DAN PETERSON (allenatore)

(Daniel Lowell Peterson)

Dan Peterson appena arrivato a Bologna

nato a: Evanston, Ill. (USA)

il: 09/01/1936

Stagioni alla Virtus: 1973/74 - 1974/75 - 1975/76 - 1976/77 - 1977/78

statistiche individuali

biografia su wikipedia.it

palmares individuale in Virtus: 1 scudetti, 1 Coppa Italia

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IL PICCOLO DAN PROMETTE TRE COSE...

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - Ottobre 1973

 

Il piccolo Dan mi fa l'effetto di un ballerino di tip-tap o magari di un entertainer da night. Metri uno e sessanta con tacchetto pretenzioso, capelli lunghi alla paggio, occhi chiari, lineamenti da bambino stizzoso.

The name, Mister Dan, is your name Peterson or Petersen or Pedersen?

Por favor, parliamo italiano. Io so parlare spagnolo e un poco italiano, studio ogni giorno italiano, tu mi aiuti a parlare italiano?

Insomma, come ti chiami?

Dan Peterson.

Danese?

Bisnonni danesi, ma no, parenti di duecento anni fa, forse...

Nato dove e quando?

Nato a Evanston, Illinois, il 9 gennaio 1936. Evanston confina con Chicago. Ma occhio alla differenza: Chicago è la citta più brutta del mondo, Evanston la più bella. Papà mio faceva il poliziotto, ho un fratello di trentaquattro anni. Ho pure moglie e due figli. Sono sposato da dieci anni, ma non mi va di parlare della famiglia. Mio figlio deve essere un ragazzo libero di dieci anni, guai se anche solo per un attimo si sente figlio di Dan Peterson e condizionato da Dan Peterson, capisci?

Tua adolescenza, tua escalation, tuoi studi, raccontati un po'...

Ho frequentato la Northwestern University e poi l'Università di Michigan. Nel 1962 sono diventato maestro di educazione fisica e storia. E poi tutto basket, sempre basket. Giocavo, anche. Uno schifo mai visto. Beh, no, non era una cosa seria. Tentavo di giocare, ma come vedi non sono una pertica d'uomo...

Parliamo delle tappe...

Ti scrivo tutto su questo foglio, puoi farlo leggere agli sportivi. Tieni presente quattro anni come assistant coach e poi cinque anni come capo unico all'Università del Delaware. E poi il Cile, come sai...

Sappiamo poco di questo Cile...

Mi arrivò un'offerta per andare là con il Corpo dei Pacifisti. Poche lire e pagate dagli Stati Uniti. Dal Cile nemmeno un escudo. Ma io non ho mai fatto questione di soldi. Mi interessa sempre fare esperienza, mi basta avere lo stretto necessario per vivere... Comunque guarda tu cosa dicono i giornali cileni. Un successo dopo l'altro. Quando sono arrivato a Santiago, non c'era quasi nulla. Ho ricominciato da zero. Qualche risultato? Ai giochi Sudamericani di quest'anno abbiamo ottenuto il miglior piazzamento degli ultimi vent'anni. E ascolta ancora: da venticinque anni il Cile non batteva l'Uruguay. Con Peterson a dirigere, modestamente abbiamo vinto sull'Uruguay quattro volte su quattro. Insomma mi sono trovato benissimo, ho raccolto buoni successi, potrei tornare in Cile in qualunque momento e mi accoglierebbero a braccia aperte. Anzi, l'estate prossima, situazione politica permettendo, ci tornerò due mesi, a fare un po' di preparazione fisica a quella gente...

Bene, ma allora perché sei venuto via?

Mi telefonò l'avvocato Kaner, mi disse che un club di Bologna cercava un coach. Feci un salto qui, conobbi Porelli, lui piacque a me, io piacqui a lui. E poi mi interessava maturare altre esperienze, conoscere il basket europeo, quello italiano, conoscere l'Italia, il vostro modo di vivere.

Sai niente del basket italiano?

Assolutamente niente.

Conosci qualche nostro giocatore?

Bob Morse, bravissimo...

Cosa sai del nostro campionato?

So che Ignis, Innocenti e Forst sono le squadre migliori. SO che dietro loro nello spazio di sei punti l'anno scorso sono finite nove squadre.

Sai pure che Ferracini potrebbe non giocare?

Sì, mi hanno detto, ma non sono problemi miei...

Hai un buon contratto?

Discreto, Ma ti ripeto: un uomo deve avere i soldi per mangiare, bere, dormire e vestire. Tutto il resto è superfluo. Ho firmato per un anno. A fine stagione la Virtus dovrà essere contenta di me, ma pure io dovrò essere contento della Virtus. Se saremo contenti tutti, firmerò per altri due anni.

Parlami dei tuoi sistemi, dei tuoi orientamenti tecnici.

Prima cosa: il basket è basket in senso universale e quindi applicherò alla Virtus semplicemente gli orientamenti che ho sempre avuto a proposito del basket. Quando avrò tutti i giocatori a disposizione, ci alleneremo 4 o 5 ore al giorno...

Troppo, troppo...

No, mai troppo, Le mie squadre in genere partono pianino, ma alla fine sono incontenibili. A marzo la Virtus sarà fortissima!

Marzo è tardi, meglio entrare in forma prima...

Beh, voglio dire che in genere le mie squadre raddoppiano il rendimento nel girone di ritorno...

Schemi di gioco?

Non so se giocherò con un pivot o con due. In difesa giocheremo a uomo. In Cile facevo sempre adottare il pressing, ma il Cile non aveva un Serafini e allora qui faremo comunque tanta difesa individuale...

Mai la zona?

Uhm, non mi piace la zona...

Cosa prometti ai tifosi?

Tre cose: una difesa che lavora, una squadra che è squadra, una squadra che ha sempre fiato per quarantaciqnue minuti, cioè per l'eventuale supplementare...

Hai già in mente il quintetto-base?

Gioca chi lavora. Quando Serafini, Bertolotti e Ferracini mi tornano dalla Nazionale, io non so mica chi sono. Lavoreranno e successivamente giocheranno. Nessuno deve godere di diritti acquisti.

Ti spaventa l'ambiente?

Oh, figurati, quando uno ha lavorato in Sudamerica...

L'uomo Peterson, dimmi dell'uomo...

Mi piace viaggiare, leggere, ascoltare musica e suonare. Sì, suono la chitarra e canto canzoni western. Suono male e canto male, ma ci provo.

Altri interessi?

Altri sports: hockey, football americano, tennis, baseball. Il vostro soccer, il calcio? No, non mi piace.

Sei repubblicano o democratico?

Ma tu credi che ci sia veramente differenza? Se vuoi saperlo, ho votato quattro volte: una volta per i democratici, poi sempre per i repubblicani. Ma sono facce dello stesso capitalismo, non c'è differenza...

A Bologna vivrai da solo?

Alt, por favor. Niente moglie, adesso. Devo dare un'occhiata, devo vedere come vanno le cose. Non posso avere fretta, devo rendermi conto, devo sapere dove sono capitato. Pensi che ho torto?

MAI DAVANTI AL PIVOT!

di Massimo Mangano - Giganti del Basket - Febbraio 1974

 

Chiacchierare con Dan Peterson è stato un vero piacere: non soltanto perché mi sono trovato bene con un coach con alcuni connotati fisici (altezza in primis) vagamente pari ai miei, ma soprattutto perché mister Peterson è una persona affabile, simpaticissima, con le idee già molto chiare non solo sul basket, ma, quel che più conta, sul basket italiano. Abbiamo iniziato a parlare di filosofia cestistica alle 13 e, se alle 16:30 non me lo avesse rubato un collega giornalista, Dan Peterson mi avrebbe probabilmente costretto a passare la notte a Bologna, sempre con una penna ed un foglio di carta zeppo di appunti, di schemi, di diagrammi. La filosfia di Peterson è di una chiarezza e di una semplicità addirittura sconcertante, ma appunto per questo mi è sembrata validissima. Soprattutto comunque mi hanno colpito l'uomo-Peterson, già perfettamente integrato nella vita, nei costumi, nei sistemi italiani, e il coach-Peterson, che non tira mai in ballo frasi tipo "... ma in America è un'altra cosa..., io nel mio college..., voi qui siete al medioevo..". Il basket è uguale dappertutto e tutti i tecnici hanno gli stessi problemi, sostiene Peterson. Ed è da questa affermazione che è partito praticamente il fuoco di fila delle domande che si proponevano di presentare Dan Peterson, come uomo e soprattutto come tecnico, con la stessa chiarezza con cui lui si offre e si presenta a tutti nel suo colorito ma chiarissimo idioma italo-american-spagnolo.

Anche se la tua esperienza è abbastanza breve, puoi dirmi Dan, quale differenza hai trovato tra la mentalità italiana e quella americana di concepire e di fare il basket?

Nessuna differenza tra le capacità di lavoro di un giocatore italiano ed un americano; nessuna differenza tra le possibilità dell'uno e dell'altro di progredire; una sola differenza ho trovato, nella mia squadra, rispetto alla squadra di college che ho allenato in America, non rispetto, comunque alla Nazionale cilena, che ho allenato per due anni: si tratta di quella capacità di concentrazione per quaranta minuti che, per esempio, è una delle caratteristiche peculiari dell'Innocenti o dell'Ignis o anche della Forst. La mia squadra attuale ha questo problema, come l'ha avuto il Cile per il primo anno, ma è anche un problema di convinzione nel lavoro che si fa e nei propri mezzi. Dunque deve essere oggetto di un lavoro non proprio brevissimo. Da questo punto di vista (convinzione e concentrazione), l'Innocenti che ho incontrato io è pari alle più forti squadre americane di college. Un altro problema che riguarda il mio lavoro in Italia è quello del convincere i giocatori che nel basket si progredisce continuamente anche a ventotto anni o a trenta.

Possiamo provare a dare un'idea, con poche frasi, dei sistemi della filosofia tecnica di Dan peterson?

Okay. Una sola parola potrebbe bastare: semplicità. Ma è una parola che va ripetuta all'infinito. E poi: fondamentali, resistenza, disciplina negli schemi. Ma la semplicità è alla base di tutto. Se la mia squadra deve fare un gioco semplice in attacco, lo ricorderà e lo metterà in atto anche nel momento più drammatico di un incontro, mentre un sistema complicato potrebbe metterci in difficoltà quando la squadra è in crisi. Io dico sempre ai miei giocatori, prima di ogni incontro: niente id nuovo, niente di differente, niente di difficile, neinte problemi...

Una volta chiariti questi principi generali, proviamo allora a esaminare prezzetto per pezzetto questa filosofia della semplicità, chiarendo ancora di più questo concetto o meglio come questo concetto viene esplicato giorno per giorno negli allenamenti...

Io ho preparato un programma generale di lavoro con moltissimi esercisz e con un piano che deve esaurirsi entro quest'anno. Alla base del mio lavoro sta la ripetizione continua di certi gesti e di certi movimenti, fino alla completa assimilazione. Nei mei allenamenti difficilmente un esercizio dura molti minuti. Preferisco fare tanti esercizi per pochi minuti. Lo stesso programma viene poi ripetuto settimana per settimana. Per esempio, il martesì e il mercoledì noi facciamo sempre lo stesso lavoro. Il martedì fondamentali d'attacco, il mercoledì fondamentali di difesa. Questo sistema permette sicuramente a chi lavora con impegno di progredire, ma in ogni caso ha il vantaggio di non far peggiorare nessuno. Se io non ripeto invece questo lavoro è facile che durante il campionato si peggiori. Gergati ha ventisette anni, ma fa fondamentali come gil altri e migliora anche lui, così come in America Jerry West, sacrificandosi e migliorando, oggi a trenta anni è ancora un giocatore adatto al basket moderno. Lui giocava vent'anni fa in un modo: ora gioco in un altro. Ma è sempre un campione".

Ma che tipo d'esercizi fai per i fondamentali di attacco e di difesa?

Uno contro uno senza palla, palleggi, trattamento di palla, tap-in, uno contro uno con il pallone, provando e riprovando tutti i tipi di conclusione e poi il tiro con una mano sola per migliorare e perfezionare la tecnica di tiro, poi la tecnica dell'arresto, la tecnica della ricezione del pallone. Poi 2 contro uno, 3  e 4 contro due. Come fondamentali di difesa per esempio il mercoledì i miei giocatori fanno venti-venticinque minuti di scivolamenti, con gli assistant a fare da specchio, poi tutta la tecnica della nostra difesa, la tecnica del tagliafuori, il marcamento del pivot e l'aiuto sul pivot. E poi finiscono sempre con una serie di suicide-trainings.

Qaul è, secondo te, il più grosso problema di un allenatore di squadre di club?

Convincere i giocatori che a vent'anni non sono arrivati, ma hanno appena iniziato la loro vita cestistica. Anche in molti college americani i coach hanno questi problemi. Convincere un ragazzo che a trent'anni deve giocare molto meglio che a vent'anni, così come a ventidue meglio di quando ne aveva ventuno. L'allenatore di una squadra Naizonale, per esempio, non ha questo problema, perché lui cambia tutte le volte e prende sempre i più forti in quel momento.

Torniamo ai tuoi allenamenti. Come si svolge la parabola del tuo lavoro? Parti piano per poi finire in crescendo? Che tempi di recupero dai?

Scarsissimi tempi di recupero. I giocatori sanno ormai più o meno quello che devono fare. Il ritmo è elevatissimo almeno per 90 minuti di seguito. Io non ho usato mai e non userò mai un preparatore atletico, perché faccio tutto io, con i miei aiutanti: sia il lavoro ateltico, sia quello tecnico; e per tenere tutti in forma durante il campionato occorre che il lavoro atletico sia condensato con quello tecnico e che quindi il ritmo dell'allenamento sia incessante.

Prova a dirmi quali sono i maggiori difetti dei giocatori italiani nei fondamentali d'attacco...

Non solo dei giocatori italiani. Io non faccio differenza: sono problemi del basket mondiale, questi. Per primo il gioco ed il giro con il piede perno. Quante volte i giocatori fanno passi per non sapere muoversi bene sul piede perno? Poi la paura di subire falli che condiziona i tiratori: in America questo problema è minore, grazie al regolamento, tanto che noi coaches cerchiamo spesso l'azione da "tre punti", cioè tiro realizzato e fallo, quindi un tiro libero. In Europa il problema è certamente assai più grave. Infine il gioco senza palla. Questo è un problema che fa sempre impazzire i tecnici di tutto il mondo...

E i difetti nei fondamentali difensivi?

Per quel che riguarda la mia squadra (e, comunque, molte squadre abbastanza giovani), il maggior difetto riguarda la difesa sull'entrata, cioè sull'uno contro uno. Troppi giocatori si cullano sull'aiuto e difendono poco individualmente.

E allora parliamo adesso dell'ideale di difesa di Dan Peterson...

Una difesa che non cerca di intercettare la palla per non restare in sottonumero (4 contro 5). Una difesa di cinque uomini sempre in movimento, una difesa che aiuta e recupera, ma una difesa che anticipi anche le ali, che non dia respiro al palleggiatore, che soffochi il pivot...

Ma qual è la maggiore difficoltà d'attuazione della famosa "help and recover"?

Il problema più grosso non sta nell'aiuto. In percentuale d'importanza tra l'aiuto e il recupero, l'aiuto varrà il venticinque-trenta per cento, il recupero almeno il settanta. Così come è inutile saper anticipare le ali, se poi la difesa non sa aprirsi al momento giusto e si becca il canestro dietro le spalle con la tipica azione di back-door. Il problema della difesa "aiuta e recupera" è anche la tendenza al flottaggio esasperato che consente tiri facili da fuori. Ma comunque mettiamoci in testa che i problemi difensivi non sono solo italiani o solo dei giovani allenatori e giovani giocatori. Anche nell'olimpo del basket, anche tra i professionisti, ci sono giocatori e squadre che non sanno difendere o che non hanno la giusta mentalità difensiva. È il problema classico dei troppo bravi, che pensano di aver inventato loro il basket...

Parlami del marcamento del pivot. Tu lo fai marcare davanti?

No, affatto. E per ragioni ben precise. Davanti è troppo pericoloso perché: 1) il passaggio lob (a parabola) può essere pericoloso; 2) se un giocatore tira da fuori, il pivot è sicuramente in posizione di vantaggio per prendere il rimbalzo offensivo, se è marcato davanti. Il pivot va marcato d'anticipo laterale e va forzato secondo le posizioni o verso gli angoli, o verso il centro. Come tutti gli altri giocatori.

E nella tu afilosofia difensiva, quando porti i giocatori verso le linee laterali e quando verso il centro?

Verso le linee laterali nella loro metà campo e anche nella mia quasi fino agli angoli, poi li forzo verso il centro dove dovrebbe funzionare l'aiuto. Ma non sempre è così, ahimé, così come non sempre riusciamo a chiudere la famosa e oppressiva linea di fondo. Quante volte avremo gridato "chiudi la linea di fondo"? Che ci vuoi fare, è il nostro destino...

E nella tua filosofia difensiva, come funziona la meccanica degli aiuti? Per esempio su un gioco a due difesa-post, chi aiuterà come terzo difensore? Il marcatore dell'uomo d'angolo o dell'altro pivot?

No, nella mia difesa il difensore dell'altro pivot non si muove perché io non voglio rischiare di lasciare libero un uomo così pericoloso come un pivot sotto canestro. Inoltre se l'uomo dell'altro pivot aiuta e c'è un rimbalzo offensivo il pivot avversario lo conquisterà facilmente. C'è una meccanica di scambi per cui chi aiuta effettivamente è il difensore dell'uomo più lontano dalla palla. È un movimento che io chiamo taglio difensivo e dà spesso ottimi frutti.

E dopo aver tanto parlato di difesa, proviamo a parlare di attacco...

Okay. Primo: non perdere mai la palla. Secondo: giudicare l'opportunità del contropiede. Meglio un contropiede in meno che una palla persa in più, insomma. Io poi ho una regoletta per perdere meno palloni in contropiede. Superata la metà campo l'uomo di centro non deve più passare la palla, ma deve palleggiare fino alla lunetta per vedere quali opportunità vi sono per una soluzione in soprannumero. Terzo: abolizione del passaggio battuto a terra, che è il passaggio che più amano le difese moderne ed aggressive. Quarto: niente schemi complicati, anzi, niente schemi. Il campo viene praticamente diviso continuamente in due parti. Da una parte si gioca a tre e dall'altro si gioca a due. Semplicità dunque. Più che di schemi con i numeretti si tratta di pochi movimenti con infinte soluziioni. Ogni soluzione tuttavia presuppone un movimento di squadra. perché i compagni debbono sempre sapere prima quello che farà l'uomo con la palla per poter andare al rimbalzo al momento opportuno. Quindi anche se c'è una certa libertà nell'iniziativa, l'iniziativa a sua volta è controllata. Si tratta in pratica di varie opzioni che i giocatori scelgono di volta in volta. Questo tipo di gioco non avvantaggia nessuno in particolare, nel senso che noi non facciamo nulla di particolare per Fultz o per Serafini. Tutta la squadra ha le medesime opportunità per segnare: ed infatti anche se Fultz si eleva per classe naturale, difficilmente nella mia squadra c'è un solo giocatore che fa quaranta punti e gli altri che giocano per lui.

E nell'attacco alla zona?

I principi sono più o meno gli stessi. Occore solo una maggiore pazienza, una maggiore disciplina e tanto movimento di palla e di uomini. In più bisogna considerare che contro la zona si possono conquistare dei buoni rimbalzi offensivi occupando alcune posizioni chiave. Infatti uno dei vantaggi dell'attacco alla zona è che spesso vi sono dei rimbalzi lunghi, che quindi gli attaccanti possono conquistare con una certa facilità.

Ma perché Peterson non fa la zona?

Perché io penso che un allenatore debba specializzarsi in una difesa, pur senza ignorare le altre. Io mi sento uno specialista della difesa ad uomo e mi sento di insegnare alla mia squadra soprattutto questa difesa. La zona è una difesa validissima se si hanno dei giocatori molto alti e molto lenti. Io ho allenato 5 anni l'università di Delaware ed ho sempre difeso pressing. Poi un anno ho avuto una squadra adatta a difendere a zona ed ho fatto la zona riuscendo a ottenere ugualmente ottimi risultati.

Si sente spesso parlare di programmazione a lunga scadenza: tre, quattro, cinque anni. Tu cos'hai programmato per la Sinudyne?

Io per l'anno prossimo niente, se non eventuali acquisti di giocatori. Io lavoro anno per anno ed in un anno debbo svolgere il mio programma, giorno per giorno, mese per mese. Per me ogni anno è come se finisse il mondo. Non m'importa cosa succederà fra due o tre anni. I progetti della mia squadra li voglio vedere nell'arco di un anno.

E per la Sinudyne di quest'anno il prossimo obiettivo qual è?

Di obiettivi ce ne sono ancora tanti. A partire dalla concentrazione intensa di tutte le partite. Noi ci siamo posti inoltre l'obiettivo di non perdere con le squadre più scarse di noi, di non perdere con le squadre uguali a noi e di cercare di vincere tutti gli incontri punto a punto. Inoltre dal punto di vista tecnico, l'obiettivo è arrivare al tipo di gioco e difesa "run and jump", corri e salta. Cioè una difesa pressing tutto campo che deve cercare la palla solo in determinate occasioni, ma deve costringere le squadre avversarie a correre continuamente ed a giocare in condizioni difficili.

Ma questo pressing è solo una difesa tattica, oppure può essere una difesa base, una difesa da giocare tutto l'incontro?

Può essere senza dubbio una difesa base. Una difesa che io vorrò vedere per quaranta minuti di seguito. Una difesa che deve raddoppiare a ragion veduta, che non deve far fare all'attacco quello che vuole. Una difesa che non si preoccuperà tanto di rubare la palla, quanto di rubare posizioni agli attaccanti. Un metro guadagnato nella ricezione della palla sarà un metro importantissimo. Una difesa che imporrà veramente il suo gioco, una difesa insomma pari a quella dell'Ignis (veramente magnifica) o quella dell'Innocenti.

Perché ti sei portato un aiutante (Jim McMillen, 25 anni) e ne hai preteso un altro (Ettore Zuccheri, 32 anni) qui?

Io ho molto bisogno di due assistenti. Io divido in allenamento il campo in due parti. I miei aiutanti lavorano sulla base degli esercizi che abbiamo preparato e io controllo il lavoro dei giocatori più tranquillamente.

Credi nella validità del rilevamento statistico delle squadre avversarie? In quale considerazione tiene le relazioni sulle altre squadre? Si dice che la Sinudyne non si preoccupa mai del gioco delle altre squadre.

È vero e non è vero. Io sulle squadre che incontro voglio sapere: 1) che cosa fanno in attacco; 2) che difesa giocano; 3) quali sono le marcature più opportune. Una volta a conoscenza di queste tre cose, durante la settimana posso ripassare con maggiore intensità alcuni esercizi che riproducono situazioni di gioco simili, ma io non preparo mai l'incontro facendo vedere alla mia squadra gli schemi della squadra avversaria o dicendo ad un tal giocatore che quel giorno deve marcare in un modo piuttosto che in un altro. Se un mio giocatore sa difendere sul pivot, che bisogno ho di spiegargli quali movimenti fa quel pivot? Lui sa sempre cosa fare in ogni situazione perché ogni situazione è stata provata mille volte in allenamento. E poi è una quetione di semplicità, come al solito. Non bisogna, secondo me, confondere i giocatori dicendogli, quesyo lo marchi in un modo, quell'altro lo marchi in un altro e quell'altro ancora come tre volte fa. La mia filosofia mi impone di dirgli soltanto chi deve marcare e di dargli solo qualche consiglio, senza angosciarlo con cento notizie che poi il giocatore regolarmente dimentica.

E sulla parte psicologica nel rapporto con il giocatore, cosa mi dici?

Ti dico che il migliore esempio che può dare l'allenatore ai suoi giocatori consiste nella stabilità e nell'equilibrio. Secondo me l'allenatore deve avere la stessa faccia, quando perde e quando vince, o quasi. Non esaltarsi troppo per le vittorie e non demoralizzarsi troppo per le sconfitte. Le squadre sono sempre lo specchio della personalità, della filosofia, dei sentimenti dell'allenatore. Solo in questo modo si può riuscire a fare rendere un giocatore od una squadra al cento per cento.

Ultima domanda. Qualche rammarico nel tuo lavoro di quest'anno?

Sì, quando sono venuto a Bologna per firmare il contratto avevo visto una certa squadra e per questo avevo scelto di venire in Italia, poi qualcosa è cambiato... Non è che io ne faccia un dramma, perché questa squadra mi piace, i ragazzi mi seguono con piacere, il pubblico è magnifico, la società è buona, però, c'è sempre un però...

Però con Ferracini lottavi per lo scudetto...

L'hai detto. E lo confermo: con Vittorio in squadra avremmo fatto sicuramente un campionato d'eccellenza. Ma tant'è. Sono solo al primo anno!

NON VOLEVO FAR DANNO A NESSUNO

di Luigi Maffei - Giganti del Basket - Ottobre 1974

 

Allora, Dan, com'è 'sta storia della lettera ai "pro"?

Dan Peterson non ha bisogno sull'argomento di particolari sollecitazioni a prendere in mano l'ipotetico bastone del comando delle operazioni.

"Sono stato uno stupido" ammette con candore, ma con la fatica di chi malvolentieri si accorge di aver commesso un passo falso. "Ho dimenticato per qualche attimo fatale di vivere e avaorare in un paese diverso, dove di ogni parola si fa un dramma e dove l'humour è bene accetto solo al cinema o in teatro. Okay, ho sbagliato. Però sinceramente non comprendo come mai si sia potuto ingigantire una faccenda che ha una portata sicuramente inferiore a quella che ha riempito le colonne dei giornali. Dunque, vediamo assieme cosa in fondo ho scritto in quella fottutissima lettera...

Già, vediamo...

Ai club professionisti io ho inviato in pratica una relazione sul nostro campionato, sugli americani che vi giocano, sulle caratteristiche degli stessi e sul loro attuale rendimento valutato sul metro del gioco "pro" USA. Il carattere della missiva è puramente informativo. Per definire talvolta la bontà di qualche giocatore ho aggiunto che "è un giocatore che non è comodo trovarsi di fronte". Alcune traduzioni approssimative e magari un po' in malafede hanno ribaltato in senso negativo le esatte proporzioni del mio scritto. In verità il senso letterale delle frasi è che a me, alla Sinudyne, ai miei giocatori non frega niente, come dite qui in Italia, chi è il giocatore americano dell'altra squadra. Perché noi stimiamo tutti gli avversari e siamo preparati allo stesso modo per fermare Alcindoor o Tiziocaiosempronio.

Ma veramente, nella lettera, tu hai scritto esattamente: "My motives in providing this service are strictly selfish as there are a few of these men I'd just as soon not have to play against next year and I'm hoping some pro team might explore their chances of playing pro ball". Il che nella traduzione, niente affatto approssimativa, pubblicata dai "Giganti", suona: "Rendo questo servizio per motivi strettamente egoistici, perché, se possibile, non vorrei dover giocare il prossimo anno contro alcuni di questi e spero che qualche squadra "pro" possa indagare sulla loro possibilità di giocare il basket dei professionist". Come la mettiamo?

Ma pensa un po' alla meccanica del fatto che tutti censurano. Houston riceve una lettera dall'Italia, da una società forse mai sentita prima, da un coach, Peterson, noto forse solo dopo aver spulciato nei ricordi, e in questa lettera il misterioso ma gentile informatore assicura che in Europa c'è un giocatore, Steve Hawes, che può immediatamente giocare nei "pro" e che è un peccato che stia a marcire nel Vecchio Continente... Alllora, secondo te, Houston pensa: Ok, prendiamo Hawes, a scatola chiusa, fidiamoci di quel Peterson, è impensabile che un americano tiri un bidone ad un altro americano. E Hawes lascia l'italia. Ecco, se le cose stessero esattamnte così, pur in buona fede, meriterebbe di essere lapidato dai benpensanti italiani. Ma tu realmente pensi che un club professionistico americano agisca con tale faciloneria e imprudenza? Diciamo invece che Steve era già seguitissimo e la mia lettera potrà magari aver fatto piacere ai dirigenti di Houston, poiché hanno vista confermata la loro scelta dal giudizio di un allenatore americano che ha avuto modo di conoscere a fondo e valutare il giocatore. Putroppo il malumore e la rabbia per aver perso un gran protagonista e un perfetto ragazzo hanno avvelenato le reazioni contro il mio comportamento. Comunque, e qui concludo realmente, di tutta questa storia sono infinitamente dispiaciuto per vari motivi, innanzitutto perché si sono incrinati dei rapporti con alcuni miei colleghi italiani che stimo moltissimo, come Tonino Zorzi, ad esempio, il cui malumore comprendo perfettamente, ma a cui tengo a dire di non sentirmi affatto in colpa. Pensare che il motivo principale che mi ha spinto a scrivere quella dannata lettera è stato di incrementare le relazioni pubbliche fra la Sinudyne e i clubs americani! Avessi immaginato questo caos, avrei ben volentieri cercato altre vie per ottenere gli scopi prefissi... Pazienza.

 

BIG NANO

di Gianfranco Civolani

 

Improvvisamente Gigi Porelli annuncia urbi et orbi che il signor coach sarà targato Usa, punto e basta. Coro unanime: ottimo e abbondante, ma come si chiama e chi è? Si chiama Peterson, sì, pare proprio Peterson, viene dal Cile e lui in persona vi spiegherà se stesso. In effetti era accaduto che il Dux non ne voleva più sapere dell'italianissimo Nico Messina e si era rivolto là, molto aldilà. Gli avevano subito proposto Rollie Massimino, un paisà molto accattivante e intrigante. Ma poi quel Massimino aveva tirato indietro il sederino e allora ecco Daniele Lowell Pedersen che in Illinois avevano trasformato in Daniele Peterson detto Dan.

Ma il Cile, cosa poteva mai entrarci la Cordigliera delle Ande con il sapore e il sapere yankee? Bene, arriva Daniele e io subito ci faccio una battutina un po' scontata, Daniele nella fossa dei leoni. Andiamo avanti e vediamo chi è il Carneade. Terrificante, un omarino microscopico che si presenta acchittato come Timberjack. Terrificanti i capelli lunghissimi a paggio, terrificanti le bragacce a quadracci, terrificati le camicie e le scarpe e i concetti, ma sì, quella rivoluzione annunciata sulla pelle dei lasagnoni che magari avrebbero presto fatto la forca al Little Dan. Ecco, l'omarino racconta e si racconta. E lasciatelo un po' lavorare, voi brutta gente, tuona il Dux. E Little Dan racconta di essere nato a Evanston, periferia di Chicago, e di avere accettato un bel dì di essere spedito in missione per spezzare il pane della sua piccola scienza a Santiago del Cile. Poi da quelle bande ne erano successe di tutti i colori, molto meglio tagliar l'angolo in tempo, sai mai. E l'omarino parla correttamente in buon castigliano e dice che presto e bene imparerà tutto dei nostri usi e costumi e ci invita a verificare come lui lavora, due volte al giorno e lavoro duro, quando mai si è visto un professionista che lavora tenero? Il resto è storia, ma vorrei anch'io raccontare un po'.

L'omarino viene portato per mano da Porelli il quale gli insegna a vivere, e siccome l'omarino è di intelligenza sveglia e ha una straordinaria capacità di assimilazione, subito il risultato è stupefacente. Diventiamo tutti quanti amiconì e in sostanza lui allena la squadra e la stampa e i tifosi e quella larga fetta di Bologna che spasima per la Virtus. Ma da tempo immemore la Virtus non batte più un chiodo e insomma si gradirebbe un altro tricolore, una volta o l'altra. Il resto è storia, dicevo. Nell'anno di grazia settantatré Little Dan approda su queste zolle, ci mette un attimo per prendere le misure e poi regala al popolo l'agognato scudetto, per la cronaca e per la storia il settimo. Poi arriva il momento del commiato, Little Dan rimpiazzato da un suo giocatore e cioè dal cerebrale Terry Driscoll. E io che modestamente cerco di piazzare Little Dan al Gira Fernet vengo zittito da una telefonata che suona pressapoco così: per favore, fatti gli affari tuoi. Io al Gira non ci vado e scommettiamo che trovo di meglio? Non scommettiamo, ma veramente trova di meglio a Milano-Olimpia e là vince e rivince e stravince e diventa cittadino del mondo perché Porelli gli aveva sempre detto che Bologna è stupenda, ma Milano è l'ombelico, oh yes.

Little Dan ieri e oggi. Comincio dall'oggi. Ha quasi sessant'anni, ha smesso da un pezzo di allenare, fa con eccellentissimi esiti il telecronista e lo scrittore, veste come un damerino, altro che il Timber Jack che conoscemmo al primo impatto. Mi dicono sia ricco e che soprattutto raramente spenda anche solo un diecimila. È molto cambiato, non è più lui per noi che continuiamo a vivere in questa nostra magica palude. Ci tiene un po' a distanza, chiaramente ha voluto tirare una riga sulle scampagnate che facevamo in collina, lui, me, Giorgino, Peppino e qualche volta anche l'orso bosniaco Nikolic, con Dan che intonava struggenti nenie country e con l'orso che gorgheggiava immondi coracci bosniaci. Dan ieri. Disponibilissimo a valori di scambio squisitamente culturali, disponibilissimo ad attraversare tutte le più variegate realtà, fossero uomini o femmine, gli uomini per conoscere meglio la città che lo ospitava e le femmine per conoscere meglio, beh, ci siamo capiti. Io non mi sono mai mosso di qui, lui ha volato, ha trasvolato e non si è ancora posato. E rispettato e osannato e strapagato com'è giusto che sia.

Prima era un paraculissimo senza pudori, e oggi lo è con stile, mai facendo apparire o trasparire. Ti incontra e - incredibile per un omarino piccolo piccolo - riesce a guardare più in alto della tua testa, ti trapassa e non ti fila. Stavo per andare a Seattle, lo incrociavo e gli chiedevo che città fosse e lui: «Rain City, la città della pioggia» e via di corsa, sempre la stessa risposta così gentilmente stereotipata. E si racconta che dopo una notte un po' brava con una fanciulla più o meno in fiore - racconto una cosetta degli anni Settanta - la mattina Little Dan congeda la fanciulla che è senza macchina e deve andare a lavorare un po' distante da casa Peterson. My dear, prendi un taxi, fa lui. My dear, come facciamo a chiamarlo, dice lei. My dear, avrai duecento lire per un gettone, fa lui. My dear, le duecento ce le ho, ma la cabina dov'è? My dear, scendi giù che non è nemmeno tanto freddo. Stupendissimo Big Nano. Fu grande subito, ci fece marameo e ci fece capire che lui non era mica dell'Illinois o di Santiago o di Bologna o di Roccasecca, lui era di là, di sopra, molto di sopra. Ogni tanto lo vedo, una buona stretta di mano. Io sono rimasto al paese, lui naviga nella galassia. Una sera l'ho sentito in telecronaca. Prima della partita mi ha fatto l'onore di citarmi. Grazie Nano, qui in paese sappiamo che ogni tanto hai un soprassalto di bolognesità, thank you Nano, e don't forget tortellini.

Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket"di Tullio Lauro

 

Un ometto basso di statura, vestito come si possono vestire gli americani che hanno vissuto in Sud America alcuni anni, cioè orribilmente. "Il piccolo Dan mi fa l'effetto di un ballerino di tip-tap o magari di un entertainer da night" racconta dalle colonne di Giganti del basket Gianfranco Civolani "Metri uno e sessanta, con tacchetto pretenzioso, capelli lunghi, ala paggio, occhi chiari, lineamenti da bambino stizzoso". Ma il piccolo Dan, che in seguito verrà soprannominato "Il piccolo grande uomo" mostra subito idee chiare, parlantina sciolta e svelta. E si fa capire subito, eccome, sia che parli inglese, in spagnolo, o in specie di italiano alla Wan Wood o meglio ancora quando cerca di evitare il conto al ristorante. "Prometto tre cose ai tifosi" annuncia subito "una difesa che lavora, una squadra che è una squadra, una squadra che ha sempre fiato, per quarantacinque minuti, cioè anche per l'eventuale supplementare... Ho firmato per un anno. A fine stagione la Virtus dovrà essere contenta di me, ma io pure dovrò essere contento della Virtus. Se saremo contenti tutti firmerò per altri due anni".

"Quando arriva a Bologna" racconterà Adalberto Bortolotti dalle colonne di Giganti del basket "lo scetticismo dilaga. Io, a quei tempi lavoravo a Stadio e i redattori che tornano dagli allenamenti mi confidano particolari agghiaccianti: non conosce la zona, confonde gli schemi, i giocatori sono frastornati. Quando ripenso a quei primi giudizi... In realtà Dan si è accorto che l'ambiente ha bisogno di una frustata, prima che di un lavoro tecnico in profondità. Ha trovato una squadra oramai preda di una rassegnazione congenita perché da troppo tempo abituata a non vincere niente. Così lavora prima sull'animo e al diavolo gli schemi, per quelli c'è tempo. Anche la sua filosofia di gioco (i tiri liberi si battono sempre) o il suo sistema di cambi, lasciano sulle prime interdetto il pubblica che si picca di essere il più competente d'Italia. Ma presto Bologna lo capisce e lo adotta. E lui di cala perfettamente nello spirito della città, anche se personalmente sono convinto che Dan, cittadino del mondo, problemi di ambientamento non ne avrebbe in alcun luogo".

Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Nel settembre del 1974 una polemica sembra turbare la carriera di Dan Peterson nel nostro paese. Il coach della Virtus scrive una relazione ai club professionistici della NBA, con tutto l'elenco dei giocatori americani che si esibiscono in Italia e le loro possibili quotazioni nel campionato pro. Si solleva un putiferio, forse anche giustificato, ma molto spesso pompato e strumentalizzato. Ecco come si difese Peterson: "Sono stato uno stupido. Ho dimenticato per qualche attimo fatale di vivere e lavorare in un paese diverso, dove di ogni parola di fa un dramma e dove l'humour è bene accetto solo al cinema o in teatro. Okay, ho sbagliato. Però sinceramente non comprendo come mai si sia potuta ingigantire una faccenda che ha una portata sicuramente inferiore a quella che ha riempito le colonne dei giornali". E sicuramente, a posteriori con una mentalità un po' meno provinciale, si può certo affermare che si è trattato di un'iniziativa che presa solo qualche anno più tardi sarebbe passata sotto silenzio.

Dan durante un time-out

DAN IL TERRIBILE

di Gigi Speroni - Radiocorriere TV

 

Dan Peterson s’accuccia sul divano del piccolo soggiorno, su misura per lui, sovraccarico di quadri, libri, videoregistratori. È asciutto, tutto nervi, in tuta blue e scarpe da tennis: pare pronto a scattare in mezzo ai suoi ragazzi, come l’abbiamo visto fare tante volte durante un incontro. Ma lui, il maggiore allenatore che l’America abbia prestato all’Italia, s’è messo a riposo, per ora almeno, per dedicarsi unicamente alla televisione, voce inconfondibile nelle reti di Berlusconi.

Dan fa un gesto, come per dire “sono pronto”, ma in quel momento squilla il telefono. Tutta la nostra chiacchierata sarà interrotta dalle telefonate di tecnici, presidenti, colleghi che vogliono da lui suggerimenti o semplici parole di conforto. E lui non si tira indietro: “Vedi, vecchio, loro stanno ad aspettare gli errori degli altri … loro non vincono le partite, sono gli altri che le perdono … ma la buona squadra è questa …”

Sta parlando della “sua” Tracer che l’anno scorso, dopo averla portata al Grande Slam (scudetto, Coppa Italia, Coppa dei Campioni), ha abbandonato.

Perché?

M’ero consumato troppo, in nove anni mai una vacanza. Anche d’estate ero impegnato nella campagna acquisti. Non volevo entrare in un’altra stagione già stanco, dovevo fare almeno un anno di riposo totale.

Dan Peterson parla con quella sua tipica cadenza americo-italiana che ha contribuito a farne un personaggio tv. Vive in Italia da quindici anni: possibile che non sia ancora riuscito ad avere un accento più nostrano?

Dovrei dire “lui ha fatto le ore piccole” ma dico, invece, “lui ha fatto le piccole ore”. Gli amici mi correggono, ma aggiungono “non cambiare, per carità, altrimenti perdi immagine”.

Quindi un po’ ci gioca, perché fa spettacolo …

Strizza l’occhio… E sorride.

È rimasto cittadino americano …

… domiciliato in Italia e residente negli Stati Uniti dove ho lasciato la moglie e quattro figli. Quando venni in Italia, nel ’73, mia moglie era incinta e voleva far nascere la bambina negli Stati Uniti, mentre i due maschietti avevano già messo radici nel loro ambiente. Così quando, due anni dopo, le rimase incinta di nuovo, decidemmo che ormai era tropo difficile sradicare cinque persone dal loro mondo. Ci telefoniamo e scriviamo tutti i giorni e spesso vado a trovarli, anche se è un viaggio stressante. Ma sono uno che s’adatta facilmente: ogni volta sono felice di andare da loro e felice di tornare in Italia. È un paese unico al mondo perché somma bellezza, cultura, storia. Gli americani dicono che se uno di loro sotto i trent’anni vive a Roma per sei mesi non torna più a casa …

E lei, che è arrivato in Italia a 37 anni?

Oggi ne ho 52, sono ancora qui.

Dan Peterson allenava la Nazionale di pallacanestro cilena quando nel 1973 l’Avvocato Porelli lo chiamò alla guida della Virtus Bologna.

Mi piaceva soltanto l’idea di prendere un aereo e venire in Europa e, francamente, contavo di rimanere a Bologna soltanto un anno. La Virtus navigava male e io, invece dei premi partita, chiesi dei premi classifica. Con una clausola: che se la squadra avesse vinto entro tre anni lo scudetto avrei ricevuto diecimila dollari (di allora!). Il terzo anno vincemmo il campionato, mi vennero i diecimila dollari e all’Avvocato un collasso. M’ero affezionato al presidente, ai giocatori, alla città…

Ma nel 1978 passò alla Tracer…

Milano è come New York: bisogna rispettare la chiamata della grande città perché poi, magari, non arriva più. Poi avevo voglia di prendere in mano una squadra nuova… Forse non riesco a spiegare bene il perché di questo… Vede: sono uno che non cambia mai giocatori e dopo cinque anni a Bologna li avevo ancora tutti con me. Ogni tanto mi veniva la domanda: cosa posso dire ancora loro? Questi hanno già sentito tutto… E così parlavo sempre meno con la squadra…

In televisione, sul campo, a casa: il basket è veramente la sua vita…

L’ho amato sin da piccolo e ho cominciato a praticarlo a quindici anni. Ma non ero un bravo giocatore, e di statura troppo bassa. Così mi sono messo ad allenare i ragazzi della scuola della mia città, Evanston, un sobborgo di Chicago. Vincemmo tre campionati della gioventù cristiana poi, terminati gli studi, ognuno se ne andò per proprio conto. Anch'io pensavo d’aver chiuso, quando un allenatore cui devo tutto, Burmaster, mi convinse a continuare ricordandomi che “Piccolo generale”, un suo collega, era diventato famoso nonostante la statura. Quando lo dissi a mia madre fu un mese blu: stilista (di moda femminile), mi aveva trovato una borsa di studio all’Istituto d’Arte di Chicago, ma io sapevo di non avere talento.

E suo padre?

Era poliziotto, con un carattere opposto a quello della mamma: da lui ho ereditato la logica ed il buon senso.

Perché la pallacanestro ha un successo crescente?

Perché offre grandi emozioni e perché piace anche alle donne: si gioca al coperto, senza vento, pioggia, freddo e con gli uomini in mutande, così vicini e con quelle gambe lunghe…

Un prezioso documento inviatomi dall'Ing. Sermasi che dimostra come coach Dan abbia portato una ventata di aria nuova.

Tratto da "Quando ero alto due metri" di Dan Peterson

 

Il mondo è piccolo, come si dice. Molti mi chiedono come sono arrivato in Italia, a Bologna, alla Virtus. La mia risposta è quel proverbio, perché è così. Nel Marzo del 1973, stavo programmando una seconda tourneè negli USA per il Cile. Non avevo, in quel momento, la minima intenzione di lasciare il Cile. Però, sono andato negli USA per il Torneo NCAA, per “ingaggiare” partite per la tourneè. Infatti, sono arrivato a Evanston, dove i miei genitori vivono ancora, come base di operazione, visto che c'era il First Round a Dayton, i Regionals a Nashville e la Final Four a St. Louis, non tanto distante dal McKendree College. Quindi, sono arrivato anche per vedere la mia università, Northwestern, giocare l'ultima partita della stagione regolare, ad Evanston, contro Minnesota. Ero amico del coach di Northwestern, Brad Snyder e sono andato a vederlo in ufficio. Mi ha chiesto il mio attacco contro il pressing a tutto campo. Dopo avere affrontato Temple, mi consideravo “esperto” in materia. Brad l'ha usato e ha battuto Minnesota, un raggio di sole in una stagione disastrosa, 549 globale, con 242 nella Big 10. Il giorno dopo, sono passato nell'ufficio dell'ex-coach di Northwestern, Waldo Fisher, ormai vice-Direttore Sportivo. Mi ha chiesto che intenzioni avevo per la mia carriera. Dissi: "Sono contento in Cile". Lui: "Ti interessa fare il coach qui?" Scherziamo! Io: "Però c'è Brad Snyder". Fischer: "Dan, in confidenza, lui si è già dimesso da tempo. Parla con “Tippy” Dye". W.H.H. “Tippy” Dye era il Direttore Sportivo. Ho parlato con lui e ho fatto chiamare persone che mi conoscevano per raccomandarmi. Non pensavo di avere nessuna chance, perché c'erano 150 candidati.

Durante il viaggio del Torneo NCAA, sono andato in giro per vedere le partite. Un giorno, sono ad Evanston e Dye mi chiama: "Dan, è fra te e Tex Winter. Lui ha fino a mezzanotte per accettare". Come si sa, Tex Winter ha accettato, alle ore 23:15, e non sto scherzando. Non mi piaceva l'idea perché era ovvio che Tex voleva un altro posto e ha preso Northwestern perché sono cadute le altre offerte. Strano, NU era mia alma mater, la scuola che amavo, e che amo tuttora, ma non ci sono rimasto male. In parte perché ero davvero innamorato del Cile e della mia Seleccion Chilena. Vado a St. Louis per la Final Four. Incontro Chuck Daly, al momento coach dell'Università di Pennsylvania... Una delle scuole che avevo già ingaggiato per il giro del Novembre del 1973. Chuck mi chiede, a bruciapelo: "Dan, ti interessa allenare in Europa?" Nota che non ha detto né Italia né Bologna. Ha detto, all'inizio, "Europa". Ho risposto: "Sì. No. Non so. Può darsi". Chuck mi racconta "Il mio vice-allenatore, Rollie Massimino ha firmato un pre-contratto per Bologna (non ha specificato né Virtus né Fortitudo, solo Bologna). Lui è anche candidato come head coach a Villanova University. Se è preso da Villanova, non va a Bologna. Se non viene ingaggiato da Villanova, accetta la proposta di Bologna. Si saprà non subito, ma dopo un po' di tempo". Durante la conversazione, il mio povero cervello sta andando a cento all'ora. Sto pensando che il mio contratto con il Corpo di Pace scade il 31 Agosto; che c'è sempre la possibilità di una rivoluzione; che la vita è sempre più dura; che i giocatori fanno sempre più fatica a venire; che le condizioni di lavoro non sono ottimali e... Che non sono stato mai in Europa. Comincio ad essere interessato Dico: "Cosa devo fare?" Chuck dice "Vedi Jack Rohan (coach di Columbia University a New York City). Sa tutto lui dell'Italia". Ringrazio Chuck, con una stretta di mano. Faccio 10 passi e giro l'angolo del corridoio nell'albergo e faccio “sfondamento” contro... Jack Rohan. Rohan mi dice: "Manda un tuo curriculum all'Avvocato Richard Kaner di New York. Ecco l'indirizzo". Quando torno ad Evanston, prima di partire per il Cile, spedisco un mio curriculum a Richard Kaner. Parliamo una volta per telefono e mi conferma ciò che Chuck Daly ha detto: che la Virtus Bologna vuole un coach americano e che ha un'opzione su Rollie Massimino, che è anche candidato per il posto a Villanova, che il processo tira per le lunghe che forse si saprà qualcosa fra un mese. Non ci penso più.

Siamo ormai al 1° Aprile. Torno in Cile, facciamo il Festival Mundial in Maggio. Neanche un cenno, ma non ci penso minimamente. Ho la mia squadra, ho il mio lavoro, sono contento, nonostante le difficoltà. Poi, il 1° giugno, arriva un telegramma da Kaner: "Puoi andare a Bologna tra due giorni?". Rispondo: "No. Quattro giorni". Kaner risponde "OK". Così, sono partito un venerdì per fare nove giorni fuori dal Cile, con il rientro una domenica. Il pre-pagato arriva e, come programmato, prendo il volo della Varig che fa Santiago-Rio-Dakar-Parigi, per cambiare per arrivare a Linate. Essendo, come tanti uomini, un bambino dentro, quando siamo atterrati a Dakar, sono sceso per un minuto, ho messo i piedi sulla terra e ho detto: "Africa!". All'arrivo a Linate, mi vengono a prendere Dino Costa, Achille Canna e l'Americano, John Fultz… Cliente di Kaner. Achille Canna, guidando a velocità supersonica, ci fa arrivare a Bologna in un tempo degno della Formula Uno. Non abituato a viaggiare come un jet… Almeno sulla terra… Sono un po' scosso dal tragitto Linate-Bologna. Mi sistemano nel Garden Hotel. Sono a Bologna! Tutto succede in fretta. Conosco l'Avv. Gianluigi Porelli, un tipo che mi piace subito: deciso, businesslike, come dicono negli USA, uno che non perde tempo, che è organizzato, che ha idee chiare. Mi spiega la storia della Virtus. Mi schiaffa in mano un libro sulla Virtus e 5-6 numeri di Giganti del Basket, mi parla del contratto, 3 anni, rinnovabile ogni anno, se siamo d'accordo.

Tre cose mi convincono che questo è un altro mondo rispetto alla realtà attuale nel Cile: Bologna è una città di una bellezza straordinaria; vedo il Palazzo dello Sport, che è un vero gioiello; e vedo la squadra fare un allenamento. Vedere gente così alta e così talentuosa mi impressiona. Mi piace, in particolare, Vittorio Ferracini, un combattente, difensore, rimbalzista. Decido di firmare. È un salto nel buio per entrambi Porelli e Peterson. Lui ha promesso un coach americano ai tifosi della Virtus e io sono un americano, benché sconosciuto. Anzi, un titolo su un giornale è "Dan Chi?" Poi, anche per me è un'avventura, perché‚ conosco il basket e conosco il basket internazionale, ma non conosco il campionato italiano, non conosco gli avversari, la lega, gli allenatori, ecc. Ovviamente, qualcuno ha qualche dubbio su di me: i capelli lunghi, il parlato, i pantaloni a quadrettini, l'altezza, il physique du role. Il dirigente Giancarlo Ugolini, che poi diventerà mio grande amico, chiede a Porelli, "Gigi, non vuoi dirmi che questa mezza figura qui sarà il nostro allenatore?". Penso che l'accordo sia stato “siglato” in quel momento. Porelli: "Sì!"

Chiedo un paio di condizioni a Porelli. Il primo, di finire il lavoro in Cile… Cosa che lui concede, perché il campionato comincia tardi, il 4 Novembre, a causa degli Europei a Barcellona. Il secondo, avere John McMillen come vice anzitempo, perché‚ così possano cominciare a lavorare. Senza problemi, Porelli dice di sì. Firmo il contratto, ma dopo avere chiesto una clausola in più. La clausola: un premio di $10.000 se vinciamo lo scudetto nei tre anni del contratto. Porelli, più preoccupato della Serie B che dello scudetto, pensa "Ma questo è matto. Cosa me ne importa dire di sì, tanto non lo vincerà mai!". Porelli accetta anche questo. Sono soddisfatto anche per avere conosciuto Porelli, grande personaggio, il mio tipo di dirigente. Torno a Santiago strafelice.

 

Dan festeggiato per lo scudetto del '76

BIG NANO E L'AVVOCATO

di Gianfranco Civolani - tratto da "EuroVirtus"

 

No, quello non può essere un allenatore, quello è una gran cartolina. Il bulbo extralungo, i bragoni a losanghe, il tacchettino quasi a spillo, ma dove l'hai preso un soggetto del genere, avvocato carissimo?

Gianluigi Porelli - l'Avvocato - già da un bel po' aveva rifondato una Virtus basket in crisi di astinenza e di portafoglio. Gianluigi detto Gigi era stato un gran sacerdote dell'Ordine del Fittone quando - lui mantovano - era venuto a studiare a Bologna e subito aveva professato sconfinato amore per tutto ciò che era Virtus. E- toccato con la spada da Giorgione Neri detto il Capitano - aveva fatto tabula rasa nella sezione tennis e poi era anche tracimato nel basket e lì non era mica andato per il sottile. "Lei questa operazione l'avrebbe mai fatta?" mi disse un giorno il trucissimo Gigi, quando ancora ci davamo del lei. "Mai al mondo, un orrore - gli risposi. In effetti come si poteva mollare insieme due principotti come Dado Lombardi e Massimo Cosmelli? E prendere chi poi, per prendere quel grissinone di tale Gianni Bertolotti? "Gianni diventerà un super"  tuonò l'Avvocatissimo. "Ma se non prende in una casa" feci io sbagliando fino all'inverosimile.

Fatto si è che Porellone aveva rimesso in piedi quasi dal nulla una sezione e una squadra che balbettavano tremendamente. E all'alba degli anni settanta ecco il duce ci recapita quell'omarino buono forse per strimpellare con la sua chitarra, ma andiamo, quest'uomo senza pedigree e magari senza né arte né parte.

Era andata che a Gigia vevano promesso un paisà d'America - Rollie Massimino - ma poi all'ultimo momento il paisà si era fatto di nebbia e allora ecco Daniel Lowell Peterson, figlio dell'Illinois e già sperimentato in Cile con il suo assistente John McMillen.

Porellone si occupa subito del suo nuovo figlioccio. Lo porta dal parrucchiere e dal sarto, gli insegna a parlare e a gestire e voilà l'omarino profondamente cambiato, l'omarino-damerino, sorpresona per tutti.

Ma di basket, sì, quanto ne sapeva di basket l'om-dan? Ne sapeva tantissimo e soprattutto era così camaleontico nell'adattarsi alle situazioni. E faceva i risultati e vinceva una Coppitalia anche se Varese per esempio restava qualcosa di più e di meglio. E Big Nano la sera si concedeva a qualche amico e io, Giorgino Comaschi e Peppino Cellini andavamo in collina e lui Big Dan intonava struggenti nenie country e qualche volta - ma no - c'era anche l'orco-orso bosniaco, il prof. Aza Nikolic che faceva il controcanto con il suo vocione sgraziato e baritonale.

Sì, ma il basket? Nell'anno settantasei Big Nano e Porellone ci regalano il settimo sigillo dopo vent'anni di soffertissimo digiuno. Gli eori? il razzente play Charlie Caglieris (transfuga Fortitudo), il dirompente Bertolotti, Gigione Serafini scoperto fra quattro case di Casinaldo dal Zigant Calebotta. E Bonamico detto Goodfriend per il suo furore da marine e quindi il Bostoniano di ritorno (Driscoll, una mammola che era diventato una rupe) e Casanova Antonelli (il brutto che piace) e Piero Valenti e altri ancora.

Maledetti, datemi il pallone che devo portarlo al sindaco Zangheri, urla Porellone nel delirio. E Din-Don-Dan si dà un ulteriore mossa, nel senso che comincia a stare sul pero e addio alle ballate di Tom Dooley, addio per sempre qui su questi schermi.

Gli amori nascono e poi puntualmente si inceppano. Nel settantasei Big Nano e l'Avvocato si amano, ma tre anni dopo si separano. Big Nano va a stare da principe a Milano e in Virtus gli subentra proprio Driscoll.

 

Peterson e Nikolic prima di un derby

(foto tratta dall'Archivio SEF Virtus)

PETERSON A.M.

di Gianfranco Civolani – Superbasket – 27/01/1983

 

C’era una volta uno di noi, uno di noi mortali. Peterson A.M., voglio dire. E quell’a-emme non significa Anfitrione Magnifico, oppure Amico Mio, significa semplicemente Ante Mediolanum, Peterson prima di Milano, ecco, Peterson cioè quando cavalcava la terra come noi.

Me lo ricordo bene al primo impato. Americanissimo dalla testa ai piedi, due braghe a rigatoni da far inorridire, il capello lungo da vecchio suonatore di sitar, qualche camiciazza al di là de bene e del male e in ogni caso una grandissima disponibilità verso chiunque.

Lo chiamai subito Timber Jack, facemmo abbastanza amicizia e lui era furbo, lui cercava di sapere e di approfondire e tutto faceva brodo per integrarsi in un certo tipo di realtà. E fare il giornalista con un soggetto csì era davvero gratificante per chiunque, perché appunto al primo impatto si poteva immediatamente afferrare che il professionista era davvero di primissima qualità e lo stesso Porelli era in un certo modo soggiogato dal fascino sottile e indiscreto di quell’ometto che scandiva ogni discorso come un libro stampato e che ci metteva pure la battuta giusta al momento giusto, proprio così.

Pian piano si diede un’aggiustata alla carrozzeria, una bella tagliata ai capellucci e via i dragoni da bagonghi, via dalla pazza America del country per approdare nei templi dell’alta moda. E nel frattempo si usciva insieme a schitarrare dolci nenie del Tennessee e insomma si stava in brigata e meglio ancora se c’erano fanciulle più o meno in fiore, meglio ancora se la cultura del canestro si mescolava con la prosaica cultura della vita vissuta. E si riusciva persino a parlare di cose di casa-Sinudyne fuori dei canali ufficiali e ricordo una sera freddissima a Leningrado, dico meno ventidue, dico un taxi nella notte e molte chiacchiere su Albonico e su Gigione Serafini e su quel Bonamico che aveva appena diciassette anni ma non era mica male…

Passarono gli anni e mi accorsi che il personaggio lievitava e cominciava a librarsi in volo. Non si associava più con nessuno, dedicava tutto sé medesimo al culto della sua immagine, tendeva a staccarsi dai nostri cammini di povera gente qualunque. E mi lasciavano profondamente perplesso certi suoi modi di intendere il rapporto umano e nella sua distaccata freddezza lui mi diceva che i giornalisti erano tutti perfettamente uguali, quelli che gli erano amici e quelli che randellavano, tutti uguali nella sua profonda indifferenza. E io mi scaldavo perché per me nessun uomo è mai uguale all’altro e io credo nella meritocrazia e distinguo i meno cattivi dai perfidi e insomma toccavo con mano che l’uomo si vaporizzava e che cresceva e si dilatava a dismisura l’arancia meccanica, il robot, il computer. E nei suoi ultimi mesi a Bologna chi era più capace di stargli accanto se ogni qualvolta gli si poneva un quesito lui ti diceva tutto impettito e acchittato “Vai da avvocato, chiedi a Porelli se io posso rispondere”?

Un bel giorno accadde che io mi misi a scrivere che il signor Dan Peterson alla Sinudyne aveva fatto il suo tempo e che semmai poteva venir buono per il Gira Fernet Tonic, semmai. Lui mi chiamò al telefono e glacialmente mi disse: può darsi tu abbia ragione, può darsi che Sinudyne non faccia più per me, ma perché mi vuoi far finire al Gira? Lasciami fare i miei interessi, ti chiedo troppo se non mi trovi una collocazione?”.

Figuriamoci se volevo fargli spazio. Pensavo gli piacesse restare a Bologna, pensavo così e sbagliavo. Ovviamente lui dalla Sinudyne se ne andò perché si verifico esattamente quello che avevo previsto. Il collega Macchiavelli mi è testimone. Una sera in Francia captai un certo movimento e al collega dissi: “L’anno prossimo Dan se ne va e lo rimpiazza con Driscoll, mettiamoci d’accordo e scriviamolo”.

Basta così, Dan se ne andò a Milano e da quel giorno credo proprio che la schiatta dei comuni mortali l’abbia perso per sempre. E intendiamoci: io ho nei riguardi di Dan una sconfinata stima sul piano squisitamente professionale perché raramente ti capita un tizio che ti consenta sempre di mettere insieme un servizio giornalistico stimolante e poi non si discute, Dan è bravissimo quando scrive (ha il dono della sintesi, un dono che manca a tanti miei colleghi) e anche quando racconta i fasti dei professionisti d’America (in autentico e molto studiato, ma bravissimo anche qui) e naturalmente sul piano del valore di coach, dico che lui e Bianchini per motivi diversi sono sicuramente gli allenatori più completi in circolazione. Ma io sono ancora uno di quegli individui che cercherebbe l’uomo e i computers non mi vanno a genio e i robots meno ancora e all’arancia meccanica preferisco il limone che sta sugli alberi perché se non altro è un prodotto di questa nostra terra.

Non so se a Milano Little big Dan concede ogni tanto le sue confidenze a qualche fortunato. Ho letto una sua frase molto illuminante, diceva: “Preferisco leggere un libro piuttosto che chiacchierare con il mio prossimo perché da un libro imparo qualcosa e dal  mio prossimo mai”.

Frase illuminante, concetto che dice tutto. E mi dispiace tanto che quell’ometto dalle grandi braghe e dai capelli di fata morgana si sia dissolto nelle nebbie dell’empireo. Noi mortali siamo rimasti quaggiù e se Dan è putacaso quaggiù con noi, chiedo scusa ma non lo vedo.

UOMINI

di Oscar Eleni - tratto da "Il cammino verso la stella"

 

I capelli lunghi e una chitarra. Dan Peterson uomo di pace e del mistero si dondolava su tacchi troppo alti, masticando spagnolo-sudaca imparato in Cile. Radici nell'Illinois, un passato senza tanta gloria e in mano questo contratto dall'altra parte del mondo in una città dove il rosse è quasi tutto: arte, politica, sentimento, un sentiero d'amore fra portici, chiese e cooperative.

Gianluigi Porelli, alla quarta vita, dopo l'infanzia nel mantovano, gli studi bolognesi, una laurea in legge, un diploma in tante cose belle, selvagge, travolgenti, uomo da trincea, un grave incidente stradale che ha martoriato il suo cuore da leone, indebolito un fisico abituato a non negarsi quasi nulla; si mangiava con il cervello quel "cantante" che doveva ricostruirgli la squadra di pallacanestro, la sua Virtus appena uscita da sabbie mobili pestilenziali. ANche nella sua quarta vita Porelli , reincarnazione lombardo emiliana del terribile Torquemada, provava un piacere speciale ad esplorare la vita e i cervelli. Duro, spietato, curioso, disponibile ad accettare ogni vizio, a patto che fosse l'anima a governare.

Gli andava bene chiunque, lui stesso non era un santo, poteva resistere a tutto meno che alle tentazioni. Dan Peterson con i suoi brutti vestiti, le idee troppo chiare e schematiche, americano convinto di essere stato mandato da Dio nel mondo per civilizzare i padri della sua tera, era una tentazione fortissima: questo nano diventerà un gigante, ci scontreremo, si litigherà spesso, ma alla fine io cambierò lui e Dan Lowell Peterson cambierà noi. L'uomo si conquisterà gli spazi perché ha sete di cose nuove: America come madre, ma Europa come nutrice. Noi fioriremo con lui, è un viaggio che si può fare, che si deve fare.

Siamo nel1973, la Virtus è soltanto un'idea, la vera Virtus nascerà poco a poco e i maestri muratori sono proprio quei due uomini così distanti e così disponibili a fondersi, costruttori per gli altri e per sé stessi: vite parallele per gente che di sicuro si era già incontrata prima, in un'altra vita, affinità elettive inventate dalle esigenze. Cinici non per vocazione ma soltanto per difesa avevano trovato una donna da servire assieme: la Virtus era lì da prendere, smontare,ripulire, vestire in maniera più fresca per mandarla al ballo di corte. Ci sono riusciti. Hanno lavorato con impegno, gli altri li studiavano, si distraevano, bocciavano e tolleravano ed intanto loro mettevano il corpo della ragazza in un castello ideato da architetti meno vanitosi di quelli che in quei giorni governavano basketlandia. In poco tempo gli indiani Virtus avevano circondato la carovana, vent'anni dopo l'ultimo urlo tricolore con Tracuzzi e Canna trovavano sul campo di Varese il fiore del bene, lo scudetto, proprio loro, poeti maledetti che sembravano destinati a coltivare soltanto fiori del male.

Dan Peterson non è stato subito il figlio della città e di Torquemada: però il suo modo di aggredire, invadere, distruggere luoghi comuni, evitando patronati, chiassate, cene in osteria, affascinava la gente. Arrivò e vinse una Coppa Italia, poi si mise a studiare il fenomeno Virtus cercando di non isolarlo dalla terra dove nasceva. Gianluigi Porelli gli ha fatto lezioni privatissime, una burrasca al giorno, ma quel dare e prendere, quel riverniciare dopo aver demolito, l'ansia di scoprirsi e scoprire, cambiò presto il rapporto. Peterson si affidò al Pigmalione italiano per cambiare pelle e il costruttore si rese conto che le fantasie dell'uomo che arrivava da Evanston erano gli squilli di tromba di un mondo nuovo, nuovissimo, meglio affidarsi all'esploratore per andare a cercare altri territori e se il basket, in Italia, è cambiato davvero lo deve anche a questi due personaggi o forse lo deve soprattutto a loro.

Dan Peterson era il terzo allenatore straniero della società, il suo arrivo, vent'anni dopo il breve regno di Jimmy Strong. Poi nel 1960, per tre stagioni, governò uno spagnolo, Kucharski e per altri tre anni, dal 1966 al 1969 ci furono i silenzi disarmanti del cecoslovacco Jaroslav Sip. Era facile per Peterson diventare orchidea in mezzo a quelle ortiche, però gli serviva un padrino e con Porelli trovò quello che altri non ebbero la fortuna di avere: una società vera dietro le spalle e davanti all'opinione pubblica.

Fu questa forza ad impedire stritolamenti: ci fu la burrasca dello spionaggio alle società professionistiche americane, robetta che, però, in quei tempi, faceva comodo ingigantire. Poi venne l'epoca delle contestazioni: il Dan Peterson che lasciava poche possibilità di sbagliare, che non ti raccontava frottole, ma pretendeva il 110 per cento, graffiava l'animo dei nostri dolcissimi giocatori. Quello fu un terremoto sul serio, ma dopo tre stagioni arrivò il colpo del maestro. Ricordo benissimo il campo di Varese. La Mobilgirgi di Sandro Gamba era appena tornata in Italia con la sua Coppa dei Campioni vinta a Ginevra. In sala scommesse non c'era quasi gioco. Varese favorita per tutti. Quello fu un capolavoro di psicologia, una versione moderna della Stangata: Porelli era il vecchio Paul Newman, Marco Bonamico fu il Robert Redford della situazione; Peterson il burattinaio e Bob Morse il "cattivo" castigato. Alla fine, mentre Masnago, nel silenzio, accettava il verdetto, vidi Porelli e Peterson scambiarsi soltanto un'occhiata; Gigione Serafini era l'addetto alle cerimonie, alle danze di vittoria, Bertolotti, che quel giorno aveva lasciato per una volta il fioretto, usando la sciabola, si era aggrappato sulle spalle di Terry Driscoll, la montagna, il cuore, l'uomo squadra. Quella scena, vista in tribuna stampa, fu una scarica elettrica. Quel giorno non assistemmo soltanto ad una grande vittoria sportiva, contro la Girgi di Sandro Gamba, bellissima anche lei, fu qualcosa di più, la fine di un inseguimento, il primo zampillo di un pozzo cestistico che ci darà calore fino all'anno duemila.

 

Clicca qui per un'interessante scritto su Peterson da parte di chi lo ha conosciuto molto da vicino come Ettore Zuccheri: Due cose su Dan