzione a Dan mentre parlava, mi trasportava con l’enfasi, sarei andato in campo anch’io a giocare con loro e per lui. E ora provate a rispondere a questa semplice domanda: “Era possibile imitare Dan?” Quelli che lo facevano, copiando i suoi allenamenti, gli schemi o quant’altro erano sulla strada giusta? A mio avviso, lontanissimi dall’essenza del suo essere coach, comunque inimitabile. Mi sembra scontato dire che Dan non era solo un esempio di coach trascinatore, lo psicologo che sa penetrare dentro l’animo umano.

Conosceva la tecnica. Alla grande!!!

Un dettaglio che nessuno sa è l’interessante orgoglio che lui (raramente) dimostrava nel sottolineare l’idea vincente del gioco di squadra. In altre parole, era consapevole che l’efficienza di uno schema (offensivo e difensivo), diverso da quelli che si vedevano in campo, era fondamentale.

Aveva un sentimento innato per la diversità tecnica che determina l’imprevedibilità di una squadra.

Un giorno cominciò ad allenare i ragazzi per fare la zone-press. “Dan, perché lo fai?” gli chiesi “Perché non lo fa nessuno ed avremo molti vantaggi da questa sorpresa. E un po’ di tempo per viverci sopra”. Per un mese vincemmo con la zone-press in tutti i campi d’Italia. Per allenare ci vuole anche il coraggio che viene dalla sicurezza delle proprie idee. Uniformarsi tecnicamente agli altri non è la strada giusta. Certo non si può rinnegare il valore dei fondamentali che lui faceva inesorabilmente esercitare ogni settimana, nel suo microciclo settimanale. Era però solo routine.

Ma l’idea tecnica che sconvolge le abitudini degli avversari non è certo da meno, per importanza, nei confronti dei fondamentali individuali e di squadra. Lui aveva questo sentimento, che io ho colto. Non ha mai manifestato apertamente questo pensiero, forse era istintivo, ma io l’ho compreso perché sono d’accordo con quella sensibilità che appartiene anche al giocatore protagonista.

Non è mai stato un giocatore di quel tipo, quello cioè che sorprende ed improvvisa, ma Dan ha avuto l’intelligenza sportiva di comprenderne l’importanza che ha sempre espresso come coach.

Che dire ancora di Dan? Aveva un grande rispetto delle idee dei giocatori. Se uno di questi gli diceva che per lui sarebbe stato meglio fare diversamente rispetto a quello che lui stesso proponeva, gli rispondeva con sincero entusiasmo di provarlo a fare. Senza problemi da parte sua.

Quanti allenatori hanno questa formidabile capacità? E quanti risultati positivi si raggiungono in questo modo? Per finire, diciamo che psicologia, programmazione, lavoro sui fondamentali erano la base della filosofia di Dan, ma c’erano anche idee tecniche, nuove e rivoluzionarie per quel periodo storico. Portò il “Triangolo laterale alto-basso” che si distingueva nettamente da quello di Tex Winter. Il playmaker si spostava di lato e quattro attaccanti si posizionavano al limite dell’area.

Lo scopo? Costringere i propri giocatori al gioco di squadra, mancando lo spazio per l’1c1.

Era interessante anche il comportamento della difesa il cui spazio per muoversi era altresì insufficiente. Un gioco che migliorò incredibilmente l’abilità nel passaggio dei giocatori.

Non c’erano tracce da seguire schematicamente e quindi prevedibili, perché gli attaccanti si muovevano liberamente come dentro la loro casa. Era la palla che si muoveva veloce. Come nell’attacco alla zona, doveva andare da un lato all’altro, dall’alba al tramonto.

Prima che la difesa si adattasse a questo modo d’interpretare il gioco, passò il tempo necessario affinché tutto il movimento cestistico italiano facesse propria l’idea per controbatterla. Ogni sua intuizione finiva così. E quello è stato anche il tempo del suo successo.