KRESIMIR COSIC

 (giocatore)

(Krešimir Ćosić)

nato a: Zagabria (Jugoslavia - Croazia)

il: 26/11/1948 - 25/05/1995

altezza: 211

ruolo: centro

numero di maglia: 11

Stagioni alla Virtus: da giocatore 1978/79 - 1979/80

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia.it

palmares individuale in Virtus: 2 scudetti

clicca qui per Kresimir Cosic allenatore

 

UNA SORPRESA DI NOME COSIC

 

Forse ci ha abituati troppo bene, offrendoci ogni anno (a noi appassionati di basket e soprattutto ai tifosi della Sinudyne) qualcosa di nuovo, di bello, di sorprendente. Prima Tom McMillen, poi il ritorno di Driscoll (e lo scudetto), poi Villalta, l'anno scorso - tanto per non stare nell'argomento giocatori - un parquet nuovissimo, all'americana. Tutti dunque ci si chiedeva quale sarebbe stata la trovata dell'avvocato Porelli per la stagione ormai alle porte. Già le voci circolate all'inizio dell'estate e riguardanti il possibile arrivo in via Ercolani di sua maestà Dave Cowens avevano fatto capire che tipo di aria sarebbe tirata quest'anno da quelle parti. Ed infatti, sebbene smentite le notizie circa l'arrivo del superpivot americano, i tifosi bolognesi e tutti coloro che seguono con interesse le vicende del nostro basket sono rimasti a bocca aperta quando, agli inizi di settembre, è giunta ufficiale la notizia del contratto stipulato tra la squadra bianconera e Kresimir Cosic, il più grande pivot in assoluto della storia del basket jugoslavo, un campione invidiato da tutta Europa, non fosse altro che per gli innumerevoli dispiaceri che ha sempre dato alle Nazionali di tutti i paesi europei. Era una sorpresa davvero grossa e non solo perché il diabolico avvocato Porelli era riuscito a battere (tanto per cambiare) la concorrenza dei Boston Celtics. Cosic infatti è stato in questi ultimi anni senza dubbio il campione straniero, meglio sarebbe dire "l'avversario", più ammirato e stimato dal pubblico italiano che pure avrebbe avuto mille e un motivo per nutrire nei suoi confronti ben altri sentimenti. Invece la sua classe cristallina, le sue incredibili invenzioni nei momenti più disparati (e spesso disperati...) degli incontri, quel suo eterno fare un po' guascone e un po' svagato, alla Woody Allen, hanno sempre attirato su di lui pareri positivi e basta.

Del resto, basterebbe dare un'occhiata al suo curriculum per rendersi conto che tante lodi e tanta ammirazione non sono mai stati mal riposti. Nato a Zagabria trent'anni fa, dopo alcuni anni passati nelle squadre jugoslave si è trasferito nel 1970 negli Stati Uniti, alla Brigham Young University, dove ha avuto modo di mettersi in luce come uno dei migliori pivot del campionato universitario americano tanto da essere inserito nelle scelte dei Los Angeles Lakers (NBA) e dei Carolina Cougars (ABA). Ritornato in patria, ha ripreso il suo girovagare dal un club all'altro, continuando nel frattempo a mieter successi con la Nazionale jugoslava: tre campionati d'Europa, un campionato del mondo,due medaglie d'argento alle Olimpiadi, un secondo posto nel nostro referendum per l'elezione del miglior giocatore europeo. A Kresimir Cosic, vescovo mormone destinato a diventare grande protagonista del prossimo campionato italiano, manca solo la conquista di uno scudetto italiano: un'idea, questa, che senz'altro sta bene anche all'avvocato Porelli...

 

IL "GIGANTE" DI BOLOGNA

di Guido D'Ercole - Superbasket - 07/11/1978

 

Una volta, erano i tempi di Ignis-Simmenthal, Cesare Rubini aveva un solo cruccio: trovare l'anti-Meneghin. Ci provò con Kenney il rosso, con Brosterhouse, poi con Hughes, ma con risultati assai discutibili. Il Principe avevo però individuato cosa occorreva alla sua squadra per metter fine all'egemonia varesina: scovare l'uomo che potesse contrastare la potenza e la mobilità di Super-Dino. I tempi sono cambiati: Rubini ha passato la mano ed il Simmenthal, dopo tante vicende, è diventato Billy ed ha ben altri problemiche trovare l'anti-Meneghin.

Il ruolo di rivale numero uno del club varesino di questi ultimi anni, è passato alla Sinudyne, e Bologna ha in Porelli il suo Rubini, assillato dallo stesso problema: si possono mettere in preventivo i 30 punti di Morse o magari tentare di fermarlo con Bertolotti (o, come accadde l'anno dello scudetto, con Bonamico), si può tentare di pareggiare il conto con Yelverton (meglio Wells che Roche, a questo proposito), ma resta sempre aperto il problema Meneghin. Porelli ha provato a cercare l'antidoto giusto: ha riportato a Bologna Terry Driscoll, ma la classe e l'intelligenza del bostoniano non poteva bastare sempre; allora ha provato con Villalta, quello che doveva essere il Meneghin del futuro, ma anche Renato ha accusato battute a vuoto: troppo lento, meno agile ed anche meno potente del varesino.

Ma insomma, dove trovare questo anti-Meneghin? In America pivot di valore ce ne sono, ma quelli veramente bravi costano un occhio della testa, ammesso che siano disposti a trasferirsi da noi, e rischiano di pagare l'ambientamento con una prima stagione sottotono,ma la Sinudyne non può aspettare. Ma perché andare a cercare oltre Oceano quando in Europa, anzi a due passi da casa nostra, c'è il pivot che ha fatto maggiormente soffrire Meneghin nella sua carriera? Ed ecco che l'avvocato Porelli con il suo eloquio ben accompagnato dai fatti (leggi dollari, tanti dollari) ha convinto Kresimir Cosic ad approdare a Bologna, battendo un'antica concorrenza udinese.

Chi sia Kresimir Cosic lo sanno anche i bambini: 29 anni, due volte campione del mondo, tre volte campione d'Europa, argento a Montreal, campione jugoslavo e oggetto di richieste dai "pro" NBA.

La fama, oltre che giocando, Cosic se l'è costruita andando in America. Nel '71 abbandonò Zara (dove aveva vissuto dall'età di due anni e dove probabilmente tornerà a vivere il giorno in cui lascerà il basket) e varcò l'Oceano. Approdò alla Brigham Young Univeristy, l'università dei mormoni. Mangiò basket e bibbia. Era un "ateista", come dice nel suo più che accettabile italiano, e dopo un paio di anni sentì il bisogno della religione:logico che si convertisse alla fede dei mormoni, anzi, per usare le sue parole, alla fede dei Santi degli Ultimi Giorni. Una moda? Macché! Se ne tornò in Jugoslavia, per esigenze della Nazionale plava, indottrinato fino agli occhi, addirittura vescovo: fece (pochi) proseliti, ma soprattutto continuò a lungo a mandare dinari in America, per la Chiesa mormone.

Chi avrebbe potuto guadagnare da questo contatto di Cosic con gli Stati Uniti era lo Zadar: per la prima volta una squadra jugoslava si schierò in Coppa dei Campioni con un americano, Doug Richards. Ma Cosic era molto mormone e moltissimo cestista, questo Richards molto mormone ma poco cestista, e lo Zadar non fece molta strada nella Coppa dei Campioni '75. Qualche grana invece la diede in buon Cosic per il suo iniziale rifiuto di giocare la domenica, giorno consacrato al Signore: grossi problemi per la Nazionale durante le manifestazioni internazionali, ma alla fine "Cioco" fu convinto: "è mio dovere non danneggiare il mio prossimo - sentenziò alla fine Kresimir - e siccome ho dei doveri verso i miei compagni, giocherò, pur santificando con le preghiere il giorno del Signore". I meno contenti, ovviamente, furono gli avversari: loro sì che si sentivano danneggiati... E Cosic continuò ad essere uno dei pilastri della Nazionale slava: gran mostro difensivo, eccezionale sui rimbalzi e nell'aprire il contropiede e,quando occorre, capace di dare i due punti che contano, anche se, ogni tanto, si lascia trasportare dalla sua indole di gigione e cerca il numero ad effetto, il palleggio strano o l'acrobazia da piccoletto, forse proprio per far vedere che anche se è 2.09 è bravo, agile e sciolto come una persona di statura normale. I "pro" avevano(e forse a ragione) il dubbio che fosse un po' incostante (e magari anche un po' fragile): lui ammette: "In effetti non riesco a concentrarmi contro avversari deboli: mi distraggo, mi vien voglia di scherzare". Ma la Sinudyne, contro gli avversari deboli, può anche fare a meno di lui: essenziale è che sia all'altezza della sua fama nelle partite che contano. E contro Meneghin non ha mai sgarrato, neppure a Manila.

Di una cosa comunque si può star certi: si può mettere la mano sul fuoco sulla sua serietà. Persino nella Nazionale slava, dove quel pazzerellone di Slavnic impera a mò di capomafia e dove Dalipagic e Kicanovic continuano a farsi la guerra fredda, lui rappresenta un'isola di serietà, quasi di ascetismo. è buono e gentile con tutti, ma sembra vivere in un mondo a parte, con quell'aria quasi da missionario. Ama la lettura e, dopo aver studiato l'italiano all'università, dice di aver gustato moltissimo Moravia. E le donne? A Bologna le tentazioni non mancano... lui si schermisce, non fa vita mondana. Ma in fin dei conti, non erano proprio i mormoni quelli che ammettevano la poligamia? Chissà che a Bologna non diventi mormone anche su questo punto...

LA BETULLA

di Gianfranco Civolani - da "I Cavalieri della Vu Nera. I 125 anni della SEF Virtus attraverso i suoi campioni"

 

Rubo l'immagine a un collega, una betulla malata. Il mormone ha già trent'anni, gioca da una vita e adesso è anche vescovo mormone da quando officiava i suoi riti in campo, là sul gran lago Salato. Kresimir Cosic detto Creso. Arriva a Bologna tutto curvo e ramingo, arriva per pilotare la V nera laddove l'anno prima non c'erano riusciti né Terry Driscoll e nemmeno quel bizzarro puledro che era John Roche. Ma il vescovo non ha voglia di allenarsi e di soffrire, inventa sempre una scusa di troppo per disertare la palestra e le sue prime esibizioni sono roba un po' troppo virtuale, quel che potrebbe essere e purtroppo non è. Però che fosforo, che classe purissima, che universalità, ecco. Pivot? Ma no, di tutto un gran bel po'. Orchestra, detta il verbo, ispira e finalizza. In panca c'è un debuttante di lusso, quel Terry Driscoll. E l'altro straniero è un buon cristianone - tale Owen Wells - funzionale al cosiddetto disegno di squadra. Driscoll si muove sulla stessa lunghezza d'onda di Creso, la lunghezza d'onda dell'intelligenza vivida e viva.

Creso è sempre così acciaccato e indolente, in apparenza accusa gravemente il peso degli anni e duemila malanni alla schiena. Sotto il gomitone, sussurrano i compagnucci che vorrebbero venerare il venerando e che però si scocciano a vedere che fra loro ce n'è uno solo che durante la settimana fa delle flanelle giganti. Ma occhio al prodotto. La betulla malata ti porta due scudetti in serie, la zonona (3-2) montata da Driscoll paga puntualmente e così Driscoll e Creso fanno tombola entrambi, due su due e mai più una roba così. Fuori dal campo non sai dire se Creso sia più godibile e accattivante ancora. Un genio, ma sì. Ti basta stargli un attimo accanto e capisci di basket più di quanto ne sapessi un po' prima. E hanno un bel da prenderlo in mezzo i compagnucci simpaticamente malevoli, lo prendono in mezzo perché si narra che ai mormoni quella cosa lì non piaccia per niente e così gli dicono in coro: Cioso, ma tu non ciosi mai? E lui, serafico: "Ce l'avete sorella o fidanzata? Portate a me, portate". Se ne va onusto di allori e trofei e lascia in tutti noi il rimpianto di non poter più godere la sua arte inimitabile.

Ma Creso è proprio una betulla che non si rizza più, la schiena è a pezzi, la voglia di soffrire zero e la voglia di giocare idem. E allora leggiamo ogni tanto che Creso fa l'allenatore qua e là e che svezza i giovani talenti come pochi e un giorno Porellone ha la pensata di far tornare proprio qui il vescovo per officiare ancora un qualche rito, ma questa volta posando i magri glutei sulla panca. Chiaramente noi della stampa lo accostiamo in modo più diverso e variegato rispetto a quando evoluiva sul parquet. La Virtus da lui diretta va e non va e qualche robustissima paga nel derby accorcia qui la sua vita da coach. Io un giorno lo invito a una trasmissione radiofonica e resto colpito dal suo sapere. E a tutto porto con grande semplicità di accenti e poi finiamo a parlare dell'esistenza e di certi valori inestimabili e su quel piano non mi convince solamente perché lui crede e io no, ma l'uomo è sicuramente molto affascinante e il coach è anche tanto sfigato perché la Virtus che gli affidano non è di primissima qualità e i risultati sono - come dire - conformi.

Oggi il ricordo di quel che ci diede Creso resta indelebile. Chi il miglior straniero Virtus di sempre? Ce lo domandiamo, me lo domandano. Cosic o Mc Millian o Danilovic, continuo a rispondere, e penso a quella betulla che puntava sempre verso il cielo e anche verso la nuda terra. Due anni fa andai a Charlotte, in North Carolina. Creso era diventato vice-ambasciatore di Croazia a Washington. Si era messo in politica, gli piaceva tanto far qualcosa per il suo popolo. Lo vidi un giorno al supermercato, girava portandosi tutta la sua figliolanza. Una ragazza gli chiese di mettersi in posa per una foto, una ragazza bolognese che tifava e tifa Virtus. Grazie a te che mi fai quest'onore disse Creso spianando anche a me vecchio amico il suo sorriso solare. Mi sembrò un uomo molto felice e ci restai di gesso qualche tempo dopo quanto mi raccontarono che quell'anima lunga era stata assalita da un terribile male che non dava speranze. Ma io lotto duramente, confidò Creso da là e dal suo letto di dolore.

Poi l'inevitabile fine, la betulla che aveva toccato il cielo si era inabissata così. E chi oggi è stato al cimitero di Zagabria mi dice che là è sepolto il grandissimo Drazen Petrovic e che nei paraggi c'è anche la tomba - che ha sempre fiori freschi - dell'incommensurabile Creso. O natura o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? cantava il poeta.

 

CRESO, IL PIU' GRANDE

di Maurizio Roveri - Corriere dello Sport/Stadio - 26/05/1995

 

"Il più grande giocatore che io abbia avuto. Un talento straordinario. E soprattutto un grande uomo. Un personaggio fuori dal normale, nel senso buono". Così l'avvocato Gianluigi Porelli ricorda Kresimir Cosic, morto ieri a 46 anni in una clinica americana, stroncato da un male incurabile.
Porelli ha avuto diverse felici intuizioni nel ventennio di uomo-guida della Virtus Pallacanestro: è lui che portò in Italia Dan Peterson nel settembre del '73, è lui che regalò per una stagione al popolo virtussino il talento giovane di Tom McMillen studente a Oxford destinato alle glorie della Nba, è lui che riportò da noi Terry Driscoll, e poi ci fece conoscere la scienza di Jim McMillian il "duca nero". E fra queste intuizioni geniali trova un posto speciale la scelta di ingaggiare Kresimir Cosic, gigante slavo di 2,11, già veterano quando arrivò a Bologna nel '78 con un fisico che pareva cadente e che certo non eccitava la folla del palasport di Piazza Azzarita I settemila accolsero Kresimir con freddezza, quasi con diffidenza. Ma lui sorrideva, con quell'aria pacifica. Nei suoi grandi occhi da gigante buono c'era la luce, la luce di un messaggio.
Il messaggio della sua fede: canestri e Bibbia, Bibbia e canestri. Una spiritualità più forte di ogni malizia, di ogni intrigo di questo mondo. Il messaggio della sua pallacanestro: così limpida, così geniale, così raffinata. Un playmaker di 2,10. Un pivot con il fosforo di un regista. Sì, pivot e playmaker al tempo stesso. L'arte della creazione del gioco. Luce e voce di una Virtus vincente. La Virtus di Cosic e Wells e della famosa zona 3-2 ideata da Driscoll al suo primo anno da coach in collaborazione con Ettore Zuccheri. Ma soprattutto la Virtus di Cosic e di Jimmone McMillian nella stagione successiva: al loro fianco Caglieris, Villalta e Bertolotti. Un quintetto da favola, a nostro avviso il più bel quintetto virtussino di tutti i tempi.
Vi proponiamo un'immagine storica. Finale-scudetto del '79, la Virtus che trionfa al Palalido contro il Billy di Dan Peterson, la cosiddetta "banda bassotti". Cosic all'altezza della lunetta col suo lungo e magro braccio destro in alto, a tenere lassù il pallone: ad altezze dove gli avversari non potevano arrivare e guardavano impotenti. E intanto, dentro l'area, i vari Generali, Villalta, Bertolotti "tagliavano" sottocanestro per ricevere l'assist di Cresimiro. E quei passaggi erano deliziosi, pennellate d'autore, piccoli capolavori. Non abbiamo mai più visto qualcosa di simile.
"Prima di quella finale - è un aneddoto che ci racconta Porelli - dico a Cosic: fai attenzione, Kresimir, che quelli del Billy picchiano, giocano duro. Sono preoccupato. Lui mi guarda e con un'aria serafica mi fa vedere il muscolo del braccio destro, dove... il muscolo non c'era. Vedi, avvocato, che forza? E allora tu devi stare tranquillo". Porelli sul momento rimase perplesso. Ma capì tutto ad inizio partita. La forza era nella testa dei giocatori della Virtus, nella loro mentalità, la forza era la serenità di Cosic. La sua grande luce.
Talvolta scherzavamo con Kreso sulla scelta della sua religione. E sul fatto che nessuno lo vedeva andare con delle donne. E i compagni di squadra di quella Sinudyne lo stuzzicavano: Kreso, si dice in giro che i mormoni possono avere tante donne, è vero? Cosic sorrideva divertito. "Non è più così oggi. Una volta avevamo la poligamia. Adesso possiamo sposare una sola donna. Anche i nostri preti sono sposati".
- Ma l'avventura è peccato, si o no?
"Certo, è peccato, come nella religione cristiana".
- Ma non dirmi che tu non hai delle avventure...
"Mica siamo tutti perfetti...".
Ecco, Kresimir Cosic vogliamo ricordano così, con una battuta, lui che la vita l'ha sempre vissuta con il sorriso sulle labbra.

Il trio delle torri bolognesi Villalta, Cosic e Generali taglia fuori Bariviera e Flowers mentre Jim McMillian scatta in contropiede

ADDIO CRESO, GENIO DEL BASKET

di Walter Fuochi - La Repubblica - 26/05/1995

 

Creso ha abbassato il pallone. Lo teneva lassù, in cima a un braccio sottile come una liana: nessuno degli avversari poteva arrivarci, lui intanto guardava, quasi irridente, dove potesse lanciarlo. Era alto 2.10, giocava pivot. Il ruolo è un limite: in realtà era una testa pensante, su un fisico fragile, su ogni punto del campo.
Kresimir Cosic ha perso ieri la sua partita col cancro. E morto all'ospedale John's Hopkins di Baltimora: era stato, aggredito da tempo alle ghiandole linfatiche, il male e le cure l'avevano fiaccato. Ad amici che lo chiamavano da Bologna aveva risposto, pochi giorni fa, con toni mesti. Alla Virtus aveva vinto in 2 anni, da giocatore: ’79 e ’80, con Villalta e Caglieris, Bertolotti e Generali, Wells e McMillian. Era tornato da tecnico: l'avvocato Porelli credeva al suo genio un po’ strampalato, unico. Ma il torneo '87-88 andò male e non ci fu conferma. Cosic, che aveva allenato anche la nazionale jugoslava, lanciando ragazzi come Kukoc e Radia, Divac e Paspalj, quando parevano bambini troppo imberbi, finì per poco in Grecia, poi riprese la strada dell'America, dove aveva studiato, all'università mormone. Il suo paese s'era spaccato, a Washington la Croazia apriva l'ambasciata e Cosic ci entrò. In America ha scoperto e lottato col suo male, un paio d'anni, senza fortuna. Resta un ricordo per la Bologna che l'amò. Lui e il suo basket unico e geniale.

 

DI VINCERE NON CI SI STANCA MAI

di Nando Machiavelli - Superbasket - 23/05/1979

 

Sul pullman bianconero che, nella notte di domenica 6 maggio (data importante nella storia della Virtus ma anche del basket italiano) riportava la Virtus a Bologna i neo campioni d'Italia, l'euforia era al massimo. Villalta cercava riconoscimenti dai compagni per i 34 punti messi nella retina del palazzone; Caglieris diceva che i suoi palleggi avevano costretto D'Antoni ad essere riaccompagnato a casa tanto era frastornato. Creso Cosic se ne stava in un silenzio preoccupante, ma a un certo punto sbottò:

Non mi ringraziate neanche per la bella figura che vi ho fatto fare? Nel secondo tempo non ho tirato neanche una volta, per farvi sfogare!

Rumori di vario tipo seguirono la frase del campione del mondo, visibilmente soddisfatto di aver vinto uno scudetto alla sua prima apparizione sui parquet italiani e soprattutto per aver trovato compagni ideali e un ambiente ideale in modo da poter esprimere la sua immensa classe.

"Chi discute Cosic è un incompetente - tuona Gigi Porelli - eppure è accaduto che cinque mesi fa mi siano arrivate lettere anonime per il fatto di averlo ingaggiato". Dove si dimostra che anche della "magna" Bologna non mancano i matti.

In otto mesi Cosic ha vinto un mondiale e un titolo nazionale ed ora si prepara a dare una mano ai compagni jugoslavi per l'assalto al titolo continentale. Non lo preoccupa - gli chiediamo - questo nuovo impegno?

Adesso che il fisico è a posto posso continuare in tutta tranquillità. Ho fatto un po' di fatica a sistemarmi, quest'inverno ho avuto problemi al polpaccio, quello che più mi è dispiaciuto sono state le chiacchiere che sentivo in giro. Dicevano che sarei venuto a Bologna per fare quattrini, senza preoccuparmi di dare il meglio possibile: è chiaro che qui qualcuno non mi conosceva bene!

Cosa ti ha dato questa esperienza con la Sinudyne?

Sono rimasto molto impressionato dall'organizzazione della società, direi a livello professionistico americano, eppure c'è un rapporto molto lineare tra tutti noi, l'avvocato è molto chiaro nelle sue richieste, è logico che pretende il più possibile, ma non ha mai fatto drammi, neppure quando siamo stati in difficoltà, all'inizio del campionato. Penso che nella fase finale la squadra abbia dimostrato di meritare il titolo.

Resterai a Bologna?

Il mio contratto non scade ora, perno che sia io che la Sinudyne intendiamo mantenere l'accordo che prevedeva la mia permanenza per due stagioni.

Cosa dici di Terry Driscoll?

È un giovane coach, che ha avuto necessità di fare esperienza. Probabilmente all'inizio avrà commesso anche lui degli errori, ma è un uomo eccellente, con il quale si può anche... contestare. Ci ha pilotato nel finale come un esperto della panchina, del resto anche come giocatore ha sempre impiegato molto poco a capire le necessità della squadra in cui giocava.

A volte in campo ti sei arrabbiato con i compagni perché non ti assecondavano: non è mica sempre facile capire le intenzioni di un campione del mondo, sei d'accordo?

Non esageriamo, io non mi sono arrabbiato con nessuno; certo mi piace quando tutto funziona, quindi se c'è una palla persa male o un tiro fatto al momento sbagliato è chiaro che non sono contento, mala cosa riguarda anche me, perché di stupidaggini ne commettevo anch'io quante e più degli altri.

Hai voluto sfottere i giocatori del Billy nel secondo tempo di Milano, quando tenevi la palla sulla testa e loro ti saltavano attorno come grilli, senza raggiungerla?

No, ho semplicemente gelato il pallone: i piccoli lo fanno palleggiando, io ho la fortuna di avere le braccia lunghe e il pallone stava bene lassù, io rispetto tutti in campo, non vedo proprio perché si debbano prendere in giro gli avversari.

A parte i tuoi compagni, chi sono i giocatori del campionato che più ti hanno impressionato?

Non molti, una volta Sojourner, un'altra Meely, Kupec è un ottimo tiratore, Morse è un modello di eleganza e correttezza.

Vuoi diventare anche campione d'Europa, non sono troppe tre vittorie in nove mesi?

A vincere non ci si stanca mai: sì, penso proprio che la mia Jugoslavia possa vincere gli europei. Poi mi riposerò, per tornare in maglia Sinudyne dopo le vacanze con una nuova voglia di vincere.

 

ETTORE ZUCCHERI SU COSIC

Con Dan sono stato fino al suo esonero. Nel 79-80 e 80-81, insieme a Driscoll, vinciamo lo scudetto. Ho avuto l’onore di allenare il grande Kresimir Cosic, il più grande straniero (a mio avviso) mai approdato in Italia. È il fiore all’occhiello della mia vita di allenatore.

Nella pagina su Zuccheri, due interessanti suoi scritti basati sull'esperienza vissuta a fianco di Kresimir Cosic: Ettore Zuccheri allenatore.

 

COSIC, QUANDO CONTA C'È SEMPRE

di Dino Meneghin - Giganti del Basket - aprile 1979

 

Non sempre quando sei in attesa di un incontro importante o di uno scontro con un grande avversario, riesci a concentrarti adeguatamente. Può capitarti di rimanere in tensione per l'intera settimana precedente all'incontro e poi presentarti in campo senza concentrazione, distratto magari dalla tensione stessa. è una questione di maturità.

Uno dei pochi giocatori sul quale riesco a concentrarmi come si deve già due o tre giorni prima dell'incontro è Kresimir Cosic. Probabilmente perché mentre io ero in ascesa e già qualcuno cominciava a decantare le mie gesta (si fa per dire) Creso mi ha fatto fare qualche sano bagno di umiltà, mi ha lasciato il segno.

Lo conobbi per la prima volta agli Europei junior del '66 a Porto S. Giorgio; poi lo rividi in un incontro amichevole a Cortina, prima delle Olimpiadi del Messico dove rimase fuori squadra,e finalmente, come diretto avversario ai mondiali di Lubiana, nel '70.

Cosic è stato per diversi anni il miglior giocatore europeo in senso assoluto e a Lubiana era in forma splendida. Appena rientrato dagli Stati Uniti, dove aveva perfezionato il suo gioco e rifinito il suo bagaglio fondamentale, l'asso slavo era assolutamente incontenibile. Allora esisteva un solo giocatore che poteva sostenere il confronto con la classe di Cosic ed era Zidek, il pivot cecoslovacco. I termini di paragone però cadevano immediatamente quando si cercava in Zidek qualcosa che bilanciasse l'estrema versatilità e la varietà di gioco del mormone. Zidek era un grande pivot e sapeva fare egregiamente il pivot: basta. Guardando Cosic invece ti rendevi conto di avere di fronte un fenomeno, un tipo di giocatore fino ad allora assolutamente sconosciuto in Europa.

A parità di ruolo e di centimetri è difficile trovare un giocatore ugualmente estroso e con la sua fantasia. è un giocatore intelligente e grazie alle sue caratteristiche può giocare anche fuori, aumentando così il suo potenziale d'attacco. La sua versatilità, che lo facilita nel cambiare tipo di gioco e posizione nel campo, lo portava facilmente anche a "gasarsi" come si dice, a strafare un pochino; sembrava di trovarsi contro un giocatore brasiliano e non era raro vedere l'allenatore di turno impallidire in panchina e fare scongiuri mentre Cosic portava i suoi due metri e dieci in giro per il campo, palleggiando dietro la schiena e sparando assist da mozzafiato. Se poi le cose giravano bene allora potevi prendere la tuta e tornartene negli spogliatoi: quantomeno risparmiavi una brutta figura.

Ora, con gli anni, il giocatore è chiaramente maturato e di conseguenza ha riposto nel cassetto qualche numero di fanta-acrobazia, impegnandosi invece per mettere al servizio della squadra la sua grande visione di gioco. In questa specialità è veramente un fuoriclasse: è capace di organizzare il gioco d'attacco meglio di un playmaker ed è un ispiratore perfetto per le soluzioni dei compagni.

Individualmente, come attaccante ha molte soluzioni: soluzioni che scegli istintivamente a seconda del tipo di marcamento riservatogli e dalla posizione della difesa del suo avversario. In questo è bravissimo, ti "sente" molto e si regola di conseguenza, cambiando tipo di gioca con estrema facilità. è ugualmente pericoloso sia in gancio che in sospensione e, se è in giornata, non gli fa molta differenza la posizione ravvicinata o la lunga distanza.

Non ama molto i marcamenti "particolari", quelli con la clava in mano per intenderci. Quelli non li può vedere e ci gira abbastanza al largo, anche perché lui è estremamente corretto, non pratica il gioco duro e quindi non vuole che lo si pratichi contro di lui. Come ho detto prima ha un'ottima visione di gioco e passa il pallone molto bene, tant'è che se può preferisce dare un buon assist che concludere di persona.

Come rimbalzista è inutile dilungarsi nel descrivere le sue qualità, perché ormai sono note a tutti. I rimbalzi sono la sua specialità e per questo ha ottime qualità naturali. è alto, ha le braccia lunghe, è tempista, ha buoni garretti e prende bene posizione. Detto questo è detto tutto. Non cura molto il tagliafuori ma bisogna dire che è uno dei pochi a poterselo permettere.

Il suo modo di difendere è caratterizzato da una costante che è quella della stoppata. Nella stoppata Cosic trova la sua massima realizzazione come difensore e la migliore soddisfazione. QUesta caratteristica, unita al fatto che la difesa aggressiva non è quella che preferisce, portano inevitabilmente a fare una distinzione ben precisa nella valutazione di Cosic difensore. Se infatti si può affermare che nella difesa individuale il pivot della Sinudyne non è quello che abitualmente si definisce un mastino, non rappresenta uno spauracchio, nella difesa a zona è una sicurezza. Chiunque vuole costruire una difesa a zona coi fiocchi non può non indicare in lui il perno ideale. La sua mobilità, il tempismo, l'esperienza e i suoi lunghi tentacoli sempre pronti a stoppare tutti i palloni sono le armi che fanno di lui un baluardo quasi insuperabile. Ho detto prima che Cosic è un giocatore che si gasa: mi spiego meglio. Come carattere Creso ricorda un po' i giocatori brasiliani, il cui rendimento è particolarmente influenzabile a secondo dell'andamento dell'incontro e della propria prestazione personale. Se infatti riesce a giocare dando spettacolo e sollevando l'entusiasmo del pubblico, Cosic diventa incontenibile. Diversamente, si limita a fare la sua parte, che comunque è sempre ragguardevole, senza dannarsi troppo. Il suo esaltarsi è comunque estremamente produttivo e in quei momenti dare la palla a lui è un po' come metterla in cassaforte: sai quasi con certezza che finirà nella retina o nelle mani di un compagno smarcato sotto canestro.

Come uomo lo conosco attraverso quei pochi momenti che le varie manifestazioni cui abbiamo partecipato ci hanno concesso. Lui è certamente lo jugoslavo con cui si parla di più, il più cordiale e il più gentile. Con gli slavi noi italiani ci siamo sempre limitati al minimo indispensabile nei contatti extra-gioco perché la rivalità è sempre stata sentita molto. Anche coi russi c'è rivalità, ma psicologicamente li abbiamo sempre considerati come una realtà lontana dalla nostra, una cosa a parte.

Con Cosic abbiamo però sempre avuto rapporti estremamente cordiali, grazie soprattutto alla sua gentilezza e l'affabilità del suo carattere. La religione che ha abbracciato lo qualifica di per sé come uomo e possiamo star certi che se è corretto in campo lo è altrettanto nella vita privata. Se lo incontri venti volte al giorno sicuramente venti volte ti saluta. Nella rivalità con gli slavi (ci tengo a non essere frainteso) non è che ci sia qualcosa di personale con questo o con quello, solamente sentiamo molto l'incontro, è una cosa di pelle; e poi c'è da dire che battere gli slavi vuol quasi sempre dire arrivare primi o secondi.

Per concludere il ritratto di Kresimir Cosic, bisogna dire che, nonostante a volte possa dimostrare di non impegnarsi fino alla morte o di prendere sottogamba un incontro, è un giocatore che nelle partite che contano c'è sempre e non si tira mai indietro, indipendentemente dalle sue condizioni di salute. Anche a Manila sembrava che fosse sotto tono e nelle partite di qualificazione si era cominciato a parlare del suo cattivo stato di forma e della sua parabola discendente. Nel girone finale abbiamo visto poi cosa è stato capace di fare. A Liegi è stata la stessa cosa e nelle partite chiave, contro di noi e contro i Russi, è stato insuperabile.

Con lui non ho mai avuto sconti, né in campo né tantomeno fuori: è un giocatore di classe e con chi gioca di classe non fai a cazzotti.

 

Cosic come rimane nella memoria di molti: in lunetta a dispensare assist ai taglianti

KRESIMIR COSIC

di Gianfranco Civolani - da Giganti del Basket - luglio 1979

 

Cioso non beve, e va bene. Cioso non fuma, e va bene. Cioso non va a donne, e no, non va bene, orrore e disdoro si grida in città, vergogna delle vergogne, proclamano i maschilisti, i gaudenti, diciamo pure i tradizionalisti. Quella pellaccia di Martini prende la palla al balzo. “Ma tu, Cioso, non hai mai quel prurito?”. “Quale prurito, caro, dimmi tu quale”. “Cioso, ma a te le donne fanno schifo?”. “Dipende da tua sorella. Tu me la porti qui, io valuto attentamente e poi semplicemente vai a chiedere a lei, a tua sorella”. Testuale, penso possa dare l'idea del personaggio.

E poi d'accordo, pare che il signor Cioso abbia le sue regole, ma forse è il caso che intorno al personaggio facciamo un viaggio serio, circostanziato, non il solito viaggio da cartolina. La Sinudyne lo va a reclutare d'estate. Ci vanno il duce e il suo vice, il duce truce insieme a Rovati. Quanto vuoi, voglio tanto, va bene per questo tanto, vi informerò presto, ciao e grazie. Cioso è un professionista in ogni sua espressione. Sceglie correttamente il club che lo ha interpellato per primo e ovviamente sarà disponibile dopo Manila. Incontro Nikolic una sera, Manila è appena alle spalle. “Dimmi qualcosa di Cosic”. “Cioso fatto molte porcherie”. “Impossibile”. ”Sì, porcherie che atleta non deve fare”. “Ripeto che è impossibile”. “Ma tu pensi sempre a quelle porcherie là. No, lui non preparato campionato come si deve, lui passato estate poco pensando a pallacanestro, lui Sinudyne soffrirà molto”. E infatti soffre al punto di far pensare se è stato giusto prenderlo qui quando ha già trentun'anni e sembra l'immagine spenta del giocatore che fu. Il duce truce ha una fede incrollabile, ma la Sinudyne perde un po' di partite, Cioso ciondola per il campo, qualche volta nemmeno segna un punto. Ha male un po' su e un po' giù, che gentiluomo, che gran signore, che esempio d'uomo, ma che gran montagna di pillole, che farmacia. Figuratevi che al duce truce arrivano telefonate molto sinistre. Minacce, pernacchi, lo sfogo di gente di poca fede. Io stesso scrivo che con le vagonate di milioni che la Sinudyne si ritrova in cassa, beh, Cioso più Wells sono un po' poco, a occhio. Poi facciamola corta: saranno state fatte le profezie di professor Aza, sarà che Cioso è una lenza capace di dare il meglio quando la posta in palio conta doppio, sarà che tutto il congegno ordito da Driscoll-Zuccheri comincia a dar frutti a gioco lungo, sarà che la classe non  acqua, si diceva una volta.

Sì, ma il personaggio? È mormone, militante mormone, ma non vescovo. E non è vero che passa le sue giornate andando a far prediche porta a porta. È impastato di dottrina e non disdegna fare qualche sermone nella sua sacra chiesa, tutto qui. E si accultura quotidianamente, frequenta quelli della sua setta, ha amici-confratelli nel mondo intero. A Bologna frequenta un corso di storia economica, raramente legge Topolino, nel senso che si distende approfondendo temi ponderosi e immergendosi sistematicamente nella materia. E vive religiosamente, nella sostanza dei fatti. Altruista, molto portato a sostenere il prossimo, pieno di soldi che tranquillamente disperde per la santa causa. Ha la famiglia a Zara, spesso fila a casa con la Giaguar, altre volte punta su Zagabria, affari di stato, il suo stato. Ogni estate fa un volo nello Utah, laddove i mormoni hanno tutto e sono tutto, banchieri, latifondisti, straricchi da morire.

Volete saperne ancora? Cioso ovviamente è amico di Steve Hawes (mormone), ma pure di Wells e immaginatevi il perché. Ma perché un nero può essere pure sbordellone come lo strampalatissimo Owen, ma dite quando mai un nero non incontra i soliti problemi esistenziali e Cioso è vescovo nell'anima, pardon, sacerdote pastore, per dirla meglio. Cioso è uomo amabile, ha la parola giusta per tutti, in politica non si sbilancia (ma non è comunista, diciamo che è socialista utopista), nei rapporti interpersonali con i suoi datori di lavoro ci mette professionalità e sempre personalità vincente. Narrano i virtussologi che il duce truce sia stato affascinato e soggiogato dal carisma del sacerdote, non aggiungo altro. Guadagna sui cinquantotto milioni l'anno, paga regolarmente le tasse, fate voi il conto, una ritenuta secca del venti per cento. Gli piace vestire con proprietà, il casual non lo affascina, è laureato in sociologia, resterà a Bologna un'altr'anno, poi si vedrà. O coach oppure ciò che suggerirà la mormoneria, dipende.

Il giocatore non credo di dovervelo raccontare. Mi dice Rovati che stiamo rivedendo il Cioso dei tempi andati, quello che tirava quindici volte a match, quello che faceva il boia e l'impiccato, quello che calamitava il pallone per l'intera comunità, ma anche spesso per sé. E mi rendo conto che questo ritratto vien fuori un po' scompensato e oratoriale, sembra l'immagine della Madonna, sembra una struggente cosa deamicisiana e dunque chiedo a Rovati se questa specie di Madonna ha putacaso un qualche mezzo difettino. “Ti giuro, più ci penso e non mi viene in mente niente di limitativo. È molto furbo, ma non è un difetto. Gli piace astrarsi spesso dal basket, ma non è un difetto. Non va a donne, ma siamo noi che diciamo che sarebbe un difetto". Cioso mi scusi, ma approfondisco solo un attimo questa faccenda. Pare che i mormoni non possano frequentare donne prima e al di fuori del matrimonio. Semplice: Cioso non è sposato, semplice per chi ci riesce. E lui come ci riesce? Gliel'hanno chiesto, qualche curioso gli ha domandato come respinge le tentazioni e lui, serissimo: “Quando ho certi pensieri, spingo un bottone nella mia testa, mi concentro al massimo e cambio pensieri, lutto qui".

Krezimir Cosic alias Cioso oppure Kreso oppure Barbazza. Come mai Barbazza? Ecco perché. Cioso stava penando in Sinudyne, una sera giocano Harris e Canon, all'ultimissimo istante vince la Canon con un rocambolesco tiraccio di Barbazza da metà campo. Rovati sta con Cioso e gli fa: “Impara da Barbazza, vedi se ti riesce di stargli all'altezza”. Qualche mese dopo Cioso entra in argomento, fa delirare i fans, un pomeriggio in fila cinque centri consecutivi da lontano, Rovati lo soffoca nell'abbraccio e lui con il ghigno del figlio di buona donna: “Angelo, ti prego, dimmi che valgo almeno quel Barbazza là”.

 

CRESO

di Enrico Campana - tratto da "Il cammino verso la stella"

 

Il fisico pericolante, da betulla malata. La magrezza impressionante, l'incarnato cenerino, la miopia che rasentava la cecità. Quando Cresimir Cosic mise piede a Bologna sembrava abbastanza consumato per far sognare lo scudetto. Dimostrava almeno 10 anni di più della sua età e il peso di 15 anni di fatiche gli avevano imbiancato già molti capelli e disegnato sulla schiena una vaga gobba. Non ricordava proprio il Creso, l'Apoxyomenos di Lisippo, la famosa cultura del superbo atleta che si deterge dall'unguento. Sembravano non bastare le referenze, i suoi trascorsi alla Brigham Young University, la gran messe di titoli conquistati con la maglia "blu" della Jugoslavia e le storie sulla sua conversione, quando l'hippie sregolato sulla via Damasco ebbe la visione della fede e, abbracciata la religione mormone, ne divenne ministro di culto col grado di vescovo.

Bastarono le prime partite perché mezza Bologna gli gridasse di tornarsene a casa, o lo schermisse chiamandolo "gatto marmone". Qualche giocatore geloso aveva già preso a fargli la guerra.

Quell'estate del 1979 Dan Peterson e la società si erano accorti di essere diventati due amanti freddi. Si lasciarono consensualmente. Terry Driscoll, guerriero bostoniano, cantò l'ultima volta come un vecchio cigno ma venne deciso di riciclarlo come allenatore, per via della sua leadership, l'ascendente sui giovani compagni. Giovane la squadra, tutto da scoprire l'allenatore, serviva un nome prestigiosa, una fulgida star in grado di suscitare i giocatori e terrorizzare i nemici.

Cosic era un mito mondiale, ma quando si presentò in pelle e ossa, Bologna, abituata a smitizzare, non mancò di ironia e perplessità. Eppure la sera che si recò fino a Nys, sperduta città della Jugoslavia, sulle tracce di Kresimir Cosic, Porelli stentò a credere ai propri occhi penetranti, da incallito pokerista. Dovette per ben due volte, l'avvocato, passare le mani sulle palpebre per rendersi conto che non si trattava di un sogno. Quando lo speaker si soffermò sul nome di "Cioso", il pubblico cominciò a battere le mani con insistenza. Il frastuono durò per parecchi minuti. Fosse comparso il maresciallo Tito, amatissimo dal suo popolo, l'entusiasmo, l'eccitazione non sarebbero stati superiori. Porelli deglutì soddisfatto, cercò di non sottilizzare troppo sul rachitismo di quel giocatore che,peraltro, quando entrava in possesso della palla assumeva per incanto una bellezza, una luce tutta sua, fra l'angelico e il diabolico.

La piazza bolognese che attende le partite della Virtus come il concerto di un grande pianista o la recita dell'attore consumato, sembrava dunque accontentata. In più Cosic avrebbe tenuto a bada Dino Meneghin, come nemmeno avevano saputo fare i grandi pivot statunitensi. Rimaneva da verificare il rapporto fra Cosic ed i compagni dentro e fuori dal campo. Il Vescovo avrebbe tenuto le sue prediche, mostrato lo stesso carattere bisbetico di quando cercava d'imporsi dialetticamente agli altri fuoriclasse jugoslavi, a Kicanovic, Dalipagic, Delibasic, Slavnic e, per la mania del funanbolismo, faceva impazzire il povero professor Nikolic?

Dopo i mondiali di Manlia, vinti dallo squadrone jugoslavo, Cosic arrivò direttamente a Bologna segnato dai duri scontri sotto canestro contro i panzer russi come Tkachenko. Comparvero, allarmanti, le prime enormi fasciature elastiche ed i tifosi bolognesi che si aspettavano lo showman, schiavi di un certo stereotipo, rimasero sconcertati. Cosic non faceva i numeri, non segnava, preferiva lasciare ai più giovani compagni le responsabilità del tiro. Un giocatore come un altro, un tipo assolutamente normale. Dopo diverse partite andate male o stentate, dopo alcune partite disertate per acciacchi vari, la gente pensò davvero di essere stata presa in giro. Cominciò il crucifige. Il partito di coloro che avrebbero voluto rispedirlo a casa s'ingrossava di giornata in giornata. Creso faceva finta di non sentire. Continuava ad allenarsi quel tanto che bastava per giustificare la doccia e vedere di non pregiudicare ulteriormente le sue ossa ormai porose, ostentava ugualmente allegria e serenità sfogandosi nelle letture più disparate, in italiano, inglese e jugoslavo e appoggiandosi alla fede nella sua chiesa, proprio due passi oltre piazza Azzarita. Intanto Villalta, Caglieris, Bertolotti prendevano dimensione della loro forza; lo scomposto, elettrico Generali, veniva etichettato dai cronisti come il Myshkin italiano. E il nero Wells, ingaggiato da Driscoll per l'unico merito di essere stato suo vicino di casa a Boston, riusciva a mascherare accettabilmente i suoi colossali limiti.

Una domenica mattina Cosic, col suo paletot di cammello ripiegato sul braccio, venne preso di mira da Caglieris mentre assisteva agli allenamenti della squadra. Caglieris si fece portavoce dei compagni che non trovavano giusto che loro faticassero elo jugoslavo no. Senza scomporsi, con quella sua candida e tagliente ironia, Cosic gli rispose così: "Caro Charly, per costruire le case ci vogliono i muratori e gli architetti; tu sei il muratore ed io il tuo architetto". Caglieris e tutta la squadra capirono la lezione, Cosic portò due scudetti. La sua grandezza fu quella di fare grandi i compagni e la società che provava dopo secoli di pugni nei denti l'ebbrezza di un mini-ciclo tricolore.

Cosic fu play e pivot, lampo e tuono insieme. Uomo di pensiero, ma anche di azione. Diresse la squadra, ma seppe prenderla per mano come quando, nella partita scudetto di Milano, plagiò i compagni e l'inerme Billy. Era talmente bravo, il Vescovo, da non aver nemmeno bisogno di dimostrarlo con i due punti. Insegnò anche alla gente a riconoscere la tecnica: il passaggio, la chiusura difensiva, il tiro a sorpresa. Diede luce all'intera squadra. Purtroppo qualcuno, ignorando il calcolato altruismo di Cosic, credette di essere ormai abbastanza adulto, e forte per poter dettare le proprie condizioni. Serpeggiava la gelosia e Cosic raccolse le sue due casse di libri e se ne andò in punta di piedi, senza clamore, come quegli angeli custodi che nei film di Frank Capra assumono sembianze umane e spariscono al momento giusto, quando capiscono di non essere più graditi. Per la cronaca, Bologna ha dovuto aspettare la stella altri quattro anni, fino a quando, un bel giorno è ricomparso un angelo custode del tutto simile all'indimenticabile Vescovo: Jan Van Breda Kolff. Che sia merito, forse, dei buoni uffici di Cosic presso il paradiso? A Bologna, infatti, anche molti di quelli che lo contestavano, lo ricordano e lo venerano ancor oggi come una specie di santo o di predicatore scalzo.

IO, IL GATTO MORMONE

di Kresimir Cosic - V nere - 1990

 

Arrivai a Bologna nell'estate 1978, forte di un titolo iridato appena vinto a Manila, con la Nazionale jugoslava. Avevo 31 anni e, alle spalle, una carriera ricca di successi; altri ne sarebbero arrivati in seguito, ma quel giorno non potevo certo immaginarlo. Ero un "nome" della pallacanestro europea, lo posso affermare senza falsa modestia, eppure al mio arrivo sotto le Due Torri molti si dichiararono scettici: credo che due anni con la maglia bianconera abbiano poi dato ragione all'Avvocato Porelli, che mi aveva voluto a tutti i costi. Devo dire che, nei primi tempi, non feci molto per scrollarmi di dosso quella patina di sospetto che ricopriva il mio nome: stanco per il superlavoro estivo giocai diverse partite sotto il mio standard abituale. Nel corso di una gara esterna, mi pare a Varese o a Cantù - non ricordo bene - non segnai neanche un punto e qualcuno prese a chiamarmi , non sempre scherzosamente, "Mister Virgola", avendo letto il tabellino di quella partita dove, anziché un numero, era quel segno di interpunzione a seguire il mio cognome. Comunque, pian piano, il gioco (anche quello della squadra) andò progressivamente migliorando, la punto che finimmo la stagione regolare al secondo posto, staccati di soli due punti dall'Emerson Varese del solito Meneghin. Molti, e io fra questi, pregustavamo già una riedizione del duello che anni prima aveva incendiato l'Europa, invece il destino volle che io e Dino non ci trovassimo più di fronte, quell'anno. Varese, infatti, fu eliminata dal Billy Milano. Noi, invece, dopo esserci sbarazzati di Siena e Rieti arrivammo all'appuntamento decisivo per il tricolore.

Del primo incontro, a Bologna, ricordo poco, forse perché il risultato non fu quasi mai in discussione. Più nitida nella mente ho invece la seconda partita, quella la palazzone di Milano, che oggi non c'è più. Credo di non aver mai assistito ad una dimostrazione di potenza cestistica come quella evidenziata dalla Sinudyne in quella gara, specialmente all’inizio del secondo tempo. Il Billy fu travolto, annientato da una Virtus che non sbagliava niente, che azione dopo azione incrementava il vantaggio dando l’impressione di giocare in scioltezza, quasi con facilità. Veramente incredibile. Qualcosa del genere capitò anche l’anno successivo, quando la Sinudyne, rinforzata da Jim McMillian andò a vincere a Cantù il suo nono scudetto. Il secondo consecutivo. Ancora oggi mi domandano quale fosse il segreto di quella squadra, vittoriosa per due anni di fila. Nonostante certe voci quando ci ritrovavamo al riparo da occhi indiscreti, prima di una gara, sapevamo guardarci negli occhi. In campo, poi, io, Villalta, Caglieris, Bertolotti e gli altri avevamo una gran voglia di giocare sì per noi stessi, ma anche a beneficio della squadra tutta. Comunque, in quella formazione non ci sarebbe stato spazio per i personalismi: c’era l’avvocato Porelli a garantire l’ordine e il bene comune. Conservo un eccellete ricordo di quegli anni e delle battaglie con i vari Kupec, Meneghin, D’Antoni e Sylvester. Quest’ultimo, poi, l’ho ritrovato come giocatore della Virtus nel corso della mia purtroppo breve esperienza di allenatore. Di questa, consentitemi di non parlare, se non per confessarvi che la gente di Bologna mi è rimasta nel cuore: mi ha amato quando ho dato tutto quello che potevo; forse ha compreso che, più tardi, non ero più in grado di fare altrettanto. Se intendo tornare a Bologna? Beh, sto proseguendo nella mia carriera di allenatore e, per il momento, mi trovo molto bene anche ad Atene. In Grecia i tifosi sono speciali, si identificano quasi con la squadra, soffrono a dismisura come forse non accade nemmeno nei college americani o nei palazzetti della NBA. Sono caldi, perfino troppo, per un tranquillo vescovo mormone avanti negli anni come il sottoscritto. Per concludere, permettetemi di mandare un saluto e un augurio al mio amico Ettore Messina: finora la sua squadra è stata molto sfortunata, ma quando tutto tornerà alla normalità riprenderà a vincere. E io sarò ancora orgoglioso di aver indossato al Vu nera.

Il monumento a Cosic nei pressi del porto di Zara

ADDIO MAGICO VESCOVO

Superbasket - 30 maggio 1995

 

Giovedì 25 maggio, al John Hopkins Hospital di Baltimora, a 47 anni è morto Kresimir Cosic. CIrca un anno fa aveva saputo l'esatta diagnosi del male che l'aveva colpito, un linfoma, una forma di cancro che aggredisce le ghiandole linfatiche. E la notizia aveva suscitato clamore e tristezza anche in Italia, dove Creso aveva lasciato ricordi ed amici. Ricoverato in un primo tempo alla clinica universitaria di Georgetown, successivamente era stato trasferito a Baltimora, dove poteva sottoporsi alle terapie più avanzate.

 

Kresimir "Creso" Cosic, 211 centimetri di altezza, era nato il 26 novembre 1948 a Zagabria, ma fu stella dello Zadar e della famosa "scuola zaratina", dalla quale è uscito anche Arijan Komazec. Lasciò Zara per trasferirsi negli Usa e studiare alla Brigham Young University, l'ateneo dei mormoni, dove abbracciò la nuova religione che gli conferì il ruolo di vescovo-missionario.

Nel '73 venne scelto al 5° giro nei draft dai Los Angeles Lakers, ma preferì tornare in Jugoslavia. Dopo i Mondiali del '78 a Manila e due scudetti vinti in patria, arrivò a Bologna e portò la Sinudyne al titolo tricolore nel '79 e '80 (Wells e McMillian gli stranieri del tempo). Trasferitosi a Zagabria, giocò nel Cibona e lasciò il campo nell'83 per diventare allenatore. Rinnovò la squadra da cima a fondo dopo la disfatta di Nantes, a lui si deve il lancio dei vari Petrovic, Vrankovic, Paspalj. Un'esperienza breve ma importante per la scuola slava, anche se sullo sfondo già s'intravedeva lo spettro del conflitto serbo-croato. Più di una volta Belgrado mise i bastoni fra le ruote al croato (e mormone e cattolico...) Cosic, che tornò a Bologna nell'88 per guidare la Virtus del rinnovamento.

Cosic si scontrò però con l'ambiente per le sue teorie innovative ed il carattere molto determinato, trovò all'interno del sistema resistenze di ogni genere da parte dei collaboratori che portarono ad un inevitabile quanto amaro divorsio.

Ha disputato 5 Olimpiadi (medaglia d'oro a Mosca), vinto 2 Mondiali e 4 Europei, più volte selezionato per il resto d'Europa, è stato allenatore della nazionale di Jugoslavia agli Europei '87 di Atene.

Viveva a Washington, dove ricopriva per meriti particolari la prestigiosa carica di viceambasciatore della Coaozia.

 

CARO KRESIMIR, INDIMENTICABILE

A Zagabria l'omaggio al grande Cosic di Brunamonti e Carera Tanjevic: "A Bologna una partita per ricordarlo"

di Lorenzo Sani - 03/11/1995

 

La pioggia è un flagello lontano sulla collina di Mirogoj vestita con le mille sfumature dell'autunno, una lunga strada che sale, involontaria metafora della vita, approdo tormentato dai tornanti che regala la pace, il silenzio e la carezza del vento freddo, dominando i tetti di Zagabria, forse l'unica città al mondo che riesce ad uscire sorprendentemente più bella e viva dagli anni della guerra.

Due amici sono là sulla collina, a ricordarci che siamo tutti sospesi ad un filo sottile ed è come se le ombre invisibili del loro ricordo ci invitassero a non buttare via i giorni, le ore, a non sprecare le occasioni e il tempo che purtroppo per tutti si ferma una volta soltanto. Due amici sono là, uno in più dell'anno scorso, Kreso Cosic dopo Drazen Petrovic nel giorno che fa di Mirogoj la città del ricordo.

"Perché non andiamo a trovare Kreso", dice Robby Brunamonti. "Posso venire anch'io", chiede Flavione Carera che non ha avuto bisogno di spezzare il pane con Cosic per mettere a nudo la sua anima sensibile e pulita. Partiamo dopo pranzo, quando Zagabria si ferma e nella testa iniziano a frullare i pensieri. Un tappeto di ceri e fiori ci spalanca la strada che porta a Drazen, centinaia di fiammelle che punteggiano la fotografia di Petrovic in azione con la maglia numero 4 della Croazia. Papà e mamma sono là che mettono un poco di ordine al caotico abbraccio di tante facce comuni. "Grazie di essere venuti", sussurrano in italiano stringendoci le mani. "Ieri è stata una cosa incredibile commovente, una processione interminabile di gente, tutti hanno lasciato qualcosa, un fiore, una candela, una preghiera. È affetto sincero, che ce lo fa sentire ancora un po' vivo in fondo al cuore. Avrebbe fatto 31 anni il giorno che siamo tornati da Londra, il 22 ottobre".

Un centinaio di passi nel silenzio, prigioniero dei ricordi che si affastellano disordinatamente, Robby, Flavio, Maurizio Roveri, il papà di Drazen che ci accompagna, il rumore delle foglie secche, in filo indiana, verso la cappella degli eroi nazionali che hanno fatto grande la piccola Croazia. Là è sepolto Kresimir, una croce di legno, lapide provvisoria, tra quelle di poeti, scienziati, scrittori, musicisti. Un altro fiore che si posa, quelle ultime parole che tornano a tormentare l'anima, la sfacciataggine con cui ha sempre preso la vita. "Ora sto bene, mi hanno detto che ho un tumore, ma l'abbiamo preso in tempo. Credimi, stavo peggio prima quando non sapevo cosa avevo; vedrai - diceva agli amici e l'avrà ripetuto cento volte a Boscia Tanjevic che ha lanciato l'idea di una partita amichevole a Bologna in ricordo dell'indimenticabile e disincantato eroe della V nera - torneremo a fare le nostre lunghe chiacchierate, torneremo a ridere come cavalli pensando al tempo che è passato, a questa brutta storia, vedrai come sembreranno leggeri questi giorni quando tutto sarà finito e potremmo finalmente passeggiare per ore fino senza stancarci".

Il profeta di due scudetti bianconeri adesso è lì, tra un tappeto di luce e colori, sotto la croce di legno che rammenta come un'ingiustizia i suoi anni, 46, il giorno in cui è entrato per sempre nel ricordo, 25 maggio 1995. Di fronte ha ora gli occhi di Robby e Flavio che portano un pezzo di sé stessi e della propria Virtus, dopo essere stato accompagnato sulla collina di Mirogoj dai massimi onori di stato, dall'abbraccio di Gigi Porelli, Renato Villalta, Oscar Eleni, da tanti volti noti venuti anche dalla Serbia e dalle altre repubbliche di una Jugoslavia che non esisteva già più, come se per un giorno, per l'ultima incredibile magia scaturita dal cervello infaticabile di Cresimiro, la guerra non fosse mai esistita, rimpicciolita in un incubo assurdo e lontano. Una vita spesa di corsa, le cene con Peppino Cellini che ieri ci guidava la mano da Via Orfeo, cuore di Bologna, posando il fiore, le chiacchiere  interminabili: date una lezione a Kreso e lui vi rivolterà il mondo davvero, almeno ci proverà, poi non si sa cosa succede, potete giurarci, le sue vittorie da giocatore, lo scudetto contro la banda bassotti del Billy di Dan Peterson nel 1979 insieme ad un altro amico che ci ha abbandonato un anno prima, Owen Wells, il secondo sigillo contro Cantù l'anno successivo, quella zona tre-due della coppia Driscoll-Zuccheri con Kresimir in mezzo alla ragnatela inestricabile di una prima linea che nessuno riusciva ad attaccare, decine di foto in archivio al Carlino, mai una in cui il gigante croato saltasse, sempre sulla punta dell'area, il pallone lassù, in mano, per aria, dove arrivava solo la neve, il playmaker più alto del mondo, 211 centimetri, puntuale quando bisognava vincere, meno quando bisognava soffrire in allenamento. Meglio un buon libro, avrà pensato. Le sue scommesse da coach della nazionale, Divaac, Kukoc, Radja, buttati in prima squadra da bambini che quasi lo lapidarono al ritorno in patria quando perse la semifinale dei mondiali di Spagna nel 1986, ultimo successo americano prima del Dream Team, contro l'Urss di Gomelski con 9 punti di vantaggio a 47 secondi dalla fine. Tre pugnalate dalla lunga, Tikhonenko, Tarakanov, Sabonis, bomba dell'overtime di tabella. Kreso sulla graticola, né più né meno come a Bologna nell'anno del ritorno da coach e delle sue nuove scommesse, Leo Conti, Paolino Cappelli, Emilio Marcheselli contro Corbalan,, che forse fu anche il migliore dei suoi, l'Emilio, in quella notte col Real. Una notte come tante, una notte un po' così.

La scultura eseguita da Anto Jurkic e posata davanti alla tomba nel 1996

(foto tratta da www.zagrebbacki.info)

LO RICORDANO COSI'

 

Boris Stankovic: "È stato il giocatore più determinante di tutti i tempi".

Gianluigi Porelli: "Un genio di tecnica e cervello nato per vincere, farò qualsiasi cosa di cui la famiglia abbia bisogno".

Renato Villalta: "Sembrava un matto, in realtà era un fenomeno in campo e nella vita".

Marco Calamai: "Il più grande pivot mai esistito, un uomo problematico e dunque molto intelligente".

Alberto Bucci: "Quanto era grande, come per tutti i grandi, lo si è capito quando è andato via dalla Virtus".

Roberto Brunamonti: "Mi ha dato sicurezza, insegnandomi ad esprimermi al meglio".

Dado Lombardi: "Sono d'accordo con Tanjevic, ha creato la scuola jugoslava anche se il nettare l'hanno bevuto gli altri...".

 

Kresimir Cosic Hall a Zara

(foto tratta da www.zadar.travel)

UN RICORDO DI CRESO DA PARTE DELLA MOGLIE LIERKA E DI CHARLY CAGLIERIS

tratto dal libro "Slavi d’Italia" di Marco Valenza - Cantelli editore



Lierka attacca a parlare dell'ultimo periodo italiano di suo marito: «Quando allenava a Bologna fu una fase molto difficile della sua carriera. Lavorava tantissimo, ma non aveva fortuna, che è una cosa sempre necessaria nello sport. Penso che non sia stato capito come allenatore. Sapeva più di quello che gli altri potevano capire, era un genio incompreso e per questo soffriva. Bologna era una città bellissima, abbiamo tanti amici là. Ma Kreso non si è divertito tanto come quando giocava».

Quando arrivò a Bologna come giocatore suscitò immediatamente delle perplessità. Aveva 31 anni, ma fisicamente ne dimostrava di più ed il suo fisico iniziava ad essere provato dalle fatiche di una carriera che chiamava già 15 anni di professionismo. Col suo carisma e la sua personalità, si inseriva in uno spogliatoio di caratteri duri, che inizialmente non accettarono facilmente il suo estro. Apro una parentesi per un ricordo di Charly Caglieris: «Mi vengono le lacrime a parlare di Kreso. Credo di essere stato l'ultimo a sentirlo. Mi avevano detto che stava molto male e lo chiamai quando negli Stati Uniti erano le 11 del mattino. Mi risposero che stava dormendo e questo particolare mi insospettì. Riprovai due ore dopo, riuscii a parlargli. Aveva una voce che ricorderò per sempre. Provata, sofferta. Provò a tranquillizzarmi: era un grande d'animo, era lui a rincuorare i suoi amici. Ci eravamo dati un mezzo appuntamento per il futuro, appena si sarebbe rimesso: ma da lì a tre giorni sarebbe morto».

«Aveva una grossa personalità e, a Bologna, si inseriva in un gruppo di forti personalità. Un gruppo già formato e che aveva già vinto. Ci volle del tempo per trovare un'intesa, soprattutto col suo modo di fare. Noi eravamo grandi amici - prosegue Caglieris, campione d'Europa con la nazionale italiana, che oggi si è ritirato e vive a Torino - quando nacque mio figlio ed arrivarono i miei suoceri mi ospitò a dormire a casa sua e vi rimasi per una settimana. Lo rispettavamo, ma voleva primeggiare appena arrivato ed il gruppo non lo accettò subito benissimo. Per motivi religiosi la domenica mattina non voleva allenarsi. Coach Terry Driscoll impazziva, per nulla al mondo avrebbe cancellato la seduta di tiro e l'ultima riunione. Non è che Kreso non si presentasse in palestra, lui veniva, ma col vestito buono, perché magari era appena reduce dalla Messa, in giacca e cravatta, scarpe da passeggio: Stava lì, passeggiava a bordo campo, rideva. Andammo incontro ad un paio di sconfitte consecutive ed il coach gli intimò di presentarsi a tirare la domenica seguente. Kreso, da buon professionista, si presentò: in giacca, cravatta, ma scarpe da ginnastica ai piedi. Era il suo modo di dire: sono pronto, tiriamo. Un'altra volta gli dissi qualcosa io e l'episodio divenne famoso. Ogni tanto aveva la mania di prendere il rimbalzo e partire in contropiede palleggiando. Si vede che quella volta lo fece un po' troppo. Eravamo in allenamento, lo avvicinai e gli dissi: Kreso, sei bravo, ma sei 2.10; dai la palla a me, che sono 1.80, faccio il play e so palleggiare. Lui mi rispose con una frase rimasta celebre: "Caro Charly, per costruire le case ci vogliono i muratori e gli architetti; tu sei il muratore ed io il tuo architetto"».

Come sempre accade per i grandi miti, non si capisce fino a che punto tutto ciò è realtà e quanto sconfina nella leggenda. Ad esempio, Lierka sostiene che sia una favola quella degli allenamenti saltati alla domenica mattina. «Non era nello stile dei mormoni sottrarsi a degli impegni professionali. La religione gli imponeva di fare tutto ciò di cui la squadra aveva bisogno, sempre che fosse nelle sue possibilità fisiche. Se ha saltato qualche allenamento fu solo perché riteneva che non fosse utile al suo fisico ormai ultratrentenne e che il riposo prima della partita gli giovasse di più», spiega Lierka. Vent'anni dopo, una cosa del genere la fa anche Michael Jordan e si parla del mito capace di autogestirsi per mantenersi a livello d'eccellenza, non certo di pigrizia. Smise di giocare quando aveva vinto tutto ed aveva perso un po' di motivazioni: era stanco, ad essere il numero uno si prendono tante botte; era sempre al centro dell'attenzione. «Voleva fare un'altra cosa, era allegro, motivato, iniziò a scrivere la sua autobiografia. La decisione di lasciare il parquet non fu sofferta», ricorda Lierka.

COSIC NELLA HALL OF FAME

tratto da Il Resto del Carlino - 22/02/1997

 

Non sono tanti i campioni, pensando alle stelle sfilate sui parquet italiani, che hanno avuto l'onore di essere eletti nella "Hall of Fame" di Springfield. Tra questi c'è anche Kresimir Cosic, che tra l'altro figura pure sulla copertina dello yearbook 1996 della stessa Hall of Fame con Nancy Lieberman-Cline, Gorge Gervin, Gail Goodrich, David Thompson e George Yardley. Per capirci, nel tempio museo degli immortali allestito nella città del Massachusetts, dove il basket fu inventato da mister Naismith ormai più di un secolo fa, è custodito il nome di un solo italiano, Cesare Rubini.

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Solo figure eccezionali ricevono tale riconoscimento. Ma è un grande onore anche per un club poter annoverare, tra gli atleti che hanno indossato la propria maglia, anche un campione assunto a tale importanza.

Kreso ha portato nella Casa della Gloria anche un pezzetto di storia bolognese.

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Cosic sullo yearbook 1996 della Hall of Fame

Cosic e Pozzati, quando l'arte, il basket, la Virtus s'incontrano

di Ezio Liporesi per Virtuspedia

 

Concetto Pozzati giocava nelle giovanili Virtus agli inizi degli anni 50, disputando anche qualche amichevole con la prima squadra, a quei tempi Cosic aveva pochissimi anni. Poi Pozzati divenne un artista di fama internazionale, in particolar modo come pittore. Nel frattempo Cosic cresceva e faceva ben presto balenare il suo talento, la sua classe, divenendo uno dei più forti giocatori europei di tutti i tempi, con il suo basket fatto di tecnica, di creatività, di fantasia. Porelli lo portò a Bologna e furono due scudetti in due anni, ma soprattutto furono due stagioni di bellissimo basket. Tornò a Bologna da allenatore, per un'altra stagione, ma purtroppo la sua vita s'interruppe troppo presto e dal 1995 riposa nel cimitero sopra Zagabria, mentre quella di Pozzati ha seguito il suo corso tra riconoscimenti sempre più unanimi, lasciando spazio negli ultimi anni anche a qualche rimpatriata con i vecchi amici del basket e con la sua Virtus. Il 20 febbraio 1997, in occasione della gara Virtus - Croatia Spalato, i giornalisti bolognesi consegnarono alla moglie di Cosic, Jerka, un'opera d'arte, come omaggio al grande campione scomparso. L'applauso del pubblico fu lunghissimo e commosso. L'autore di quell'opera era un artista che aveva generosamente raccolto l'invito dei giornalisti: Concetto Pozzati. Due giocatori della Virtus, due grandi artisti, vedevano le proprie storie unirsi simbolicamente sul campo di Piazza Azzarita.

 

Jerka Cosic con la statua di Concetto Pozzati donatale dai giornalisti bolognesi